Per le Nazioni Unite ed il Consiglio d’Europa la Libia non è un “paese sicuro”

di Fulvio Vassallo Paleologo

1, Dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul caso dei respingimenti collettivi illegali a Tripoli operati nel 2018 dal rimorchiatore italiano ASSO 28 esponenti di governo e giornali di destra hanno cercato di sminuire la portata del riconoscimento, contenuto nella sentenza, che la Libia, almeno in quell’anno, non sarebbe stato un “paese sicuro”. Solo che alcune confutazioni si sono limitate ad una vecchia Nota della Direzione generale affari interni della Commissione europea del 2019, recepita prontamente dal Ministero dell’interno, che avrebbe sottolineato i “progressi” fatti dai libici, anche con il supporto europeo, in particolare nella gestione della zona SAR (ricerca e salvataggio) autoproclamata nel giugno del 2018, e nelle correlate attività di soccorso/intercettazione. Ma quella nota era un mero atto interno tra la Direzione generale della Commissione che rispondeva ad una precedente comunicazione di Favrice Legeri, allora Direttore esecutivo dell’agenzia Frontex, ed oltre ai dati, ed al richiamo all’Italia come “snodo” per le cominicazioni degli eventi di soccorso ai libici, esprimeva un indirizzo politico privo di effetti vincolanti, e non corrispondeva neppure, come si vedrà, alla situazione di fatto allora accertata dalle Nazioni Unite. L’OIM, presente in alcuni punti di sbarco in Libia in quel periodo smentiva le rasicurazioni fornite dalla Direzione della Commissione europea e da Frontex, e denunciava la presenza di trafficanti nei centri di detenzione e la sparizione dei migranti dopo la loro deportazione in Libia a seguito di eventi di soccorso. Mentre invece era in Italia, con direttive ministeriali, seguite da decreti legge, si decideva davvero di rifiutare l’applicazione delle norme di diritto internazionale del mare, e della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, malgrado il chiaro dettato degli articoli 10 e 117 della Costituzione.

Nel mese di marzo del 2019, poco prima del Decreto sicurezza bis n.53/2029, l’allora ministro dell’interno Salvini adottava una Direttiva sulla sorveglianza delle frontiere marittime e per il contrasto dell’immigrazione illegale, “ribadendo la piena legittimità degli interventi di soccorso dei libici, anche perché la presenza dell’OIM garantisce il rispetto dei diritti degli immigrati e nel contempo salvataggi più rapidi”. Ma l’OIM, agenzia delle Nazioni Unite, replicava con estrema fermezza :“Confermiamo che la Libia non puo essere considerato porto sicuro e l’Oim non è garanzia del rispetto dei diritti umani nel paese– dichiarava il portavoce Flavio Di Giacomo – Siamo presenti nei punti di sbarco e forniamo prima assistenza ma poi i migranti vengono trasferiti in centri di detenzione chiusi dove vengono mandati anche bambini ed è una detenzione arbitraria. Quindi anche se noi siamo autorizzati ad entrare in questi centri e forniamo materiali e moduli per i ritorni volontari nei paesi d’origine, l’Oim non li gestisce nè in alcun modo può garantire il rispetto dei diritti umani. Anzi reputiamo le condizioni di questi centri inaccettabili come è stato ampiamente documentato. La nostra catena di protezione ai migranti riportati in Libia si ferma di fatto dopo il trasferimento dei migranti nei centri di detenzione”. Come ricordato nel 2019 dall’Alto commissario dell’UNHCR Filippo Grandi, la presenza dell’organizzazione in Libia “non deve essere strumentalizzata da nessuno per negare l’accoglienza ai richiedenti asilo e ai rifugiati in Europa”.

Già nel 2019 in un importante documento l’UNHCR rilevava come durante le operazioni di salvataggio/intercettazione in mare, la Guardia costiera libica sarebbe stata coinvolta in violazioni dei diritti umani contro rifugiati, richiedenti asilo e migranti, compresi casi di affondamento deliberato di imbarcazioni con armi da fuoco. Con riferimento a quel periodo si osservava come fosse ancora molto limitata la capacità delle autorità libiche di condurre e coordinare in modo efficace e sicuro le operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) in alto mare, anche per la mancanza di sistemi di comunicazione affidabili. Lacune colmate per anni dalle navi della Marina militare italiana della missione NAURAS che dal 2018 al 2020 svolgevano attività di supporto alla Guardia costiera “libica”, che in realtà riusciva ad operare solo in parte delle acque della Tripolitania. Tanto che nei casi di sequestro di pescherecci italiani nelle acque del golfo di Sirte occoreva trattare a Bengasi con le autorità che controllavano la Cirenaica e nulla potevano fare le autorità marittime e militari del governo di Tripoli, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale.

Nel 2019 la Libia sprofondava in una sanguinosa guerra civile, come segnalato nei rapporti dell’UNHCR, e la divisione del paese diventava irreversibile, tanto che ancora oggi non si sono svolte le elezioni che avrebbero dovuto dare all’intero paese un governo, un esercito ed istituzioni sotto un comnando unificato. E ancora oggi non esiste una unica Centrale di coordinamento dei soccorsi in mare (MRCC) ed una unica Guardia costiera, che in realtà dipende dalle diverse milizie che controllano le aree portuali. Chi controlla le coste della Tripolitania non riesce ad intervenire davanti alle coste della Cirenaica, sotto il controllo delle milizie del generale Haftar, e viceversa. La Libia non ha ancora sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e la presenza in alcuni punti di sbarco, o le visite in qualche centro di detenzione da parte di operatori dell’UNHCR in collaborazione con altre organizzazioni umanitarie, seppure si tenti di valorizzarle sempre di più, non possono bastare per ritenere la Libia un paese in grado di garantire porti di sbarco sicuri.

Negli anni passati infatti sono stati proprio rappresentanti delle principali agenzie delle Nazioni Unite, che hanno ammesso che, dopo lo sbarco, la maggior parte dei migranti spariva, per finire nei centri di detenzione, informali e governativi, nei quali venivano sottoposti ad abusi indicibili e ad estorsioni continue.

Nel settembre del 2020 l’UNHCR adottava un importante “ Posizione sulla designazione della Libia come paese terzo sicuro e come luogo sicuro ai fini dello sbarco dopo il salvataggio in mare.” Nel documento si prende atto dela perdurante divisione del paese, e si stabilisce che “la Libia non dovrebbe essere considerata un paese terzo sicuro alla luce dell’assenza di un sistema di asilo funzionante, le difficoltà e gli abusi ampiamente denunciati affrontati dai richiedenti asilo e dai rifugiati in Libia, l’assenza di protezione da tali abusi, mancanza di protezione contro il respingimento e mancanza di soluzioni durature”.

In particolare, al paragrafo 33 del documento si osserva che “Nell’ambito del salvataggio in mare e in linea con il diritto marittimo internazionale, lo sbarco deve avvenire in modo prevedibile in un luogo sicuro e in condizioni che sostengano il rispetto dei diritti umani
coloro che vengono soccorsi, inclusa l’adesione al principio di non respingimento”.
Quando le persone sono soccorse in mare, anche da navi militari e commerciali, ricorre “la necessità di evitare lo sbarco territori in cui le [loro] vite e libertà (…) sarebbero minacciate. circostanza rilevante per determinare cosa costituisce un luogo sicuro. Alla luce della instabile situazione della sicurezza in generale e in particolare per i rischi per la protezione dei cittadini stranieri (inclusa la detenzione arbitraria e illegale in condizioni di inadeguatezza). condizioni nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro i diritti di asilo richiedenti asilo, rifugiati e migranti, tra gli altri, da parte di milizie, trafficanti e trafficanti, l’UNHCR non ritiene che la Libia soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro allo scopo di sbarco a seguito del salvataggio in mare.

Evidente il riferimento agli abusi subiti dai migranti anche nei cd. centri di detenzione “governativi”, che oggi il governo italiano nega, ma che era ben documentata, anche nei due centri di detenzione di Tripoli, almeno fino a tutto il 2019. E rimane da dimostrare che oggi la situazione sia sostanzialmente cambiata, circostanza che successivi rapporti delle Nazioni Unite continuano ad escludere, malgrado l’impegno dell’Italia e dell’Unione europea per esternalizzare in Libia i controlli di frontiera e la detenzione dei migranti irregolari, delegando respingimenti collettivi illegali alla sedicente Guardia costiera “libica”.

Ancora nel 2020, secondo l’OIM, “almeno 3.200 uomini, donne e bambini a bordo di imbarcazioni dirette in Europa sono stati soccorsi o intercettati dalla guardia costiera libica e riportati indietro, in un paese in cui ancora si combatte. La maggior parte finisce in strutture adibite ad attività investigative o in centri di detenzione non ufficiali. L’OIM non ha accesso a questi centri.”. “La mancanza di chiarezza sulla sorte di queste persone scomparse è una delle preoccupazioni più gravi”, ha detto una portavoce dell‘OIM, Safa Msehli. “Siamo a conoscenza di molte testimonianze di abusi che si verificano all’interno dei sistemi di detenzione formali e informali in Libia”. Nonostante le molteplici richieste, le autorità libiche non hanno mai fornito alcuna informazione su dove si trovino con esattezza queste persone o perché siano state portate in strutture di detenzione non ufficiali.

Nel 2021, OIM e UNHCR ribadivano che nessuno, dopo essere stato salvato in mare, dovrebbe essere riportato in Libia. Secondo il Diritto internazionale del mare, gli individui salvati devono essere fatti sbarcare in un porto sicuro. Il personale dell’OIM e dell’UNHCR era presente in alcuni punti di sbarco in Libia per fornire assistenza umanitaria.” Tuttavia, le due organizzazioni ribadivano che “mancavano le condizioni di base per garantire la sicurezza e la protezione dei migranti e dei rifugiati soccorsi dopo lo sbarco; pertanto, la Libia non può essere considerata un porto sicuro”. In assenza di meccanismi di sbarco prevedibili, chi opera soccorsi in mare non dovrebbe essere obbligato a riportare rifugiati e migranti in luoghi non sicuri

Già nel 2021 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, dopo la Raccomandazione del 2019, pubblicava il RapportoUna richiesta di soccorso per i diritti umani. Le crescenti lacune nella protezione dei migranti nel Mediterraneo“, chiedendo espressamente agli Stati costieri di non penalizzare le attività di ricerca e salvataggio delle ONG e di non cooperare con la Guardia costiera libica nelle intercettazoni in alto mare che diventano respingimenti collettivi su delega europea ed italiana. Richieste respinte al mittente dai diversi governi italiani che si avvicendavano nel tempo..

2. Malgrado queste chiarissime posizioni adottate dalle Nazioni Unite e dal Consigio d’Europa, l’Italia ha periodicamente rinnovato il Memorandum d’intesa con il governo di Tripoli del 2017, che al suo interno comprendeva il richiamo alle intese operative stabilite con le autorità di Tripoli per il contrasto dell’immigrazione irregolare, ed in particolare con la Guardia costiera libica, già previste nel Protocollo aggiuntivo firmato nel 2007, come uno degli ultimi atti del governo Prodi, con Amato ministro dell’interno. Nel 2022 con il governo Draghi, il Parlamento italiano votava uno stanziamento straordinario di 12 milioni di euro per finanziare le missioni militari in Libia e supportare la sedicente guardia costiera libica, emanazione della milizia paramilitare GACS (General Administration for Coastal Security). Alla fine del 2022 il Parlamento europeo prendeva però atto che “nonostante i colloqui facilitati dalle Nazioni Unite tra la Camera dei rappresentanti libica e gli organi legislativi dell’Alto Consiglio di Stato al Cairo e a Ginevra nel giugno 2022 abbiano portato a un livello di consenso senza precedenti su diverse questioni di lunga data, comprese la distribuzione dei seggi tra le due camere legislative, la ripartizione dei poteri tra le diverse autorità esecutive e la delimitazione delle province, non è stato possibile trovare un accordo su una costituzione ampiamente condivisa o un quadro giuridico per le elezioni”. Una situazione di stallo che continua ancora oggi, malgrado la frenetica attività diplomatica italiana, e sulla quale si sono innescate le crisi nei paesi del Sahel. Mentre le politiche espansionistiche di Egitto, Turchia e Russia hanno messo in secondo piano il ruolo dell’Italia, e dell’Unione europea, in Libia, anche per quanto concerne il controllo delle frontiere marittime. E intanto si aggravava la situazione di abusi sistematici e degrado ambientale dei centri di detenzione controllati da milizie che ormai bloccano periodicamente gli impianti petroliferi per ottenere quello che vogliono, e sfuggono ai tradizionali canali di collaborazione, e di servizio, con le autorità militari e di sicurezza libiche supportate dall’Italia, anche a garanzia dei grandi gruppi economici italiani (a partire da ENI) presenti da anni in Libia.

Nel mese di marzo del 2022 un nuovo Rapporto della missione Onu in Libia all’attenzione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra, confermava “recenti prove che testimoniano come la tortura sia praticata ripetutamente e continuativamente contro i detenuti. Ciò include luoghi di detenzione ufficiali e siti gestiti dalle milizie che agiscono sotto l’egida dello stato libico. Inoltre, molte delle prigioni, che erano state dichiarate chiuse, operano invece in segreto e i rappresentanti Onu sottolineano come, in molti casi, le autorità non hanno eseguito gli ordini di rilascio dei detenuti.”.

3. Nel corso del 2023 restava sottotraccia la presenza militare italiana nel porto di Tripoli con la missione Nauras di Mare Sicuro, e si incrementavano le dotazioni militari e di mezzi delle missioni europee FRONTEX, EUNAVFOR MED IRINI ed EUBAM LIBYA, con un rapporto di comunicazione e di cooperazione operativa sempre più intenso con la sedicente Guardia costiera libica, che riceveva direttamente dall’Italia numerosi assetti operativi. Questa maggiore collaborazione non corrispondeva però ad un miglioramento della condizione delle persone intercettate in acque internazionali e ricondotte con la forza in territorio libico, in un porto non sicuro. La situazione sul terreno e nelle zone costiere diventava sempre più indecifrabile. In realtà, l’Italia ha interrotto l’addestramento della sedicente Guardia costiera “libica”, che almeno per quanto riguarda la Tripolitania dalla fine del 2020 e’ sotto il pieno controllo dei Turchi. Conseguenza dell’intervento di Erdogan a difesa di Tripoli quando nel 2019 il generale Haftar la stava occupando. E adesso la Turchia controlla, attraerso le milizie ibiche, le mottovedette donate dall’Italia.

In un Rapporto di Human Rights Watch (HRW) diffuso l’11 gennaio 2024, nel quale si citavano anche i precedenti documenti delle Nazioni Unite, si confermava la persistente presenza in Libia di “mgranti e richiedenti asilo (che) soffrono condizioni disumane, torture, lavoro forzato e aggressioni sessuali in detenzioni arbitrarie e indefinite controllate dai ministeri degli Interni sia dell’Est che dell’Ovest o in strutture controllate dai trafficanti”. .Secondo questo rapporto, “il Ministero della Giustizia ha detenuto migliaia di persone in detenzione prolungata senza processo, in carceri gestite solo nominalmente dalle autorità ma effettivamente controllate dalle milizie, che hanno sottoposto i detenuti a condizioni disumane tra cui grave sovraffollamento, maltrattamenti e tortura”.

Nel corso di un recente incontro con Trabelsi, ministro dell’interno del governo provvisorio di Tripoli, segnalato nel 2018 dal Dipartimento di Stato Usa, nel Rapporto annuale sulle violazioni dei diritti umani nel mondo, per contrabbando di petrolio e traffico di esseri umani, il ministro Piantedosi, in missione a Tripoli,dopo una intensa attività diplomatica condotta dalla nostra ambasciata, lo ha ringraziato “per l’amicizia e per la collaborazione nelle numerose iniziative in tema di lotta ai trafficanti di esseri umani, che evidenziano dei primi risultati tangibili”. Al processo di Palermo nei confronti del senatore Salvini per il caso Open Arms del 2019, seguito in diretta da Radio Radicale, lo stesso ministro Piantedosi ha distinto tra centri di detenzione governativi e illegali, in Libia, perchè in mano ai trafficanti, dichiarando, con un riferimento temporale non meglio precisato, ma che, se reso in quel processo non può che risalire a quell’anno, che “l’Italia si coordina con le istituzioni libiche che gestiscono campi di detenzione legalmente”. E’ invece documentato, dai rapporti internazionali richiamati in precedenza, fino al 2024, che gli abusi in danno dei migranti vengono perpetrati anche nei cd. centri “governativi”, che pure, in realtà, sono in situazioni diverse uno dall’altro, anche in base al peirodo, a seconda delle milizie che ne detengono il controllo.

A marzo dello scorso anno esperti delle Nazioni Unite hanno concluso che le forze di sicurezza e i gruppi armati in Libia, con riferimento al periodo dal 2021 al 2023, potrebbero aver commesso una “vasta gamma di crimini di guerra e crimini contro l’umanità” contro libici e migranti, lanciando un appello urgente alla “responsabilità per porre fine a questa pervasiva impunità”. Il rapporto finale della Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sulla Libia (FFM) ha documentato abusi di vasta portata, tra cui “repressione di gruppi civici, detenzione arbitraria, omicidio, stupro, riduzione in schiavitù, uccisioni extragiudiziali e sparizioni forzate”. Secondo la missione delle Nazioni Unite in Libia. nel 2023 risulta provato che “l’Unione Europea e i suoi Stati membri, direttamente o indirettamente, abbiano fornito supporto monetario e tecnico e attrezzature, quali imbarcazioni, alla Guardia Costiera libica e al Direttorato per Lotta alla migrazione illegale, che è stato utilizzato nel contesto dell’intercettazione e della detenzione di migranti“. L’accusa, contenuta nel rapporto, è formulata “sulla base di prove sostanziali”.In base alle testimonianze rdse dai migranti intrappolati in Libia alla missione delle Nazioni Unite, ci sarebbe la “prova schiacciante” di torture sistematiche, messe in atto dalle autorità a capo dei centri di detenzione, tra cui anche il Direttorato per la Lotta alla migrazione illegale (DCIM) e la Guardia Costiera libica (LCG). La stessa missione delle Nazioni Unite, confermando i rapporti degli anni precedenti, ha documentato“fondati motivi per ritenere che il personale di alto rango della Guardia costiera libica sia colluso con trafficanti e contrabbandieri, che sarebbero collegati a gruppi di milizie, nel contesto dell’intercettazione e della privazione della libertà dei migranti”.

4. Si rileva poi, da parte dei critici, come la Cassazione nella sentenza sul caso ASSO 28 avrebbe riconosciuto l’obbligo dei comandanti delle navi civili di obbedire al coordinamento delle autorità della regione SAR nella quale si trovano, come se la stessa Cassazione non avesse riconosciuto, almeno per il caso esaminato che risaliva al 2018, una “inoperatività” della zona SAR libica che si può provare ancora oggi,. Chi ha cercato di ridimensionare la portata di questa decisione non è riuscito a portare uno straccio di prova dei progressi fatti in territorio libico nella “gestione condivisa dei flussi con l’Unione europea”. Rimane adesso da qualificare questa “gestione condivisa” e stabilire se si tratta di complicità nei crimini contro l’umanità commessi nelle diverse parti del territorio libico, di veri e propri “crimini di sistema”. Fino allo scorso anno, e presumibilmente ancora oggi, da parte della Guardia costiera “libica” e nei centri di detenzione governativi, è documentato come venissero praticati abusi sistematici ai danni delle persone migranti, che in Libia vngono consierate come “illegali”, anche dopo essere state “soccorse” dalle motovedette fortnite dall’Italia e riportate a terra. Secondo le Nazioni Unite, la Libia non poteva negli scorsi anni, e non può ancora oggi, essere dunque considerata come un “paese sicuro” o in grado di garantire “porti sicuri di sbarco (place of safety-POS).

E’ quindi legittimo, anzi doveroso, che le navi del soccorso civile, che pure avvertono anche le autorità libiche quando operano attività SAR in acque internazionali che rientrano nella pretesa zona SAR “libica”, non si facciano coordinare dai guardiacoste libici e dai capi delle milizie da cui dipendono, che adesso occupano ruoli importanti nelle filiere di comando delle autorità marittime e di sicurezza del governo Dbeibah a Tripoli. Quello stesso governo provvisorio di Tripoli, che collabora tanto con il governo italiano, e invia le motovedette generosamente elargite dall’Italia a interdire ed a minacciare le navi del soccorso civile.

Secondo un Rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 7 dicembre 2023, permane la situazione di divisione del paese e “la situazione umanitaria e dei diritti umani, anche per quanto riguarda la protezione dei migranti e dei rifugiati continua a destare grave preoccupazione”. Nel rapporto si invitavano le autorità libiche a cercare “alternative alla detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo e a garantire un trattamento umano a tutti detenuti, con l’obiettivo a lungo termine della depenalizzazione, del trattamento umano e accesso ai procedimenti giudiziari”. Non si può ritenere dunque che la considerazione della Libia come paese non sicuro, operata dalla Corte di Cassazione con riferimento alla vicenda ASSO 28 del 2018, sia da contestualizzare esclusivamente in quell’anno. Ancota oggi non si può definire una “Libia” priva di consistenza territoriale unitaria e di istituzioni centrali condivise, capaci di garantire il rispetto dei diritti umani, come un “paese sicuro”. E come tale non viene neppure menzionato nella lista dei “paesi terzi sicuri” aggiornata a marzo dello scorso anno dal governo Meloni.

5. Occorre interrogarsi a questo punto sulla legittimità di una zona SAR “libica” discendente dal Memorandum d’intesa Gentiloni-Minniti con il governo di Tripoli del 2 febbraio 2017, utilizzata ancora oggi come pretesto per sanzionare le navi delle Organizzazioni non governative che salvano vite umane nelle acque internazionali che sarebbero ricomprese in quella enorme zona SAR riconosciuta al governo di Tripoli. Nella quale i “soccorsi” operati dalle motovedette libiche sono di fatto intercettazioni violente per riportare a terra, nelle mani delle milizie, che controllano i centri di detenzione il maggior numero di persone in fuga dalla Libia. Un numero in continuo aumento, soprattutto dopo che per effetto del Memorandum d’intesa tra l’Unione europea e la Tunisia, sponsorizzato dal governo Meloni, molte persone sono state respinte illegalmente dalla Tunisia oltre i confini libici, e si sono moltiplicate le partenze dalla Tripolitania, dalla frontiera di Ras Jedir e da Zwara fino a Sabratha, Khoms ed oltre. Ma intanto il piano d’azione dell’Ue sul Mediterraneo centrale, approvato dal Consiglio nel novembre 2022 è rimasto lettera morta. E non si sa quali ulteriori passi nei rapporti con la Libia potranno essere fatti prima delle prossime elezioni europee. Durante una recente audizione in Commissione Libe sul naufragio di Pylos che il 14 giugno 2023 è costato la vita ad almeno 500 migranti, la commissaria Ue per gli Affari Interni, Ylva Johansson, ha ammesso che “con alcuni Paesi vicini è più difficile collaborare, come con la Libia, dove ci sono chiare indicazioni di criminali che si sono infiltrati nella Guardia Costiera“.

6. Lo scorso anno la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa chiedeva il ritiro dei decreti sicurezza che criminalizzavano il soccorso civile, subordinandolo al coordinamento delle “competenti” autorità SAR “libiche” e la sospensione immediata del Memorandum Italia-Libia del 2017. Come riportava L’Avvenire, in un articolo di Nello Scavo, il Consiglio d’Europa aveva fortemente criticato il decreto legge Piantedosi n.1 del 2023, che in qualche modo subordinava le attività di ricerca e salvataggio delle ONG al coordinamento delle “autorità competenti”, dunque anche delle autorità marittime libiche, da identificare di volta in volta, a causa della situazione di disgregazione nella quale versa ancora quel paese. Secondo quanto scriveva la Commissaria ai diritti umani Mijatović in una lunga lettera del 26 gennaio 2023 rivolta al governo italiano,“Le disposizioni del decreto potrebbero ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle Ong e, quindi, essere in contrasto con gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani e diritto internazionale”, Tra le ragioni di critica riportate da Nello Scavo, “la decisione di assegnare alle navi di soccorso porti di sbarco del Centro e del Nord Italia e non più vicini all’area operativa. L’accusa è diretta: allontanare le navi umanitarie e tenerle impegnate il più possibile al di fuori del Canale di Sicilia”. “Il decreto e la prassi di assegnare porti lontani per lo sbarco delle persone soccorse in mare – scriveva il Commissario per i diritti umani – rischiano di privare le persone in difficoltà dell’assistenza salvavita delle Ong sulla rotta migratoria più letale del Mediterraneo”.

7. Il governo Meloni chiede oggi di “contestualizzare” con riferimento al 2018 la decisione della Corte di Cassazione che definiva la Libia, priva di una consistenza territoriale unitaria e come un paese non sicuro, Il governo dunque “tirerà dritto sugli accordi con la Libia”. Ma di quale Libia stanno parlando, quando la Libia non ha ancora un unico governo ed una Centrale unificata di coordinamento dei soccorsi in mare (MRCC) ? Le interlocuzioni parallele avviate con Tripoli e con Bengasi, all’esclusivo scopo di ottenere un maggior contrasto dell’immigrazione “illegale” e la chiusura di tutte le possibilità di fuga verso l’Europa, non faranno altro che mantenere alta la conflittualità tra le contrapposte autorità politiche e militari che si contendono il potere in Libia.

Quando il Ministro Piantedosi ha elogiato gli eccellenti risultati conseguiti nella collaborazione con i libici, si riferiva al 2019, anno in cui si verificava la vicenda Open Arms sulla quale Salvini è chiamato a rispondere davanti al Tribunale penale di Palermo, oppure ai successivi risultati, a partire dal fallimentare vertice di Malta del settembre di quello stesso anno, della “collaborazione italo-libica”, ed a quali autorità libiche intendeva fare riferimento? Forse alla cooperazione operativa garantita fino al 2020 alla sedicente Guardia costiera “libica” dalla missione Nauras con base nel porto militare di Tripoli ad Abu Sittah ? Nella valutazione di questa collaborazione, adesso rilanciata con il Piano Mattei per l’Africa, quanto si è tenuto conto dei rapporti delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, che continuano, anno dopo anno, a documentare, anche da parte della stessa Guardia costiera “libica”, abusi generalizzati ai danni delle persone migranti, abusi che dovrebbero impedire, ora come allora, di ritenere la Libia un “paese sicuro”? Per quanto tempo ancora i Tribunali amministrativi continueranno a ritenere legittimi i fermi amministrativi delle navi delle ONG, perchè, come ritiene il governo,“intralciano i soccorsi dei libici”?


CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE

15 DICEMBRE 2023

United Nations Support Mission in Libya – Report of the Secretary-General (S/2023/967)


EUNEWS

6 LUGLIO 2023

Dall’Eurocamera dubbi sui fondi Ue alla Libia. L’ammissione di Johansson: “Chiare indicazioni di infiltrazioni criminali nella Guardia Costiera”

In una nota congiunta la Commissione Libertà civili e la sottocommissione per i diritti umani esprimono “profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani dei migranti in Libia”. Dal 2015 l’Ue ha stanziato circa 700 milioni di euro di sostegno a Tripoli


IRPIMEDIA

How Italy built Libya’s maritime forces

The Big Wall in the Mediterranean Sea was built upon contracts that are hard to track. Overall, the outsourcing of border control has cost over one billion euro. And the results have been underwhelming

22.12.22

Lorenzo Bagnoli
Fabio Papetti


IOMInternational Organization for Migration

2021

SMUGGLING OF MIGRANTS ON THE CENTRAL MEDITERRANEAN ROUTE

(p.43) ” The situation is even more serious in Libya, where migrants themselves admit that they cannot trust “anyone” and where the distinctions between traffickers, armed groups and the authorities tend to blur. According to some reports, in Libya the Department for Combating Illegal Immigration, which runs the so-called “official” migrant detention centres, “rents” migrants to others who use them as cheap labour.There are proven cases of the Libyan Coast Guard, whose role is to intercept or rescue migrants at sea, who are also responsible for smuggling migrants”


MINISTERO DELL’INTERNO

28 MARZO 2019

Direttiva per ii coordinamento unificato dell’attività di sorveglianza delle frontiere marittime e per ii contrasto all’immigrazione illegale ex rt. 11 de! d.lgs. n. 286/1998 recante ii Testo Unico in materia di Immigrazione. Integrazione concemente le attivita SAR Libia – nota della Commissione Europea.


Nota della Commissione Europea

MARZO 2019

  • Rif. Ares{2019)1755075-1l>JCW2019
    COMMISSIONE EUROPEA
    DIREZIONE GENERALE MIGRAZIONE E AFFARI INTERNI

    Il Direttore Generale
    Bruxelles
    Fabrice Legeri
    Direttore esecutivo
    Guardia di frontiera e costiera europea
  • Caro direttore esecutivo,
    Desidero ringraziarvi per la vostra lettera e per gli sviluppi positivi legati ad essa
    con il rinnovo del Piano Operativo e operativo dell’Operazione Congiunta Themis
    e la Comunicazione in caso di avvistamenti SAR nell’area del Mediterraneo centrale.
  • La Libia ha ratificato la Convenzione SAR (Amburgo 1979). Nel dicembre 2017
    L’Autorità per i porti e i trasporti marittimi libica ha informato l’Organizzazione marittima internazionale (l.M.O.) su una Regione libica di ricerca e salvataggio (SRR). In conformità con la Convenzione SAR La Comunicazione rappresenta una dichiarazione unilaterale con effetto costitutivo. Finora non sono state espresse obiezioni o riserve dalla comunità marittima internazionale o specifiche dai paesi limitrofi.
  • Come sapete, lo scopo di avere un SRR è definire chiaramente chi ha la primaria
    responsabilità di coordinare le risposte alle situazioni di pericolo.
  • Informazioni rilevanti per identificare la struttura operativa responsabile del coordinamento della la condotta delle operazioni SAR nella SRR libica sono state caricate sul Piano globale SAR gestito dall’IMO in modo che sia disponibile al pubblico per il settore marittimo e per le parti interessate.
  • Abbiamo osservato l’aumento delle prestazioni della Guardia Costiera libica nel
    periodo 20I7-2018 come diretta conseguenza del sostegno fornito dall’UE ad entrambi in termini di formazione e attrezzature.
  • Nel 2018, secondo i dati forniti dall’Organizzazione Internazionale per Migrazione (OIM), complessivamente 15.358 migranti sono stati salvati dalla Guardia costiera libica e sbarcati in Libia. Al 22 febbraio 2019, la Guardia costiera libica (LCG) ha soccorse/intercettate 779 persone in mare.
  • Vale anche la pena notare che nel 2018 la maggior parte delle persone soccorse è stata sbarcata presso la base navale di Tripoli (62%) seguita dal porto di Al Khums (19%) e Azzawya (I1%) dove si consolida la cooperazione nei punti di sbarco con l’!OM per la registrazione e screening iniziale.
  • I risultati del meccanismo di monitoraggio implementato dall’operazione EUNAVFOR MED Sophia sono incoraggianti e hanni confermato l’adeguata assunzione del personale libico formato con l’aiuto dell’assistenza dell’UE e un numero maggiore di attività in mare e un aumento delle capacità e della professionalità della Guardia costiera libica.
  • L’UE sta collaborando con la guardia costiera libica, riconosciuta dalle Nazioni Unite, Comitato per le Sanzioni, come struttura legittima e responsabile nei confronti del governo di Accordo nazionale che a sua volta viene riconosciuto dalla comunità internazionale.
  • Tuttavia, la Commissione non fornisce finanziamenti diretti alle autorità libiche. Dal 2013 è in corso la cooperazione con la Libia nell’ambito dell’UE Programma del fondo fiduciario su varie questioni, comprese le attività destinate a rafforzare il capacità delle autorità nella sorveglianza marittima e nella conduzione di ricerca e salvataggio operazioni in mare.
  • La procedura delineata nella tua lettera per comunicare gli avvistamenti, così come quelle iniziali azioni riguardanti. situazioni di “distress”, direttamente al Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) “responsabile” della regione SAR, costituisce una procedura in linea con le disposizioni della Convenzione di Amburgo del 1979 (1). È quindi conforme a diritto internazionale informare e identificare come primo MRCC quello che è nella posizione migliore per fargli prestare assistenza, in modo da evitare ritardi nelle azioni e ridurre al minimo la perdita di vite umane in mare.
  • Per quanto riguarda la dichiarazione sulle procedure da seguire e sulla notifica degli avvistamenti “emergenza” in mare al “Responsabile” MRCC (ovvero MRCC Libia) e anche a MRCC confinanti (ovvero quelli di Italia e Malta) ed EUNAVFOR MED) vorrei sottolineare che l’Italia, nonostante non possa essere presa in considerazion come un “vicino MRCC” perché non confina con la SRR libica, sostiene la Guardia Costiera libica, in particolare, ha agito durante gli eventi SAR in qualità di “snodo di comunicazione”. A questo proposito, insieme a Malta, e seguendo lo standard In pratica, sarebbe opportuno includere anche la Tunisia e l’Egitto.
  • Colgo l’occasione anche per sottolineare che il quartier generale EUNAVFOR MED non può essere considerato tra gli organismi riconosciuti dalla normativa internazionale con responsabilità di esercitare servizi SAR compreso il coordinamento. EUNAVFOR MED appresenta una risposta strutturata come parte dell’approccio integrato dell’UE alla migrazione nel Mediterraneo centrale e contribuire alla stabilizzazione della Libia. Ha fornito tuttavia fino ad oggi il proprio prezioso contributo ”per l’assistenza alle persone in pericolo in mare” e consegnare i sopravvissuti in un luogo di sicurezza sotto il coordinamento del RCCR competente. Molti dei recenti avvistamenti di migranti nella SRR libica sono stati forniti dagli assetti aerei dell’EUNAVFOR MED e sono stati notificati direttamente al RCC libico responsabile della propria regione.
  • La Commissione ha più volte ricordato che l’azione dell’Unione europea è volta a salvare vite umane in mare è stata risoluta e continuerà ad esserlo. Fornire assistenza a persone e navi in ​​pericolo in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale vincolante per l’UE e i suoi Stati membri. L’Individuazione precoce di tali navi e la trasmissione tempestiva delle relative informazioni. al RCC responsabile è di fondamentale importanza per salvare la vita delle persone a bordo.
    • Cordiali saluti,
    • (firmato elettronicamente)
    • Paraskevi MICHOU
    • .

NOTE

  • 1 Convenzione SAR paragrafo 4.3 “‘Qualsiasi unità di ricerca e salvataggio che riceve informazioni su un caso di pericolo ntraprenderà inizialmente azioni immediate se è in grado di fornire assistenza e, in ogni caso, informerà senza indugio il centro di coordinamento di salvataggio o il sottocentro di coordinamento di salvataggio nell’area in cui si trova l’incidente si è verificato’ «Decisione del Consiglio (PESC) 20151778 del 18 maggio 2015, ° “considerando” n. (6).
  • 2 Gabinetto Ministro – ARCHIVIO DI GABINETTO – Prot. Uscita N.0021417 del 28/03/2019 Gabinetto Ministro – ARCHIVIO DI GABINETTO – Prot. Uscita N.0021417 del 28/03/2019 Le informazioni all’RCC responsabile sono di fondamentale importanza per salvare la vita di persone a bordo.