I fermi amministrativi svelano le complicità con i libici

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Da un fermo amministrativo all’altro, contro le navi del soccorso civile, le decisioni di “sospensiva” adottate in via d’urgenza dai Tribunali civili italiani, a Brindisi, a Crotone, ed adesso anche a Ragusa, anche se l’Avvocatura dello Stato ritarda ad esibire le motivazioni documentali alla base dei provvedimenti di fermo adottati dalle Capitanerie di Porto e dai Prefetti, in base al Decreto Piantedosi (legge n.15/2023), stanno svelando la catena di complicità che lega autorità italiane, e l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (FRONTEX) con la sedicente Guardia costiera “libica” e i suoi referenti politici e militari. Materie su cui ormai il governo oppone il segreto ai fini della sicurezza nazionale. Come è successo nei numerosi procedimenti penali avviati dal 2017 (a partire dal caso Iuventa) e tutti archiviati o in via di archiviazione, ad ogni passaggio procedurale, e si vedrà nelle prossime udienze di merito, emergono elementi che si vorrebbero matenere “riservati”, materia per i servizi segreti, da non chiarire, per nascondere le gravissime responsabilità di chi continua a gestire il contrasto dell’immigrazione “illegale” nel Mediterraneo centrale, in violazione degli obblighi di soocorso e di sbarco in un porto sicuro imposti dal diritto internazionale. Con modalità che favoriscono intercettazioni che non sono “soccorsi” ma deportazioni verso campi di detenzione ancora controllati da milizie colluse con i trafficanti, come confermano, ancora di recente, i rapporti delle Nazioni Unite (UNSMIL) e la preoccupazione della Commissaria europea Johansson, che avverte come non ci si possa fidare dei guardiacoste libici.

Anche se si riferisce a fatti risalenti al 2019, il processo Open Arms/Salvini a Palermo, interamente registrato da Radio Radicale, completa un quadro che con gli anni diventa sempre più fosco,malgrado non siano più gli italiani a coordinare direttamente la sedicente Guardia costiera “libica”. Mentre il governo in carica vanta i suoi successi, le persone continuano a morire di abbandono in mare, se non vengono deportate in Libia verso centri nei quali, al di là delle milizie che li gestiscono, e delle dichiarazioni di qualche ministro, siano centri “governativi” o informali, domina un sistema violento di estorsioni quotidiane e di abusi “indicibili” che nessuna autorità libica è finora riuscita a contrastare. Ancora il 15 febbraio scorso il Delegato dell’ONU per la Libia si rivolgeva al Consiglio di Sicurezza “allarmato per le continue espulsioni collettive di migranti e rifugiati attraverso i confini tra la Libia e i paesi vicini”. Lo stesso ribadiva il suo appello “alle autorità di tutti i paesi interessati affinché pongano fine alle espulsioni forzate, che costituiscono violazioni del diritto internazionale”. E ribadiva le sue richieste “per il pieno accesso e indagini indipendenti su tutte le presunte violazioni e abusi nelle strutture di detenzione libiche dove la situazione è particolarmente grave”. Una situazione ancora attuale che i governi europei non possono ignorare quando continuano a coordinarsi con le diverse autorità libiche per intercettare in mare e riportare indietro chi fugge da quell’inferno. Una situazione di gravissimi abusi , estesa in tutto il territorio libico, senza nessuna esclusione, che priva di qualsiasi legittimità gli accordi, come il Trattato di Bengasi del 2008, i memorandum ed i protocolli operativi stipulati in passato con i libici. Quanto osserva la Corte di Cassazione con riferimento al 2018, che la Libia non garantisce porti di sbarco sicuri, è assolutamente attuale ancora oggi. Non si può dunque addurre come comportamento antigiuridico e presupposto per sanzioni pecuniarie e fermi amministrativi, la mancata obbedienza alle disposizioni impartite dalle autorità marittime libiche. Come si legge in tutti i più recenti provvedimenti di fermo amministrativo a carico delle navi umanitarie delle ONG. Navi bloccate in porto per settimane, mentre in alto mare le persone continuano a morire, o finiscono deportate in Libia. E dalla Libia scattano poi altre deportazioni di persone bloccate nel tentativo di raggiungere l’Italia, come quelle trasferite ieri al confine tra la Cirenaica con l’Egitto, in questo caso sotto il controllo delle milizie del generale Haftar, ma in accordo con le autorità di Tripoli, senza alcuna possibilità di fare valere una istanza di protezione internazionale, perchè la Libia non aderisce alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Forse sono gli effetti della intensa diplomazia italiana che ha costretto ministri ed agenti a fare la spola tra Tripoli, Bengasi ed Il Cairo, con l’intervallo di qualche vertice euroafricano a Roma. I soldi europei fanno gola a chi lucra sulla pelle dei migranti in fuga dall’inferno libico e dopo il Memorandum UE-Tunisia, un accordo simile sarebbe pronto con Al Sisi. Ma non si può parlare di deportazioni, è il Piano Mattei per l’Africa.

2. Il 27 marzo scorso il Tribunale di Ragusa ha disposto la sospensione del fermo amministrativo della nave Sea-Watch 5 riconoscendo come non vi sia stato, da parte della nave ONG, alcun illecito. Il Giudice ha potuto esaminare soltanto le prove presentate dalla ONG Sea-Watch accusata con motivazione ormai standard di avere disatteso le indicazioni della motovedetta Fezzan della sedicente guardia costiera libica. A sostegno di questa accusa, l’Avvocatura di Stato ha sostenuto di avere ricevuto prove documentali da parte di Frontex, prove che tuttavia, non sono state presentate o depositate e dunque non hanno assunto alcun rilievo. Dalla pronuncia di sospensiva adottata dal Tribunale di Ragusa si ricava che “nel provvedimento, “non è emerso quali indicazioni il centro per il soccorso marittimo avrebbe dato alla SW5, che quest’ultima non avrebbe rispettato”. Per quanto risulta, già prima del soccorso, “senza fornire motivo alcuno” la motovedetta Fezzan, a suo tempo ceduta dagli italiani, avrebbe intimato alla Sea Watch di cambiare rotta, salvo poi ignorare “ripetute richieste da parte della SW5, che comunicava di non potere cambiare rotta perché vi era il rischio di collisione con una nave mercantile che si trovava nelle vicinanze, la “BOS Apollo”. A questo punto, come riferito dalla stessa ONG “Sea Watch 5 ha informato il pattugliatore Fezzan, e così le autorità libiche, oltre che le autorità italiane e tedesche, di avere avvistato il barcone in distress e che si stava preparando per l’intervento di assistenza, senza ricevere alcuna disposizione contraria”. Ancora una volta era proprio l’avvicinamento successivo della motovedetta libica che determinava una situazione di pericolo, quando i naufraghi, intuendo che potevano essere riportati in Libia, erano già pronti a buttarsi in mare, pur di evitare di essere rinchiusi nei campi di detenzione nei quali avevano già subito tanti abusi. Una brutta sequenza di prassi operative in contrasto con le regole del soccorso in mare che nel Mediterraneo centrale si ripetono periodicamente dal 2017, anno della firma del Memorandum d’intesa tra Italia e governo di Tripoli. Tra le motivazioni più recenti che ricorrono nei provvedimenti di fermo amministrativo notificati ai comandanti delle navi umanitarie l’accusa di avere creato una situazione di pericolo per non avere interrotto le loro attività di ricerca e salvataggio, a seguito dell’arrivo della motovedetta libica di turno, in assenza di un vero coordinamento unificato dei soccorsi che le autorità di Tripoli con il loro centro congiunto di coordinamento (JRCC) non sono evidentemente in grado di garantire, senza il supporto continuo degli assetti aerei di Frontex, impegnati nel tracciamento delle imbarcazioni, e senza le comunicazioni comunque garantite dalla Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana (IMRCC) di Roma, su indicazione del Nucleo centrale di coordinamento interforze (NCC) del Ministero dell’interno.

In realtà la collaborazione con le autorità libiche (o tunisine) nel contrasto dell’immigrazione irregolare via mare deve essere in ogni caso subordinata alla salvaguardia del diritto alla vita, ed alla garanzia di sbarco in un porto sicuro (POS), nel quale i naufraghi non rischino di subire ulteriori trattatmenti disumani o degradanti e possano presentare formalmente una richiesta di protezione. Le operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali non dovrebbero essere coordinate da una autorità marittima di un paese che non può garantire porti sicuri di sbarco. Sono i paesi che possono garantire “porti sicuri di sbarco” che rimangono obbligati ad interventi di ricerca e soccorso anche al di fuori delle proprie zone SAR.

Dal provvedimento di sospensione cautelare del fermo amministrativo, adottato dal Tribunale di Crotone si ricavano le motivazioni ormai standardizzate adottate dalle autorità italiane per giustificare le sanzioni ed i provvedimenti accessori di blocco delle navi umanitarie. “In particolare, le autorità italiane su segnalazione di quelle libiche, contestano alla Humanity 1 di essere intervenuta in acque Sar libiche e di aver operato senza seguire il coordinamento del centro soccorsi competente; inoltre, sempre secondo la segnalazione dei libici, la nave che ha soccorso le persone in balia del mare su barchini di fortuna, avrebbe invece creato una situazione di pericolo mettendo a rischio l’incolumità dei migranti che si sono buttati in mare per andare verso i mezzi di soccorso della Humanity 1.”

Secondo il Tribunale di Crotone, la produzione documentale in atti risultava “idonea a ritenere prima facie astrattamente verosimile la doglianza di parte opponente in punto di travisamento dei fatti contestati” alla nave dell’ong tedesca. Il giudice Antonio Albenzio sottolineava anche “l’evidente compromissione allo svolgimento di indifferibili attività a carattere umanitario” e “l’apparente ingiustizia del provvedimento emesso”. L’udienza di discussione è stata fissata al 17 aprile.

Lo scorso 21 marzo la Geo Barents di Medici senza frontiere veniva bloccata in porto a Marina di Carrara dall’ennesimo provvedimento di fermo ammnistrativo disposto dalla locale Capitaneria di Porto, in applicazione del Decreto legge Piantedosi n.1/2023 (legge 15/2023), Ancora una volta, su evidente indirizzo ministeriale, le motivazioni del provvedimento di fermo amministrativo appaiono identiche. Come reso noto da Medici senza frontiere, “L’accusa è di aver impedito lo scorso 16 marzo il soccorso della Guardia Costiera libica che in realtà ha effettuato manovre che hanno messo in pericolo la vita delle persone. Un episodio che avevamo denunciato con le immagini messe a disposizione da Sea Bird 2 e le nostre riprese dal ponte”. La ONG ha annunciato ricorso al Tribunale civile di Massa. Le motivazioni del fermo amministrativo sono sempre le stesse: e consistono nel “mancato rispetto delle istruzioni della Guardia Costiera libica durante l’operazione di soccorso di sabato e perché avrebbe messo in pericolo la vita delle persone soccorse”.

In base al Decreto legge n.1 del 2023, convertito con modificazioni dalla L. 24 febbraio 2023, n. 15 (in G.U. 02/03/2023, n. 15)., le disposizioni dell’art.1 comma 2 del Decreto legge n.130 del 2020, relative al divieto di transito e sosta nelle acque territoriali non si applicano nelle ipotesi di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo nella cui area di responsabilita’ si svolge l’evento e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle predette autorita’, emesse sulla base degli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali in materia di diritto del mare, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali e delle norme nazionali, internazionali ed europee in materia di diritto di asilo, fermo restando quanto previsto dal Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalita’ transnazionale organizzata per combattere il traffico illecito di migranti via terra, via mare e via aria, reso esecutivo dalla legge 16 marzo 2006, n. 146. Ai fini del presente comma devono ricorrere congiuntamente le seguenti condizioni: a) la nave che effettua in via sistematica attivita’ di ricerca e soccorso in mare opera in conformita’ ad autorizzazioni o abilitazioni rilasciate dalle competenti autorita’ dello Stato di bandiera ed e’ in possesso dei requisiti di idoneita’ tecnico-nautica alla sicurezza della navigazione; b) sono state avviate tempestivamente iniziative volte a informare le persone prese a bordo della possibilita’ di richiedere la protezione internazionale e, in caso di interesse, a raccogliere i dati rilevanti da mettere a disposizione delle autorita’; c) e’ stata richiesta, nell’immediatezza dell’evento, l’assegnazione del porto di sbarco; d) il porto di sbarco assegnato dalle competenti autorita’ e’ raggiunto senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso; e) sono fornite alle autorita’ per la ricerca e il soccorso in mare italiane, ovvero, nel caso di assegnazione del porto di sbarco, alle autorita’ di pubblica sicurezza, le informazioni richieste ai fini dell’acquisizione di elementi relativi alla ricostruzione dettagliata dell’operazione di soccorso posta in essere; f) le modalita’ di ricerca e soccorso in mare da parte della nave non hanno concorso a creare situazioni di pericolo a bordo ne’ impedito di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco. 2-ter. Il transito e la sosta di navi nel mare territoriale sono comunque garantiti ai soli fini di assicurare il soccorso e l’assistenza a terra delle persone prese a bordo a tutela della loro incolumita’, fatta salva, in caso di violazione del provvedimento adottato ai sensi del comma 2, l’applicazione delle sanzioni di cui ai commi 2-quater e 2-quinquies. 2-quater.

Risulta evidente che quando il legislatore ha fatto riferimento a “situazioni di pericolo” si è riferito a “situazioni di pericolo” che si potevano creare “a bordo della nave soccorritrice, quando ad esempio questa avesse imbarcato un numero di naufraghi tale da comprometterne la sicurezza della navigazione, e non certo a situazioni di pericolo genericamente accertate in acque internazionali da parte di una autorità poco credibile di un paese terzo che non ha neppure una unica centrale di coordinamento dei soccorsi, e notoriamente compromessa con milizie che non garantiscono alcun rispetto dei diritti umani, come la sedicente Guardia costiera “libica”.

3. Se vedrà nel corso del procedimenti in sede civile di quali prove dispone i governo italiano, se mai verranno davvero esibite, per giustificare i provvedimenti sanzionatori ed i fermi amministrativi inflitti alle ONG, e quali sono gli attuali livelli della cooperazione operativa tra i guardiacoste che fanno capo al governo provvisorio di Tripoli, che controlla meno di un terzo della Libia, gli assetti dell’agenzia europea Frontex e le autorità italiane e maltesi. Non si può peraltro dimenticare il ruolo di nuovi attori politici e militari che sono presenti in Libia, soprattutto Egitto e Russia, in buoni rapporti con l’uomo forte della Cirenaica, con quel generale Haftar che, malgrado le visite lampo dei politici italiani, continua a perseguire una politica di forza minacciando il processo di riconciliazione nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite.

Di certo le violenze commesse dalla sedicente Guardia costiera libica si ripetono da anni, ma si sono intensificate in quest’ultimo periodo, soprattutto dopo la “sterilizzazione” della missione Nauras in Libia, che fino al 2020 garantiva il coordinamento e l’assistenza alle motovedette tripoline, come riconosciuto anche dai giudici italiani, e l’arrivo dei militari turchi, che da quell’anno, dopo avere salvato Tripoli dall’attacco del generale Haftar, hanno preso il controllo di buona parte delle coste della Tripolitania.

Nel 2021 l’ex ministro della difesa Guerini, con riferimento agli anni precedenti, confermava in una dichiarazione alla Camera dei deputati il ruolo della nave della Marina militare presente a rotazione nel porto di Tripoli nel quadro della missione Nauras dell’operazione Mare sicuro. Guerini affermava checirca il nostro ruolo nei confronti della Guardia costiera libica e relativamente all’attività dell’unità navale di Mare Sicuro ormeggiata a Tripoli, come ho avuto modo di evidenziare, la stessa svolge attività di addestramento e supporto alla manutenzione dei mezzi navali libici e ha contribuito allo sviluppo di una capacità di comando e controllo dei propri mezzi da parte della Marina libica. Relativamente all’eventuale coinvolgimento di questa unità e del personale in esse impegnato nella condotta dell’attività SAR (search and rescue) da parte della Guardia costiera libica di alcuni anni fa, come evidenziato nella mia relazione, fino al 2 luglio 2020 a bordo della nave erano resi disponibili sistemi di comunicazione per l’attività di coordinamento operativo. Più nello specifico veniva attivato un Libyan navy communication center, con la possibilità di fruire di strumenti, come ad esempio utenze telefoniche abilitate alle chiamate internazionali, capacità fax e e-mail per inoltrare e riceve le segnalazioni inerenti gli eventi SAR, apparati per la comunicazione VHF (very high frequency) e HF (high frequency) per esercitare il controllo in mare dei propri assetti navali. Sostanzialmente, a bordo della nave si recava un ufficiale di collegamento libico che, sfruttando i citati sistemi di supporto, svolgeva le attività secondo le direttive ricevute dalle autorità libiche. Questo ufficiale di collegamento, secondo le direttive ricevute, compilava e firmava un fax di segnalazioni per comunicare agli enti limitrofi – per l’Italia l’MRCC (Maritime rescue coordination centre) di Roma – l’assunzione della responsabilità degli eventi nonché successivi aggiornamenti. Nessuna comunicazione veniva fatta dal personale italiano. Come ho detto, a partire dal 3 luglio 2020 tutte le attività operative libiche sono condotte dalla Guardia costiera libica attraverso l’utilizzo di proprie infrastrutture e capacità di comunicazione ubicate a terra, senza alcun coinvolgimento di personale italiano”. Dopo l’accertamento del coordinamento italiano delle attività di intercettazione in acque internazionali, contenuto in una sentenza del GIP di Catania nel caso Open Arms nel marzo del 2018, restava così confermato, almeno fino a luglio del 2020 il sostanziale coordinamento italiano delle operazioni di ricerca e salvataggio ( in realtà vere e proprie intercettazioni) operate dai libici in acque internazionali.

Malgrado la missione a Tripoli di una nave militare italiana, alla fine del 2021, con l’invio di strutture e attrezzature per la creazione di una Centrale di coordinamento dei soccorsi a Tripoli (MRCC), condizione essenziale per il riconoscimento effettivo di una zona di ricerca e salvataggio (SAR) “libica”, ad oggi, se manca il coordinamento garantito da Frontex e dalle centrali (MRCC) europee, i libici non arrivano in tempo per salvare naufraghi. Ed anzi il loro tardivo arrivo interrompe ancora oggi atività SAR (di ricerca e salvataggio) già in atto e mette a rischio vite, come si è verificato nel caso dei soccorsi operati in acque internazionali dalla Sea Eye 4. sottoposta a fermo dopo il suo arrivo nel porto di Reggio Calabria. Copione identico anche nel caso del soccorso a cui è seguto il fermo ammistrativo inflitto alla nave Mare Ionio di Mediterranea. Per il governo italiano sembra irrilevante il mancato rispetto degli standard internazionali ed europei minimi di protezione delle persone recuperate in mare e sbarcate in Libia, paese che, nella sua frammentazione militare e territoriale, ancora oggi non garantisce porti sicuri (POS-Place of safety). E neppure sembra assumere rilievo l’esistenza di una pluralità di autorità marittime che in Libia si contendono la sorveglianza delle frontiere marittime, con un cospicuo supporto economico da parte dell’Unione europrea, come la GACS (General Administration of Coastal Security.assistita anche dai maltesi, e la LCG (Libyan Coast Guard) e le indagini su alcuni comandanti collusi da anni con le milizie che trafficano esseri umani. Comandanti malgrado tutto ancora ai loro posti ed anzi promossi dal governo Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale.  Già nel 2019, l’OIM, presente in alcuni punti di sbarco in Libia in quel periodo, smentiva le rassicurazioni fornite dalla Commissione europea e da Frontex, e denunciava la presenza di trafficanti nei centri di detenzione e la sparizione dei migranti dopo la loro deportazione in Libia a seguito di eventi di soccorso, Come le più recenti denunce continuano a confermare. Ormai le violenze della sedicente Guardia costiera libica ai danni dei naufraghi intercettati in acque internazionali sono diventate una prassi che non può essere ignorata dai paesi che dotano di motovedette il governo di Tripoli e forniscono strumenti avanzati di assistenza e coordinamento operativo.

Adesso sembra prevalere la dimensione “aerea” e informatica della collaborazione con i libici, soprattutto per il ruolo mediato da Frontex, con i tracciamenti comunicati in tempo reale a Tripoli, ma sono proprio gli ultimi fermi amministrativi a confermare una stretta coopareazione operativa tra Italia e guardia costiera” libica” sul piano delle comunicazioni, tanto da assegnare alle autorità di un paese terzo, che neppure aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, poteri di qualificazione e di criminalizzazione dei soccorsi operati in acque internazionali dalle navi del soccorso civile. Comunicazioni provenienti dai libici di cui i provvedimenti, adottati dagli organi periferici del ministero dell’interno e del ministero delle infrastrutture, tengono direttamente conto, come motivazione standardizzata per applicare le sanzioni pecuniarie ed i fermi amministrativi previsti dal decreto Piantedosi (legge n.15/2023), senza alcuna ulteriore istruttoria, senza altre motivazioni, che non siano quelle ricevute direttamente dai guardiacoste tripolini. Dopo l’emersione del ruolo di Frontex nel tracciamento e nella segnalazione degli eventi di soccorso nella zona SAR “libica” nelle motivazioni del provvedimento di fermo amministrativo della Ocean Viking di SOS Mediterraneè sospeso dal Tribunale di Brindisi, nel più recente provvedimento di fermo amministrativo riguardante il rimorchiatore Mare Ionio di Mediterranea, le autorità italiane si limitano a richiamare le comunicazioni ricevute dalle autorità libiche, sulla presunta “disobbedienza” della nave agli ordini provenienti dal guardiacoste libico che interveniva sparando numerosi colpi di arma da fuoco, quando già le attività di soccorso erano avviate. Gli elementi di illegittimità dei provvedimenti di fermo amministrativo per carenza, contraddizione, o mera apparenza di motivazione ormai non si contano più.

4. Appare ancora oggi evidente come la Libia non possa garantire porti sicuri di sbarco.In base alla Risoluzione IMO 167/78 del 2004 che Malta non ha ratificato, lasciando cosi’ intatta la responsabilità italiana nella zona Sar maltese ” si deve riconoscere il principio del Centro di coordinamento di «primo contatto» stabilendo che (punto 6.7) «Se del caso, il primo RCC contattato dovrebbe iniziare immediatamente gli sforzi per il trasferimento del caso al RCC responsabile della regione in cui l’assistenza viene prestata. Quando il RCC responsabile della regione SAR in cui è necessaria assistenza è informato della situazione dovrebbe immediatamente assumersi la responsabilità di coordinare gli sforzi di salvataggio, poiché le responsabilità correlate, comprese le disposizioni relative a un luogo sicuro per i sopravvissuti, cadono principalmente sul governo responsabile di quella regione. Il primo RCC, tuttavia, è responsabile per aver coordinato il caso fino a quando l’RCC o altra autorità competente non ne assumerà la responsabilità“. Lo stesso principio è ribadito dal paragrafo 3.6.1 del Manuale IAMSAR, Vol. 1, dove si prevede che un RCC (Rescue Coordination Center) dopo la ricezione di una chiamata di soccorso, diventa responsabile nella gestione delle relative operazioni SAR, fino a quando altra autorità competente non assuma il coordinamento.

Il paragrafo 240 del Piano SAR nazionale, relativo ad azioni all’esterno dell’area di interesse dell’IMRCC afferma che il Comando centrale del Corpo della Guardia costiera italiana (IMRCC) deve mantenere i contatti con i MRCC stranieri chiamati ad operare per la ricerca e soccorso nelle aree di rispettiva competenza. Più avanti si prevede che lo stesso IMRCC coordina le azioni a favore di mezzi e persone in pericolo in tutti i casi in cui agisca in qualità di primo Centro di coordinamento dei soccorsi (MRCC) informato dell’evento, dunque fino a quando il Centro di coordinamento competente o altro MRCC possa meglio assistere e assumere il coordinamento delle operazioni SAR. In base al paragrafo 310 dello stesso Piano SAR nazionale, “tutti i soggetti pubblici o privati che comunque abbiano conoscenza di notizie relative ad una nave o persona in pericolo in mare, fermo restando l’obbligatorietà dell’immediato soccorso (cfr. paragrafo 160), devono ai sensi dell’art. 4.2.3 dell’Annesso alla Convenzione di Amburgo e per gli effetti degli artt. 69 e 70 C.N., darne immediata comunicazione all’Organizzazione SAR marittima competente”.

Come richiamato dai giudici del Tribunale dei ministri di Palermo nel caso Open Arms/Salvini, “deve escludersi che lo Stato di “primo contatto” si identifichi con quello di bandiera della nave che ha provveduto al salvataggio; tale individuazione, invero, confligge innanzitutto con la stessa lettera del testo normativo di riferimento (Risoluzione MSC 167-78), che al punto 6.7 fa esplicito riferimento al “primo RCC contattato”, esigendo, dunque che il “contatto” sia realizzato con il Centro di coordinamento per le attività di ricerca e soccorso costituito, in ottemperanza alle linee guida IMO, presso ogni Stato aderente alle Convenzioni in materia; essa, poi, appare incoerente con lo scopo perseguito dalle richiamate linee guida (criterio ermeneutico, questo, di primaria rilevanza nell’applicazione dei Trattati e delle Convenzioni internazionali), scopo che, come s’è detto, consiste nel far sì che la collaborazione degli Stati converga verso il risultato di consentire alle persone soccorse di raggiungere quanto prima un posto sicuro, arrecando alla nave soccorritrice il minimo sacrificio possibile”. Una volta che abbiano ricevuto la segnalazione di un evento di soccorso, le autorità italiane non possono sottrarsi al coordinamento delle operazioni SAR fino a quando non sia certo l’intervento di un mezzo che possa garantire le attività di ricerca e salvataggio che in base alle Convenzioni internazionali si concludono soltanto con lo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro. Le sentenze della Corte di Cassazione sul caso Rackete (n.6626/2020) e le numerose archiviazioni dei procedimenti penali intentati contro le ONG impediscono di considerare quelli che sono eventi di ricerca e salvataggio (SAR) come meri “eventi di immigrazione illegale”, come li qualifica spesso il ministero dell’interno, situazioni nelle quali le persone a bordo dei barconi partiti dalla Libia o dalla Tunisia si trovano già in distress (pericolo grave ed attuale) conclamato, di fronte alle quali non ci si può limitare alla mera comunicazione, al comandante della nave soccorritrice, della competenza delle autorità libiche per coordinare gli interventi di soccorso.

5. Le prossime udienze “di merito” nei tribunali italiani, nelle quali si discuterà della legittimità delle misure di fermo amministrativo adottate nei confronti delle ONG, saranno dunque di grande importanza, non solo per il loro esito. Comunque permetteranno di svelare la fitta rete di complicità che collega le autorità libiche delle diverse fazioni, ancora in lotta tra loro, con le autorità marittime, militari e politiche italiane ed europee. Gli effetti applicativi delle norme di legge sono un importante parametro per verificare la compatibilità con il dettato della Costituzione e la legittimità degli accordi internazionali e delle prassi che ne derivano.

Potrebbe intervenire comunque la Corte costituzionale italiana a valutare la legittimità del Decreto Piantedosi (legge 15/2023), mentre purtroppo le istituzioni europee e i Tribunali internazionali, soprattutto la Corte europea dei diritti dell’Uomo, segnano un grave passo indietro nella tutela delle persone che tentano la traversate del Mediterraneo per l’unico canale che rimane ancora aperto, lasciandosi alle spalle soprusi e violenze di ogni genere. I giudici della Corte europea dei diritti dell’Uomo richiedono ormai livelli irraggiungibili di prove per i richiedenti asilo che reclamano giustizia per gli abusi subiti nei respingimenti collettivi in mare, come afferma Iftach Cohen, avvocato di Frontlex, un’organizzazione della società civile con sede in Olanda, che ha citato in giudizio Frontex, l’agenzia di frontiera dell’UE. per i respingimenti collettivi illegali in Egeo, e “ciò dimostra quanto siano davvero antagonisti nei confronti dei rarissimi casi portati avanti dalle vittime di violazioni dei diritti umani alle frontiere esterne dell’UE”. Sembra che le persone che si trovano nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale in situazioni di grave pericolo possano trovarsi al di fuori di una qualsiasi giurisdizione che ne garantisca almeno i diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita. Dunque nessuna sanzione, nessuno Stato responsabile, per le continue violazioni che subiscono ?

In ogni caso, le autorità italiane si nascondono sistematicamente dietro la questione della giurisdizione esclusiva che spetterebbe ai libici nella loro zona di ricerca e salvataggio (SAR) anche se in Libia non esiste uno Stato unitario e tantomeno una Guardia costiera unificata che rispetti gli obblighi di soccorso previsti dalle Convenzioni internazionali, fino allo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro. Le zone Sar sono zone di responsabilità condivisa tra Stati costieri che hanno precisi obblighi di ricerca, salvataggio e sbarco in un porto sicuro, in base alle Cinvenzioni internazionali, non sono aree di giurisdizione esclusiva o di sovranità nazionale. E nessuna impunità potrà essere garantita a lungo a chi si nasconde dietro la logica della esternalizzazione e la politica degli accordi bilaterali.

Per quanto riguarda l’esercizio da parte di uno Stato della propria giurisdizione in alto mare, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha già affermato che la specificità del contesto marittimo non può portare a sancire uno spazio di non diritto all’interno del quale gli individui non sarebbero soggetti ad alcun regime giuridico che possa accordare loro il godimento dei diritti e delle garanzie previsti dalla Convenzione e che gli Stati si sono impegnati a riconoscere alle persone poste sotto la loro giurisdizione (Medvedyev (ed altri c. Francia ((GC), n. 3394/03, 29 marzo 2010) par. 81). Le zone SAR non sono aree di giurisdizione, ma di responsabilità. E gli Stati costieri sono obbligati a coordinarsi. In base ale Convenzioni internazionali di diritto del mare, lo svolgimento doveroso di una attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali può radicare la giurisdizione dello Stato di bandiera della nave o delle autorità nazionali che coordinano effettivamente le attività di ricerca e salvataggio, che si concludono soltanto con lo sbarco in un porto sicuro, come ha affermato la CEDU nel caso Hirsi, condannando nel 2012 l’Italia per i respingimenti collettivi in Libia, eseguiti con una motovedetta della Guardia di finanza. Se uno Stato costiero partecipa al coordinamento o assume in prima battuta il coordinamento di una attività SAR in acque internazionali, condivide o esercita una giurisdizione effettiva sui naufraghi da soccorrere in alto mare, anche al di fuori della zona SAR di propria competenza. Per questa fondamentale ragione gli Stati costieri non possono delegare ad autorità di paesi terzi che non garantiscono l’effettivo rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, attività di contrasto dell’immigrazione irregolare in acque internazionali che si rivolgono a persone che si trovano a bordo di imbarcazioni in condizioni di “distress“, e che dunque vanno immediatamente soccorse e sbarcate in un porto sicuro (pace of safety-POS), che oggi nè la Libia, nella sua attuale frammentazione politica e militare, nè la Tunisia, per i respingimenti collettivi che sta eseguendo, possono garantire.

Alla vigilia di una stagione che registra già un nuovo aumento delle partenze dalla Libia (e dalla Tunisia), malgrado gli sforzi di contenimento operati dai governi europei, ed in particolare dal governo italiano che, con la copertura dell’Unione europea, hanno stretto accordi con regimi, milizie e governi che non rispettano i diritti umani, e non garantiscono gli obblighi di soccorso, lo svelamento dele responsabilità e delle complicità con i libici delle diverse fazioni, se poi seguissero le condanne in sede giurisdizionale, interna o internazionale, potrebbe contribuire a salvare migliaia di vite, altrimenti vittime di abbandono in mare, o di gravissimi abusi, una volta riportati a terra dalla sedicente Guardia costiera “libica”.

I provvedimenti di fermo amministrativo adottati sulla base di motivazioni che fanno riferimento alla mancata uniformazione rispetto alle indicazioni provenienti dalla Centrale di coordinamento della sedicente Guardia costiera libica (JRCC) non sono legittimi, ammesso che sia dimostrato un effettivo coordinamento dei soccorsi in acque internazionali da parte delle autorità libiche, perchè, al di lù della carenza di motivazione e di documentazione, fin qui rilevabile nei diversi provvedimenti dei Tribunali che ne hanno sospeso l’efficacia, sono frutto di una interpretazione, e quindi di una applicazione della legge vigente che contrasta con importanti principi costituzionali (art. 2,3,10,13,117), eurounitari (come desumibili dal Regolamento UE su Frontex n.656 del 2014), e internazionali, come il divieto di espulsioni collettive affermato (oltre che dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali UE), dall’art.4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU. e come l’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 (divieto di respingimento).


NAZIONI UNITE

Il rapporto di INDEPENDENT FACT FINDING MISSION del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani

[Migranti] Paragrafo 40. Più di 670.000 migranti provenienti da oltre 41 Paesi erano presenti in Libia durante l’ultimo periodo di estensione del mandato, e il numero di migranti in Libia è in aumento dal 2021. La Libia funge da punto di partenza e di transito per molte delle persone dirette in Europa. Tutti i migranti intervistati hanno raccontato in modo simile di un ciclo di violenza ripugnante. Il ciclo è iniziato con l’ingresso dei migranti in Libia, spesso con il coinvolgimento di contrabbandieri, e ha portato alla loro cattura, alla ricattura e a ripetuti trasferimenti in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali, senza ricorso al controllo giudiziario. La discriminazione razziale nei confronti dei migranti è stata una corrente persistente in tutti i casi documentati dalla Missione.

Paragrafo 41. La Missione ha intervistato più di 100 migranti nel corso delle sue indagini, anche in casi di presunta tratta e privazione della libertà per riscatto in relazione al contrabbando e alla tratta. La Missione ha stabilito, sulla base di queste prove, che ci sono ragionevoli motivi per credere che i migranti in Libia siano vittime di crimini contro l’umanità e che atti di omicidio, sparizione forzata, tortura, riduzione in schiavitù, violenza sessuale, stupro e altri atti disumani siano commessi in relazione alla loro detenzione arbitraria. La Missione ha inoltre concluso una valutazione olistica di tutte le prove raccolte e ha trovato ragionevoli motivi per credere che il crimine contro l’umanità della schiavitù sessuale, precedentemente non segnalato dalla Missione, sia stato commesso nei centri di traffico di Bani Walid e Sabratah durante il mandato della Missione.

Paragrafo 42. I casi indagati dalla Missione durante il periodo di riferimento hanno confermato l’esistenza di ragionevoli motivi per ritenere che gli atti alla base dei crimini contro l’umanità siano stati commessi nei centri di detenzione della Direzione per la lotta alla migrazione illegale a Tariq al-Matar, Abu Salim, Ayn Zarah, Abu Isa, Gharyan, Tariq al-Sikka, Mabani, Salah al-Din e Zawiyah, nonché nei luoghi di detenzione non ufficiali di al-Shwarif, Bani Walid, Sabratah, Zuwarah e Sabha. La Missione ha identificato un ruolo particolarmente significativo svolto dall’Apparato di Supporto alla Stabilità nei crimini contro l’umanità attraverso la loro cooperazione con la Guardia Costiera libica a Zawiyah e il loro controllo dei centri di detenzione di Abu Salim e Ayn Zarah.

Paragrafo 43. La Direzione per la lotta alla migrazione illegale è l’entità ufficiale del ministero dell’Interno libico responsabile dei centri di detenzione per migranti in tutta la Libia. Il Consiglio dei ministri del governo di unità nazionale ha nominato Mohamed al-Khoja, capo della milizia al-Khoja e del centro di detenzione di Tariq al-Sikka, a capo della Direzione per la lotta alla migrazione illegale nel gennaio 2022. L’Apparato di sostegno alla stabilità è stato istituito nel gennaio 2021 dal Consiglio presidenziale. È composto da un’alleanza di gruppi armati ed è guidato dal leader della milizia Abdel Ghani al-Kikli, noto anche come “Ghneiwa”.

Paragrafo 44. Il carattere continuo, sistematico e diffuso dei crimini documentati dalla Missione suggerisce fortemente che il personale e i funzionari della Direzione per la lotta alla migrazione illegale, a tutti i livelli, sono coinvolti. Inoltre, la Missione ha trovato ragionevoli motivi per ritenere che il personale di alto livello della Guardia costiera libica, dell’Apparato di sostegno alla stabilità e della Direzione per la lotta alla migrazione illegale abbia colluso con trafficanti e contrabbandieri, che sarebbero collegati a gruppi di miliziani, nel contesto dell’intercettazione e della privazione della libertà dei migranti. La Missione ha anche trovato ragionevoli motivi per credere che le guardie abbiano chiesto e ricevuto pagamenti per il rilascio dei migranti. La tratta, la riduzione in schiavitù, il lavoro forzato, la detenzione, l’estorsione e il contrabbando hanno generato entrate significative per individui, gruppi e istituzioni statali.

Paragrafo 45. La Missione ha anche raccolto prove di collusione tra la Guardia costiera libica e i responsabili del centro di detenzione di al-Nasr a Zawiyah. Abd al-Rahman al-Milad, noto anche come “Bija”, il capo dell’unità regionale della Guardia costiera libica a Zawiyah, è nella lista delle sanzioni del Consiglio di sicurezza per il coinvolgimento in traffici e contrabbando.

Paragrafo 46. Le autorità libiche, tra cui la Direzione per la lotta alla migrazione illegale, la Guardia costiera libica e l’Apparato di sostegno alla stabilità, e gli Stati terzi sono stati informati per anni dei continui attacchi diffusi e sistematici contro i migranti, comprese le violazioni che si verificano in mare, nei centri di detenzione, lungo le rotte del traffico e del contrabbando e nei centri di smistamento dei trafficanti. Ciononostante, in conformità con i protocolli d’intesa tra la Libia e gli Stati terzi, le autorità libiche hanno continuato la loro politica di intercettazione e di rimpatrio dei migranti in Libia, dove riprendono i maltrattamenti. Sulla base delle prove sostanziali e dei rapporti presentati, la Missione ha motivo di credere che l’Unione Europea e i suoi Stati membri, direttamente o indirettamente, abbiano fornito sostegno monetario e tecnico e attrezzature, come imbarcazioni, alla Guardia costiera libica e alla Direzione per la lotta alla migrazione illegale che sono state utilizzate nel contesto dell’intercettazione e della detenzione dei migranti.

Paragrafo 47. Gli intervistati che sono sfuggiti alla prigionia e hanno tentato di raggiungere l’Europa hanno infine cercato di attraversare il Mar Mediterraneo. Secondo le parole di un migrante detenuto nei centri di detenzione di Maya, Ayn Zarah e Gharyan, “la nostra preoccupazione non è quella di morire in acqua, ma quella di tornare in prigione dove saremo oppressi e torturati dalle guardie”. Il controllo dell’immigrazione da parte della Libia e degli Stati europei deve essere esercitato nel rispetto dei loro obblighi di diritto internazionale, in particolare del principio di non respingimento, e in conformità con il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare.

[La tortura] Paragrafo 48. Esistono prove schiaccianti che i migranti sono stati sistematicamente torturati nei centri di detenzione sotto il controllo nominale o effettivo della Direzione per la lotta alla migrazione illegale, tra cui Tariq al-Matar, Tariq al-Sikka, Abu Isa e Gharyan. La Missione ha inoltre riscontrato prove di tortura nei centri di traffico di Bani Walid e Sabratha. Gli spaventosi maltrattamenti subiti dai migranti hanno provocato danni fisici ed emotivi a lungo termine.

Paragrafo 49. Sono stati segnalati alla Missione i suicidi tra i migranti, che possono essere un’indicazione di tortura. In un caso documentato, un ragazzo, presumibilmente torturato e affetto da forti mal di testa, si è impiccato ad Ayn Zarah. Il suo corpo senza vita è stato lasciato appeso davanti ad altri migranti per almeno un giorno e mezzo prima di essere tolto. Un testimone ha raccontato che le guardie hanno ordinato loro di non scattare foto.

[Stupro] Paragrafo 50. La Missione ha parlato con numerosi sopravvissuti e testimoni di stupri. Su questa base, ha trovato ragionevoli motivi per credere che lo stupro come crimine contro l’umanità sia stato commesso nei luoghi di detenzione di Mabani, al-Shwarif, Zuwarah, Sabratha, Sabha e Bani Walid. I migranti sono stati regolarmente violentati; un testimone maschio ha descritto come “durante le notti, le guardie [di Bani Walid]vengono al buio con la torcia e si avvicinano alle donne, ne scelgono una e la violentano. Ci ordinano di dormire e di coprirci con il materasso mentre portano via la donna”. Le gravidanze sono un esito comune dello stupro e i migranti hanno riferito di aver visto donne partorire in detenzione senza assistenza medica professionale.

Paragrafo 51. Le migranti sopravvissute hanno dovuto affrontare sfide insormontabili per accedere a servizi di salute sessuale e riproduttiva sicuri e adeguati e a programmi di assistenza che potessero offrire loro protezione e affrontare i danni inflitti e le conseguenti gravidanze e nascite. Poiché l’ingresso e il soggiorno irregolare dei migranti è criminalizzato in Libia, le migranti sopravvissute rischiano di essere perseguite e punite se si rivolgono alle autorità e alle strutture mediche libiche.

[Riduzione in schiavitù, anche sessuale] Paragrafo 52. Vi sono ragionevoli motivi per ritenere che i migranti siano stati ridotti in schiavitù nei centri di detenzione della Direzione per la lotta alla migrazione illegale ad Abu Salim, Zawiyah e Mabani, nonché nei luoghi di detenzione di al-Shwarif, Bani Walid, Sabratah, Zuwarah e Sabha. La Missione ha ritenuto che la schiavitù, compresa quella sessuale, si sia verificata quando, ad esempio, vi era un elemento di proprietà o vi erano azioni che imponevano una simile privazione della libertà. La Missione ha rilevato che la schiavitù sessuale è stata commessa a Sabratah e Bani Walid.

[Altri atti inumani, tra cui la morte per fame] Paragrafo 53. I migranti sono stati tenuti in condizioni disumane e gravemente maltrattati nei centri della Direzione per la lotta alla migrazione illegale e dai trafficanti. Un numero enorme di migranti ha testimoniato la mancanza di materassi e di posti letto, il sovraffollamento, la grave carenza di servizi igienici, la continua presenza di insetti striscianti come i pidocchi, quantità e qualità inadeguate di cibo e acqua e la mancanza di cure mediche. I migranti che hanno parlato con la Missione hanno descritto come i migranti fossero spesso affamati nei luoghi di detenzione.


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