di Fulvio Vassallo Paleologo
1. Il vertice di Parigi e le dichiarazioni di Giorgia Meloni prima della sua partenza, perchè nulla ha dichiarato alla fine della riunione informale indetta da Macron, rendono evidente il doppio fallimento dell’Unione europea e la contraddizione eclatante di una presidente del consiglio che riceve ancora sostegno dagli Stati Uniti sulle politiche migratorie e sulla riforma della giustizia, ma che proprio per questa ragione non può avere alcun ruolo a livello europeo quando si tratta di difendere lo Stato di diritto e le democrazie liberali o di trovare una politica comune della difesa di fronte al conflitto russo-ucraino.
Fallisce il vertice di Parigi nato sull’asse bellicista di Macron e di Starmer, anche per l’abbandono frettoloso del (quasi ex) premier tedesco Scholz, alla vigilia di una scadenza elettorale che segnerà l’avanzata del’AFD e il condizonamento della politica tedesca ad opera di un partito neonazista, ritenuto interlocutore privilegiato da Trump e da Musk, in nome della lbertà di opinione che diventa libertà di professare, ed applicare, politiche improntate al suprematismo bianco ed alla discriminazione razziale.
2. L’Unione europea, che sembra trovare accordi soltanto sulle politiche di espulsione dei migranti, ormai è un mero simulacro, come è emerso anche dall’assenza di Orban, che da Budapest, durante il vertice di Parigi, non ha cessato di delegittimare gli sforzi di una parte soltanto degli Stati membri per diventare, almeno a livello negoziale, un soggetto unico nei confronti della Russia e degli Stati Uniti. Una Unione Europea che da anni cerca di raggiungere intese su politiche di guerra e di armamenti, senza riuscirci, e che non ha neppure una politica estera comune, è fatalmente destinata al fallimento. Non ci sarà alcun posto al tavolo per la pace, ammesso che ci si arrivi, per Stati che cercano in vario modo di mantenere i vantaggi acquisiti sul terreno del commercio globale e della sicurezza militare, sulla base di rapporti bilaterali. Come non ci sarà alcun vantaggio per il governo Meloni, e per l’Italia, che si erano proposti come mediatori nei rapporti con i nuovi vertici statunitensi, ma che oggi sono scavalcati dai rapporti diretti instaurati, proprio nei giorni che hanno preceduto il vertice di Parigi, da Macron e da Starmer. Che sembrano già pronti a mandare loro truppe in Ucraina, per garantire la pax russo-americana. Ma questa non sarebbe più Unione europea, una istituzione che si potrebbe dissolvere di fatto se non si arriverà al più presto ad una politica estera comune, che comprenda anche la dimensione della difesa, verso accordi di pace, ed un controllo effettivo europeo sulla industria bellica e sul commercio degli armamenti da parte degli Stati membri. Quello che non si è riusciti a fare negli ultimi anni dopo la crisi della pandemia, che nel 2020 aveva visto almeno un sussulto di solidarietà e di riconversione ambientale, non potrà essere recuperato in poche settimane, ma la direzione è quella. In direzione diversa, alla mercè delle grandi potenze, con la fine del multilateralismo, presto non ci sarà più Unione europea, o ne resterà solatnto una gigantesca burocrazia, neppure buona per regolare conti economici, e incapace di rappresentare le istanze dei cittadini europei.
3. I risultati addotti dal governo Meloni in materia di contrasto della mobilità migratoria, come tutti i dati economici sbandierati per un successo di Giorgia Meloni, sono frutto di disinformazione e propaganda. Come si verifica ormai sistematicamente, dal calo della produzione industriale e dalle politiche del lavoro alle politiche di contenimento degli arrivi di migranti, anche attraverso l’abbandono in mare, la lotta al soccorso civile e le deportazioni in Albania. Basti pensare alle vittime degli accordi con Tunisia e Libia, non solo in mare ma anche nei deserti africani, al fallimento dele politiche di ingresso legale (attraverso i decreti flussi) che lasciano in condizioni di irregolarità un numero di lavoratori stranieri già presenti in Italia, in numero ampiamente superiore rispetto alla pretesa diminuzione dei cd. sbarchi. Che”sbarchi di clandestini” non sono, perchè si tratta di attività di soccorso obbligato in mare e di accoglienza doverosa dei richiedenti asilo, seconde regole date dall’Unione europea. Come è del tutto errato paragonare il modello Albania, già fallito nei fatti e nelle aule di tribunale, ai rimpatri che la Germania, in pochi limitati casi di persone già con gravi condanne penali, ha operato verso paesi terzi che neppure sono qualificabili come paesi di origine sicuri. Giorgia Meloni si dimostra ogni giorno di più incapace di riconoscere i fatti e di rispettare le norme di diritto internazionale. Come è emerso in modo evidente nel caso Almasri, sul quale è stata aperta una procedura contro il nostro paese dalla Corte penale internazionale. Ogni intervento della presidente del Consiglio in materia di immigrazione offre un esempio di lampante incapacità di gestire i dossier che i suoi “esperti “le preparano. Dalla Conferenza di Cutro nel 2023 ad oggi, sui temi della migrazione e dell’asilo, o fugge, o racconta fatti non veri in un quadro normativo che viene sistematicamente smentito dai Tribunali.
Se il governo Meloni vuole tanto la legalità internazionale nella lotta all’immigrazione irregolare, dovrebbe cominciare a schierarsi dalla parte degli organismi come la Corte Penale internazionale e la Corte di Giustizia dell’Unione europea, che garantiscono a livello sovranazionale la sanzione delle violazioni delle Convenzioni internazionali e delle regole dello Stato di diritto. Che in Italia significherebbe rigoroso rispetto dei principi costituzionali, anche nei rapporti tra esecutivo e magstratura, senza quelle forzature che costituiscono la cifra quotidiana dell’azione di governo e senza rotture istituzionali come la riforma della giustizia e lo scempio dell’autonomia differenziata.
4. Il progetto europeo, degradato dagli interessi nazionali in conflitto e dall’influenza massiccia dei media in mano ad una ristretta elite di tecnocrati, ormai innervata nell’amministrazione Trump, si potrebbe salvare soltanto se si ritornasse ai valori fondativi dell’Unione europea, ammesso che ci sia ancora il tempo, con una nuova Costituzione europea, che restituisca ai cittadini poteri di rappresentanza, valorizzando il ruolo del Parlamento europeo e superando il principio della unanimità, che ancora oggi sta bloccando il funzionamento del Consiglio e della Comissione. Una nuova Unione europea che sarebbe tutta da rifondare anche se alcuni paesi che non intendono rispettare le regole dello Statio di diritto, o che, come l’Ungheria, condividono le politiche autoritarie di Trump e di Putin, non ne vorranno fare parte. Sarà ancora Unione europea solo se si potranno affermare i valori del primato della legge, l’eguaglianza e la non-discriminazione, il pluralismo dell’informazione, la separazione dei poteri, i diritti fondamentali per cittadini ed immigrati, con la salvaguardia effettiva del diritto allla protezione internazionale, con il pieno rispetto delle pari opportunità e dei diritti dei lavoratori. Non sarà Elon Musk a dettare i tempi ed i contenuti della riforma della giustizia in Italia. E non saranno le attività illegali di spionaggio che freneranno le iniziative della società civile e la libertà di informazione garantita dall’art.21 della Costituzione italiana. Come non saranno i centri di detenzione in Albania che aumenteranno il numero dei rimpatri con accompagnamento forzato effettivamente eseguiti dall’Italia. Si potrà soltanto replicare il fallimento irreversibile dei CPR (Centri per i rimpatri) in territorio albanese, ma sarà battaglia davanti le corti internazionali, che già hanno condannato in diverse occasioni l’Italia per respingimenti ed espulsioni illegali.
5. Una restituzone di senso all’Unione europea, ed un recupero di una vera prospettiva di alternativa in Italia, non possono prescindere dal rifiuto della guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali, e da politiche migratorie che riescano a coniugare i valori della solidarietà con la richiesta di sicurezza che sembra dilagare nel corpo sociale, anche sulla base di allarmi diffusi attraverso dati esasperati dalla propaganda elettorale. Soltanto a livello europeo sarà possibile affrontare con misure e strumenti sovranazionali le migrazioni aprendo corridoi umanitari, con meccanismi di evacuazione da paesi non sicuri come Libia e Tunisia per i richiedenti asilo e al contempo garantendo adeguati canali legali di ingresso per asilo e per lavoro. Ma in questa direzione non potrà andare certo Giorgia Meloni, che ancora oggi rinnova la sua fedeltà a Trump, a Mask e condivide persino le parole di Vance, che da Monaco ha lanciato un appello in favore dei neonazisti tedeschi, giusto una settimana prima di elezioni che potrebbero sancire davvero la fine dell’Unione europea, già minata dai sovranisti ungheresi ed austriaci e dalle preoccupazioni dei paesi nordeuropei vicini ai confini russi.
6. Le spaccature ormai croniche a livello europeo, esaltate dal falllimento del vertice di Parigi, non consentiranno le modifiche normative che Meloni e Piantedosi reclamano per superare la Direttiva sui rimpatri 2008/115/CE, che non consente (art.3) rimpatri con accompagnamenti forzati da paesi terzi come l’Albania. E sulle espulsioni “facili” non sarà facile adottare un decreto legge sui futuri “hub per i rimpatri” , senza violare i principi sanciti dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.105 del 2001, e la vigente normativa europea, che su questo specifico terreno necessita di una nuova legislazione, tutta da contrattare, in una materia che non sarà incisa dai Regolamenti che daranno esecuzione al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Ma avrà bisogno di una nuova approvazione di una direttiva sui rimpatri da parte del Consiglio, della Commissione e del Parlamento, a Bruxelles, con tempi e contenuti ancora incerti, anche se non mancano i paesi europei che si schierano con l’Italia sulla questione dei “paesi di origine sicuri”, tra poco all’esame della Corte di Giustizia dell’Unione europea. Questione affatto diversa da quella che si vorrebbe risolvere con un supporto europeo, che non è ancora in vista, sui cd. “hub per i rimpatri” ubicati in paesi terzi. Ma l’appoggio dalla Commissione europea non sembra arrivare secondo le attese, al di là delle dichiarazioni di opportunità rese da alcuni leader di paesi membri che “guarderebbero con interesse” al cd. modello Albania ed auspicano una politica più energica in materia di rimpatri e rapporti con i paesi di origine. Sul Protocollo Italia Albania non sono i giudici a violare la legge, come sostiene Giorgia Meloni, ma lo stesso governo italiano che ha accumulato nel corso degli ultimi mesi una catena di violazioni di norme vincolanti a livello europeo e di principi costituzionali, che non si potranno nascondere dietro i progetti di rimpatri di massa con la riconversione dei centri di detenzione in Albania. Materia che peraltro richiederebbe una modifica del Protocollo Italia-Albania che Edi Rama ed il suo principale oppositore alle prossime elezioni hanno già dichiarato di non volere. Perchè neppure gli albanesi vogliono hub per i rimpatri sul loro territorio.
7. Il nuovo “asse” che si invoca tra Europa e Stati Uniti, con un ruolo di mediazione dell’Italia, è ancora una volta propaganda elettorale che non reggerà alla prova dei fatti. Di fronte ai fallimenti dei politici che neppure riescono ad opporsi alla minaccia sempre più invasiva, anche attraverso attacchi informatici, delle grandi potenze ormai trasformate in autocrazie, occorre ricostruire dal basso, nel corpo sociale, anticorpi di democrazia, barriere di resistenza, con una strenua difesa dei presidi di legalità ancora presenti nei sistemi giudiziari, con un impegno quotidiano sul fronte della comunicazione pubblica, con la difesa di tutti gli spazi sociali della democrazia, scuole ed università incluse.
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