“Outsourcing” della frontiera e naufragi in serie come effetto collaterale

di Fulvio Vassallo Paleologo

Mentre il dibattito pubblico rimane dominato dalla reazione rabbiosa dei politici che contestano una decisione del Tribunale di Palermo che, pur non richiamando direttamente gli obblighi di soccorso in mare a carico degli Stati costieri, condanna il ministero dell’interno a risarcire una ONG dopo il blocco illegittimo subito nel 2019 a seguito di una operazione SAR (di ricerca e salvataggio) in acque internazionali, sono ormai 16 i cadaveri di migranti che le onde hanno spinto sulle nostre coste, in Sicilia ed in Calabria. Gli ultimi due corpi sono stati ritrovati sulla costa di Cefalù e sulla spiaggia di Pachino, vicino Siracusa, a notevole distanza dagli altri cadaveri rinvenuti sulle coste siciliane e calabresi, fino a Paola. Una piccola parte delle centinaia di vittime registrate in questi ultimi mesi nelle acque del Mediterraneo centrale, dunque, non solo sulla “rotta libica”. Ma soprattutto durante traversate che partivano dalla Tunisia, paese ritenuto “sicuro” dall’Italia e dall’Unione europea, dal quale sono di nuovo frequenti le partenze dalla zona di Sfax, per effetto delle retate violente della polizia tunisina ai danni dei migranti in transito, in prevalenza di origine subsahariana o bengalesi. Le date di partenza da Sfax del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026 sono confermate da fonti ufficiali, ma potrebbero trattarsi soltanto di alcune delle imbarcazioni cariche di persone migranti in fuga dalla Tunisia costrette ad affrontare la traversata in giornate proibitive.

Si tratta di persone che avrebbero avuto diritto a raggiungere un paese sicuro, come di fatto non può definirsi la Tunisia nei loro confronti, per chiedere asilo o un’altra forma di protezione internazionale. Ma pesa sul loro destino oltre all’accordo bilaterale Italia-Tunisia, il Memorandum UE-Tunisia concluso del 2023 con il patrocinio di Giorgia Meloni e della presidente della Commissione UE Von der Leyen.

La Tunisia aderisce solo formalmente alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, che la Libia non ha neppure sottoscritto, ma non riconosce un accesso effettivo alla procedura nel suo territorio, ed anzi si avvale dei finanziamenti dell’Unione europea per bloccare i transiti di persone che sarebbero potenzialmente richiedenti asilo, se arrivassero ad una frontiera europea, e organizza periodici voli di rimpario “volontario” verso i paesi di origine, quando non si limita ai respingimenti collettivi alle frontiere di Libia e Algeria, di fatto vere e proprie deportazioni.

Quando si intensificano le retate di persone che in Tunisia sono lasciate prive di qualunque status legale, costrette alla sopravvivenza in condizioni di sfruttamento, da una fitta rete di corruzione e di violenza istituzionale, aumentano le partenze, succede da anni, anche durante i mesi invernali. In assenza di canali legali di ingresso in Europa, e per effetto della negazione del diritto di asilo nei paesi di transito, i trafficanti hanno buon gioco a raccogliere e mettere in mare per traversate impossibili migliaia di disperati su imbarcazioni che sempre più spesso fanno naufragio. Ed è ormai smentito dai fatti quanto affermato per anni da alcuni politici di destra, come Salvini, secondo cui soltanto con la riduzione delle partenze si sarebbe ridotto il numero delle vittime.

Quanto successo in questi ultimi mesi, con i cadaveri affioranti, in punti anche molto distanti delle coste italiane, testimoni muti di naufragi dalle dimensioni incommensurabili, da Pachino (Siracusa) a Trapani, nelle isole di Lampedusa e Pantelleria, persino sulle coste settentrionali della Sicilia e sulla costa tirrenica della Calabria, non si può imputare ai “cattivi” scafisti, spesso scelti tra gli stessi migranti, e dunque come loro forzati a salire a bordo, quando decidono i soliti trafficanti, che continuano a fare partire imbarcazioni fatsicenti per traversate senza speranza. Il diffuso richiamo alle condizioni eccezionali del mare, spazzato dalle tempeste invernali, prima e dopo il ciclone Harry, sul quale per qualche giorno si è concentrata l’attenzione generale non può assolvere chi ha la responsabilità delle politiche migratorie e dei controlli di frontiera, quando queste politiche e questi controlli costringono a traversate che si concludono con un naufragio. Gli arrivi dopo le traversate della disperazione, comunque, non si sono arrestate neppure in questo periodo.

La responsabilità principale di questi corpi che spinti dalle onde raggiungono le nostre spiagge e che vengono cancellati immediatamente dalla memoria collettiva, dopo essere stati ignorati dalle istituzioni che sarebbero tenute a coordinarsi a livello internazionale per garantire la ricerca e salvataggio dei naufraghi in acque internazionali, va individuata negli accordi di esternalizzazione (outsourcing) dei controlli di frontiera, conclusi con i paesi di transito allo scopo di favorire le intercettazioni in mare, perchè di questo si tratta e non certo di azioni di soccorso, dopo che i governi hanno cominciato a qualificare le attività di ricerca e salvataggio come “eventi migratori illegali”. Le zone SAR (search and rescue) previste dalle Convenzioni internazionali come zone di responsabilità per salvare vite umane, si sono trasformate in riserva di caccia a disposizione dei diversi Stati per catturare, con il supporto dell’agenzia europea FRONTEX, quanti tentavano di attraversarle, per detenere i colpevoli di fuga, magari per riconsegnarli ai loro carnefici dopo respingimenti collettivi su delega. Si è così aggirata la sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi, per i respingimenti collettivi in Libia, adottata nel 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

Con questo travisamento dei fatti si sono moltiplicati gli strumenti di deterrenza dei soccorsi, a mare con una cooperazione operativa di polizia rivolta anche a paesi terzi che ignorano il rispetto dei diritti umani, ed a terra con procedimenti diversi contro i soccorritori e gli operatori umanitari, prima con sanzioni penali e poi, dopo il loro fallimento, con sanzioni amministrative, dal fermo al sequestro ed alla confisca della nave. Alle ONG, malgrado le decisioni dei tribunali, che ne risconoscevano il pieno rispetto degli obblighi di soccorso, si è imputata ogni tipo di malefatta, oltre il favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina”, anche la ricerca di un lucro economico, se non l’agevolazione dell’ingresso di potenziali criminali. Una campagna di disinformazione e poi di propaganda politica che si è tradotta in pacchetti sicurezza ed in prassi operative, come l’allontanamento delle navi militari europee dai soccorsi nelle aree più vicine alle coste africane, praticati fini al 2017, decisione politica che allo scopo di ridurre dopo i salvataggi gli arrivi in Europa, ha incrementato il numero delle vittime in mare e nei lager libici.

L’obiettivo comune degli Stati membri più esposti, come la Grecia, Malta e soprattutto l’Italia, con il concorso dell’Unione europea, è stato quello di utilizzare, come arma di deterrenza delle traversate, la rarefazione degli interventi di soccorso, e dunque un contrasto senza quartiere alle navi del soccorso civile, per imputare alla fine alle stesse vittime la responsabilità dei naufragi per avere esposto se stesse, e le loro famiglie, al rischio di annegamento. Una politica di “gestione dei flussi migratori via mare” che si è affermata dal 2017 ad oggi, segnando la fine del diritto internazionale. I sentimenti di ostilità diffusi per anni contro le attività umanitarie di ricerca e salvataggio in mare hanno profondamente inciso, come una cancrena sociale, sul senso comune, e questo spiega sull’onda del populismo nazionalista l’indifferenza attuale, e la rimozione mediatica, di fronte a cadaveri che galleggiano davanti alle nostre spiagge che tra qualche mese si riempiranno di bagnanti. E forse anche allora qualche cadavere continuerà ad affiorare arenandosi sulla sabbia.

Non è facile oggi, in tempi di attacco alla indipendenza della magistratura, pensare ad un improviso ritorno della solidarietà o del rispetto degli obblighi costituzionali e internazionali, per garantire l’adempimento del dovere di soccorso e il riconoscimento del diritto di asilo, con l’effettiva applicazione del principio di non respingimento (art. 33 Convenzione di Ginevra) e del divieto di respingmenti collettivi (art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea). In un momento i cui l’Unione europea e l’Italia si accingono a dare esecuzione ai Regolamenti previsti dal Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024, che formalizzano un ulteriore rafforzamento delle procedure di esternalizzzione dei controlli di frontiera nei paesi terzi, in base alla designazione di paesi di origine e di paesi terzi sicuri, e con un ruolo diretto di negoziazione con questi paesi affidato all’agenzia Frontex, si dovrebbero almeno verificare negli effetti concreti gli accordi bilaterali o multilaterali già in corso o da concludere, per accertare l’effettivo rispetto degli obblighi di soccorso e dei diritti fondamentali della persona.

L’art.53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei tratttati stabilisce che è nullo il trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di Diritto internazionale generale, come sono sicuramente qualificabili l’art.33 della Convenzione di Ginevra, e le norme sugli obblighi di soccorso contenute nelle Convenzioni internazionali del mare, che vengono richiamate, oltre che dal Regolamento UE n.656/2014 su Frontex, anche nella recente sentenza della Corte Costitituzionale n.101/2025, che pur affermando la legittimità del Decreto Piantedosi (legge 15/2023) ribadisce come imprescindibile il richiamo al diritto internazionale, con il rispetto dei diritti umani degli obblighi di soccorso e del principio di non respingimento. Regole che riassumono il principio della legalità internazionale e che vincolano tutti, operatori civili ed autorità statali, nelle attività di ricerca e salvataggio che si svolgono, o si dovrebbero svolgere, in aree marittime di soccorso che ricadono nella competenza di Stati terzi, senza però diventare aree di giurisdizione esclusiva. Una giurisdizione esclusiva che nel Mediterraneo centrale può tradursi, se fosse riconosciuta come tale, in trattamenti inumani e in respingimenti collettivi alle frontiere terrestri, ed in intercettazioni violente, anche con collisioni, o al contrario in vero e proprio abbandono in mare. Che poi sono le prassi operative più diffuse applicate dalle Guardie costiere della Tunisia e delle diverse autorità libiche, su cui sta indagando la Corte Penale internazionale, ma che l’Italia sta cercando adesso di ricompattare. Con le conseguenze mortali che stiamo vedendo in questo periodo e che, come insegna l’esperienza del passato, continueremo a vedere ancora in futuro, se non ci sarà una svolta a livello europeo, con l’abbandono delle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi.

Di fronte a tutto questo non si può tacere, non si può limitare il diritto di cronaca sui processi sulle stragi in mare, occorre dare voce alle vittime ed alle organizzazioni dei migranti intrappolati in Libia e Tunisia, sollecitare canali legali di ingresso ed evacuazione assistita verso l’Unione europea dei richiedenti protezione internazionale, interrompere la guerra al soccorso civile e la collaborazione con autorità marittime spesso colluse con i trafficanti. Occorre identificare le vittime, creare contatti con le famiglie dei dispersi, riprendere ricerche in mare che forse nessuno ha mai avviato, e sopratutto intensificare la presenza di mezzi di soccorso in acque internazionali, per prevenire ulteriori stragi, garantendo poi lo sbarco in un porto sicuro, interrompendo la collaborazione con guardie costiere che non rispettano gli obblighi di salvaguardia derivanti dal diritto internazionale.

Tutto il resto, in particolare la criminalizzzione e la strumentalizzazione delle traversate del Mediterraneo, come leva per diffondere nel corpo sociale paura, insicurezza, odio, e conquistare consenso elettorale, è altrettanto colpevole di disumanità come lo sfruttamento schiavistico in Tunisia o in Libia, o la violenza istituzionale e la repressione violenta del diritto di asilo. Un diritto alla protezione che, ove negato, diventa diritto alla fuga, da quei territori nei quali si continua ad esercitare una pressione insostenibile su persone comunque vulnerabili, una pressione politica ed economica, rafforzata dall’Italia e dall’Unione europea, che poi costringe, in assenza di alternative di sopravvivenza, alle traversate della morte.


NESSUNA NOTIZIA DAI MEDIA

Comune di Cefalù

Ieri alle 18:32 ·

Nella tarda mattinata di oggi, una volta ottenuto il nulla osta dall’Autorità giudiziaria, abbiamo provveduto come Comune a dare sepoltura alla salma di un’ignota vittima di naufragio il cui corpo, restituito dal mare, è stato ritrovato qualche giorno fa su un tratto della costa del territorio cefaludese.

Viene spontaneo collegare questo episodio ad altri ritrovamenti che in questi giorni si stanno registrando in altre località e che lasciano supporre l’ennesima tragedia della disperazione consumata nelle acque del Mediterraneo.

Ho voluto rendere omaggio alla salma insieme al Presidente del Consiglio Comunale (ha partecipato anche l’Assessore Modaro) nel momento della tumulazione e ringrazio Padre Vacca, cappellano del cimitero comunale, per aver voluto accompagnare questa circostanza con un raccoglimento in preghiera e una benedizione.

Non è stato possibile dare un’identità al corpo, tuttavia la consapevolezza di trovarci di fronte ad un essere umano anima sentimenti di pietà che ci guidano in queste circostanze a non fare mancare dignità e rispetto per una vita perduta.

Che questa persona, chiunque essa sia, possa riposare in Pace.

Il Sindaco

Daniele Tumminello


EUNEWS

6 November 2025

“Risk of complicity” Tunisia-EU. Amnesty denounces Tunis violence against migrants

Enrico Pascarella

The EU and Tunisia signed a memorandum in 2023. Migrants have decreased, but violence and forced expulsions have not. The accusation comes from the report published by Amnesty International


AMNESTY INTERNATIONAL

6 November 2025

Tunisia: Rampant violations against refugees and migrants expose EU’s complicity risk

In a new report, ‘Nobody Hears You When You Scream’: Dangerous Shift in Tunisia’s Migration Policy, Amnesty International has documented how, fuelled by racist rhetoric from officials, Tunisian authorities have carried out racially targeted arrests and detentions; reckless interceptions at sea; collective expulsions of tens of thousands of refugees and migrants to Algeria and Libya; and subjected refugees and migrants to torture and other ill-treatment, including rape and other sexual violence, while cracking down on civil society providing critical assistance.  


EUNEWS

22 January 2026

New European “anti-migrant” equipment for Tunis, despite cases of abuse

Enrico Pascarella

The European Union has delivered new rescue and recovery equipment to Tunis despite reports of abuses by NGOs. Brussels is satisfied with the reduction in illegal crossings and the number of victims at sea.

Despite accusations of complicity with traffickers and cases of violence at sea, European funding to Tunisia continues with the aim of outsourcing the fight against migration. Today, 22 January, new search-and-rescue equipment was delivered to the Tunisian authorities, bringing the total value to €130 million since the start of the collaboration in 2015. The EU delegation on site specified that the equipment must be used solely for “security, search, and rescue activities.”


The Libya Observer

19 febbraio 2026

L’Onu condanna gli abusi sui migranti in Libia, esorta l’Ue a fermare le intercettazioni in mare

L’Onu ha anche esortato l’Unione europea a sospendere immediatamente le intercettazioni e i rimpatri dei migranti in Libia fino a quando non sarà garantito il pieno rispetto degli standard internazionali in materia di diritti umani.

Secondo quanto risulta, le violazioni includono intercettazioni in mare illegali e pericolose di migranti che tentano di raggiungere l’Europa, così come le espulsioni collettive e i rimpatri forzati.

Parlando a Ginevra, il portavoce dell’OHCHR Thameen Al-Kheetan ha detto che i migranti sono separati dalle loro famiglie e trasferiti a colpi di pistola in strutture di detenzione senza un giusto processo.

I due organismi delle Nazioni Unite hanno chiesto il rilascio immediato di tutti i migranti irregolari detenuti arbitrariamente in circa 40 centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in tutta la Libia.

Entro la fine del 2025, circa 5.000 individui sono stati registrati in strutture ufficiali, anche se si ritiene che il numero effettivo sia significativamente più alto.

Il rapporto ha osservato che il Mediterraneo centrale rimane una delle rotte migratorie più letali del mondo, con oltre 33.000 morti e sparizioni registrate tra il 2014 e il 2025. Solo nel 2025, quasi 27.000 migranti sono stati restituiti in Libia dopo essere stati intercettati in mare, mentre 1.314 persone sono morte o sono scomparse, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.


NAZIONI UNITEGINEVRA

Alto Commissariato per i diritti umani

17 February 2026

Migrants in Libya victims of “violent business model” of systemic violations and abuses – UN report

Migrants also described horrific attempts to cross the central Mediterranean. “Interceptions by Libyan actors were frequently dangerous and involved threats, hazardous manoeuvres, and excessive use of force, putting people’s lives at risk,” said the report. Those intercepted are often forcibly returned to Libya, where they risk facing the same cycle of abuse.


Khaama Press

February 22, 2026

8 migrants die in separate Mediterranean incidents off Libya, Greece

By Fidel Rahmati

“Five migrant bodies were discovered on the coast of Tripoli, Libyan authorities said, in the latest episode highlighting the ongoing Mediterranean migration crisis. Local police indicated that the remains were found along a stretch of shoreline west of the capital, an area frequently used as a departure point for Europe-bound boats.

According to Al Jazeera, the bodies were recovered a day earlier and appeared to be recently washed ashore. Hassan al-Ghweil, a local police official, said the corpses were still intact and warned that additional bodies could yet be found along the same coastline as search efforts continue.”