Frontex nasconde le prove dei respingimenti su delega italiana

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha emesso una sentenza con la quale, ha rigettato la maggior parte delle richieste di accesso civico inoltrate da una ONG tedesca, per ottenere informazioni sul ruolo di Frontex in un respingimento operato dalla sedicente Guardia costiera libica nel luglio del 2021. Secondo la Corte di Lussemburgo,o la loro diffusione avrebbe potuto arrecare danno alle relazioni di cooperazione operativa con gli Stati costieri nelle attività di contrasto dell’immigrazione “illegale” (law enforcement). La stessa Corte ha tuttavia ordinato a Frontex l’esibizione di alcune decine di fotografie scattate dai suoi assetti aerei nel Mediterraneo centrale durante operazioni di soccorso svolte da navi del soccorso civile. Aerei e droni che partono sistematicamente da basi italiane. Perchè è l’Italia il “paese ospitante” delle missioni Frontex nel Mediteraneo centrale.

L’agenzia di giornalisti d’inchiesta Lighthouse Reports ha pubblicato nel corso del tempo diversi rapporti  riguardanti la collaborazione tra l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex e la Guardia costiera libica, evidenziando i collegamenti diretti tra le risorse aeree di Frontex che individuano le barche in acque internazionali e la loro successiva intercettazione da parte della Guardia Costiera “libica”. Il coinvolgimento di Frontex nelle attività di intercettazione delle imbarcazioni cariche di migranti in fuga dalla Libia e dalla Tunisia, sempre più chiaramente “paesi terzi non sicuri”, risulta dunque provato da anni. Come è ormai fatto non contestabile il fallimento delle analisi di Frontex che assegnavano alle navi del soccorso civile il ruolo di fattori di attrazione (pull factor), coprendo le inadempienze degli Srati dietro una vergognosa campagna denigratoria che i Tribunali hanno respinto dopo anni di inutili e costosissime inchieste condotte dalla polizia giudiziaria.

Ma non si deve dimenticare come, seppure si sia tentato di instaurare relazioni dirette tra Frontex e gli Stati terzi, soprattutto dopo il Regolamento UE n.1896 del 2019, il coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, con rilevanti differenze rispetto a quanto avviene nel Mediterraneo orientale e in Egeo, rimanga sempre agli Stati costieri. Come sembra confermato, seppure indirettamente, da una recente diffida rivolta dalla ONG Sea Watch alle autorità italiane.

Occorre quindi considerare il ruolo delle centrali nazionali di coordinamento (NCC), gli accordi bilaterali e le intese operative con le autorità (provvisorie) libiche, e tenere presente anche il crescente livello di collaborazione tra La Valletta e Tripoli. Inoltre, se il ministero dell’interno da Roma utilizza i rapporti ricevuti dai guardiacoste libici per motivare i fermi amministrativi delle navi del soccorso civile che hanno operato attività SAR nella zona di responsabilità libica, dopo avere intimato alle navi delle ONG che hanno comunicato eventi di soccorso di fare riferimento al coordinamento (JRCC) di Tripoli, ammesso che esista e sia identificabile come organo operativo autonomo ed unitario, non si può escludere che il coordinamento italiano, prima manifesto con l’operazione NAURAS a Tripoli, come riconosciuto anche in sede giudiziaria e parlamentare, almeno fino al 2020, prosegua ancora oggi con modalità segrete. Ed è su questi rapporti di cooperazione operativa, ancora che scatta la complicità di Frontex che da anni non vuole rendere noti i suoi collegamenti operativi con i guardiacoste libici (e tunisini), ma tende soprattutto a nascondere i rapporti di coordinamento, condensati nei “piani di azione”, con il paese ospitante, nel caso del Mediterraneo centrale, l’Italia e Malta., e attaverso questi con la Libia. Una collaborazione che sembra rafforzarsi sempre più anche se  lo scorso anno, la Commissione indipendente Onu sui diritti umani ha accusato la guardia costiera libica di essere parte attiva nella filiera del traffico di esseri umani. Lo scorso anno, la commissaria Ue per gli Affari Interni, Ylva Johansson, ha ammesso che “con alcuni Paesi vicini è più difficile collaborare, come con la Libia, dove ci sono chiare indicazioni di criminali che si sono infiltrati nella Guardia Costiera“.

2. Anche se l’Unione europea tende ad intensificare, ” la collaborazione con gli attori istituzionali libici in materia di migrazione nella piena consapevolezza del loro ruolo nelle violazioni dei diritti umani dei migranti, non si può affermare che il coordinamento in acque internazionali, nella pretesa zona SAR “libica”, delle attività di intercettazione, piuttosto che di ricerca e salvataggio, della sedicente guardia costiera “libica” sia operato da Frontex. Semmai, tanto Frontex, che gli Stati ospitanti, i centri internazionali di coordinamento ed i mezzi della missione sarebbero tenuti all’effettivo rispetto dei diritti umani e degli obblighi di soccorso stabiliti dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare.

L’8 gennaio 2020, Joseph Borrell, Alto rappresentante UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare negava che fossero mai state fornite informazioni da Frontex alla Guardia costiera libica nell’ambito delle operazioni di sorveglianza previste dal regolamento UE (n. 656/2014) ed effettuate dagli Stati membri alle loro frontiere esterne in cooperazione con l’Agenzia.  “Ciò si è verificato tuttavia nell’ambito dell’Eurosur Fusion Service — Multipurpose Aerial Surveillance (MAS)”, ha ammesso il commissario Borrell. “Durante l’attività di sorveglianza aerea MAS nell’area di pre-frontiera – dal 2017 sino al 20 novembre 2019, quando Frontex ha individuato situazioni di pericolo nella regione SAR libica, l’Agenzia informato in 42 casi il Centro di coordinamento delle ricerche dello Stato membro più vicino, EUNAVFOR MED così come le autorità libiche”. Josep Borrell ha pure negato lo scambio d’informazioni sulle attività di sorveglianza marittima tra l’(ex) missione militare UE “Sophia” e la Guardia Costiera libica. Ancora una volta ritorna dnque la distinzione tra eventi di immigrazione irregolare sui quali ci sarebbe piena collaborazione con i libici, nel quadro delle attività di law enforcement, ed atività di ricerca e salvataggio, definite SAR (search and rescue) per le quali scatterebbero gli obblighi di soccorso in capo agli Stati costieri e soprattutto alle autorità marittime contattate per prime, che non possono scaricare le proprie responsabilità con la mera indicazione di un’altra autorità SAR compètente in base alla suddivisione del Mediterraneo in tante zone SAR di ricerca e salvataggio, non di giurisdizione si ricordi, di competenza dei singoli Stati che le dichiarano,

Secondo il Considerando n.20 del Regolamento UE su Frontex, n.1896/2019, in ogni caso, “L’attuazione del presente regolamento non incide sulla ripartizione delle competenze tra l’Unione e gli Stati membri né sugli obblighi che incombono agli Stati membri in base alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, alla convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, alla convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, alla convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e al suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via nave e via aria, alla convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il relativo protocollo del 1967, alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, alla convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status degli apolidi e ad altri strumenti internazionali pertinenti”.  Il 15 marzo scorso si è svolto a Varsavia un incontro tra il Comandante Generale della Guardia costiera italiana Ammiraglio Nicola Carlone e Hans Leijtens, Direttore esecutivo dell’agenzia Frontex. Sul tavolo “un approfondito confronto su tutti gli ambiti operativi che vedono cooperare in sinergia l’agenzia europea e la Guardia Costiera italiana”. Ed è su questi “ambiti operativi” in cui è centrale il ruolo di Frontex, che oggi l’agenzia rifiuta di rispondere alle richieste di accesso civico.

Anche il Mediatore dell’Unione europea,, chiamato ad indagare sulla strage di Pylos, con riferimento al ruolo operativo di Frontex nel Mediterraneo, ha ribadito che la principali responsabilità di coordinamento incombono sugli Stati ospitanti i mezzi aerei e navali di quella che oggi viene definita come la “Guardia di frontiera e costiera europea”.  Come riporta il Coriere della sera, “L’agenzia europea per le frontiere Frontex non è in grado di “adempiere ai propri obblighi in materia di diritti fondamentali” a causa della sua dipendenza dagli Stati membri dell’UE quando una barca di migranti è in pericolo, ha evidenziato il mediatore civico europeo (Ombudsman) Emily O’Reilly in un rapporto a seguito di un’indagine sulle operazioni di Frontex in mare”.

Seppure su una rotta molto diversa, quella che attraversa lo Ionio, dall’inchiesta sul naufragio di Cutro si ha una rappresentazione completa dei rapporti tra Frontex e le autorità italiane, anche se nel tempo ed a seconda dei luoghi, i piani operativi segreti di Frontex e delle autorità di polizia marittima italiane possono prevedere diverse regole di ingaggio e di comunicazione. Sembra però che la giustizia italiana fatichi ad accertare fatti e responsabilità di quella strage, comunque entro maggio si dovrebbe avere la conclusione delle indagini, a meno che non venga richiesta una proroga. Ma da Frontex, e dalle stesse autorità italiane chiamate in causa, non sembra emergere la dovuta collaborazione. E’ comunque già assodato che, in quella occasione, il ruolo di coordinamento era delle autorità statali e non di Frontex, che comunicava con le centrali di coordinamento del ministero dell’interno (NCC) e del ministero delle infrastrutture (IMRCC).

3. Comincia intanto ad incrinarsi davanti ai Tribunali la visione della Tunisia come paese terzo “sicuro”. Il 4 marzo scorso la Commissione europea ha annunciato l’erogazione del finanziamento previsto dal Memorandum d’Intesa Ue-Tunisia. Ma il Parlamento europeo ha votato a maggioranza una posizione che chiede alla stessa Commissione chiarimenti sui criteri che hanno giustificato l’esborso e critica la scelta di versare i 150 milioni previsti dal Memorandum in una tranche unica. Ormai le rotte tunisine e libiche si sono di fatto unificate, mentre continua la chiusura del confine di Ras Jedir. Su queste rotte pesa, più del ruolo degli assetti aerei di Frontex, la politica di cooperazione di polizia e di esternalizzazione dei controlli di frontiera portata avanti dagli stati costieri della sponda europea del Mediterraneo. Come si scrive in un importante rapporto, l’ambiguità sulla zona SAR tunisina fa comodo a tutti. Ed è facile in questo contesto nascondere le tracce della collaborazione tra Frontex, le autorità statali europee, la Libia e la Tunisia, che non si possono certo definire “paesi terzi sicuri”.

Si deve prendere atto che la Tunisia rimane ad operare in un ambito molto ristretto di acque territoriali, con mezzi inadatti. Non è ancora accertato se la Tunisia abbia dichiarato una zona SAR, o una zona “contigua” all ‘esterno del limite delle 12 miglia delle sue acque territoriali. Di certo rifiuta categoricamente di intervenire in acque internazionali, o di riprendersi naufraghi intercettati in acque internazionali, nelle aree di competenza SAR (ricerca e salvataggio) libica e maltese. In questi casi risulta poco efficace il tracciamento operato dagli assetti aerei di Frontex, ed è evidentemente inutile che l’Italia continui a donare motovedette alla Guardia costiera tunisina per aumentare la deterrenza e la repressione dei tentativi di attraversamento del Canale di Sicilia, Con i tragici risultati che vediamo ancora in questi giorni, con centinaia di cadaveri, perlopiù di persone di provenienza subsahariana, rinvenuti in mare. Una serie di naufragi che in misura crescente sta caratterizzando, malgrado la contrazione delle partenze, i primi mesi di implementazione del Memorandum d’intesa UE-Tunisia che lascia comunque agli Stati costieri, e non a Frontex, il ruolo di coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio in mare (SAR).

 4. il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha invitato il governo italiano a sospendere le attività di cooperazione in atto con la guardia costiera libica che incidono sul ritorno in Libia delle persone intercettate in mare ma questi inviti sono rimasti senza esito e le autorità europee ed italiane hanno sostenuto l’intensificazione dei rapporti di cooperazione operativa con i libici (e con la Tunisia). Sono queste le ragioni, forse, che inducono Frontex a mantenere segreti i rapporti di cooperazione operativa tra l’agenzia e gli Stati costieri, tra i quali opera anche come snodo operativo e strumento di comunicazione. Un ruolo che non sembra conciliabile, sia pure nell’ottica del contrasto dell’immigrazione illegale (law enforcement) con gli obblighi di salvaguardia dei diritti umani a carico della stessa agenzia e degli Stati che ne ospitano i mezzi.

In nessun caso le operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali dovrebbero essere coordinate da una autorità marittima di un paese che non può garantire porti sicuri di sbarco. Sono i paesi che possono garantire “porti sicuri di sbarco” che rimangono obbligati ad interventi di ricerca e soccorso anche al di fuori delle proprie zone SAR. Si può anche ritenere che quando le centrali di cordinamento di Frontex o le autorità italiane ospitanti i mezzi di Frontex, comunichino con i libici la presenza di imbarcazioni tracciate in acque internazionali, all’interno della zona SAR “libica” queste autorità esercitino una giurisdizione effettiva sulle persone che si trovano a bordo dei barconi intercettati, dal momento che in acque internazionali ne determinano la sorte, e prima di quel tracciamento non vi era alcuna autorità statale che potesse esercitare su di loro la propria giurisdizione. Le Convenzioni internazionali di diritto del mare attribuiscono inoltre al primo RCC (centrale di coordinamento) contattato la responsabilità del coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio, in attesa che queste vengano prese in carico dall’autorità statale competente, attesa che nel caso delle diverse guardie costiere libiche si rivela spesso vana. Se Frontex si ritiene obbligata ad informare le autorità libiche della presenza di imbarcazioni cariche di migranti nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, la stessa agenzia, e gli Stati (Italia e Malta) che ne ospitano i mezzi, dovrebbero essere ritenuti responsabili per tutti i casi in cui le autorità libiche non inviano mezzi, o inviano mezzi di soccorso che causano la morte dei naufraghi, o ancora operano il trasferimento verso centri di detenzione in territorio libico, nei quali non sono garantiti i diritti fondamentali delle persone. Che non appena sbarcate a terra scompaiono nelle mani delle milizie che controllano il territorio con le armi.


Desaparecidos in Tunisia, “paese terzo sicuro”.

Tunisia: migranti subsahariani deportati da Jebiniana e El Amra verso luogo sconosciuto Tunisi, 24 apr – (Nova) – Le autorita’ tunisine hanno deportato ieri dei migranti irregolari provenienti da paesi dell’Africa sub-sahariana dai comuni di Jebiniana e El Amra, nel governatorato di Sfax, dopo le tensioni con la comunita’ ospitante. Lo ha detto Mohamed Nafti Kaddouda, primo delegato responsabile degli affari del governatorato di Sfax, nel centro sud della Tunisia, parlando ai media nazionali. Al momento non si conosce il luogo dove siano stati trasferiti i migranti, ne’ il loro numero. Il funzionario ha dichiarato che il “massiccio intervento di sicurezza” di ieri dimostra “la capacita’ dello Stato di proteggere i diritti dei cittadini e mantenere la pace sociale”. Hichem Ben Ayad, pubblico ministero e portavoce del Tribunale di prima istanza di Sfax, ha dichiarato all’emittente radiofonica tunisina “Mosaique Fm” che le localita’ di Jebiniana e El Amra sono teatro di scontri occasionali e di un clima di tensione in coincidenza con la presenza di un vasto numero di migranti irregolari subsahariani. Il magistrato ha parlato di denunce per attacchi alla proprieta’ private, in particolare ai terreni agricoli, , aggiungendo che sono in corso indagini sui relativi attacchi contro le forze dell’ordine di stanza nella regione. (segue) MERCOLEDÌ 24 APRILE 2024 09.24.14

Tunisia: migranti subsahariani deportati da Jebiniana e El Amra verso luogo sconosciuto (2)

NOVA0103 3 EST 1 NOV Tunisia: migranti subsahariani deportati da Jebiniana e El Amra verso luogo sconosciuto (2) Tunisi, 24 apr – (Nova) – Sempre ieri, Khaled Ghal, responsabile dell’Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) nelle delegazioni di Al Amra e Jebiniana, aveva denunciato il deterioramento della situazione sociale a seguito dell’afflusso di un gran numero di africani subsahariani nella regione centrale della Tunisia, e le “gravi conseguenze in ambito sanitario, ambientale e sociale”. Il sindacato, che afferma di seguire la situazione dall’autunno scorso, insieme alle componenti della societa’ civile e ai residenti dei due comuni, ha indicato la necessita’ di adottare “soluzioni radicali” per evitare il ripetersi di episodi di “violenza e attacchi contro persone e proprieta’ private”, evidenziando che il rifiuto della comunita’ locale di ospitare un vasto numero di immigrati subsahariani non ha nulla a che vedere con “una visione razzista”. Ghal ha posto enfasi sul fatto che “l’approccio securitario da solo non e’ sufficiente per uscire da questa crisi” ed ha invitato le “autorita’ competenti a trovare soluzioni radicali che garantiscano da un lato la dignita’ degli immigrati africani e dall’altro il diritto naturale a una vita in sicurezza per l’intera popolazione”. (segue)

MERCOLEDÌ 24 APRILE 2024 09.24.15

Tunisia: migranti subsahariani deportati da Jebiniana e El Amra verso luogo sconosciuto (3)

NOVA0104 3 EST 1 NOV Tunisia: migranti subsahariani deportati da Jebiniana e El Amra verso luogo sconosciuto (3) Tunisi, 24 apr – (Nova) – Intanto le unita’ della Guardia nazionale di Sfax e della Guardia costiera della regione centrale della Tunisia hanno comunicato ieri di aver recuperato 19 cadaveri di migranti nelle 24 ore precedenti. Un comunicato stampa della Direzione generale della Guardia nazionale ha riferito inoltre dell’arrestato cinque persone, presunti organizzatori e intermediari di operazioni di migrazione irregolare. Il 21 aprile scorso, la Guardia costiera tunisina aveva recuperato i corpi senza vita di altri due migranti, di nazionalita’ tunisina, dispersi a seguito di un naufragio avvenuto sabato scorso al largo dell’isola di Djerba. Lo scorso 15 aprile, il portavoce della Guardia nazionale, Housem Jebabli, aveva riferito ad “Agenzia “Nova” che sono in tutto 151 i corpi recuperati dei migranti che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo dal primo gennaio al 15 aprile 2024, il 57 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2023. Il conteggio sale a 172 sommando le operazioni comunicate oggi e il 21 aprile.