Nordio e Piantedosi si contraddicono e vanno contro la Corte Penale internazionale mentre Giorgia Meloni si nasconde.

di Fulvio Vassallo Paleologo

ABSTRACT

Nessuno dei ministri che sono intervenuti in Parlamento sul caso Almasri ha coperto l‘assenza in aula del capo del governo che evidentemente non è riuscita a trovare risposte su una pagina nera per la democrazia italiana. La circostanza riferita da Giorgia Meloni nella sua dichiarazione in video, diffusa a reti unificate, secondo cui la richiesta di arresto di Almasri da parte della Corte penale internazionale “non è stata trasmessa al ministero italiano della giustizia come invece è previsto dalla legge“, e per questo, “la Corte di Appello di Roma decide di non procedere alla sua convalida”, non è stata confermata nelle diverse e contrastanti ricostruzioni fornite alle Camere da Nordio e da Piantedosi e contrasta con il contenuto del provvedimento della Corte di appello di Roma che non ha convalidato l’arresto di Almasri in assenza della richiesta del ministro della giustizia.

In base alla legge 237/2012 attuativa dello Statuto di Roma non si può sottoporre a un potere di iniziativa del ministro della Giustizia  l’osservanza degli obblighi di cooperazione che vigono su ogni autorità nazionale degli Stati Parte dello Statuto di Roma. Secondo l’art. 2 comma 3 della legge, “Il Ministro della giustizia, nel dare seguito alle richieste di cooperazione, assicura che sia rispettato il carattere riservato delle medesime e che l’esecuzione avvenga in tempi rapidi e con le modalità dovute. Oltre gli articoli 2 e 4 della legge 237/2012, che ha menzionato Nordio, vanno però richiamati gli articoli 3 e 11 della stessa legge che riguardano l’esecuzione delle richieste di arresto sulle quali la valutazione interna spetta alla Corte di Appello e non al ministro. Perché Nordio non ha citato neppure queste norme della legge 237/2012 che riguardano proprio “l’applicazione della misura cautelare ai fini della consegna”?

Il ministro dell’interno Piantedosi non ha indicato quale è stata la catena di comando che ha portato all’espulsione “ministeriale” di Almasri. Senza esprimere, come il suo collega Nordio, una valutazione sulla attendibilità delle contestazioni contenute nell’atto di accusa della Corte Penale, ma non ha avuto dubbi sulla pericolosità di Almasri, che la decisione della Corte di Appello di Roma, peraltro opinabile, non ha tenuto in considerazione, per la mancata tempestività della richiesta proveniente dal ministro della Giustizia. Una posizione, quella del ministro dell’interno, che appare in contraddizione con la tesi della nullità della richiesta di arresto proveniente dalla Corte dell’Aja, propinata da Nordio. Una serie di contraddizioni a catena. Dopo che Piantedosi aveva faticato per escludere che il rilascio di Almasri fosse condizionato da un ricatto subito dai libici, è stato clamorosamente smentito da un capogruppo della sua maggioranza, Donzelli, braccio destro di Giorgia Meloni. Che ha riconosciuto che l’espulsione ministeriale “nell’interesse nazionale” era avvenuta perchè in Libia si trovavano nostri lavoratori esposti a ritorsione ed imprese italiane che potevano subire conseguenze pregiudizievoli se Almasri fosse rimasto in carcere in Italia, in vista di una sua consegna alla Corte Penale internazionale. Mentre Giorgia Meloni, sulla scia di quanto dichiarato da Piantedosi, ha negato di essere “sotto ricatto”, i suoi più vicini collaboratori, ed altri esponenti della maggioranza, come il vice.presdiente della Camera Mulè, di Forza Italia, nel corso del successivo dibattito in Parlamento, hanno ammesso il rilascio/espulsione del torturatore libico in nome di un superiore interesse nazionale, se non per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Se non è ricattabile Giorgia Meloni, lo è sicuramente il governo italiano che in diversi campi, soprattutto in materia di forniture energetiche e di contrasto delle migrazioni, sta incrementando i livelli di collaborazione con quel governo di Tripoli che è sostenuto sul campo dalla milizia RADA di cui Almasri è un esponente di spicco. Come avviene da anni, ma soltanto adesso un governo itaiano non risponde ad una richiesta di arresto della Corte Penale internazionale.

Secondo l’articolo 13 comma 1 del Testo Unico sull’immigrazione 286/1998 applicato da Piantedosi per riportare Almasri a Tripoli, “Per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, il Ministro dell’interno può disporre l’espulsione dello straniero anche non residente nel territorio dello Stato, dandone preventiva notizia al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli affari esteri. Perchè Piantedosi ha taciuto del tutto sui tempi e sui contenuti della “preventiva notizia” trasmessa a Giorgia Meloni ? Che cosa ha risposto la presidente del Consiglio al ministro dell’interno e in base a quali ragioni ha condiviso il provvedimento di espulsione ministeriale adottato da Piantedosi ?

In base all’articolo 86 dello Statuto di Roma, ratficato con legge 232/1999, ricorre un “obbligo generale di cooperare” a carico degli Stati parti che “cooperano pienamente con la Corte nelle inchieste ed azioni giudiziarie che la stessa svolge per reati di sua competenza”. Al successivo articolo 87 paragrafo 7 si prevede che “Se uno Stato Parte non aderisce ad una richiesta di cooperazione della Corte, diversamente da come previsto dal presente Statuto, impedendole in tal modo di esercitare le sue funzioni ed i suoi poteri in forza del presente Statuto, la Corte può prenderne atto ed investire del caso l’Assemblea degli Stati parti o il Consiglio di sicurezza se è stata adita da quest’ultimo”. Secondo l’art. 97 dello stesso Statuto,“Quando uno Stato parte, investito di una richiesta ai sensi del presente capitolo, constata che la stessa solleva difficoltà che potrebbero intralciarne o impedirne l’esecuzione, esso consulta senza indugio la Corte per risolvere il problema”. Perchè nessuno ha provveduto a contattare “senza indugio” la Corte dell’Aja esponendo i dubbi sulla validità della richiesta di arresto prima della liberazione di un “pericoloso” ricercato e della sua espulsione per motivi di sicurezza verso Tripoli ?

Dopo l’attacco violento portato dal ministro Nordio alla Corte Penale internazionale, fino al punto di metterne in dubbio la correttezza formale e la giurisdizione stabilita dallo Statuto di Roma, si può attendere una dura risposta da parte della Corte dell’Aja che potrebbe mettere anche il governo italiano sul banco degli imputati per la complicità nei crimini contro l’umanità commessi in Libia dalle milizie di cui Almasri è un importante esponente. Dopo il ritorno di Almasri a Tripoli, la Missione ONU “UNSMIL (Support Mission in Libya)” ha chiesto alle autorità libiche “di arrestarlo e avviare un’indagine su questi crimini con l’obiettivo di garantirne la piena responsabilità, o di consegnarlo alla Corte Penale Internazionale, in linea con il deferimento del Consiglio di Sicurezza della situazione in Libia alla Cpi”. Una circostanza che Nordio e Piantedosi hanno nascosto al Parlamento, limitandosi ad attaccare i giudici nazionali e la Corte dell’Aja. Se la Libia, intesa come governo di Tripoli, non ottempererà a questa richiesta, e sembra ben difficile che arresti Almasri, dopo l’acoglienza trionfale che gli è stata riservata a Mitiga, allo sbarco dal volo dei servizi italiani che lo riportava in patria, le responsabilità politiche e giudiziarie delle autorità italiane saranno enormi. Ci satanno gravi conseguenze da pagare a livello internazionale, senza che rilevi più di tanto la denuncia penale per favoreggiamento e peculato, ed il procedimento con richiesta al Tribunale dei ministri, avviato doverosamente dalla Procura di Roma, su cui si tenta di sviare l’attenzione generale, tanto da minacciare addirittura una legge di riforma della magistratura, per ridurne i poteri di controllo giurisdizionale.


TESTO ESTESO

1. Nessuno dei ministri che sono intervenuti in Parlamento sul caso Almasri può coprire l‘assenza in aula del capo del governo che evidentemente non è riuscita a trovare risposte su una pagina nera per la democrazia italiana. La circostanza riferita da Giorgia Meloni nella sua dichiarazione in video, diffusa a reti unificate, secondo cui la richiesta di arresto di Almasri da parte della Corte penale internazionale “non è stata trasmessa al ministero italiano della giustizia come invece è previsto dalla legge“, e per questo, “la Corte di Appello di Roma decide di non procedere alla sua convalida”, non è stata confermata nelle diverse e contrastanti ricostruzioni fornite alle Camere da Nordio e da Piantedosi e contrasta con il contenuto del provvedimento della Corte di appello di Roma che non ha convalidato l’arresto di Almasri in assenza della richiesta del ministro della giustizia. Motivazione persino opinabile, tanto che si potrebbe configurare un errore dei giudici romani, ma che accerta l’assenza di un atto d’impulso che sarebbe stato di competenza del guardiasigilli, che già nella mattinata del 20 gennaio aveva ricevuto l’intero carteggio in lingua inglese, dopo che la notizia dell’arresto gli era stata gia recapitata il giorno prima.. Il ministro Nordio, invece, ha attaccato la Corte Penale internazionale non per le modalità di trasmissione della richiesta, ma per il suo stesso contenuto, al di là della datazione, poi corretta, dei gravissimi reati contestati ad Almasri. Quanto dichiarato nel video diffuso da Giorgia Meloni, contrasta anche con il comunicato dalla stessa Corte dell’Aja reso pubblico il 22 gennaio, dal quale si ricava che la Corte aveva trasmesso tempestivamente, e secondo i passaggi di rito, gli atti alle autorità italiane, dopo l’adozione del mandato di arresto del 18 gennaio scorso. Su tutte queste circostanze Giorgia Meloni si è sottratta al confronto con le Camere, che per il suo rifiuto sono rimaste bloccate per oltre 10 giorni.

Si è così arrivati ad un livello mai raggiunto prima di disprezzo del ruolo di controllo dei parlamentari, privati del diritto di conoscere tutte le fasi dell’arresto e della liberazione, e poi dell’espulsione, di un comandante libico accusato di gravi crimini contro l’Umanità e di vari reati, tra i quali la tortura e l’omicidio, ricercato dalla Corte Penale internazionale. Un personaggio che da anni è ben coperto dal governo di Tripoli, con il quale si mantengono stretti rapporti di collaborazione, per arrestare i “flussi migratori” e per garantire all’Italia rifornimenti energetici, malgrado gravi violazioni dei diritti umani, ma che da oggi potrà operare con una patente di impunità che gli hanno conferito proprio la Meloni e i suoi ministri.

Il governo italiano è venuto meno al suo dovere di cooperazione nei confronti della Corte Penale internazionale.Tanto che la Corte dell’Ajia ha rivolto una circostanziata richiesta di chiarimenti al governo italiano, Le versioni parzialmente contrastanti dei fatti relativi all’arresto, al rilascio ed all’espulsione del comandante libico Almasri, ricostruite in modo diverso rispetto alle prime dichiarazioni rilasciate a caldo, su evidente consiglio dell’avvocato Bongiorno che difende tanto Nordio, Piantedosi,Mantovano, che la Meloni, nel procedimento scaturito dalla denuncia per favoreggiamento e peculato sottoscritta dall’avvocato Li Gotti, sono state oriientate ad allontanare ogni addebito di responsabilità nei confronti della presidente del Consiglio, neppure nominata negli interventi dei due ministri. Come se le decisioni prese da Nordio e da Piantedosi non fossero mai state concordate con la stessa Meloni, che pure ne ha assunto sui social la piena responsabilità.

A sostegno del suo operato Nordio ha esibito una serie di vizi formali poi corretti, che sarebbero stati contenuti negli atti trasmessi dalla Corte dell’Aja, dimenticando che, nell’ambito dei doveri di collaborazione che gli sono imposti dallo Statuto di Roma, che istituiva la CPI, avrebbe dovuto avvertire con la massima tenpestività la Corte dell’Aja per chiedere la correzione di eventuali errori materiali che comunque non inficiavano la richiesta di arresto arrivata dalla Corte. E questo sarebbe potuto avvenire nella giornata di lunedì 20 gennaio, prima del rilascio di Almasri e della sua espulsione in Libia. Ma ancora nel pomeriggio di martedì 21, quando già l’aereo che doveva riportare Almasri a Tripoli era pronto, ed il ministro dell’interno aveva pronto il provvedimento di espulsione, il ministro della giustizia comunicava di stare ancora valutando la richiesta di arresto proveniente dalla Corte dell’Aja. Evidentemente non si era ancora acorto dei “vizi formali ” della richiesta di arresto, che forse ha scoperto solo dopo l’intervento dell’avvocato Bongiorno. Vizi della richiesta di arresto inoltrata dalla Corte dell’Aja che, nella valutazione invero tardiva operata dal ministro della giustizia, vanno ben oltre il profilo formale e riguardano la portata sostanziale dell’atto, arrivando a metterne in dubbio gli stessi presupposti, che sarebbero errati in base alla diversa collocazione cronologica dei reati contestati ad Almasri. Il ministro della giustizia però non era chiamato ad effettuare alcuna valutazione di merito sulla decisione eminentemente giurisdizionale consistente nell’adozione di una misura cautelare,, proveniente da organi sovranazionali di natura penale, come la CPI, assumendo rilievo il necessario rispetto degli artt. 11 e 117 della Costituzione.

In base alla legge 237/2012 attuativa dello Statuto di Roma non si può sottoporre a un potere di iniziativa del ministro della Giustizia  l’osservanza degli obblighi di cooperazione che vigono su ogni autorità nazionale degli Stati Parte dello Statuto di Roma. Secondo l’art. 2 comma 3 della legge, “Il Ministro della giustizia, nel dare seguito alle richieste di cooperazione, assicura che sia rispettato il carattere riservato delle medesime e che l’esecuzione avvenga in tempi rapidi e con le modalità dovute. Oltre gli articoli 2 e 4 della legge 237/2012, che ha menzionato Nordio, vanno però richiamati gli articoli 3 e 11 della stessa legge che riguardano l’esecuzione delle richieste di arresto proveniente dalla Corte sulle quali la valutazione interna spetta alla Corte di Appello e non al ministro. Perché Nordio non ha citato neppure queste norme della legge 237/2012 che riguardano proprio “l’applicazione della misura cautelare ai fini della consegna”? Lunedì 20 gennaio, la Procura generale della Corte d’appello di Roma aveva sollecitato il ministero della Giustizia a formulare le sue richieste in merito all’arresto di Almasri a Torino, noto a tutti dal giorno 19. Nordio non ha mai risposto a quel sollecito, tanto che martedì 21, il procuratore generale chiederà alla Corte d’appello la scarcerazione di Almasri per questa “mancata interlocuzione”. Su questo Nordio non ha risposto, e su questo deve fornire una risposta anche Giorgia Meloni, che ha sostenuto dal primo momento, sui social e non in sede parlamentare, la correttezza dell’operato dei suoi ministri.

L’art. 11 della legge 237/2012 non prevede la individuazione del Ministro della giustizia quale soggetto unico legittimato al dialogo con la CPI ed allo smistamento ai giudici interni delle relative richieste. In base a questa norma, omessa del tutto nella ricostruzione del ministro dela giustizia, “quando la richiesta della Corte penale internazionale ha per oggetto la consegna di una persona nei confronti della quale è stato emesso un mandato di arresto, il procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, ricevuti gli atti, chiede alla medesima corte d’appello l’applicazione della misura della custodia cautelare nei confronti della persona della quale è richiesta la consegna”.

Secondo quanto previsto dall’art. 12 comma 3 della legge 237/2012 di attuazione dello Statuto di Roma, “La corte d’appello di Roma pronuncia sentenza con la quale dichiara che non sussistono le condizioni per la consegna solo se ricorre una delle seguenti ipotesi: a) non è stato emesso dalla Corte penale internazionale un provvedimento restrittivo della libertà personale o una sentenza definitiva di condanna; b) non vi è corrispondenza tra l’identità della persona richiesta e quella della persona oggetto della procedura di consegna;c) la richiesta contiene disposizioni contrarie ai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico dello Stato; d) per lo stesso fatto e nei confronti della stessa persona è stata pronunciata nello Stato italiano sentenza irrevocabile, fatto salvo quanto stabilito nell’articolo 89, paragrafo 2, dello statuto”. Spettava dunque alla Corte di Appello di Roma, su richiesta del procuratore generale, e non al ministro della giustizia, dichiarare che non sussistono le “condizioni per la consegna” di una persona ricercata dalla Corte penale internazionale.

La Corte di Appello di Roma avrebbe potuto comunque convalidare l’arresto anche senza una specifica richiesta del ministro Nordio, a fronte dei fatti gravissimi integranti diversi reati dall’omicidio alla tortura, fino a veri e propri crinini contro l’umanità, contestati sulla base di una ampia documentazione della CPI, ad Almasri. Una volta definita dai giudici come “irrituale” la procedura di convalida del fermo, i ministri Nordio e Piantedosi potevano adottare ulteriori provvedimenti per non eludere la richiesta di arresto giunta dalla Corte Penale internazionale,

2. l ministro dell’interno non indica quale è stata la catena di comando che ha portato all’espulsione “ministeriale” di Almasri, senza esprimere, come il suo collega Nordio, una valutazione sulla attendibilità delle contestazioni contenute nell’atto di accusa della Corte Penale, ma non ha dubbi sulla pericolosità di Almasri, che la decisione della Corte di Appello di Roma, peraltro opinabile, non ha tenuto in considerazione, per la mancata tempestività della richiesta proveniente dal ministro della Giustizia. Una posizione, quella del ministro dell’interno, che appare in contraddizione con la tesi della nullità della richiesta di arresto proveniente dalla Corte dell’Aja, propinata da Nordio. Una serie di contraddizioni a catena. Dopo che Piantedosi aveva faticato per escludere che il rilascio di Almasri fosse condizionato da un ricatto subito dai libici, è stato clamorosamente smentito da un capogruppo della sua maggioranza, Donzelli, braccio destro di Giorgia Meloni. Che ha riconosciuto che l’espulsione ministeriale “nell’interesse nazionale” era avvenuta perchè in Libia si trovavano nostri lavoratori esposti a ritorsione ed imprese italiane che potevano subire conseguenze pregiudizievoli se Almasri fosse rimasto in carcere in Italia, in vista di una sua consegna alla Corte Penale internazionale.  Come hanno osservato diversi commentatori, Almasri non costituiva un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, a meno di non considerare a rischio in Libia, per effetto del suo trattenimento in Italia, persone ed attività italiane. Mentre Giorgia Meloni, sulla scia di quanto dichiarato da Piantedosi, ha negato di essere “sotto ricatto”, i suoi più vicini collaboratori, ed altri esponenti della maggioranza, come il vice.presdiente della Camera Mulè, di Forza Italia,, nel corso del successivo dibattito in Parlamento hanno ammesso il rilascio/espulsione del torturatore libico in nome di un superiore interesse nazionale, se non per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Se non è ricattabile Giorgia Meloni, lo è sicuramente il governo italiano che in diversi campi, soprattutto in materia di forniture energetiche e di contrasto delle migrazioni, sta incrementando i livelli di collaborazione con quel governo di Tripoli che è sostenuto sul campo dalla milizia RADA di cui Almasri è un esponente di spicco. Come avviene da anni, e noi lo abbiamo denunciato fin dal 2017, con una sentenza del Tribunale permanente dei Popoli, ed anche in precedenza, ma soltanto adesso un governo itaiano non risponde ad una richiesta di arresto della Corte Penale internazionale.

Giorgia Meloni non si può nascondere dietro le dichiarazioni di Piantedosi sulle modalità e sulle ragioni dell’espulsione “ministeriale” di Almasri. L’ espulsione “ministeriale (disposta dal ministro dell’interno per motivi di sicurezza nazionale ex art.13 comma 1 del Testo Unico sull’immigrazione 286/98), veniva eseguita attorno alle 19 di martedì 21 gennaio, con un volo speciale per Tripoli organizzato già ore prima dai servizi, quindi con una piena consapevolezza del Viminale di procedere in tempi rapidi all’espulsione, senza che ci fosse alcuna consultazione con la Corte Penale internazionale, obbligo di legge che non poteva essere ignoto neppure al ministro dell’interno ed alla Presidente del Consiglio, che in questi casi di espulsione “ministeriale” devono essere avvertiti dal titolare del Viminale, prima della esecuzione della misura di allontanamento. 

Secondo l’articolo 13 comma 1 del Testo Unico sull’immigrazione 286/1998 applicato da Piantedosi per riportare Almasri a Tripoli, “Per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, il Ministro dell’interno può disporre l’espulsione dello straniero anche non residente nel territorio dello Stato, dandone preventiva notizia al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli affari esteri. Perchè Piantedosi ha taciuto del tutto sui tempi e sui contenuti della “preventiva notizia” trasmessa a Giorgia Meloni ? Che cosa ha risposto la presidente del Consiglio al ministro dell’interno e in base a quali ragioni ha condiviso il provvedimento di espulsione ministeriale adottato da Piantedosi ? Su questi temi la Meloni deve ancora rispondere al Parlamento e fino a quando non lo farà le Camere saranno paralizzate dall’ostruzionismo dei Cinque Stelle.

Nè si può attribuire maggiore valore agli interventi dei sostenitori del governo “armati” contro la magistratura. Non si può giustificare la mancata cooperazione dell’Italia sulla richiesta di asilo, e poi l’espulsione di Almasri, con il Memorandun stipulato nel 2017 da Gentiloni con il governo di Tripoli, che pure ha comportato gravi violzioni dei diritti umani, un Memorandum che abbiamo sempre contestato, ma che non legittima impunità gravi ed attuali che stanno emergendo a livello internazionale dopo il rilascio di Almasri, malgrado le denunce dei crimini contro l’umanità e la richiesta di arresto proveniente da un Tribunale internazionale. Dopo quello che hanno dichiarato gli esponenti della sua maggioranza, al netto degli attacchi ai giudici italiani ed alla Corte penale internazionale, non si comprende più chi governa davvero la politica estera italiana, chi gestisce i servizi segreti, fino a che punto si intende condizionare persino un Tribuale internazionale, dopo avere minacciato i giudici italiani con una riforma della giustizia che aumenta l’incidenza dei poteri di indirizzo dell’esecutivo. La presidente Meloni, così attiva sui social nello sbandierare i suoi “successi” , con ricorrenti attacchi ai giudici, deve assumersi la sua responsabilità di coordinamento delle attività dei ministri davanti al Parlamento e a livello internazionale. A meno che qualcuno non le abbia suggerito di mandare avanti in ordine sparso i ministri per dimostrare la sua estraneità rispetto alle responsabilità che si potrebbero contestare a Nordio e a Piantedosi.

3. Con il comunicato del 22 gennaio 2025 la cancelleria della Corte Penale internazionale aveva già comunicato che “su richiesta e nel pieno rispetto delle autorità italiane, la Corte si è deliberatamente astenuta dal commentare pubblicamente l’arresto del sospettato. Allo stesso tempo, la Corte ha continuato a perseguire il suo impegno con le autorità italiane per garantire l’effettiva esecuzione di tutti i passaggi richiesti dallo Statuto di Roma per l’attuazione della richiesta della Corte. In questo contesto, la Cancelleria ha anche ricordato alle autorità italiane che nel caso in cui individuassero problemi che potrebbero impedire o impedire l’esecuzione della presente richiesta di cooperazione, dovrebbero consultare la Corte senza indugio al fine di risolvere la questione”. Già il 18 gennaio, si legge nel comunicato, “la Cancelleria della CPI, agendo in consultazione e coordinamento con l’Ufficio del Procuratore e sotto l’autorità della Camera, ha presentato una richiesta di arresto del sospettato a sei Stati Parte, tra cui la Repubblica Italiana. La richiesta della Corte è stata trasmessa attraverso i canali designati da ciascuno Stato ed è stata preceduta da una consultazione preventiva e da un coordinamento con ciascuno Stato per garantire l’adeguata ricezione e l’ulteriore attuazione della richiesta della Corte”.

La Corte Penale internazionale ha dunque rispettato tutti i passaggi procedurali previsti dallo Statuto di Roma e dalla legge di attuazione in Italia, n, 237/2012, perchè gli atti relativi al procedimento per il quale veniva arrestato il generale Almasri erano stati ricevuti dal Ministero della Giustizia, ma non erano stati trasmessi tempestivamente alla procura generale presso la Corte di Appello di Roma.

4. Secondo l’art. 59 dello Statuto di Roma,“lo Stato Parte che ha ricevuto una richiesta di fermo, o di arresto e di consegna prende immediatamente provvedimenti per fare arrestare la persona di cui trattasi, secondo la sua legislazione e le disposizioni del capitolo IX del presente Statuto”. La liberazione del generale libico è dunque conseguenza di una mancata “richiesta in merito” che sarebbe dovuta pervenire alla Corte di Appello di Roma dal ministro della Giustizia. e che al momento della decisione martedì 21, due giorni dopo l’arresto, non era ancora pervenuta. Secondo l’art. 97 dello stesso Statuto,“Quando uno Stato parte, investito di una richiesta ai sensi del presente capitolo, constata che la stessa solleva difficoltà che potrebbero intralciarne o impedirne l’esecuzione, esso consulta senza indugio la Corte per risolvere il problema”. Se Nordio non avesse voluto rallentare la trasmissione degli atti di sua competenza alla Corte di Appello di Roma, già nella giornata di lunedì 20 gennaio poteva comunicare con la Corte dell’Aja, per superare i problemi formali, che la stessa Corte nel comunicato del 22 e negli atti successivi risolveva, quando però ormai Almasri era stato accolto dalla sua gente in tripudio a Tripoli.

Tra i motivi che impongono una consultazione tra il ministro della giustizia e la CPI,” il fatto che lo Stato richiesto sarebbe costretto, per dar seguito alla richiesta nella forma in cui si trova, di infrangere un obbligo convenzionale che già ha nei confronti di un altro Stato“. Lo Statuto e la normativa italiana di attuazione prevedono dunque, soprattutto in caso di richieste di arresto, un rapporto di consultazione permanente che le autorità italiane, malgrado la disponibilità offerta dalla Corte dell’Aja, non hanno saputo o voluto garantire. Se l’arresto di Almasri avesse potuto pregiudicare i rapporti di collaborazione derivanti da accordi stipulati dall’Italia con il governo di Tripoli, il ministro Nordio avrebbe dovuto confrontarsi in tempo reale con la Corte penale internazionale. E adesso la presidente del Consiglio Meloni deve spiegare a che livello è arrivato il livello di collaborazione con il governo di Tripoli, se il rilascio e l’espulsione di un torturatore, noto persino alle Nazioni Unite, arrivano a condizionare fino a questo punto il mantenimento dei rapporti con quel governo.

In base all’articolo 86 dello Statuto di Roma, ratficato con legge 232/1999, ricorre un “obbligo generale di cooperare” a carico degli Stati parti che “cooperano pienamente con la Corte nelle inchieste ed azioni giudiziarie che la stessa svolge per reati di sua competenza”. Al successivo articolo 87 paragrafo 7 si prevede che “Se uno Stato Parte non aderisce ad una richiesta di cooperazione della Corte, diversamente da come previsto dal presente Statuto, impedendole in tal modo di esercitare le sue funzioni ed i suoi poteri in forza del presente Statuto, la Corte può prenderne atto ed investire del caso l’Assemblea degli Stati parti o il Consiglio di sicurezza se è stata adita da quest’ultimo”.

Secondo l’art. 97 dello Statuto di Roma“Quando uno Stato parte, investito di una richiesta ai sensi del presente capitolo, constata che la stessa solleva difficoltà che potrebbero intralciarne o impedirne l’esecuzione, esso consulta senza indugio la Corte per risolvere il problema”. Da parte del ministro della Giustizia non risulta ancuna comunicazione al riguardo, oppure lo stesso ministro non ne ha voluto parlare di fronte al Parlamento. In entrambi i casi sono responsabilità gravi che hanno compromesso il rapporto di cooperazione imposto allo stesso ministro dallo Statuto di Roma e dalla legge 237/2012.

Dopo l’attacco violento portato dal ministro Nordio alla Corte Penale internazionale, fino al punto di metterne in dubbio la correttezza formale e la giurisdizione stabilita dallo Statuto di Roma, si può attendere una dura risposta da parte della Corte dell’Aja che potrebbe mettere anche il governo italiano sul banco degli imputati per la complicità nei crimini contro l’umanità commessi in Libia dalle milizie di cui Almasri è un importante esponente. L’articolo 4 della legge n. 110 del 2017 sul reato di tortura esclude il riconoscimento di ogni “forma di immunità” per gli stranieri che siano indagati o siano stati condannati  per il delitto di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale (comma 1). L’immunità diplomatica riguarda in via principale i Capi di Stato o di governo stranieri quando si trovino in Italia nonché il personale diplomatico-consolare eventualmente da accreditare presso l’Italia da parte di uno Stato estero. Dietro l’espulsione ministeriale per motivi di interesse nazionale non si può nascondere sulla base di un ricatto riconosciuto persino da un esponente della maggioranza molto vicino a Giorgia Meloni, come Donzelli, il riconoscimento di una sostanziale immunità ad un esponente delle milizie che sostengono, con pratiche che violano i diritti umani, il governo Dbeibah a Tripoli, partner del governo italiano nella lotta contro l’immigrazione “illegale”. Un governo che ha permesso l’accoglienza trionafale di Almasri a Tripoli, senza neppure rispondere alla richiesta di arresto giunta a Tripoli dalla missione UNSMIL dell’ONU che ha rilanciato la stessa richiesta della Corte penale internazionale.

5. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia ha espresso il suo allarme per la gravità dei crimini elencati nel mandato d’arresto della CPI emesso contro Osama Al-Masry Njeim, che comprendono crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale. Forse si ritiene che ormai, sulla base dei risultati elettorali, l’esecutivo possa ritenersi sciolto dagli obblighi internazionali che derivano da Convenzioni e Trattati internazionali che garantiscono i diritti fondamentali della persona e vietano la tortura e altri trattamenti disumani o degradanti. Come se l’articolo 117 della Costituzione fosse ormai un mero richiamo formale privo di effettiva applicazione. Come se, proprio con riguardo al reato di tortura, non fosse prevista per legge la competenza della Corte penale internazionale.

Dopo il ritorno di Almasri a Tripoli, la Missione ONU “UNSMIL (Support Mission in Libya)” ha chiesto alle autorità libiche “di arrestarlo e avviare un’indagine su questi crimini con l’obiettivo di garantirne la piena responsabilità, o di consegnarlo alla Corte Penale Internazionale, in linea con il deferimento del Consiglio di Sicurezza della situazione in Libia alla Cpi”. Una circostanza che Nordio e Piantedosi hanno nascosto al Parlamento, limitandosi ad attaccare i giudici nazionali e la Corte dell’Aja. Se la Libia, intesa come governo di Tripoli, non ottempererà a questa richiesta, e sembra ben difficile che arresti Almasri, dopo l’acoglienza trionfale che gli è stata riservata a Mitiga, allo sbarco dal volo dei servizi italiani che lo riportava in patria, le responsabilità politiche e giudiziarie delle autorità italiane saranno enormi, come le conseguenze da pagare a livello internazionale, senza che rilevi più di tanto la denuncia penale per favoreggiamento e peculato, ed il procedimento con richiesta al Tribunale dei ministri, avviato doverosamente dalla Procura di Roma, su cui si tenta di sviare oggi l’attenzione generale.

Dopo questo attacco alla CPI nell’intervento odierno del ministro Nordio in Parlamento, si può attendere che la Corte dell’Aja deferisca l’Italia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per violazione dei doveri di assistenza e cooperazione stabiliti dallo Statuto di Roma, istitutivo della CPI. Anche se ci sarà una copertura di Trump, che si è già ritirato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite, la credibilità internazionale del governo italiano, e dell’intero paese, sarà inficiata. Questo si che sarà un danno irreversibile per l’Italia.


AGI

5 febbraio 2025

Caso Almasri. Nordio: “Pasticcio della Cpi, atto nullo”. Schlein: parla da avvocato del torturatore

Informativa alla Camera. Prima l’intervento del Guardasigilli, poi il titolare del Viminale: “Richiesta d’arresto della Cpi solo il 18 gennaio, espulsione legata ad esigenze di sicurezza dello Stato, l’aereo predisposto a titolo preventivo”

Simona Olleni e Serenella Ronda


IL DUBBIO

5 febbraio 2025

Nordio contesta la Cpi. Ma troppi punti sono oscuri

Il fact checking: l’espulsione lampo di Almasri solleva dubbi sulla cooperazione dell’Italia con la Cpi

di Gennaro Grimolizzi


RADIO RADICALE

5 febbraio 2025

Al Masri: intervista di Scandura a Fulvio Vassallo Paleologo sulle informative Nordio-Piantedosi.

di Sergio Scandura

Corrispondente senior per il Mediterraneo di Radio Radicale


IL POST

5 febbraio 2025

Il governo non ha chiarito i dubbi sul caso Almasri

Anzi, l’informativa dei ministri Nordio e Piantedosi ha fatto emergere altre incongruenze e cose che non tornano

di Valerio Valentini


IL FATTO QUOTIDIANO

5 febbraio 2025

Almasri, le due versioni parallele di Nordio e Piantedosi: “Mandato dell’Aja nullo”, “Pericolosità evidente”. Quel che ancora non torna

di Franz Baraggino

Il governo se la prende con l’Aja per aver combinato un pasticcio, che diventa irrimediabile vista l’esigenza di Piantedosi di tutelare la sicurezza dello Stato. Ma è confrontando i due interventi di Nordio e Piantedosi che emergono le incongruenze.


AVVENIRE

29 gennaio 2025

L’identikit. Tutti gli affari del trafficante al centro dello scandalo

di Nello Scavo

Almasri ha un passaporto della Dominica, otto carte bancarie, patente e cittadinanza turca. Società e case all’estero. Poteva muoversi con disinvoltura, tra inganni e complicità internazionali

Lo schema criminale
Lo schema si fonda su «quattro fasi operative: a) ricerca e intercettazione dei migranti in mare; b) trasferimento dai punti di sbarco ai centri di detenzione della Direzione per la lotta alla migrazione illegale; c) abuso di detenuti in tali centri di detenzione; d) rilascio dei detenuti maltrattati».


ANSA

31 gennaio 2025

L’Ue sul caso Almasri: “I Paesi cooperino con la Corte penale internazionale”

Il Consiglio europeo nel 2023 ha invitato gli Stati membri anche alla tempestiva esecuzione dei mandati d’arresto”

“Il Consiglio europeo nel 2023 ha invitato tutti gli Stati membri a garantire la piena cooperazione con la Corte, compresa la tempestiva esecuzione dei mandati d’arresto”. Lo ha detto un portavoce dell’esecutivo Ue rispondendo a una domanda sul caso Almasri.


SISTEMA PENALE

24 gennaio 2025

Caso Almasri: una discutibile interpretazione della legge di cooperazione dell’Italia con la CPI ha portato alla scarcerazione del primo ricercato arrestato sul suolo europeo nell’ambito delle indagini in Libia

Michele Caianiello – Chantal Meloni


QUESTIONE GIUSTIZIA

4 febbraio 2025

La decisione ministeriale di non consegnare un sospetto criminale internazionale come legittimo atto politico discrezionale?

di Alberto di Martino


AVVENIRE

6 febbraio 2025

Esclusivo. Almasri, fascicolo all’Aja sull’operato del governo italiano

di Nello Scavo

Sul tavolo del procuratore internazionale l’accusa a Meloni, Nordio e Piantedosi per avere ostacolato la giustizia impedendo la consegna del generale libico. Tutto nasce dalla denuncia di una vittima

«Ostacolo all’amministrazione della giustizia ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma». È questa l’accusa contro il governo italiano su cui è chiamata a valutare la Corte penale internazionale. Nella denuncia ricevuta dall’Ufficio del Procuratore, che l’ha trasmessa al cancelliere e al presidente del Tribunale internazionale, sono indicati i nomi di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi (segue)

….L’iscrizione a protocollo dell’istanza e l’invio agli uffici della Corte che hanno emesso il mandato di cattura per il generale Almasri, conferma l’esistenza del fascicolo su cui poi la procura deciderà in quale modo procedere. A scrivere all’Aja attraverso i suoi legali è stato un rifugiato sudanese che già nel 2019 aveva raccontato agli investigatori internazionali le torture che lui e la moglie avevano subito dal generale Almasri, quando entrambi erano stati imprigionati in Libia. «Il richiedente, un cittadino sudanese del Darfur con lo status di rifugiato in Francia, sostiene che sua moglie, lui stesso e innumerevoli membri del gruppo di cui fa parte (“migranti”) sono stati vittime di numerosi e continui crimini», si legge nella richiesta inviata all’ufficio del procuratore appena dopo aver ascoltato alla Camera i ministri Nordio e Piantedosi….

…..La comunicazione legale raccolta dall’Ufficio del procuratore si compone di 23 pagine nelle quali è ricostruita la vicenda Almasri fino alla riconsegna in Libia. La firma è di “Front-Lex” una organizzazione internazionale di avvocati per i diritti umani che danni è in prima linea davanti ai tribunali dell’Ue, dell’Onu e dell’Aja. Il rifugiato è assistito a Parigi da due avvocati impegnati in svariati processi davanti alle giurisdizioni internazionali: Juan Branco e Omer Shatz.”..


CORRIERE DELLA SERA

6 febbraio 2025

Caso Almasri, una denuncia alla Corte dell’Aia contro il governo italiano. La Corte: «Non c’è alcuna indagine». Nordio: «Dispiace sia libero per un errore formale»

di Valentina Santarpia

Fonti della Corte spiegano: «È una delle centinaia di denunce che arrivano alla Procura internazionale»

….” il caso sarà discusso in Parlamento europeo, martedì sera a Strasburgo come anticipano gli europarlamentari 5 Stelle Danilo Della Valle e Gaetano Pedullà: «È stata approvata la nostra richiesta, proveniente dal gruppo The Left, di un dibattito sulla protezione del diritto internazionale e delle prerogative della Corte Penale Internazionale». Durante il dibattito, «chiederemo ancora una volta chiarimenti sul caso Almasri: il governo deve una spiegazione non solo al Paese, ma all’Europa intera», dice l’europarlamentare Pd Annalisa Corrado”.


LA REPUBBLICABARI

6 febbraio 2025

Caso Almasri, donna ivoriana denuncia lo Stato italiano: “Io stuprata, il mio carnefice è libero”

L’avvocata lucana Angela Bitonti ha depositato la denuncia per conto di una migrante che ha subito violenze e soprusi dalla polizia libica: “Credevo di essere approdata in un paese giusto”

…. L’avvocata lucana Angela Bitonti ha depositato oggi presso la Procura della Repubblica di Roma una denuncia – in cui si ipotizzano reati di omissione e favoreggiamento – contro lo Stato italiano per la vicenda di Njem Osama Almasri, il capo della polizia libica  inseguito da un mandato di arresto della Corte penale internazionale….


ADNKRONOS

6 febbraio 2025

Caso Almasri, Europarlamento: martedì dibattito a Strasburgo sulla Cpi

  Compreso il caso del generale libico e dell’operato dell’Italia


EUROPEAN UNION

Agreement between the EU and the International Criminal Court (ICC)

SUMMARY OF:

Decision 2006/313/CFSP concluding the agreement between the International Criminal Court and the European Union on cooperation and assistance

Agreement between the International Criminal Court and the European Union on cooperation and assistance

Decision 2011/168/CFSP on the International Criminal Court

last update 15.05.2020


International Criminal Court (ICC)

OFFICE OF THE PROSECUTOR

POLICY ON COMPLEMENTARITY AND COOPERATION

April 2024


International Criminal Court (ICC)

ICC and Europol conclude agreements to enhance cooperation

Press Release: 18 September 2024


HUMAN RIGHTS WATCH

EU Cooperation in International Criminal Court Arrests

November 2024


HUMAN RIGHTS WATCH

January 15, 2025 2:00AM EST

Letter to Foreign Ministers of EU member states regarding US Sanctions on the ICC


HUMAN RIGHTS WATCH

January 15, 2025 2:00AM EST

Letter to the European Commission regarding US Sanctions on the ICC