Boat people verso Lampedusa, guerra ai soccorsi umanitari

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Duecentosettanta persone sono sbarcate nel pomeriggio del 5 aprile a Lampedusa dopo che in precedenza altre 5 imbarcazioni erano state soccorse dalle motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza. In prevalenza si trattava di bengalesi, egiziani, sudanesi, pakistani, siriani ed eritrei. Sono saliti così a 11, con un totale di 581 persone gli sbarchi di oggi. Dieci dei natanti soccorsi dai mezzi militari italiani e di Frontex sono partiti dalla Libia, soltanto uno – con a bordo 31 persone originarie della Sierra Leone, Costa d’Avorio, Camerun e Somalia – da Sfax, in Tunisia.

La realtà continua a smentire le statistiche affrettate a fini di propaganda, diffuse da un governo sempre più allo sbando sul fronte dell’immigrazione. Dopo settimane di cattivo tempo con brevi finestre di calma, appena le condizioni meteo si stabilizzano riprendono le partenze dalla Libia. Mentre rimane ridotto il numero delle persone che riescono a fuggire dalla Tunisia, dove è in corso una massiccia campagna di espulsioni collettive verso la Libia , e l’Algeria, dopo diffuse persecuzioni razziali innescate dal governo dell’autocrate Saied, grande alleato di Giorgia Meloni e di Ursula von der Leyen, artefici nel 2023 del Memorandum UE-Tunisia. Al di là delle condizioni meteo finalmente migliorate in primavera, si potrebbe mettere in relazione questa impennata delle partenze dalla Libia, se non con la vicenda, dai contorni ancora torbidi, del comandante Almasri, ricercato dalla Corte Penale internazionale, con la repressione in corso in quel paese contro l’UNHCR e le Organizzazioni non governative. Che vengono ritenute “colpevoli” di prestare assistenza alle persone migranti intrappolate nelle diverse regioni libiche sotto il controllo di milizie che si combattono per il controllo del territorio, ma che rescono anche a trovare intese quando si tratta di spartirsi i proventi o di lucrare sui vantaggi politici derivanti dal traffico di migranti. La più recente campagna contro l’UNHCR e le ONG che operano attività di assistenza ed “integrazione” dei migranti in Libia, sembra indotta, dietro le ragioni religiose, dalla crescente influenza della Turchia sul governo di Tripoli e dal timore dei capi-milizia che, attraverso queste organizzazioni, possano uscire dalla Libia, ed arrivare ai tribunali internazionali, denunce delle vittime degli abusi, commessi da gruppi paramilitari che supportano i governi, di Tripoli e Bengasi, ai danni delle persone migranti, ed anche di cittadini libici, soprattutto giornalisti.

2. Gli accordi operativi con la Libia, innescati dal Memorandum d’intesa Gentiloni. Minniti del 2017, nel solco delle precedenti intese stipulate da Prodi nel 2007, da Berlusconi nel 2008, e poi da Monti nel 2012, funzionano a seconda dei rapporti di forza tra le diverse milizie colluse con i trafficanti, che sostengono i governi di Tripoli e Bengasi. Mentre le milizie che sostengono il premier Dbeibah a Tripoli fanno affari con gli immigrati in transito in Libia, questi dichiara che non permetterà che la Libia diventi un paese di insediamento, come è sempre stata fin dai tempi di Ghedafi. Alla fine tutti fanno a gara per ricevere finanziamenti dall’Unione Europea e dall’Italia, e sui tavoli di trattativa non ci sono solo i corpi dei migranti, ma anche le reti di ricerca e distribuzione delle risorse energetiche che la Libia trasferisce in Europa attraverso l’Italia.

Nella più recente versione delle prassi di collaborazione intergovernativa emerge un consistente aiuto finanziario fornito dal governo italiano per supportare l’OIM nelle operazioni di rimpatrio volontario assistito, di fatto un rimpatrio obbligato, soprattutto a fronte delle pessime condizioni di vita e della diffusa persecuzione dei migranti, nelle diverse parti del territorio libico.

3. Le notizie sugli arrivi a Lampedusa e sui soccorsi in mare, dopo che Sergio Scandura, corrispondente di Radio Radicale per il Mediterraneo, aveva fornito i primi dati, sono rimaste confinate a lanci di agenzia ed a brevi articoli della stampa locale. In una giornata in cui Elon Musk con ampio rilievo di cronaca è tornato a lanciare i suoi allarmi sull’immigrazione “incontrollata” fornendo una sponda al congresso della Lega ed al rilancio del suo leader Matteo Salvini. Secondo Musk, che evidentemente considera come superata la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, e finge di ignorare la portata degli obblighi di soccorso in mare, come del resto ha dimostrato in diverse occasioni il suo odierno interlocutore Salvini, “l’immigrazione di massa è una cosa folle e porterà alla distruzione di qualsiasi paese che la consente”.

Vediamo adesso in dettaglio da chi arriva “il pericolo” per la sicurezza. con gli sbarchi a Lampedusa, che secondo la giurisprudenza italiana non possono essere considerati come eventi di immigrazione irregolare, trattandosi nella maggior parte dei casi, della doverosa conclusione di vere e proprie attività di ricerca e salvataggio (SAR), mentre continua ad aumentare il numero delle persone disperse in mare. Queste le nazionalità, e le singole località di partenza dalla Libia e dalla Tunisia: secondo i dati disaggregati forniti da Sergio Scadura, di Radio Radicale, nel pomeriggio del 5 aprile 2025, i primi 11 sbarchi a metà giornata erano così composti: 581 Persone dal n° 1 al n° 11. [ Fonti OOII a SCA/RR] Sbarco 1 – 5.4.2025 GDF Law Enf – Molo Favaloro 73 Persone (8 Minori) Nazionalità : Eritrea, Somalia, Sudan, Gambia, Marocco, Nigeria, Egitto, Siria. Partenza : Sabrata, LIBIA Sbarco 2 – 5.4.2025 Frontex MAI3063 – Molo Favaloro 23 Persone (1D) Nazionalità : Sudan, Egitto, Gambia Giorni in mare: 2 Partenza : Zawia, LIBIA Sbarco 3 – 5.4.2025 CP SAR – Molo Favaloro 42 Persone (1 MSNA) Nazionalità : Egitto , Pakistan, Bangladesh Tipo imbarcazione: vetroresina Partenza : Zuara, LIBIA Sbarco 4 – 5.4.2025 GDF – Molo Favaloro 66 Persone (4 MSNA) Nazionalità : Egitto, Bangladesh Partenza : Zuara, LIBIA Sbarco 5 – 5.4.2025 GDF – Molo Favaloro 31 Persone (8 MSNA) Nazionalità : Etiopia, Eritrea, Siria, Egitto, Bangladesh Partenza : Sabrata, LIBIA Sbarco 6 – 5.4.2025 Frontex MAI3063 – Molo Favaloro 76 Persone (2 MNSA) Nazionalità : Egitto, Pakistan, Bangladesh Partenza : Zuara, LIBIA Sbarco 7 – 5.4.2025 CP 319 SAR – Molo Favaloro 31 Persone (5 D, 2 MA, 7 MSNA) Nazionalità : Camerun, Sierra Leone, Costa D’Avorio, Somalia Partenza : Sfax, TUNISIA Sbarco 8 – 5.4.2025 CP 319 SAR – Molo Favaloro 104 Persone (21 D, 4 MA, 7 MNSA) Nazionalità : Eritrea, Sudan, Etiopia, Somalia, Siria, Egitto, Palestina Partenza : Sabrata, LIBIA Sbarco 9 – 5.4.2025 CP 319 SAR – Molo Favaloro 71 Persone (4 MSNA) Nazionalità : Egitto, Bangladesh Partenza : Zuara, LIBIA Sbarco 10 – 5.4.2025 CP SAR – Molo Favaloro 33 Persone (6 MSNA) Nazionalità : Sudan Partenza : Zawia, LIBIA Sbarco 11 – 5.4.2025 GDF – Molo Favaloro 31 Persone (10 MSNA) Nazionalità : Eritrea, Etiopia, Ghana, Sudan Partenza : Sabrata, LIBIA.

Le diverse nazionalità di provenienza dei naufraghi sbarcati a Lampedusa e di quelli soccorsi in mare dalla Guardia di Finanza, dalla Guardia costiera e da un mezzo dell’agenzia Frontex, battente bandiera rumena, fanno chiaramente comprendere come si tratti di persone costrette a migrazioni forzate, che negli ultimi mesi si stanno bloccando in paesi di transito come la Libia e la Tunisia, nei quali i migranti sono vittime di ogni genere di persecuzione. Dopo che i governi e le autorità militari di questi paesi hanno recepito le prassi operative di continua violazione degli obblighi di soccorso e dei doveri di assistenza indotte dagli Stati europei per dissuadere dalle traversate, si sono legittimate vere e prolprie pratiche di deterrenza come law enforcement, trasferendo risorse e tecnologie a guardie costiere ed a milizie che praticano trattamenti inumani e degradanti. Per molte persone, in transito in Tunisia, i rastrellamenti ordinati da Saied, soprattutto nella zona di Sfax, sono diventati un vero e proprio fattore di spinta, come si diceva una volta per le ONG. A migliaia, sono costrette a passare in Libia, se non vengono catturate dalla polizia tunisina e “vendute” alle milizie libiche che controllano la fascia costiera dal confine di Ras Jedir fino a Zuwara e Sabratha. Da lì poi parte la maggior parte dei barchini e dei gommoni diretti verso Lampedusa. Tutto questo avviene per effetto degli accordi che l’Italia e l’Unione europea hanno stipulato nel tempo con i governi di Tunisi e di Tripoli.

Questa politica di esternalizzazione delle frontiere si traduce in aperta complicità dei governi europei negli abusi commessi in acque internazionali, oltre che sui territori, in Libia e in Tunisia, ai danni delle persone migranti. Eppure, le traversate della disperazione, evidentemente in mano ai trafficanti che i governi dei paesi nordafricani lasciano liberi di operare, quando conviene, proseguono e si intensificano non appena le condizioni meteo migliorano. Se le partenze dalla Tunisia sono temporaneamente ridotte per la “pulizia etnica” che il premier Saied sta portando a compinento nei confronti dei migranti in transito, soprattutto dalla zona di Sfax, con espulsioni collettive verso la Libia, ed in parte minore verso la Algeria, il pantano libico è ormai fuori controllo. Gli scontri tra milizie, anche tra quelle che sostengono il governo provvisorio di Tripoli, permettono spazi sempre più ampi alle organizzazioni criminali, ormai collegate alle bande paramilitari. Da una parte, le diverse autorità di governo libiche negoziano, con le modalità del ricatto, con il governo italiano e l’Unione europea, dall’altra le milizie che sostengono il governo Dbeiba, come la Rada di Almasri, continuano ad abusare dei migranti ed a farne oggetto di un turpe commercio, al quale adesso partecipano, sulla linea di frontiera, anche militari tunisini. Senza il supporto delle milizie che sfruttano il business dei migranti il governo provvisorio di Tripoli non durerebbe un giorno di più. Su questo il governo Meloni non ha ancora risposto alla Corte Penale internazionale.

4. Il ruolo dei mezzi delle ONG è sempre più ridotto e contrastato, con la politica dei porti di sbarco lontani, e con continui tentativi di fermo amministrativo, in virtù del decreto Piantedosi (legge n.15/2023) adesso all’attenzione della Corte Costituzionale. Un imbarcazione del soccorso civile, la Aita Mari, ha tratto in salvo oggi 108 persone, sempre nel Mediterraneo centrale. Si trovavano su due imbarcazioni in grave pericolo, tra questi 13 donne e 13 bambini. Dopo una notte alla deriva, le persone salvate mostravano evidenti segni di esaurimento, disidratazione e problemi respiratori. Le persone salvate provengono da 11 Paesi, alcuni dei quali sono stati colpiti da prolungati conflitti armati, come Sudan, Nigeria e Togo. Mentre scriviamo la Aita Mari che si trova al largo di Pantelleria, sembra diretta verso il porto di Trapani. Ma su indicazione del POS (porto di sbarco) da parte del Viminale, viene obbligata a proseguire la sua navigazione fino a Salerno, dove dovrebbe arrivare nella giornata di lunedì 7 aprile, dopo altri giorni di navigazione particolarmente estenuante per i naufraghi, già duramente provati al momento del soccorso, che si trovano a bordo di una imbarcazione piccola, in condizioni di grande disagio. Ancora una volta un porto “vessatorio” imposto dal ministero dell’interno all’evidente scopo di aumentare i costi delle operazioni di salvataggio operate dalle ONG, e per tenere quanto più possibile lontane dall’area dei possibili soccorsi le navi “umanitarie” che operano nell’assoluto rispetto del diritto del mare, piuttosto che sulla base di discutibili determinazioni di tavoli tecnici, o di vertici ministeriali. Che limitano gli interventi dei mezzi della Guardia costiera italiana alle acque territoriali e scambiano gli interventi di ricerca e soccorso (SAR) con le attività di contrasto dell’immigrazione irregolare (law enforcement) affidate principalmente alla Guardia di finanza.

Nella stessa giornata di sabato 5 aprile la Life Support di EMERGENCY nelle acque internazionali della zona Sar libica. ha realizzato tre distinte operazioni di soccorso di altrettante imbarcazioni in difficoltà nelle acque internazionali della zona Sar libica. Con questi tre interventi la nave Search and rescue (Sar) di EMERGENCY ha portato in salvo complessivamente 215 persone.“ I naufraghi provenivano da Sabratha e da Zawia in Tripolitania, città sotto il controllo delle milizie fedeli al governo provvisorio (GNU) del premier Dbeibah.

Ricevuta la prima segnalazione ci siamo prontamente avviati verso la barca in pericolo, una volta raggiunta abbiamo constatato che imbarcava acqua  e che le persone a bordo erano senza salvagente – spiega Jonathan Naní La Terra, capomissione della Life Support I nostri soccorritori le hanno messe in sicurezza distribuendo a tutti i giubbotti di salvataggio e trasferendole poi a bordo della Life Support. Durante l’intervento tre imbarcazioni non identificate si sono avvicinate all’area, ma senza interferire con le operazioni. Dal ponte di comando è stata poi avvistata una seconda imbarcazione in difficoltà che era a circa tre miglia da noi, così siamo intervenuti per soccorrerla: era sovraccarica e le persone a bordo erano molto provate dal viaggio, una di loro non riusciva a reggersi in piedi tanto che è stata portata sulla Life Support con una barella. Ricevuta poi la terza segnalazione di barca in difficoltà abbiamo informato le autorità e ci siamo diretti sul caso. Ora abbiamo 215 naufraghi a bordo, il nostro team medico si sta prendendo cura di loro e la Life Support si sta dirigendo verso il porto assegnato di Ancona. In questo caso i naufraghi dovranno subire altri giorni di estenuante navigazione, anche dopo che la Corte di Cassazione, nella ordinanza a Sezioni Unite sul caso Open Arms, ha affermato che “in capo agli Stati residua, infatti, un margine di “discrezionalità tecnica” solo ai fini dell’individuazione del punto di sbarco più opportuno, tenuto conto del numero dei migranti da assistere, del sesso, delle loro condizioni psicofisiche nonché in considerazione della necessità di garantire una struttura di accoglienza e cure mediche adeguate; ferma restando la doverosità dell’indicazione del luogo sicuro in cui concludere l’evento SAR dichiarato, ritardi nella designazione dello stesso potrebbero pertanto essere giustificati (solo) alla luce della necessità di individuarne uno adeguato alle esigenze che, caso per caso, si presentano”. E non basta, nel silenzio più totale, la Sos Humanity 1, che nella serata di mercoledì 2 aprile ha soccorso 99 naufraghi, nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, è ancora in navigazone al largo della Sardegna meridionale verso il POS (porto di sbarco) assegnato dal Viminale addirittura a Genova,”a 1.300 chilometri di distanza”, dove dovrebbe arrivare nella serata di lunedì 7 aprile. Nel resto d’Italia, più a sud della Liguria, evidentemente, non era possibile garantire sbarco ed accoglienza a meno di 100 persone. Una ennesima prova dell’intento vessatorio e delle finalità politiche che condizionano le autorità italiane nella assegnazione del POS alle navi del soccorso civile. Sono casi nei quali si dovrebbe reagire con ricorsi giurisdizionali e con una campagna di stampa coordinata tra tutte le ONG, in una fase in cui il governo spaccia come un successo la normalizzazione ed il controllo, che di fatto diventa deterrenza, dei soccorsi operati da navi umanitarie nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale.

5. La stessa ordinanza della Corte di Cassazione, se letta in combinazione con la sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 25 febbraio, permette di riconsiderare i limiti della discrezionalità delle autorità statali nella assegnazione di un porto di sbarco (POS). Sotto questo profilo, la diversa natura della nave soccorritrice, nave militare, o nave del soccorso civile, se può incidere sulle concrete modalità di esercizio della discrezionalità amministrativa di natura “tecnica”, o sulle esigenze di una razionale organizzazione delle attività di accoglienza successive allo sbarco, non può intaccare, fino al punto di ritardare l’assegnazione del POS, quel nucleo di diritti fondamentali che la Corte di Cassazione individua con precisione come “diritti inviolabili della persona come tali non comprimibili né suscettibili di minorata tutela di compromesso”. Ma se si ignorano i diritti fondamentali dei sopravvissuti, la cancellazione dalla memoria collettiva scatta inesorabile quando ci sono vittime, soprattutto quando si tratta di dispersi, di corpi che si perdono in mare, senza bare che possano turbare i residui barlumi di umanità che ancora affiorano in una società sempre più indifferente ed assuefatta alle tante vittime di guerre atroci quanto endemiche.

6. Ormai uomini, donne, bambini che annegano sulla rotta libico-tunisina non fanno più notizia, anche perchè non devono intaccare la propaganda governativa secondo cui, con il calo degli “sbarchi”, sarebbero diminuite le vittime. Non si è mai fatta chiarezza sui naufragi a ripetizione che si sono verificati nei mesi scorsi, ed oggi sembra non assumere alcun rilievo la notizia che 14 persone, dei gruppi più recentemente soccorsi dalla nave Life Support, risulterebbero disperse in mare, prima dell’arrivo dei soccorritori di Emergency.

Nel 2024 il rischio di perdere la vita sulla rotta è stato pari a 1 caso ogni 40 arrivi (era stato di 1 ogni 63 nel 2023). Intanto, si è completata la strategia innescata dal Decreto legge Piantedosi del 2 gennaio 2023 (legge 15/2023) per fare fuori le navi umanitarie più grandi, costrette a raggiungere porti vessatori, perchè sempre più lontani, con a bordo qualche decina di persone, pur avendo la possibilità di soccorrerne centinaia. Adesso nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale sono rimaste operative soltanto poche navi del soccorso civile, di dimensioni e portata ridotte, che non possono essere costrette a lunghi giorni di navigazione, per raggiungere Salerno o Ancona, come si sta verificando ancora in queste ore. In Sicilia i posti nei centri hotspot in frontiera non mancano, da Porto Empedocle a Pozzallo, al punto che periodicamente persino la struttura di prima accoglienza di Contrada Imbriacola a Lampedusa si svuota del tutto. Il comportamento delle autorità italiane nella assegnazione dei porti di sbarco sicuri (POS), con modalità discriminatorie, nei confronti delle navi del soccorso civile, appare in violazione con quanto stabilito dalla normativa dell’Unione europea in materia di ricerca e soccorso in mare.

7. Secondo l’art.10 del Regolamento Frontex n.656/2014, “nel caso di situazioni di ricerca e soccorso di cui all’articolo 9 e fatta salva la responsabilità del centro di coordinamento del soccorso, lo Stato membro ospitante e gli Stati membri partecipanti cooperano con il centro di coordinamento del soccorso competente per individuare un luogo sicuro e, una volta che il centro di coordinamento del soccorso competente abbia determinato tale luogo sicuro, assicurano che lo sbarco delle persone soccorse avvenga in modo rapido ed efficace”. Non si può sostenere che l’assegnazione di porti vessatori, che comportano anche due o tre giorni di navigazione, spesso in condizioni di mare agitato, come nel caso di Ancona, in Adriatico, o di Salerno, nel Tirreno, possano tradursi nello sbarco “in modo rapido ed efficace” imposto dal Regolamento europeo n.656/2014, come tale fonte sovraordinata, in base all’art.117 della Costituzione, vincolante tanto per il legislatore nazionale, quanto per le autorità politiche, amministrative e militari coinvolte nella asssegnazione dei porti di sbarco dopo operazioni di soccorso. Non sembra neppure ammissibile che le regole sullo sbarco dei naufraghi che valgono per le unità impegnate in operazioni Frontex, non valgano più quando le attività di ricerca e salvataggio sono operate da navi del soccorso civile. Come se le persone soccorse dalle navi umanitarie fossero condannate a lunghi periodi di permanenza a bordo delle navi soccorritrici, prima della conclusione della operazione di ricerca e salvataggio (SAR) con lo sbarco in un porto sicuro. Anche in questo caso la protezione dei diritti fondamentali della persona deve prevalere sulle esigenze di natura politica o di carattere securitario, come la “difesa dei confini”, o la “sicurezza pubblica”, che non sono certo più, o meno, a rischio, a seconda del diverso tempo, o luogo di sbarco dei naufraghi.

Nella recente ordinanza a Sezioni Unite sul caso Diciotti, la Corte di Cassazione (sez.civ.) ribadisce che «le operazioni di soccorso erano state di fatto assunte sotto la responsabilità di una autorità SAR italiana, la quale era tenuta in base alle norme convenzionali a portarle a termine, organizzando lo sbarco, nel più breve tempo ragionevolmente possibile».

Se l’assegnazione del porto di sbarco (POS) avviene ormai tempestivamente, rispetto a quanto si verificava quando Salvini occupava il ruolo di ministro dell’interno, che rivendica ancora oggi, la “discrezionalità tecnica” del Viminale dovrebbe essere esercitata” tenuto conto del numero dei migranti da assistere, del sesso, delle loro condizioni psicofisiche nonché in considerazione della necessità di garantire una struttura di accoglienza e cure mediche adeguatecome suggerisce la Corte di Cassazione. L’assegnazione di porti vessatori come quelli di Salerno e Ancona a imbarcazioni cariche di naufraghi soccorsi a sud di Lampedusa, nella zona di ricerca e salvataggio (SAR) impropriamente riconociuta ancora oggi ai libici, non rispetta i criteri di adeguatezza e proporzionalità che dovrebbe presiedere ad un corretto esercizio della discrezionalità tecnica rimessa al ministero dell’interno. Ma corrisponde ad un evidente fine politico che, al di là della propaganda elettorale, consiste nel ricorrente tentativo di scoraggiare l’intervento, e la stessa presenza delle navi del soccorso civile, nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, anche quando poi sono queste, al di fuori della zona SAR italiana, che garantiscono quel diritto alla vita che non è certo garantito dalle navi commerciali o dalle motovedette con miliziani e militari armati a bordo, donate ed assistite dall’Italia alle autorità di Tripoli e di Tunisi.


I FATTI CHE SI NASCONDONO DIETRO GLI ACCORDI CON LIBICI E TUNISINI :

AGENZIA NOVA NEWS

23 Febbraio 2025

Libia: la Cirenaica sempre più nell’orbita russa, mentre l’Italia appare incapace d’iniziativa politica

Di Fabio Squillante


THE LIBYA OBSERVER

03/04/2025

Italy allocates €20 million to a program for returning immigrants from Libya, Tunisia and Algeria


GIORNALE DI BRESCIA

5 aprile 2025

Tunisia, iniziato sgombero dei campi di migranti a Sfax


AGENZIA NOVA

5 aprile 2025

Migranti: il presidente tunisino Saied monitora il rimpatrio dei subsahariani a Sfax

Le autorità locali hanno predisposto l’accoglienza temporanea in appositi centri in attesa delle partenze,

Prosegue per il terzo giorno consecutivo l’operazione di sgombero dei campi che ospitano migranti provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana nelle località di Al Amra e Jebniana, nel governatorato costiero di Sfax, nel centro-est della Tunisia. Lo ha confermato il portavoce della Guardia nazionale tunisina, Houssem El Din Jebabli, sottolineando che la maggior parte dei migranti ha espresso la volontà di rientrare nei rispettivi Paesi d’origine. Secondo quanto riferito dall’alto ufficiale, citato dall’agenzia di stampa tunisina “Tap”, numerosi migranti irregolari, dopo aver fallito i propri tentativi di raggiungere l’Europa via mare, si sono rivolti alle organizzazioni internazionali competenti – tra cui l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) – per ricevere assistenza in vista di un ritorno volontario assistito nei Paesi di provenienza. A Sfax, centinaia di migranti si sono messi in coda davanti agli uffici della Mezzaluna Rossa tunisina, dell’Oim e dei servizi di sicurezza per formalizzare la propria richiesta di rimpatrio. Le autorità locali hanno predisposto l’accoglienza temporanea in appositi centri in attesa delle partenze….”

(segue)


LA REPUBBLICA

9 aprile 2025

Tunisia, un migrante ucciso a revolverate, poi le ruspe sulle tende dei profughi, infine le fiamme

E’ successo a Sfax durante gli sgomberi della tendopoli dove alloggiavano gli immigrati irregolari. C’è stata la seconda giornata di sparatorie in tre giorni


AVVENIRE

5 aprile 2025

Mediterraneo. Respinti nel deserto e in mare: così la Tunisia ferma i migranti

Daniela Fassini

Le video-denunce sui social di attivisti e medici: le autorità tunisine smantellano gli accampamenti dei subsahariani in transito, fermano i barconi e portano via i motori. E in molti annegano


LANA

05 April, 2025

Dbaiba and Kais Saied discuss Libyan-Tunisian relations.


ANSAMED

04/04/2025

ICC gives Italy more time to present Almasri report

But stresses Italian investigation must not halt its proceedings


THE LIBYA OBSERVER

 05/04/2025

European ambassadors criticize Libyan internal security agency’s measures against NGOs

“They called on the Internal Security Agency to allow the reopening of humanitarian organizations’ offices and the safe resumption of their work as soon as possible, stressing the need to respect humanitarian principles and ensure continued support for those in need.”


LIBYAN EXPRESS

Apr 05, 2025 

Italy confirms support for Libya on migration issue

“Piantedosi affirmed that this project reflects mutual understanding and shared interests between the Libyan people and migrants. He emphasised that it demonstrates the strength of humanitarian connections between both sides and confirms there is no threat to migrants within Libyan territory”.


THE NEW ARAB

05 April, 2025

Libya’s anti-NGO push seen as diversion from internal failures, analysts say

Libya’s banning of humanitarian groups aims to mask the government’s domestic failures and secure external concessions, analysts say


GDS – GIORNALE DI SICILIA

6 aprile 2025

Lampedusa, 15 migranti si feriscono sugli scogli durante lo sbarco

“Settanta migranti, fra cui due donne, sono riusciti ad arrivare da soli fino a Lampedusa e sono sbarcati sugli scogli di Cala Galera. Quindici di loro, nell’abbandonare la barca partita da Zuwara, in Libia, si sono feriti e sono stati portati al poliambulatorio: nessuno è in gravi condizioni e i medici stanno medicando escoriazioni e tagli provocati dalla caduta sulle rocce”.


ADN KRONOS

06 aprile 2025 

Mare forza 7, Life Support con 215 migranti a bordo chiede porto più vicino

Emergency: “Vogliamo evitare alle persone soccorse quattro giorni di navigazione con onde alte anche fino a tre metri”

L’Mrcc, fa sapere Emergency, “non ha finora accolto la richiesta di assegnazione di un Pos più vicino. Per salvaguardare le condizioni dei naufraghi a bordo, un’altra opzione praticabile sarebbe sbarcare tutte le persone soccorse direttamente a Siracusa, dove la Life Support sta facendo rotta per trasbordare 44 dei naufraghi, individuati tra i più vulnerabili, a un mezzo della guardia costiera””In quanto naufraghi, tutte le persone soccorse in mare sono vulnerabili e vanno sbarcate in porto sicuro il prima possibile così che possano avere prima possibile accesso a servizi essenziali, come cure mediche e supporto psicologico, o la richiesta di asilo”,


HUFFINGTON POST

7 aprile 2025

La Libia mette al bando le ong e si tiene le mani libere (e armate) sui migranti

di Giuseppe Acconcia

Hanno perpetrato “attività ostili” contrarie alla sovranità nazionale, è l’accusa per cui le ong internazionali – da Unhcr a Msf, da Intersos a Irc – non potranno più operare, perché “sotto copertura umanitaria” hanno favorito l’insediamento di migranti illegali, soprattutto dall’Africa subsahariana


AGENZIA NOVA

Martedì 08 Aprile 2025 17.33.08

Tunisia: stallo sui rimpatri volontari dell’Oim, migranti lanciano appello a presidente Saied

NOVA0679 3 EST 1 NOV Tunisia: stallo sui rimpatri volontari dell’Oim, migranti lanciano appello a presidente Saied Tunisi, 08 apr – (Agenzia_Nova) – Cresce l’attesa e la frustrazione tra i migranti originari dell’Africa subsahariana ospitati nel campo situato al chilometro 25 di Al Amra, nel governatorato tunisino di Sfax. Secondo le testimonianze raccolte da “Agenzia Nova,” le richieste di rimpatrio volontario presentate all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) non avrebbero ancora ricevuto un riscontro concreto. “Siamo 1.500, massimo 2.000 persone che al momento vogliono lasciare la Tunisia. Vogliamo lasciare questo posto per rientrare a casa nostra”, ha dichiarato a “Nova” un giovane guineano di nome Mamadou, giunto nel Paese nordafricano lo scorso anno.

La situazione nei campi rimane delicata. Numerosi migranti provenienti da Guinea, Sudan, Camerun e Costa d’Avorio, attualmente presenti nei campi di Al Amra (chilometri 24 e 25 della strada per Sfax) e a Ben Farhat, hanno confermato la volonta’ di fare ritorno nei rispettivi Paesi d’origine. In molti hanno presentato formale richiesta di assistenza all’Oim, agenzia delle Nazioni Unite preposta alla gestione delle migrazioni. Tuttavia, non sono ancora state comunicate tempistiche o modalita’ operative per l’attuazione dei rimpatri, generando crescente frustrazione. Gran parte dei migranti si trova in condizioni di forte vulnerabilita’ e manifesta l’urgenza di ricongiungersi con le proprie famiglie, dopo mesi di permanenza in Tunisia segnati da precarieta’ e impossibilita’ di proseguire verso l’Europa. 

Situazione analoga questa mattina a Tunisi, dove un gruppo di migranti si e’ radunato di fronte alla sede dell’Oim nel quartiere Lac 1, in attesa di chiarimenti. “Siamo stanchi di stare qui. Non vogliamo restare, vogliamo andare in Europa, abbiamo degli obiettivi”, ha dichiarato Mohamed Ali, un giovane guineano. “Siamo partiti per fuggire dalla miseria, ma la Tunisia ci ha bloccato la strada. Siamo costretti a tornare indietro: le autorita’ ci danno appuntamenti a mesi di distanza, mentre noi non riusciamo a vivere. I prezzi per noi non sono gli stessi che per i tunisini. Potrei dire che la Guinea e’ meglio di qui”, ha aggiunto.

Mohamed ha lanciato un appello al presidente Kais Saied, chiedendo un sostegno immediato per il rientro: “Ci sono persone che non riescono neanche a dormire la notte. Dopo le 19 non si puo’ piu’ uscire, ci aggrediscono, ci derubano. Se sei malato e vai all’ospedale, ti dicono di no perche’ non hai i documenti”. Anche Abdou, originario della Costa d’Avorio, ha chiesto alle autorita’ tunisine un intervento urgente: “Siamo qui da sei o sette mesi, alcuni da quasi un anno, senza lavoro. Chiediamo al presidente Saied che ci aiuti a tornare nel nostro Paese”. Le ragioni del ritardo da parte dell’Oim nell’organizzazione dei voli di ritorno non sono state ufficialmente comunicate. Intanto, le autorita’ locali e le organizzazioni umanitarie attive sul territorio, tra cui la Mezzaluna Rossa tunisina e i gruppi scout, continuano a monitorare le condizioni dei migranti. L’assenza di risposte concrete rischia di acuire le tensioni e di prolungare la difficile condizione in cui versano queste persone.