di Fulvio Vassallo Paleologo
Abstract
La riunione inaugurale del nuovo Board of Peace (BoP) del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si terrà a Washington, il prossimo 19 febbraio. Il BoP deriva da un voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che per porre fine al conflitto di Gaza, con la Risoluzione 2803(25) del 17 novembre, recepiva la Declaration for Enduring Peace and Prosperity adottata da Trump il 13 ottobre 2025 con i presidenti di Egitto, Turchia e Qatar. Anche se il mandato approvato a novembre dal Consiglio di sicurezza era limitato a Gaza e solo fino alla fine del 2027, nei successivi atti del Board non si fa più menzione di Gaza, confermando quanto segnalato anche dal Times of Israel, che gli Stati Uniti vogliono che il BoP o Consiglio per la pace possa operare a tempo indeterminato nella risoluzione di altri conflitti in tutto il mondo.
Il Board of Peace (BoP) è un’amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano comprensivo e in modo coerente con i principi giuridici internazionali pertinenti, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme. Anche se ha il compito di ricostruire Gaza, non ci sono palestinesi nel BoP. La rappresentanza palestinese è confinata a un livello inferiore chiamato Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto da tecnocrati che saranno supervisionati dal Board of Peace.
Mentre il mandato conferito al BoP dal Consiglio di sicurezza, come emerge dalla Risoluzione 2803(25), è molto limitato, il BoP costituito da Trump è un tentativo di creare un’egemonia personale in sostituzione delle Nazioni Unite. Forse anche al di là della durata del suo mandato presidenziale. Lo stesso Trump ha affermato infatti che il Board of Peace potrebbe sostituire nel tempo le Nazioni Unite.
E’ importante osservare come lo Statuto del BoP non preveda espressamente la presenza di “osservatori” e che la loro partecipazione è dunque frutto di una forzatura consentita dal suo ideatore, il Presidente degli Stati Uniti, per dimostrare al mondo un possibile modello alternativo rispetto all’ONU. Si potrebbe dire il sovranismo in salsa multilaterale, ma è quasi una contraddizione in termini.
La natura a tempo indeterminato della governance esterna ideata da Trump con il BoP, ed il suo stesso ruolo dominante, come plenipotenziario a vita, come l’ampliamento del suo campo di azione, sollevano questioni complesse in base al diritto internazionale consuetudinario con riguardo alla sovranità palestinese e all’applicazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949 che disciplinano i territori occupati. Inoltre, l’adesione “selettiva”a pagamento, quasi ad invito, al BoP, sollevano dubbi sui limiti della sua efficacia. Invece di garantire la stabilità, il Piano di pace Trump, fin qui ratificato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbe avere una applicazione assai conflittuale proprio a partire da Gaza. Si rischia ancora una volta, dietro le solenni affermazioni di pace, che neppure richiamano i principi del diritto internazionale affermati nella Carta dell’ONU, di scivolare dalla speculazione edilizia alla logica della forza con il ricorso alle armi, come purtroppo si verifica ancora oggi sul terreno, e quindi con una costante violazione degli obblighi derivanti dai più ampi principi universalisti che caratterizza(va)no il diritto internazionale, che potrebbe essere, dopo le Nazioni Unite, la vera vittima del disegno di “pacificazione” ideato da Trump.
La partecipazione dell’Italia, sia pure in veste di osservatore al “Board of Peace”di Trump costituisce una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, norma che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali “rivolte ad assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Le affermazioni di Tajani in Parlamento sul rispetto dell’art.11 della Costituzione si basano su una inerpretazione di parte, e parziale, della norma costituzionale come del resto si poteva attendere da chi afferma che il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”. Adesso anche la Costituzione “vale fino a un certo punto”, e può essere letta a convenienza se occorre subordinare il rispetto dei diritti dei popoli agli interessi economici di ristretti gruppi finanziari e dei paesi militarmente più forti.
La partecipazione di Giorgia Meloni, di Tajani o di un loro delegato, alla riunione inaugurale del nuovo Board of Peace di Trump va nella direzione opposta, perché si tratta di un organo internazionale che non garantisce condizioni di parità tra gli Stati partecipanti, a partire dal ruolo egemone che si è riservata la Presidenza degli Stati Uniti, e non promuove la giustizia fra le Nazioni, che è una condizione della pace tra i popoli garantita dalla Carta delle Nazioni Unite. Le attività di questo Board come previste dal suo Statuto, ormai al di fuori del mandato conferito dal Consiglio di sicurezza, infatti, appaiono incompatibili con la Carta dell’ONU e quindi con il dettato della Costituzione italiana e con il Trattato di Roma che istituisce la Corte Penale internazionale. Contrasto che risulta ancora più evidente per le personalità politiche che ne fanno parte e per i propositi annunciati da Trump, ai quali tutti i partecipanti dovranno allinearsi sulla base di una stretta alleanza con il premier israeliano Netanyahu, ancora ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, e principale responsabile del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in corso in Cisgiordania.
Occorre dire basta al ribaltamento dell’ordine mondiale, con l’esautoramento dell’Unione europea e degli organi internazionali di garanzia come la CPI, obiettivo dell’internazionale nera che è presente su entrambe le sponde dell’Atlantico. L’Europa intera, con la scontata eccezione di Orban e dei suoi seguaci, dovrebbe rispondere con determinazione per rilanciare il sistema operativo delle Nazioni Unite, a partire dal ruolo dei diversi Commissari ONU oggi sotto attacco, come Francesca Albanese, mentre altri sperimentano escamotage per aggirarne il mandato. Intanto le intese tra Trump e Putin sul conflitto in Ucraina costituiscono sotto un profilo economico-finanziario, oltre che politico e militare, un attacco potenzialmente letale non solo per le istituzioni euro-unitarie ma anche per le popolazioni che rappresentano, mettendo a rischio la pace e lo Stato di diritto. La soluzione negoziale del “consiglio di pace” ideata da Trump e Netanyahu sulla pelle del popolo palestinese potrebbe segnare la fine dell’Unione europea ed avere effetti a cascata su tutte le aree di conflitto nel mondo.
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1. La riunione inaugurale del nuovo Board of Peace (BoP) del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si terrà a Washington, il prossimo 19 febbraio. Il BoP deriva da un voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che per porre fine al conflitto di Gaza, con la Risoluzione 2803(25) del 17 novembre, recepiva laDeclaration for Enduring Peace and Prosperity adottata da Trump il 13 ottobre 2025 con i presidenti di Egitto, Turchia e Qatar. Anche se il mandato approvato a novembre dal Consiglio di sicurezza era limitato a Gaza e solo fino alla fine del 2027, nei successivi atti del Board non si fa più menzione di Gaza, confermando quanto segnalato anche dal Times of Israel, che gli Stati Uniti vogliono che ilBoP o Consiglio per la pace possa operare a tempo indeterminato nella risoluzione di altri conflitti in tutto il mondo. In realtà il mandato del BoP è stato subito esteso da Trump, fino a “promuovere la stabilità, restaurare un governo affidabile e legittimo, e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti”. Compiti che fino ad oggi spettavano al Consiglio di sicurezza, alle Nazioni Unite ed alle diverse agenzie ONU.
La Risoluzione del Consiglio di sicurezza autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP a costituire una Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF) temporanea a Gaza, da schierare sotto un comando unificato approvato dal BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e impone almeno sulla carta di adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario.
2. Il Board of Peace (BoP) è un’amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano comprensivo e in modo coerente con i principi giuridici internazionali pertinenti, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme. Anche se ha il compito di ricostruire Gaza, non ci sono palestinesi nel BoP. La rappresentanza palestinese è confinata a un livello inferiore chiamato Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto da tecnocrati che saranno supervisionati dal Board of Peace.
Il “Board of Peace”, che sarà presieduto a vita da Trump, che ne sarà rappresentante plenipotenziario, sarà composto da altri membri e capi di Stato, tra cui l’ex Primo Ministro inglese Tony Blair. I diversi paesi che lo costituiranno come membri permanenti dovranno pagare per l’ammissione un miliardo di dollari. Finora oltre 30 nazioni hanno manifestato la volontà di aderire, tra cui Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Vietnam. Probabilmente nel caso dei paesi più piccoli, si pensi al Kosovo, o con maggiori problemi economici, come nel caso dell’Egitto, potrebbero esserci dilazioni e sconti. Anche la Russia sta riflettendo sulla possibilità di aderire a questo nuovo organismo internazionale, che in caso di adesione di Putin diventerebbe ancora più alternativo rispetto alle Nazioni Unite.
Non sono previsti casi di partcipazione senza un concreto impegno finanziario e operativo. Il Presidente del BoP, dunque Trump, in base all’art.3.1 dello Statuto, “può rilasciare inviti alle organizzazioni regionali di integrazione economica pertinenti a partecipare ai lavori del Consiglio di pace in base a tali termini e condizioni che ritiene opportuni”. E’ importante osservare come lo Statuto del BoP non preveda espressamente la presenza di “osservatori” e che la loro partecipazione è dunque frutto di una forzatura consentita dal suo ideatore, il Presidente degli Stati Uniti, per dimostrare al mondo un possibile modello alternativo rispetto all’ONU. Si potrebbe dire il sovranismo in salsa multilaterale, ma è quasi una contraddizione in termini. Come risulta contraddittorio l’intero statuto del Board of peace, un “Consiglio per la pace” che non riconosce il fondamentale principio di uguaglianza tra i Popoli e gli Stati. Una frattura insanabile con il diritto internazionale generalmente riconosciuto e con i sistemi democratici stabiliti dalle Costituzioni nazionali in Europa.
3. Mentre il mandato conferito al BoP dal Consiglio di sicurezza, come emerge dalla Risoluzione 2803(25), è molto limitato, il BoP costituito da Trump è un tentativo di creare un’egemonia personale in sostituzione delle Nazioni Unite. Forse anche al di là della durata del suo mandato presidenziale. Lo stesso Trump ha affermato infatti che il Board of Peace potrebbe sostituire nel tempo le Nazioni Unite. Nel suo atto costitutivo mancano peraltro riferimenti espressi alla Carta delle Nazioni Unite in un momento in cui gli Stati Uniti fanno mancare il loro supporto finanziario a questa istituzione multilaterale ed alle sue agenzie come la FAO, l’UNHCR, l’UNICEF. La fine atroce, sotto le ruspe, dopo le bombe israeliane a Gaza, dell’UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente, costituisce la cartina di tornasole della illegalità internazionale sulla quale si basa nei fatti l’istituzione del BoP, una illegalità che si riflette sui futuri progetti faraonici di ricostruzione di Gaza, decisi dai grandi potentati economici internazionali, con la totale emarginazione della popolazione residente. Al di là delle minacciate prospettive di speculazione sul territorio di Gaza, dove rimangono sepolte sotto le macerie molte vittime, i piani militari di Trump sotto la spinta di Netanyahu sembrano preludere ad uno stato di conflittualità permanente a bassa intensità che potrà sfociare soltanto in una doppia occupazione militare, con una linea di confine assolutamente incerta sulla quale l’esercito israeliano continuerà ad uccidere impunemente per presunte ragioni di sicurezza. E la chiameranno pace.
4. Secondo il “Piano di pace” elaborato da Trump, a settembre dello scorso anno, Israele non dovrebbe occupare né annettere Gaza. Man mano che le Forza di Stabilizzazione Internazionale temporanea (ISF) garantiranno controllo e stabilità, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si dovrebbero ritirare in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra l’IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti. Le IDF cederanno progressivamente il territorio di Gaza che occupano alle ISF secondo un accordo che stipuleranno con l’autorità di transizione fino al loro ritiro completo da Gaza, fatta eccezione per una presenza di un perimetro di sicurezza. L’occupazione parziale di Gaza rimane quindi una prospettiva certa. Nel frattempo, l’Autorità Palestinese rimarrà in disparte, in attesa di riforme i cui dettagli specifici devono ancora essere finalizzati. Il mandato dell’ISF comprende anche la “distruzione” e la “prevenzione della ricostruzione” di “infrastrutture militari, terroristiche e offensive” compiti militari che vanno oltre il mero mantenimento della pace e che possono includere l’uso della forza armata.
Come è stato osservato, il mandato dell’ISF non solo solleva alcuni dubbi sulla base giuridica della risoluzione, ma rappresenta anche un serio rischio per le prospettive della transizione pacifica verso l’autogoverno palestinese e lo Stato che è pure previsto dalla risoluzione. In particolare, l’IDF potrà influenzare in modo determinante non solo il processo per il proprio ritiro, ma anche gli standard per il “controllo e la stabilità” dell’ISF a Gaza, che la risoluzione stabilisce come “prerequisito per il ritiro dell’IDF”, senza una chiara garanzia di coinvolgimento egiziano (o palestinese). Si osserva che questa previsione sembra “aprire la porta a un livello sbilanciato di influenza israeliana sull’attuazione del suo mandato da parte dell’ISF”. Si rimane comunque sul terreno dei rapporti di forza tra eserciti, senza risolvere il problema del disarmo e senza una effettiva incidenza di decisioni politiche o diplomatiche. Alla fine si rischia che tutte le decisioni che contano su Gaza vengano prese da Trump e Netanyahu, con un ruolo subalterno dell’Egitto e del Qatar, e con mediatori occasionali come la Turchia, tutti attori che hanno ben precisi interessi regionali, anche a scapito del popolo palestinese.
Gli sviluppi più recenti della situazione a Gaza e in Cisgiordania allontanano forse per sempre la creazione di uno Stato palestinese, ed ancora una volta una pessima soluzione transitoria in Palestina potrebbe rivelarsi una realtà permanente. Ma anche una miccia che potrebbe incendiare all’improvviso l’intero Medio Oriente.
Secondo quanto deciso dalle Nazioni Unite, sulla base del Piano di pace proposto da Trump, dopo che il programma di riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese sarà stato portato avanti e la “riqualificazione di Gaza” avrà registrato “progressi” non meglio definiti, soltanto allora, potrebbero finalmente crearsi le condizioni “per un credibile percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”. La Risoluzione 2803(25) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non richiama però tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sulla “Questione palestinese” dalla Risoluzione 242 del 1967 alla Risoluzione 2334 del 2016, che definiva illegali gli insediamenti israeliani, e definisce il futuro status giuridico di Gaza senza stabilire scadenze perentorie, o meccanismi di applicazione chiari che rimangono più oggetto di decisioni del BoP, che di ulteriori interventi delle Nazioni Unite. Si ratifica di fatto un’occupazione militare che è ancora in corso e che sembra destinata a durare, almeno in una fascia di rispetto e sicurezza all’interno della Striscia di Gaza. Manca qualsiasi seria prospettiva di demilitarizzazione dell’area, e si lascia campo libero a gruppi armati che potranno sfruttare la disperazione della popolazione, esclusa da qualsiasi canale di partecipazione.
5. La natura a tempo indeterminato della governance esterna ideata da Trump con il BoP, ed il suo stesso ruolo dominante, come plenipotenziario a vita, come l’ampliamento del suo campo di azione, sollevano questioni complesse in base al diritto internazionale consuetudinario con riguardo alla sovranità palestinese e all’applicazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949 che disciplinano i territori occupati. Inoltre, l’adesione “selettiva”a pagamento, quasi ad invito, al BoP, sollevano dubbi sui limiti della sua efficacia. Invece di garantire la stabilità, il Piano di pace Trump, fin qui ratificato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, potrebbe avere una applicazione assai conflittuale proprio a partire da Gaza. Si rischia ancora una volta, dietro le solenni affermazioni di pace, che neppure richiamano i principi del diritto internazionale affermati nella Carta dell’ONU, di scivolare dalla speculazione edilizia alla logica della forza con il ricorso alle armi, come purtroppo si verifica ancora oggi sul terreno, e quindi con una costante violazione degli obblighi derivanti dai più ampi principi universalisti che caratterizza(va)no il diritto internazionale, che potrebbe essere, dopo le Nazioni Unite, la vera vittima del disegno di “pacificazione” ideato da Trump.
In realtà, il cosiddetto BoP, “Consiglio per la Pace”, di Trump malgrado i richiami formali ai diritti umani, viola le basi del diritto internazionale e i valori fondamentali della democrazia perchè non esclude, ma anzi codifica il ricorso all’uso della forza nella risoluzione delle controversie internazionali. Di fatto, la situazione attuale di presenza delle forze armate israeliane all’interno della Striscia cancella qualsiasi possibilità di dare attuazione alle precedenti risoluzioni delle Nazioni Unite che hanno avuto ad oggetto i territori palestinesi occupati da Israele in Cisgiordania e la Striscia di Gaza, quadro geopolitico necessariamente connesso, che non si può scomporre in accordi separati. Sotto la guida di Trump, in posizione dominante nel BoP, a ratificare uno status quo frutto di una occupazione militare che non accenna ad attenuarsi, si ritrovano politici e imprenditori esponenti di governi non democratici, che non riconoscono la Rule of law, molti dei quali dichiaratamente anti-palestinesi, suprematisti e razzisti. Tra di loro anche i complici della pulizia etnica in Cisgiordania e del genocidio e della distruzione di Gaza da parte di Israele, che ora sarebbero chiamati a decidere sulla testa di oltre due milioni di palestinesi ancora presenti nella Striscia, dove gli aiuti arrivano a rilento, ed esiste una limitata libertà di circolazione.
La Risoluzione 2803/2025 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu costituisce premessa di un piano di guerra e non di pace, ed è dunque illegittima, anche perché viola i principi di pari partecipazione e di rispetto dei diritti umani sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, oltre a violare il diritto internazionale umanitario ed il diritto di autodeterminazione dei popoli. Come ha riconosciuto anche il ministro degli esteri Tajani, lo Statuto del BoP che assegna i pieni poteri al Presidente a vita Trump “autorizzato ad adottare risoluzioni o altre direttive, coerenti con questa Carta, per attuare la missione del Consiglio di Pace”, non riconosce il principio di uguaglianza tra gli Stati, e contempla il possibile ricorso alla forza in assenza di un voto delle Nazioni Unite, è in contrasto con la Costituzione italiana. Ma si sa, il diritto internazionale, e forse anche la Costituzione italiana, valgono “fino ad un certo punto”. Per lo stesso Tajani, infatti, “non possiamo restare fuori dalla ricostruzione di Gaza, anche questa è una chiave di lettura a proposito della nostra presenza da osservatori nel Board. E poi è giusto esserci perché è un’ulteriore conferma dell’impegno del governo per stabilizzare il Medio Oriente”. Una stabilizzazione che costituisce la pietra tombale sulla soluzione “due popoli, due Stati”, per lungo tempo sostenuta dalla Comunità internazionale, che però oggi, di fronte all’occupazione militare di Gaza ed alla pulizia etnica affidata ai coloni in Cisgiordania, appare una prospettiva irrealizzabile. La guerra permanente a bassa intensità viene così legittimata come il rimedio per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, anche se si propaganda un piano di pace.
6. In base all’art.10 della Costituzione, l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. L’Italia secondo l’art. 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
La partecipazione dell’Italia, sia pure in veste di osservatore al “Board of Peace”di Trump costituisce una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, norma che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali “rivolte ad assicurare “la pace e la giustizia fra le Nazioni”. La partecipazione di Giorgia Meloni, o di un suo delegato, alla riunione inaugurale del nuovo Board of Peace di Trump va nella direzione opposta, perché si tratta di un organo internazionale che non garantisce condizioni di parità tra gli Stati partecipanti, a partire dal ruolo egemone che si è riservata la Presidenza degli Stati Uniti, e non promuove la giustizia fra le Nazioni, che è una condizione della pace tra i popoli garantita dalla Carta delle Nazioni Unite. Le attività di questo Board, infatti, appaiono incompatibili con la Carta dell’ONU, risultando ormai al di fuori del mandato conferito dal Consiglio di sicurezza, e quindi con il dettato della Costituzione italiana e con il Trattato di Roma che istituisce la Corte Penale internazionale. Contrasto che risulta ancora più evidente per le personalità politiche che ne fanno parte e per i propositi annunciati da Trump, ai quali tutti i partecipanti dovranno allinearsi sulla base di una stretta alleanza con il premier israeliano Netanyahu, ancora ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, e principale responsabile del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in corso in Cisgiordania.
Anche la mera partecipazione senza diritto di voto ad un organismo al quale la Presidente del Consiglio non potrebbe partecipare a pieno titolo per contrasto con l’art.11 della Costituzione, come generalmente riconosciuto, costituisce legittimazione di un organo internazionale non democratico, nel quale il suo Presidente auto-nominato può ammettere o espellere i partecipanti, che si propone come alternativo rispetto agli organismi multilaterali già esistenti nell’ambito delle Nazioni Unite. La partecipazione di Giorgia Meloni, o di un suo delegato, dopo le espressioni di rammarico per non potere fare parte a pieno titolo del board a causa dei vincoli costituzionali, non ha basi legali, e risulta in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e con la persecuzione della finalità della pace che, secondo l’art.11 della Costituzione, deve costituire il fine ultimo degli organismi internazionali ai quali l’Italia partecipa. Appare infatti sempre più evidente il coacervo di interessi militari ed economici che stanno dietro il finto processo di pace su Gaza che Trump e Netantahu vogliono imporre al mondo. La presidente del Consiglio non ha ancora “pieni poteri” in materia di politica internazionale come vorrebbe ottenere con la riforma sul presidenzialismo. Giorgia Meloni e il suo governo hanno giurato sulla Costituzione italiana, un impegno che non possono tradire in nome della politica di subalternità alla attuale presidenza degli Stati Uniti.
7. L’Unione europea non può riconoscere alcuna legittimità ai progetti di svuotamento del ruolo delle Nazioni Unite, deve ribadire il rispetto del diritto internazionale, sancito nei Trattati, dei principi umanitari affermati nella Carta dei diritti fondamentali UE, e sostenere organismi come la Corte Penale internazionale, che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti del premier israeliano Netanyahu, e che oggi, anche attraverso la costituzione di questo nuovo organismo, si vorrebbe di fatto cancellare. La partecipazione ad un organismo che vede in posizione determinante il premier israeliano costituisce una ennesima violazione del dovere di cooperazione con la CPT da parte degli Stati firmatari dello Statuto di Roma. Nella “Posizione comune” del Consiglio UE del giugno 2001 si affermava che “i principi dello Statuto di Roma sono perfettamente in linea con i principi e gli obiettivi dell’Unione” e che “l’osservanza del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani è necessaria al mantenimento della pace e al consolidamento dello stato di diritto”.
L’Europa intera, con la scontata eccezione di Orban e dei suoi seguaci, dovrebbe rispondere con determinazione per rilanciare il sistema operativo delle Nazioni Unite, a partire dal ruolo dei diversi Commissari ONU oggi sotto attacco, come Francesca Albanese, mentre altri sperimentano escamotage per aggirarne il mandato. Occorre dire basta al ribaltamento dell’ordine mondiale, con l’esautoramento dell’Unione europea e degli organi internazionali di garanzia come la CPI, obiettivo dell’internazionale nera che è presente su entrambe le sponde dell’Atlantico. Intanto le intese tra Trump e Putin sul conflitto in Ucraina costituiscono sotto un profilo economico-finanziario, oltre che politico e militare, un attacco potenzialmente letale non solo per le istituzioni euro-unitarie ma anche per le popolazioni che rappresentano, mettendo a rischio la pace e lo Stato di diritto. La soluzione negoziale del “consiglio di pace” ideata da Trump e Netanyahu sulla pelle del popolo palestinese, in un momento in cui si registra una sostanziale convergenza tra lo stesso Trump e Putin, potrebbe segnare, con il tramonto delle Nazioni Unite, la fine dell’Unione europea ed avere effetti a cascata su tutte le aree di conflitto nel mondo.
COSA SI NASCONDE DIETRO IL BOARD OF PEACE DI TRUMP
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17.02.2026
Israel’s ‘land grab’ in the occupied West Bank
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17 febbraio 2026
A cura di Antonio Musella
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Abdel Ra’ouf Arnaout
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Almeno 12 palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza domenica, hanno detto funzionari palestinesi, mentre l’esercito israeliano ha dichiarato che gli attacchi hanno preso di mira Hamas per aver violato il cessate il fuoco di ottobre. L’agenzia di difesa civile ha dichiarato che un attacco aereo ha colpito una tenda di sfollati nel nord di Gaza mentre un altro ha preso di mira la città meridionale di Khan Younis.