di Fulvio Vassallo Paleologo
Non bastavano gli attacchi del governo Meloni alla Corte Penale internazionale, dopo il rilascio del comandante Almasri ricercato dai giudici dell’Aja, una vicenda sulla quale le autorità italiane hanno chiesto diverse proroghe per ritardare la risposta ai quesiti posti dalla Corte, mentre procedono le attività di indagine del Tribunale dei ministri.
Adesso nel mirino viene messa la Corte europea dei diritti dell’Uomo, che in passato ha condannato in diverse occasioni i respingimenti illegali e i trattenimenti amministrativi non formalizzati, praticati dalle forze di polizia alle frontiere e nei centri Hotspot. Altre condanne dalla Corte di Strasburgo erano state inflitte all’Italia per il trattenimento in condizioni disumane nei CPR (centri per i rimpatri), o per il trattenimento di persone che non avrebbero dovuto essere rinchiuse in queste strutture. In passato l’Italia era stata condannata (caso Richmond Yaw) anche per il trattenimento amministrativo prolungato oltre i termini di legge, in assenza di qualsiasi base legale. Condanne che adesso potrebbero ripetersi a catena, come si è già verificato con l’Ungheria di Orban, a fronte delle pratiche di deportazione in Albania, e del ricorso alla detenzione amministrativa come strumento privilegiato per gestire una politica dei rimpatri che rimane fallimentare, sul piano dei risultati numerici, e sotto il profilo del mancato rispetto dei diritti umani delle persone sottoposte a procedure di detenzione pre-espulsiva, tra loro anche numerosi richiedenti asilo.
L’Italia e la Danimarca, secondo quanto si apprende dal sito Euractiv, starebbero chiedendo ad altri paesi europei di sottoscivere un documento che critica la Corte europea dei diritti dell’uomo per essere andata “troppo lontano” nell’interpretazione della legge, in particolare sulle questioni migratorie. Nella bozza del documento visto da Euractiv, i due paesi lamentano che alcune recenti decisioni della Corte di Starsburgo avrebbero esteso il significato della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo oltre i suoi originari intenti, limitando la loro capacità di “prendere decisioni politiche nelle nostre democrazie”. Un argomento consueto usato dagli esponenti dei partiti populisti per fare pesare il principio di maggioranza in decisioni che nello Stato democratico di diritto dovrebbero essere rimesse esclusivamente alla legge come applicata dal giudice, secondo quanto impone nel nostro ordinamento l’art. 101 della Costituzione.
Alcune fonti italiane avrebbero confermato l’esistenza del documento a Euractiv, aggiungendo che sarebbe ancora oggetto di valutazione la sua firma. L’obiettivo, sarebbe quello di una Convenzione EDU interpretata in modo da riflettere meglio le “sfide della moderna migrazione irregolare”, perchè “quello che una volta era giusto potrebbe non essere la risposta di domani”. Corrispondono a questi intenti le posizioni del partito popolare europeo della presidente della Commissione Von der Leyen che ha chiesto una revisione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati per allinearla al “mondo attuale”. Posizioni che al di là della svolta repressiva del nuovo cancelliere Merz in Germania, incalzato dai neo-nazisti dell’AFD, potrebbero portare l’Unione europea ad una gravissima crisi politica, se non ad una frattura definitiva. Senza diritti umani, senza diritto di asilo, non ci potrà essere più Unione europea.
Il documento promosso da Italia e Danimarca sarebbe ancora aperto in vista della raccolta di altri firmatari e dovrebbe essere pubblicato nelle prossime settimane, dopo mesi di crescenti richieste di rivedere o reinterpretare i quadri giuridici internazionali di vecchia data, in particolare quelli relativi alla migrazione. Tra i potenziali firmatari figura il gruppo informale di paesi dell’UE interessati ad un inasprimento delle normative sulle migrazioni, che l’Italia e la Danimarca hanno promosso e presieduto nel corso dell’ultimo anno, in vista dei vertici dei leader europei. Si tratta di Repubblica ceca, Finlandia, Polonia e Paesi Bassi. Ma non si può dimenticare che l’Italia è stata anche principale promotrice del gruppo dei paesi mediterranei (Spagna, Malta, Cipro, Grecia) che si è cercato di aggregare per sollecitare a livello europeo l’anticipazione dei Regolamenti che devono ancora entrare in vigore a seguito del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo dello scorso anno, a partire dalla lista comune dei paesi di origine “sicuri”. Una questione sulla quale si avvicina l’atteso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Unione europea, sulla quale si sta cercando di esercitare pressioni, riunendo un gruppo ancora più ampio di paesi che sono intervenuti nel giudizio, in linea con il governo Meloni, per imporre una definizione estensiva della definizione di “paese di origine sicuro”, anche quando siano riscontrabili diffuse violazioni dei diritti umani.
Nell’ultimo incontro con il premier greco Kyriakos Mitsotakis, che si è svolto a Villa Pamphilj a Roma .L’intesa sull’attacco alla Corte europea dei diritti dell’Uomo non sarà mancata. Anche la Grecia ha subito diverse condanne dalla Corte di Strasburgo per molteplici casi di detenzione amministrativa in condizioni disumane e sistematici respingimenti illegali. Giorgia Meloni ha dichiarato di lavorare “per consolidare un cambio di approccio che in Unione europea si sta manifestando nei confronti dei flussi migratori”. Evidentemente i diritti umani, e le Corti internazionali che ne potrebbero garantire l’effettivo riconoscimento, danno fastidio a governi che, non solo in materia di trattenimento amministrativo e rimpatri forzati, stanno cercando in tutti i modi di ridurre la portata dei controlli giurisdizionali anche sul piano del diritto nazionale, a vantaggio dei poteri dell’esecutivo e delle forze di polizia. Ma l’insistenza di Giorgia Meloni e del suo governo sull’inasprimento delle politiche migratorie sta portando l’Italia all’isolamento nell’Unione europea, malgrado il residuo sostegno della Commissione. Non potranno che risultare vani gli sforzi per dimostrare un ruolo guida che non potrà essere riconosciuto ad un governo che, sui dossier economici e in materia di sicurezza, è più vicino al trumpismo globale che ai nuovi equilibri che si stanno costruendo a Bruxelles. Di certo nell’ottica delle politiche di rimpatrio, tanto importanti per l’Unione europea, i risultati conseguiti dall’Italia, anche con il Protocollo Italia-Albania, sono fallimentari.
Mentre si continua a lavorare per svuotare il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, nella prospettiva di accordi bilaterali, come nel caso del recente viaggio del ministro Piantedosi in Pakistan, dopo gli accordi con paesi come l’Egitto, la Libia e la Tunisia, e si rilancia il logoro rituale alla difesa dei confini nazionali, persone innocenti , anche bambini di pochi anni, continuano a morire, in mare e nei paesi di transito, per effetto di precise scelte politiche che non si potranno più nascondere dietro i richiami alle responsabilità degli scafisti ed alla lotta ai trafficanti nell’intero globo terracqueo.
Con la delegittimazione della giustizia internazionale e con accordi con paesi che non rispettano i diritti umani non si arrestano gli arrivi di migranti, ma si garantisce soltanto impunità a chi abusa, in mare ed a terra, di persone costrette a vario titolo a migrazioni forzate. E al di là dei tentativi di normalizzazione si favoriscono, soprattutto nei paesi di transito, come la Libia, conflitti interni e scontri armati che potrebbero estendersi anche a livello regionale. La storia insegna che la negazione dei diritti umani porta inevitabilmente alla moltiplicazione dei focolai di guerra.
EURACTIVE
May 12, 2025
EXCLUSIVE: Denmark and Italy seek support to rein in European human rights court
The aim, Italian sources said, is to start a conversation on how the human rights convention is interpreted, one that better reflects the “challenges of modern irregular migration.”
STATEWATCH
12 May 2025
Deportation camps: EU member states want to “prevent judicial scrutiny”
Agreements between the EU and non-EU states on so-called “return hubs” should be “framed in flexible way” to “prevent judicial scrutiny.” This is according to a document produced by the Polish Presidency of the Council in February, obtained and published by Statewatch.
Deportation camps in non-EU states
The EU aims to set up so-called “return hubs” – deportation camps – in non-EU states, mirroring the failed plan launched by the UK with Rwanda.
The European Commission’s recently-proposed deportation law includes provisions on “return to a third country with which there is an agreement or arrangement.”
The deportation camps would be “for persons who are illegally staying in the EU and have received a final return decision,” according to the European Commission.
The idea is to get people off EU territory as swiftly as possible, even when they cannot be removed to their country of origin.
“Prevent judicial scrutiny”
A February paper (pdf) circulated by the Polish Presidency of the Council of the EU to member state delegations in the Strategic Committee on Frontiers, Immigration and Asylum (SCIFA) sought to frame discussions prior to the publication of the Commission’s proposal.
Amongst other things, it says:
“The prevailing position [amongst member states] is to have the legal basis framed in a flexible way that would also allow for more tailor-made applications in agreement with the potential host countries of the hubs and would prevent judicial scrutiny that could put the implementation of this innovative solution at risk.”
The Italy-Albania plan
This may be a veiled reference to the situation in Italy, where judges have repeatedly ruled that the Meloni government’s plan to deport people to purpose-built camps in Albania is illegal.
Faced with this judicial insistence on respect for Italian and international law, the Italian government “passed a decree-law that turned its detention centers in Albania into deportation hubs,” note Border Violence Monitoring Network (BVMN).
This led to incidents of self-harm by those removed to Albania, including multiple attempted suicides.
“According to Italian grassroots network NO AI CPR, people locked up in Gjäder have their phones confiscated, and are allowed only a few minutes of phone calls—far too few to speak with their lawyers,” BVMN also reported.
“Families have no contact with them and have been trying to contact NO AI CPR for any news related to their relatives,” the report says.
“People are locked in cells inside containers, and meals are left outside the doors. The bathroom facilities only provide scalding hot water making it impossible to use.”
Human rights standards
The Commission states that a “return hub” deal could “only be concluded with a third country where international human rights standards and principles in accordance with international law, including the principle of non-refoulement, are respected.”
There should also be “specific conditions to ensure the respect of the fundamental rights of the persons concerned.”
Many are likely to see any such commitments as worth less than the paper they are written on – particularly if member states’ get their way in preventing judicial scrutiny of any such deals.
“A difficult endeavour”
The Polish Presidency notes that finding countries “willing to host such return hubs will surely be a difficult endeavour.”
Doing so will require “close engagement of the Member States, the Council, the Commission, the EEAS [European External Action Service], agencies and other relevant actors in providing appropriate incentives, balancing out costs and benefits as well as envisaging further steps,” says the document.
Any location that is proposed for a deportation camp, however, should be far from the EU’s borders, the Presidency notes: “there seems to be an agreement that return hubs should not be located in the proximity of the EU’s external borders, to avoid causing secondary irregular migration back to the EU.”
Chris Jones, Statewatch Director, comments:
“If you’re ever tempted to think that the EU and its member states can’t sink any lower on migration policy, there’s always going to be something hidden in the woodwork to make you think again – for example, a proposal to prevent the courts examining the legality of extraterritorial deportation camps.
The idea of such camps – “return hubs” in the sanitised Brussels jargon – is itself morally and politically abhorrent. It appears to be legally problematic as well. After all, if a deportation camp on foreign soil were legally sound, what would be the problem with the courts examining it?”
AGI
22 maggio 2025
La lettera dell’Italia e altri 8: “Aprire un dibattito sulla Corte europea dei diritti dell’uomo”
L’appello congiunto di Italia e Danimarca durante l’incontro tra Giorgia Meloni e Mette Frederiksen
Italia e Danimarca lanciano un appello congiunto per aprire un dibattito a livello europeo sul futuro delle convenzioni internazionali in materia di migrazione. Lo hanno annunciato oggi, al termine di un incontro a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro danese Mette Frederiksen
EURONEWS
24 maggio 2025
Il Consiglio d’Europa risponde a Meloni e Frederiksen: “No a pressioni politiche sulla Cedu”
Fortunato Pinto
Il segretario generale del Consiglio d’Europa risponde alla lettera siglata da nove Paesi europei. I nove governi hanno chiesto una modifica della Convezione dei diritti dell’uomo in materia migrazioni. Duro il commento di Berset: “Il dibattito è salutare, ma non lo è politicizzare la Corte”
LA STAMPA
27 Maggio 2025
La tutela dei migranti contro l’ira dei governi
Vladimiro Zagrebelsky