Il deserto dei diritti umani: dagli accordi di Abramo al Board of Peace di Trump la fine del diritto internazionale, mentre in Italia si avvicina una svolta autoritaria

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Non sappiamo quanto tempo potrà durare la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, di certo non sarà una guerra lampo come sperava Trump. Con la fine degli attacchi aerei, quando si passerà ai combattimenti sul terreno, non solo in territorio siriano, ma in Libano ed in altri paesi confinanti, al di là della possibile strumentalizzazione delle faide interne, e dell’ennesimo tranello teso dagli Stati Uniti ai kurdi, gli scontri in territorio iraniano avranno una durata indeterminata e potrebbero estendesi ai paesi confinanti. La “liberazione ” dello Stretto di Hormuz rimane ancora lontana.

Il conflitto contro l’Iran, una guerra di aggressione che sta coinvolgendo già dieci paesi, non potrà concludersi senza l’intervento diretto in campo delle forze armate israeliane e statunitensi, con il supporto logistico dei paesi del Golfo, sempre più legati alla necropolitica di Netanyahu e dei suoi sodali.

I rapporti di forza nell’area del Mediterraneo allargato e in Medio Oriente sono in continuo mutamento, come il sistema di alleanze che dagli Accordi di Abramo fino al Board of Peace di Trump ha visto i sunniti allearsi con Netanyahu e Trump contro gli sciti, in Palestina, nello Yemen, ed adesso in Iran. Ma dopo la probabile sconfitta sul terreno dell’Iran, in un tempo che oggi nessuno può prevedere, rimane forte il rischio di una serie di attacchi terroristici verso i paesi che si sono allineati dietro i progetti espansionistici di Israele, se non sul piano militare, con il supporto politico ed economico. Altre due conseguenze appaiono altamente probabili, indipendentemente da come si concluda il regolamento di conti di Netanyahu con il regime iraniano. I traffici commerciali con tutti i paesi coinvolti nel conflitto saranno rallentati, al di là della fine del blocco dello stretto di Hormuz, e diventeranno molto più onerosi, per economie occidentali già prossime alla crisi per effetto della guerra in Ucraina e della politica dei dazi di Trump. Mentre potrebbero aprirsi nuove vie di fuga per i migranti forzati in fuga dai conflitti, che tenteranno di raggiungere l’Europa sulla rotta balcanica, ma anche attarverso la Libia e la Tunisia. Questa maggiore pressione migratoria, in un momento in cui l’Unione europea tende ad esternalizzare le proprie frontiere, cancellando di fatto il diritto di asilo, si tradurrà in accordi con paesi di transito extra UE, e in operazioni sistematiche di respingimento collettivo, con forme diverse di detenzione arbitraria nei paesi terzi “sicuri”, o con deportazioni attraverso i cosiddetti “hub di rimpatrio” ubicati in questi paesi. Si verificherà così il completamento della militarizzazione delle frontiere europee, con il ricorso ad un imponente complesso militare ed informatico, per intercettare in mare o alle frontiere terrestri dei Balcani, oltre agli iracheni, gli afghani, i siriani, costretti alla fuga da anni, i nuovi migranti forzati provenienti dall’Iran e dal Libano. Sul piano interno il rischio terrorismo, che potrà essere facilmente strumentalizzato anche attraverso falsi allarmi, porterà all’abbattimento delle garanzie dello Stato democratico, con la legislazione dell’emergenza, pacchetti sicurezza dopo pacchetti sicurezza, e con la criminalizzazione del dissenso. Il recente Decreto legge 23/2026 in materia di sicurezza, appena entrato in vigore, costituisce un punto di svolta di non facile applicazione, ma che non si potrà superare nel breve periodo, ed apre ad una serie di duri scontri in Parlamento, nei territori e nelle sedi giudiziarie. Preoccupa anche il recente provvedimento in corso di approvazione (Disegno di legge “Romeo”) che permette di equiparare la critica ad Israele all’antisemitismo. Con lo stato di guerra permanente tutte le libertà democratiche sono a rischio.

2. Dobbiamo essere consapevoli di una nuova fase storica. Alla fine dell’equilibrio internazionale, sia pure imperfetto, basato sul multilateralismo e sulle Nazioni Unite, corrisponderà in tutti i paesi caratterizzati da governi di destra, dall’Ungheria di Orban all’Italia di Giorgia Meloni, il superamento del bilanciamento dei poteri dello Stato sancito dalle Costituzioni democratiche. Un processo già in corso da anni, che lo stato di guerra permanente su scala globale potrà accelerare con sviluppi imprevedibili. All’abbattimento della giustizia internazionale legata ad organismi delle Nazioni Unite (Corte internazionale di Giustizia, Corte Penale internazionale) corrisponderà la riduzione della autonomia della giurisdizione nazionale, quando i controlli di legittimità operati dai giudici sulla base di principi costituzionali potrebbero interferire con atti di rilievo politico, come si sta verificando in modo eclatante negli Stati Uniti di Donald Trump, ed in modo diverso in Gran Bretagna.

La caduta delle economie occidentali, conseguenza del nuovo conflitto mondiale, che ormai va dal Libano ai paesi del Golfo, passando per l’annessione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, corrisponderà ad un impoverimento della popolazione, con un aumento ovunque dei divari sociali, della conflittualità interna, con l’abbattimento delle garanzie del welfare (lavoro, sanità, abitazione, istruzione). Chi governerà in Europa e rimarrà legato agli interessi della grande finanza internazionale, delle compagnie tecnologiche ai fabbricanti di armi, non potrà fornire soluzioni democratiche su queste materie, e ricorrerà, come si sta già verificando in Italia, a misure repressive, con l’inasprimento delle pene e la moltiplicazione dei reati.

L’Unione europea appare sempre più divisa, e la posizione illuminata del premier spagnolo Sanchez sembra destinata a restare isolata, mentre l’internazionale nera alimenta ovunque flussi elettorali che potrebbero portare al governo partiti di estrema destra. Di fronte alle minacce di embargo di Trump, si vedrà chi in Europa sta dalla parte giusta della storia.

In Italia, per la progressiva transizione verso lo Stato di polizia e la “democrazia autoritaria”, si interverrà sulle regole del voto e sull’ordinamento della magistratura, che adesso, dopo la modifica della Costituzione, sarà modificabile anche con leggi ordinarie, dunque con il voto della sola maggioranza, come è previsto dalla riforma della giustizia sulla quale saremo chiamati a votare con un referendum i prossimi 22 e 23 marzo. Mentre si profila all’orizzonte una ennesima riforma del sistema elettorale che appare strettamente legata alla modifica degli organi di governo della magistratura, ed alla prospettiva della Repubblica presidenziale.

Si verificherà così, in contemporanea, uno svuotanento degli articoli 10 e 11 della Costituzione che sanciscono il ripudio della guerra e vietano la partecipazione ad organismi internazionali (come il Board of Peace) con limitazioni di sovranità non “in condizioni di parità“, e un corrispondente stravolgimento degli articoli della Costituzione sottoposti al referendum sulla Giustizia, in particolare gli articoli 102 Cost., che vieta giurisdizioni speciali come la nuova Corte di disciplina, 104 Cost., secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, con un organo di autogoverno come il CSM, 107 Cost. che afferma il principio della inamovibilità dei magistrati, e 110 Cost. che delimita i poteri del ministro della giustizia relativamente all’organizzazione e al funzionamento dei servizi giudiziari.

3. Come cittadini assistiamo impotenti al deflagrare dei conflitti nel mondo ed al moltiplicarsi di vittime innocenti, potendo sostenere soltanto azioni a carattere umanitario, laddove anche queste non vengano impedite con la forza, come si sta facendo nella Striscia di Gaza. Possiamo però renderci artefici direttamente di una controinformazione che riesca a smascherare gli imbrogli su cui si basa la propaganda di governo, e sviluppare tutte le possibili forme di aggregazione solidale, in un momento in cui la crisi travolgerà le componenti più deboli della popolazione. Dovremo anche impegnarci, nei limiti delle forze che ci ritroviamo accanto nel corpo sociale, per una partecipazione alla scadenza referendaria che blocchi il processo di degenerazione dello Stato democratico, un processo in corso con gli attacchi ricorrenti allo Stato di diritto (Rule of law) e con lo svuotamento del ruolo delle assemblee elettive, attacchi che potranno proseguire nella ulteriore fase della riforma della giustizia, che si dovrà completare attraverso leggi ordinarie votate a maggioranza, che potranno abbattere il principio di separazione dei poteri e dunque il fondamento della Costituzione democratica.


ADN KRONOS

4 marzo 2026

Iran, Sanchez risponde a Trump: “No alla guerra, non saremo complici per paura di rappresaglie”

Il premier spagnolo replica alle critiche del presidente Usa, che ha incolpato Madrid per il rifiuto di concedere l’utilizzo delle basi militari in Andalusia: “Siamo contrari a questo disastro”. Ue: “Pronti a difendere nostri interessi”


Pedro Sanchéz Perez-Castejón.

“La posizione della Spagna è la stessa che abbiamo avuto sull’Ucraina o su Gaza. 

No alla rottura di un diritto internazionale che protegge tutti. 

No a risolvere i conflitti con le bombe. 

In tre parole: no alla guerra. 

Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati. Ventitré anni fa gli Stati Uniti ci trascinarono in una guerra per eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. 

In realtà, produsse l’effetto opposto. La guerra in Iraq provocò un aumento drastico del terrorismo, una grave crisi migratoria ed economica.

Quello che sappiamo è che da questa guerra non uscirà un ordine internazionale più giusto. E non ne usciranno nemmeno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. 

Anzi, quello che per ora possiamo intravedere è più incertezza economica, aumento del prezzo del petrolio e anche del gas. 

Per questo, in Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone, per dare soluzioni ai problemi, non per peggiorarla. 

Ed è assolutamente inaccettabile che quei dirigenti che sono incapaci di assolvere a questo compito usino il fumo della guerra per nascondere il proprio fallimento e, nel frattempo, riempire le tasche di pochi, i soliti, gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili.

Alcuni diranno che è ingenuo puntare sulla diplomazia. L’ingenuità è pensare che la soluzione sia la violenza. O pensare che essere seguaci ciechi e servili significhi guidare. 

Io credo che questa posizione non sia affatto ingenua, ma coerente e, proprio per questo, non saremo complici di qualcosa che è male per il mondo, che è contrario ai nostri valori, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno. 

Perché noi abbiamo una fiducia assoluta nella forza economica, istituzionale e direi anche morale del nostro Paese, e perché in momenti come questo ci sentiamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli.

Non siamo soli, il governo è con chi deve stare: con i valori della Costituzione, dell’UE, con la Carta dell’ONU, con la pace.

Chiediamo a Stati Uniti, Iran e Israele tutta la responsabilità necessaria perché si fermino prima che sia troppo tardi. Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che cominciano i più grandi disastri dell’umanità”.


Il discorso integrale di Sanchez

Buongiorno, care concittadine e cari concittadini,

mi rivolgo a voi per informarvi della crisi che si è scatenata in Medio Oriente, della posizione del Governo di Spagna e delle azioni che stiamo mettendo in campo.

Come sapete, sabato scorso Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che a sua volta ha risposto bombardando in modo indiscriminato nove Paesi della regione e una base britannica situata in uno Stato europeo, a Cipro.

Desidero anzitutto esprimere la solidarietà del popolo spagnolo ai Paesi attaccati illegalmente dal regime iraniano.

Da allora le ostilità sono proseguite, se non addirittura aumentate, provocando centinaia di morti nelle case, nelle scuole, negli ospedali. Si sono registrati anche il crollo delle borse internazionali e gravi perturbazioni nel traffico aereo e nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava, fino a pochissimo tempo fa, il 20% del gas e del petrolio mondiale.

Nessuno sa con certezza cosa accadrà ora. Non sono chiari nemmeno gli obiettivi di chi ha lanciato il primo attacco.

Ma dobbiamo essere preparati, come affermano gli stessi promotori, alla possibilità che questa sia una guerra lunga, con numerose vittime e, quindi, con gravi conseguenze anche a livello globale, in termini economici.

La posizione del Governo di Spagna di fronte a questa congiuntura è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. E infine, no alla ripetizione degli errori del passato.

In definitiva, la posizione del Governo di Spagna si riassume in quattro parole: no alla guerra.

Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono già trovati qui prima. Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente. Una guerra che, in teoria, doveva eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che, col senno di poi, ha prodotto l’effetto contrario. Ha scatenato la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia vissuto dalla caduta del Muro di Berlino.

La guerra in Iraq ha generato un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un incremento generalizzato dei prezzi dell’energia e, quindi, anche del carrello della spesa e del costo della vita. Questo fu il “regalo” del trio delle Azzorre agli europei di allora: un mondo più insicuro e una vita peggiore.

È vero che è ancora presto per sapere se la guerra con l’Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli ayatollah in Iran o a stabilizzare la regione.

Ciò che sappiamo è che da questa guerra non nascerà un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. Al contrario, ciò che al momento possiamo intravedere è maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas.

Per questo dalla Spagna ci opponiamo a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone, per offrire soluzioni ai problemi, non per peggiorare la loro esistenza.

Ed è assolutamente inaccettabile che dirigenti incapaci di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per occultare il proprio fallimento e, al tempo stesso, riempire le tasche di pochi, i soliti di sempre. Gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili.

Di fronte a questa congiuntura, il Governo di coalizione progressista farà ciò che ha fatto in altri conflitti e in altre crisi internazionali.

In primo luogo, stiamo assistendo le cittadine e i cittadini spagnoli che si trovano in Medio Oriente e li aiuteremo a rientrare nel nostro Paese, se questo è naturalmente il loro desiderio. Il servizio diplomatico e le Forze Armate stanno lavorando giorno e notte per organizzare dispositivi di evacuazione.

È evidente che le operazioni sono molto delicate, poiché lo spazio aereo della regione non è sicuro e la rete aeroportuale è gravemente colpita dagli attacchi. Ma i nostri connazionali possono avere la certezza che li proteggeremo e che li riporteremo a casa.

In secondo luogo, il Governo di Spagna sta studiando scenari e possibili misure per aiutare famiglie, lavoratori, imprese e lavoratori autonomi, affinché possano mitigare gli impatti economici di questo conflitto, qualora fosse necessario.

Grazie al dinamismo della nostra economia e anche alla responsabilità della politica fiscale del Governo, la Spagna dispone in questo momento delle risorse necessarie per affrontare ancora una volta questa crisi.

Abbiamo la capacità, abbiamo la volontà politica e lo faremo insieme alle parti sociali, come abbiamo fatto durante la pandemia, la crisi energetica o, più recentemente, la crisi dei dazi.

In terzo luogo, collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i Paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale — due facce della stessa medaglia — appoggiandoli con le risorse diplomatiche e materiali necessarie.

Lavoreremo con i nostri alleati europei a una risposta coordinata e realmente efficace. E continueremo a impegnarci per una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati.

Infine, il Governo continuerà a esigere un cessate il fuoco e una soluzione diplomatica a questa guerra. E voglio dirlo con chiarezza: sì, la parola giusta è esigere. Perché la Spagna è un membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della Nato e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, riguarda gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli.

Per questo dobbiamo esigere da Stati Uniti, Iran e Israele che si fermino prima che sia troppo tardi.

L’ho detto molte volte e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità, perché è così che iniziano le grandi tragedie dell’umanità.

Ricordiamo che, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale nell’agosto del 1914, qualcuno chiese al cancelliere tedesco dell’epoca come fosse iniziata la guerra. E lui rispose, stringendosi nelle spalle: “Magari lo sapessi”. Magari lo sapessi.

Molto spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, per errori di calcolo, guasti tecnici, eventi imprevisti.

Dobbiamo dunque imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone.

Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia.

E noi dobbiamo agire con coerenza, difendendo oggi gli stessi valori che difendiamo quando parliamo di Ucraina, di Gaza, di Venezuela o di Groenlandia.

La domanda non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo, e tanto meno il Governo di Spagna.

La vera domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace.

La cittadinanza spagnola ha sempre ripudiato la dittatura di Saddam Hussein in Iraq, ma non per questo ha sostenuto la guerra in Iraq, perché era illegale, ingiusta e non ha risolto realmente quasi nessuno dei problemi che pretendeva di affrontare.

Allo stesso modo, noi ripudiamo il regime iraniano, che reprime e uccide brutalmente i propri cittadini, in particolare le donne.

Ma allo stesso tempo respingiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica.

Alcuni ci accuseranno di ingenuità per questo. Ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza. Ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle macerie. O che un seguire cieco e servile sia una forma di leadership.

Al contrario, ritengo che questa posizione non sia affatto ingenua: è coerente. E dunque non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e contrario ai nostri valori e ai nostri interessi, semplicemente per timore di eventuali ritorsioni.

Abbiamo una fiducia assoluta nella forza economica, istituzionale e, oserei dire, morale del nostro Paese. E in momenti come questo ci sentiamo più orgogliosi che mai di essere spagnoli.

Siamo consapevoli delle difficoltà, ma sappiamo anche che il futuro non è scritto, che la spirale di violenza che molti danno per inevitabile è in realtà evitabile e che l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra.

Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è così. Il Governo di Spagna sta con chi deve stare. Sta con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna sta con i principi fondativi dell’Unione Europea. Sta con la Carta delle Nazioni Unite. Sta con il diritto internazionale e, quindi, con la pace e la pacifica convivenza tra i Paesi.

Siamo inoltre insieme a molti altri governi che la pensano come noi e anche a milioni di cittadine e cittadini che in tutta Europa, in Nord America e in Medio Oriente chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità.

Perché la prima avvantaggia solo pochi.

La seconda avvantaggia tutti.

Grazie mille


ANSA

4 marzo 2026 ore 20:17

Madrid: ‘Smentiamo categoricamente la Casa Bianca, nessun accordo sulle basi’

“Lo smentisco categoricamente. Non è cambiata una virgola e non ho la minima idea a cosa si riferisca”: con queste parole, il ministro spagnolo degli esteri, José Manuel Albares, ha negato di aver autorizzato l’uso delle basi militari congiunte di Moron e Rota agli Stati Uniti, dopo quanto affermato dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leawitt, secondo cui Madrid avrebbe ascoltato il messaggio di Trump “accettando di cooperare con l’esercito degli Stati Uniti”. “C’è un accordo bilaterale e al di fuori del quadro di questo accordo non ci sarà l’uso delle basi”, ha tagliato corto Albares.


AGI

5 marzo 2026

Colpita petroliera americana in Kuwait. “Partita l’offensiva di terra dei curdi contro l’Iran”. Ma il governo smentisce

Teheran smentisce: “Non abbiamo sparato un missile contro la Turchia”