Il diritto fluttuante delle frontiere marittime europee: considerazioni a margine dei respingimenti immediati da Ceuta

di Fulvio Vassallo Paleologo

La riunione dei ministri dell’interno dell’Unione europea, sollecitata anche da Pedro Sanchez, dopo la richiesta di Giorgia Meloni e della premier danese Mette Frederiksen, con il supporto del miliardario ceco Babis, alla quale hanno aderito ben 20 paesi menbri, con l’eccezione tra altri di Francia, Portogallo, Lussemburgo, si potrebbe rivelare un clamoroso boomerang per il governo italiano. La Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha espresso gratitudine verso la leadership spagnola. e per il personale di sicurezza che a Ceuta mantiene il controllo costante dei posti di blocco di frontiera terrestre e marittima. Una netta inversione di tendenza rispetto alla lettera inviata alla Commissione da Giorgia Meloni, mentre in Italia i media continuano a trasmettere racconti che celebrano i successi del governo a livello europeo e descrivono una emergenza infinita a Ceuta. Allo stesso tempo si nascondono le immagini della frontiera di Trieste, dopo la sospensione di Schengen al confine con la Slovenia, o dei centri hotspot nei quali si dovrebbero svolgere le procedure di frontiera. Per non parlare della censura sul CPR di Gjader in Albania. Prima o poi la sveglia suonerà anche per gli esponenti del governo che continuano a capovolgere il rapporto tra realtà e finzione, e per chi li segue. La sospensione unilaterale del sistema Schengen nei confronti della Spagna da parte dell’Italia non potrà non avere pesanti conseguenze per il nostro paese.

Intanto il nuovo Regolamento UE che prevede i cd. hub di rimpatrio nei paesi terzi non è stato ancora pubblicato, e dunque non è entrato in vigore. Non si sono diradati a livello europeo i dubbi sul “modello Albania”, che il governo italiano vorrebbe estendere anche in altri paesi terzi, ma che rimane sottoposto al giudizio della Corte di Giustizia dell’Unione europea che si dovrebbe pronunciare nei prossimi mesi. Va chiarito che i centri di detenzione sotto giurisdizione italiana in Albania non hanno nulla in comune con gli hub di rimpatrio da attivare in paesi terzi, che resterebbero sottoposti alla giurisdizione esclusiva di questi paesi, soprattutto per il completamento delle operazioni di rimpatrio nei paesi di origine. Ma su questo si dovranno pronunciare ancora i giudici della Corte di Lussemburgo e non sarà una riunione dei ministri dell’interno che potrà modificare la portata di questa decisione.

Con i consueti voltafaccia della più recente politica internazionale Ursula von der Leyen, che ieri sembrava sulla stessa linea della Meloni, è arrivata oggi a lodare la “cooperazione esemplare” tra Marocco e Spagna nella gestione della frontiera di Ceuta e Melilla, exclavi spagnole in territorio marocchino non rientranti nello spazio Schengen. In base a questa cooperazione tra i due governi le operazioni di rimpatrio, volontario o forzato, sono sempre state molto rapide, e quest’anno, prima che il Marocco aprisse la sua frontiera, il numero degli arrivi a Ceuta via terra risultava in forte calo, mentre quelli via mare erano praticamente interrottti. Ci vorranno inchieste internazionali indipendenti per stabilire chi abbia dato il via libera a quest’ultimo esodo, chi lo abbia divulgato sui social, e con quali ordini le autorità marocchine abbiano fatto da scorta verso il confine alla massa di persone che cercavano di entrare a Ceuta, e solo in misura minima invece a Melilla. Un attacco concentrato in poche ore e su un punto preciso della frontiera.

Dopo lo sciacallaggio imbastito dai partiti di destra sull’assalto a Ceuta, come se si trattasse di una minaccia per l’intero sistema Schengen, appare certo un ulteriore rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, anche se i consueti strumenti adottati dall’Unione europea in questi casi hanno dimostrato già limiti evidenti. Impossibile pensare ad un intervento diretto dell’agenzia Frontex alle frontiere europee delle exclavi spagnole in Marocco, totalmente inutilizzabili i Regolamenti derivanti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024, che prevedono la finzione di non ingresso durante i primi accertamenti (screening) e nelle procedure accelerate in frontiera, e procedure di rimpatrio veloce alla frontiera, che sono destinate a saltare non appena aumenta il numero degli arrivi.

Il goveno Meloni farebbe meglio ad occuparsi dei suoi fallimenti nelle politiche di esternalizzazione, a partire dal Piano Mattei per l’Africa. Il calo degli arrivi è dovuto principalmente alla collaborazione con paesi che non rispettano i diritti umani, ed al boicottaggio dei soccorsi in acque internazionali, con un numero crescente di vittime, che vengono tenute ai margini della cronaca, come oltre mille persone scomparse nel Mediterraneo centrale soltanto lo scorso gennaio. Se il Marocco, salvo sporadici tentativi di strumentalizzazione, garantisce alla Spagna un buon livello di collaborazione, certo non si può dire la stessa cosa se si riguardano i rapporti tra l’Italia, la Tunisia, l’Algeria, l’Egitto, per non parlare della Libia divisa tra più governi e milizie, che non si presta certo a collaborare in politiche di rimpatrio, anche perchè tra le persone migranti che partono dalle coste della Tripolitania e della Cirenaica, praticamente non ci sono libici. Nè sembra che qualcuno abbia ancora proposto la Libia come hub di rimpatrio, forse Vannacci potrebbe arivare anche a sparare questa ulteriore palla di cannone ad uso propaganda elettorale, ma a livello europeo non avrebbe mai il seguito necessario per concretizzare questa proposta, in aperto contrasto con la Carta dei diritti fondamentali UE. Ci sarebbe molto da indagare invece sui respingimenti collettivi “by proxydelegati alle guardie costiere libiche e tunisina, per aggirare la sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi, adottata nel 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Non è affatto chiara, ad esempio, la effettiva attivazione di una centrale di coordinamento dei soccorsi (MRCC) a Bengasi, con il supporto europeo, ma su forte impulso delle autorità italiane, e rimangono da chiarire i rapporti con le autorità di Tripoli dopo il caso Almasri.

Rimane confermata da questi ultimi eventi la circostanza che tutti i paesi terzi coinvolti in processi di esternalizzazione dei controlli di frontiera, e spesso anche essenziali per i rifornimenti energetici, si ritrovano con il coltello dalla parte del manico, e possono colpire duramente qualunque governo europeo. Ceuta ha rappresentato da questo punto di vista quasi una prova generale. Ma non si dovrebe dimenticare nemmeno il quadro contraddittorio e le tante vittime della frontiera orientale tra la Turchia e la Grecia, malgrado i miliardi di euro pagati ad Erdogan dall’Unione europea. Il regime di chiusura delle frontiere esterne dell’Unione europea, basato sui ricatti incrociati, la chiamano “condizionalità migratoria”, in assenza di canali legali e controllati di ingresso, si rivela dunque sempre più vulnerabile e mortale.

In una situazione nella quale i governi strappano i Trattati internazionali che hanno sottoscritto, ed ignorano qualunque richiamo alla solidarietà sulla quale si è edificata l’Unione europea, e buona parte della sua pregressa legislazione in materia di immigrazione ed asilo, rimane centrale il ruolo della giurisdizione, accusata sempre più spesso di essere “ideologica”, magari proprio da chi coltiva ideologie nazionaliste, suprematiste e razziste, quando le decisioni dei giudici hanno un impatto sulle politiche di gestione dei flussi migratori. Così ad esempio è stata definita “ideologica” la decisione della Corte Suprema spagnola che ha vietato i respingimenti collettivi immediati, senza procedure formali, per coloro che riuscivano ad arrivare a nuoto, via mare nella exclave di Ceuta.

La sentenza della Corte Suprema spagnola 814/2026 del 29 giugno, depositata il primo luglio scorso, afferma che per queste persone non si possono eseguire respingimenti, subito dopo il loro arrivo dal mare nel territorio spagnolo, come misure di allontanamento forzato immediato, definite come “espulsione sommaria”, in assenza di una completa identificazione, e senza accesso alla procedura di asilo. Secondo la Corte Suprema, in questi casi occorre applicare ” una operazione di rimpatrio”, regolamentata dall’articolo 58.3 della Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che richiede una identificazione compiuta, un provvedimento individuale con la motivazione scritta, in ogni caso con la garanzia dell’assistenza di un avvocato e di un interprete. La Corte ha così respinto la tesi della Procura secondo cui ” il respingimento immediato alla frontiera dovrebbe applicarsi anche a coloro che vengono fermati mentre nuotano in mare”, in quanto la linea di confine marittima stessa, monitorata con droni e telecamere termiche, funzionerebe come un “elemento di contenimento”, equivalente a una recinzione fisica. Una tesi che nelle prassi applicate dalla polizia ha prodotto nel tempo una vera e propria caccia all’uomo in mare, con conseguenze mortali per chi tentava di raggiungere Ceuta o Melilla, spesso minori di età o persone migranti provenienti dall’Africa subsahariana, richiedenti protezione internazionale.

La sentenza della Corte suprema spagnola non ha stabilito che chiunque tenti di entrare a Ceuta a nuoto abbia il diritto di rimanere in Spagna ma è rimasta nel solco di precedenti decisioni della Corte costituzionale spagnola, che ha aplicato al regime di “respingimento immediato alla frontiera” di Ceuta e Melilla un’interpretazione restrittiva, già sviluppata nella sentenza 13/2021. La Corte suprema spagnola ha affermato soltanto che nei confronti di chi arriva a nuoto non si può ricorrere ad un respingimento in frontiera ma occorre comunque una procedura di rimpatrio, con attività formali di identificazione, con un provvedimento amministrativo, assistenza legale e interprete e con la possibilità di proporre domanda di protezione internazionale. La propaganda diffusa in modo massivo sui media invece ha fatto intendere che se si entrava a Ceuta a nuoto la Spagna non poteva riportare nessuno in territorio marocchino. Una falsità, come i fatti hanno poi dimostrato. Occorre indagare su chi ha diffuso questa propaganda, e su chi in Marocco ha spalancato i varchi di frontiera, sono loro i principali responsabili delle vittime e non certo i soliti traficanti, facili bersagli di tutti governi che devono giustificare la loro impotenza rispetto all’immigrazione irregolare.

La Corte suprema spagnola, nel caso giunto al suo esame, ha dichiarato la illegittimità del respingimento in Marocco di una persona arrivata via mare a nuoto, ed ha invece affermato che un drone o una telecamera termica non fermano fisicamente nessuno e che dunque non possono essere equiparati a una recinzione, mentre ha poi riconosciuto che se in futuro venissero installate barriere fisiche in mare per fermare questi tentativi, il respingimento alla frontiera potrebbe essere applicato a chiunque cerchi di attraversarle. Si ritornerebbe in pratica alle stesse procedure previste per chi arriva a Ceuta o a Melilla via terra. In tutti questi casi, sempre secondo la stessa Corte, dovrebbe applicarsi il “respingimento immediato alla frontiera”, attività della polizia di confine che comporta l’allontanamento dal territorio prima di aver completato l’ingresso. Ma sul piano della garanzia dei diritti fondamentali delle persone, e soprattutto del rispetto del diritto alla vita, appare difficile equiparare i respingimenti alle frontiere terrestri ai respingimenti alle frontiere marittime, basati sulla delimitazione con boe ed apparecchi galleggianti di un determinato specchio d’acqua. Perchè in mare, a differenza che a terra, si può annegare, o si possono riportare traumi molto più gravi di quelli che si possono subire durante l’ attraversamento di una frontiera terrestre.

Si può osservare che anche la Corte suprema spagnola, come la Corte costituzionale italiana, nel caso della sentenza n. 101/2025 sul caso Ocean Viking, non si sia particolarmente sbilanciata a favore di maggiori garanzie in favore delle persone migranti, tanto da fornire al governo una via che consente facilmente di aggirare i principi di diritto che pure vengono affermati. Infatti in poche ore le autorità spagnole hanno posizionato una barriera galleggiante di fronte alla costa di Ceuta, con il risultato di sterilizzare la portata garantista della decisione dei giudici. Dopo la posa di boe ed elementi galleggianti gonfiabili per una lunghezza di 500 metri la stessa procedura sommaria di respingimento immediato potrebbe essere applicata per tutti quelli che cercheranno di entrare via mare a Ceuta. Sembra però davvero difficile qualificare come “recinzione” di frontiera un lungo tubolare galleggiante di gomma, che per quanto stabilmente ancorato, potrà sempre essere superato a nuoto, e si potrà spostare anche di diversi metri non appena le condizioni del mare peggioreranno. In quel caso, forse, non ci sarà altra soluzione che soccorrere i naufraghi che vi si aggrapperanno, piuttosto che respingerli, e sbarcarli al più presto in un “place of safety”, perchè la salvaguardia della vita umana in mare costituisce un principio assoluto dettato dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare che prevale sulla difesa dei confini.

La circostanza ormai generalmente riconosciuta, che il governo Sanchez sia oggetto di una vera e propria guerra ibrida, per le sue posizioni in ambito internazionale e per le sue politiche migratorie, non deve nascondere gravi responsabilità che questo stesso governo, sotto la pressione devastante delle destre, e dell’internazionale nera guidata da Musk, continua ad assumere nei confronti delle persone che tentano di raggiungere Ceuta e Melilla o che cercano di restarvi, anche in una situazione giuridica e materiale assolutamente precaria. Non si può dimenticare soprattutto il numero comunque rilevante di persone migranti di nazionalità non marocchina, ma provenienti da Stati dell’Africa subsahariana che, come altre volte in passato, hanno “saltato” la frontiera in cerca di asilo. Tra loro, famiglie, donne e minori isolati che non possono essere destinatari di misure di allontanamento forzato e che hanno diritto ad accedere ad una procedura di protezione internazionale. Si vedrà poi se le più recenti normative contenute nei Regolamenti sulle procedure di frontiera, in applicazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo saranno applicabili anche a Ceuta. Di certo nei loro confronti è del tutto inapplicabile la sospensione del regime di libera circolazione Schengen perchè non hanno ancora fatto ingresso nello spazio Schengen, ma dovrebbero applicarsi misure di solidarietà e tutte le garanzie dettate dai vigenti Regolamenti europei con riguardo alle donne, alle faniglie, ai minori isolati ed ai soggetti più vulnerabili come le vittime di tortura. Su questo si misureranno i condizionamenti che le destre spagnole ed europee stanno esercitando contro il governo Sanchez, ma su questo si misurerà, a partire dalla riunione tra i ministri dell’interno UE, anche la tenuta dello Stato di diritto in Spagna, e nell’intera Unione europea.

Non si può infine trascurare il rilevante numero di vittime, dicono 70 ma potrebbero essere oltre cento persone, e tanti sarebbero ancora dispersi, che sono stati contati in questi giorni durante l’esodo di massa sulla costa di Ceuta. Un esodo indotto da molteplici fattori, sotto traccia con un ruolo di potenze diverse, ma certamente effetto della disperata ricerca di una vita dignitosa, mentre in Marocco la condizione delle persone migranti in transito è sempre più precaria, e gli effetti della crisi globale mordono le generazioni più giovani, anche se il paese, ai livelli dirigenziali e nella componente più ricca della popolazione, sembra attraversare una fase di prosperità.

Si può purtroppo prevedere che la barriera galleggiante di 500 metri fissata al largo della costa di Ceuta possa fare aumentare il numero già rilevante delle vittime. Chi tenterà ancora, come avviene da anni, di raggiungere Ceuta a nuoto si troverà ad affrontare un percorso più lungo e su fondali più profondi, con correnti più forti, e con maggiori possibilità di annegamento. Da un punto di vista giuridico, e non solo fisico, una barriera di tubolari di gomma in mare non vale certo e prefigurare una linea di frontiera, sarebbe come edificare un muro sull’acqua, anche perchè non corrisponde al limite delle acque territoriali di Ceuta e Melilla, che si trova più lontano dalla costa. Affidare a prassi discrezionali di polizia le modalità di sorveglianza di un confine tanto labile e precario, magari sulla base di accordi con paesi terzi confinanti, significa applicare quel “fascismo della frontiera” che tante vittime ha già fatto in tutto il Mediterraneo. Succederà anche in Spagna con un cambio di governo, o forse anche prima ? Come si può definire altrimenti la politica di chi fa propaganda in nome della sicurezza dei confini proprio sulla violazione dei diritti umani garantiti dalle Convenzioni internazionali e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea ? Esattamente l’opposto di quanto garantito dalla Convenzione ONU del 2000 contro il crimine transnazionale, dai suoi Protocolli addizionali contro il traffico e contro la tratta di esseri umani, e dal Regolamento Frontex n.656 del 2014.

Al di là del controverso statuto giuridico dei territori e dei confini di Ceuta e Melilla, sia il Marocco che la Spagna rimangono tenuti a rispettare le Convenzioni internazionali a garanzia dei diritti umani che hanno sottoscritto, a partire dalle Convenzioni che proteggono i minori e dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. In base all’art.33 della Convenzione di Ginevra la Spagna ed il Marocco sono tenuti a rispettare il principio di non respingimento, anche indiretto, che garantisce (o dovrebbe garantire) il rispetto dei diritti umani, tra cui, tra l’altro, il diritto alla vita, il diritto a non subire torture o altri trattamenti inumani o degradanti, il diritto a non essere sottoposti a espulsioni collettive, il diritto alla libertà e alla sicurezza, il diritto di lasciare qualsiasi paese, compreso il proprio, e il diritto di chiedere e godere di asilo in modo da ricevere protezione da ogni tipo di persecuzione. In quanto paese membro dell’Unione europea, la Spagna rimane comunque tenuta a rispettare il divieto di espulsioni e di respingimenti collettivi, sancito dall’art.19 della Carta dei diritti fondamentali UE e dall’art.4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU.

Se le Corti internazionali non saranno più in grado di garantire questi valori fondamentali a tutela dei diritti umani, saremo davvero in una fase di superamento di quell’assetto democratico raggiunto con le Costituzioni nazionali e con i Trattati internazionali dopo la seconda guerra mondiale. Lo schieramento dell’Italia è evidente, Giorgia Meloni propone ancora una volta il superamento del sistema di garanzie previsto dalla Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, perchè costituirebbe un ostacolo, soprattutto per il divieto di respingimenti collettivi, all’ulteriore inasprimento delle politiche migratorie. Ma quelle stesse garanzie sono alla base della Costituzione italiana (artt.10, 11, 13, 24, 32 e 117) e delle Convenzioni internazionali che questa richiama. Ancora una volta dunque l’Italia si presenta ad una importante scadenza internazionale con un piano eversivo dello Stato di diritto, contando di raccogliere consensi tra i partiti sovranisti e nazionalisti che stanno prendendo il sopravvento ovunque. Non si annunciano tempi di maggiore sicurezza o prospettive di pace, ma altre crisi internazionali, in un clima di guerra permanente, ed un diffuso conflitto sociale.