Successi di governo: lasciati morire sulla rotta libico-tunisina

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Sono sbarcati a Catania 23 naufraghi raccolti dalla Ocean Viking dopo un naufragio sulla rotta “libica” da Zawia, con oltre 60 vittime, mentre la nave prosegue verso il porto “vessatorio” di Ancona, per ordini che svuotano il Mediterraneo centrale di navi umanitarie, a causa dei concomitanti fermi amministrativi di altre tre navi delle ONG. Si prolunga così la sofferenza delle persone rimaste a bordo e intanto si apprende di un ennesima strage sulla rotta libico-tunisina, con almeno trenta dispersi, per quanto risulta dalle pochissime informazioni diffuse dai media, mentre le autorità ufficiali continuano a tacere, se non arrivano a negare l’evidenza. Secondo fonti delle Nazioni Unite (OIM), nel 2023, più di 2.500 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo (occidentale, centrale e orientale), il numero più alto dal 2017. Prima delle ultime stragi sulla rotta libico-tunisina del Mediterraneo centrale, nel 2024 si contavano già oltre 200 morti ed un numero imprecisato di dispersi, adesso, in soli due giorni, dobbiamo aggiungere altre 100 vittime, che probabilmente rimaranno senza nome.

Sono decine di migliaia i naufraghi intercettati anche in acque internazionali dalla sedicente Guardia costiera “libica” e dalla Guardia costiera tunisina, ma quando le condizioni meteo sono migliorate sono riprese le partenze, i soccorsi in acque internazionali, e anche gli arrivi di massa su Lampedusa. Non è vero che sia”crollata” la “rotta mediterranea. Se gli arrivi alle Canarie aumentano, si tratta di migranti che fuggono dal Senegal e da paesi limitrofi, ben diversi dai gruppi di nazionalità diversa che sono intrappolati in Libia e Tunisia, dopo essere stati intercetttati in acque internazionali e riportati a terra. Persone in fuga da una situazione strutturale di abusi “indicibili” e deprivazione, di ogni diritto, che ci riproveranno ancora, e che arriveranno in massa sulle coste italiane, anche senza i soccorsi delle ONG, non appena le condizioni del Mediteraneo centrale lo permetteranno.

Da mesi gli esponenti del governo italiano rilanciano i loro successi nella lotta ai trafficanti sbandierando il calo degli arrivi dalle coste nordafricane dopo il Memorandum UE-Tunisia, fortemente voluto dalla Meloni, ed il rafforzamento del dispositivo di intercettazione della sedicente Guardia costiera libica, assistita dal tracciamento aereo di Frontex. Come al solito si tratta di statistiche rilevate nei mesi invernali, quando le condizioni meteo incidono maggiormente sulle possibilità di traversata del Mediterraneo, mentre cresce in modo esponenziale il rapporto tra le persone che riescono a fuggire dalla Libia o dalla Tunisia e quelle che fanno naufragio in alto mare, o muoiono dopo giorni di abbandono in acque internazionali. Per non parlare delle crescenti violazioni dei diritti umani nei paesi con i quali l’Unione europea e l’Italia hanno stretto accordi per bloccare le partenze dei migranti e chiudere ogni via di fuga. Comincia intanto ad incrinarsi davanti ai Tribunali la visione della Tunisia come paese terzo “sicuro” Il 4 marzo scorso la Commissione europea ha annunciato l’erogazione del finanziamento previsto dal Memorandum d’Intesa Ue-Tunisia ma il Parlamento europeo ha votato a maggioranza una posizione che chiede alla stessa Comissione chiarimenti sui criteri che hanno giustificato l’esborso e critica la scelta di versare i 150 milioni previsti dal Memorandum in una tranche unica. Perchè si dubita che la Tunisia di Saied rispetti i diritti umani dei migranti, oltre che degli stessi tunisini. E sono documentati respingimenti collettivi illegali dalla Tunisia alla Libia. Mentre la Libia non garantisce porti sicuri di sbarco ancora oggi, e non solo guardando al 2018, quando si verificavano i respingimenti collettivi illegali condannati dalla Corte di Cassazione. Lo scorso anno, la Commissione indipendente Onu sui diritti umani ha accusato la guardia costiera libica di essere parte attiva nella filiera del traffico di esseri umani.

2. Il rapporto causa-effetto tra gli accordi con i paesi terzi e le stragi in mare e’ sempre più evidente. Perche’ le “intercettazioni” non sono attività di ricerca e salvataggio ma “law enforcement” che lascia morire. E i tunisini non vanno a soccorrere chi parte dalla Libia. Secondo quanto riportato dalla Guardia costiera tunisina a margine dell’ultima strage di cui si apprende, “The coastguard found the dead while intercepting a boat with 24 surviving migrants of “different nationalities,” who had also set off from a “neighboring country.”

Come si legge in un Rapporto pubblicato da IRPIMEDIA ” Che si tratti della guardia costiera o della marina militare, le operazioni di salvataggio tunisine vengono comunque ancora effettuate in un ambiguo spazio di “non-diritto”. Da un lato, la Tunisia non dispone ancora di una legge sul diritto d’asilo e continua a criminalizzare la migrazione irregolare. Un migrante di nazionalità non tunisina ha quindi il diritto di richiedere l’asilo nel Paese rivolgendosi all’Unhcr, evitando così l’espulsione, ma non avrà diritto di lavorare nel Paese, rimanendo ai margini della società. Dall’altro, manca ancora la formalizzazione della Regione di ricerca e soccorso, ovvero di quell’area di competenza in cui un Paese è formalmente tenuto a prestare soccorso”.

Secondo un rapporto ancora più recente di IRPIMEDIA, gli accordi stipulati dalla Tunisia con l’Unione europea hanno peggiorato le già difficili condizioni di vita degli oppositori politici ed hanno privilegiato con un imponente flusso finanziario gli enti tunisini preposti al cd. law enforcement, dunque polizia, guardia nazionale, protezione civile e i servizi di sicurezza. L’aumento della repressione poliziesca ha fatto crescere il numero di tunisini che hanno cercato di lasciare il paese ed ha comportato una svolta autoritaria criticata anche in Europa. Sembra invece che il governo italiano privilegi come interlocutori regimi dispotici, camuffati da una apparente legittimazione elettorale, sia in Europa, con Orban, che in nordafrica, con i vari Saied, Dbeibah, Haftar, Al Sisi.

Dopo gli accordi ed il Memorandum UE-Tunisia stipulati con Saied la rotta libica e la rotta tunisina si sono unificate, nel senso che un numero crescente di persone migranti provenienti dall’area subsahariana e intrappolate in Tunisia sono state espulse in LIbia, magari anche abbandonate in zone desertiche a sud del confine di Ras Jedir, e quindi hanno cercato una via di fuga dalle coste della Tripolitania. Per un altro verso, le imbarcazioni salpate dalla Libia occidentale hanno cercato di seguire il limite della zona SAR (di ricerca e salvataggio) riconosciuta alla Tunisia e corrispondente alle sue acque territoriali, dove le motovedette libiche non si avventurano, ma dove i tunisini non soccorrono le imbarcazioni che sono salpate dalle coste libiche. E se i barconi procedono verso l’alto mare raggiungono la zona SAR maltese, dove è altrettanto certo che i maltesi non arriveranno con unità di soccorso, ma semmai, quando ci sono mezzi sufficienti, si coordineranno con i libici per delegare respingimenti collettivi illegali verso porti non sicuri nei quali i respinti scompaiono rapidamente, come conferma l’OIM, per essere avviati nei centri di detenzione. Di fatto ormai la rotta tunisina si è sovrapposta alle rotte libiche e gli interventi di intercettazione nel Mediterraneo centrale avvengono in stretta cooperazione con gli assetti aerei garantiti da Frontex, con sporadici interventi delle centrali di coordinamento italiane e maltesi, che rimbalzano sulle autorità libiche e tunisine la responsabilità dei soccorsi in acque internazionali. E poi si sanzionano con i fermi amministrativi le navi umanitarie che non obbediscono agli ordini dei guardiacoste libici che sparano. Così il cerchio della disumanità si chiude.

3. In questo quadro di abbandono, per effetto della invenzione e quindi dell’utilizzo di zone SAR ( ricerca e salvataggio), diventate aree di intervento militare per dissuadere i soccorsi umanitari e sequestrare un numero crescente di naufraghi, continuano a morire, persone sempre più disperate che cercano comunque di fuggire verso l’Europa, per l’unico canale che rimane aperto, garantito purtroppo da trafficanti che gli accordi stipulati con i paesi di transito non sono riusciti evidentemente a sconfiggere. Come avviene da anni, quando si cerca di chiudere una rotta nel Mediterraneo se ne apre immediatamente un’altra, mentre la propaganda di governo amplifica i successi contro i trafficanti di esseri umani. Ma tace sulle vittime di politiche internazionali basate su accordi che arricchiscono regimi autoritari e gruppi militari ancora corrotti.

In questi ultimi giorni la cruda realtà dei fatti smentisce i successi vantati dal governo italiano nella collaborazione con i libici, tanto che si dimostra un fallimento l’ultima missione del ministro dell’interno Piantedosi a Bengasi per incontrare il generale Haftar, uomo forte della Libia orientale (Cirenaica) sempre più legato all’influenza russa. Certo, altri soldi per la “lotta contro i trafficanti” arriveranno anche al generale, ma non ci saranno contropartite politiche, nè si contribuirà alla pacificazione della Libia. Secondo Haftar “al percorso politico “sono state date più opportunità di quanto si dovrebbe, senza che all’orizzonte appaiano segnali di soluzioni consensuali che portino a un giusto accordo di pace e procedere verso il raggiungimento della stabilità politica”. Secondo il Libya Observer, I filmati pubblicati dai media locali rivelano il momento in cui un certo numero di carri armati russi T72 sono arrivati ​​al quartier generale della Brigata Tariq bin Ziyad affiliata a Saddam Haftar attraverso il porto di Tobruk provenienti dalla Russia, mentre il 28 febbraio è stato annunciato che Saddam, figlio di Haftar, stava supervisionando “Esercitazioni di addestramento per un progetto di mobilitazione delle forze di terra con munizioni vere nella città di Sirte, nel centro della Libia settentrionale“. Vedremo adesso quali effetti avrà la missione di Piantedosi a Bengasi. L’opzione militare in Libia rimane sempre aperta, ed è ancora oggi confermato che il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale, non controlla che una parte del paese, e lo stesso controllo parziale vale anche per le coste ed i porti. Ma si continua a riconoscere una zona SAR (di ricerca e salvataggio)” libica” che non serve a salvare vite ed a garantire un porto sicuro, ma diventa soltanto un alibi per coprire intercettazioni violente e sequestri di persona. Che avvengono sotto gli occhi complici di Frontex e delle autorità italiane e maltesi. Intanto le riunioni di coordinamento tra l’Agenzia per il controllo delle frontiere esterne, adesso rinominata Guardia di frontiera e costiera europea, ed i vertici politici e militari degli Stati membri sono senpre più frequenti e cresce senza limiti la dotazione finanziaria assegnata a Frontex. Il 15 marzo scorso si è svolto a Varsavia un incontro tra il Comandante Generale della Guardia costiera italiana Ammiraglio Nicola Carlone e Hans Leijtens, Direttore esecutivo dell’agenzia Frontex. Sul tavolo “un approfondito confronto su tutti gli ambiti operativi che vedono cooperare in sinergia l’agenzia europea e la Guardia Costiera italiana”. Vediamo bene con quali conseguenze. Chissà con quali delle tante autorità costiere libiche avranno deciso di cooperare.

4. Sotto il profilo della tutela delle persone migranti si annuncia come un fallimento annunciato il vertice al Cairo di Giorgia Meloni, acompagnata dalla fida Von der Leyen, che nell’incontro con Al Sisi non parleranno certo di diritti umani (a partire dal processo Regeni) e di attività di soccorso in alto mare, ma cercheranno di firmare un accordo tra Unione europe ed Egitto per la cooperazione e lo sviluppo simile a quello concluso, sotto gli auspici dell’Italia, con la Tunisia, e. di propagandare il Piano Mattei per l’Africa, al momento fermo alle riunioni della “cabina di regia”. Una missione, quella della Meloni al Cairo, che tende anche a rafforzare il ruolo dell’Italia, e quindi gli interessi economici dell’ENI, nel Mediterraneo orientale e sulle piattaforme offshore in acque internazionali, come la grande area estrattiva di Zohr, a 110 miglia a nord di Porto Said, con ulteriori fondi europei ed accordi operativi per bloccare le partenze, non solo dall’Egitto, ma anche dalla Libia orientale, su cui l’Egitto mantiene una notevole influenza. Non ci sarà confronto su missioni di soccorso o maggiori garanzie dei diritti umani, e non si vede neppure una prospettiva concreta, per garantire vie di uscita legale con il riconoscimento extraterritoriale del diritto di asilo per i profughi palestinesi che riescono ad andare oltre la frontiera di Rafah pagando trafficanti, che evidentemente sono ben tollerati da Al Sisi, che pure parlerà con la Meloni di contrasto dell’immigrazione “illegale”.

In uno scenario geopolitico che sembra destinato a peggiorare ulteriormente, non appena si avvertiranno gli effetti, sulla mobilità forzata delle persone, del genocidio in corso in Palestina, e delle tragedie umanitarie tenute nascoste in Sudan ed in altri paesi dell’Africa subsahariana, diventa davvero difficile proporre soluzioni alternative praticabili, mentre le opinioni pubblche nazionali sono sempre più contrarie all’arrivo di persone migranti, e persino alle attività di soccorso in mare, anche se si tratta di potenziali richiedenti asilo e di migranti scampati ad una lunga serie di abusi subiti nel loro viaggio, e quindi alla morte in mare. Dove non dilaga l’odio razziale, domina l’indifferenza verso la sorte di chi non ha un futuro, e spesso neppure una speranza di vita, solo perchè é nato dalla parte “sbagliata” del mondo.

Non rimane che moltiplicare gli sforzi per non lasciare nascoste alla coscienza collettiva le tante vittime che vengono abbandonate in acque internazionali e scompaiono in mare, e per denunciare, anche sul piano del mancato adempimento degli obblighi di ricerca e soccorso in mare imposti agli Stati costieri dalle Convenzioni internazionali, le omissioni di soccorso ed i respingimenti collettivi illegali che si continuano a ripetere senza una sanzione effettiva. Le Organizzazioni non governative dovranno intensificare le campagne comunicative esibendo tutti i dati che documentano gli interventi arbitrari dei guardiacoste tunisini e libici, e le complicità europee ed italiane. Si dovranno moltiplicare tutte le inziative a livello giudiziario, con la denuncia dei casi di mancato soccorso o degli ordini illegittimi di stand by, in attesa dell’intervento della sedicente Guardia costiera libica. Le centrali di coordinamento dei soccorsi in mare (MRCC) dovrano essere richiamate ai loro doveri di ufficio al fine di garantire soccorsi tempestivi e porti di sbarco sicuri.

In tempi di campagna elettorale permanente, giocata proprio sull’allarme immigrazione, e di fatto caratterizzata dalla cancellazione totale del diritto di chiedere asilo in un paese sicuro, pure sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, non sembrano in vista progressi sul piano dei diritti umani e del riconoscimento del pari diritto alla vita per tutte le persone che si trovano ad attarversare il Mediterraneo.

Rimangono comunque tra gli obiettivi da perseguire, con la sospensione della cd. zona SAR “libica”, il ritorno ad una gestione integrata (dunque anche con navi umanitarie delle ONG) dei soccorsi nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, come avveniva fino al 2017, e l’apertura di canali di evacuazione legale delle persone bloccate in Libia ed in Tunisia. In trappola per effetto di accordi e di Memorandum che appaiono ogni giorno di più in contrasto con i diritti umani stabiliti dalle Costituzioni nazionali e dalle Convenzioni internazionali richiamate dalla normativa vincolante dell’Unione Europea, come il Regolamento Frontex n.656 del 2014 e la Carta dei diritti fondamentali UE che all’art. 19 vieta i respingimenti collettivi. Perchè i canali umanitari finora garantiti hanno consentito la salvezza per una minima parte delle persone che sono ancora oggi abusate nei centri di detenzione informali e governativi ubicati in Libia. Soprattutto, occorre contrastare una propaganda martellante che continua a criminalizzare qualunque attività di soccorso in mare ed assistenza a terra, e invece esalta le attività di polizia nel contrasto dell’immigrazione “irregolare”, il cd. law enforcement, anche quando è evidente il costo umano sempre più alto ed il persistente livello di collusione di autorità statali e bande paramilitari dei paesi terzi con le organizzazioni criminali. Niente e nessuno sarà dimenticato o nascosto dietro gli accordi stipulati con paesi che non rispettano i diritti umani.