Dal governo Meloni sui CPR l’attacco finale allo Stato di diritto

di Fulvio Vassallo Paleologo

Oltre venti medici che avrebbero impedito il trasferimento di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) sono stati perquisiti negli scorsi giorni in nove città italiane Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese, questo il bollettino di guerra diffuso a reti unificate dai media dopo una serie di fallimenti del governo nella gestione del sistema dei rimpatri, di cui i CPR sono uno snodo essenziale, con una appendice persino in Albania (a Gjader). La procura di Ravenna già a febbraio aveva aperto un fascicolo su otto medici che lavoravano nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale della città: di questi tre sono stati sospesi dalla professione per dieci mesi, mentre a cinque è stato vietato di occuparsi di CPR. Adesso il servizio centrale operativo (SCO) del ministero dell’interno e diverse Squadre mobili non solo hanno eseguito decreti di perquisizione personale, locale e informatica disposti dalla Procura di Ravenna nell’inchiesta sulle certificazioni mediche avviata lo scorso febbraio, ma hanno portato negli uffici di questura un medico, trattenendolo sotto interogatorio per oltre 36 ore. Sotto attacco, questa volta, con l’accusa più grave, addirittura con la contestazione dell’articolo 416 del codice penale che prevede il reato di associazione a delinquere, il dott.Nicola Cocco, rappresentante della SIMM, la Società italiana di medicina delle migrazioni. Si persegue un singolo medico ma le sue posizioni e le prassi che adottava erano condivise da anni da associazioni e da tanti suoi colleghi, fedeli al giuramento di Ippocrate che impegna il medico ad esercitare la sua professione con autonomia e responsbilità, a tutelare la vita, la salute fisica e psichica, e ad alleviare la sofferenza, nel rispetto della dignità della persona. Un giuramento che fanno tutti i medici, ma che viene violato quando alle valutazioni cliniche si antepongono le ragioni di pubblica sicurezza o le intimidazioni provenienti dall’alto, se non la convenienza personale.

La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni aveva evidenziato da tempo che “la patogenicità dei Cpr è un dato scientifico, non un’opinione”, è per questa ragione era finita nel mirino di una fitta campagna della stampa collegata al governo Meloni, che nel tempo ha individuato ulteriori bersagli per la comunicazione seriale di odio rivolto contro le persone migranti e quanti prestano loro assistenza. Con l’apertura di quest’ultima indagine per associazione a delinquere a carico dell’esponente di una associazione come la SIMM, colpevole di avere adottato linee guida da utilizzare negli accertamenti preliminari all’ingresso nei CPR in vista del rimpatrio forzato, si registra un ulteriore passaggio verso la sospensione dello Stato di diritto, che dovrebbe garantire, oltre alla libertà di associazione, il libero esercizio della professione medica, e un diritto pieno alla cura per tutte le persone, e non soltanto per i cittadini. Si tenta invece di attribuire rilievo penale alle attività di assistenza sanitaria rivolte a soggetti destinatari di misure di allontanamento forzato, un passaggio che potrebbe preludere alla criminalizzazione di chi assume incarichi di difesa o svolge soltanto attività di informazione sugli abusi commesi all’interno dei CPR e nei luoghi assimilati, come i centri Hotspot, che si stanno moltiplicando come funghi sull’intero territorio nazionale.

Si ripete così una articolata operazione politica e mediatica, oltre che giudiziaria, analoga a quelle costruite dal 2017 in poi contro gli operatori umanitari del soccorso civile in mare. Prima si adottano indirizzi politici e prassi amministrative di dubbia legittimità, poi si dà mandato alle forze di polizia di ricercare attraverso iniziative eclatanti ad uso dei media prove che possano essere addotte per giustificare sanzioni penali, che poi però rimangono nelle richieste della pubblica accusa, mentre la magistratura giudicante chiude tutte le inchieste. Evidentemente, in questa ultima occasione, ad apertura di campagna elettorale, si doveva dare seguito ad atti di indirizzo arrivati dal ministero dell’interno, dopo che una procura aveva dato un primo parziale riscontro alle accuse provenienti dagli organi di polizia, infastiditi degli ostacoli frapposti dai medici nel corso delle attività di trattenimento amministrativo e nelle successive operazioni di accompagnamento forzato in frontiera.

Come è stato denunciato dal Tavolo asilo, ad avviare le perquisizioni contro medici che, salvo un caso, non risultano neppure indagati, è stata una segnalazione del ministero dell’Interno che ha dato il via all’indagine e alla contestuale campagna politico mediatica con l’obiettivo di acquisire prove alla base di accuse ancora non dimostrate, e soprattutto puntando all’intimidazione dei sanitari, che hanno svolto accertamenti per stabilire l’idoneità al volo di rimpatrio e al trattenimento nel Cpr di cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di accompagnamento forzato. Colpirne uno per educarne cento. Salvini è arrivato addirittura a proporre la radiazione dall’albo per i medici “colpevoli” di avere rilasciato certificati di inidoneità al trattenimento. Molti altri medici, a differenza dei loro colleghi sotto indagine, non hanno visto niente, magari hanno visto soltanto di sfuggita le persone di cui dovevano documentare lo stato psicofisico, non si saranno neppure accorti dei reiterati tentativi di suicidio, mentre numerose persone venivano avviate al rimpatrio forzato senza una visita medica completa. Nel CPR di Trapani Milo sono riusciti persino ad internare una persona quasi totalmente priva della vista, con un provedimento che è stato poi annullato dalla magistratura. In diverse occasioni tribunali e corti di appello sono intervenuti con provvedimenti specifici stabilendo la non convalida del trattenimento o della sua proroga perchè sono emersi elementi soggettivi o sopravvenuti di natura psicofisica o disabilità/vulnerabilità incompatibili con lo stato di detenzione amministrativa. Fondamentale il ruolo dei giudici della convalida dei decreti questorili di trattenimento e degli operatori legali che, tra mille ostacoli burocratici frapposti dalle prefetture, riescono ad entrare in contatto con le persone detenute per consentire l’esercizio effettivo dei diritti di difesa e l’accesso alle procedure di asilo e l’esercizio effettivo del diritto alla salute.

Ormai sulla soglia dei centri di detenzione per stranieri si va verso la “medicina di polizia” con accuse sempre più pesanti verso chi si oppone. Ma la cura è un diritto, non può mai essere reato, come ha affermato Giovanni Gordini, già responsabile della rianimazione dell’ospedale Maggiore di Bologna. Non si può morire di CPR, come si è verificato sempre più spesso in questi ultimi anni. Vittime di sistema come Lassoued Dhoui, morto lo scorso agosto nel CPR di Palazzo San Gervasio (Potenza) attendono ancora giustizia. Chi avesse ancora dubbi sulla situazione all’interno dei CPR italiani dovrebbe ascoltare quanto emerso nel corso del processo per i “presunti maltrattamenti” “commessi in quel CPR, nell’udienza di venerdì 10 aprile 2026, registrata da Radio Radicale. Ma situazioni analoghe si sono verificate in Sardegna, nel CPR di Macomer, ed in tutti gli altri CPR italiani, da Milano a Bari, oltre che in Sicilia, anche se sono emerse soltanto quando organizzazioni non governative o singoli parlamentari hanno avuto possibilità di entrare e di parlare direttamente con i detenuti. E il ministero dell’interno ha reagito rendendo ancora più difficili gli ingressi e impedendo le comunicazioni dall’interno dei centri, con il sequestro dei telefonini personali.

Adesso non è soltanto il momento della solidarietà con i medici indagati per avere accertato la non idoneità al trattenimento nei cpr e con tutti gli altri medici che fanno gli stessi accertamenti, oggetto di una campagna di criminalizzazione, ad evidente scopo di propaganda, visti i numeri dei rimpatri attraverso i CPR e le tragedie umane prodotte dalle politiche di detenzione del governo. Oltre la solidarietà da praticare con iniziative concrete anche a favore delle persone detenute, va ricordato che il governo ed il parlamento sono ancora inadempienti dopo il richiamo della Corte costituzionale che lo scorso anno chiedeva al legislatore di disciplinare con una legge le modalità del trattenimento amministrativo, oggetto di un progetto di legge che si è arenato, tra stralci e omisssioni, nei lavori parlamentari.

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 7839/2025, dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale n.96/2025 relativa alle modalità del trattenimento amministrativo, si era espresso sulle carenze rispetto all’assistenza sanitaria prevista dal capitolato d’appalto dei Centri per il rimpatrio (CPR) utilizzato dal Ministero dell’interno. Il Consiglio di Stato evidenziava, in particolare, le gravi criticità nella tutela della salute e nella prevenzione del rischio suicidario all’interno dei CPR, richiamando l’obbligo dell’amministrazione di conformarsi alla Direttiva Lamorgese del 2022 e di garantire valutazioni mediche adeguate e continue. Il governo procedeva invece in direzione opposta. Con una circolare del ministero dell’interno, datata 20 gennaio 2026, i Prefetti venivano invitati“a stipulare convenzioni con l’ASL per applicare pienamente l’art. 3. comma 2. della direttiva 19 maggio 2022 del Ministro dell’interno “ in modo da garantire il trattenimento nei Centri di detenzione anche in assenza di una preventiva visita medica per l’accertamento dell’idoneità alla vita di comunità ristretta, a condizione che tale visita sia effettuata entro 24 ore dall’ingresso. Per evitare che “l’idoneità alla vita di comunità ristretta possa essere esclusa, in via automatica, sulla base del mero accertamento di condizioni di tossicodipendenza dello straniero” si sollecitavano i Prefetti a “stipulare apposite convenzioni con i locali SerD”. Previsioni che hanno accresciuto gli attriti tra personale di polizia ed operatori sanitari esterni, aumentando in modo esponenziale le condizioni di disagio psicofisico che già caratterizzava gli “ospiti” dei centri di detenzione in Italia, con un diffuso ricorso a psicofarmaci, che la circolare Piantedosi ha evidentemente esasperato, se si scorrono le cronache di questi ultimi mesi. Senza nessun apprezzabile vantaggio per la sicurezza dei cittadini che tutti si vantano di proteggere attraverso l’attuale sistema dei centri per i rimpatri, mirato dal Viminale in particolare verso “soggetti ritenuti socialmente pericolosi” in modo affatto generico, sulla scorta di valutazioni che sono state censurate dai giudici per la loro eccessiva estensione. Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 21520 del 11 giugno 2026), non si può applicare alcun automatismo tra la ricorrenza di precedenti penali e la presunta pericolosità sociale, che va accertata sula base di un esame complessivo della personalità dello straniero, della sua condotta di vita e dei legami sociali e familiari, da compiersi caso per caso con il test di proporzionalità (Cass. pen. n. 8133/2026 e n. 8261/2026). Ed anche nel caso di soggetti ritenuti socialmente pericolosi non si può negare l’esercizio effettivo dei diritti di difesa e il pieno godimento del diritto alla salute. Per tutti valgono i divieti sanciti dall’art.19 del Testo unico sull’immigrazione n.286/98. Nessuno può essere espulso verso uno Stato in cui rischi persecuzioni per motivi di razza, sesso, orientamento sessuale, identità di genere, lingua, cittadinanza, religione, opinioni politiche o condizioni personali o sociali, né verso Stati dove non sia protetto dalla persecuzione (art. 19, comma 1).  Non è ammesso il respingimento, l’espulsione o l’estradizione se vi sono fondati motivi di rischio di tortura o trattamenti degradanti, considerando anche violazioni sistematiche dei diritti umani (art. 19, comma 1.1). Inoltre non possono essere espulse le persone con disabilità, anziani, minori, membri di famiglie monoparentali con figli minori, vittime di gravi violenze psicologiche, fisiche o sessuali, (art. 19, commi 2 e 2-bis). In tutti questi casi il trattenimento amministrativo nei CPR costituisce una vessazione disumana, una prassi illegittima, e risulta in contrasto con la normativa dell’Unione europea che in materia di rimpatri (Direttiva 2008/115/CE) stabilisce la fine della detenzione quando sia evidente che non ci siano possibilità di dare effettiva esecuzione alle misure di allontanamento forzato.

Le denunce sulle violazioni commesse ai danni dei detenuti all’interno dei CPR non mancano ed in futuro aumenteranno ancora. Il diritto alla salute previsto dall’art.32 della Costituzione non è negoziabile sotto il ricatto continuo di ritorsioni da parte delle forze dell’ordine, che da tempo esercitano pressioni indebite sugli operatori sanitari che non si allineano alle esigenze delle questure che vogliono un rapido espletamento positivo degli acertamenti sanitari. I capitolati di appalto stipulati dalle prefetture sono ancora pieni di clausole illegittime e spesso non vengono neppure applicati, ed in diversi casi sono stati annullati proprio per il mancato rispetto dei minimi standard sanitari. Già per questo motivo i CPR vanno chiusi, e non solo perchè rispetto alla spesa che comportano sono chiaramente inefficaci persino per chi si propone di aumentare il numero di rimpatri forzati da eseguire.

Si deve infine ricordare il silenzio assordante del Garante delle persone private della libertà personale, una istituzione di garanzia che fino al 2023 aveva svolto un ruolo di serrata critica rispetto alla gestione dei centri ed alle violazioni dei diritti dei detenuti, e che invece oggi non ha raccolto nessuna delle denunce sulla deumanizzazione della persona migrante all’interno dei CPR e sulla violazione delle norme procedurali. Già nel 2025 il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa riscontrava accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia nei confronti di cittadini stranieri trattenuti nei CPR visitati ad aprile del 2024, denunciando l’assenza di un monitoraggio indipendente su tali interventi da parte della polizia e la mancanza di un’accurata registrazione delle lesioni subite dai trattenuti o di una valutazione oggettiva della loro origine. Ma per l’atuale Garante, che sembra limitare il suo impegno al monitoraggio di qualche volo di accompagnamento forzato, persino in Egitto, sembra che il sistema dei centri per i rimpatri (CPR) sia completamente scomparso dai radar o, forse, che funzioni nel modo migliore.

Di fronte a questa situazione di stallo, aggravata dal comportamento omissivo delle autorità di governo che rendono sempre più difficile l’esercizio del diritto di visita nei CPR e i contatti con avvocati di fiducia, limitando anche il diritto alla comunicazione telefonica con l’esterno, occorre rilanciare una grande mobilitazione nazionale, sia sul piano delle campagne informative che negli interventi di prossimità con le persone detenute, garantendo ascolto e difesa effettiva dei loro diritti fondamentali, da riconoscere a qualunque persona, a prescindere dal suo stato di sogiorno legale o irregolare, come prescrivono i principi costituzionali da richiamare sulla base di quanto dettato dall’art. 2 del Testo unico sull’immigrazione n.286/98 per tutte le persone straniere comunque presenti sul territorio nazionale.


ARTICOLO 21

20 settembre 2026

Antigone: “I Cpr sono buchi neri della democrazia”

L’associazione Antigone è intervenuta sulla vicenda degli accertamenti sui medici che rilasciano i certificati di inidoneità al regime di trattenimento nei Cpr. Di seguito riportiamo il documento.

“Alcuni medici sono indagati o hanno subito perquisizioni in merito ai certificati di idoneità per l’ingresso di persone migranti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Il punto di partenza è per noi uno, ed è quello che richiama anche la Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili in un suo progetto: i CPR sono buchi neri della democrazia e del diritto. Luoghi dove le condizioni di vita sono durissime e dove sono chiuse persone con percorsi di vita dolorosissimi. Molti di loro hanno alle spalle storie di tortura subita. Detto questo, qual è il confine del lavoro di un medico? Deve ignorare la patogenicità della vita in un CPR o in un carcere? In campo medico può esistere un elenco di condizioni oggettive che rendono la permanenza in un luogo potenzialmente patogeno? E inoltre ogni persona non va valutata in base a diversi fattori tra cui la provenienza, la sua storia personale, i segni di possibili disagio o malattia, il luogo in cui si troverà recluso e l’impatto che questo potrebbe avere sulla sua salute generale? L’indagine che riguarda alcuni medici in Italia, addirittura con l’accusa per taluni di associazione a delinquere, rischia di compromettere l’indipendenza dei medici, ma anche la salute delle persone recluse. In casi borderline quanti accetteranno di firmare una inidoneità alla detenzione (penale o amministrativa che sia)? Quanto sta avvenendo è preoccupante e pone una serie di questioni che non possono essere sottovalutate”.


PRESSENZA

Mai più lager – NO ai CPR – Redazione Milano Pressenza

19 settembre 2026

CPR: nessuna persona è idonea (a essere torturata). La cura non è un reato


CNCA – Coordinamento nazionale comunità accoglienti

16 settembre 2026

No al CPR, né a Castel Volturno, né altrove.
Sì a Castel Volturno, laboratorio di umanità, diritti e giustizia sociale!

Sabato 24 ottobre, alle ore 13.00, mobilitiamoci
per una grande manifestazione nazionale a Castel Volturno.
Il 22 settembre organizziamoci da tutta Italia in una grande call nazionale online!

Dall’appello lanciato da mons. Pietro Lagnese è nata una grande alleanza unita dalla volontà di impedire che siano spesi 43 milioni di euro per la costruzione di un CPR a Castel Volturno.

In questi mesi ci siamo incontrati, abbiamo organizzato assemblee, concerti, catene umane.

Ora invitiamo tuttə ad unirsi alla nostra lotta, per dire con forza: NO AI CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE.

I CPR VANNO ABOLITI perché sono lager, luoghi disumani, di violenza fisica, psicologica, farmacologica e di morte, che nulla hanno a che fare con la sicurezza.

LA SICUREZZA CHE VOGLIAMO

Per noi l’urgenza è la sicurezza sociale, che non nasce dalla paura o dalla detenzione.

Nasce da comunità solidali, da servizi che funzionano, dall’ accoglienza, lavoro regolare, scuole aperte e vive, salute, case, spazi per stare insieme e cura del territorio.

Castel Volturno è la lente di ingrandimento con cui osservare le conseguenze di decenni di politiche migratorie razziste e fallimentari.

Ma è anche stata sempre un baluardo di promozione umana e resistenza.

Chiediamo che a Castel Volturno, come altrove, le risorse vengano utilizzate per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, la casa, le famiglie, le persone più fragili.

LA CURA DEL TERRITORIO E DELL’AMBIENTE

A Castel Volturno, come altrove, chiediamo la bonifica dei territori, la tutela dei fiumi, la difesa dei litorali, il contrasto agli sversamenti e all’abusivismo e la restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie

CAMBIARE STRADA PER UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE DIVERSA

Da Castel Volturno vogliamo ispirare il cambiamento: superare la logica del respingimento e della reclusione dei migranti attuata dal Patto europeo e dalla costruzione dei CPR.

Agiamo per la lotta alla povertà, gli ingressi regolari, il permesso di soggiorno, il diritto di asilo, l’accoglienza e la lotta allo sfruttamento.

Il NOSTRO È UN APPELLO APERTO A TUTTƏ: fedeli, laici, associazioni, sindacati, realtà sociali e ambientaliste, studenti, comunità migranti, amministratori e cittadini.

Nella diversità possiamo ritrovarci insieme con una convinzione comune:

Dignità, diritti, sicurezza devono camminare insieme, per tuttə.
No al CPR, né qui né altrove, no ai lager nelle nostre città, no a nuovi muri e fili spinati, no agli ecomostri.
Sì alla sicurezza sociale, sì alla cura delle persone e dell’ambiente.
Sì a Castel Volturno laboratorio di umanità, diritti e giustizia sociale.

Comitato regionale campano No CPR né qui né altrove!

All’iniziativa ha aderito anche il CNCA.