I milioni di persone che scendono in piazza lo fanno per difendere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese ma anche le residue possibilità di vivere in democrazia e nel rispetto dello Stato di diritto
di Fulvio Vassallo Paleologo
Pubblicato su Libertà e Giustizia il 2 ottobre 2025
I milioni di persone che scendono in piazza lo fanno per difendere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, nonché le loro restanti possibilità di vivere in una democrazia e di vedere rispettato lo stato di diritto.
L’ampiezza della mobilitazione spontanea a sostegno delle diverse flottiglie che cercano di superare l’illegittimo blocco navale imposto alla Striscia di Gaza per fornire assistenza alla popolazione civile e aprire corridoi umanitari, esprime una coscienza collettiva più ampia. Lo sterminio del popolo palestinese, tollerato o favorito per troppo tempo dalla comunità internazionale, si inserisce in un processo degenerativo delle relazioni politiche, economiche e sociali in atto da anni nei paesi occidentali. I partiti populisti e nazionalisti sono in ascesa e, in nome del suprematismo e della discriminazione istituzionale, stanno demolendo le garanzie di libertà e pace su cui si fondavano, dopo la Seconda guerra mondiale, le costituzioni delle democrazie liberali e le convenzioni internazionali a tutela dei diritti umani. L’arrivo del presidente Trump negli Stati Uniti e l’attivismo dei suoi epigoni in Europa segnano un momento spartiacque, insieme all’innovazione tecnologica che ne rafforza il potere.
Il blocco navale al largo di Gaza, accentuato dalle intercettazioni in alto mare da parte delle forze armate israeliane, costituisce un’ennesima e gravissima violazione del diritto internazionale. In presenza di una deportazione forzata e di un genocidio di una popolazione civile, perpetrato anche attraverso la fame e la mancanza di cure mediche, con la distribuzione di aiuti sostanzialmente impedita in quella che è considerata una “zona di guerra”, cadono tutti i pretesti che potrebbero giustificare un blocco navale. Dalla Seconda Guerra Mondiale, non c’è stata alcuna parte del mondo “occidentale” in cui uno Stato sostenuto da una grande potenza come gli Stati Uniti abbia commesso violazioni così evidenti, che sono tuttavia tollerate dalla comunità internazionale, compresi molti paesi arabi, al di là delle loro critiche di facciata.
La Palestina è diventata così l’epicentro di un nuovo ordine mondiale che ha annullato le norme del diritto umanitario e i principi dello stato di diritto, delegittimando la giurisdizione interna e il diritto internazionale. I milioni di persone che, in tutto il mondo e in Italia, sono scese in piazza per difendere il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, difendono anche le loro residue possibilità di vivere in una democrazia rispettosa dello stato di diritto, attaccata com’è da nazionalismi e populismi, e di ridurre il rischio di una guerra totale, che oggi appare più vicina.
È evidente che il livellamento delle aspettative derivante dalle politiche di guerra comporta un trasferimento di risorse dallo Stato sociale all’economia di guerra, aumentando la povertà e le disuguaglianze di ricchezza all’interno del corpo sociale. Già oggi assistiamo a crescenti tentativi di frantumazione per decreto delle garanzie democratiche, emanati dai governi per contrastare le espressioni di dissenso, che avanzano anche attraverso tentativi di controllo degli organi giurisdizionali e di limitazione della libertà di stampa. In uno scenario così complesso e conflittuale, è impossibile escludere provocazioni e casi di infiltrazione. Tuttavia, la strumentalizzazione (peraltro scontata) di isolati casi di scontro non basterà certamente a spegnere un gigantesco impegno costituente, del tutto pacifico, che guarda a nuove solidarietà internazionali e alla difesa dei diritti fondamentali delle persone.
La giurisdizione nazionale, così come le corti internazionali, non hanno ancora sanzionato le gravissime violazioni commesse dalle autorità israeliane nei territori palestinesi occupati. Così come non è stata fatta giustizia per i crimini commessi contro i migranti. La critica pubblica di responsabilità e connivenze rilevanti, che ora deve essere sostenuta attraverso la comunicazione e la partecipazione, contro ogni forma di indifferenza o astensione, dovrà avere la forza di un verdetto di colpevolezza in un tribunale (sede giurisdizionale), almeno per quanto riguarda un ritorno al principio di realtà. È l’unico modo in cui sarà possibile vincere contro le ipocrite e mendaci affermazioni diffuse sul genocidio e la pulizia etnica in Palestina, e contro politiche basate sul ricorso alla guerra e all’autoritarismo per regolare la distribuzione delle risorse a livello globale e locale. Una resistenza permanente è necessaria per scardinare l’inevitabilità della repressione interna e dei conflitti armati, che sono lo strumento, e non solo una conseguenza, di un nuovo (dis)ordine mondiale.
Fulvio Vassallo Paleologo, 2.10.2025
Avvocato. È attivo nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo, in collaborazione con diverse ONG. È membro dell’Associazione Diritti e Frontiere, ADIF, e della rete di assistenza, ricerca e informazione Euro-African Migreurop, oltre a essere componente della campagna LasciateCientrare (contro i centri di detenzione per migranti).
Traduzione di Yasha Maccanico, ricercatore, Universita’ di Salerno, membro di Migreurop
Beyond the naval blockade: a collective consciousness
The millions of people who are taking to the streets, do so to defend the Palestinian people’s right to self-determination, alongside their remaining chances of living in a democracy and of the rule of law being respected.
The breadth of the spontaneous mobilisation in support of the different flotillas that are trying to overcome the unlawful naval blockade imposed upon the Gaza Strip to deliver assistance to the civilian population and to open up humanitarian corridors, expresses a wider collective consciousness. The extermination of the Palestinian people, tolerated or aided for too long by the international community, is part of a degenerative process in political, economic and social relations that has been underway for years in western countries. Populist and nationalist parties are on the rise and, in the name of suprematism and institutional discrimination, they are demolishing the guarantees of freedom and peace upon which the constitutions of liberal democracies and international conventions to protect human rights were erected, after the Second World War. The arrival of President Trump in the United States and the activism of his epigones in Europe mark a watershed moment, alongside the technological innovation that strengthens their powers.
The naval blockade off Gaza’s coast, emphasized by the Israeli armed forces’ interceptions in the high seas, constitutes an umpteenth and very serious violation of international law. In the presence of a civilian population’s forced deportation and genocide that is also enacted using hunger and a lack of medical care, with the distribution of aid essentially impeded in what is considered a “war zone”, all the pretexts that could justify a naval blockade have fallen. Since the Second World War, there has not been any part of the “western” world in which a state supported by a great power like the United States has committed such obvious violations, which are nonetheless tolerated by the international community, including many Arabic countries, beyond their criticism which is a façade.
Thus, Palestine has become the epicentre of a new world order that has cancelled the rules of humanitarian law and the principles of the rule of law, by delegitimising internal jurisdiction and international law. The millions of people who, around the world and in Italy, have taken to the streets to defend the Palestinian people’s right to self-determination, also defend their residual chances of living in a democracy that respects the rule law, attacked as it is by nationalisms and populisms, and of reducing the risk of a total war, which looks closer today.
It is obvious that the levelling of expectations resulting from war policies entails a transfer of resources from the social state to the economy of war, increasing poverty and wealth inequalities within the social body. Today, we already witness growing efforts to grind down democratic guarantees by decree, enacted by governments to counter expressions of dissent, which also advance through attempts to control jurisdictional bodies and restrict press freedom. In such a complex and conflictual scenario, it is impossible to rule out provocations and cases of infiltration. However, the instrumentalisation (that can be taken for granted) of isolated cases involving clashes will certainly not suffice to quench a gigantic constituent commitment, entirely peaceful, that looks towards new international solidarities and the defence of people’s fundamental rights.
National jurisdiction, as well as international courts, have not yet sanctioned the very serious violations committed by the Israeli authorities in the occupied Palestinian territories. Just like justice has not been done regarding crimes committed against migrant people. Public criticism of relevant responsibilities and connivances, which must now be supported through communication and participation, against any form of indifference or abstention, will need to carry the strength of a guilty verdict in a court of law, at least insofar as a return to the principle of reality is concerned. It is the only way in which it will be possible to win against the hypocritical and mendacious claims that have been spread about the genocide and ethnic cleansing in Palestine, and against policies based on resorting to war and authoritarianism to regulate the distribution of resources on both the global and local level. A permanent resistance is necessary to unhinge the inevitability of internal repression and of armed conflicts, which are the instrument, and not just a consequence, of a new world (dis)order.
Fulvio Vassallo Paleologo
Lawyer. He engages actively in the defence of migrants and asylum seekers, in cooperation with several NGOs. He is a member of the Associazione Diritti e Frontiere, ADIF, and of the Euro-African Migreurop network of assistance, research and information, as well as being a component of the LasciateCientrare campaign (against migrant detention centres).