Una questione di costituzionalità sul Decreto”Piantedosi”(legge 15/2023)

di Fulvio Vassallo Paleologo

Abstract

Il Tribunale di Brindisi nell’udienza del 14 marzo 2024, sul ricorso presentato dalla ONG Sos Mediterranèe avverso un provvedimento di fermo amministrativo per venti giorni della nave Ocean Viking, per presunte violazioni del decreto legge Piantedosi, ha prospettato la possibilità di sollevare una serie di questioni di costituzionalità con riferimento alla norma del Decreto legge n.1/2023 (legge 15/2023), che prevede una sanzione pecuniaria ed il fermo amministrativo di navi civili che abbiano operato soccorsi in acque internazionali, senza rispettare una serie di condizioni indicate dalla legge. Le violazioni contestate riguardavano, come per analoghi provvedimenti di fermo aministrativo adottati nei confronti di navi delle ONG che operavano attività di ricerca e salvataggio (SAR) in acque internazionali, il mancato rispetto delle indicazioni della Guardia Costiera libica e il divieto di effettuare salvataggi multipli.

In base al Decreto legge n.1 del 2023, convertito con modificazioni dalla L. 24 febbraio 2023, n. 15 (in G.U. 02/03/2023, n. 15), le disposizioni dell’art.1 comma 2 del Decreto legge n.130 del 2020, relative al divieto di transito e sosta nelle acque territoriali “non si applicano nelle ipotesi di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo nella cui area di responsabilita’ si svolge l’evento e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle predette autorita’, emesse sulla base degli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali in materia di diritto del mare, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali e delle norme nazionali, internazionali ed europee in materia di diritto di asilo, fermo restando quanto previsto dal Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalita’ transnazionale organizzata per combattere il traffico illecito di migranti via terra, via mare e via aria, reso esecutivo dalla legge 16 marzo 2006, n. 146.  Fuori dei casi in cui e’ stato adottato il provvedimento di limite o divieto di cui transito o sosta nelle acque territoriali, “quando il comandante della nave o l’armatore non fornisce le informazioni richieste dalla competente autorita’ nazionale per la ricerca e il soccorso in mare o non si uniforma alle indicazioni della medesima autorita’, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 2.000 a euro 10.000. Alla contestazione della violazione consegue l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo per venti giorni della nave utilizzata per commettere la violazione”.

La collaborazione con le autorità libiche (o tunisine) nel contrasto dell’immigrazione irregolare via mare deve essere in ogni caso subordinata alla salvaguardia del diritto alla vita, ed alla garanzia di sbarco in un porto sicuro (POS), nel quale i naufraghi non rischino di subire ulteriori trattatmenti disumani o degradanti e possano presentare formalmente una richiesta di protezione. Non sono ammissibili trattamenti discriminatori in base alla natura militare o civile della nave soccorritrice, o della bandiera che batte, o ancora per il carattere continuativo delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali che questa opera. Pur nel rispetto dei principi di sovranità statale riconosciuti dalla Corte costituzionale, appare irragionevole una scelta legislativa che assegna di fatto ad autorità di un paese terzo che non rispetta i diritti fondamentali della persona umana e gli obblighi di salvataggio in mare, fino allo sbarco in un porto sicuro, il potere di qualificare come antigiuridico, e dunque sanzionabile in territorio italiano, il comportamento del comandante della nave che in acque internazionali adempie ad obblighi inderogabili di ricerca e salvataggio. Il dovere di soccorrere i naufraghi non si esaurisce con le operazioni di assistenza in mare ma implica anche l’effettivo sbarco di tutte le persone soccorse in un porto sicuro. Tale obbligo, per il capitano della nave soccorritrice, è espressamente previsto dalle linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare, stilate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) nel 2004 (Risoluzione MSC 167 (78)).

La Libia (e la Tunisia) , ammesso che pure rispondano alle chiamate di soccorso, non possono garantire porti di sbarco sicuri, nonostante gli sforzi diplomatici italiani, e dunque non possono essere designate come autorità competenti a gestire e coordinare attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. In proposito basti il rinvio alle posizioni ed alle Linee guida sui socorsi in mare formulate dalle Nazioni Unite nel 2017 e ribadite con un documento nel dicembre del 2022, per non parlare dei rapporti internazionali (AmnestyHuman Rights Watch) che segnalano in questi paesi attuali violazioni dei diritti dei migranti ed il mancato riconoscimento effettivo del diritto di asilo, con una diffusa violazione del divieto di trattenimento arbitrario e con casi sempre più numerosi di respingimento collettivo illegale.

In particolare, il quadro attuale della situazione dei migranti in Libia, fornito dalle Nazioni Unite conferma che la situazione di gravi e diffuse violazioni dei diritti umani rilevata dalla Corte di Cassazione nella pronuncia sul caso ASSO 28, che si riferiva al 2018, persiste ancora oggi, come si può ricavare peraltro da aggiornati rapporti internazionali e da documentate indagini giornalistiche che hanno raccolto dati incontrovertibili dalle vittime, testimoni diretti degli abusi subiti in Libia, anche dopo la intercettazione in mare da parte della sedicente Guardia costiera libica.

Al di là delle questioni di costituzionalità già sollevate, o che saranno sollevate dai Tribunali civili che si stanno occupando di fermi amministrativi imposti alle navi delle ONG, dopo avere ottemperato agli obblighi ri ricerca e salvataggio in alto mare fissati dalle Convenzioni internazionali, vorremmo mettere in evidenza una questione di costituzionalità del Decreto legge “Piantedosi” n.1/2023, poi convertito nella legge n.15 del 2023, che si lega strettamente alla discussa legittimià dei Memorandum e dei protocolli d’intesa con le autorità libiche (ed in parte anche tunisine), con disposizioni di legge che meriterebbero un intervento abrogativo da parte della Corte Costituzionale, con riferimento alle norme del Decreto legge Piantedosi n.1 del 2023 che impongono il coordinamento dei soccorsi da parte delle “autorità competenti” in base alla ripartizione delle zone di ricerca e salvataggio del Mediterraneo centrale comunicata all’IMO (Organizzazione internazionale del mare).

La normativa italiana, in particolare l’art. 1, comma 2 sexies, del decreto legge n. 1/2023, aggiunto all’art.1 del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173, con l’ultimo aggiornamento introdotto dal Decreto legge Piantedosi n.1 del 2023 (legge n.15 del 2023) sulla possibilità di sanzione e di fermo amministrativo per il mancato rispetto del coordinamento imposto in acque internazionali dalle “autorità competenti”, in base alla suddivisione delle zone SAR (ricerca e salvataggio) nel Mediterraneo centrale, appare in insanabile contrasto con i precetti costituzionali che impongono il rispetto dei diritti fondamentali della persona (art.2), vietano discriminazioni (art.3) riconoscono come diritto soggettivo perfetto il diritto di asilo (art.10), con una tutela rafforzata del diritto di difesa e dei diritti dei minori, imponendo un rapporto gerarchico delle fonti (agli articoli 10, 11 e 117) che assoggetta le leggi nazionali al rispetto delle Convenzioni internazionali e della normativa euro-unitaria di carattere cogente (come ad esempio il Regolamento dell’Unione Europea sulla sorveglianza delle frontiere marittime n.656/2014, che fanno espresso rinvio alle Convenzioni internazionali in materia di soccorsi in mare e diritto dei rifugiati).

Le operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali non dovrebbero essere coordinate da una autorità marittima di un paese che non può garantire porti sicuri di sbarco. Sono i paesi che possono garantire “porti sicuri di sbarco” che rimangono obbligati ad interventi di ricerca e soccorso anche al di fuori delle proprie zone SAR.  Non si può ammettere che per il gioco incrociato del riconoscimento di enormi zone SAR (di ricerca e soccorso) attribuite per ragioni politiche ed economiche alla Libia (ed a Malta), con gli accordi bilaterali che legano questi paesi tra loro ed all’Italia, sotto l’occhio vigile di Frontex, ci siano persone abbandonate in acque internazionali su imbarcazioni fatiscenti prive di bandiera, in situazione di grave pericolo (distress), ma che siano sottratte a qualsiasi giurisdizone, e poi abbandonate a milizie che nessuna autorità statale riesce a controllare, dunque persone i cui diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita, non potrebbero trovare tutela davanti a nessuna giurisdizione.

In ogni caso, se si vuole ancora attribuire effettività alle fonti normative sovranazionali richiamate dall’art.117 della Costituzione, per effetto dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, “ È nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale. Ai fini della presente convenzione, per norma imperativa di diritto internazionale generale si intende una norma che sia stata accettata e riconosciuta dalla Comunità internazionale degli Stati nel suo insieme in quanto norma alla quale non è permessa alcuna deroga e che non può essere modificata che da una nuova norma di diritto internazionale generale avente lo stesso carattere”. Le norme interne che siano direttamente collegate ad accordi bilaterali tra Stati ,che non rispettano le norme cogenti stabilite nelle Convenzioni internazionali, o nei Regolamenti europei, non appaiono dunque coerenti con il richiamo al sistema gerarchico delle fonti imposto dagli articoli 10,11 e117 della Costituzione.

La limitazione di un diritto fondamentale, come il diritto alla libertà personale, e come il diritto al soccorso in mare, garantiti da principi costituzionali ed internazionali cogenti, dovrebbe risultare ammissibile solo “in ragione dell’inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario costituzionalmente rilevante”: sicché la norma limitativa deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo sufficiente, ai fini del controllo sul rispetto dell’art. 3 Cost., l’accertamento della sua non manifesta irragionevolezza. Nel caso del diritto alla vita o del divieto di trattamenti inumani o degradanti, nessuna valutazione comparativa può essere ammessa e la discrezionalità del legislatore nazionale si arresta di fronte alla salvaguardia di questi diritti assoluti della persona.

Per i naufraghi soccorsi in mare, e poi esposti al respingimento su delega verso porti non sicuri, per effetto di Memorandum d’intesa o di altri accordi bilaterali, non ci possono essere deroghe al principio di uguaglianza tra tutti gli esseri umani nè spazi di sospensione del diritto, con la legittimazione delle violazioni commesse dagli Stati costieri attraverso la stipula e la esecuzione di protocolli operativi, o di intese di varia denominazione, contro chi cerca la fuga verso un porto sicuro e rischia la vita in mare.


1. Il Tribunale di Brindisi nell’udienza del 14 marzo 2024, relativa al ricorso presentato dalla ONG Sos Mediterranèe avverso un provvedimento di fermo per venti giorni della nave Ocean Viking, per presunte violazioni del decreto Piantedosi ha prospettato la possibilità di sollevare una serie di questioni di costituzionalità con riferimento alla norma del Decreto legge Piantedosi n.1/2023 (legge 15/2023), che prevede il fermo amministrativo di navi civili che abbiano operato soccorsi in acque internazionali, senza rispettare una serie di condizioni indicate dalla legge. Le violazioni contestate riguardavano, come per analoghi provvedimenti di fermo aministrativo adottati nei confronti di navi delle ONG che operavano attività di ricerca e salvataggio (SAR) in acque internazionali, il mancato rispetto delle indicazioni della Guardia Costiera libica e il divieto di effettuare salvataggi multipli.

In base al disposto dell’art. 1, comma 2 sexies, del d.l. n. 1/2023, aggiunto all’art.1 del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173, “alla contestazione della violazione consegue l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo per venti giorni della nave utilizzata per commettere la violazione. In caso di reiterazione della violazione, la sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo è di due mesi e si applica il comma 2-quater, secondo, quarto, quinto e sesto periodo”.  Secondo il provvedimento di sospensione del fermo amministrativo del 20 febbraio 2024, ilTribunale di Brindisi osserva che ” l’opposizione appare sostenuta da un fumus di fondatezza in ordine alla possibile carenza di competenza di accertamento e sanzionatoria in capo all’autorità amministrativa italiana; nonché in ordine alla insussistenza nel merito dei presupposti per l’applicazione dell’art. 1, comma 2 sexies, del d.l. 21 ottobre 2022, n. 130, attesa la ricostruzione dei fatti fornita da parte ricorrente e che non risulta, allo stato, essere stata verificata dall’autorità italiana prima dell’emissione del provvedimento sanzionatorio.

Lo stesso Tribunale, rigettando una serie di eccezioni sul difetto di giurisdizione, esercitata dal giufice civile (e non da quello amministtrativo), sollevate dall’Avvocatura dello Stato per conto del Governo, ha quindi respinto la prospettata questione di costituzionalità dell’art. 1, d.l. 130/2020 comma 2-quater (aggiunto dal Decreto Piantedosi) secondo cui “avverso il provvedimento di fermo amministrativo della nave, adottato dall’organo accertatore, è ammesso ricorso, entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione, al Prefetto che provvede nei successivi venti giorni”. Il Tribunale ha infatti fornito una interpretazione della norma in questione conforme ai principi costituzionali, e dunque alla necessità di garanzia dell’effettività della tutela giurisdizionale (art. 24 e 113 Cost.), riconoscendo la propria giurisdizione e finendo per qualificare la posizione giuridica del destinatario della sanzione di fermo amministrativo quale diritto soggettivo.

2. Il Tribunale di Brindisi ha affrontato poi altre questioni relative alla possibile illeggittimità costituzionale di diverse norme contenute nel Decreto legge Piantedosi che sembrerebbero dare come scontata la circostanza che le navi civili battenti bandiera straniera che operano attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali possano essere considerate come territorio nazionale, norme che potrebbero risultare anche per questo motivo in contrasto con i vigenti Regolamenti europei Dublino III ed EURODAC. La previsione, contenuta nel Decreto legge Piantedosi n.1/2023, di racogliere manifestazioni di volontà contenenti richieste di asilo, già a bordo della nave soccorritice, potrebbe infatti violare il Regolamento Dublino, che come fonte Regolamentare europea si impone alla normativa nazionale, con la conseguente lesione dell’ordine gerarchico delle fonti fissato dagli articoli 11 e 117 della Costituzione.

Nel dispositivo della stessa decisione si legge che “All’esito di ampia discussione su tutti i punti indicati il giudice sottopone al contradditorio delle parti la questione di costituzionalità dell’art. 1, comma 2 sexies del decreto legge n.130/2020 nella parte in cui prevede che alla contestazione della violazione consegue l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo per venti giorni della nave utilizzata per commettere la violazione, quale effetto automatico dell’applicazione della sanzione principale”. Per lo stesso Tribunale esistevano dunque i presupposti per l’adozione della misura sospensiva del provvedimento impugnato, “considerato, sotto il profilo del fumus, che il perdurare della misura del fermo amministrativo è suscettibile di pregiudicare in modo irreversibile il diritto da parte della SOS Mediterranée Ocean Viking di esercitare la propria attività di soccorso in mare, in cui si realizzano le sue finalità sociali, come evincibile dall’accordo di partenariato con la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, in atti, ovvero “Prevent loss of life, Enhance safety at sea, Alleviate human suffering, Enhance response to distress calls, Enhance operational cooperation, Share and exchange information, Advocate for adherence to international maritime law obligations and principles applicable to rescue obligations at sea for the achievement of the above goals” (“Prevenire la perdita di vite umane, Migliorare la sicurezza in mare, Alleviare la sofferenza umana, Migliorare la risposta alle chiamate di soccorso, Rafforzare la cooperazione operativa, Condividere e scambiare informazioni, Sostenere l’adesione agli obblighi e ai principi del diritto marittimo internazionale applicabili obblighi di salvataggio in mare per il raggiungimento degli obiettivi sopra indicati”); considerato che tali attività implicano il perseguimento di obiettivi di indubbio valore ex se, in ossequio al sistema di valori costituzionali e del diritto internazionale consuetudinario cui l’Italia aderisce (art. 117 Cost.) e che è chiamata altresì a promuovere; ma che tale aspetto resta irrilevante rispetto alla verifica della sussistenza del requisito del periculum, nelle specie sussistente invece nella impossibilità per la SOS Mediterranée di esercitare i diritti inviolabili di cui è titolare: considerato infatti che anche i cosiddetti “corpi intermedi” – ivi compresi gli enti associativi di qualsiasi natura siano pacificamente titolari dei diritti inviolabili (art. 2 Cost.) enucleati nella parte prima delle Costituzione e che le Organizzazione non Governative, per la specificità dei loro fini sociali, con l’espletamento delle rispettive attività non esercitino solo la libera iniziativa economica (art. 41 Cost.), ma anche il diritto fondamentale alla manifestazione del proprio pensiero (art. 21 Cost.) e quello all’associazione (art. 18 Cost.), inibiti dal divieto di proseguire nella sua attività di soccorso in mare

Il giudice del Tribunale civile di Brindisi Roberta Marra, nella udienza di discussione, ha quindi annunciato che solleverà la questione di legittimità costituzionale sul Decreto Piantedosi (legge n.15/2023) nella parte concernente la regolamentazione e la limitazione delle ONG a soccorrere i migranti naufraghi nel Mediterraneo. In tale prospettiva, sempre secondo il Tribunale di Brindisi, il prolungato fermo amministrativo della nave bloccata in porto potrebbe compromettere il diritto della ONG SOS Méditerranée di svolgere attività di soccorso in mare con la Ocean Viking, con pregiudizio delle sue finalità statutarie, come meglio definite nell’accordo di partenariato con la Federazione internazionale della Croce Rossa e con la Mezzaluna Rossa.

Ma oltre i diritti delle Organizzazioni non governative sotto il profilo della libertà di associazione vanno posti in evidenza e tutelati i diritti delle personea partire dal diritto di non essere respinti in paesi non sicuri (art.33 Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951). Ssoprattutto, il Decreto legge Piantedosi potrebbe essere in contrasto con la Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo (nota anche come Convenzione SAR (search and rescue) siglata ad Amburgo nel 1979, con la Convenzione delle Nazione Unite sul diritto del mare del 1982 (Unclos) e con la Convenzione SOLAS, che in materia di soccorsi in mare impongono ai comandanti obblighi che hanno valore cogente, e che, sempre per effetto degli articoli 11 e 117 della Costituzione, e non possono essere derogate dal legislatore nazionale. Sembrerebbe infatti che per effetto delle previsioni del decreto legge Piantedosi n.1 del 2023 e degli accordi conclusi nel tempo con le autorità di Tripoli nella zona SAR che si sono riconosciute, si possano escludere gli obblighi di soccorso immediato in favore di chi rischia la vita in mare, sanciti dal Diritto internazionale e dal Regolamento europeo n.656 del 2014, che richiama specificamente le Convenzioni sopra indicate.

3. Un successivo provvedimento del Tribunale civile di Crotone adottato in via di urgenza “inaudita altera parte” sospendeva il fermo amministrativo della nave Humanity 1 della ONG SOS Humanity, adottato il 4 marzo scorso per la “ragionevole fondattezza” delle ragioni dell’opposizione e per il danno “grave ed irreparabile” che avrebbe potuto scarturure dalla prosecuzione del fermo amministrativo, Dal provvedimento di sospensione cautelare del fermo amministrativo, adottato dal Tribunale di Crotone si ricavano le motivazioni ormai standardizzate adottate dalle autorità italiane per giustificare le sanzioni ed i provvedimenti accessori di blocco delle navi umanitarie. “In particolare, le autorità italiane su segnalazione di quelle libiche, contestano alla Humanity 1 di essere intervenuta in acque Sar libiche e di aver operato senza seguire il coordinamento del centro soccorsi competente; inoltre, sempre secondo la segnalazione dei libici, la nave che ha soccorso le persone in balia del mare su barchini di fortuna, avrebbe invece creato una situazione di pericolo mettendo a rischio l’incolumità dei migranti che si sono buttati in mare per andare verso i mezzi di soccorso della Humanity 1.”

La “segnalazione delle autorità libiche” rispetto ad una nave civile che opera attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali verebbe dunque ritenuta condizione sufficente per applicare la sanzione pecuniaria e la misura accessoria del fermo amministrativo. Ma non si può riconoscere questa autorità di accertamento in acque internazionali ad una autorità straniera che non sembra rispettare i dettami imposti dal diritto internazionale per lo svolgimento delle attività di ricerca e salvataggio. Secondo il Tribunale di Crotone, la produzione documentale in atti risultava “idonea a ritenere prima facie astrattamente verosimile la doglianza di parte opponente in punto di travisamento dei fatti contestati” alla nave dell’ong tedesca. Il giudice Antonio Albenzio sottolineava anche “l’evidente compromissione allo svolgimento di indifferibili attività a carattere umanitario” e “l’apparente ingiustizia del provvedimento emesso”. L’udienza di discussione è stata fissata al 17 aprile. E sarà quella l’occasione per cominciare a stabilire quali fatti siano stati travisati, e quali autorità abbiano concorso al travisamento di fatti rilevato dal giudice.

4. Malgrado questi precedenti, secondo quanto riferito da mezzi di informazione locale, la nave Sea Watch 5 della omonima ONG, arrivata a Pozzallo il 9 marzo 2024, dopo aver soccorso 56 persone con il cadavere di un ragazzo di 17 anni a bordo, è stata sottoposta ad un provvedimento di fermo amministrativo. Secondo quanto emerge, il motivo del fermo sarebbe ancora una volta il rifiuto di coordinarsi con le autorità libiche, come chiedevano le autorità marittime italiane. Il successivo 11 marzo,  veniva disposto il fermo amministrativo della nave umanitaria tedesca “Sea-Eye 4”, arrivata il giorno prima nel porto di Reggio Calabria con144 migranti soccorsi nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Come dichiarato dal prefetto Clara Vaccaro, presente al porto durante lo sbarco, il fermo amministrativo è stato deciso dopo la verifica della documentazione trasmessa, alla capitaneria di porto, alla Questura e alla Guardia di finanza di Reggio Calabria, dal Comando generale della Guardia costiera. Ancora una volta con la stessa motivazione: la nave umanitaria avrebbe soccorso i migranti in acque internazionali “nonostante la volontà di intervenire della guardia costiera libica”.

5. Lo scorso 21 marzo la Geo Barents di Medici senza frontiere veniva bloccata in porto a Marina di Carrara dall’ennesimo provvedimento di fermo ammnistrativo disposto dalla locale Capitaneria di Porto, in applicazione del Decreto legge Piantedosi n.1/2023 (legge 15/2023), Ancora una volta, su evidente indirizzo ministeriale, le motivazioni del provvedimento di fermo amministrativo appaiono identiche. Come reso noto da Medici senza frontiere, “L’accusa è di aver impedito lo scorso 16 marzo il soccorso della Guardia Costiera libica che in realtà ha effettuato manovre che hanno messo in pericolo la vita delle persone. Un episodio che avevamo denunciato con le immagini messe a disposizione da Sea Bird 2 e le nostre riprese dal ponte”. La ONG ha annunciato ricorso al Tribunale civile di Massa. Le motivazioni del fermo amministrativo sono sempre le stesse: e consistono nel “mancato rispetto delle istruzioni della Guardia Costiera libica durante l’operazione di soccorso di sabato e perché avrebbe messo in pericolo la vita delle persone soccorse”. Secondo quanto dichiarato dal prefetto di Massa Carrara, Guido Aprea, viene anche contestato alla nave Geo Barents di non aver ottemperato, subito dopo il primo evento di soccorso, all’indicazione di fare rotta direttamente verso il porto sicuro indicato dalle autorità italiane, in quanto la nave era costretta ad operare in acque internazionali altri due interventi di salvataggio, peraltro sotto coordinamento delle stesse autorità.

6. In base al Decreto legge n.1 del 2023, convertito con modificazioni dalla L. 24 febbraio 2023, n. 15 (in G.U. 02/03/2023, n. 15).,  le disposizioni dell’art.1 comma 2 del Decreto legge n.130 del 2020, relative al divieto di transito e sosta nelle acque territoriali non si applicano nelle ipotesi di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo nella cui area di responsabilita’ si svolge l’evento e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle predette autorita’, emesse sulla base degli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali in materia di diritto del mare, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali e delle norme nazionali, internazionali ed europee in materia di diritto di asilo, fermo restando quanto previsto dal Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalita’ transnazionale organizzata per combattere il traffico illecito di migranti via terra, via mare e via aria, reso esecutivo dalla legge 16 marzo 2006, n. 146. Ai fini del presente comma devono ricorrere congiuntamente le seguenti condizioni: a) la nave che effettua in via sistematica attivita’ di ricerca e soccorso in mare opera in conformita’ ad autorizzazioni o abilitazioni rilasciate dalle competenti autorita’ dello Stato di bandiera ed e’ in possesso dei requisiti di idoneita’ tecnico-nautica alla sicurezza della navigazione; b) sono state avviate tempestivamente iniziative volte a informare le persone prese a bordo della possibilita’ di richiedere la protezione internazionale e, in caso di interesse, a raccogliere i dati rilevanti da mettere a disposizione delle autorita’; c) e’ stata richiesta, nell’immediatezza dell’evento, l’assegnazione del porto di sbarco; d) il porto di sbarco assegnato dalle competenti autorita’ e’ raggiunto senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso; e) sono fornite alle autorita’ per la ricerca e il soccorso in mare italiane, ovvero, nel caso di assegnazione del porto di sbarco, alle autorita’ di pubblica sicurezza, le informazioni richieste ai fini dell’acquisizione di elementi relativi alla ricostruzione dettagliata dell’operazione di soccorso posta in essere; f) le modalita’ di ricerca e soccorso in mare da parte della nave non hanno concorso a creare situazioni di pericolo a bordo ne’ impedito di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco. 2-ter. Il transito e la sosta di navi nel mare territoriale sono comunque garantiti ai soli fini di assicurare il soccorso e l’assistenza a terra delle persone prese a bordo a tutela della loro incolumita’, fatta salva, in caso di violazione del provvedimento adottato ai sensi del comma 2, l’applicazione delle sanzioni di cui ai commi 2-quater e 2-quinquies. 2-quater.

Fuori dei casi in cui e’ stato adottato il provvedimento di limite o divieto di cui transito o sosta nelle acque territoriali, “quando il comandante della nave o l’armatore non fornisce le informazioni richieste dalla competente autorita’ nazionale per la ricerca e il soccorso in mare o non si uniforma alle indicazioni della medesima autorita’, si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 2.000 a euro 10.000. Alla contestazione della violazione consegue l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo per venti giorni della nave utilizzata per commettere la violazione. In caso di reiterazione della violazione, la sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo e’ di due mesi e trova applicazione il comma 2-quater, secondo, quarto, quinto e sesto periodo. In caso di ulteriore reiterazione della violazione, si applica quanto previsto dal comma 2-quinquies. e 2-septies. In base al 2-quinquies. in caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima nave, si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca della nave e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare,. Le sanzioni si applicano anche in caso di violazioni accertate successivamente all’assegnazione del porto di sbarco come si verifica ormai sistematicamente dopo ogni sbarco in Italia di naufraghi soccorsi da una nave delle ONG.

7. Secondo il Protocollo addizionale delle Nazioni Unite contro il traffico di persone, richiamato dal legislatore italiano, ogni Stato parte “prende, compatibilmente con i suoi obblighi derivanti dal diritto internazionale, misure adeguate,comprese quelle di carattere legislativo se necessario, per preservare e tutelare i diritti delle persone che sono state oggetto delle condotte (traffico di persone) di cui all’articolo 6 del presente Protocollo, come riconosciuti ai sensi del diritto internazionale applicabile, in particolare il diritto alla vita e il diritto a non essere sottoposto a tortura o altri trattamenti o pene inumani o degradanti” (art.6). Secondo lo stesso Protocollo delle Nazioni Unite,  Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 elativi allo Status di Rifugiati e il principio di non allontanamento.. Le misure di cui al presente Protocollo sono interpretate ed applicate in modo non discriminatorio alle persone sulla base del fatto che sono oggetto delle condotte di cui all’articolo 6 del presente Protocollo. L’interpretazione e l’applicazione di tali misure è coerente con i princìpi internazionalmente riconosciuti della non discriminazione” (art.19).

La collaborazione con le autorità libiche o tunisine nel contrasto dell’immigrazione irregolare via mare deve appare dunque subordinata alla salvaguardia del diritto alla vita, ed alla garanzia di sbarco in un porto sicuro (POS), nel quale i naufraghi non rischino di subire ulteriori trattatmenti disumani o degradanti e possano presentare formalmente una richiesta di protezione. Non sono ammissibili trattamenti discriminatori in base alla natura militare o civile della nave soccorritrice, o della bandiera che batte, o ancora per il carattere continuativo delle attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali che questa opera. Non si possono adottare soltanto per le navi delle ONG regole diverse da quelle stabilite per tutti i comandanti delle navi che operano soccorsi in acque internazionali. Le convenzioni internazionali non permettono ancora di discriminare i naufraghi, ed i socorritori, a seconda che le attività di ricerca e salvataggio siano svolte dalla nave soccorritrice in modo occasionale, o avvengano con modalità continuative. In ogni caso deve prevalere la salvaguardia della vita umana in mare ed il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Il dovere di soccorrere i naufraghi non si esaurisce con le operazioni di assistenza in mare ma implica anche l’effettivo sbarco di tutte le persone soccorse in un porto sicuro. Tale obbligo, per il capitano della nave soccorritrice, è espressamente previsto dalle linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare, stilate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) nel 2004 (Risoluzione MSC 167 (78)).

Pur nel rispetto dei principi di sovranità statale riconosciuti dalla Corte costituzionale, appare irragionevole una scelta legislativa che assegna di fatto ad autorità di un paese terzo che non rispetta i diritti fondamentali della persona umana e gli obblighi di salvataggio in mare, fino allo sbarco in un porto sicuro, il potere di qualificare come antigiuridico, e dunque sanzionabile in territorio italiano, il comportamento del comandante della nave che in acque internazionali adempie ad obblighi inderogabili di ricerca e salvataggio. La limitazione di un diritto fondamentale, come il diritto alla libertà personale, come al soccorso in mare, garantiti da principi costituzionali ed internazionali cogenti dovrebbe risultare ammissibile solo “in ragione dell’inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario costituzionalmente rilevante”: sicché la norma limitativa deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo sufficiente, ai fini del controllo sul rispetto dell’art. 3 Cost., l’accertamento della sua non manifesta irragionevolezza. Nel caso del diritto alla vita o del divieto di trattamenti inumani o degradanti, nessuna valutazione comparativa può essere ammessa e la discrezionalità del legislatore nazionale si arresta di fronte alla salvaguardia di questi diritti assoluti della persona.

8. Nessuno Stato costiero può vietare i soccorsi multiplisoprattutto se le autorità marittime nazionali sono avvertite tempestivamente, come nel caso dell’Italia, delle attività di salvataggio in acque internazionali delle ONG, ma poi non comunicano immediatamente di assumere il coordinamento delle attività SAR, continuando a negare la ricorrenza di una situazione di distress o nascondendosi dietro i conflitti di competenza con Malta.

Secondo l’art. 9 del Regolamento 656/2014/UE, ” Gli Stati membri osservano l’obbligo di prestare assistenza a qualunque natante o persona in pericolo in mare e durante un’operazione marittima assicurano che le rispettive unità partecipanti si attengano a tale obbligo, conforme mente al diritto internazionale e nel rispetto dei diritti fondamentali, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla situazione giuridica dell’interessato o dalle circostanze in cui si trova”. Nello stesso Regolamento, l’art.10 prevede che “nel caso di situazioni di ricerca e soccorso di cui all’articolo 9 e fatta salva la responsabilità del centro di coordinamento del soccorso, lo Stato membro ospitante e gli Stati membri partecipanti cooperano con il centro di coordinamento del soccorso competente per individuare un luogo sicuro e, una volta che il centro di coordinamento del soccorso competente abbia determinato tale luogo sicuro, assicurano che lo sbarco delle persone soccorse avvenga in modo rapido ed efficace”. Se gli Stati costieri dovessero adottare atti di imperio al di fuori della propria zona SAR, come si verifica quando le autorità italiane indirizzano verso il coordinamento operato dalla sedicente Guardia costiera libica, e poi sanzionano i casi di non osservanza degli ordini da questa impartiti alle navi delle ONG, questa circostanza sarebbe una prova lampante di esercizio della giurisdizione ed obbligherebbe di conseguenza gli stessi Stati costieri ad intervenire in tutte le successive attività di ricerca e salvataggio che si rendessero necessarie per la salvaguardia della vita umana in mare. Sono troppe le vittime di abbandono in mare, anche quest’anno, dopo che gli Stati hanno ritirato dal Mediterraneo centrale, i loro assetti di soccorso, contrastato con ogni mezzo i soccorsi umanitari operati dalle ONG, ed imposto alle navi militari compiti di sorveglianza che esulavano dall’adempimento dei doveri di soccorso stabiliti dalle Convenzioni internazionali e dal Regolamento europeo n. 656 del 2014. In ogni caso, dopo il Decreto legge Piantedosi n.1 del 2023 diventa più esplicito l’obbligo degli Stati di intervenire in operazioni di ricerca e salvataggio in acque internazionali, anche al di fuori della propria zona SAR, dopo avere esercitato la giurisdizione assumendo il coordinamento di un assetto navale delle ONG presente nelle stesse acque internazionali, al quale si è ordinato di rivolgersi alla competente autorità per la zona SAR nella quale si verifica il soccorso, che però non è in grado di garantire lo sbarco in un porto sicuro. I livelli di collaborazione raggiunti nel supporto alle guardie costiere libiche e tunisina fanno emergere così profili di corresponsabilità nelle scelte relative agli interventi di ricerca e salvataggio e alla individuazione del porto di sbarco sicuro. In ogni caso, secondo quanto ribadito nel 2019 dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, la prima Centrale di coordinamento dei soccorsi in mare( RCC) contattata, anche se l’emergenza è al di fuori della sua zona di ricerca e salvataggio (SAR), mantiene la responsabilità dell’evento finché sia accertato che le autorità di coordinamento (RCC) competenti per quella zona, o altro centro di coordinamento RCC, abbia dichiarato di assumere il coordinamento e si sia effettivamente attivato in tal senso. Principi che hanno trovato puntuale applicazione nel procedimento penale sulla “strage dei bambini” dell’11 ottobre 2013, a sud di Malta, come si può verificare nella sentenza del Tribunale di Roma n.14998 del 15 dicembre 2022, nella quale, pur affermandosi la prescirizione dei reati, si accertava la responsabilità delle autorità italiane per il naufragio che era costato la vita a 286 persone, di cui 60 bambini, dispersi in alto mare.

9. Il Piano Nazionale SAR 2020 stabilisce chiaramente, in coerenza con il Diritto internazionale e con la normativa italiana (art. 10 ter T.U. n.286/98) , alla luce della giurisprudenza della Corte di cassazione, gli obblighi di soccorso e sbarco elusi dal Viminale e dalla Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC), che rifiutano la classificazione dei soccorsi in alto mare come “eventi SAR” e li definiscono, se avvengono in acque internazionali ed intervengono le Ong, come comuni “eventi migratori” per i quali basta indicare, con tutto il tempo che si prende il ministero dell’interno, un porto di destinazione (POD). Soltanto quando la Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC) ritenga sussistere pericolo immediato (distress) per la sicurezza delle persone a bordo di un natante si potrebbe classificare l’evento (destrefa) come evento “S.A.R.” (ricerca e soccorso) facendo scattare senza ulteriore dilazione di tempo tutte le attività di ricerca e soccorso previste dal DPR 662/1994 e dal Piano Nazionale S.A.R. In tutti gli altri casi invece, come previsto dalle “Linee guida” adottate nel 2009 ai tempi di Maroni al Viminale, la presenza dell’imbarcazione in acque internazionali viene configurata, in base alla Bossi-Fini, soltanto come un “evento migratorio” da affrontare con gli strumenti del cd. law enforcement, come mero contrasto dell’immigrazione irregolare, quindi con un tracciamento della navigazione, e la ricerca di eventuali “navi madre”, sia pure tenendo sotto attenzione la sorte dei migranti dal punto di vista della salvaguardia del diritto alla vita. Con le conseguenze che abbiamo visto tragicamente in occasione del naufragio di Cutro, ma altre conseguenze ne possono derivare sia nei rapporti di collaborazione con le guardie costiere dei paesi di partenza, principalmente l’Egitto, la Libia e la Tunisia, che sotto il profilo della repressione penale di qualunque comportamento potesse costituire “agevolazione dell’immigrazione irregolare” (law enforcement). Si deve invece osservare come tutte le imbarcazioni che partono dalle coste nordafricane sono in condizioni di distress per il sovraccarico e per la mancanza di mezzi collettivi di salvataggio, spesso per la mancanza di carburante o per falle nello scafo, oltre che per la mancanza di equipaggio e di sistemi di comunicazione.

La Convenzione SOLAS obbliga il “comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione” … [Capitolo V, Regola 33)La Convenzione SAR definisce la “fase di emergenza” (distress) come una “situazione in cui vi è la ragionevole certezza che una persona, nave o altra imbarcazione è minacciata da un pericolo grave e imminente e necessita di assistenza immediata” : In questi termini l’ Allegato alla Convenzione, paragrafo 1.3.13. Un elenco di fattori da prendere in considerazione, al fine di determinare se una nave è in una fase di incertezza, allerta o pericolo è inclusa nell’articolo 9, paragrafo 2, lettera f), del Regolamento UE 656/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 maggio 2014, che stabilisce norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nell’ambito del cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa presso il Frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (“regolamento UE sulle frontiere marittime”). Questi criteri di valutazione che si impongono alle autorità nazionali che pure adottano un Piano SAR nazionale in conformità a questi strumenti di diritto internazionale, come raccolti nel Manuale IAMSAR, includono: navigabilità e probabilità di raggiungere la destinazione finale; numero di persone a bordo in relazione alla tipologia e condizioni della nave; disponibilità di attrezzature e forniture necessarie; presenza di un equipaggio qualificato; presenza a bordo di donne in gravidanza, bambini o persone che necessitano urgentemente di assistenza medica; presenza a bordo di persone decedute; e le condizioni meteorologiche e marine prevalenti o previste. Sono questi i criteri per distinguere gli eventi di soccorso dagli” eventi migratori”, che non possono essere classificati come tali per ragioni meramente politiche. Soccorrere non è mai reato, semmai è reato non soccorrere quando si è obbligati a farlo. Le navi delle ONG che operano soccorsi in acque internazionali adempiono doveri di ricerca e soccorso immediato in conformità delle Convenzioni internazionali, e per questa ragione gli eventi di soccorso in cui intervengono non sono qualificabili come “eventi migratori”, e il loro ingresso nelle acque territoriali e nei porti italiani costituisce completamento di un salvataggio, e non certo l’arrivo in un porto di destinazione (POD).

10.  Per quanto riguarda il contrasto dell’immigrazione irregolare via mare, sono sempre più evidenti le prove di una crescente interazione tra le diverse agenzie europee che si occupano della sicurezza e del controllo delle frontiere, inclusa l’operazione parallela a FRONTEX, attiva nel Mediterraneo centrale e denominata EUNAVFOR MED, adesso ridefinita come IRINI, e le autorità di polizia dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Statewatch ricorda come negli ultimi anni le immagini raccolte dai droni dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima (“EMSA”)  siano state immediatamente valutate dalle Guardia costiera delle nazioni territorialmente responsabili, dunque anche dalle autorità libiche, e contestualmente inviate al quartier generale di Frontex ed integrate nel Sistema di sorveglianza delle frontiere (“EUROSUR”) per una loro analisi da parte dell’agenzia europea e del network di controllo di tutti gli Stati membri UE che hanno frontiere esterne. Le complicità dell’agenzia Frontex nei rapporti con le autorità di polizia dei paesi terzi possono essere così ricondotte alle responsabilità dei paesi membri ospitanti, e dunque degli Stati costieri più vicini alla Libia, che a loro volta si avvalgono delle operazioni Frontex per le attività di contrasto dell’immigrazione irregolare (law enforcement). Qualunque sia l’autorità nazionale che coordina le attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali, queste non si possono concludere con lo sbarco in un porto che non sia qualificabile come “place of safety”.

Secondo il Regolamento europeo n.656 del 2014, al Considerando 13, ”L’eventuale esistenza di un accordo tra uno Stato membro e un paese terzo non esime gli Stati membri dai loro obblighi derivanti dal diritto dell’Unione e internazionale, in particolare per quanto riguarda l’osservanza del principio di non respingimento, quando gli stessi Stati sono a conoscenza, o dovrebbero esserlo, del fatto che lacune sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in quel paese terzo equivalgono a sostanziali motivi per ritenere che il richiedente asilo rischi concretamente di subire trattamenti disumani o degradanti, o quando tali Stati sanno o dovrebbero sapere che quel paese terzo mette in atto comportamenti in violazione del principio di non respingimento“.

Al Considerando 15 dello stesso Regolamento si stabilisce che “Gli Stati membri dovrebbero ottemperare all’obbligo di prestare assistenza alle persone in pericolo conformemente alle pertinenti disposizioni degli strumenti internazionali che disciplinano le situazioni di ricerca e soccorso e ai requisiti relativi al rispetto dei diritti fondamentali. Il presente regolamento non dovrebbe pregiudicare gli obblighi delle autorità preposte alla ricerca e al soccorso, compreso quello di assicurare che il coordinamento e la cooperazione siano effettuati secondo modalità che consentono alle persone tratte in salvo di essere trasferite in un luogo sicuro.

In base all’art. 4 del Regolamento 656/2014, ”Nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un reale rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento”.

Anche quando le operazioni di salvataggio si riferiscono ad attività inizialmente qualificate come attività di contrasto dell’immigrazione irregolare. Il divieto di respingimento affermato dalla Convenzione di Ginevra (art.33), e per rimando dal Regolamento europeo n.656/2014, come il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti, affermato dalla Convenzione EDU (art.3), hanno natura assoluta e non sono derogabili dai legislatori nazionali. Come non è derogabile dai legislatori nazionali il divieto di respingimenti collettivi affermato dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Divieti che devono coniserarsi validi anche quando i legislatori nazionali tetano di aggirare la portata sostanziale della normativa cogente internazionale appena richiamata. Il legislatore nazionale è tenuto a rispettare tutte le fonti cogenti di diritto dell’Unione europea, che tende a una politica comune dell’immigrazione intesa ad assicurare, in ogni fase, la gestione efficace dei flussi migratori, l’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri e la prevenzione e il contrasto rafforzato dell’immigrazione illegale e della tratta degli esseri umani (art. 79 TfUe).

11, In realtà il governo italiano con le modifiche normative introdotte al Decreto 130 del 2020 dal Decreto legge n.1 del 2023 ha creato una vera e propria trappola a tempo, che non è stata avvertita per tempo dalle ONG. Infatti con l’assegnazione di porti di sbarco sempre più lontani, (e con i ritardi nell’assunzione del coordinamento dei soccorsi in acque internazionali da parte di IMRCC, quando non viene detto di rivolgersi ad autorità libiche o maltesi) sono aumentati i casi nei quali, durante l’avvicinamento della nave umanitaria ai porti imposti dal Viminale, si verificano altri eventi di soccorso che obbligano i comandanti delle navi ad intervenire. A totale discrezione delle autorità marittime italiane, l’assunzione del coordinamento dei soccorsi da parte di IMRCC, in alcuni casi costretto a coordinare attività di ricerca e salvataggio anche al di fuori della zona SAR di competenza italiana, o il mero rimbalzo alle autorità libiche o maltesi, ha creato, sulla base, di scelte politiche ed elettorali, i presupposti per fare applicare dai prefetti, con una ulteriore sfera di discrezionalità, le sanzioni pecuniarie ed i fermi amministrativi previsti dal Decreto legge “Piantedosi” n.1 del 2 gennaio 2023. Sanzioni amministrative, di impatto anche maggiore rispetto alle sanzioni penali previste in precedenza, tanto che possono arrivare anche al sequestro ed alla confisca della nave soccorritrice, indipendentemente dalla tutela del valore primario della vita umana in mare, e dagli obblighi di sbarco in un porto sicuro (POS) a cui si attengono le Convenzioni internazionali e le scelte obbligate dei comandanti delle navi umanitarie.

Il richiamo contenuto nel Decreto legge Piantedosi ( n.1/2023), e quindi nella Legge n.15 del 2023, a potenziali rischi determinati “a bordo”, evidentemente, della nave soccorritrice, e non certo in acqua o a bordo dei natanti siccorsi, già tutti in condizione di distress, ha accresciuto i poteri discrezionali delle autorità di polizia e dei prefetti di sanzionare attività di ricerca e salvataggio delle ONG nelle quali ulteriori rischi, oltre alla situazione di pericolo grave (distress) nella quale si trovano in acque internazionali tutte le imbarcazioni che partono dalla Libia ( e dalla Tunisia), sono prodotti dalle modalità di intervento delle motovedette libiche e tunisine allertate da Frontex, mezzi che in diverse occasioni hanno provocato panico a bordo delle imbarcazioni intercettate, per la violenza delle modalità di avvicinamento in alto mare, con armi in pugno, con persone che sono cadute in acqua e annegate proprio a seguito dell’intervento delle motovedette libiche.

La Tunisia e la Libia , ammesso che pure rispondano alle chiamate di soccorso, non possono garantire porti di sbarco sicuri, nonostante gli sforzi diplomatici italiani, e dunque non possono essere designate come autorità competenti a gestire e coordinare attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali. In proposito basti il rinvio alle posizioni ed alle Linee guida formulate dalle Nazioni Unite nel 2017 e ribadite con un documento nel dicembre del 2022, ed ancora nel Rapporto al Consiglio di sicurezza dell’ONU del dicembre 2023, per non parlare dei rapporti internazionali (AmnestyHuman Rights Watch), che segnalano in questi paesi attuali violazioni dei diritti dei migranti ed il mancato riconoscimento effettivo del diritto di asilo, con una diffusa violazione del divieto di trattenimento arbitrario e con casi sempre più numerosi di respingimento collettivo illegale. Si rafforza invece la collaborazione con questi paesi, anche con il contributo economico dell’Unione europea, ma non si muove un passo nella direzione di una maggiore tutela delle persone che si ritrovano intrappolate in paesi di transito in una condizione di irregolarità, anche quando potrebbero essere riconosciute come titolari del diritto di asilo, e comunque versano in codnizioni di grave vulnerabilità per la mancanza di uno status di soggiorno regolare. Che la Libia e la Tunisia non costituiscono porti sicuri di sbarco, lo afferma anche la giurisprudenza italiana.

Lo scorso anno la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa aveva chiesto all’Italia di ritirare il decreto sulle ONG (D.l. n. 1/2023) o almeno di rivedere in sede di conversione, le norme che violano i diritti umani dei migranti. La Commissaria per i diritti umani reiterava quindi l’invito a sospendere ogni cooperazione con il Governo libico e a favorire in futuro attività di cooperazione con Paesi terzi nel rispetto delle Raccomandazioni del 2019 sul Mediterraneo Centrale. Un documento che avrebbe potuto portare a ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, ma che purtroppo fino ad oggi è rimasto privo di conseguenze sul piano politico e giudiziario.

Il quadro attuale della situazione dei migranti in Libia, fornito dalle Nazioni Unite conferma che la situazione di gravi e diffuse violazioni dei diritti umani rilevata dalla Corte di Cassazione nella pronuncia sul caso ASSO Ventotto, che si riferiva al 2018, persiste ancora oggi, come si può ricavare peraltro da aggiornati rapporti internazionali e da documentate indagini giornalistiche che hanno raccolto dati incontrovertibili dalle vittime, testimoni diretti degli abusi subiti in Libia, anche dopo la intercettazione in mare da parte della sedicente Guardia costiera libica.

Secondo il più recente Rapporto UNSMIL al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 7 dicembre 2023, (punto 82) “il ripetersi di scontri armati in aree densamente popolate di Tripoli e Bengasi e Gharyan è molto preoccupante. Questi incidenti sono un forte promemoria della fragilità del panorama politico e di sicurezza e sottolineano l’urgenza di risolvere il problema stallo politico e portare il paese alle elezioni. Sottolineano inoltre la frammentazione dell’apparato di sicurezza, che potrebbe minare gli sforzi in corso per
coltivare un ambiente sicuro favorevole alle elezioni. Inoltre, gli sviluppi in Niger e Sudan, nonché le ostilità al confine tra Libia e Ciad, hanno sollevato preoccupazione per i potenziali effetti destabilizzanti sulla Libia.
. Il Relatore dello stesso Rapporto (punto 83), esprime gravi preoccupazioni “per le diffuse violazioni del diritto internazionale, compresa la legge sui diritti umani, in Libia e la mancanza di responsabilità per i colpevoli. Arresti e detenzioni arbitrarie in tutto il Paese, nonché erosione della cittadinanza, evidenziano un’allarmante violazione dei diritti alla libertà di espressione, l’associazione e l’assemblea pacifica e minano un ambiente favorevole elezioni. Sono inoltre preoccupato per la crescente militarizzazione della legge operazioni di controllo in tutto il paese e sottolineano che tali operazioni dovrebbero essere condotta da forze dell’ordine civili addestrate e attrezzate”.

In particolare, il Segretariato generale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, si esprime in questi termini : “Le deportazioni diffuse e le espulsioni collettive di migranti e richiedenti asilo, in condizioni disumane, devono finire. Incoraggio tunisini e libici controparti a lavorare insieme per fornire la protezione internazionale richiesta e assistenza ai migranti e ai richiedenti asilo. Esorto le autorità libiche a trovare alternative alla detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo e a garantire un trattamento umano a tutti detenuti, con l’obiettivo a lungo termine della depenalizzazione, del trattamento umano e accesso ai procedimenti giudiziari. Le continue espulsioni di migranti e richiedenti asilo dalla Libia ai paesi vicini è vietato dal diritto internazionale e deve cessare. Ribadisco che la Libia non è un porto sicuro di sbarco e non sono ammessi profughi e ai migranti intercettati lungo la rotta del Mediterraneo centrale dovrebbe essere assegnato a porto di sbarco sicuro, in conformità con il diritto del mare, internazionale, con il diritto marittimo, con il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto dei rifugiati. Sempre lo scorso anno, la commissaria Ue per gli Affari Interni, Ylva Johansson, ha ammesso che “con alcuni Paesi vicini è più difficile collaborare, come con la Libia, dove ci sono chiare indicazioni di criminali che si sono infiltrati nella Guardia Costiera“.

Per ritenere legittimo il soccorso di una nave civile operato in acque internazionali rientranti nella vasta zona SAR “libica”, frutto di una dichiarazione politica del governo di Tripoli, nel giugno del 2018, dopo il Memorandum d’intesa Gentiloni del 2 febbraio 2017, dunque, non occorre accertare che l’unità di soccorso abbia richiesto il coordinamento alle autorità di un paese che, oltre a non avere unità territoriale, non ha ancora i requisiti previsti dall’IMO per il riconoscimento di una zona SAR di propria competenza, a partire, oltre che dalla dotazione di mezzi, da una centrale di coordinamento unica (MRCC). Non si può dunque attribuire alcuna valenza al Decreto emesso dal Consiglio presidenziale del Governo provvisorio di Tripoli (G.N.A.) n 1034/2019 del 14 settembre 2019, che imponeva alle ONG di inoltrare una richiesta di autorizzazione per potere svolgere attività di ricerca e salvataggio nella cd. zona SAR “libica” e di restare vincolati ad un obbligo di obbedienza nei confronti delle direttive impartite dalle autorità locali in ordine allo sbarco in porto dei naufraghi soccorsi in alto mare. Quasi una versione “libica” del Codice di condotta Minniti, ed in particolare degli obblighi stabiliti a carico delle ONG nel Decreto sicurezza n. 53 del 2019 che pure subordinava le navi delle ONG che operavano attività di soccorso nella zona SAR “libica” al coordinamento di una inesistente Centrale di coordinamento congiunto (JRCC) “libica”.

La ripartizione delle zone di responsabilità SAR (ricerca e salvataggio) nel Mediterraneo centrale non tiene conto che alcuni paesi come la Libia e la Tunisia non garantiscono per i naufraghi di diversa nazionalità porti sicuri di sbarco e procedure eque ed accessibili per il riconoscimento dello status di rifugiato. Malta non ha ratificato l’emendamento alla Convenzione SAR di Amburgo contenuto nella Risoluzione IMO 167-78 del 2004 e dunque non può essere considerata come un paese al quale il comandante della nave che effettua un, soccorso nella vastissima zona SAR attribuita alle autorità di La Valletta, possa essere obbligato a rivolgersi per chiedere coordinamento di soccorsi operati in acque internazionali o l’assegnazione di un porto di sbarco sicuro. L’autorità SAR “competente” per il coordinamento dei soccorsi e quindi per l’assegnazione di un porto di sbarco sicuro è soltanto l’autorità SAR (dunque la Centrale di coordinamento – MRCC della Guardia costiera) di un paese che può garantire porti di sbarco sicuri. Questa è l’unica interpretazione possibile degli obblighi di soccorso previsti dalle Convenzioni internazionali e dal Regolamento europeo Frontex n.656 del 2014 che risulti compatibile con la Costituzione italiana, ogni possibile diversa interpretazione del dettato normativo introdotto dal Decreto legge Piantedosi n.1 del 2023 (legge 15/2023) rende evidente un grave problema di legittimità costituzionale.

La “disobbedienza” ad ordini palesemente illegittimi, se non accompagnati dall’uso delle armi a scopo intimidatorio, e ad autorità di coordinamento dei soccorsi in mare che non garantiscono effetivamente la salvaguardia della vita umana in mare e lo sbarco in un porto sicuro, va riconosciuta come un caso di forza maggiore, e non può essere sanzionata con pene pecuniarie e con misure accessorie ancora più gravose come il fermo amministrativo, che nei casi di reiterazione della condotta potrebbe arrivare al sequestro ed alla confisca della nave soccorritrice. E se una legge prevede queste sanzioni, e queste misure accessorie, non può sottrarsi ad un rigoroso controllo di costituzionalità. I comandanti delle navi hanno anzi l’obbligo proceder quanto più speditamente possibile al salvataggio, anche per non incorrere in un reato di omissione di soccorso e di abbandono in mare, nei casi in cui possa scattare la giurisdizione italiana, e di sbarcare i naufraghi in un “porto sicuro” (place of safety – POS), anche indipendentemente dalle indicazioni della “autorità competente”, ritenuta tale per effetto della sudivisone delle acque internazionali in zone di responsabilità SAR (che dovrebbero essere di ricerca e salvataggio) e di accordi bilaterali che mirano esclusivamente al contenimento delle partenze ed al contrasto dell’immigrazione clandestina, anche a scapito della salvaguardia della vita umana in mare.

12. In base all’art.117 comma 1 della Costituzione, “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Quindi i trattati internazionali, come le Convenzioni di diritto del mare (UNCLOS, SAR e SOLAS) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), come le norme cogenti dei Regolamenti europei, sono considerati dalla Corte costituzionale come parametro interposto nel giudizio di costituzionalità. Dunque il diritto nazionale in contrasto può essere dichiarato incostituzionale e sostituito dall’applicazione delle norme sovranazionali di rango superiore.

Al di là delle questioni di costituzionalità già sollevate, o che saranno sollevate dai Tribunali civili che si stanno occupando di fermi amministrativi imposti alle navi delle ONG, dopo avere ottemperato agli obblighi ri ricerca e salvataggio in alto mare fissati dalle Convenzioni internazionali, qui vorremmo mettere in evidenza una questione di costituzionalità del Decreto legge “Piantedosi” n.1/2023, poi convertito nella legge n.15 del 2023, che si lega strettamente alla discussa legittimità dei Memorandum e dei protocolli d’intesa con le autorità libiche (ed in parte anche tunisine), con disposizioni di legge che meriterebbero un intervento abrogativo da parte della Corte Costituzionale. E magari anche nuovi rinvvi pregiudiziali in sede di interpretazione del diritto dell’Unione alla Corre di giustizia UE di Lussemburgo. La normativa italiana, in particolare l’art. 1, comma 2 sexies, del decreto legge n. 1/2023, aggiunto all’art.1 del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173,con l’ultimo aggiornamento introdotto dal Decreto legge Piantedosi n.1 del 2023 (legge n.15 del 2023) sulla possibilità di sanzione e di fermo amministrativo per il mancato rispetto del coordinamento imposto in acque internazionali dalle “autorità competenti”, in base alla suddivisione delle zone SAR (ricerca e salvataggio) nel Mediterraneo centrale, appare in insanabile contrasto con i precetti costituzionali che impongono il rispetto dei diritti fondamentali della persona (art.2), vietano discriminazioni (art.3) riconoscono come diritto soggettivo perfetto il diritto di asilo (art.10), con una tutela rafforzata del diritto di difesa e dei diritti dei minori, imponendo un rapporto gerarchico delle fonti (agli articoli 10, 11 e 117) che assoggetta le leggi nazionali al rispetto delle Convenzioni internazionali e della normativa euro-unitaria di carattere cogente (come ad esempio il Regolamento dell’Unione Europea sulla sorveglianza delle frontiere marittime n.656/2014, che fanno espresso rinvio alle Convenzioni internazionali in materia di soccorsi in mare e diritto dei rifugiati). In nessun caso le operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali dovrebbero essere coordinate da una autorità marittima di un paese che non può garantire porti sicuri di sbarco. Sono i paesi che possono garantire “porti sicuri di sbarco” che rimangono obbligati ad interventi di ricerca e soccorso in acque internazionali anche al di fuori delle proprie zone di responsabilità SAR. 

Non si può ammettere che per il gioco incrociato del riconoscimento di enormi zone SAR (di ricerca e soccorso) attribuite per ragioni politiche ed economiche alla Libia (ed a Malta), con gli accordi bilaterali che legano questi paesi tra loro ed all’Italia, sotto l’occhio vigile di Frontex, ci siano persone abbandonate in acque internazionali su imbarcazioni fatiscenti prive di bandiera, in situazione di grave pericolo (distress), ma che siano sottratte a qualsiasi giurisdizone, e poi abbandonate a milizie che nessuna autorità statale riesce a controllare, dunque persone i cui diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita, non potrebbero trovare tutela davanti a nessuna giurisdizione. Persone private di ogni diritto,senza che ci sia nessun responsabile per la loro perdita, in mare o nei centri di detenzione in territorio libico.

La Corte costituzionale, chiamata in passato a pronunciarsi in tema di diritti inviolabili, ha dichiarato, richiamando una sua precedente pronuncia (sent. n. 105/2001) che, in via generale, i diritti fondamentali “spettano “ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani” […]. La condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi, specie nell’ambito del diritto penale, che più direttamente è connesso alle libertà fondamentali della persona, salvaguardate dalla Costituzione con le garanzie contenute negli artt. 24 e seguenti, che regolano la posizione dei singoli nei confronti del potere punitivo dello Stato […] D’altra parte “il principio costituzionale di eguaglianza in generale non tollera discriminazioni fra la posizione del cittadino e quella dello straniero” (sentenza n. 62 del 1994). Ogni limitazione di diritti fondamentali deve partire dall’assunto che, in presenza di un diritto inviolabile, “il suo contenuto di valore non può subire restrizioni o limitazioni da alcuno dei poteri costituiti se non in ragione dell’inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario costituzionalmente rilevante” (sentenze n. 366 del 1991 e n. 63 del 1994). Con la sentenza n.105 del 2001, la Corte costituzionale ha affermato che le garanzie dell’art. 13 della Costituzione in materia di libertà personale non subiscono attenuazioni anche se si tratta di stranieri e, dall’altro, ha sottolineato che, pur essendovi molteplici interessi pubblici che incidono sulla materia della immigrazione e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, l’inviolabilità “spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”. Se tanto vale per gli stranieri che hanno fatto ingresso irregolare nel territorio nazionale, non si vede come si possa affermare il contrario nel caso di persone che, seppure in acque internazionali, rivolgono una richiesta di salvataggio alle autorità italiane, e/o sono oggetto di interventi da parte di autorità di paesi terzi che operano sulla base di accordi stipulati con l’Italia. Se l’art.19 del Testo unico sull’immigrazione n.286 del 1998, e successive modifiche, stabilisce diverse ipotesi di non respingimento legate al rischio di persecuzione (co. 1), al rischio di tortura o trattamenti inumani o degradanti, o qualora ricorrano gli obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano (co. 1.1), non si vede come si possano ritenere costitizonalmente legittime norme interne o accordi che producono l’effetto di delegare ad autorità di paesi terzi, con il supporto economico ed operativo italiano, quei comportamenti, ormai assunti a prassi, che sarebbero vietati alle autorità italiane.

Rimane di grande importanza l’accertamento di una giurisdizione statale, anche se concorrente con quella di altri Stati, sulle persone che si trovano nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. Per la Corte europea dei diritti dell’Uomo (sentenza Hirsi), “secondo il diritto internazionale in materia di tutela dei rifugiati, il criterio decisivo di cui tenere conto per stabilire la responsabilità di uno Stato non sarebbe se la persona interessata dal respingimento si trovi nel territorio dello Stato, o a bordo di una nave battente bandiera dello stesso, bensì se essa sia sottoposta al controllo effettivo e all’autorità di esso”. 

Secondo quanto rilevato dai giudici di Strasburgo, inoltre, ogniqualvolta uno Stato eserciti, attraverso suoi agenti che operino al di fuori del suo territorio, controllo e autorità su un individuo, si può parlare di esercizio extra-territoriale della giurisdizione (par. 74). Seppure non si possa  verificare che i migranti intercettati dalle motovedette libiche in acque internazionali siano sotto il “continuo ed esclusivo controllo de iure e de facto” delle autorità italiane o di quelle europee, il ruolo di coordinamento esercitato attraverso il tracciamento aereo, e l’assistenza tecnica o operativa fornita alla sedicente Guardia costiera libica, che non appaiono finalizzati allo sbarco in un “porto sicuro”, come sarebbe imposto dalle Convenzioni internazionali, permettono di configurare precisi elementi di complicità delle autorità italiane ed europee. Complicità che si possono concretizzare sulla base di prove evidenti nella commissione di abusi e in generale nei trattamenti inumani o degradanti inflitti ai naufraghi ricondotti in territorio libico, che sono ben noti a queste stesse autorità, che con i loro agenti le rendono possibili, e che dunque ricadono sotto la giurisdizione italiana ed europea. Tutti gli atti che costituiscono un esercizio di giurisdizione, seppure concorrente con quella esercitata dalle autorità libiche, richiedono l’applicazione obbligatoria delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e dei rifugiati ratificate dall’Italia e dagli altri Stati membri dell’Unione Europea. In altri termini gli accordi con i libici non sollevano l’Italia, o l’Unione europea, e le sue agenzie, dal rispetto delle Convenzioni internazionali in materia di soccorsi in mare e tutela dei rifugiati e richiedenti asilo,

13. Già nel 2019 il Tribunale di Trapani con sentenza del giudice monocratico, poi confermata nel 2022 anche dalla Corte di Cassazione, affermava in particolare che il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia firmato il 2 febbraio del 2017 e mai oggetto di una legge di ratifica da parte del Parlamento italiano, ai sensi dell’art. 80 della Costituzione, anche a fronte della mutata situazione istituzionale in Libia, dopo il Trattato di amicizia firmato da Berlusconi con Gheddafi nel 2008 (e preceduto dal Protocollo operativo Amato del dicembre 2007), costituisse una “intesa giuridicamente non vincolante e non avente natura legislativa”. Come ha ricordato il Giudice delle indagini preliminari di Trapani, nella sentenza sul caso della legittima difesa riconosciuta ai naufraghi raccolti dal rimorchiatore Vos Thalassa nel luglio lo scorso anno, ” “il memorandum Italia-Libia, essendo stato stipulato nel 2017, quando il principio di non-refoulement aveva già acquisito rango di jus cogens, è: – privo di validità, atteso che ai sensi dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati ‘è nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale; – incompatibile con l’art. 10 co. 1 Cost., secondo cui ‘l’ordinamento italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, tra le quali rientra ormai anche il principio di non-refoulement’. 

La sentenza del GIP del Tribunale di Trapani metteva anche in rilievo le inadempienze delle autorità libiche nel garantire un sistena di ricerca e salvataggio in mare realmente efficace ed in linea con le Convenzioni internazionali, e la ricorrente (ancora oggi) situazione di gravi violazioni dei diritti umani riscontrabili nel territorio libico, giù allora diviso tra milizie che gestivano centri di detenzione nei quali si praticavano pratiche estorsive ed abusi sempre più gravi Già allora la Libia non garantiva dunque porti sicuri di sbarco, come conferna adesso la Corte di Cassazione, e come ribadiscono fino allo scorso anno diversi rapporti delle Nazioni Unite.

Purtroppo, secondo il Consiglio di Stato, sez. III, 2 settembre 2019, n. 06028, “il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017 tra il Governo italiano ed il Governo di riconciliazione nazionale dello Stato di Libia è un accordo internazionale che prevede l’assunzione di obblighi reciproci nell’ambito della gestione dei flussi migratori, impegnandosi in particolare i due Stati a cooperare nella predisposizione di campi di accoglienza temporanei in Libia per ricoverarvi i migranti clandestini, nel tempo necessario a rimpatriarli nel paese d’origine, e prevedendosi a tal fine la costituzione di un comitato misto che dovrebbe definire le singole azioni”.

Appare evidente che la conclusione del Consiglio di Stato risulta in contrasto frontale con il principio di realtà, non solo perchè ignora le condizioni dei centri di detenzione governativi, e non solo informali, rilevate in Libia fino a dicembre dello scorso anno dalle missioni delle Nazioni Unite e dai Rapporti del Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, ma perchè fa riferimento a “rimpatri” dalla Libia nei paesi di origine che, anche nel caso dei cd. rimpatri volontari assistiti dall’OIM, hanno destato gravi preoccupazioni, oltre i casi pure assai ferquenti di vere e proprie deportazioni forzate. Mentre le diverse autorità che si contendono il controllo del territorio, e delle ingenti risorse energetiche in quel paese ormai privo di unità territoriale e di istituzioni politiche e militari nazionali, non garantiscono in alcun modo, ancora oggi, i diritti umani, nè hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Se poi il Memorandum Italia-Libia del 2017 fosse davvero un “accordo internazionale” come ritiene il Consiglio di Stato, non si vede come sia stato possibile sottrarlo alla procedura di ratifica imposta dall’art. 80 della Costituzione. Anche se la Corte Costituzionale si pronunciò nel 2018 con una ordinanza che negava il conflitto di attribuzioni tra i poteri dello Stato, derivante dalla omessa presentazione, da parte del Governo, del progetto di legge di autorizzazione alla ratifica del «Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica italiana», firmato a Roma il 2 febbraio 2017, rimangono diverse ragioni sostanziali di contrasto tra la normativa interna derivata da quell’accordo e alcuni principi costituzionali inderogabili a tutela della persona, anche quando si riichiamano Convenzioni internazionali e Regolamenti europei.

Non si può sostenere comunque che quel Memorandum d’intesa possa legittimare prassi operative di collaborazione o coordinamento con la sedicente Guardia costiera libica che conportano gravissime violazioni dei diritti umani, come non può neppure costituire base legale per norme interne, come quelle contenute nel Decreto Piantedosi del 2 gennaio 2023, che sembrerebbero imporre alle navi soccorritrici il rispetto degli ordini provenienti dalle autorità libiche che intervengono a loro piacimento nelle attività di intercettazione in acque internazionali, senza riuscire peraltro a garantire una autonoma capacità di coordinamento nella ricerca e nel salvataggio di vite umane e tantomeno la indicazione di porti di sbarco sicuri.

14, Come è ampiamente provato nel corso degli anni dai documenti delle Nazioni Unite, la scelta di avvalersi della sedicente guardia costiera libica, e del Dipartimento contro l’immigrazione irregolare del governo provvisorio libico (DCIM), non hanno rallentato le partenze nè migliorato la condizione dei migranti e dei richiedenti asilo presenti in Libia, ma hanno solo aumentato gli abusi inflitti anche alle persone più vulnerabili ed i guadagni delle organizzazioni criminali ben collegate con gli apparati istituzionali, che hanno lucrato sulla politica della dissuasione, su cui si è formato in Italia, più che in altri paesi, un vasto fronte populista e nazionalista che ha di fatto cancellato il riconoscimento effettivo del diritto alla vita e del diritto di asilo.

In ogni caso, se si vuole ancora attribuire un ruolo al diritto internazionale richiamato dall’art.117 della Costituzione, per effetto dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, “ È nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale. Ai fini della presente convenzione, per norma imperativa di diritto internazionale generale si intende una norma che sia stata accettata e riconosciuta dalla Comunità internazionale degli Stati nel suo insieme in quanto norma alla quale non è permessa alcuna deroga e che non può essere modificata che da una nuova norma di diritto internazionale generale avente lo stesso carattere”.

Si può dunque ritenere che le previsioni contenute nel Decreto legge Piantedosi n. 1/2023, in particilare le modifiche apportate dalla legge di conversione n.15 del 2023 all’art.1 comma 2 del Decreto legge n.130 del 2020, come possibili condizioni che legittimano i fermi amministrativi delle navi umanitarie, risultino in contrasto con gli articoli 2, 3, 10, 11 e 117 della Costituzione e con consolidati principi costituzionali, posti a garanzia dei diritti fondamentali della persona umana, quale che sia la sua condizione giuridica, ed ovunque si trovi, purchè sottoposta, sia pure in misura concorrente con altre autorità nazionali, alla giurisdizione italiana. Si possono fare emergere così profili di incostituzionalità del Decreto 2 gennaio 2023 “Piantedosi”, convertito nella legge 15 del 2023, alla luce delle violazioni che derivano dal rinvio ad ordini impartiti in acque internazionali da altre autorità nazionali, come la sedicente Guardia costiera “libica” . Autorità libiche che, anche alla stregua dei pià recenti rapporti delle Nazioni Unite, non operano secondo canoni riconducibili al rispetto dei diritti umani, dei principi costituzionali e del quadro giuridico euro-unitario, e delle Convenzioni internazionali, e che non sono ancora oggi, ed in maniera evidentee documentata, in condizioni di garantire porti di sbarco sicuri. Per i naufraghi soccorsi in mare non ci possono essere deroghe al principio di uguaglianza tra tutti gli esseri umani nè spazi di sospensione del diritto, con la legittimazione delle violazioni commesse dagli Stati costieri attraverso la stipula e la esecuzione di accordi bilaterali contro chi cerca la fuga verso un porto sicuro.


SEA WATCH

29 marzo 2024

Nuovo colpo alla Legge Piantedosi: la Corte di Ragusa sospende il fermo amministrativo di Sea-Watch 5

A seguito dell’udienza del 27 marzo presso il tribunale di Ragusa, la Corte ha disposto la sospensione del fermo amministrativo della nave Sea-Watch 5 riconoscendo come non vi sia stato, da parte della nave ONG, alcun illecito.

Il Giudice ha preso in analisi le prove presentate da Sea-Watch concentrandosi sull’accusa mossa dalle autorità italiane secondo cui la nave avrebbe disatteso le indicazioni della motovedetta Fezzan della cosiddetta guardia costiera libica. A sostegno di questa accusa, l’Avvocatura di Stato ha sostenuto di avere ricevuto prove documentali da parte di Frontex. Tali prove, tuttavia, non sono state presentate alla Corte da parte dell’Avvocatura lasciando le accuse prive di alcun fondamento.

Secondo quanto ricostruito dal Giudice in questa fase preliminare del procedimento, la Sea-Watch 5 non può quindi essere accusata di avere ignorato le indicazioni ricevute. La presenza della nave, viene inoltre riconosciuto, non ha creato situazioni di pericolo.

La decisione della Corte di Ragusa mostra nuovamente l’inesistenza delle accuse che vengono di volta in volta rivolte alle navi ONG con l’unico scopo di bloccarle in porto. Il provvedimento va a sommarsi a quelli analoghi adottati dalle corti di Brindisi rispetto alla nave Ocean Viking e di Crotone rispetto alla nave Humanity 1.

La legge Piantedosi che, in violazioni a norme ed obblighi imposti dal diritto internazionale, criminalizza l’operato delle navi delle organizzazioni non governative con accuse strumentali, sta venendo pian piano demolita dalla magistratura. Ma mentre i giudici italiani sono costretti a riparare, di provvedimento in provvedimento, i danni creati da questa legge, le navi rimangono bloccate in porto e in mare si continua a morire. 

Mentre la Sea-Watch 5 è rimasta bloccata per venti giorni nel porto di Siracusa, nel Mediterraneo Centrale – stando ai dati IOM – sono scomparse 145 persone. Solo nell’ultima settimana due neonati risultano dispersi a seguito dei naufragi al largo di Lampedusa. Di fronte a questa continua strage, invece di riempire il mare di navi di soccorso, il Governo italiano sceglie di bloccarle in porto. Chi pagherà per queste morti?

https://sea-watch.org/it/la-corte-di-ragusa-sospende-il-fermo-amministrativo-della-sea-watch-5/


DECRETO-LEGGE 2 gennaio 2023, n. 1 (Raccolta 2023) (1)

Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori. (23G00001)

 Entrata in vigore del provvedimento: 03/01/2023

Decreto-Legge convertito con modificazioni dalla L. 24 febbraio 2023, n. 15 (in G.U. 02/03/2023, n. 15). (Ultimo aggiornamento all’atto pubblicato il 02/03/2023

(GU n.1 del 02-01-2023) visualizza atto intero

Testo in vigore dal:  3-3-2023

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione;

Visto il decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con modificazioni dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173;

Ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di adottare misure di gestione delle operazioni di soccorso in mare;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 28 dicembre 2022;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri della giustizia, delle infrastrutture e dei trasporti, degli affari esteri e della cooperazione internazionale e della difesa; Emana il seguente decreto-legge:

Art. 1

Modifiche all’articolo 1 del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173

1. All’articolo 1 del decreto-legge 21 ottobre 2020, n. 130, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 dicembre 2020, n. 173, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 2, il secondo e il terzo periodo sono soppressi;

b) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:
«2-bis. Le disposizioni del comma 2 non si applicano nelle ipotesi di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo nella cui area di responsabilità si svolge l’evento e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle predette autorità, emesse sulla base degli obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali in materia di diritto del mare, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e delle norme nazionali, internazionali ed europee in materia di diritto di asilo, fermo restando quanto previsto dal Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale organizzata per combattere il traffico illecito di migranti via terra, via mare e via aria, reso esecutivo dalla legge 16 marzo 2006, n. 146. Ai fini del presente comma devono ricorrere congiuntamente le seguenti condizioni:
a) la nave che effettua in via sistematica attività di ricerca e soccorso in mare opera in conformità ((alle certificazioni e ai documenti rilasciati)) dalle competenti autorità dello Stato di bandiera ed è ((mantenuta conforme agli stessi ai fini della sicurezza della navigazione, della prevenzione dell’inquinamento, della certificazione e dell’addestramento del personale marittimo nonché delle condizioni di vita e di lavoro a bordo));
b) sono state avviate tempestivamente iniziative volte a informare le persone prese a bordo della possibilità di richiedere la protezione internazionale e, in caso di interesse, a raccogliere i dati rilevanti da mettere a disposizione delle autorità;
c) è stata richiesta, nell’immediatezza dell’evento, l’assegnazione del porto di sbarco;
d) il porto di sbarco assegnato dalle competenti autorità è raggiunto senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso;
e) sono fornite alle autorità per la ricerca e il soccorso in mare italiane, ovvero, nel caso di assegnazione del porto di sbarco, alle autorità di pubblica sicurezza, le informazioni richieste ai fini dell’acquisizione di elementi relativi alla ricostruzione dettagliata dell’operazione di soccorso posta in essere;
f) le modalità di ricerca e soccorso in mare da parte della nave non hanno concorso a creare situazioni di pericolo a bordo né impedito di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco.
2-ter. Il transito e la sosta di navi nel mare territoriale sono comunque garantiti ai soli fini di assicurare il soccorso e l’assistenza a terra delle persone prese a bordo a tutela della loro incolumità, fatta salva, in caso di violazione del provvedimento adottato ai sensi del comma 2, l’applicazione delle sanzioni di cui ai commi 2-quater e 2-quinquies.
2-quater. Nei casi di violazione del provvedimento adottato ai sensi del comma 2, salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, si applica al comandante della nave la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. La responsabilità solidale di cui all’articolo 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, si estende all’armatore e al proprietario della nave. Alla contestazione della violazione consegue l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo per due mesi della nave utilizzata per commettere la violazione. L’organo accertatore, che applica la sanzione del fermo amministrativo, nomina custode l’armatore o, in sua assenza, il comandante o altro soggetto obbligato in solido, che fa cessare la navigazione e provvede alla custodia della nave a proprie spese.
Avverso il provvedimento di fermo amministrativo della nave, adottato dall’organo accertatore, è ammesso ricorso, entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione, al Prefetto che provvede nei successivi venti giorni. Al fermo amministrativo di cui al presente comma si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 214 del ((codice della strada, di cui al)) decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285.
2-quinquies. In caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima nave, si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca della nave e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare.
2-sexies. Fuori dei casi in cui è stato adottato il provvedimento di ((limitazione)) o divieto di cui al comma 2, quando il comandante della nave o l’armatore non fornisce le informazioni richieste dalla competente autorità nazionale per la ricerca e il soccorso in mare ((nonché dalla struttura nazionale preposta al coordinamento delle attività di polizia di frontiera e di contrasto dell’immigrazione clandestina o non si uniforma alle loro indicazioni)) , si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 2.000 a euro 10.000. Alla contestazione della violazione consegue l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo per venti giorni della nave utilizzata per commettere la violazione. In caso di reiterazione della violazione, la sanzione amministrativa accessoria del fermo amministrativo è di due mesi e ((si applica)) il comma 2-quater, secondo, quarto, quinto e sesto periodo. In caso di ulteriore reiterazione della violazione, si applica quanto previsto dal comma 2-quinquies. ((Le sanzioni di cui al presente comma si applicano anche in caso di mancanza di una delle condizioni di cui al comma 2-bis accertata successivamente all’assegnazione del porto di sbarco)) 2-septies. All’irrogazione delle sanzioni di cui ai commi 2-quater, primo periodo, 2-quinquies e 2-sexies, primo ((e quinto)) periodo, accertate dagli organi addetti al controllo, provvede il prefetto territorialmente competente ((per il luogo di accertamento della violazione)) Si osservano ((, in quanto compatibili,)) le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689. ((I proventi derivanti dalle sanzioni amministrative pecuniarie sono versati ad apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnati, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, al fondo di cui all’articolo 1, comma 795, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, e destinati annualmente, a decorrere dall’anno 2023, all’erogazione dei contributi ivi previsti, con i criteri e le modalità stabiliti ai sensi dell’articolo 1, comma 796, della medesima legge n. 178 del 2020))».