Attività amministrativa, decisione politica e controllo giurisdizionale. Una nota a margine del processo Salvini.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. La testimonianza dell’attuale ministro dell’interno Matteo Piantedosi nel processo nei confronti del senatore Matteo Salvini, per il caso del divieto di sbarco imposto alla nave Open Arms nel mese di agosto del 2019, ha offerto elementi interessanti nella ricostruzione dei rapporti tra le diverse autorità civili e militari coinvolte nella vicenda per la quale l’ex ministro dell’interno, ed attuale vicepresidente del Consiglio, è stato rinviato a giudizio. Si tratterà adesso di inserire quanto dichiarato da Piantedosi nel quadro dei materiali probatori, anche documentali, già acquisiti nel procedimento, e verificare quindi la congruità delle linee interpretative alla base della decisione di Salvini di non assegnare un porto di sbarco (Place of safety-POS) alla nave della ONG spagnola che ne aveva fatto richiesta in diverse occasioni.

Il ministro Piantedosi non ha chiarito se le domande di asilo andavano presentate dopo lo sbarco, come ammesso nella udienza precedente da Salvini, né ha chiarito come si potesse ritenere che i paesi europei avrebbero potuto accettare la cd. “redistribuzione ex ante”, più volte richiamata dall’ex ministro dell’interno, considerando che alcuni paesi con i quali erano avviate le “interlocuzioni”, tramite la Commissione europea a Bruxelles, limitavano il loro possibile impegno alla redistribuzione di richiedenti asilo (come peraltro prevedeva il Regolamento Dublino allora vigente. Infatti Salvini era tornato a mani vuote dal Vertice dei ministri dell’interno di Helsinki il 18 luglio 2019, dunque alla vigilia del caso Open Arms, nel quale Francia e Germania respingevano la redistribuzione di tutti i migranti che non fossero richiedenti asilo e non consentivano che fosse messo in discussione il principio del “porto più vicino per lo sbarco”. Occorre ricordare la mancata partecipazione del senatore Salvini alla riunione dei ministri dell’interno dell’Unione Europea, tenutasi a Parigi il 21 luglio 2019, pochi giorni prima del caso Open Arms. In quella sede il Presidente francese Macron aveva affermato: “Dobbiamo rispettare le regole umanitarie e del diritto marittimo internazionale. Quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare rifugio nel porto più vicino. È una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità”. Il Viminale nella fase di trattative a livello europeo non poteva certo ignorare queste posizioni o utilizzare il blocco della nave per ottenere una svolta politica che in realtà non si verificava neppure dopo il cd. Patto di Malta, tra soli cinque Stati membri, successivo alla vicenda Open Arms nel mese di agosto 2019, che non veniva ratificato dalle istituzioni europee e restava praticamente privo di effetti.

2. E emerso innanzitutto che la segnalazione del primo evento di soccorso, perchè di questo si trattava, e come tale veniva segnalato, proveniva da assetti dell’Operazione Eunavfor -Med Sophia, allora in corso nel Mediterraneo centrale. Malgrado le unità europee avessero allertato subito la guardia costiera libica si deve ritenere che la segnalazione fosse comunque regolata da quanto previsto dal Regolamento europeo Frontex n.656 del 2014, che vincola anche le unità militari coinvolte nelle operazioni Eunavfor Med. Questo Regolamento impone di valutare come distress la situazioni di qualunque imbarcazione sovraccarica di migranti, in alto mare, senza dotazioni di sicurezza, e senza adeguate riserve di acqua e carburante. Una valutazione che non poteva essere ignorata o travisata dalle autorità italiane immediatamente contattate. il Piano SAR italiano del 2009, come il successivo piano adottato nel 2020, fa peraltro espresso riferimento alle metodologie tecnico-operative di ricerca e soccorso contenute nel manuale IAMSAR adottato dall’ Imo nel 1999 ed alla Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974( Convenzione SOLAS) che obbliga il“comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione…” [Capitolo V, Regola 33(1)].

Si deve ricordare quanto richiama Irini Papanicolopulu, docente di diritto internazionale presso l’Università di Milano Bicocca, secondo cui “l’ingresso di una nave che trasporta persone soccorse in mare in adempimento dell’obbligo internazionale di assistere le persone in pericolo e di condurle in un luogo sicuro. In altri termini, la fattispecie del salvataggio in mare continua fino a quando il comandante non abbia fatto sbarcare le persone in luogo sicuro, e il suo ingresso nel mare territoriale e nei porti di uno Stato non può essere visto sotto luce diversa. Non si può quindi precludere il passaggio inoffensivo ad una nave che ha soccorso persone in pericolo, anche al di fuori del mare territoriale, qualora questa intenda entrare al fine di perfezionare il proprio obbligo di salvare la vita umana in mare.”di salvare la vita umana in mare non può considerarsi come attività compiuta in violazione delle leggi nazionali sull’immigrazione, a condizione che l’obiettivo della nave sia semplicementequello di far sbarcare le persone soccorse. Infatti, l’obbligo di salvare la vita umana in mare vincola sia gli stati (ai sensi dell’art.98, par. 1 CNUDM) sia icomandanti di navi (ai sensi del Capitolo V, reg. 33 SOLAS, nonché di numerose norme nazionali, quali ad esempio l’art. 489 cod. nav.)

3. All’inizio della sua audizione il ministro Piantedosi ha insistito sul carattere di evento di “immigrazione clandestina” delle attività di ricerca e salvataggio operate da Open Arms a partire dal primo agosto 2019. Il termine “fenomeno immigrazione clandestina via mare”, contenuto nella intestazione di una mail della Guardia costiera, malgrado la iniziale comunicazione giunta da Open Arms relativa ad un evento SAR e di un caso di distress, come era emerso in precedenza durante l’audizione dell’ammiraglio Liardo nell’udienza del 17 dicembre 2019, era ricavato dalla mera circostanza che i primi due soccorsi sarebbero avvenuti “in autonomia”, senza coordinamento italiano, e senza coordinamento delle autorità libiche che secondo le autorità italiane, avrebbero dovuto assumere il coordinamento SAR.

Il ministro Piantedosi, all’epoca dei fatti capo di Gabinetto al Viminale, ha poi motivato il divieto di sbarco imposto con un decreto interministeriale firmato il primo agosto 2019 da Salvini, da Toninelli e dalla ministro della difesa Trenta, sulla base della competenza delle autorità libiche, e anche per la prognosi operata dalle autorità italiane che la nave avrebbe tentato comunque di sbarcare i naufraghi in Italia in modo da facilitare nella sostanza un evento di immigrazione illegale. Si è richiamata in proposito, anche se non poteva certo risultare una motivazione sufficente, la circostanza che il comandante della nave sarebbe stato inquisito da una procura italiana, come se tale precedente, come la mancanza di coordinamento italiano, o di altra autorità competente, potesse comportare una qualificazione illecita dell’attività di salvataggio operata dalla nave nei primi giorni di agosto del 2019.

Una pubblicazione periodica dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea (FRA) censisce annualmente lo stato dei procedimenti penali ed amministrativi intentati a raffica contro le ONG, a partire dal 2017 (caso Iuventa). Con poche eccezioni di procedimenti ancora aperti, a Ragusa ed a Trapani,che presentano peculiarità evidenti, sono tutti procedimenti archiviati, ed in nessun caso di è arrivati ad una sentenza di condanna dei comandanti o dei capo-missione delle navi umanitarie. 

4. Al centro delle dichiarazioni del ministro Piantedosi è stata la responsabilità dello Stato di bandiera della nave, nel caso Open Arms la Spagna, per la indicazione del porto di sbarco sicuro, Numerosi comunicati della Commissione europea hanno respinto da tempo la tesi italiana che giustificava, soltanto nei confronti delle ONG, la mancata indicazione di un porto di sbarco sicuro, da raggiungere nel tempo più breve ragionevolmente possibile, come dettato dalle Convenzioni internazionali, dagli emendamenti e dalle Linee guida approvate dall’IMO, in favore della competenza prevalente dello Stato di bandiera (Flag State). E già nel 2020 la Raccomandazione della Commissione europea sui soccorsi in mare operati dalle ONG escludeva qualsiasi competenza primaria dello Stato di bandiera della nave soccorritrice, richiamando al contrario senza alcuna differenziazione per le navi umanitarie, le regole generalmente riconosciute sui soccorsi delle imbarcazioni in situazione di di distress (pericolo) in alto mare, L’assistenza richiesta dalle Convenzioni internazionali agli Stati di bandiera non può estendersi dunque fino alla indicazione del porto di sbarco. In passato la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, e la Germania avevano respinto le richieste italiane di assumere la responsabilità di coordinamento dei soccorsi per garantire lo sbarco a terra dei naufraghi in un porto indicato. dallo Stato di bandiera.

Come ricordava nel 2019 l’ Ammiraglio Liardo, in una audizione parlamentare, “Riguardo allo specifico scenario del Mediterraneo Centrale, occorre rilevare che ad oggi (2019) l’unico Stato che pur avendo provveduto a ratificare la convenzione SAR del 1979, non ha tuttavia dichiarato formalmente la sua specifica area di responsabilità SAR rimane solo la Tunisia; l’Egitto che invece non ha ratificato la Convenzione di Amburgo si è però dotata di una organizzazione SAR ed ha dichiarato una propria regione di responsabilità ai fini della ricerca e del soccorso marittimo. La Libia ha ratificato la Convenzione ed ha formalmente dichiarato la propria area di responsabilità SAR il 14 dicembre 2017. Tale area di responsabilità è stata riportata sul Global Integrated Shipping Information System (GISIS) dell’International Maritime Organization11 (IMO), il 27 giugno 2018” .In quell’occasione lo stesso LIARDO affermava che “Ovviamente, non avendo tutti gli Stati costieri ratificato la convenzione, né provveduto ad organizzare una propria specifica organizzazione S.A.R., allo scopo sempre di tutelare il principio di integrità dei servizi S.A.R., le discendenti linee guida emanate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) un’agenzia delle Nazioni unite, in base a quanto espressamente previsto dalle citate convenzioni, prevedono che il primo MRCC che riceva notizia di una possibile situazione di emergenza S.A.R. ha la responsabilità di adottare le prime immediate azioni per gestire tale situazione, anche qualora l’evento risulti al di fuori della propria specifica area di responsabilità. Ciò almeno fino a quando tale responsabilità non venga formalmente accettata da un altro MRCC, quello competente per l’area o altro in condizioni di prestare una più adeguata assistenza (Manuale IAMSAR – Ed. 2016; Risoluzione MSC 167-78 del 20/5/2004). Ciò determina la certezza, per ciascun navigante, di individuare l’Autorità responsabile per il soccorso della vita umana in mare”. In quell’occasione l’Ammiraglio LIARDO, che il 17 gennaio 2021 è stato anche ascoltato come testimone nel processo a Palermo, affermava che “L’obbligo del S.A.R. prescinde dai limiti della piena giurisdizione marittima di uno Stato costiero (non è neppure limitato, alla specifica area di responsabilità S.A.R., che comunque non è un’area di giurisdizione e, pertanto, si estende di norma ben oltre le acque territoriali e l’eventuale zona contigua), mentre l’attività di polizia, “law enforcement”, al di fuori delle acque territoriali è soggetta a ben precisi limiti, stabiliti dalla normativa nazionale e nel rispetto di quella internazionale. La conseguenza pratica di ciò è che se un’imbarcazione carica di migranti localizzata al di fuori delle acque territoriali di uno Stato costiero è ritenuta versare in una situazione di potenziale pericolo (caso S.A.R.), scatta l’obbligo di immediato intervento e, quindi, del successivo trasporto a POS delle persone soccorse. Nella stessa udienza del 17 dicembre 2021 l’Ammiraglio Liardo confermava che la Spagna immediatamente avvertita da Open Arms il primo agosto declinava qualunque responsabilità, che le autorità italiane avevano ricevuto la prima richiesta di un POS il 2 agosto, e che le autorità maltesi avevano chiesto alla Centrale di coodinamento IMRCC di Roma, in data 10 agosto 2019, l’assegnazione di un POS per la Open Arms. Fino a quel momento nessuna autorità nazionale, malgrado il divieto di ingresso adottato dalle autorità italiane il primo agosto 2019, aveva derubricato l’evento SAR a mero evento di immigrazione irregolare. E l’Open Arms era rimasta in acque maltesi a seguito del decreto interministeriale di divieto di ingresso adottato il primo agosto. Non era dunque configurabile alcun comportamento illecito a carico del comandante della Open Arms, come ha sostenuto in diverse occasioni la difesa di Salvini, anche perchè un evento di immigrazione irregolare non si poteva presumere trovandosi ancora la nave in acque internazionali, al di fuori della zona SAR italiana. Proseguivano nel frattempo febbrili trattative con le autorità spagnole per l’asseggnazione di un Pos, ma si scontravano con una ferma posizione negativa da parte della Spagna, che solo il 18 agosto offriva una disponibiità, quando la nave era già ancorata di fronte al Porto di Lampedusa, a seguito della sospensiva del divieto di ingresso pronunciata dal TAR Lazio, con condizioni meteomarine diventate nel frattempo proibitive..L’Ammiraglio Liardo in quella udienza, su domanda della Procura, ammetteva come fosse di tutta evidenza che lo Stato di bandiera, oltre ad essere “coinvolto”, non dovesse farsi carico dello sbarco della nave fino al punto di indicare un POS nel proprio territorio.

Dalle indagini svolte dal Tribunale dei ministri di Palermo emergeva che “il POS (indicato ad Algeciras ovvero, successivamente alle osservazioni trasmesse dalla Guardia Costiera italiana, presso le Isole Baleari) offerto dalla Spagna – peraltro solo in data 18.8.2019, quando la nave si trovava già da tre giorni alla fonda in prossimità delle coste di Lampedusa – non rispondeva, già in astratto, alle esigenze tutelate dalla normativa internazionale; in base al par. 6.18 della Risoluzione MSC 167-78, infatti, la nave soccorritrice ha diritto di ottenere l’autorizzazione allo sbarco dei migranti in un luogo che implichi il minimo disagio per la nave stessa, gravando specularmente sui responsabili l’obbligo di tentare di organizzare delle alternative ragionevoli per questo scopo (v. par. 6.13 ris. cit, secondo cui la nave deve essere comunque sollevata da questa responsabilità non appena possono essere presi accordi alternativi); sotto questo profilo, sia il porto di Algeciras, ubicato addirittura sullo stretto di Gibilterra, che quello di Palma di Maiorca, nelle Isole Baleari, distante circa 590 miglia nautiche da Lampedusa, erano entrambi troppo lontani dalla posizione della nave per poter essere considerati idonei a salvaguardare le esigenze in rilievo”.

5. Secondo il ministro Piantedosi, all’epoca dei fatti la Libia non poteva garantire porti di sbarco sicuri. Affermazione che contrasta non poco con il riconoscimento di una zona SAR (di ricerca e salvataggio) autoproclamata dal governo di Tripoli a partire dal mese di giugno del 2018, nella quale le navi civili avrebbero dovuto operare attività SAR (Search and Rescue) sotto coordinamento di quella sedicente Guardia costiera libica che, secondo numerosi rapporti internazionali, corroborati da testimonianze di persone che ne sono state vittime dirette, non era (nel 2019, ma anche oggi) in grado di garantire i diritti umani delle persone soccorse. Tanto che, dopo la riconduzione a terra, i “naufraghi” finivano nella maggior parte dei casi in centri di detenzione, informali, ma anche governativi, nei quali venivano sottoposti ad abusi atroci ed a continue estorsioni. Su questo punto Piantedosi è stato categorico, affermando che gli abusi nei confronti dei migranti si sarebbero verificati soltanto nei centri informali gestiti dai trafficanti. Come se non fosse ampiamente provato che in Libia abusi ed estorsioni altrettanto gravi si verificavano (e si continuano a verificare) all’interno dei cd. “centri governativi”. Nessuno ha ancora spiegato come mai uno dei più noti trafficanti libici, poi ai vertici della Guardia costiera, proprio in quegli anni abbia potuto avere accesso persino al Viminale. Si trattava di un esponente della sedicente Guardia costiera libica, che proveniva dalle milizie di Zawia che secondo quanto accertato dal GIP del Tribunale di Messina erano responsabili di gravissimi abusi a danno dei migranti intercettati in alto mare e riportati nella zona portuale della stessa città, dove peraltro esistono impianti petroliferi cogestiti dall’Eni, attorno ai quali, secondo altre inchieste prospera oltre al traffico di esseri umani, il contrabbando di petrolio. Liardo chiarisce in quella udienza che quando si classificano gli eventi al di fuori delle acque territoriali da parte di IMRCC si utilizzava la formula “eventi migratori” anche in casi nei quali si verificava il distress.

La deposizione di Piantedosi è apparsa del tutto decontestualizzata rispetto all’epoca in cui si svolgevano i fatti del processo di Palermo, forse perchè il ministro era reduce da un incontro in Libia, nei giorni precedenti all’udienza, con l’attuale ministro dell’interno del governo di Tripoli, quel Trabelsi che tutti dovrebbero ricordare bene perchè ha un passato pesante, già accusato di violenze e torture ai danni dei migranti. Ancora oggi il ministro dell’interno del governo provvisorio di Tripoli non rappresenta l’intero paese, che rimane diviso tra diverse fazioni, come lo era già nel 2019, quando si sparava per le strade, ed infuriava la guerra tra le autorità di Tripoli e quelle di Bengasi. Non si vede davvero come in quel periodo si potesse garantire la sicurezza dei migranti intercettati in acque internazionali e riportati nei centri di detenzione libici, informali o “governativi” che fossero.

Nella richiesta di archiviazione di una delle tante indagini aperte nei confronti delle ONG si legge che “In ogni caso è opportuno valutare se la Libia fosse, al momento dei fatti, in grado di ofhire un”porto sicuro”, secondo i criteri interpretativi sopra richiamati. A tal fine, in data 20.06.2019 questo Uffrcio richiedeva all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e, in particolare, all’Uffrcio della Rappresentarza Regionale per il Sud Europa, se la Libia possa essere considerata un “Place of safety” in relazione alle fonti sovranazionali in materia, in precedenza citate.
L’UNCHR rispondeva in data 03.10.2019 nota prot. NV/29l2019) allegando un rapporto nel quale, dopo aver ripercorso i conflitti in corso in Libia nell’anno 2019, esaminava la situazione di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in quei territori, evidenziando come alcune migliaia di loro si trovano in condizione di detenzione arbitraria e sottoposti a violazioni dei loro diritti umani.
Veniva rappresentato, inoltre, che in data 21.07 .2019, in una lettera al Ministro dell’Intemo Libico, l’Unione Ewopea, I’Unione Africana, UNSMIL, UNHCR, OIM, OHCHR, i maggiori Paesi donatori coinvolti nella situazione della migrazione in Libia (Stati Uniti, Canada, Francia,, Regno Unito, Olanda, Svezia, Spagna, Germania e Svizzera) e il Forum NGO chiedevano la fine della detenzione arbitraria di rifugiati e migranti in Libia e la chiusura dei centri di detenzione.
L’UNCHR concludeva affermando che, alla luce delle descritte circostanze, dell’instabile situazione di sicurezza, degli abusi nei confronti di richiedenti asilo, migranti e rifugiati, dell’assenza di protezione da tali abusi e dell’assenza di soluzioni durevoli, la Libia si ritiene non soddisfi i reouisiti per poter essere considerata come un “luogo sicuro” ai fini dello sbarco all’esito del soccorso in mare. Nella medesima nota, l’UNCHR aggiungeva che:. “ai comandanti, che si trovano ad assistere persone in situazioni di emergenza in mare, non può essere chiesto, ordinato, e gli stessi non possono sentirsi costretti, a sbarcare in Libia le persone soccorse, per paura di incorrere in sanzioni o ritardi nell’assegnazione di un porto sicuro.” (V. pag. 4 Rapporto UNHCR “Situazione in Libia (settembre 2019)” del 2010912019 allegato alla Nota prot. NY /29 12019 del 03. 1 0.20 19).

Non si può fare dunque alcuna distinzione tra centri di detenzione “governativi” e centri di detenzione gestiti dai trafficanti, soprattutto se si considera la situazione dell’estate del 2019, epoca dei fatti oggetto del processo Salvini a Palermo. Come riferisce EURONEWS, sulla base di rapporti ufficiali delle Nazioni Unite, “Nel febbraio 2019, il governo libico ha rivelato l’esistenza di 23 i centri di detenzione ancora operanti in Libia con oltre 5.000 richiedenti asilo al loro interno. Nonostante la gestione ufficiale sia nelle mani del Governo di Accordo Nazionale della Libia, riconosciuto dalle Nazioni Unite, in realtà i centri sono effettivamente controllati dal complesso mosaico di milizie libiche. Anche i centri nominalmente sotto il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) sono nella sostanza alla mercé dei gruppi armati che controllano i quartieri in cui si trova la struttura”.

Il 19 settembre 2019, secondo quanto riferisce EURONEWS, un sudanese è morto ucciso da un colpo di arma da fuoco allo stomaco. Era stato riportato a riva poco prima. Il personale dell’OIM/IOM era stato testimone dell’episodio, avvenuto nel punto di sbarco di Abusitta, a Tripoli. Qui, le 103 persone ricondotte a terra si erano opposte ad un nuovo trasferimento nei centri di detenzione. Secondo la ricostruzione dell’OIM, quando le persone hanno iniziato a scappare, uomini armati hanno iniziato a sparare. Ed è proprio il porto militare di Abu Sittah, alla periferia di Tripoli, che è stata in quegli anni la sede della missione Nauras della Marina militare italiana,

Come ricorda la Corte di cassazione, con la sentenza n.6626 del 20 febbraio 2020 (caso Rackete) “L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale SAR di Amburgo, non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro (c.d. “piace of safety”). La Corte di Cassazione ha pure riconosciuto che la Libia non può essere qualificata come “paese terzo sicuro”, ed il Tribunale di Napoli, con una sentenza che adesso è stata confermata dalla Corte di Cassazione (Sentenza 01/02/2024, n.4557), ha condannato un comandante di un rimorchiatore italiano che aveva sbarcato in Libia naufraghi soccorsi in acque internazionali. Questa giurisprudenza che si va consolidando sanziona dunque i respingimenti collettivi ai danni dei migranti soccorsi in mare da unità navali commerciali e riconsegnati alle autorità libiche.

I respingimenti collettivi sono vietati dal Diritto internazionale e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art.19), e non possono essere eseguiti aggirando le Convenzioni internazionali delegandoli alle autorità di paesi terzi. La giurisdizione extraterritoriale alla quale sono sottoposti i migranti durante le operazioni di respingimento in acque internazionali e l’impossibilità di esaminare la situazione dei migranti a bordo delle navi, e quindi prima dello sbarco, è stata confermata dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in merito al caso Hirsi, che nel 2012 condannò l’Italia per la politica dei respingimenti in mare imposta dal 2009 al 2010 dal governo Berlusconi. I dubbi sulla valenza normativa cogente di quanto previsto dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare e dalle Risoluzioni dell’IMO possono essere superati richiamando la natura di ius cogens dei Regolamenti europei, come il Regolamento Frontex n.656 del 2014, che hanno efficacia vincolante diretta nell’ordinamento interno degli stati dell’Unione europea.

6. La parte più interessante della deposizione del ministro ha riguardato la catena di comando che. dopo la sospensione, decretata il 14 agosto 2019 dal Tribunale amministrativo del Lazio, del primo decreto interministeriale che vietava l’ingresso nelle acque territoriali, su indirizzo del ministro pro-tempore, e dunque del senatore Salvini, non autorizzava neppure lo sbarco dei minori, e l’ingresso della nave nel porto di Lampedusa, tanto che, a fronte del deteriorarsi della situazione a bordo, era la Procura di Agrigento che il 20 agosto 2019 sequestrava la nave consentendo lo sbarco a terra dei naufraghi.

In una nota del Tribunale dei minori di Palermo del 9 agosto 2019, questo Tribunale scriveva“come è ben noto le Convenzioni Internazionali a cui l’Italia aderisce e soprattutto l’art. 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17, impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto ad essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno.”. Lo stesso Tribunale proseguiva affermando che “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici.”  

Quanto dichiarato da Piantedosi, che lo sbarco successivamente all’ingresso della nave nelle acque territoriali, e dopo la sospensiva del Tar Lazio il 14 agosto, non veniva concesso perchè si riteneva che il dispositivo del divieto interministeriale di ingresso, transito e sosta, nelle acque territoriali, del primo agosto non fosse interamente intaccato dalla procunzia del Tar, sembrerebbe smentito dai tentativi di Salvini di fare adottare un secondo decreto che sostanzialmente reiterava quello sospeso dal giudice amministrativo, ma che non veniva mai emanato per il rifiuto di firma opposto dai ministri Trenta e Toninelli.

Il 16 agosto il Presidente del Consiglio rispondeva ad una ennesima nota del ministro dell’interno, sollecitando lo sbarco immediato dei minori presenti a bordo della Open Arms, che ormai si trovava in acque territoriali italiane e prospettando la possibilità di configurare l’eventuale rifiuto come un’ipotesi di illegittimo respingimento, comunicando anche la disponibilità già offerta da altri paesi europei di accogliere parte dei migranti della Open Arms, “indipendentemente dalla loro età”. Per quanto risulta, alla fine venivano fatti sbarcare tutti i minori, su disposizione non del Viminale, ma della Presidenza del Consiglio e della ministro Trenta, dopo le decisioni del Tribunale dei minori di Palermo..

Secondo i giudici del Tribunale dei ministri di Palermo, la condotta riferibile personalmente al ministro Salvini, consistente nella mancata indicazione di un porto di sbarco sicuro (POS) alla Open Arms, nel periodo intercorrente tra il 14 ed il 20 agosto 2019, sarebbe risultata “illegittima per la violazione delle convenzioni internazionali e dei principi che regolano il soccorso in mare, e, più in generale, la tutela della vita umana, universalmente riconosciuti come ius cogens”. Gli stessi giudici rilevano come, “durante il primo segmento della vicenda, protrattosi sino al 14.8.2019, si delineasse già un obbligo esclusivo per lo Stato italiano di indicare un POS, quanto meno in relazione al concomitante obbligo gravante, in virtù delle medesime norme, sulle autorità maltesi. In effetti, in capo a queste si profilava anche il più stringente criterio di collegamento della titolarità della zona in cui era avvenuto almeno il secondo soccorso, circostanza questa strenuamente contestata da Malta e, specularmente, sostenuta dal comandante della Open Arms; alla luce di questo criterio, le richieste di sbarco e di ridosso immediatamente successive vennero, infatti, indirizzate dal comandante della Open Arms esclusivamente a Malta”. A seguito dei reiterati rifiuti frapposti dalle autorità maltesi, che si dichiaravano tardivamente disponibili soltanto ad accettare lo sbarco dei 39 naufraghi soccorsi dalla Open Arms in zona SAR di competenza maltese nel terzo evento di salvataggio, secondo i giudici del Tribunale dei ministri di Palermo, si ritiene che l’obbligo di indicare un POS, a partire dal 14.8.2019, si sia venuto definitivamente a concentrare in capo alle autorità italiane.

7. In virtù dell’art. 117 e degli articoli 10 ed 11 della Costituzione, e delle relative leggi di ratifica delle Convenzioni internazionali, queste hanno rango normativo superiore alle disposizioni amministrative emanate da un ministro che se risultano in contrasto, rimangono prive di basi legali. 

“La Risoluzione MSC 167-78 dell’IMO ha individuato delle “linee guida” che costituiscono la cornice entro cui i singoli Stati possono disciplinare la materia: esse, in particolare, prevedono che ciascuno Stato dovrebbe disporre di piani operativi che disciplinino in dettaglio le modalità con cui deve effettuarsi l’azione di coordinamento, per affrontare tutti i tipi di situazioni SAR. Come ricordano gli stessi giudici, “la Risoluzione citata individua altresì il principio del centro di coordinamento di “primo contatto” stabilendo che (punto6.7) “Se del caso, il primo RCC contattato dovrebbe iniziare immediatamente gli sforzi per il trasferimento del caso al RCC responsabile della regione in cui l’assistenza viene prestata. Quando il RCC responsabile della regione SAR in cui è necessaria assistenza è informato della situazione dovrebbe immediatamente assumersi la responsabilità di coordinare gli sforzi di salvataggio,poiché le responsabilità correlate, comprese le disposizioni relative a un luogo sicuro per i sopravvissuti, cadono principalmente sul governo responsabile di quella regione. Il primo RCC, tuttavia, è responsabile per aver coordinato il caso fino a quando l’RCC o altra autorità competente non ne assumerà la responsabilità.

La nave soccorritrice può essere considerata soltanto come un luogo sicuro temporaneo. In base a quanto espressamente previsto dalle Convenzioni UNCLOS e SAR, il primo MRCC che riceva notizia di una possibile situazione di emergenza S.A.R. ha la responsabilità di adottare le prime immediate azioni per gestire tale situazione, anche qualora l’evento risulti al di fuori della propria specifica area di responsabilità. Ciò almeno fino a quando tale responsabilità non venga formalmente accettata da un altro MRCC, quello competente per l’area o altro in condizioni di prestare una più adeguata assistenza (Manuale IAMSAR – Ed. 2016; Risoluzione MSC 167-78 del 20/5/2004)

Nel corso dell’udienza odierna è emerso come l’allora capo di Gabinetto, conformemente a quanto dichiarato in precedenza dal senatore Salvini, non fosse a conoscenza della situazione di grave disagio che si viveva a bordo della Open Arms bloccata davanti al porto di Lampedusa, e a tale riguardo Piantedosi ha dichiarato di non ricordare relazioni mediche o eventi relativi a persone che dal ponte della nave si gettavano in acqua, che sono agli atti del processo. Eppure la situazione accertata dalla Procura di Agrigento il 20 agosto 2019 con un decreto di sequestro preventivo non si era certo determinata in un solo giorno. Al riguardo il ministro Piantedosi ha dichiarato di non essere a conoscenza di documentazione a partire dalla quale si evinceva una situazione di grave disagio a bordo della nave. Agli atti dell’inchiesta figura una “nota riservata” (citata a pag. 105 della richiesta di rinvio a giudizio da parte del Tribunale dei ministri) del 15 agosto 2019 a firma del Prefetto di Agrigento indirizzata al Comandante della Capitaneria di porto di Porto Empedocle nella quale si richiamava una riunione del CPOSP (Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica) “per gestire al meglio il soccorso a migranti che già si erano lanciati in mare e che minacciavano di tuffarsi ancora in acqua a causa di situazioni di disagio a bordo”.

8. A sostegno della legittimità delle scelte dell’ex ministro dell’interno Salvini, Piantedosi ha poi ricordato sentenze recenti di Tribunali amministrativi che appaiono quasi correlate alle intese con le autorità libiche maturate successivamente ai fatti, che non si vede davvero quale rilievo potrebbero assumere sull’accertamento dei fatti oggetto del proceso di Palermo, che va incentrato piuttosto sulla situazione di fatto e di diritto contenuta nel provvedimento del TAR Lazio in composizione monocratica del 14 agosto 2019, che sospendeva per intero il provvedimento di divieto di ingresso, sosta e transito nelle acque territoriali, senza dare adito ad interpretazioni parziali che ne svuotassero il contenuto una volta che la nave Open Arms fosse entrata, come di fatto entro subito dopo, nelle acque territoriali italiane. Nella richiesta di autorizzazione a procedere stilata dal Tribunale dei ministri di Palermo (p.53), con riferimento alle dichiarazioni dell’Ammiraglio Martello al riguardo si legge “in particolare, premesso di aver autorizzato la notte del 14 agosto, in considerazione delle condizioni meteorologiche avverse, il ridosso a Lampedusa dell’imbarcazione Open Arms, essendo invece rimaste inesitate le richieste di POS reiteratamente avanzate dal comandante, l’Ammiraglio ha riferito di aver avuto nell’occasione contatti diretti con il Capo di Gabinetto del Ministro, al quale aveva comunicato “che l’unico ridosso possibile, considerate le avverse condizioni meteo- marine, sarebbe stato Lampedusa”, aggiungendo come a suo avviso fosse “necessario assegnare un POS alla nave, suggerendo Lampedusa”. In risposta a tale considerazione, il Capo di Gabinetto gli aveva dunque comunicato “che il POS a Lampedusa non sarebbe stato concesso” (il dichiarante ha precisato di non essere in grado di chiarire se tale rifiuto di indicazione di POS, le cui ragioni non gli vennero in quel frangente esplicitate, fosse riconducibile al Ministro dell’Interno, avendo egli interloquito con il solo PIANTEDOSI) suggerendogli, piuttosto, di “inviare la nave a Trapani o a Taranto, senza – peraltro – che tali località venissero indicate come POS”. L’ Ammiraglio Martello rappresentò a quel punto che “non avrebbe autorizzato il movimento della nave verso tali porti, in assenza di indicazioni formali circa l’assegnazione in capo a tali porti quali POS.”; lo stesso Ammiraglio Martello ha altresì aggiunto, in sede di sommarie informazioni rese al Collegio: “La mia priorità è stata quella di autorizzare il ridosso a Lampedusa, per garantire la sicurezza delle vite umane. L’arrivo della nave presso i porti di Trapani o Taranto, senza indicazione di tali porti come POS, non avrebbe comunque consentito lo sbarco dei migranti. Ribadisco con forza che in quelle condizioni meteo non avrei mai autorizzato la nave ad allontanarsi da Lampedusa“. Dallo stesso atto del Tribunale di ministri di Palermo si ricava come“sebbene in nessun momento I.M.R.C.C. abbia mai formalmente assunto il coordinamento delle operazioni di salvataggio, una volta entrata la nave soccorritrice in acque territoriali, ed ancoratasi, nelle circostanze di cui s’è detto, a ridosso delle coste di Lampedusa, all’ennesima richiesta di sbarco da parte del comandante della Open Arms, I.M.R.C.C. ebbe a corredare la trasmissione del messaggio a NCC con la seguente sottolineatura: “per quanto attiene questo IMRCC non vi sono impedimenti di sorta, si prega di far conoscere con ogni ulteriore cortese urgenza gli intendimenti di codesto NCC in merito alla questione in parola” (v. msg. del 16.8.2019). L’audizione dell’Ammiraglio Martello è disponibile nel sito di Radio Radicale, nella stessa udienza in cui deponeva l’Ammiraglio Liardo il 17 dicembre 2021. In particolare, Martello ricordava come l’allora capo di gabinetto Piantedosi, avesse espressamente escluso la indicazione del POS a Lampedusa, malgrado In una mail del 15 agosto proveniente dalla nave, a seguto di accertamenti sanitari del CISOM, si evidenziasse una situazione sempre più difficile a bordo e si chiedesse l’assegnazione di un Pos a Lampedusa.

In quella stessa udienza il capitano Anedda della guardia di finanza, comandante della motovedetta Monte Sperone, ricordava di avere inviato, tre giorni dopo lo sbarco, alla Procura della Repubblica di Agrigento dalla nave, una comunicazione di notizia di reato (CNR), per agevolazione di immigrazione clandestina (art.12 del T.U. 286/98) che non ebbe alcun esito da parte della Procura di Agrigento. Da questa Procura non veniva quindi rilevato alcun elemento di illiceità nella condotta del comandante della nave e dell’equipaggio, a partire dal primo evento di soccorso risalente al primo agosto 2019. Non si vede dunque come, nella sua deposizione del 16 febbraio 2024, il ministro Piantedosi abbia potuto continuare a parlare di “eventi di immigrazione clandestina”, con riferimento ai primi due interventi SAR di Open Arms, dopo l’archiviazione da parte della Procura di Agrigento delle dichiarazioni contraddittorie del Capitano Anedda, che ipotizzava la ricorrenza di un reato (agevolazione dell’immigrazione clandestina) dalla rotta della nave verso nord e dal mancato rispetto (a suo avviso) di quanto previsto dalle Convenzioni internazionali. Il capo della Mobile di Agrigento udito come teste nella stessa udienza, ricordava come la notizia di reato relativa all’equipaggio della Open Arms, trasmessa dalla Guardia di finanza, non fosse stata oggetto di successive indagini di polizia giudiziaria su delega della Procura di Agrigento.

Non si comprende dunque su quali basi si sia adottato il Decreto interministeriale del primo agosto del 2019, che nel vietare l’ingresso, il transito e la sosta nelle acque territoriali come “passaggio non inoffensivo”, in contrasto con le leggi italiane in materia di immigrazione, ai sensi dell’art. 19 della Convenzione UNCLOS di Montego Bay, sottendeva la natura illecita delle attività di ricerca e salvataggio poste in essere dalla Open Arms in acque internazionali nei primi giorni di agosto del 2019. E soprattutto non si comprende come, in riferimento a tale attività, si continui oggi a parlare di eventi di immigrazione irregolare, o clandestina, quando questo stesso provvedimento di divieto, poi sospeso dal TAR del Lazio il 14 agosto 2019, si basava su informazioni acquisite dalla Centrale di coordinamento della Guardia costiera (IMRCC) secondo cui la Open Arms aveva imbarcato “persone a bordo di un natante in distress in area SAR libica”.“effettuamdo l’intervento in totale autonomia”. Come ha chiarito l’Ammiraglio Liardo nel corso della testimonianza resa il 17 dicembre 2021, in base alle Convenzioni internazionali, qualsiasi comandante di una nave che si trova in prossimità di un imbarcazione in situazione di distress è obbligato ad operare immediatamente il soccorso senza attendere l’autorizzazione di un qualunque centro di coordinamento, salvo l’obbligo di avvertire immediatamente le autorità competenti, lo Stato di bandiera e l’armatore, adempimenti che furono sempre rispettati da Open Arms, come si ricava dalle testimonianze raccolte e dalla documentazione agli atti del processo. Come si è già ricordato, la “Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare” del 1974( Convenzione SOLAS) obbliga il“comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione…” [Capitolo V, Regola 33(1)].

9. Il processo proseguirà ancora con altre udienze, la prossima è stata fissata per il 22 marzo, per completare l’esame dei testi proposti dalla difesa, e poi ci sarà la fase della discussione finale. Sarà ben difficile che la sentenza possa arrivare prima delle prossime elezioni europee, anche se la difesa di Salvini ha rinunciato a numerosi testimoni indicati in precedenza. Rimane da vigilare su un processo che potrebbe avere non solo conseguenze politiche, ma inciderà certamente sulle attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, e dunque sul destino di vita, o di morte, delle persone che comunque continuano a tentare la traversata, in cerca di salvezza. Perchè per la maggior parte delle persone che fuggono dalla Libia o dalla Tunisia la traversata, malgrado la possibilità di fare naufragio, rimane ancora una alternativa alla detenzione, e comunque alla persecuzione di cui sono vittima nei paesi di transito, soprattutto dopo gli ultimi accordi operativi conclusi con questi paesi, che neppure garantiscono diritti umani e in particolare il diritto di aslo, dall’Unione europea, e da Frontex su inpulso del governo italiano.


RASSEGNA STAMPA

VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 14.33.13 Open Arms: legale Salvini, se situazione critica sarebbero scesi Open Arms: legale Salvini, se situazione critica sarebbero scesi Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “Se ci fosse stata una situazione critica a bordo sarebbe stata necessaria un’attestazione da parte di Cirm e Usnaf. La Guardia costiera avrebbe fatto scendere i migranti, come è accaduto con la Mare Ionio”. Così Giulia Bongiorno, avvocato difensore di Matteo Salvini, parlando con i giornalisti a Palermo, a conclusione dell’udienza nell’abito del processo Open Arms, che ha visto teste Matteo Piantedosi. Salvini è accusato di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Piantedosi è stato sentito in qualità di capo di gabinetto di Matteo Salvini, nel periodo in cui è avvenuto il fatto. La prossima udienza sarà il 22 marzo. “Le valutazioni di sicurezza sono decisioni superate – prosegue – inutile discutere sullo stato dei migranti perché, se fosse stato necessario, sarebbero scesi”, conclude Bongiorno.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 14.05.43- -OPEN ARMS. PAINTEDOSI: NESSUNO CI RAPPRESENTÒ PROBLEMI DI SALUTE MINISTRO DELL’INTERNO ASCOLTATO COME TESTIMONE AL PROCESSO DI PALERMO (DIRE) Palermo, 16 feb. – Nel caso della nave Open Arms, rimasta nell’agosto 2019 al largo di Lampedusa per 19 giorni con a bordo 147 migranti senza l’ok allo sbarco, “nessuno ci rappresentò problemi di salute, di conseguenza non mi allarmai e non segnalai nulla al ministro Salvini”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, deponendo al processo di Palermo che vede l’attuale vicepremier accusato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio. Piantedosi all’epoca era capo di gabinetto al Viminale. “Il mio ruolo era quello di garantire la correttezza legale di quella che era l’azione del ministro”, ha concluso. L’udienza si è tenuta nell’aula bunker del carcere Ucciardone.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 13.51.27 Open Arms: Piantedosi, ammiraglio decise “ridosso” a Lampedusa = (AGI) -Palermo, 16 feb. “Chiesi all’ammiraglio Martello che il ‘ridosso’ per Open Arms, il quale statisticamente puo’ preludere a un potenziale sbarco, avvenisse in localita’ diversa da Lampedusa. Era per noi preferibile, anche per preservare e alleggerire Lampedusa, meta’ privilegiata di sbarchi spontanei. Ma fu l’ammiraglio Martello che decise invece di autorizzare il ridosso di Open Arms a Lampedusa”. Lo ha detto Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, deponendo come teste della difesa nel processo che vede il leader della Lega e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio per aver ritardato lo sbarco di 147 migranti a bordo della nave della ong Open Arms nell’agosto del 2019. In quel periodo Matteo Salvini era ministro dell’Interno e Piantedosi ricopriva la carica di capo di gabinetto del ministro dell’Interno. “Siamo sempre stati sicuri che i migranti – ha detto non correvano alcun rischio dal punto di vista della sicurezza a bordo. Ogni nostra decisione era allineata al conciliasi del principio sula salvaguardia delle persone. Non mi allarmai perche’ nessuno ci rappresento’ concretamente casi legati alla sicurezza e quindi non avevo nulla da riferire in tal senso al ministro”. (AGI)


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 13.40.25 Piantedosi, certi che migranti non rischiavano la vita (ANSA) – PALERMO, 16 FEB – “Siamo sempre stati sicuri che i migranti non correvano pericolo di vita”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo al processo che vede il leader della Lega Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per aver negato l’approdo a Lampedusa, nell’agosto 2019, all’imbarcazione della ong Open Arms con 147 migranti soccorsi in mare. Piantedosi, all’epoca dei fatti, era il capo di gabinetto del ministero dell’Interno, retto da Salvini. “Sapemmo anche – ha spiegato – che la Open Arms non aveva voluto ‘alleggerirsi’ del carico di migranti che erano più di quanti avrebbero dovuto”. “Abbiamo sempre agito – ha concluso – avendo come priorità la salvaguardia delle persone a bordo”. (ANSA).


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.43.11 Open Arms: Piantedosi, Salvini su sbarco invocò ruolo Conte Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “Il ministro Salvini invocò il ruolo del presidente del consiglio, che può revocare o sostituirsi al ministro. Disse che non era favorevole allo sbarco ma che se il presidente del consiglio era favorevole lui li avrebbe fatti sbarcare”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.41.13 Open Arms: Piantedosi, perché no sbarco subito minori? Erano in acque internazionali Palermo, 16 feb. (LaPresse) “Perché non abbiamo fatto sbarcare subito i minori? la nave si era radicata allora in acque internazionali, poi si sosteneva anche che i minori non erano accertati come tali e questo in un contesto in cui il minore comunque si trovava in una condizione in cui qualcuno poteva provvedere alla sua tutela. Ragionare al contrario, secondo noi, significava candidarci a tutta l’assistenza di quei minori che si presentano alla nostra frontiera”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.40.51 OPEN ARMS: PIANTEDOSI, ‘GUARDIA COSTIERA LIBICA SALVA VITE, NOI MAI CONSEGNATI MIGRANTI A LORO’ Palermo, 16 feb. (Adnkronos) – “La Guardia costiera libica, con le sue istituzioni, riconosciute dagli organismi internazionali, salva vite umane. Noi non abbiamo mai consegnato i migranti a loro. Certo poi le riporta in un Paese dove se si è nelle mani dello Stato si ha un destino, se si è nelle mani dei trafficanti se ne ha un altro”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al processo Open Arms.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.40.21 Open Arms: Piantedosi, sì avvicinamento nave per meteo ma non concesso sbarco Palermo, 16 feb. (LaPresse) “Venne richiesto che la nave potesse avvicinarsi, pur senza essere autorizzata a sbarcare, ma questo solo per proteggersi dalle condizioni meteomarine che non erano favorevoli”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.39.11 Open Arms: Piantedosi, non ho visto immagini di migranti che si lanciavano in mare Open Arms: Piantedosi, non ho visto immagini di migranti che si lanciavano in mare Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “Non ho visto le immagini dei migranti che si lanciavano in mare. Nessuno ha certificato tentativi di suicidi a bordo”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.39.11 Open Arms: Piantedosi, ‘il vero obiettivo era venire in Italia’ (ANSA) – PALERMO, 16 FEB – “Non si capisce perché chi raccoglie migranti deve venire in italia. C’è Malta, c’è la Tunisia. Se si vogliono salvare vite umane e serve presto un porto perché non si chiede alla Tunisia ad esempio? Poi nel caso della Open Arms, nave spagnola, con la Spagna disposta ad andarli a prendere, dissero di no”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo al processo che vede il leader della Lega Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per aver negato l’approdo a Lampedusa, nell’agosto 2019, all’imbarcazione della ong Open Arms con 147 migranti soccorsi in mare. Piantedosi, all’epoca dei fatti, era il capo di gabinetto del ministero dell’Interno, retto da Salvini. “Comportamenti – ha spiegato il ministro – che svelano il vero retroterra ispirato a portare i migranti in Italia. Il salvataggio era secondario, secondo me”.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.38.04 Open Arms: Piantedosi, non era compito ministero Pos per nave Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “Non era il ministero dell’Interno, in questo caso a decidere lo sbarco, spettava ad altre autorità deciderlo. Stante la vigenza del divieto imposto dal decreto ministeriale, che era l’indirizzo politico dato dal ministro, e il capo di gabinetto adotta i provvedimenti da eseguire, non si poteva rilasciare il Pos alla nave Open Arms”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.20.15 Open Arms: Piantedosi, ministro dà solo linea politica Sentito come testimone, provvedimenti adottati da capo gabinetto (ANSA) – PALERMO, 16 FEB – “Il ministro dà la linea politica, il capo di Gabinetto adotta i provvedimenti da eseguire”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo al processo che vede il leader della Lega Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per aver negato l’approdo a Lampedusa, nell’agosto 2019, all’imbarcazione della ong Open Arms con 147 migranti soccorsi in mare. Piantedosi, all’epoca dei fatti, era il capo di gabinetto del ministero dell’Interno, retto da Salvini. Sulla vicenda venne indagato anche Piantedosi, ma il tribunale dei Ministri dispose l’archiviazione. Sulla decisione del Tar che sospese il decreto interministeriale il teste ha detto: ” a nostro avviso si era espresso sull’ingresso della nave e non sullo sbarco e di fatto ci diceva di farli entrare in acque nazionali per valutare se ci fossero le condizioni per l’attracco”.


.VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.16.52 Open Arms: Piantedosi,da capogabinetto segui’ decisioni ministro = (AGI) – Palermo, 16 feb. “Non ho visto le immagini dei migranti che si lanciavano in mare. Ma non era il ministero dell’Interno in questo caso a decidere lo sbarco, non spettava a noi ma eventualmente ad altre autorita’. Cosi’ come poi e’ peraltro avvenuto. Stante la vigenza del divieto imposto dal decreto ministeriale, che era l’indirizzo politico dato dal ministro, e il capo di gabinetto adotta i provvedimenti da eseguire, non si poteva rilasciare il Pos ad Open Arms”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, deponendo come teste della difesa nel processo che vede il leader della Lega e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio per aver ritardato lo sbarco di 147 migranti a bordo della nave della ong Open Arms nell’agosto del 2019. In quel periodo Matteo Salvini era ministro dell’Interno e Piantedosi ricopriva la carica di capo di gabinetto. La procura di Agrigento, in fase di avvio delle indagini, aveva iscritto nel registro degli indagati anche Piantedosi. Quando il fascicolo per competenza transito’ a Palermo i pm del capoluogo chiesero di potere procedere anche nei confronti dell’allora capo di gabinetto ma il Tribunale dei ministri dispose l’archiviazione.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 12.13.44 OPEN ARMS: PIANTEDOSI, ‘NON SI POTEVA RILASCIARE IL POS ALLA NAVE ONG’ = Palermo, 16 feb. (Adnkronos) – ”Non ho visto le immagini dei migranti che si lanciavano in mare. Ma non era il ministero dell’Interno in questo caso a decidere lo sbarco, non spettava a noi ma eventualmente ad altre autorità. Così come poi è per altro avvenuto. Stante la vigenza del divieto imposto dal decreto ministeriale, che era l’indirizzo politico dato dal ministro, e il capo di gabinetto adotta i provvedimenti da eseguire, non si poteva rilasciare il POS ad Open Arms”. Così il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso del controesame al processo Open Arms a Palermo. Imputato il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio per aver ritardato lo sbarco di 147 migranti a bordo della nave della ong Open Arms nell’agosto del 2019. In quel periodo Matteo Salvini era ministro dell’Interno e Piantedosi era i capo di gabinetto del ministro dell’Interno. La Procura di Agrigento, nel 2019, aveva iscritto nel registro degli indagati anche Piantedosi. Inchiesta che venne archiviata.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 11.57.05 =Open Arms: Piantedosi, sbarchi dopo accordo su redistribuzione = (AGI) – Catania, 16 feb. “L’accordo sulla redistribuzione dei migranti avveniva prima dello sbarco, ricordo il caso Diciotti e Gregoretti. Non ricordo il numero ma divento’ una prassi consolidata sia per navi Ong sia per altre. A cavallo dei due governi, Conte 1 e Conte 2, ci fu il caso di Malta e poi divenne abbastanza consolidato”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, deponendo come teste della difesa nel processo che vede il leader della Lega e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio per aver ritardato lo sbarco di 147 migranti a bordo della nave della ong Open Arms nell’agosto del 2019. In quel periodo Matteo Salvini era ministro dell’Interno e Piantedosi ricopriva la carica di capo di gabinetto al Viminale. “La redistribuzione era – ha aggiunto Piantedosi rispondendo a una domanda del procuratore aggiunto, Marzia Sabella – tesa ad acquisire la disponibilita’ su base volontaria degli Stati europei ad accogliere i migranti. Prima si chiudeva il pre accordo sulla redistribuzione, quando si riteneva il numero sufficiente con gli Stati volontari, si chiudeva la partita e si dava ok allo sbarco. In caso di mancato accordo ma anche a causa di procedure lunghe e lente sono rimasti i mare anche per due settimane, pure con il Conte 2, quando il ministro dell’Interno era Lamorgese”.


OPEN ARMS: PIANTEDOSI “REDISTRIBUZIONE IN CARICO A PRESIDENZA CONSIGLIO” PALERMO (ITALPRESS) – “Il problema della redistribuzione tra i vari paesi venne affrontato nella fase finale delle operazioni di sbarco: dopo Ferragosto la Spagna concesse un porto a Open Arms, ma noi già da giorni lavoravamo affinché l’Italia non fosse l’unico paese ad attivarsi in tal senso”. Lo sottolinea il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, durante l’udienza per il processo Open Arms al carcere Ucciardone di Palermo, rispondendo alle domande della difesa. “Dalla Spagna arrivò anche una nave, proprio perché Open Arms aveva affermato di essere in difficoltà a raggiungere il paese: l’ulteriore rifiuto suppongo riguardasse possibili sanzioni per aver preso in carico un numero di personemaggiore rispetto al consentito. La nostra obiezione era che una nave in acque internazionali dovesse sottostare alla giurisdizione del paese di bandiera, la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo sottolineò che non era compito dell’Italia prendere in carico i minori. A occuparsi della redistribuzione era direttamente la presidenza del consiglio: la linea politica era prima redistribuzione e dopo sbarco, ma non è mai accaduto che non si trovasse un accordo tra paesi per prendere in carico i migranti”.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 11.23.20 OPEN ARMS: PIANTEDOSI “MIGRANTI SI AGITARONO PER MANCATO SBARCO MALTA” PALERMO (ITALPRESS) – “Malta si offrì di recuperare 39 migranti perché si trovavano nelle loro acque territoriali, ma Open Arms rifiutò quest’opzione: più avanti venimmo a sapere che alcuni sulla nave si erano un po’ agitati con il comandante per non essere sbarcati quando avevano avuto l’occasione”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, durante l’udienza per il processo Open Arms al carcere Ucciardone di Palermo, rispondendo alle domande della difesa. “Successivamente non abbiamo ritenuto che il dispositivo del Tar superasse il nostro sull’autorizzazione dello sbarco prosegue Piantedosi, – Non spettava al ministero dell’Interno valutare le condizioni sanitarie complessive, ma agli uffici competenti che sono Usmaf e Cirm: abbiamo prestato assistenza permettendo a chi di dovere di andare sulla nave per una valutazione complessiva dello stato dei migranti. Quello di tuffarsi in mare è un gesto a volte volontario e a volte puramente dimostrativo, incentivato da chi sta a bordo”. (ITALPRESS)


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 11.23.04 Open Arms: Piantedosi, prima di sbarco si attendeva condivisione altri Paesi Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “Le persone restavano a bordo anche un paio di settimane nell’attesa di una condivisione, anche con altri paesi, prima dello sbarco. Si attendeva nel frattempo la risposta da altri paesi. Quando poi si capiva il quadro che si era composto, allora avveniva lo sbarco. Nel frattempo vi era stato, ricordo, l’accordo di Malta”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 11.19.34 OPEN ARMS: PIANTEDOSI “POTEVA CHIEDERE ASSISTENZA A TUNISIA O MALTA”-2- “Il coordinamento delle prime operazioni era della guardia costiera libica – aggiunge Piantedosi, – Il fenomeno è stato classificato dalle capitanerie di porto come immigrazione clandestina: seguendo un orientamento già sperimentato ci siamo attivati per valutare i comportamenti assunti dalla nave ed eventualmente vietare l’ingresso nelle nostre acque territoriali. Già negli eventi precedenti avevamo avuto la sensazione che puntassero dritti all’Italia, trascurando di chiedere assistenza a Tunisia o Malta che avrebbero sicuramente potuto mettere a disposizione un porto per lo sbarco: questo comportamento è stato preavvisato non come un’operazione di salvataggio, ma un tentativo di portare migranti in Italia. La linea di vietare l’ingresso era condivisa dai ministri dell’Interno, della Difesa e dei Trasporti, oltre che dal presidente del consiglio”.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 10.55.09 Open Arms: Piantedosi, nave rifiutò aiuto da Spagna Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “La Spagna dopo Ferragosto, tramite l’ambasciata di Spagna in Italia, annunciò di dare la disponibilità ad accogliere le persone. Due giorni dopo mandò anche una nave che stava venendo in Italia per offrire la possibilità di trasbordare i migranti, perché in un primo momento la nave Open Arms disse che non era in condizioni di andare in Spagna”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.”Perché la Ong non andò in Spagna? se non ricordo male – prosegue – la Open Arms temesse di incorrere in qualche sanzione perché aveva un numeromaggiore di persone soccorse rispetto a quelle consentite a bordo”, conclude Piantedosi.


Open Arms:Piantedosi, nave rifiutò coordinamento Libia (ANSA) – PALERMO, 16 FEB – “Qualificammo l’evento come di immigrazione clandestina e, valutati i comportamenti della Open Arms, avviammo le procedure per emanare il decreto interministeriale per impedirle l’ingresso in acque internazionali italiane. La definizione di non inoffensività si basava sul comportamento attuale e pregresso della Open Arms che non aveva accettato il coordinamento della Guardia Costiera libica e che si dirigeva direttamente verso le acque italiane”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo al processo che vede il leader della Lega Matteo Salvini imputato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per aver negato l’approdo a Lampedusa, nell’agosto 2019, all’imbarcazione della ong Open Arms con 147 migranti soccorsi in mare. Piantedosi, all’epoca dei fatti, era capo di gabinetto del ministero dell’Interno, retto da Salvini. (ANSA).


Piantedosi: la Open Arms non consegnò persone a Malta Il ministro dell’Interno al processo in cui è imputato Salvini Palermo , 16 feb. (askanews) – “Credo che tutto nacque da una segnalazione di 3 barche piccole che erano in navigazione per le quali era stata attivata la Guardia costiera libica, poi ci fu la segnalazione che la Open Arms. Quindi vi fu il primo recupero di persone. Poi nei giorni scorsi vi furono altri eventi, in acque Sar Maltesi e in acque Sar libiche. Il primo evento è stato coordinato credo dai libici”. Queste le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel corso della sua deposizione in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. “La Open Arms – aggiunge Piantedosi – si rifiutò di consegnare una parte delle persone a Malta, nonostante Malta lo avesse chiesto. La Open Arms non aveva accettato nemmeno il coordinamento della Guardia costiera libica”.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 10.43.07 Open Arms: Piantedosi, parola ‘distress’ utilizzata credo erroneamente Palermo, 16 feb. (LaPresse) – “Perché nel primo provvedimento di divieto c’era scritta la parola ‘distress’? Probabile che sia una comunicazione fatta dalla stessa nave. Credo che non ci fosse una valutazione in merito.Per capire bene quali fossero le condizioni di galleggiabilità andrebbe fatto un percorso a ritroso attraverso gli ufficiali. Credo che il termine fu utilizzato in maniera erronea”. Così il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deponendo in aula Bunker a Palermo, nell’ambito del processo Open Arms che vede accusato l’ex ministro Matteo Salvini di sequestro e rifiuto d’atti d’ufficio per avere impedito nell’agosto 2019, per 19 giorni, lo sbarco di 163 migranti. Salvini è presente oggi in aula, a Palermo, con il suo avvocato Giulia Bongiorno. Piantedosi è stato capo di gabinetto di Matteo Salvini nel periodo in cui è avvenuto il fatto.


VENERDÌ 16 FEBBRAIO 2024 10.08.10’Open Arms: presidente ong, ‘migranti non sono carichi residuali’ (ANSA) – PALERMO, 16 FEB – “È stato un processo lungo, abbiamo assistito a molte udienze in cui si sono spese ore a parlare di galleggiabilità o non galleggiabilità dell’imbarcazione, quello che a noi interessa invece è che sia dia voce alle persone soccorse che avevamo sulla barca, alle loro storie e alle loro vite perché è quello che conta. Ci è sembrato che spesso si è parlato di loro come carichi residuali ma non è così perché sono vite umane”. Così Veronica Alfonsi, presidente di Open Arms Italia parlando fuori dall’aula bunker del carcere Ucciardone a Palermo dove sta per cominciare l’udienza del processo per cui è imputato Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per avere impedito, quasi cinque anni fa, lo sbarco di 160 migranti soccorsi dalla ong spagnola. (ANSA).