La strage del 9 ottobre: la marina militare tunisina sperona e affonda un barcone di fuggitivi. Non solo una cronaca

Sono passate due settimane da un ennesimo naufragio nel Mediterraneo Centrale. Questa volta la dinamica dell’affondamento di un barcone,  partito dalle coste tunisine, porta a credere ad un atto doloso realizzato per fermare i migranti. Prendiamo il racconto che ci fa della vicenda la nostra amica Monica Scafati per non fermarci al fatto di cronaca, di per se orrendo ma per trarre alcuni spunti di riflessione. Ci domandiamo cosa stia accadendo in questo periodo in Tunisia e quanto gli arrivi di questi mesi siano dovuti alla chiusura della “rotta libica” e quanto ad una profonda condizione di malessere diffuso a cui non si può rispondere con i rimpatri forzati o con provvedimenti repressivi.

 

di Monica Scafati

La mattina dello scorso 9 ottobre non si capiva esattamente cosa fosse accaduto, durante la notte, al largo del Canale di Sicilia. Le prime notizie accennavano ad un barcone partito da Sfax che era affondato. Si è immediatamente parlato di probabili vittime. In un crescendo di passaparola, molte testate italiane riportavano la notizia, ma tutte nella stessa didascalica maniera di chi effettivamente non conosce nulla più di quanto non aveva già in 5 righe battuto l’Ansa. Il portavoce di OIM alle 12:58 confermava attraverso Twitter un bilancio di circa 30 vittime e una ventina di dispersi. Il portavoce del Ministero della Difesa Belhassen Oueslati immediatamente ricostruisce la dinamica secondo le autorità: la nave della Marina Tunisina si è avvicinata, e la barca si è scontrata con la nave militare.

Al pomeriggio si poteva leggere qualche riga in più: un barcone partito da Sfax con a bordo circa 70 persone, nella zona SAR di competenza maltese, ha avuto un incidente di collisione con una nave della Marina Militare Tunisina, ci sono morti e dispersi.

I titoli e le narrazioni trovano una più compiuta definizione: incidente, ennesima tragedia del Mediterraneo. Le notizie ancora scarse e frammentarie sulla dinamica dell’incidente vengono integrate da informazioni sul post-incidente, sul soccorso. Intervengono anche Malta e l’Italia a supporto dei militari tunisini, vengono ripescati i corpi di 8 persone.

Il fatto nudo e crudo sembra essere finito qui, dunque si comincia a parlare di nuove rotte, di spostamenti causati dagli sviluppi della situazione libica, si collegano gli “sbarchi fantasma” ad Agrigento, gli arrivi autonomi a Lampedusa e Linosa, e i fogli di via per i rimpatri autonomi a Messina dopo i trasferimenti del 2 ottobre. Gli accordi bilaterali per il rimpatrio, che prevedono quote di 30 persone a settimana, appaiono completamente inadeguati.

Qualcuno va un po’ più a fondo, e prova ad inserire tra i fattori del prodotto finale, quello che determina un nuovo spostamento di persone dal paese più vicino alle coste italiane, anche un 43% di disoccupazione giovanile nella Tunisia del post-rivoluzione. Qualcun altro denuncia l’evidenza del passo indietro con cui si torna ad utilizzare Lampedusa come isola-lager per contenere gli ingestibili: 1400 arrivi in un mese, 120 rimpatri consentiti dagli accordi, 1280 persone di cui la legge non sa che fare.

Sono infatti 1.400 i Tunisini arrivati in Italia in questo settembre, numeri assolutamente inaspettati, numeri che superano gli arrivi complessivi di tutto lo scorso anno ad esempio. Allora qualcun altro tira in ballo i due indulti del 2017, uno a giugno e uno a luglio, di una Tunisia che svuota le carceri, e di un esercito di ex galeotti in arrivo Si torna anche a parlare di terrorismo affermando che quello tunisino è divenuto un ottimo canale di ingresso. Ci viene ricordato che ben 12 sono fino ad ora i Tunisini coinvolti in episodi di terrorismo transitati per l’Italia, e che la trasmutazione da migrante a terrorista è una questione chimica, perché gli elementi sono di per se stabili, ma dalla miscela ottengono di diventare altro da se. Un musulmano contento è stabile, uno insoddisfatto è presto terrorista. Se dunque la migrazione -che per i Tunisini l’Europa dice sia esclusivamente “economica” – si trasforma in un’esperienza insoddisfacente, il tunisino, musulmano, si trasforma in terrorista.

Di fatto, dagli sbarchi fantasma di agosto alla tragedia del 9 ottobre, in Tunisia sono accadute molte cose su cui i Paesi a nord del Mediterraneo hanno tenuto i riflettori spenti. In realtà, seppur magari qualche eurocentrico farà fatica a crederci, la Tunisia ha continuato ad esistere tra l’attentato al Museo di Bardo di 2 anni fa e gli sbarchi estivi ad Agrigento.

Mentre pochi tunisini in Europa erano accusati di terrorismo, la Tunisia intera ha continuato ad esistere.

In questi due anni in Tunisia è esistito e continua a esistere anche un uomo che a Zarzis, senza compartecipare alla distribuzione dei fondi europei, né ai grandi tavoli per la gestione di alcun che, si è sentito umanamente responsabile di dover raccogliere e seppellire dignitosamente i corpi che compaiono in spiaggia, di migranti che partono dalla Libia per l’Europa e affogano ancor prima che i nostri politici o media ne abbiano il conto.

Unemployed former fisherman Chamseddine Marzouz stands in the middle of a make-shift cemetary for migrants on July 12, 2017 in the Tunisian coastal twon of Zarzis.
Armed with just a spade, Chamseddine Marzoug is determined to give a dignified burial to migrants who have drowned trying to reach Europe in waters off his Tunisian hometown. On a patch of sandy wasteland outside the southern port town of Zarzis, the 52-year-old takes a rest from digging two graves under the scorching sun.
/ AFP PHOTO / FATHI NASRI

A Zarzis, durante questi due anni di trattative con la Libia, un cittadino tunisino ha creato un cimitero, ma in Europa questo non appare. Dalla Tunisia il 6 ottobre venivano condivisi online video di pescatori che proprio a Sfax arringavano contro il governo arrivato a fermare i pescherecci, e foto di persone in fila per partire con su scritto “Si parte a due lire e i militari non bloccano”, anche se a settembre il Ministro degli Esteri tunisino Khemaies Shinaoui aveva dichiarato con soddisfazione che il numero di rientrati in patria aveva superato quello degli emigrati. Che cosa dovremmo noi dedurre? Che la Tunisia ha abbassato la guardia sul controllo delle coste? Sulla veridicità di questa informazione parlano i numeri degli arrivi in settembre, e sui perché tacciono quasi tutti. E cosa significa il fatto che a tre giorni da polemiche e disordini si verifichi un incidente come quello di cui parliamo?

Ad ogni modo, mentre già si disquisisce di geo-politica, il fatto in se appare in qualche modo superato: è stato un tragico incidente, ci sono dei morti, dei dispersi e dei sopravvissuti, un po’ come sempre. L’episodio specifico è da repertorio insomma, e di repertorio le immagini elargite dai telegiornali, in cui si vedono persone palesemente non tunisine gentilmente ripescate da salvagenti arancioni sotto la luce di un pieno sole. Caso archiviato. Trenta morti. Incidente.

In Tunisia però la narrazione è diversa, e non coincide neanche un po’. In Tunisia quello che è accaduto ha testimoni che adesso raccontano. Dall’11 ottobre cominciano a diffondersi video-testimonianze dei sopravvissuti a quel che loro non chiamano “un incidente”, sono molte, e nella giornata del 12 alcuni sopravvissuti sono ospiti in TV.

Qui in Italia si è saputo da subito che in Tunisia è stata aperta un’inchiesta per chiarire le dinamiche dell’accaduto, anche se la versione del Ministero della Difesa era stata resa immediatamente disponibile e articolata. A detta delle autorità è stata la barca che ha colpito la nave, non il contrario, tanto che a distanza di qualche giorno, seppur non se ne è data notizia, l’inchiesta ha preso la stessa piega assunta da quelle precedenti sui naufragi: incriminazioni per lo “scafista”, facile capro espiatorio, persona che avendo commesso reato all’atto stesso della partenza, ben si presta ad assumere la responsabilità di tutti quelli a seguire, perché ciascuno, altro non è che conseguenza del primo.

Non si è saputo neanche che a Kebili per esempio, da dove proveniva un gruppo di persone che non ce l’hanno fatta, le sedi delle autorità comunali sono state messe a ferro e fuoco per quanto accaduto. La prima testimonianza video che ho ricevuto era di tre sopravvissuti, dicevano che intorno alle 21:00 la nave della marina militare li ha raggiunti. Dai megafoni gli gridavano di fermarsi. Loro hanno deciso di non fermarsi perché sapevano di essere vicino alle acque italiane (in realtà erano quelle maltesi). La nave li ha quindi affiancati prima a sinistra e poi a destra, ripetendo questo movimento più volte mentre con gli idranti i militari spruzzavano addosso dall’alto acqua fredda sull’imbarcazione e i suoi passeggeri. La gente gridava e pregava dicono, loro continuavano. Testimoniano di essere andati avanti così dalle 21:00 alle 22:45, in altre testimonianze qualcuno parla di una situazione andata avanti per due ore abbondanti fino a quando finalmente hanno raggiunto il limite delle acque tunisine. A questo punto dicono che la nave della marina militare tunisina ha in un primo momento interrotto il fiancheggiamento, e che la barca era riuscita ad allontanarsene un po’. Dopo circa 5 minuti, la nave della marina tunisina ha spento le luci e ha ripreso ad avvicinarsi, fino a colpirli. A speronarli intenzionalmente.

La barca si è immediatamente ribaltata, le persone sono cadute in acqua e gridano raccontano i sopravvissuti. Ci sono anche donne e bambini. Uno dei tre testimoni ricorda una madre con il figlio di 13 anni. Un altro parla di persone che aggrappandosi disperatamente ad altre, hanno trascinato giù anche chi sapeva nuotare. Con la barca distrutta e le persone in acqua -91 dice uno dei presenti, mentre in un’altra testimonianza un uomo dice 94, ma comunque certamente non 70 come qui in Italia si è raccontato-, la nave militare allora si è allontanata, e con i megafoni è stato gridato alle persone di nuotare ora, di nuotare verso di loro per essere aiutati a salire a bordo.

Si grida alla gente di nuotare e ci si allontana!

Il racconto dei testimoni fa trasparire senza ombre di dubbio il tono di sarcasmo con cui quel “nuotate ora” veniva gridato.

Tutto questo accadeva intorno alle 23:00 dell’8 ottobre, e non durante la notte. Intanto trovo altre testimonianze, la televisione tunisina ne è piena.

Un ragazzo racconta di essere stato il primo a salire a bordo della nave militare. “Dobbiamo prendere le persone dall’acqua” dice di aver detto. Sentiva le urla di chi era ancora in mare, ma “lui mi ha messo sdraiato faccia a terra e mi ha puntato un’arma addosso”. Parlava evidentemente di persona armata in operazione di soccorso. Un altro racconta che mentre la nave si allontanava e molti affogavano, qualcuno dal megafono ha gridato “morite adesso, e chi sa nuotare venga”. Un altro ancora si è aggrappato allo sportello del motore del barcone che gli galleggiava accanto, e ha raggiunto la nave. Gli sono state lanciate le funi, e lui è salito. Molti invece salivano qualche metro di corda e poi ricadevano giù, qualcuno non riusciva proprio a salire.

Sono state soccorse in questo modo 38 persone, sono stati ripescati 8 corpi. I morti sono 53, o forse 56. Il popolo Tunisino grida all’assassinio di stato, e nessuno mette in dubbio l’intenzione della nave di speronare il barcone, anche se in TV gli esponenti dell’apparato militare continuano a sostenere la versione del Ministero della Difesa: il barcone va a sbattere incidentalmente contro la nave della marina. In Tunisia il fatto brucia e non è stato archiviato.

Anche nel centro di Tunisi una manifestazione ha visto radunarsi chi chiede verità e giustizia per quanto è successo.

Un uomo chiede alle telecamere perché il paese uccide i suoi figli.

In Tunisia non si parla né dell’incidente né del soccorso ma dell’assassinio.