Handala sotto sequestro: crimini in diretta streaming.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Alle ore 22,45 (ora italiana) di sabato 26 luglio, in acque internazionali ricadenti nella zona SAR (ricerca e salvataggio) egiziana, forze speciali dell’esercito israeliano hanno intercettato e sequestrato il peschereccio Handala della Freedom Flotilla ormai a sole 40 miglia da Gaza, dove doveva portare aiuti umanitari. Il sequestro è avvenuto con la complicità delle autorità egiziane che hanno rifiutato all’imbarcazione ed al suo equipaggio l’ingresso nelle loro acque territoriali. Sembra che nella stessa area fossero presenti anche unità militari italiane, nell’ambito della missione Mediterraneo Sicuro, con la fregata Carabiniere ed un elicottero. Nessuno ha rilevato il sequestro illegale operato in acque internazionali , anche ai danni di cittadini italiani, dalle autorità militari israeliane ?

L’intero equipaggio di Handala, che a mani alzate non ha opposto alcuna resistenza, è stato violentemente arrestato, le videocamere di bordo sono state spente, e si può temere adesso che i militari israeliani sottopongano i prigionieri, che avevano annunciato di non accettare cibo, a gravi violenze ed a trattamenti contrari alla dignità della persona. Tutte le comunicazioni con la Handala sono state interrotte, ed in queste ore si può presumere che l’imbarcazione e gli operatori umanitari a bordo siano sequestrati in un porto israeliano. Al di là di qualunque ipotesi di blocco navale della Strscia di Gaza per ragioni difensive e di sicurezza, nessuna norma di diritto internazionale autorizza attacchi a navi in libera navigazione in acque internazionali, cariche di aiuti umanitari per la popolazione civile. Il blocco navale imposto da Israele a Gaza è illegale. Il diritto internazionale del mare permette la libera navigazione in acque internazionali, salvo il caso nel quale si ravvisino potenziali attività terroristiche, ed il diritto di transito inoffensivo nelle acque territoriali (12 miglia dalla costa), a meno che questo non comporti attività illegali, o rischi per la sicurezza dello Stato (art.19 Convenzione UNCLOS di Montego Bay). La giurisdizione israeliana non si estende alle acque internazionali, dove è avvenuto il sequestro della Handala, al di là della cd. zona contigua (24 miglia dalla costa), nel senso che è solo in quest’ambito spaziale che possono essere effettuati controlli, che comunque non possono tradursi in attacchi armati contro persone indifese e non possono comportare sequestri di persona o atti lesivi della libertà e della dignità.

Le norme di diritto internazionale vanno rispettate anche in tempo di guerra, in base a quanto previsto dal diritto umanitario. Tutti gli atti del governo israeliano che si riverberano sulla morte per fame della popolazione di Gaza possono comunque rientrare nella definizione di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. Sullo sfondo il crimine internazionale di genocidio, ormai riconosciuto dalle Nazioni Unite. Secondo l’art.6 dello Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale internazionale, per crimine di genocidio si intende, tra le altre ipotesi, sottoporre deliberatamente persone appartenenti al gruppo a condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica, totale o parziale, del gruppo stesso. In base all’art. 7 dello stesso Statuto, si configurano come crimini contro l’umanità, oltre alla deportazione ed al trasferimento forzato della popolazione, l’Imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale in violazione di norme fondamentali di diritto internazionale e il «crimine di apartheid» per il quale s’intendono gli atti inumani di carattere analogo commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su altro o altri gruppi razziali, ed al fine di perpetuare tale regime. La Corte Penale internazionale ha infine competenza (art.8) sui crimini di guerra e tra questi rientra, oltre al trasferimento forzato della popolazione all’interno di un territorio occupato, affamare intenzionalmente, come metodo di guerra, i civili privandoli dei beni indispensabili alla loro sopravvivenza, compreso il fatto di impedire volontariamente l’invio dei soccorsi previsti dalle Convenzioni di Ginevra. In ipotesi di conflitto armato non di carattere internazionale, rientrano tra i crimini di guerra, come gravi violazioni dell’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, diversi atti commessi contro coloro che non partecipano direttamente alle ostilità, tra questi “violare la dignità personale, in particolare trattamenti umilianti e degradanti” e dirigere intenzionalmente attacchi contro personale, installazioni, materiale, unità o veicoli utilizzati nell’ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite. Infine, ai sensi dell’art.8 bis dello Statuto di Roma si configura come “Aggressione” il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato.

Come stabilito dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, base del diritto internazionale umanitario, e dai suoi Protocolli aggiuntivi, I e II che Israele non ha ratificato,  ciascuna Parte contraente è obbligata ad accordare il libero passaggio per qualsiasi invio di medicamenti e di materiale sanitario, come pure per gli oggetti necessari alle funzioni religiose, destinati unicamente alla popolazione civile, anche se nemica. Dovrà essere garantito pure il passaggio di qualunque invio di viveri indispensabili, di capi di vestiario e di ricostituenti riservati ai fanciulli d’età inferiore ai quindici anni, alle donne incinte o alle puerpere(art. 23). Le violazioni di queste norme sono da considerare come crimini di guerra.

Già lo scorso anno la Corte internazionale di giustizia ha ordinato ad Israele di agire in conformità agli obblighi convenzionali che vietano il genocidio ed e garantire un accesso senza ostacoli per gli aiuti umanitari e i servizi di prima necessità. Un ordine che il governo istraeliano continua a non rispettare.

Il fermo del peschereccio Handala,da parte di una unità della marina militare israeliana, la Shayetet 13, uscita dal porto israeliano di Haifa con l’ordine di “prendere il controllo della barca e di fermare le persone a bordo”ed il sequestro degli operatori umanitari, hanno configurato la reiterazione di crimini internazionali di fronte a telecamere che hanno diffuso in tutto il mondo immagini che non potranno essere cancellate.

Dopo il sequestro illegale avvenuto in acque internazionali da parte delle forze di occupazione israeliane, le persone a bordo della Handala sono state trasferite al porto di Ashdod. In luogo sono presenti avvocati del team legale Adalah e alcune delegazioni diplomatiche, che attendono di poter incontrare l’equipaggio. Per quanto risulta alle 14 di domenica 27 luglio, tuttavia, l’accesso non è stato ancora autorizzato.

Mentre rimane incerta la sorte delle persone di diversa nazionalità sequestrate dalle forze armate israeliane, occorre moltiplicare, oltre alla richiesta di un loro immediato rilascio, le denunce a livello internazionale, ma anche davanti alle giurisdizioni nazionali. La Corte Penale Internazionale ha recentemente confermato la sua giurisdizione sui crimini commessi dal governo israeliano, anche se Israele non aderisce allo Statuto di Roma. Vanno denunciate tutte le complicità politiche e militari, da quelle degli Stati Uniti di Trump, a quelle più nascoste dei governi europei. L’Italia continua a sostenere ancora Israele da un punto di vista militare ed economico, malgrado qualche dichiarazione opportunistica dei membri del governo.

E’ importante in questa prospettiva l’iniziativa degli Stati, per questa ragione il riconoscimento dello Stato di Palestina è un passaggio importante per la denuncia dei crimini commessi dal governo israeliano e per la fine della impunità che ne consente la prosecuzione. Saranno anche necessarie iniziative contro Israele da parte dello Stato di bandiera del peschereccio Handala, e dei paesi i cui cittadini sono stati sequestrati in acque internazionali dalle forze armate israeliane. Tutti loro dovranno avere la possibilità di costituirsi nei procedimenti già in corso davanti alla Corte dell’Aja. Sappiamo che la Corte Penale internazionale in questi ultimi mesi è sottoposta a forti pressioni internazionali per limitare la sua attività di indagine. E non si può dimenticare il suo fallimento nel procedimento per l’aggressione israeliana alla Mavi Marmara nel 2010, con l’uccisione di diversi operatori umanitari a bordo della nave, proprio mentre tentavano di portare aiuti a Gaza. Ma occorre comunque tentare tutte le vie della giustizia internazionale, fino a raggiungere le Nazioni Unite e la Commissione ONU per i diritti umani. Portare avanti le denunce è il miglior modo per contrastare i governi che vogliono cancellare il diritto internazionale e ridurre al silenzio gli organismi multilaterali che devono garantirlo.

Con i pochi mezzi a disposizione dei cittadini solidali, una comunità resistente diffusa in tanti paesi del mondo, bisogna diffondere su tutti i canali di informazione ancora indipendenti il maggior numero di notizie sul genocidio per fame in corso nella Striscia di Gaza, e sul blocco sistematico degli aiuti umanitari destinati alla popolazione civile. Che non sarà certo superato con qualche ora di tregua, o con i lanci dal cielo, mentre continua nella Striscia il tiro al bersaglio su persone affamate proprio quando cercano di raggiungere quel cibo che spesso diventa strumento di morte.


PRESSENZA ITALIA

27 luglio 2025

COMUNICATO STAMPA FREEDOM FLOTILLA ITALIA

L’esercito israeliano ha attaccato #HandalaHandala in acque internazionali e rapito 21 civili disarmati

La Freedom Flotilla Coalition conferma che la nave civile Handala, in navigazione per rompere l’illegale e genocida blocco imposto da Israele alla popolazione palestinese di Gaza, è stata violentemente intercettata dalle forze militari israeliane in acque internazionali, a circa quaranta miglia nautiche dalla costa.

Alle ore 11:43 (ora palestinese), le forze di occupazione hanno disattivato le telecamere a bordo della Handala e ogni comunicazione con l’equipaggio è stata interrotta.

La nave, disarmata e impegnata in una missione umanitaria, trasportava beni di prima necessità destinati alla popolazione civile: latte in polvere per neonati, pannolini, alimenti e medicinali.

L’intero carico era di natura civile e non militare, destinato alla distribuzione diretta ad una popolazione stremata dalla fame indotta e dal collasso sanitario provocato dal blocco.

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A bordo della Handala si trovavano 21 civili provenienti da 12 Paesi, tra cui parlamentari, avvocatə, giornalistə, sindacalisti, ambientalisti e difensorə dei diritti umani.

L’equipaggio comprende:

Stati Uniti:

Christian Smalls (fondatore dell’Amazon Labor Union),

Huwaida Arraf (avvocata per i diritti umani, Palestina/USA),

Jacob Berger (attivista ebreo-americano),

Bob Suberi (veterano di guerra ebreo statunitense),

Braedon Peluso (attivista e marinaio),

Frank Romano (avvocato internazionale e attore, Francia/USA).

Francia:

Emma Fourreau (eurodeputata e attivista, Francia/Svezia),

Gabrielle Cathala (parlamentare ed ex operatrice umanitaria),

Justine Kempf (infermiera di Médecins du Monde),

Ange Sahuquet (ingegnere e attivista per i diritti umani).

Italia:

Antonio Mazzeo (insegnante, ricercatore per la pace e giornalista),

Antonio “Tony” La Picirella (attivista per la giustizia climatica e sociale).

Spagna:

Santiago González Vallejo (economista e attivista),

Sergio Toribio (ingegnere e ambientalista).

Australia:

Robert Martin (attivista per i diritti umani),

Tania “Tan” Safi (giornalista e attivista di origini libanesi).

Norvegia:

Vigdis Bjorvand (attivista per la giustizia di 70 anni).

Regno Unito / Francia:

Chloé Fiona Ludden (ex funzionaria ONU e scienziata).

Tunisia:

Hatem Aouini (sindacalista e attivista internazionalista).

Poco prima dell’arrembaggio, l’equipaggio della Handala aveva annunciato che, in caso di detenzione, avrebbe intrapreso uno sciopero della fame e rifiutato ogni forma di cibo dalle forze di occupazione israeliane.

A bordo come giornalisti:

Marocco:

Mohamed El Bakkali (giornalista senior di Al Jazeera, con base a Parigi).

Iraq / Stati Uniti:

Waad Al Musa (cameraman e reporter di campo per Al Jazeera).

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L’attacco alla Handala rappresenta il terzo atto di aggressione israeliana contro missioni civili della Freedom Flotilla nel solo 2025.

A maggio, un drone ha bombardato la nave civile Conscience in acque europee, ferendo quattro persone e mettendo fuori uso l’imbarcazione.

A giugno, la nave Madleen è stata illegalmente sequestrata e dodici civili — tra cui un membro del Parlamento europeo — sono stati rapiti.

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Israele continua a ignorare le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che obbligano lo Stato occupante a facilitare l’accesso umanitario alla Striscia di Gaza.

Gli attacchi contro missioni civili e pacifiche rappresentano una gravissima violazione del diritto internazionale.

“Israele non ha alcuna autorità legale per detenere civili internazionali a bordo della Handala,” ha dichiarato Ann Wright, membro del comitato direttivo della Freedom Flotilla. “Non si tratta di una questione interna a Israele. Parliamo di cittadini stranieri che agivano nel rispetto del diritto internazionale e si trovavano in acque internazionali. La loro detenzione è arbitraria, illegittima, e deve cessare immediatamente.”

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Appello alla mobilitazione civile:

facciamo sentire la nostra voce

Chiediamo con forza ai ministri degli Esteri, alle ambasciate e alle autorità consolari dei Paesi coinvolti di attivarsi subito per la liberazione immediata delle persone rapite e per la condanna pubblica di questo atto vile, illegale e intimidatorio da parte delle forze di occupazione israeliane.

Invitiamo la cittadinanza a mobilitarsi ovunque:

• Scriviamo ai ministri e alle ambasciate

• Tempestiamo di email i rappresentanti politici

• Contattiamo la stampa, i giornalisti, le ONG

• Riempiamo i social di messaggi di denuncia

Ogni minuto di silenzio è complicità.

È il momento di agire, dal basso, con forza e dignità. La legalità non può essere sospesa ancora una volta quando si tratta di Palestina.

La libertà di Gaza passa anche dal mare.

Noi non ci fermeremo: continueremo a salpare fino a che la Palestina sarà libera.


Aggiornamento legale sul caso degli attivisti che si trovavano a bordo della nave Handala

ricevuto domenica 27 luglio ore 19

Fonte: Adalah Legal Center

Gli avvocati del team legale Adalah hanno incontrato 17 dei 21 attivisti detenuti presso il porto di Ashdod r nella vicina stazione di polizia israeliana.

Secondo le loro dichiarazioni, tutti si trovano in condizioni relativamente buone.

Le autorità israeliane stanno gestendo la loro custodia come se avessero fatto ingresso illegale nel Paese, insomma li hanno accusati di immigrazione clandestina, nonostante siano stati rapiti, prelevati con la forza da acque internazionali e condotti in Israele contro la loro volontà.

A ciascun attivista sono state presentate due opzioni:

Accettare la cosiddetta “deportazione volontaria”,

Oppure rimanere in detenzione e comparire davanti a un tribunale per la revisione della detenzione, in vista comunque della deportazione.

Attivisti che hanno accettato la deportazione e sono in procinto di essere espulsi e deportati da Israele nelle prossime ore:

Antonio Mazzeo (Italia)

Gabrielle Cathala (Francia)

Jacob Berger (Stati Uniti)

Attivisti che hanno rifiutato di firmare l’ordine di deportazione volontaria:

Rimangono in custodia e verranno presentati a un tribunale israeliano per la revisione della legittimità della loro detenzione:

Braedon Peluso (Stati Uniti)

Robert Martin (Australia)

Tania (Tan) Safi (Australia)

Justine Kempf (Francia)

Emma Fourreau (Francia/Svezia)

Antonio La Picirella (Italia)

Christian Smalls (Stati Uniti)

Chloé Fiona Ludden (Regno Unito/Francia)

Sergio Toribio Sanchez (Spagna)

Vigdis Bjorvand (Norvegia)

Hatem Aouini (Tunisia)

Santiago González Vallejo (Spagna)

Cittadini con doppia cittadinanza israeliana e statunitense:

Huwaida Arraf

Bob Suberi

Sono stati interrogati dalla polizia israeliana, rilasciati dalla custodia e attualmente si trovano con il team legale di Adalah.

Attivisti non ancora incontrati da Adalah, perché rappresentati da avvocati privati:

Ange Sahuquet (Francia)

Frank Romano (Stati Uniti/Francia)

Mohamed El Bakkali (Marocco, giornalista Al Jazeera)

Waad Al Musa (Stati Uniti/Iraq, cameraman Al Jazeera)


MO: LETTERA APERTA 34 EX AMBASCIATORI A MELONI, ‘RICONOSCERE SUBITO STATO PALESTINA’ =

Roma, 27 lug. (Adnkronos) – “L’iniziativa da assumere con urgenza, di altissimo significato politico e tutt’altro che meramente simbolica, è l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina, in vista della Conferenza internazionale sull’attuazione della soluzione e due Stati”. E’ l’appello contenuto in una lettera aperta alla premier Giorgia Meloni firmato da 34 ambasciatori in pensione – tra cui ex Direttori politici, ex ambasciatori alla Ue e alla Nato, in Cina, Regno Unito e Russia – nella quale si sottolinea: “Ci sono momenti nella storia in cui non sono più possibili ambiguità né collocazioni intermedie. Questo momento è giunto per Gaza”. “Ormai da molti mesi non ci sono più giustificazioni possibili o argomentazioni convincenti sulla condotta delle operazioni militari israeliane a Gaza. Gli esecrabili attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 non hanno più alcuna relazione, né quantitativa né qualitativa, con l’orrore perpetrato nella Striscia da Israele nei confronti della stragrande maggioranza di civili inermi, che non ha nulla a che vedere con il diritto di Israele all’autodifesa – denunciano – e che non è affatto improprio qualificare in termini di pulizia etnica, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina gli estremi del genocidio”

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La lettera aperta alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di 35 ambasciatori italiani

Lettera aperta alla Presidente del Consiglio dei ministri, On. Giorgia Meloni

Signora Presidente del Consiglio,

ci sono momenti nella storia in cui non sono più possibili ambiguità né collocazioni intermedie. Questo momento è giunto per Gaza. Ormai da molti mesi non ci sono più giustificazioni possibili o argomentazioni convincenti sulla condotta delle operazioni militari israeliane a Gaza. 

Gli esecrabili attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 non hanno più alcuna relazione, né quantitativa né qualitativa, con l’orrore perpetrato nella Striscia da Israele nei confronti della stragrande maggioranza di civili inermi, che non ha nulla a che vedere con il diritto di Israele all’autodifesa e che non è affatto improprio qualificare in termini di pulizia etnica, mentre la Corte Internazionale di Giustizia esamina gli estremi del genocidio.
Le flagranti violazioni dei diritti umani e della dignità delle persone, che non risparmiano bambini, donne, anziani, ammalati, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra, la costante inosservanza della legalità internazionale e del diritto umanitario – di cui il governo israeliano, come avviene per tutti i governi, dovrà rispondere – minano le stesse fondamenta della comunità internazionale e cancellano conquiste etiche maturate in decenni di consuetudini internazionali.

Le inaccettabili restrizioni per l’accesso umanitario a Gaza, la riduzione a livelli minimi inaccettabili, senza reali alternative, delle attività delle organizzazioni internazionali a favore di una sedicente fondazione umanitaria, stanno provocando migliaia di nuove vittime innocenti, che si aggiungono alle decine di migliaia già provocate dai massicci e indiscriminati bombardamenti israeliani in tutta la Striscia. 

In questi mesi abbiamo assistito a incessanti spostamenti forzati di popolazione da una parte all’altra della Striscia senza che ci fossero delle reali zone di protezione internazionale. Tutto ciò è avvenuto mentre tutte le infrastrutture di Gaza, necessarie anche solo alla sopravvivenza della popolazione, sono state sistematicamente distrutte, a cominciare dagli ospedali, per continuare con le scuole, le università, gli stessi campi profughi.

Dinanzi a tutto ciò, non servono più le dichiarazioni, pur necessarie, come quella firmata da 30 Ministri degli Esteri (ed una Commissaria UE) lo scorso 21 luglio, a cui l’Italia meritoriamente si è unita. Servono gesti politico-diplomatici concreti ed efficaci.

Dinanzi al ripetersi di eccidi e massacri di civili, chiediamo al Governo di adottare comportamenti conseguenti, in particolare i seguenti:

1. sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele;

2. sostenere in sede UE ogni iniziativa che preveda sanzioni individuali (restrizioni agli spostamenti internazionali e congelamento delle attività economico-finanziare e dei patrimoni) nei confronti dei Ministri israeliani – come Smotrich e Ben G’vir – che incoraggiano e appoggiano il moltiplicarsi degli insediamenti illegali e le violenze dei coloni in Cisgiordania;

3. unirsi al consenso europeo per la sospensione temporanea dell’Accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea.

L’iniziativa da assumere con urgenza, di altissimo significato politico e tutt’altro che meramente simbolica, è l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina, in vista della Conferenza internazionale sull’attuazione della soluzione e due Stati. Chiediamo al governo di ripensarci. Questa decisione confermerebbe che da parte italiana la prospettiva di «due popoli, due Stati» non è solo uno slogan privo di senso compiuto e di qualunque credibilità, ma che si tratta di un percorso negoziale da riprendere immediatamente. 

Le relazioni con Israele devono essere strettamente condizionate a questa prospettiva. L’eventuale annessione in tutto o in parte dei Territori palestinesi, ad esempio, dovrebbe comportare la radicale revisione delle relazioni diplomatiche con Israele.

Signora Presidente del Consiglio, i lunghi anni spesi nel servizio diplomatico, tenendo fede alla causa della pace e del dialogo, nello spirito dell’articolo 11 della Costituzione repubblicana, ci hanno spinto a rivolgerle questo appello, non potendo rimanere in silenzio ed inerti dinanzi alla sistematica negazione in atto da parte del governo israeliano di tutto quello in cui abbiamo creduto e per cui abbiamo svolto la professione diplomatica.

Firmatari in ordine alfabetico:

  1. Aldo Amati
  2. Antonio Armellini
  3. Marco Baccin
  4. Piero Benassi 
  5. Mario Boffo 
  6. Alberto Bradanini
  7. Giovanni Brauzzi
  8. Rocco Cangelosi
  9. Ino Cassini
  10. Rosanna Coniglio
  11. Antonio D’Andria
  12. Anna Della Croce
  13. Vincenzo De Luca
  14. Roberto Di Leo
  15. Pasquale Ferrara
  16. Giovanni Ferrero
  17. Giovanni Germano
  18. Luca Giansanti
  19. Aldo Mantovani
  20. Maurizio Melani
  21. Andrea Meloni
  22. Elio Menzione
  23. Laura Mirachian
  24. Enrico Nardi
  25. Ferdinando Nelli Feroci
  26. Claudio Pacifico
  27. Angelo Persiani
  28. Michelangelo Pipan
  29. Cristina Ravaglia
  30. Lucio Alberto Savoia
  31. Stefano Starace Janfolla
  32. Stefano Stefanini
  33. Pasquale Quito Terracciano
  34. Carlo Trezza
  35. Gianfranco Varvesi

RAI NEWS

18:25 27 Luglio

La decisione di Israele di incrementare gli aiuti umanitari a Gaza è stata presa in parte per evitare le sanzioni europee. Lo ha detto il Ministro Cohen

La decisione di Israele di incrementare gli aiuti umanitari a Gaza è stata presa in parte per evitare le sanzioni europee. Lo ha detto il ministro dell’Energia israeliano, Eli Cohen, secondo i media israeliani. “Hamas vuole raggiungere una situazione in cui vengano prese decisioni contro lo Stato di Israele sulla scena internazionale, per raggiungere l’obiettivo che la guerra finisca e continui a esistere”, ha dichiarato Cohen in un’intervista alla radio Reshet Bet di Kan, aggiungendo che Israele “non è caduto in questa trappola”. Cohen, che in precedenza ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri, afferma che “il Ministero degli Esteri ha tenuto incontri con le controparti in Europa e, per evitare le sanzioni europee contro Israele, si e’ deciso di accelerare questi passi”.

RAI NEWS

18:03 27 Luglio

Netanyahu:”Durante la pausa tattica le forze israeliane continueranno a combattere a Gaza. Saremo costretti a consentire l’ingress agli aiuti “

Durante la “pausa tattica” in corso a Gaza per consentire la consegna degli aiuti, Netanyahu afferma che le forze israeliane continuano a combattere a Gaza.

“Sia chiaro che raggiungeremo il nostro obiettivo e distruggeremo Hamas”, ha detto Netanyahu. “Per raggiungere l’obiettivo di sconfiggere Hamas e riportare a casa i nostri soldati rapiti, stiamo portando avanti i combattimenti e conducendo negoziati. Qualunque strada scegliamo, saremo costretti a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari essenziali”, ha aggiunto. Le dichiarazioni di Netanyahu sono arrivate pochi giorni dopo che ha ritirato la sua squadra negoziale da Doha, dove erano in corso i negoziati per il cessate il fuoco.

17:24 27 Luglio

Gb: pausa non basta, serve cessate fuoco e accelerare aiuti

La decisione di Israele di sospendere le operazioni militari per 10 ore al giorno in alcune zone di Gaza e di consentire nuovi corridoi di aiuti non e’ sufficiente ad alleviare le sofferenze nella Striscia. Lo dice il ministro degli Esteri britannico David Lammy in una nota.  

L’annuncio di Israele e’ “essenziale ma atteso da tempo” ha aggiunto Lammy, ma “l’annuncio da solo non può alleviare i bisogni di coloro che soffrono disperatamente a Gaza”. 

“Abbiamo bisogno di un cessate il fuoco che possa porre fine alla guerra, che gli ostaggi vengano rilasciati e che gli aiuti possano entrare a Gaza via terra senza ostacoli”.

11:03 27 Luglio

Media, a Gaza 38 morti in attacchi Israele dall’alba, 24 di loro in cerca aiuti

Sono 38 i palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza dal fuoco delle forze israeliane dall’alba e 24 di loro erano in attesa di aiuti umanitari. Lo riferisce Al-Jazeera, citando fonti ospedaliere.

10:38 27 Luglio

Idf spara su persone in fila per aiuti a Zikim, 7 morti

L’esercito israeliano ha ucciso questa mattina almeno sette palestinesi che aspettavano l’arrivo di camion con aiuti vicino alla postazione militare di Zikim, vicino alla citta’ di Beit Lahia, nel nord di Gaza. Lo ha reso noto l’ospedale Al Shifa. Sette i feriti dal fuoco dell’Idf, sempre secondo la fonte.