La giustizia in fondo al mare

di Fulvio Vassallo Paleologo

L’Europa che cancella ed uccide

Nell’ultimo Consiglio Europeo i capi di governo hanno preso atto della forte riduzione degli arrivi dalla Libia e si sono complimentati con l’Italia per il “successo” conseguito dopo gli accordi di Minniti con le milizie libiche, il supporto tecnico-operativo offerto alla Guardia costiera di Tripoli, la guerra alle ONG e la cessione ai libici di una vasta area delle acque internazionali. Acque nelle quali, in base alle regole delle Convenzioni di diritto del mare, il transito inoffensivo dovrebbe essere libero, soprattutto se finalizzato ad operazioni di ricerca e salvataggio (SAR). Tutto l’impegno delle istituzioni europee sembra adesso rivolto al rinforzo della nuova Guardia costiera e di frontiera europea, prevista dal Regolamento n.1624 del 2016, ed all’ulteriore intensificazione della collaborazione con i paesi terzi per bloccare le partenze. Anche quando si tratta di paesi che non rispettano i diritti umani e non applicano neppure la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Tra i paesi che vengono indicati come partner delle politiche europee di contenimento e di difesa delle frontiere il Sudan, la Nigeria, il Niger, l’Egitto, la Libia, o quello che ne rimarrà. In ogni caso un vastissimo territorio sottratto a interventi di protezione per migliaia di persone soggette ad ogni genere di abusi. Spazio di eccezione nel quale applicare le politiche di sbarramento il Mediterraneo. Paesi sui quali si scaricano le maggiori responsabilità saranno la Grecia, e l’Italia ed in prospettiva la Spagna. Per queste politiche europee si conta su basi legali sempre più rarefatte per la impossibilità di trovare un accordo tra i paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) ai quali dopo le ultime elezioni si può aggiungere anche l’Austria, e gli altri paesi UE. Lo scarto crescente tra Parlamento, Consiglio e Commissione, che si riscontrerà anche nel tentativo di rivedere il Regolamento Dublino,segnano il punto di caduta più evidente di questo “suicidio” dell’Unione Europea, consumato proprio in materia di immigrazione ed asilo.

Sia il Consiglio Europeo che la Commissione europea continuano a puntare soltanto sulla deterrenza, e sull’intensificazione delle operazioni di respingimento e di rimpatrio forzato, per dare “credibilità” alle politiche europee sull’immigrazione. Neppure una parola sulla vulnerabilità dei migranti, il problema è diventato ormai la “vulnerabilità” dei sistemi nazionali di allontanamento forzato.  Sembra che a nessuno importi delle decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di persone intrappolate nei paesi di transito, esposte ad ogni tipo di abusi, costrette a pagare trafficanti spietati per riuscire a salvarsi. Accantonati tutti i progetti per offrire canali umanitari e vie legali di ingresso per studio o lavoro. Unica alternativa possibile per raggiungere l’Europa, l’immigrazione illegale e dunque i trafficanti di esseri umani.

Possiamo ricordare le precise denunce contenute in numerosi rapporti di Organizzazioni non governative, e di agenzie umanitarie come l’UNHCR e l’OIM, sulla condizione miserevole dei migranti intrappolati in Libia, e nei paesi confinanti, bloccati nel loro percorso di fuga verso l’Italia, o respinti sommariamente dopo il loro soccorso e sbarco in territorio italiano. Pensiamo ai rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, di MSF, di OXFAM e di numerose altre organizzazioni ed iniziative che hanno messo in evidenza violazioni gravi da parte di autorità italiane nella stipula di accordi di riammissione o di memorandum d’intesa, al fine di bloccare le imbarcazioni partite dalla Libia in acque internazionali, A queste si aggiungono quotidianamente altre denunce provenienti da migranti arrivati di recente e sottoposti a respingimento collettivo in mare, o internati in strutture di trattenimento in Libia finanziate anche con il concorso di risorse economiche europee. Ormai i finanziamenti destinati alla cooperazione internazionale finiscono per finanziarie politiche di blocco e di deportazione dai paesi di transito in modo da impedire le partenze dal nord-africa verso la” civile” Europa  ( da ultimo con l’Africa Trust).

Le attività di ricerca e salvataggio, ruolo delle ONG e omissione dei doveri di soccorso

 Il tentativo di rappresentare le ONG come colluse con i trafficanti ha portato l’attenzione generale a concentrarsi su chi continuava a soccorrere vite umane in mare, mentre altri si ritiravano o affidavano ai libici il destino di migliaia di persone che in Libia avevano già subito ogni sorta di abuso. Da ultimo, la Guardia Costiera libica, la stessa che aveva concluso accordi con il governo italiano, ha allontanato navi umanitarie che si stavano accingendo ad interventi di soccorso in acque internazionali ricadenti in quella che – solo sulla carta – sarebbe la zona SAR libica. In altre occasioni, la stessa Guardia costiera avrebbe aperto il fuoco contro un mezzo della Guardia costiera italiana che si stava accingendo ad una operazione di soccorso.

Una campagna di stampa prolungata, partita dai siti dell’estremismo di destra europeo, poi sostenuta dalle forze di governo in combutta con le opposizioni, come è emerso chiaramente con il voto della Commissione Difesa del Senato, infine una ventata di accuse provenienti da diverse procure, poi concretizzata solo nel procedimento avviato a Trapani, hanno avuto l’effetto di allontanare le ONG dall’area del Mediterraneo Centrale.  Dopo gli accordi con le milizie libiche si sono rinforzate le prassi di collaborazione coordinata con la Guardia Costiera tunisina. Ma il numero delle vittime non è calato, si sono soltanto nascoste le stragi, ed adesso, lo scorso 8 ottobre, si è verificato anche un caso che sembra riconducibile ad un vero e proprio speronamento da parte di una motovedetta tunisina al largo dell’isola di Kerkennah, in una zona che è stata sbrigativamente attribuita alla competenza delle autorità SAR maltesi, quando invece da anni era affidata al coordinamento del Comando centrale della guardia costiera italiana (IMRCC).

Nessuno ha riferito delle modalità di intervento di due motovedette veloci partite da Lampedusa dopo il primo allarme, e nessuno ha ricordato che negli stessi giorni ( 9-13 ottobre) si stava preparando una operazione congiunta tra la Guardia Costiera tunisina e la Marina militare italiana. Adesso decine di famiglie in Tunisia chiedono giustizia per i loro parenti e la loro protesta si salda con quella delle persone che sono vittime di espulsioni sommarie che non rispettano i canoni e le garanzie dettate dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’ Uomo, dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea. Sembra che le condanne subite dall’Italia nei casi Khlaifia e Richmond Yaw siano sconosciute ai vertici del ministero dell’interno che continuano  a disporre operazioni di rimpatrio forzato che continuano a violare consolidati principi di diritto internazionale.

 Violazioni del diritto internazionale del mare

Le attività di cooperazione operativa in mare, soprattutto se condotte in acque internazionali, rientranti in quella che è stata riconosciuta in passato come zona SAR affidata alle autorità libiche, implicano conflitti di competenza e ritardi negli interventi di soccorso che sono stati causa di diversi incidenti, con un numero in continuo aumento di morti e di dispersi. Abbiamo testimonianze precise da parte di operatori delle ONG – divenuti testimoni scomodi da allontanare con le campagne diffamatorie – secondo le quali i libici sparano dai loro mezzi di soccorso, con le armi leggere di cui sono dotati, sui barconi carichi di migranti per impedire loro di proseguire la rotta verso le acque internazionali. Secondo le testimonianze, si sono verificati anche conflitti a fuoco tra i trafficanti che “scortavano” i migranti e le motovedette di Tripoli, che li volevano bloccare e riportare a terra. Per queste ragioni, ad ogni notizia di un “soccorso” operato da un mezzo libico, con la riconduzione a terra dei superstiti, si accompagnava invariabilmente la notizia di un numero imprecisato di morti e dispersi in mare.

Non sono ancora chiari gli impegni assunti dal generale Haftar nei suoi incontri con Minniti. Se in quegli incontri si è trattato il tema della ricerca e del salvataggio in mare. O se si è parlato del destino dei migranti intrappolati e venduti nelle zone centrali della Libia sotto il controllo militare delle forze di Haftar.  Lo ricordiamo perché ormai le truppe del generale controllano la maggior parte della Libia e dunque anche della costa libica. Se pensiamo poi al governo di Tripoli, non sembra proprio che i libici abbiano implementato, tra i loro equipaggi, quella cultura del rispetto della dignità della persona che è stata oggetto dei corsi di formazione svolti anche in Italia.  Sotto questo profilo vanno considerati anche gli accordi conclusi nel corso del 2016 tra la Guardia costiera libica, in realtà espressione del solo governo di Tripoli, e i vertici militari e politici dell’operazione EUNAVFOR MED, lanciata dall’Unione Europea nel 2015, per prevalenti finalità di contrasto dell’immigrazione irregolare e più di recente orientata anche al blocco di possibili infiltrazioni terroristiche in Europa.

Come emerge da diversi studi , da ultimo Blaming the Rescuers, dopo le pressioni esercitate sulle ONG perchè ritirassero le loro navi, come si è adesso verificato,  vengono violati principi fondamentali della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982 e della Convenzione sulla ricerca ed il soccorso di Amburgo ( SAR) del 1979. Ulteriori testimonianze potranno esser raccolte dall’ascolto diretto dei responsabili delle principali ONG e soprattutto dei migranti che, dopo un respingimento in mare, sono riusciti a fuggire di nuovo dalla Libia e sono arrivati in Italia.

 La esternalizzazione dei controlli di frontiera

Si è realizzata la cd esternalizzazione delle frontiere Schengen, in due sensi. In una direzione “introflessa” con l’aggravamento delle responsabilità dei paesi più esposti , come Grecia ed Italia, che sono stati costretti ad adottare atti normativi interni  derivanti dalle scelte politiche europee, ancorché prive di base legislativa, trattandosi di decisioni del Consiglio che hanno imposto all’Italia una precisa Roadmap , e della Commissione, come nel caso deli HOTSPOT,  prima di stipulare accordi bilaterali con i paesi terzi più vicini, come la Turchia prima (Grecia) e la Libia poi (Italia), con fondi europei, ma senza il diretto ricorso ad atti aventi valenza legislativa adottati a Bruxelles. In Italia abbiamo avuto il decreto Minniti, poi convertito nella legge n.46 del 2017, che ha drasticamente ridotto le possibilità di difesa dei richiedenti asilo, esteso la rete dei centri di detenzione ( ancora sulla carta) ed ha tentato senza alcun esito di stabilire un fondamento normativo per i cd. punti di crisi ( aree Hotspot) nei porti e nei centri di prima accoglienza utilizzati in funzione detentiva, come il centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa e il centro (Hotspot) di Taranto. La distinzione stumentale tra “migranti economici” e richiedenti asilo e la prassi della consegna di provvedimenti di respingimento “differito” a persone rimaste prive di informazione e spesso di mediazione linguistica, ha eroso la portata effettiva del diritto alla protezione internazionale riconosciuto dalle Direttive UE 32 e 33 del 2013, e quindi dal decreto legislativo 142 del 2015. Così come la mancanza di canali legali di ingresso in Europa ha cancellato per tutti coloro che non sono riusciti ad avvalersi di un passaggio “irregolare” la portata effettiva del Diritto di asilo previsto dalla Convenzione di Ginevra, che permette a chiunque di raggiungere la frontiera di un paese aderente alla Convenzione per presentarvi una istanza di protezione.

 L’esternalizzazione in direzione “estroflessa” ha invece portato alla stipula di accordi veri e propri o Memorandum di intesa con i paesi terzi che hanno avuto come obiettivo il blocco dei migranti, potenziali richiedenti asilo, e non solo, già nei paesi di transito, prima che potesero imbarcarsi verso l’Europa. Nel caso dei rapporti tra Italia e Libia questi accordi hanno avuto l’effetto di lasciare alla Libia il controllo di frontiera di ampi spazi delle acque internazionali, ben oltre le acque territoriali libiche, ed in territorio libico si sono tradotti in intese di vario tipo con i sindaci e quindi le milizie che controllavano singole zone, con effetti devastanti come quelli che si stanno scoprendo soltanto adesso a Sabratha e con un aumento della instabilità della situazione politica  e militare in tutta la Libia. In questa situazione sono aumentati in modo esponenziale gli abusi subiti dai migranti, in particolare dalle donne e dai minori non accompagnati dai genitori. Adesso, con l’avanzata del generale Haftar verso Tripoli sembra che i giochi si siano ribaltati e chi ieri era ritenuto trafficante oggi diventa guardia, e chi ieri faceva la guardia viene perseguito come un trafficante, Un ribaltamento di fronti indotto dalle politiche europee, un ribaltone dal quale potrebbero venire chiavi di lettura utili anche per accertare le responsabilità di chi mescola affari, contrabbando e traffico di esseri umani. Altro che complicità delle ONG con i trafficanti. L’omicidio terroristico di Malta, ai danni di una vera giornalista indipendente, Daphne Caruana Galizia, fa capire quale groviglio di interessi si celasse tra Zawia e Sabratha, tra Malta e l’Italia.

 Gli accordi dell’Italia con i paesi di origine e di transito

 Dopo la ventata “umanitaria” del 2014-2015, conseguenza delle stragi del 3-11 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015, in una fase caratterizzata dal forte incremento di arrivi di profughi siriani ed eritrei, l’Unione Europea ha chiuso le sue frontiere con il Processo di Khartoum, inizialmente proposto dall’Italia nel secondo semestre ( di presidenza UE) del 2014 e fatto proprio dalla stessa Unione Europea con le due Conferenze di Malta nel novembre del 2015 e quindi il 3 febbraio 2017. Giusto il giorno dopo la firma ( 2 febbraio) degli accordi tra Italia e Libia.

Risulta quindi molto difficile scindere le responsabilità europee da quelle italiane, questo risulta possibile soltanto con riferimento alla mancata ( meglio solo parziale) Relocation ed alla inosservanza degli obblighi di salvataggio in mare che, salvo l’eccezione della strage per abbandonodell’11 ottobre 2013, l’Italia ha assolto quasi da sola, con il supporto nel 2016 e nella prima metà del 2017, delle navi delle ONG.

Per dare effettiva attuazione agli accordi di polizia con la Guardia Costiera libica occorreva allontanare ad ogni costo le navi umanitarie dalle acque nelle quali dovevano essere le motovedette libiche, assistite dai tecnici italiani operanti su navi della nostra Marina ormeggiate a Tripoli, a bloccare i migranti da riportare poi a terra, nei tanti centri di detenzione “ufficiali” o gestiti dalle milizie. Come se il problema fossero alcune decine di migliaia di persone soccorse in mare sulla rotta del Mediterraneo Centrale, e non invece la “gestione” di un milione e mezzo di “irregolari” che in tutta Europa hanno ricevuto un diniego definitivo dopo una richiesta di protezione. Persone che avrebbero avuto diritto almeno ad un permesso di soggiorno per motivi umanitari, e che adesso, tra questi molti giunti come minori non accompagnati, rischiano l’espulsione con accompagnamento forzato, una minaccia che li consegna alla clandestinità, mentre soltanto in un caso su quattro le procedure di accompagnamento forzato verranno eseguite sino al rimpatrio.

Le intese e gli accordi stipulati tra gli stati dell’Unione europea e i Paesi terzi devono essere valutati in considerazione degli effetti che producono, al di là delle affermazioni formali di rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, con particolare riguardo al diritto alla vita, all’integrità fisica e psichica ed alla libertà personale di quanti ne subiscono le conseguenze.

Una valutazione che viene sempre più spesso omessa, come è successo con il Sudan e con con l’Egitto di Al Sisi, paese nel quale si è consumata la tragedia di Giulio Regeni, nel quale sono a rischio decine di migliaia di oppositori politici, ma al quale a fronte della cooperazione in materia di rimpatri e di blocco delle partenze, oltre che in nome di consistenti interessi economici, si vorrebbe restituire legittimazione con nuove intese in campo energetico e turistico.

Le intese del governo italiano con il governo di Tripoli e con il Sudan

Gli accordi e i protocolli operativi, richiamati dal Memorandum d’intesa firmato da Gentiloni il 2 febbraio scorso, stipulati con precedenti autorità libiche che, a differenza di quelle attuali, controllavano l’intero territorio nazionale, instaurano diversi livelli di coordinamento nelle attività di contrasto dell’immigrazione irregolare che estendono al governo italiano la responsabilità delle gravissime violazioni commesse ai danni dei migranti bloccati in mare e ricondotti nei centri di detenzione, come quello di Zawiya, sotto il controllo diretto ed esclusivo del governo di Tripoli.

FILE PHOTO: Migrants are seen at the centre of the Anti-Illegal Immigration Authority in Tripoli, Libya September 10, 2017. REUTERS/Hani Amara/File Photo

 Il tentativo del governo italiano e più in generale delle autorità di governo dell’Unione Europea, dopo la condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul  caso Hirsi,  è stato quello di sottrarre alla giurisdizione europea ( e dunque della Corte di Strasburgo) i reclami delle persone che sono oggetto delle procedure di respingimento, internamento e riammissione, ricorrendo a zone extraterritoriali o con l’accordo con stati nei quali non si può esercitare una giurisdizione in base al diritto interno. Stati spesso caratterizzati da una diffusa corruzione, che si estende dal traffico di migranti al traffico di armi o materie prime ( come il petrolio). Nessuna presenza di Organizzazioni non governative potrà umanizzare il disumano e garantire la tutela dei diritti fondamentali di persone ingabbiate nei paesi di transito. Le uniche soluzioni realmente praticabili sarebbero l’apertura delle frontiere con una equa distribuzione nei diversi paesi industrializzati, con la concessione di visti umanitari o altre forme di ingresso legale. Tutto il resto non può che alimentare l’immigrazione irregolare ed i profitti dei trafficanti. Malgrado il relativo calo degli arrivi rimane costante il numero delle vittime in mare e nessuno conosce il costo, in termini di vite umane, degli accordi tra l’Italia e le milizie libiche.

Come esempio di questi accordi bilaterali “tossici” si può ricordare l’accordo con il Sudan del 2016, un accordo che è stato preceduto da una operazione di polizia che doveva costituire la prova della disponibilità delle autorità sudanesi a collaborare nella lotta contro il traffico di esseri umani, che ha invece portato in carcere quello che ad oggi sembra essere soltanto un capro espiatorio, una vittima non solo di uno scambio di persona, ma di accordi inconfessabili tra servizi di diversi paesi. Eppure un caso ormai evidente di scambio di persona sembra essere diventato il simbolo, se non uno dei pochi risultati concreti, dell’operazione europea di contrasto dell’immigrazione irregolare EUNAVFOR MED (Sophia).

E cosa dire degli effetti perversi dell’accordo tra Italia e Sudan, con riferimento all’espulsione collettiva di decine di sudanesi rastrellati nella zona di Ventimiglia e deportati nell’Hotspot di Taranto, impropriamente utilizzato come centro di detenzione per preparare un rimpatrio con accompagnamento forzato. Oggi questa utilizzazione abusiva ed illegale degli Hotspot viene riproposta dalla Commissione Europea come modello da attuare per dare maggiore effettività ai rimpatri. Si dovrebbe però ricordare che ogni forzatura delle regole incontra un punto di rottura, ed oggi i rimpatri verso il Sudan sono stati sospesi, anche dopo alcuni ricorsi presentati alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Peccato che nessuno abbia più notizie dei ricorsi e dei ricorrenti, che in Sudan rischiano la vita tutti i giorni. Si è confermato ancora  a settembre che Belgio ed Italia stanno riprendendo l’inziativa congiunta per effettuare altre deportazioni verso il Sudan.

Quando si sottolinea la necessità di collaborare con questi paesi nella lotta contro l’immigrazione che viene definita “illegale”, molto spesso si alimentano proprio le filiere che quella immigrazione favoriscono e da cui traggono risorse economiche. Un’altro esempio è costituito dalla Nigeria, paese verso il quale si sono effettuati allontanamenti forzati illegittimi. Procedure di allontanamento forzato che oggi sembrerebbero sospese.

Con la collaborazione di paesi che non rispettano i diritti umani e che sono governati da una diffusa corruzione si è pensato di eludere una responsabilità diretta delle autorità statali italiane. Ed in effetti è diventato quasi impossibile presentare ricorsi davanti alle corti internazionali, o chiedere giustizia per le vittime di queste procedure davanti ad un giudice nazionale. La sentenza arriverebbe comunque quando la misura di allontanamento forzato o di respingimento è già eseguita.  Per questa ragione occorre adottare una valutazione dei fatti denunciati che tenga conto delle categorie giuridiche formali, utilizzabili a livello interno o internazionale, ma che riesca ad andare alla sostanza delle violazioni subite dalla popolazione migrante in transito dalla Libia, e nei paesi contigui, e ne individui possibili fonti di responsabilità per una condanna che diventi comunicazione pubblica diffusa e sanzione politica prima che giudiziaria. nei confronti di chi quelle procedure ha stabilito ed attuato.

Violazioni della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo dopo gli accordi Italia – governo di Tripoli

 Il Memorandum d’intesa “sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica italiana” firmato a Roma il 2 febbraio 2017 dal Presidente del “Consiglio Presidenziale” Serraj per il “Governo di riconciliazione dello Stato di Libia” e dal Presidente del Consiglio Gentiloni per il Governo italiano, oltre a violare, direttamente e per le prassi operative che ne sono derivate, le norme di diritto internazionale ed europeo che saranno di seguito specificate, costituisce una evidente violazione del principio di buona fede sancito dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, in quanto aggira di fatto l’applicazione dell’art. 3 della CEDU, l’art. 4 del Quarto protocollo allegato alla stessa CEDU ed i principi affermati dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nella sentenza di condanna contro l’Italia, resa dalla Corte di Strasburgo il 23 febbraio 2017, in ordine al divieto di respingimenti collettivi, collegato al divieto di trattamenti disumani o degradanti. Viene leso anche, con riferimento a queste norme, l’art. 13 della CEDU che afferma la intangibilità dei diritti di difesa di chiunque, senza alcuna deroga per le persone respinte o sottoposte a procedure di allontanamento forzato, che, a norma dell’art. 5 della CEDU devono essere conformi al principio di legalità e non risultare invece, come avviene spesso, frutto di un uso distorto della discrezionalità amministrativa.

Violazioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea

 Gli accordi conclusi  negli anni tra il governo italiano ed altri governi di paesi terzi, come quelli in vigore con Libia ( governo di Tripoli), Egitto, Nigeria, possono violare il divieto di trattamenti inumani o degradanti stabilito dall’art.3 della CEDU e permettere prassi operative che violano il divieto di espulsioni collettive, affermato dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU. Va ricordato che gli stessi accordi risultano pertanto in violazione dei corrispondenti art. 4 e 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Le procedure di respingimento sommario violano anche il diritto di difesa stabilito dall’art. 47 della Carta in base al quale
“Ogni individuo i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice, nel rispetto delle condizioni previste nel presente articolo.
Ogni individuo ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un giudice indipendente e imparziale, precostituito per legge. Ogni individuo ha la facoltà di farsi consigliare, difendere e rappresentare”.

Nessuna rassegnazione, restituire voce ai migranti e moltiplicare le denunce

Le politiche europee concretizzate con il Processo di Khartoum, proposto dall’Italia, e poi consolidate con le due conferenze di Malta dell’11 novembre 2015 e del 3 febbraio 2017 non sono pero’ riuscite ad evitare una crescita esponenziale dell’immigrazione irregolare anche a scapito di persone vulnerabili o sicuramente bisognose di protezione internazionale. Non si sono aperti canali di ingresso legali per lavoro, tutte le proposte avanzate, come la istituzione della figura dello sponsor o forme di regolarizzazione successiva, sono state respinte in nome di una opinione pubblica forcaiola e sempre più indirizzata verso la negazione dei diritti umani.

Ormai sembra smarrito proprio il valore della persona in quanto tale. Si è tornati alla caccia al “clandestino” adesso nei panni del potenziale terrorista. Le politiche europee in materia di immigrazione ed asilo alimentano il populismo che a parole tutti i principali leader sembrano contrastare. E dopo i partiti populisti si stanno affermando anche partiti apertamente neonazisti che basano il loro successo elettorale proprio sulla chiusura violenta nei confronti di immigrati ed asilanti.

Si tratta adesso di costruire canali di comunicazione e di raccolta delle denunce di violazione, sempre più diffuse e nascoste, dei diritti fondamentali delle persone migranti. Non solo migranti, ma persone, uomini, donne, minori, con le loro storie individuali, con il loro carico di speranze ed affetti, non potenziali criminali o, peggio terroristi. Un lavoro quotidiano, come la costituzione di Osservatori, pensiamo all’Osservatorio nato dalla Carta di Milano, che non si piegherà a scadenze elettorali, ma che andrà nella direzione di restituire protagonismo alle vittime ed ai sopravvissuti, e portare sul banco degli imputati davanti alla società civile gli autori e gli esecutori di quelli che appaiono come veri e propri crimini contro l’umanità, anche se non sono sempre sanzionabili davanti ad un tribunale.