Guerra nel Mediterraneo: le zone SAR come aree di sequestro e respingimento

di Fulvio Vassallo Paleologo

La intercettazione violenta in acque internazionali di 21 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, un atto di pirateria internazionale, anche secondo la Turchia, con il sequestro di 175 operatori umanitari (tra cui 23 italiani) trasferiti con la forza a bordo di imbarcazioni israeliane, poco distante dal limite delle acque territoriali greche, nella zona di ricerca e salvataggio (SAR) riconosciuta dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale) alla Grecia, precipita il Mediterraneo in una situazione di guerra. I mezzi usati da IDF, le modalità di abbordaggio, e la violazione della sovranità dei paesi di bandiera delle imbarcazioni fermate in acque internazionali, corrispondono ad una estensione del blocco navale, e dunque della guerra di Gaza, fino al Mediterraneo centrale.

Si ripete però anche quanto si verifica da tempo, con la totale impunità riconosciuta agli Stati costieri membri dell’Unione europea (Italia, Malta e Grecia) che permettono incursioni nelle proprie zone SAR di unità militari appartenenti a paesi terzi come la Libia o la Tunisia, o collaborano attivamente nel respingimento di naufraghi con delega alle guardie costiere di questi paesi. Persone alle quali andrebbe garantito un porto di sbarco sicuro ma che, dopo l’intervento dei libici e dei tunisini, vengono rigettate in territori dove sono esposte a trattamenti inumani e degradanti, al punto di essere anche oggetto di vendita da parte delle guardie di frontiera. Sono le stesse aree di alto mare nelle quali gli accordi con i paesi terzi, le intese operative di Frontex (agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne) con le guardie costiere libiche e tunisine, le norme interne, come i vari pacchetti sicurezza e da ultimo il Disegno di legge 1869/2026, all’articolo 2, penalizzano le Organizzazioni non governative che operano soccorsi in acque internazionali e si rifiutano di collaborare con autorità marittime, come quelle libiche, che non garantiscono una effettiva attività di ricerca e salvataggio (SAR), lo sbarco in un porto sicuro e il rispetto dei diritti umani. Nel 2025 oltre 27.000 persone sono state intercettate in acque internazionali sulla rotta libica e riportate a terra, dove si sono trovate esposte ad una serie di abusi che continuano ad essere documentati nei rapporti internazionali.

L’intervento dei mezzi di assalto israeliani a sud di Creta, a centinaia di miglia da Gaza, con il blocco di parte delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, poi danneggiate nei propulsori e nelle attrezzature veliche, e quindi abbandonate in mare, e in alcuni casi affondate con il loro prezioso carico, configura crimini contro l’umanità, perchè risulta funzionale alla commissione sistematica dei reati internazionali perpetrati da Israele contro la popolazione palestinese, oltre a costituire atti rilevanti per il diritto penale internazionale, come il reato di pirateria. Ma si possono configurare anche altri gravi reati penali, rilevanti nel diritto nazionale, ed eclatanti violazioni delle Convenzioni internazionali di diritto del mare, con la complicità di Frontex e dei paesi membri dell’Unione europea che offrono le basi. Gi stessi paesi, membri dell’Unione europea, che nulla hanno fatto per impedire la consumazione di questi crimini, e che anzi ne sono stati precursori, come nel caso Hirsi, per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo nel 2012. Italia e Grecia continuano a collaborare da anni con paesi terzi, sotto l’occhio vigile di Frontex, nei respingimenti collettivi in acque internazionali, garantendo impunità agli autori di crimini sempre più gravi a danno delle persone migranti e dei naufraghi abbandonati in alto mare. Soltanto quest’anno sono più di 750 le vittime accertate di omissione di soccorso sulle rotte del Mediterraneo centrale, e l’Italia ha riconsegnato alla Libia il comandante Almasri, ricercato dalla Corte Penale internazionale per i crimini commessi ai danni dei naufraghi intercettati a sud di Malta e di Lampedusa e riportati in Libia, mentre procede senza cronache in audio il processo per la strage di Cutro.

Nell’ultimo naufragio, proprio tra Creta e Tobruk in Libia, si contano 17 morti e diverse persone disperse. Le autorità greche sono a loro volta sotto inchiesta per la strage di Pylos, ancora senza responsabili, e collaborano stabilmente con la Turchia per respingimenti violenti nelle acque dell’Egeo, con frequenti casi di abbandono in mare.

Secondo quanto riportato dall’agenzia NOVA, “Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha annunciato che gli attivisti della Global Sumud Flotilla, fermati ieri sera dalla Marina militare di Israele e trasferiti su una nave israeliana, “saranno fatti sbarcare su una spiaggia greca nelle prossime ore” in coordinamento con Atene. Sa’ar ha ringraziato il governo greco per “la disponibilità a ricevere i partecipanti alla flottiglia”, sottolineando che gli attivisti fermati ieri sera e fatti scendere dalle imbarcazioni sono “illesi”. Si è appreso successivamente che  Saif Abu Keshek, “sospettato di affiliazione a un’organizzazione terroristica”, e Thiago Ávila, “sospettato di attività illegali”, secondo quanto comunicato dalle autorità israeliane, “saranno condotti in Israele per essere interrogati”, poiché ritenuti coinvolti in attività sospette.  Di fatto una presa di ostaggi ed il rischio molto concreto di trattamenti inumani e degradanti a cui potrebbero essere sottoposti gli attivisti trasferiti per essere sottoposti ad interrogatori in un centro di detenzione israeliano. Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, i metodi violenti che vengono utilizzati in questi casi.

L’ultimo intervento dell’IDF contro la Global Sumud Flotilla, poco distante da Creta, dopo l’operazione che lo scorso anno portò ad analoga intercettazione con sequestro di diverse persone da parte delle stesse forze armate, sulla quale sta indagando la Procura di Roma, anche per i trattamenti inumani e degradanti inflitti dai militari israeliani, che probabilmente si stanno ripetendo in queste ore, configura una serie di responsabilità sulle quali dovranno indagare, oltre alla stessa Procura di Roma, le autorità italiane, greche ed europee responsabili della gestione dei controlli alle frontiere esterne, verificando dunque l’operato di Frontex e della autorità marittime nazionali responsabili delle zone di ricerca e salvataggio (SAR). Risulta infatti che durante l’attacco dei mezzi militari israeliani la guardia costiera greca non abbia risposto alle chiamate di soccorso provenienti dalle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, forse anche per la disattivazione dei canali radio di emergenza. Si è trattato comunque di una operazione violenta ed illegale, che si è svolta sotto gli occhi delle autorità europee, come le centrali nazionali di coordinamento dei soccorsi (MRCC) e della stessa agenzia Frontex, che vigilano, in funzione anti-immigrazione, anche con droni di fabbricazione israeliana che partono da aeroporti italiani, maltesi o greci, per il tracciamento di imbarcazioni individuate sulle rotte del Mediterraneo. Tra i droni che Frontex usa per il monitoraggio delle frontiere marittime due sono attualmente operativi nel Mediterraneo centrale, uno con base a Malta e uno proprio a Creta.

Le responsabilità potrebbero essere ancora più gravi ed estese se le autorità greche, o mezzi di Frontex, collaborassero con l’esercito istraeliano (IDF) nella deportazione e nello sbarco a terra degli operatori umanitari già vittime di un sequestro di persona, senza aprire indagini nei confronti dei responsabili di crimini contro l’umanità e di gravi reati comuni. Da anni, del resto, è nota la collaborazione che intercorre tra la Grecia, Cipro e lo Stato di Israele, e l’Unione europea non ha neppure sospeso gli accordi di associazione e cooperazione commerciale con un paese responabile di genocidio e pulizia etnica, che viola sistematicamente tutte le Convenzioni internazionali ed i diritti umani, per il voto contrario di Italia e Germania. Quegli accordi vanno sospesi subito, anche a livello bilaterale, la loro prosecuzione comporta complicità nei crimini commesi dagli israeliani. Ma l’Unione europea non può neppure chiudere gli occhi davanti a quest’ultima eclatante violazione delle leggi del mare.

In base al Regolamento 656 del 2014 per il Considerando 8 “Durante operazioni di sorveglianza di frontiera in mare, gli Stati membri dovrebbero rispettare i rispettivi obblighi loro incombenti ai sensi del diritto internazionale, in particolare della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, della convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, della convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, della convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità
organizzata transnazionale e del suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, della convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, della convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e di altri strumenti internazionali pertinenti”. Secondo l’art. 4 dello stesso Regolamento nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti. Si tratta di norme che vincolano sia Frontex che i paesi membri che ospitano la missione europea e si coordinano a livello operativo nelle attività di sorveglianza delle frontiere esterne. Tanto impegnati contro i migranti, assenti oggi quando gli israeliani hanno attaccato le piccole imbarcazioni della Global Sumud Flotilla: il Mediterraneo, da Mare nostrum a mare loro ?

Il blocco navale praticato in acque internazionali dall’esercito israeliano (IDF) viola principi basilari del Manuale di San Remo sul Diritto Internazionale Applicabile ai Conflitti Armati in Mare e della Convenzione UNCLOS delle Nazioni Unite sul diritto del mare conclusa a Montego Bay nel 1982, che all’articolo 87 garantisce la libertà di navigazione in acque internazionali e limita a casi specifici le possibilità di interdizione dell’ingresso nelle acque territoriali (garantendo altrimenti il libero passaggio, soprattutto nei casi di attività di soccorso – art.19), convenzione generalmente ratificata, ma che Israele di fatto non rispetta. Il Manuale di San Remo in particolare, anche se privo di efficacia cogente nei confronti di uno Stato che non riconosce come ragione della propria stessa esistenza il diritto internazionale e l’autorità delle Nazioni Unite, impone la salvaguardia assoluta degli equipaggi civili (artt. 161-168) e prevede che un blocco navale non può essere imposto quando comporta un danno sproporzionato per le popolazioni civili (art.102). Il blocco navale delle acque di Gaza praticato da Israele non può essere giustificato solo perchè fino ad oggi manca una specifica condanna delle Nazioni Unite.

La catastrofica situazione umanitaria nell’intera striscia di Gaza, la distruzione totale dell’economia e la prevenzione della ricostruzione per effetto del continuo ampliamento della zona sottoposta a controllo militare da parte dell’IDF, confermano in base a rapporti internazionali danni sproporzionati alla popolazione civile di Gaza, con ulteriori perdite di vite umane dovute ad attacchi diretti o a malattie o a ferite incurabili, tanto che l’intercettazione in acque internazionali di mezzi che trasportano aiuti umanitari non può essere giustificata in alcun modo equindi deve essere considerata illegale.

Secondo Amnesty International, “Il fatto che la Marina israeliana abbia percorso centinaia di miglia in mare aperto al solo scopo di impedire a imbarcazioni civili cariche di cibo, latte in polvere per neonati e forniture mediche di raggiungere la popolazione palestinese dimostra fino a che punto Israele sia disposto a spingersi per mantenere il suo blocco crudele e illegale, in vigore da 19 anni, nei confronti della Striscia di Gaza occupata”. L’intera popolazione civile di Gaza non può essere oggetto di una punizione permanente tanto disumana per atti di cui non ha alcuna responsabilità. Il blocco navale, come quello terrestre, ancora praticato dalle forze dell’IDF, costituisce quindi una punizione collettiva imposta in chiara violazione degli obblighi di Israele in base alle Quattro Convenzioni internazionali di diritto umanitario concluse nel 1949 a Ginevra.

Adesso tutti gli operatori umanitari sequestrati da IDF devono essere immediatamente rilasciati. Oltre alla responsabilità internazionale di Israele, anche per genocidio, si deve riconoscere in Italia anche la responsabilità penale degli autori delle attività di intercettazione e sequestro operate a danno di cittadini italiani che si trovavano a bordo di imbarcazioni battenti bandiera italiana, e dopo queste attività penalmente rilevanti la Procura di Roma dovrà estendere la sua attività di indagine a questo ennesimo “incidente”, per individuare e sanzionare i responsabili.

Malgrado questi crimini contro l’umanità e questi reati comuni commessi dalle autorità israeliane la missione della Global Sumud Flotilla deve continuare e gli aiuti umanitari devono raggiungere la popolazione di Gaza che continua ad essere afflitta da una gravissima penuria di cibo e medicine, per effetto dei blocchi terrestri ad intermittenza imposti da IDF e per la ulteriore, progressiva riduzione dello spazio nel quale si concentrano i civili in situazioni alloggiative disumane. Per questo è necessario porre fine all’impunità di cui ha goduto fino ad oggi Israele, aprendo nuovi procedimenti davanti alle Corti internazionali e bloccando immediatamente tutti i rapporti commerciali e la cooperazione operativa nelle attività di intelligence oggi in atto.


Domenico Gallo, magistrato e già senatore della Repubblica italiana

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