Le formule magiche del razzismo istituzionale : paesi terzi e paesi di origine “sicuri”

Di Fulvio Vassallo Paleologo

1. La cancellazione sostanziale del diritto di asilo, previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art.18) e dalla Costituzione italiana (art.10), costituisce una delle manifestazioni più evidenti del razzismo istituzionale che ormai pervade le politiche migratorie europee ed italiane, sotto la spinta di partiti populisti apertamente xenofobi che hanno incassato una serie di successi elettorali investendo sulla paura e sulla disgregazione sociale alimentate dalle crisi sanitarie, e più recentemente dall’economia di guerra. La possibilità di chiedere asilo in un paese sicuro è ormai negata sia sul piano fisico, impedendo materialmente ai potenziali richiedenti di raggiungere i confini dei paesi europei, con accordi con i paesi di transito per ridurre le possibilità di fuga attraverso forme diverse di “cooperazione operativa” per contrastare l’immigrazione “illegale”, e sul piano procedurale, con la cd. finzione di non ingresso nel territorio”, che legittima i trattenimenti informali in frontiera fin qui condannati dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Con il ricorso alle categorie di paesi terzi e di paesi di origine “sicuri”, a coloro che provengano da questi paesi si applicano regole procedurali diverse, che comprendono una limitazione generalizzata della libertà personale subito dopo il loro arrivo, uno svuotamento dei controlli giurisdizionali, ed un forte abbattimento dei diritti di difesa, riducendo al minimo le possibilità di dimostrare le ragioni della loro richiesta di protezione.

Queste politiche migratorie e le prassi che ne conseguono, sono manifestazione di un razzismo istituzionale che si basa sulla considerazione che a seconda del luogo in cui si nasce si può essere anche privati dei diritti fondamentali della persona riconosciuti nei paesi democratici (in prospettiva antitetica all’art.10 della Costituzione italiana) e sulla preoccupazione, che diventa fonte di leggi e regolamenti, che il diritto di asilo finisca per essere strumentalizzato dai cd. “migranti economici”, in assenza di canali legali di ingresso per lavoro, con una mobilità internazionale alimentata sempre più da situazioni di conflitto e da crisi ambientali.

A partire dal 2015, proprio quando si andava esaurendo la crisi migratoria derivante dalla fuga di milioni di siriani dal loro paese, l’Unione europea e gli Stati membri hanno fatto scelte operative, che hanno individuato nei potenziali richiedenti asilo il target ideale per contingentare gli ingressi, nella “gestione dei flussi migratori” in modo da dare agli elettorati una prova di efficienza nel limitare la presenza di stranieri nel territorio nazionale. Con l’approvazione del Piano europeo sulla migrazione e l’asilo, a maggio del 2024, in piena canpagna elettorale, queste prassi aministrative, ormai consolidate negli anni anche a discapito della previgente legislazione europea, si sono tradotte in nuovi Regolamenti (Regulations) che i singoli paesi menbri dovrebbero implementare nel prossimo biennio

2. Per restringere la portata del diritto di asilo, e per legittimare accordi con paesi terzi o di origine che non rispettano i diritti umani, ma che vengono definiti come “sicuri”, si ricorre a formulazioni astratte ed a procedure sempre più complesse che ampliano a dismisura la discrezionalità amministrativa, e ne rendono difficile un effettivo controllo giurisdizionale. Si tratta di definizioni che ricorrono nella legislazione europea, e che poi vengono riprese a livello nazionale, con distorsioni evidenti ,conseguenza delle diverse esigenze dei governi che ne fanno uso per conquistare consenso elettorale attraverso provvedimenti emergenziali, come i decreti legge, anche quando sembra davvero difficile configurare situazioni di emergenza. Una pratica diffusa in tutti gli Stati membri, con la quale si dovrà fare i conti anche dopo l’approvazione definitiva del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che ha ratificato il frequente ricorso degli Stati a normative ed a prassi in deroga, a fronte si “situazioni di crisi”.

La nozione di Paese terzo sicuro è presente nella legislazione eurounitaria fin dalla direttiva 2005/85/Ce del Consiglio del 1° dicembre 2005. L’art. 29 prevedeva che il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, potesse adottare un elenco comune minimo dei paesi terzi considerati dagli Stati membri paesi d’origine sicuri. Tale disposizione fu annullata dalla Corte di giustizia UE perché introduceva una riserva di competenza in favore del Consiglio, con semplice obbligo di consultazione del Parlamento europeo, che non poteva essere prevista da un atto derivato. Con la cd. direttiva procedure (dir. 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013), in vigore fino a quando non saranno implementate a livello nazionale le nuove Regulations (Regolamenti) previste dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024, dopo la individuazione della categoria di “paese di origine sicuro” si è precisato quando si può fare ricorso alla diversa nozione di “paese terzo sicuro”. La designazione di un Paese terzo come “sicuro” può comportare la possibilità per gli Stati di giudicare una domanda come inammissibile e dunque non procedere all’esame, adottando immediatamente nei confronti del richiedente un provvedimento di espulsione o di respingimento, fatti salvi i diritti di difesa, anche con effetto sospensivo. previsti dalle diverse legislazioni nazionali..

L’art. 36 detta le condizioni soggettive alle quali è subordinato il riconoscimento della natura di Paese di origine sicuro di un determinato richiedente: questi deve essere cittadino del Paese di provenienza definito sicuro o apolide che in quel Paese soggiornasse abitualmente; inoltre, non deve avere invocato gravi motivi a lui riferibili, tesi a escludere che il Paese di origine sia sicuro.
L’art. 37 fa rinvio all’allegato I della stessa direttiva, dove sono dettate le condizioni alle quali è possibile designare un Paese di origine come sicuro. Il testo dell’Allegato I è il seguente: “Un paese è considerato paese di origine sicuro se, sulla base dello status giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni quali definite nell’articolo 9 della direttiva 2011/95/UE, né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.
Per effettuare tale valutazione si tiene conto, tra l’altro, della misura in cui viene offerta
protezione contro le persecuzioni ed i maltrattamenti mediante:
a) le pertinenti disposizioni legislative e regolamentari del paese ed il modo in cui sono applicate;
b) il rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e/o nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e sociali

Incombe agli Stati di arrivo l’obbligo di riesaminare periodicamente la situazione in tali Paesi. La rivalutazione periodica deve basarsi su una serie di fonti, tra cui EASO, UNHCR, Consiglio d’Europa e su tutte le informazioni provenienti da altri Stati membri.

L’art. 38 della Direttiva atualmente in vigore, fino a quando non verrà espressamente abrogata, fornisce invece il: “Concetto di paese terzo sicuro”.

1. Glic Stati membri possono applicare il oncetto di paese terzo sicuro solo se le autorità competenti hanno accertato che nel paese terzo in questione una persona richiedente protezione internazionale riceverà un trattamento conforme ai seguenti criteri:
a) non sussistono minacce alla sua vita ed alla sua libertà per ragioni di razza, religione,
nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale;
b) non sussiste il rischio di danno grave definito nella direttiva 2011/95/UE;
c) è rispettato il principio di «non-refoulement» conformemente alla convenzione di Ginevra;
d) è osservato il divieto di allontanamento in violazione del diritto a non subire torture né
trattamenti crudeli, disumani o degradanti, sancito dal diritto internazionale; e
e) esiste la possibilità di chiedere lo status di rifugiato e, per chi è riconosciuto come rifugiato,
ottenere protezione in conformità della convenzione di Ginevra.
2. L’applicazione del concetto di paese terzo sicuro è subordinata alle norme stabilite dal diritto nazionale, comprese:
a) norme che richiedono un legame tra il richiedente e il paese terzo in questione, secondo le quali sarebbe ragionevole per detta persona recarsi in tale paese;
b) norme sul metodo mediante il quale le autorità̀ competenti accertano che il concetto di paese terzo sicuro può̀ essere applicato a un determinato paese o a un determinato richiedente. Tale metodo comprende l’esame caso per caso della sicurezza del paese per un determinato richiedente e/o la designazione nazionale dei paesi che possono essere considerati generalmente sicuri;
c) norme conformi al diritto internazionale per accertare, con un esame individuale, se il paese terzo interessato sia sicuro per un determinato richiedente e che consentano almeno al richiedente di impugnare l’applicazione del concetto di paese terzo sicuro a motivo del fatto che quel paese terzo non è sicuro nel suo caso specifico. Al richiedente è altresì data la possibilità di contestare l’esistenza di un legame con il paese terzo ai sensi della lettera a)”

Al di là delle decisioni individuali, delle Commissioni territoriali, e quindi dei giudici sui singoli casi di ricorso, rimane cruciale il ruolo delle informazioni definite con l’acronimo COI in merito al paese di origine o di precedente residenza abituale di un richiedente asilo, che vengono utilizzate da queste Commissioni nelle procedure di valutazione delle richieste di protezione internazionale. Si tratta di informazioni che andrebbero costantemente aggiornate e rese pubbliche, da utilizzare anche nel caso di paesi di origine sicuri, senza alcun automatismo, ma solo al fine di verificare la fondatezza della istanza individuale di protezione, sulla base di tutti gli elementi di prova addotti dal richiedente. Elementi di prova che deve essere possibile fornire, sulla base di una informazione adeguata e del supporto di consulenti legali, anche nei casi di trattenimento amministrativo in frontiera, o negli altri luoghi destinati al trattenimento delle persone subito dopo il loro ingresso in Italia per ragioni di soccorso. E gli stessi elementi di prova dovrebbero essere utilizzabili nei centri di detenzione che l’Italia si propone di avviare in Albania. Come invece le procedure accelerate in frontiera previste da ultimo dal Decreto Cutro (legge 50/2023) non sembra possano garantire. Ma su queste procedure occorre attendere il giudizio della Corte di Cassazione e della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

In una nota tecnica, l’UNHCR evidenzia innanzitutto come la legge 50/2023 “ estende la preesistente procedura accelerata di frontiera ai richiedenti provenienti da Paesi di origine designati come sicuri e dispone il trattenimento per quei richiedenti, tra coloro che siano stati avviati a tale procedura, i quali non abbiano consegnato il “passaporto o altro documento equipollente” o non prestino “idonea garanzia finanziaria”. Il trattenimento avverrà nei punti di crisi (hotspot) esistenti presso i maggiori luoghi di sbarco, nelle strutture analoghe ai punti di crisi che verranno individuate o nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) che si trovino in prossimità della frontiera. I minori e tutte le altre persone con esigenze particolari, come da disposizioni vigenti, sono esonerati da ogni forma di procedura accelerata”.

L’ACNUR dopo una generale considerazione positiva delle procedure accelerate in frontiera, soprattuto nei casi in cui appare maggiormente probabile l’esito positivo della domanda di protezione, “Raccomanda, tuttavia, di incanalare in procedura di frontiera (con trattenimento) solo le domande di protezione internazionale che, in una fase iniziale di raccolta delle informazioni e registrazione, appaiano manifestamente infondate.
In particolare, la domanda proposta dal richiedente proveniente da un Paese di origine sicuro non deve essere incanalata in tale iter quando lo stesso abbia invocato gravi motivi per ritenere che, nelle sue specifiche circostanze, il Paese non sia sicuro. Si sottolinea, a tal fine, la centralità di una fase iniziale di screening, volta a far emergere elementi utili alla categorizzazione delle domande (triaging) e alla conseguente individuazione della procedura più appropriata per ciascun caso.

Occorre dunque garantire comunque “un esame caso per caso” delle diverse istanze di protezione internazionale, anche quando provengano da persone che siano arrivate da un paese terzo “sicuro”, ed il richiedente che ha diritto ad una procedura individuale può addure un rischio grave in caso di rimpatrio e chiedere quanto meno il passaggio ad una procedura ordinaria, come si può imporre nei casi in cui sia mancata una corretta informazione iniziale, o non siano stati rspettati i tempi della procedura accelerata in frontiera. In questo senso la giurisprudenza italiana ha ormai adottato un orientamento consolidato che riduce al minimo l’operatività delle procedure accelerate in frontiera introdotte con il Decreto Cutro (legge n.50 del 2023), almeno fino quando non ci sarà l’atteso pronunciamento della Corte di Giustizia dell’Unione europea, ed il conseguente giudizio della Corte di Cassazione sulla mancata convalida dei provvedimenti di trattenimento amministrativo, con riferimento alle prime procedure accelerate in frontiera nel centro Hotspot di Pozzallo-Modica, adottati dai giudici del Tribunale di Catania lo scorso anno.

Mentre la categoria di paese di origine “sicuro”, oltre che per respingere in modo sommario le richieste di protezione internazionale, attraverso procedure accelerate in frontiera, fornisce una base per concludere o rinnovare accordi di riammissione dei cittadini provenienti da questi paesi, espulsi o respinti, magari con modalità semplificate nel riconoscimento della identità e della nazionalità, la diversa categoria di paese terzo “sicuro”, viene utilizzata per giustificare gli accordi di collaborazione per il contrasto dell’immigrazione illegale (law enforcement) , per il coordinamento delle attività di intercettazione in acque internazionali, e in prospettiva per esternalizzare le procedure di asilo e le prassi di detenzione amministrativa di coloro che richiedono protezione. Prospettiva fortemente sollecitata dal governo Meloni, che finora l’Unione europea non ha accettato con riferimento ai paesi di transito, che a loro volta si sono dchiarati fermamente contrari a ospitare sul propri territori strutture hotspot esternalizzate dall’Unione europea o da singoli Stati membri. Anche in questo caso non sono mancati interventi giurisprudenziali che, con riferimento allo sbarco di persone soccorse in acque internazionali, hanno eslcuso la possibilità di qualificare la Libia o la Tunisia come paesi terzi “sicuri”.

Talora le definizioni che abbiamo fin qui distinto si possono sommare, quando si propone, ad esempio con il Protocollo d’intesa Italia-Albania, la esternalizzazione delle procedure di asilo e del trattenimento amministrativo in un paese terzo “sicuro” (l’Albania), ma solo relativamente a persone provenienti da “paesi di origine sicuri”. E già qui si ricorre ad una evidente finzione giuridica, al di là dela portata discriminatoria della normativa nazionale che attua il Protocollo, sottoponendo alla giurisdizione italiana persone che si trovano sul territorio di uno Stato terzo in un centro di transito (hotspot) comunque chiuso, o in un vero e proprio centro di detenzione (CPR), seppure queste aree siano state soltanto concesse in uso alle autorità italiane. Ma la cessione in uso non corrisponde alla totale cessione di sovranità, come ha precisato la Corte Costituzionale albanese, che in proposito ha ritenuto la legittimità del Memorandum Meloni-Rama, soltanto sulla base del riconoscimento di una giurisdizione “concorrente”, italiana ed albanese. Riconoscimento che porrà non pochi problemi nella fase attuativa, ammesso che ci si arrivi, anche di fronte ai giudici italiani, fino alla verifica di legittimità che si dovrà sollecitare davanti alla Corte costituzionale italiana.

3. Il governo italiano si vanta di avere costretto l’Unione europea a spostare l’attenzione dai problemi che interessano maggiormente agli Stati continentali, e dunque dai cd. “movimenti secondari” alla questione dei “movimenti primari”, con particolare riferimento alle frontiere esterne del Mediteraneo. La prospettiva che si persegue, magari in collaborazione con l’OIM e con l’UNHCR, che però hanno posizioni di garanzia molto precise sul punto, è di favorire la “deportazione” in questi paesi, ritenuti “sicuri”, di immigrati irregolari di diversa nazionalità, dopo il diniego sulla domanda di protezione, alla fine della “procedura accelerata in frontiera”. Sfugge evidentemente alla premier Meloni, o si preferisce nascondere, la situazione dei diritti umani nei paesi nordafricani di transito, come l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, che pure ministri e sottosegretari italiani hanno intensamente frequentato in questi ultimi mesi. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. In diversi paesi terzi “sicuri”, in particolare nel caso della Tunisia, oltre alla repressione rivolta ai migranti irregolari è cresciuta la persecuzione di ativisti, giornalisti e avvocati che ne difendevano i diritti fondamentali, o che si limitavano ad esprimere soltanto opinioni critiche al riguardo. Gli immigrati subsahariani rastrellati a Sfax ed in altre zone delle regioni meridionali sono stati prima espulsi verso la terra di nessuno, in pieno deserto tra la Tunisia e la Libia, o l’Algeria, quindi, dopo che la deportazione aveva già cominciato a produrre le prime vittime, sono stati in parte ripresi, arrestati e rimangono attualmente sottoposti ad un severo regime detentivo, se non vengono gettati per strada come merce di scarto. Chi ha osato criticare queste prassi di polizia è finito sotto processo, ed in alcuni casi ci sono stati provvedimenti restrittivi in danno di difensori dei diritti umani. Le manifestazioni di una parte della popolazione a supporto dell’autocrate Saied non possono coprire arresti arbitrari e trattamenti inumani e degradanti che dovrebbero portare alla sospensione del Memorandum UE-Tunisia ed al congelamento dei rapporti diplomatici e commerciali con la Tunisia. Ma è ben difficile che l’attuale governo italiano proceda in questa direzione. Anche se la sorte dei potenziali richiedenti asilo in quel paese, che non applica la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, appare segnata.

4. Il diritto di asilo, previsto nelle sue diverse forme dall’art. 10 della Costituzione italiana, e ribadito con varia ampiezza nelle Direttive e nei Regolamenti europei fin qui vigenti, ha natura individuale e costituisce un dirito fondamentale della persona. La ratio fondante di tutta la disciplina in materia di protezione internazionale consiste proprio nella protezione dei singoli da condotte gravemente lesive dei loro diritti umani. Questa finalità è confermata dalla nostra Costituzione, all’art. 10, co. 3 che ha una portata molto più ampia della formulazione dello stesso diritto nella Convenzione di Ginevra del 1951 e nelle Direttive europee. La nozione di «Paesi di origine sicuri» si fonda invece su una valutazione di «safety for the majority» che difficilmente si concilia con la dimensione individuale del diritto di asilo, da intendere secondo la giurisprudenza italiana come un diritto soggettivo perfetto, che preesiste all’ingresso nel territorio dello Stato.

Lo Stato italiano non si era avvalso della facoltà di adottare una lista di Paesi designati come sicuri fino al 2018, quando, ad opera del D.L. 113/2018 convertito con modificazioni in L. n. 132/2018, è stato introdotto nel D.Lgs. 25/2008 l’articolo 2-bis rubricato appunto “Paesi di origine sicuri”.

La normativa vigente prevede soltanto una presunzione relativa di sicurezza rispetto al Paese di origine, ma senza alcun riferimento automatico alla situazione in questo paese o al transito in un altro paese terzo ritenuto sicuro. L’art 2 bis del D.lvo n. 25/2008, che attuava la direttiva 2013/32/UE, stabilisce i criteri in base ai quali un Paese può essere inserito nell’elenco dei Paesi sicuri: : 2. Uno Stato non appartenente all’Unione europea può essere considerato Paese di origine sicuro se, sulla base del suo ordinamento giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che, in via generale e costante, non sussistono atti di persecuzione quali definiti dall’articolo 7 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251, né tortura o altre forme di pena o trattamento inumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. La designazione di un Paese di origine sicuro può essere fatta con l’eccezione di parti del territorio o di categorie di persone. In particolare nella valutazione di un paese di origine sicuro occorre tenere conto di molteplici indici e considerare in particolare il rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, aperto alla firma il 19 dicembre 1966, ratificato ai sensi della legge 25 ottobre 1977, n. 881, e nella Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 10 dicembre 1984, in particolare dei diritti ai quali non si può derogare a norma dell’articolo 15, paragrafo 2, della predetta Convenzione europea; il rispetto del principio di cui all’articolo 33 della Convenzione di Ginevra; un sistema di ricorsi effettivi contro le violazioni di tali diritti e libertà.”

Il richiedente asilo e la Commissione teritoriale, e poi il giudice in caso di ricorso giurisdizionale, sono tenuti a cooperare per fare emergere i necessari elementi probatori per affermare o escludere un diritto alla protezione anche nel caso di richiedenti asilo provenienti da paesi terzi sicuri. Non ci può essere alcun automatismo nel diniego di uno status di protezione nei confronti di chi provenga o sia transitato da un paese terzo, o di origine, sicuro. Si deve ricordare a tale proposito la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo del 21 novembre 2019, Ilias and Ahmed c. Ungheria, che ha accertato la violazione dell’art. 3 della CEDU da parte dell’Ungheria, le cui autorità avevano rigettato la domanda di protezione di due cittadini bengalesi espulsi verso la Serbia, sul semplice presupposto che tale Stato era stato incluso in un elenco governativo sui Paesi sicuri, senza compiere una valutazione seria e approfondita del caso specifico e senza preoccuparsi degli effetti di un respingimento a catena verso altri Stati.

Nei diversi casi di richiedenti asilo provenienti dalla Tunisia, i tribunali hanno riconosciuto il diritto alla protezione speciale, o hanno sospeso i provvedimenti di diniego dello status di protezione.. Da tempo, la giurisprudenza italiana, su base individuale, ha riconosciuto, a cittadini tunisini che avevano ricevuto un diniego dalle Commissioni territoriali, la protezione (prima) umanitaria, ed adesso speciale, in base ad una normativa ed al richiamo dell’art. 10 della Costituzione, che non possono essere abrogati da una legge ordinaria, come la legge n.50 del 2023 (ex “Decreto Cutro”). Il Tribunale di Firenze ha bocciato in diverse occasioni le premesse ai base del trattenimento amministrativo generalizzato per i richiedenti asilo provenienti da paesi ritenuti “sicuri”, previsto dal Decreto Cutro, escludendo che la Tunisia possa essere comunque ritenuta un “paese di origine sicuro, accogliendo il ricorso di un richiedente asilo tunisino contro il ministero dell’interno e sospendendone pertanto l’espulsione. Lo stesso Tribunale di Firenze riporta poi “recentissimi e gravi sviluppi” che hanno gravemente colpito la democrazia tunisina, come la destituzione e l’arresto di giudici, dopo che il premier Saied aveva affermato che “qualunque magistrato avesse osato esonerare dalle loro responsabilità gruppi criminali sarebbe stato considerato loro complice”. Anche il Tribunale di L’Aquila, in accoglimento del ricorso proposto da un cittadino tunisino, ha riconosciuto la protezione speciale al medesimo, non mancando di contestare l’inserimento della Tunisia nella lista dei “Paesi sicuri” di cui al Decreto ministeriale del 17 marzo 2023.

5. Con il Decreto interministeriale del 7 maggio 2024, ai sensi dell’art. 2-bis del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, è stato ampliato l’elenco dei Paesi di origine sicuri che adesso comprende: Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Camerun, Capo Verde, Colombia, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Peru’, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Rispetto al precedente Decreto del 17 marzo 2023 con il quale erano stati inclusi la Nigeria e la Costa d’Avoriosono stati aggiunti Bangladesh, Camerun, Colombia, Egitto, Peru’ e Sri Lanka. Il nuovo elenco di paesi di origine sicuri tende a riguardare alcuni paesi dai quali negli ultimi anni si sono verificati arrivi più consistenti, senza considerare le situazioni interne di questi paesi, caratterizzati da ricorrenti violazioni dei diritti umani.

L’inclusione dell’Egitto nella lista di paesi di origine sicuri costituisce uno sfregio al diritto ed alla Costituzione, oltre che alla memoria di Giulio Regeni, ed al dolore della sua faniglia, nei giorni in cui nelle udienze dibattimentali stanno emergendo complicità attuali del regime di Al Sisi nella copertura di assassini e torturatori. La piattaforma per i rifugiati (RPE) in Egitto ha pubblicato ad ottobre del 2022 un importante documento in cui critica il sostegno europeo alle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera praticate dall’Egitto. Ma ormai queste denunce non scalfiscono la faccia sorridente dei rappresentanti di governo che presentano come un successo il risultato delle loro missioni in paesi che non rispettano in alcun modo i diritti umani. Al Sisi ha subito dimostrato come intende utilizzare i fondi ricevuti da Bruxelles. Migliaia di rifugiati sudanesi fuggiti nel vicino Egitto sono stati detenuti dalle autorità egiziane in una rete di basi militari segrete e poi deportati nel loro paese dilaniato dalla guerra, spesso senza la possibilità di chiedere asilo, secondo un’indagine pubblicata lo scorso 25 aprile da The New Humanitarian).

6. Non regge neppure la distinzione tra “migranti economici” e “richiedenti asilo”, adottata spesso subito dopo lo sbarco o l’ingresso nel territorio nazionale, sulla base della compilazione di un foglio notizie sul quale barrare alcune caselle prestampate..

Una recemte sentenza della Corte di Cassazione ( n.5797/2024), proprio con riferimento ad un cittadino tunisino, ha stabilito che prima della compilazione del “foglio notizie” vada fornita una informazione esaustiva, anche sulla possibilità di richiedere asilo pur provenendo da un paese di origine “sicuro”. In particolare la Corte ribadisce come l’informativa vada fornita a tutti i migranti e non solo a coloro che richiedano protezione internazionale. Dovrà trattarsi di un’informativa completa che si riferisca anche alla procedura di protezione, oltre che ai programmi di ricollocazione e alla possibilità di “rimpatrio volontario assistito”. Dunque “Non è sufficiente, al fine di ritenere assolto l’obbligo di informativa di cui all’art 10 ter T.U.I. che nel decreto di respingimento o di trattenimento si indichi genericamente che il soggetto è stato compiutamente informato, se, nella contestazione dell’interessato, nulla emerge, in ordine alla informativa, dal foglio notizie né da altri atti, documenti o mezzi di prova offerti dalla amministrazione; e segnatamente se non emergono i tempi e le modalità con cui l’ informativa è stata somministrata, con specifico riguardo alla lingua utilizzata, alla presenza di un interprete o mediatore culturale e ciò al fine di consentire una verifica sulla comprensibilità delle informazioni fornite“.

In base alla sentenza della Corte di cassazione n. 4455/2018, la condizione di  “vulnerabilità” può “avere ad oggetto anche la mancanza delle condizioni minime per condurre un’esistenza nella quale non sia radicalmente compromessa la possibilità di soddisfare i bisogni e le esigenze ineludibili della vita personale, quali quelli strettamente connessi al proprio sostentamento e al raggiungimento degli standard minimi per un’esistenza dignitosa”, oltre a poter essere “la conseguenza di un’esposizione seria alla lesione del diritto alla salute, non potendo tale primario diritto della persona trovare esclusivamente tutela nel d.lgs. n. 286 del 1998, art. 36” o ancora “essere conseguente ad una situazione politico-economica molto grave con effetti d’impoverimento radicale riguardanti la carenza di beni di prima necessità, di natura anche non strettamente contingente, od anche discendere da una situazione geo-politica che non offre alcuna garanzia di vita all’interno del Paese di origine (siccità, carestie, situazioni di povertà inemendabili)”. Secondo la Corte “Queste ultime tipologie di vulnerabilità richiedono l’accertamento rigoroso delle condizioni di partenza di privazione dei diritti umani nel Paese d’origine perché la ratio della protezione umanitaria rimane quella di non esporre i cittadini stranieri al rischio di condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo di diritti della persona che ne integrano la dignità”. Non si può dunque accettare alcun automatismo nella definizione delle procedure accelerate in frontiera e nella correlata detenzione amministrativa di persone che sarebbero cittadini di paesi di origine sicuri, in vista di un loro rapido rimpatrio, dopo il respingimento della richiesta di protezione internazionale. Comunque, ogni situazione personale va considerata singolarmente ed i provvedimenti amministrativi di trattenimento, di dinego e di espulsione, come di respingimento differito, devono avere congrue motivazioni individuali e garantire tempi e modalità di esercizio di una effettiva attività di difesa.

7.  Con la sentenza del 23 novembre 2023 sul caso A.T. and Others v. Italy, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha condannato ancora una volta l’Italia per la detenzione informale, senza basi legali, in un centro di accoglienza/detenzione “Hotspot” di cittadini di un paese di origine sicuro come la Tunisia. Se l’Italia insisterà sistematicamente con procedure contrarie al Diritto dell’Unione europea, nei centri Hotspot e negli altri luoghi a disposizione delle forze di polizia, se non praticate additittura in un territorio esterno alla stessa Unione, non si può neanche escludere l’apertura di una procedura di infrazione.

In ogni caso, la libertà personale va garantita a prescindere dalla provenienza da un paese terzo sicuro, o meno, anche quando non vi sia una specifica richiesta di protezione, o questa sia stata respinta, ed il ricorso non abbia effetto sospensivo. Secondo l’art. 13 della Costituzione non è ammessa alcuna forma di detenzione, di ispezione o di perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria, e se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”.

Tute le nuove qualificazioni degli Stati di origine o di provenienza, come il ricorso alle procedure accelerate in frontiera, anche nel caso di domande reiterate, non potranno prevalere rispetto ai principi affermati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione rispetto alle procedure di allontanamento forzato ed al riconoscimento del diritto di asilo nella più vasta portata imposta dall’art.10 della Costituzione italiana, che oggi si estende fino a dare copertura ai numerosi casi di protezione speciale (ex umanitaria) riconosciuta a cittadini di paesi di origine ritenuti “sicuri”. Come si vede ogni giorno di più, ad ogni provvedimento di diniego o di espulsione comminato dalle autorità italiane seguirà un ricorso, una denuncia, una divulgazione dei fatti che non potranno essere nascosti ancora a lungo dietro le “formule magiche” adottate, sulla base di scelte legislative opportunistiche, di chiara matrice elettorale, ed in contrasto con la Costituzione, dal ministero dell’interno, dai prefetti e dai questori, per negare diritti e riprodurre irregolarità, quando neppure le espulsioni saranno eseguibili. La trasformazione dell’istituto della protezione umanitaria in “protezione speciale”, e poi le ulteriori previsioni restrittive del Decreto Cutro (legge n.50 del 2023) non hanno modificato la portata degli articoli 10, 13, 24 e 117 della Costituzione, nè la valenza normativa delle Direttive europee in materia di protezione internazionale. In particolare, per quanto più volte attaccato dal legislatore, l’istituto della protezione speciale, tuttora vigente anche in base al chiaro disposto dei divieti di espulsione affermati dall’art.19 del Testo unico n.286/98 sull’immigrazione, rimane nell’alveo dell’art.10 della Costituzione italiana ed è applicabile anche nel caso di persone provenienti da paesi di origine ritenuti “sicuri”.

Non si può dunque ammettere alcuna discriminazione nelle procedure di allontanamento forzato, a seconda che le persone provengano da un paese di origine o da un paese terzo “sicuro”. Il giudice della convalida del trattenimento non si potrà limitare ad un mero riscontro formale della lista di paesi di origine “sicuri”, ma dovrà motivare caso per caso. Con la sentenza 105 del 2001 la Corte Costituzionale ha stabilito che in ogni caso di espulsione o di respingimento, l’accompagnamento coattivo alla frontiera costituisce una misura coercitiva, incidente sulla libertà personale del soggetto; ad esso, pertanto, devono essere applicate le garanzie stabilite dall’art. 13 Cost., norma rivolta non soltanto ai cittadini, ma a “tutti” e, dunque, anche agli stranieri; tali garanzie comportano la necessità di un controllo giurisdizionale del provvedimento, che deve essere inteso “nella sua accezione più piena”. Con l’Ordinanza pubblicata il 18 ottobre 2023 la Corte di Cassazione, afferma la nullità della convalida del trattenimento amministrativo disposto in base all’art.14, comma 4 del d.lgs. 286/98, presso il CPR di Caltanissetta, ribadendo la riserva assoluta di legge in materia di libertà personale, e richiamando quel consoidato orientamento della Corte secondo cui “non soltanto l’autorità amministrativa è priva di qualsiasi potere discrezionale, ma amche il controllo giurisdizionale si deve estendere al vaglio di specificità dei motivi addotti a sostegno della richiestanonchè della conseguenza di essi rispetto alla finalità di rendere possibile il rimpatrio (v. Cass 18227/2022, Cass 6064/2019 e Cass, 18748/2015)”. Le motivazioni si dovranno fondare su attività istruttorie effettivamente svolte, e non potranno essere meramente “cartacee”, con il richiamo esclusivo a norme di legge ma senza un esame individuale del singolo richiedente asilo.

8. Per la Corte di Cassazione (Sez. 1, Ordinanza n. 1074/2023, ud. 08/11/2022, dep. 16/01/2023), in un caso di un richiedente asilo proveniente da un paese di origine ritenuto sicuro, In tema di protezione sussidiaria, la valutazione di credibilità relativa a fatti che potrebbero essere qualificati come “trattamenti inumani e degradanti”, ai sensi dell’art. 14, lett. b) del d.lgs. n. 251 del 2007, impone al giudice di indagare, “ex officio”, il racconto del richiedente non solo sul piano dell’attendibilità e della coerenza, ma anche su quello delle condizioni del Paese d’origine, con particolare riferimento al contesto sociale e culturale. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione della corte territoriale che, nell’esaminare la domanda di protezione spiegata da un cittadino del Senegal, il quale aveva riferito di
essere stato costretto dalla famiglia a frequentare una scuola coranica, dove era stato sottoposto a continue vessazioni e violenze, non aveva compiuto alcuna attività istruttoria volta ad acquisire informazioni sulle scuole coraniche in Senegal e sul trattamento vessatorio riservato ai giovani ad esse affidati).

9. La Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 18188/2023, ud. 01/07/2021, dep. 26/06/2023, ha rilevato la “differenza tra la condizione di chi fugge dal paese d’origine (nel caso in esame, il Bangladesh), per timore di essere ridotto in schiavitù in conseguenza dei debiti contratti
e quella di chi, invece, migra per quelle che la Corte indica come “ragioni economiche”. In particolare, la S.C. ha accolto il ricorso avverso il decreto impugnato ritenendo che “il Tribunale non ha adempiuto all’obbligo di cooperazione istruttoria sui riflessi di “asservimento” personale per i debiti contratti in Bangladesh, tale da attingere la soglia della “riduzione in schiavitù per debiti”, così da costituire presupposto per il riconoscimento
della protezione internazionale, in quanto causa in esso di pericolo di persecuzione, diffusa nel costume locale e tollerata dalle autorità statali; ed essa si differenzia dalla migrazione per ragioni economiche poiché, nel primo caso, l’espatrio non persegue un miglioramento economico, ma si rende necessario al fine di evitare rattamenti inumani o gravemente dannosi per la persona; con la conseguenza che, ove sia stato dedotto tale pericolo, il giudice deve svolgere d’ufficio gli accertamenti necessari a verificare che le leggi o i costumi del
paese di provenienza siano tali da autorizzare o tollerare tale pratica (Cass. 21 dicembre 2020, n. 29142; Cass. 20 dicembre 2021, n. 40912; Cass. 18 marzo 2022, n. 8959)”.

10. La Corte di Cassazione, (Sez. 1, Ordinanza n. 8654/2023, ud. 06/02/2023, dep. 27/03/2023), nel caso di un richiedente asilo proveniente da un paese di origine ritenuto “sicuro” come la Tunisia, ha affermato che “in tema di protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 5 del d.lgs. n. 25i1 del 2007, responsabile del danno grave può essere anche un soggetto privato non statuale, a condizione che le autorità del Paese di provenienza del ricorrente non siano in grado di offrirgli una protezione effettiva: ne consegue che il giudice ha il dovere istruttorio di effettuare una verifica officiosa sulla situazione aggiornata del paese d’origine e sull’eventuale inutilità di una richiesta di protezione alle autorità dello stesso”.

11 La Corte di Cassazione, con riferimento ad un richiedente asilo proveniente dalla Nigeria, (Sez. 1, Ordinanza n. 9080/2023, ud. 07/03/2023, dep. 31/03/2023), ha afermato che “In tema di protezione speciale, la seconda parte dell’art. 19, comma 1.1. del d.lgs. n. 286 del 1998, come modificato dal d.l. n. 130 del 2020, convertito con l. n. 173 del 2020, attribuisce diretto rilievo all’integrazione sociale e familiare in Italia del richiedente asilo, da valutare secondo i parametri indicati nella norma citata, senza che occorra procedere ad un giudizio di comparazione con le condizioni esistenti nel paese d’origine; al contempo, tale integrazione – in linea con la tutela della vita privata e familiare assicurata dall’art 8 della CEDU – va valutata in modo complessivo ed unitario, senza limitarsi a soppesare in modo atomistico i singoli elementi addotti dal ricorrente.

12. La Corte di Cassazione, (Sez. 1, Ordinanza n. 10190/2023, ud. 10/01/2023, dep. 17/04/2023) in un caso riguardante un richiedente asilo proveniente dalla Nigeria, ha altresì deciso che ““ai fini del giudizio di bilanciamento funzionale al riconoscimento della protezione umanitaria, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed a quella alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio. A fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni sociopolitiche del Paese d’origine deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone, pertinenti al caso e aggiornate al momento dell’adozione della decisione; conseguentemente, il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di esaminare la documentazione prodotta a sostegno della dedotta integrazione e di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, incorrendo altrimenti la pronuncia nel vizio di motivazione apparente (Cass. 22528/2020; Cass. 26671/2022). Nella specie, il Tribunale ha accertato ‒ sia pure ai fini dell’accertamento della situazione di violenza indiscriminata ex art. 14 d.lgs. 251/2007 ‒ che la zona di provenienza del richiedente (Edo State) è connotata da violenze tra gruppi armati che si contendono terre e risorse, essendo la maggior parte della popolazione esclusa dai benefici provenienti dall’attività estrattiva. Se tale situazione non ha dato luogo ad una fattispecie di violenza indiscriminata, ai fini della protezione sussidiaria, la stessa andava di certo approfondita nella valutazione comparativa ai fini della eventuale concessione della protezione umanitaria (Cass. Sez. U., 09/09/2021, n. 24413; Cass. sez. U., 13/11/2019, n. 29459). Inoltre, nel caso in esame, il Tribunale di Milano, nonostante che nella parte narrativa avesse dato atto che il ricorrente aveva seguito un corso di italiano, un corso di informatica ed era stato assunto con contratto a tempo indeterminato già da giugno 2021, nel valutare l’applicabilità o meno dell’istituto della protezione speciale, nel bilanciamento da operarsi in adesione all’art. 19 co. 1.1. TUI, come novellato dal DL 130/20 conv. in L. 173/20, è giunto alla conclusione negativa sul rilievo che il solo lavoro certamente è non sufficiente a far ritenere sussistente un percorso di integrazione in Italia dal ricorrente, considerato che i figli sono in Nigeria”.
La S.C. ha ritenuto che “tale conclusione non appare condivisibile anche alla luce del recente arresto delle Sezioni Unite n. 24413/2021 […] Non vi è dubbio che, nel caso di specie, il decreto impugnato, nel valutare la condizione di vulnerabilità del richiedente, abbia completamente omesso di esaminare il profilo della violazione dell’art. 8 CEDU – rilevante anche nel vigore nella nuova disciplina introdotta con il D.L. 130/2020 – astenendosi dal valutare il percorso di integrazione eventualmente compiuto dal ricorrente con l’inserimento nel mondo lavorativo” e ha quindi cassato con rinvio il decreto impugnato per nuovo esame,
alla luce dei principi enunciati dalle S.U. nella citata sentenza n. 24413/2021.

13. Infine la Corte di Cassazione a Sezioni unite, con sentenza n.11399 del 30 gennaio 2024, pubblicata il 20 aprile 2024, ancora in un caso di un richiedente asilo proveniente da un paese di origine sicuro, ha stabilito che “in caso di ricorso giurisdizionale avente ad oggetto il provvedimento di manifesta infondatezza emesso dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale nei confronti di soggetto proveniente da Paese sicuro, vi è deroga al principio generale di sospensione automatica del provvedimento impugnato solo nel caso in cui la commissione territoriale abbia applicato una corretta procedura accelerata, utilizzabile quando ricorra ipotesi di manifesta infondatezza della richiesta protezione. In ipotesi contraria, quando la procedura accelerata non sia stata rispettata nelle sue articolazioni procedimentali, si determina il ripristino della procedura ordinaria ed il riespandersi del principio generale di sospensione automatica del provvedimento della Commissione territoriale“.