Il governo riconosce per decreto che i giudici di Catania avevano ragione

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Di fronte al blocco delle procedure accelerate in frontiera, ed alla impraticabilità della loro esternalizzazione in Albania, il ministro dell’interno Piantedosi è stato costretto ad adottare l’ennesimo decreto per evitare censure sulla questione della garanzia finanziaria come misura alternativa al trattenimento amministrativo per i richiedenti asilo provenienti da paesi di origine definiti “sicuri”. Questioni in parte rilevate anche dalla Corte di Cassazione, ed attualmente sotto esame da parte della Corte di Giustizia dell’Unione europea, su ricorsi dell’Avvocatura dello Stato, dopo che i giudici del Tribunale di Catania avevano deciso che gli articoli 8 e 9 della direttiva 2013/33/UE “devono essere interpretati nel senso che ostano, in primo luogo, a che un richiedente protezione internazionale sia trattenuto per il solo fatto che non può sovvenire alle proprie necessità, in secondo luogo, a che tale trattenimento abbia luogo senza la previa adozione di una decisione motivata che disponga il trattenimento e senza che siano state esaminate la necessità e la proporzionalità di una siffatta misura” (CGUE (Grande Sezione), 14 maggio 2020, cause riunite C-924/19 PPU e C-925/19 PPU)”.

I richiedenti asilo, provenienti da “paesi di origine sicuri”, per evitare il trattenimento anninistrativo dopo il loro arrivo in Italia potranno versare, o fare versare da propri congiunti, una cauzione da 2.500 a 5.000 euro, determinata “senza indugio dal questore”, con valutazione “caso per caso e tenuto conto della situazione individuale dello straniero”. Lo prevede un decreto del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi del 10 maggio 2024, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 19 giugno scorso, che abroga il precedente decreto ministeriale del 14 settembre 2023 “al fine di assicurare la flessibilità alla prestazione della garanzia finanziaria anche dal punto di vista soggettivo, sulla base di una valutazione effettuata caso per caso”.

2. Con il decreto firmato da Piantedosi il governo riconosce il proprio errore, frutto di una prima applicazione del decreto Cutro (legge n.50 del 2023), dando di fatto ragione ai giudici del Tribunale di Catania che lo scorso anno, con diverse decisioni, non avevano convalidato provvedimenti di trattenimento amministrativo adottati in modo generalizzato dal questore di Ragusa nei confronti di richiedenti asilo provenienti da “paesi di origine sicuri” e ristretti nel centro “hotspot” di Pozzallo-Modica. In quell’occasione la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva insultato i magistrati dichiarando che “un pezzo di Italia fa tutto il possibile per favorire l’immigrazione illegale” innescando una campagna denigratoria che aveva toccato anche la sfera personale dei giudici catanesi, che si erano orientati in senso difforme da quanto atteso dal governo, una campagna ad evidente scopo propagandistico, nella quale si sarebbe potuto configurare anche un grave vilipendio dell’ordine giudiziario.

Dopo le prime decisioni della dott.ssa Apostolico, per settimane al centro di un vero e proprio linciaggio mediatico, con il contributo del vice-premier Salvini, Giorgia Meloni dichiarava di essere “basita di fronte alla sentenza del giudice di Catania, che con motivazioni incredibili (le caratteristiche fisiche del migrante, che i cercatori d’oro in Tunisia considerano favorevoli allo svolgimento della loro attività) rimette in libertà un immigrato illegale, già destinatario di un provvedimento di espulsione, dichiarando unilateralmente la Tunisia Paese non sicuro (compito che non spetta alla magistratura) e scagliandosi contro i provvedimenti di un governo democraticamente eletto”. Ed il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva annunciato l’intenzione di impugnare la prima decisione, e poi tutte le altre, della dott.ssa Apostolico e del dott. Cupri in Cassazione: “Dalla lettura dell’atto siamo convinti che abbiamo ragioni da sostenere”. Adesso quelle ragioni sono smentite per decreto a firma dello stesso ministro dell’interno.

3. Nei casi di mancata convalida dei trattenimenti nel centro Hotspot di Pozzallo, il giudice Cupri metteva in evidenza la questione nodale :“preme sottolineare che il trattenimento deve considerarsi misura eccezionale e limitativa della libertà personale” e che “la misura del trattenimento deve essere regolata e adottata sempre nei limiti e secondo le previsioni del diritto comunitario”. Si richiamava poi l’indirizzo della Corte Costituzionale secondo cui “la normativa interna incompatibile con quella dell’Unione va disapplicata dal giudice nazionale”. Infine, questo giudice condivideva le “precedenti decisioni” del tribunale di Catania (della dott.ssa Apostolico) osservando a sua volta che la “garanzia finanziaria non si configura, in realtà, come misura alternativa al trattenimento bensì come requisito amministrativo imposto al richiedente prima di riconoscere i diritti conferiti dalla direttiva 2013/33/Ue per il solo fatto che chiede protezione internazionale”. La motivazione con cui il Tribunale di Catania aveva negato la convalida dei trattenimenti si fondava quindi sul contrasto delle norme previste al riguardo nel c.d. Decreto Cutro con la Direttiva europea n 33 del 2013, in quanto, nello specifico, il trattenimento del richiedente asilo in frontiera avrebbe dovuto essere adottato solo come extrema ratio e con un provvedimento dotato di una adeguata motivazione individuale sul punto. Il Tribunale di Catania, anche in base alla direttiva procedure 32/2013/UE, aveva dunque correttamente osservato che la normativa europea “non autorizza quindi, salve le ipotesi di cui al comma 3 dell’art. 43, l’applicazione della procedura alla frontiera, presupposto, nella specie, della misura del trattenimento, in zona, diversa da quella di ingresso, ove il richiedente sia stato coattivamente condotto in assenza di precedenti provvedimenti coercitivi”.

Il nuovo decreto ministeriale che adesso corregge la normativa nazionale in materia di cauzione che potrebbe essere versata, “caso per caso”, dai richiedenti asilo provenienti da “paesi di origine sicuri”, per evitare il trattenimento amministrativo, non modifica altre parti del Decreto Cutro (legge n.50 del 2023) che rimangono in contrasto con le vigenti direttive europee in materia di protezione internazionale.

La possibilità effettiva di prestare questa garanzia rimane piuttosto aleatoria. Il precedente decreto firmato da Piantedosi a settembre dello scorso anno prevedeva che la garanzia fosse prestata “entro il termine in cui sono effettuate le operazioni di rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico”. Il nuovo decreto stabilisce invece il termine “entro sette giorni lavorativi decorrenti dalla comunicazione dell’importo determinato dal questore”,  Rimane quindi una notevole incerteza sulle modalità effettive di prestazione della garanzia, con riferimento ai tempi di trattenimento amministrativo. Questioni che non potranno sfuggire al vaglio della Corte di Giustizia UE, e che rendono ancora impraticabili, anche da un punto di vista giuridico, oltre che per i ritardi nella logistica, le procedure accelerate in frontiera nei nuovi centri di detenzione che si vorrebbero avviare in Albania. La Corte di giustizia UE può rilevare d’ufficio “sulla base degli elementi del facicolo portati a sua conoscenza, come integrati o chiariti nel corso del contraddittorio espletato dinanzi ad essa, l’eventuale mancato rispetto di un presupposto di legittimità, sebbene non dedotto dall’interessato” (Corte di Giustizia, grande sezione, 8 novembre 2022, cause C-704/20 e C-39/21).  La giurisprudenza della Corte di Giustizia UE ha un effetto immediato nell’ordinamento interno e riconosce nel suo complesso al giudice nazionale il potere di disapplicare la norma interna che contrasta con il diritto dell’Unione europea. E nello stesso senso è orientata la Corte costituzionale italiana. La normativa interna incompatibile con quella dell’Unione va dunque disapplicata dal giudice nazionale (Corte cost., 11 luglio 1989, n. 389).

4. Nell’ordinanza interlocutoria con cui la Corte di Cassazione rimetteva la questione di interpretazione alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, si rilevava non solo l’esigenza di una corretta applicazione su base personale dell’istituto della garanzia finanziaria al fine di evitare il trattenimento amministrativo, ma anche l’esigenza “di una decisione motivata che esamini e valuti caso per caso la ragionevolezza e la proporzionalità di una siffatta misura in relazione alla situazione del richiedente medesimo”. Che rimane dubbia anche dopo il decreto “correttivo” firmato dal ministro dell’interno Piantedosi. La Corte di Cassazione, a sezioni unite, riconduceva infatti la maggior parte dei motivi di ricorso del governo alla questione pregiudiziale sollevata davanti alla Corte di Giustizia e dunque ” al rapporto tra la valutazione caso per caso – che si richiede sia espressa in motivazione da parte dell’autorità amministrativa per il trattenimento alla frontiera onde stabilirne la necessità, la ragionevolezza e la proporzionalità a fronte della effettiva impraticabilità di misure alternative – e la prestazione della garanzia finanziaria, che, per come disciplinata dal diritto interno, non appare sintonica con il fine perseguito”.

La sentenza “interpretativa” in via pregiudiziale della Corte di Giustizia UE, che ha respinto la richiesta italiana di una procedura d’urgenza, e che potrebbe arrivare anche tra un anno ed oltre, riguarda aspetti più ampi della quantificazione e delle modalità di prestazione della garanzia finanziaria. Secondo i giudici delle Sezioni Unite della Cassazione, che avevano deciso il rinvio pregiudiziale per questioni interpretative alla Corte di Lussemburgo, “La necessità di sollevare questione pregiudiziale interpretativa degli articoli 8 e 9 della direttiva 2013/33/UE per emanare la sentenza discende altresì da una prognosi, ad una prima valutazione, di non manifesta infondatezza dei motivi del ricorso del Ministero dell’interno e del Questore della Provincia di Ragusa attinenti al profilo della “erronea affermazione della non applicabilità della procedura accelerata ai sensi dell’art. 28-bis d.lgs. n. 25/2008 e degli artt. 31, 33 e 43, direttiva 2013/32/UE”. Il giudizio riguardava dunque l’intera compatibilità delle procedure accelerate in frontiera adottate in Italia con la normativa euro-unitaria. Adesso quella “non manifesta infondatezza”dei motivi di ricorso proposti dal governo, tramite l’avvocatura dello Stato, contro le decisioni dei giudici catanesi è smentita da un decreto a firma del ministro dell’interno. Qualunque parte che interverrà nel procedimento davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea potrà sollevare dunque profili di contrasto tra la normativa italiana, integrata dal cd. Decreto Cutro, in materia di trattenimento amministrativo di richiedenti asilo provenienti da paesi di origine “sicuri”, e la disciplina unionale in materia di accoglienza, procedure di asilo, e rimpatri.

5. Rimane innanzitutto lo spregiudicato ricorso alla categoria di “paese di origine sicuro” che mantiene un solco incolmabile tra le corrispondenti previsioni delle Direttive europee e quanto adottato strumentalmente dal governo italiano per restringere la portata del riconoscimento del diritto di asilo, previsto senza discriminazioni di sorta, non solo dalla Carta fondamentale dell’Unione europea (art.18 e 19), ma dall’art.10 della Costituzione italiana. Potrebbero esere censurate a livello europeo sia le procedure ed i criteri di formazione della lista dei “paesi di origine sicuri”, che il suo mancato aggiornamento, con riguardo a paesi come la Tunisia nei quali la situazione del riconoscimento del diritto di asilo, ed in genere dei diritti umani, sta precipitando.

La recente inclusione dell’Egitto nella lista dei paesi di origine sicuri, in un momento in cui il governo egiziano continua a ostacolare l’accertamento delle responsabilità nel processo Regeni e intensifica la repressione contro qualsiasi forma di dissenso, contribuendo peraltro al rinvio indiscriminato ed illegale dei profughi sudanesi nel loro paese in guerra, dimostra la natura strumentale della lista dei paesi di origine sicuri adottata dall’Italia a partire dal 2018, ma prevista in termini ben diversi dalle Direttive europee in materia di accoglienza e di procedure di asilo. Direttive che comunque rimarranno in vigore fino a quando non saranno modificate dai nuovi Regolamenti approvati con il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Ammesso che ciò si verifichi nei due anni previsti dal Patto europeo, secondo il calendario delle modifiche legislative, anche a livello nazionale, che dovrà essere fissato dalla nuova Commissione europea.

Anche nel caso in cui il richiedente provenga da paese di origine designato come sicuro ai sensi dell’art 2 bis del D.lvo n. 25/2008 e della nuova direttiva procedure (Direttiva 33/2013/UE), dunque, prima che entrino in vigore le nuove procedure di screening in frontiera, e non solo, forse anche dopo, non può ritenersi operante alcun automatismo, “dovendosi accertare se per quel singolo richiedente, alla luce delle sue allegazioni, il paese di origine possa effettivamente considerarsi sicuro ai sensi della normativa citata“.

6. Secondo quanto previsto dal decreto del ministro dell’Interno Piantedosi del 10 maggio 2024, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 19 giugno scorso, la garanzia finanziaria dovrebbe essere prestata “entro sette giorni lavorativi decorrenti dalla comunicazione dell’importo determinato dal questore”. Le nuove modalità di prestazione della garanzia, inclusa la possibilità di una garanzia fideiussoria da prestare anche attraverso l’intervento di parenti, rendono ancora più evidente la discriminazione subita da quanti, dopo il soccorso in acque internazionali, saranno trasferiti in un centro hotspot in Albania, e poi in un vero e proprio Centro per i rimpatri (CPR), a Gjader, ammesso che si riesca davvero ad aprirlo entro agosto come promette il governo Meloni. Una discriminazione senza basi legali, che non sono individuabili certo nel luogo in acque internazionali nel quale avvengono i salvataggi, rispetto a quanti, pure soccorsi al di fuori delle acque italiane, saranno sbarcati direttamente in Italia e potranno accedere più facilmente agli istituti di garanzia previsti dal nuovo decreto, e dall’ordinamento italiano, oltre ad essere più facilmente raggiungibili da parenti ed associazioni. Le modalità delle procedure telematiche previste nel caso dei richiedenti asilo trasferiti in Albania, ed i tempi ristretti per fare valere la nuova garanzia finanziaria “personalizzata”, al di là dei tempi effettivi di informazione preventiva che potranno essere garantiti, rendono ancora alquanto improbabile quella alternatività tra la garanzia e la restrizione della libertà personale, che è imposta dalle Direttive europee al riguardo. Una questione sulla quale dovrebbe pronunciarsi tanto la Corte di Giustizia UE quanto la Corte Costituzionale italiana.

7. Il decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, «Attuazione della direttiva 2013/33/UE, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonche’ della direttiva 2013/32/UE, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e
della revoca dello status di protezione internazionale»
, e, in particolare, l’art. 6-bis, che, al comma 1, prevedono soltanto che lo straniero possa essere trattenuto durante lo svolgimento della procedura in frontiera, di cui all’art. 28-bis del citato decreto legislativo n. 25 del 2008, al solo scopo di accertare il diritto ad entrare nel territorio dello Stato. Secondo l’articolo 28, paragrafo 2, del Regolamento Dublino III, una persona può essere
trattenuta “solo se il trattenimento è proporzionale e se non possano essere applicate efficacemente altre misure alternative meno coercitive”.

A differenza dell’articolo 5, paragrafo 1, lettera f), della CEDU, il diritto eurounitario in materia d’asilo esige dunque che sia dimostrata la necessità e la proporzionalità del trattenimento rispetto a tutte le diverse finalità/motivazioni previste dalla normativa interna o sovranazionale. Gli articoli 6, 52, paragrafo 3, e 53 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di applicare i principi di necessità e proporzionalità e pertanto di garantire alternative effettive alle misure di trattenimento.

Come ricordava il Tribunale di Catania, in base all’art. 43, paragrafo 1, della direttiva 2013/32/UE, un trattenimento fondato sulla disposizione di cui all’articolo 8, paragrafo 3, primo comma, lettera c), della Direttiva 2013/33/UE è giustificato soltanto al fine di consentire allo Stato membro interessato di esaminare, prima di riconoscere al richiedente protezione internazionale il diritto di entrare nel suo territorio, se la sua domanda non sia inammissibile, ai sensi dell’articolo 33 della Direttiva 2013/32/UE, o se essa non debba essere respinta in quanto infondata per uno dei motivi elencati all’articolo 31, paragrafo 8, di tale direttiva, e ciò al fine di garantire l’effettività delle procedure previste dal medesimo articolo 43″. In base all’art. 34 della stessa Direttiva procedure, (“Norme speciali in ordine al colloquio sull’ammissibiltà),”prima che l’autorità accertante decida sull’ammissibilità di
una domanda di protezione internazionale, gli Stati membri consentono al richiedente di esprimersi in ordine all’applicazione dei motivi di cui all’articolo 33 alla sua situazione particolare. A tal fine, gli Stati membri organizzano un colloquio personale sull’ammissibilità della domanda. Gli Stati membri possono derogare soltanto ai sensi dell’articolo 42, in caso di una domanda reiterata”
. Il trattenimento amministrativo non può dunque essere attuato di fatto dalla polizia, o disposto dal Questore, come misura generalizzata per tutti i richiedenti asilo provenienti da paesi ritenuti “sicuri” senza alcuna audizione individuale degli interessati e senza provvedimenti formali del questore.

Secondo il comma 3 dell’articolo 43 della Direttiva procedure 32/2013/UE, con riferimento alle procedure accelerate in frontiera,” Nel caso in cui gli arrivi in cui è coinvolto un gran numero di cittadini di paesi terzi o di apolidi che presentano domande di protezione internazionale alla frontiera o in una zona di transito, rendano all’atto pratico impossibile applicare ivi le disposizioni di cui al paragrafo 1, dette procedure si possono applicare anche nei luoghi e per il periodo in cui i cittadini di paesi terzi o gli apolidi in questione sono normalmente accolti nelle immediate vicinanze della frontiera o della zona di transito”. A parte la valutazione doverosa della congruità del richiamo a luoghi di accoglienza “nelle immediate vicinanze della frontiera o della zona di transito”la circostanza che si possano verificare arrivi di massa in tempi ravvicinati non sembra legittimare il trattenimento amministrativo generalizzato dei richiedenti asilo provenienti da paesi terzi “sicuri” o loro trasferimenti a centri distanti centinaia di chilometri dalla frontiera di primo ingresso. In prospettiva, non sembra neppure certo che i nuovi centri in Albania, ammesso che entrino in funzione ad agosto, non risultando ubicati in territorio italiano, possano definirsi ““nelle immediate vicinanze della frontiera o della zona di transito”.

I giudici del Tribunale di Catania che lo scorso anno non avevano convalidato i decreti di trattenimento adottate dal questore di Ragusa avevano dunque fatto corretta applicazione del principio gerarchico delle fonti, sancito dall’art.117 della Costituzione, richiamando la normativa eurounitaria in contrasto con quanto previsto dal Decreto Cutro (legge n.50 del 2023)e non convalidando i decreti di trattenimento adottati dal questore di Ragusa. Questo contrasto non è superato dal Decreto firmato da Piantedosi a maggio scorso che tenta di “personalizzare” la misura della cauzione che dovrebbe essere versata dai richiedenti asilo provenienti da “paesi di origine sicuri” per evitare il trattenimento amministrativo. Rimangono infatti altre rilevanti discrasie tra quanto previsto dal legislatore italiano e la normativa europea in materia di accoglienza e procedure di asilo. Che in materia di trattenimento amministrativo e di misure alternative, non può essere richiamata senza un collegamento con il Regolamento Dublino III e con la Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri.

La vigente Direttiva procedure (dir. 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013) con gli articoli da 36 a 39 disciplina in termini molto dettagliati i contorni della nozione di Paese di origine sicuro e le conseguenze di tale nozione sulle procedure di valutazione delle domande. Nelle fonti europee non vi sono norme specifiche che stabiliscano il trattenimento amministrativo generalizzato dei richiedenti asilo provenienti da paesi terzi ritenuti “sicuri”. trattenimento amministrativo “automatico” che è facile prevedere rimarrà una procedura scontata, soprattutto per le persone deportate in Albania, anche dopo le modifiche apportate con l’ultimo decreto ministeriale a firma di Piantedosi.

8. L’ammontare variabile della garanzia finanziaria prevista come misura alternativa per i richiedenti asilo provenienti da paesi di origine “sicuri”rimane comunque troppo elevato, e quindi “irragionevole”, soprattutto nei casi di trasferimento in Albania, per chi non dispone di mezzi finanziari, o non riesce a contattare in pochi giorni, come previsto dalla recente normativa italiana, parenti entro il terzo grado che possano effettuare un versamento o stipulare una polizza fideiussoria. L’informativa preventiva riguardo la possibilità di prestare la garanzia ed evitare il trattenimento amministrativo dovrebbe essere fornita al momento dell’arrivo nel territorio nazionale. Per coloro che saranno soccorsi da navi militari italiane (territorio italiano) in acque internazionali, e quindi trasferiti nei centri che si dovrebbero aprire in Albania, questa informativa obbligatoria quando e da chi potrà essere fornita, forse a bordo delle stesse navi militari italiane riempite di interpreti, o quando il trattenimento in Albania, di fatto, sarà ormai una misura difficilmente reversibile ? Oppure i nuovi giudici di pace nominati presso il Tribunale di Roma convalideranno tutti i casi di detenzione amministrativa dei richiedenti asilo provenienti da paesi di origine “sicuri” e trasferiti nei centri in Albania ?

Su singoli casi di trattenimento informale o fuori dai termini di legge, potrebbero arrivare altre sentenze di condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’UomoCon la sentenza del 23 novembre dello scorso anno sul caso A.T. and Others v. Italy, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha condannato ancora una volta l’Italia per la detenzione informale, senza basi legali, in un centro di accoglienza/detenzione “Hotspot”. E se l’Italia insisterà sistematicamente con procedure contrarie al Diritto dell’Unione europea, praticate additittura in un territorio esterno alla stessa Unione, non si può neanche escludere l’apertura di una procedura di infrazione.

Non sono ancora previste altre misure alternative, oltre alla cauzione, pure esistenti a livello europeo, come l’assegnazione di un luogo di soggiorno obbligato, neppure ipotizzabile in territorio albanese, un garante della persona, o obblighi periodici di controllo da parte delle autorità, altrettanto impraticabili al di fuori del territorio italiano.

La tutela dei nuclei familiari e dei soggetti vulnerabili provenienti da “paesi di origine sicuri”, che comunque potrebbero essere inseriti nelle procedure accelerate in frontiera, al di là dell’ammontare della garanzia finanziaria richiesta per evitare il trattenimento ammnistrativo, rimane assai dubbia anche alla luce delle condizioni igienico-sanitarie e dei livelli di assistenza psicologica e sanitaria che potranno essere effettivamente garantiti alle persone trasferite in Albania. Per non parlare dei pessimi livelli di assistenza garantiti nei centri Hotspot italiani su cui stanno ancora indagando la Commissione e la Corte di giustizia dell’Unione europea.

9. Ai sensi dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE il richiedente protezione internazionale ha in ogni caso diritto a un ricorso giurisdizionale effettivo contro il trattenimento. Negli stessi termini gli articoli 13 e 24 della Costituzione italiana. Le procedure imposte dal Decreto Cutro (legge n.50/2023), alla luce della documentazione prodotta dal governo in occasione della legge di ratifica, se considerate in rapporto al trasferimento in Albania dei richiedenti asilo provenienti da “paesi di origine sicuri”, considerati tempi e modalità delle procedure telematiche, che farebbero capo alla Commissione territoriale, alla Questura ed al Tribunale di Roma, non sembrano garantire la effettività dei diritti di difesa imposta dalla normativa eurounionale e dalla Costituzione. La possibilità di contattare avvocati di fiducia e associazioni umanitarie, già a rischio in territorio italiano, è sostanzialmente rimessa alla discrezionalità del Direttore “responsabile italiano” che sarà nominato per ciascuno centri di detenzione ubicati in Albania. E si corre il rischio che le udienze di convalida “telematiche” nelle quali saranno disponibili soltanto avvocati d’ufficio, possano risolversi in mere formalità burocratiche, senza neppure fare emergere i motivi individuali delle richieste di protezione internazionali, sempre ammesso che si arrivi a fornire un servizio efficiente di mediazione linguistico-culturale. Una consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo ribadisce in proposito il principio di effettività del ricorso ed il diritto alla mediazione linguistica: e dunque“ occorre tenere conto degli ostacoli linguistici, della possibilità di accesso alle informazioni necessarie, delle condizioni materiali con le quali può scontrarsi l’interessato e da qualsiasi altra circostanza concreta della causa” (I.M. c. Francia, n. 9152/09 §§ 145-148; M.S.S. c. Belgio e Grecia, 21 gennaio 2011 §§ 301- 318; e Rahimi c. Grecia, n. 8687/08, § 79, 5 aprile 2011).


ANSA

VENERDÌ 14 GIUGNO 2024 12.11.06

Faro del Consiglio d’Europa su hotspot italiani

Faro del Consiglio d’Europa su hotspot italiani +RPT+ ‘Rispettare legge che vieta detenzione minori non accompagnati’ (Ripetizione con titolo corretto) (ANSA) – STRASBURGO, 14 GIU – Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa chiede al governo italiano di fornire informazioni sulla situazione negli hotspot, innanzitutto su quelli di Lampedusa e Taranto, e di “garantire l’effettiva applicazione del quadro giuridico nazionale che vieta la detenzione di minori non accompagnati” informando Strasburgo sulle misure prese a tal fine. Le richieste sono contenute in un documento adottato dall’esecutivo dopo l’esame delle azioni intraprese dal governo per sanare le situazioni per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani. (ANSA). 2024-06-14

VENERDÌ 14 GIUGNO 2024 11.55.41

Faro del Consiglio d’Europa sugli hotspot italiani (2)

Faro del Consiglio d’Europa sugli hotspot italiani (2) (ANSA) – STRASBURGO, 14 GIU – Le sentenze della Cedu riguardano casi in cui dei migranti sono stati detenuti illegalmente in condizioni precarie negli hotspot di Lampedusa e Taranto, l’espulsione collettiva di alcuni di loro e l’assenza in Italia di vie che permettano ai minori non accompagnati di contestare le loro condizioni di detenzione nelle strutture di accoglienza. Nel documento il comitato afferma che pur “notando con soddisfazione le misure adottate dalle autorità italiane per migliorare le condizioni di accoglienza nell’hotspot di Lampedusa e i progressi compiuti”, constata tuttavia “che le informazioni disponibili, anche per quanto riguarda le persistenti carenze nella fornitura di servizi essenziali, non consentono di valutare appieno il loro impatto”. Per questo Strasburgo chiede a Roma di fornire entro il 15 novembre un quadro completo sulla situazione nel hotspot di Lampedusa, con informazioni sulle condizioni di vita e sul sovraffollamento, insieme a dati statistici sull’afflusso e il deflusso dei migranti e sul loro tempo medio di permanenza in questo centro. Inoltre il governo deve inviare anche informazioni sulle misure adottate o previste per migliorare le condizioni di accoglienza nell’hotspot di Taranto e nelle altre strutture in Italia. Strasburgo evidenzia anche di essere “preoccupata” per le informazioni ricevute e raccolte sul “persistere della privazione di libertà negli hotspot, anche rispetto ai minori non accompagnati”. Il comitato dei ministri “nota con rammarico che le autorità non hanno fornito alcuna informazione su tali questioni”, e chiede quindi a Roma di inviare “informazioni complete sull’attuale funzionamento degli hotspot, sulle disposizioni legali e sulle garanzie applicabili alla detenzione di migranti adulti in questi centri, nonché esempi di decisioni amministrative e giudiziarie al riguardo”. Infine Roma deve presentare una sua valutazione sulle misure correttive necessarie per affrontare le questioni relative all’espulsione collettiva dei migranti. (ANSA).


MINISTERO DELL’INTERNO

DECRETO 10 maggio 2024 

Indicazione dell’importo e delle modalita’ di prestazione della garanzia finanziaria a carico dello straniero durante lo svolgimento della procedura per l’accertamento del diritto di accedere al territorio dello Stato e contestuale abrogazione del decreto 14 settembre 2023. (24A02693) (GU Serie Generale n.142 del 19-06-2024)


EASO European Asylum Support Office

2019

Il trattenimento dei richiedenti protezione internazionale nell’ambito del sistema europeo comune di asilo