condividiamo dal blog PUNTONAVE di Vittorio Alessandro, già Contrammiraglio del Corpo delle Capitanerie di Porto
Sbarchi in calo, morti invisibili
Il grafico del Viminale mostra un dato netto: a febbraio 2026 gli sbarchi sono molto inferiori rispetto allo stesso periodo del 2025, in alcuni giorni si arriva allo zero.
Per il governo è un successo, ma quel grafico dice solo una cosa: meno persone arrivano vive. Non dice quante partono, quante vengono intercettate.
Non dice quante muoiono.
Negli stessi giorni in cui la curva scende, oltre mille migranti risultano morti o dispersi durante il ciclone Harry. Altri cinquantatré, tra cui due neonati, sono ora affondati al largo della Libia: numeri che non compaiono in nessuna statistica sugli sbarchi.
Il calo non è umanitario, è contabile. È una sottrazione allo sguardo.
La cosiddetta “terapia libica” funziona così: blocca gli arrivi, non le tragedie. Esternalizza la violenza, sposta la morte fuori dal campo visibile, la rende accettabile.
In questo quadro si inseriscono le nuove norme annunciate dal governo: interdizione degli ingressi via mare, possibile divieto di attraversamento delle acque territoriali, ritorno al meccanismo Albania. Tutto giustificato in nome della sicurezza nazionale e della “pressione migratoria eccezionale”.
La sicurezza diventa la parola chiave. Vale per i migranti e vale anche per il dissenso interno, per la rilettura forzata dei conflitti sociali come terrorismo. È lo stesso schema: restringere diritti mentre si chiede fiducia.
Parlare di quelle cinquantatré persone significa, dunque, parlare di noi. Di ciò che consideriamo normale. Di quanto siamo disposti a perdere — in umanità e in libertà — pur di vedere una linea che scende.
