Cosa si vuole nascondere in Italia sul Memorandum UE-Tunisia

di Fulvio Vassallo Paleologo

Dopo i fallimenti a catena del governo Meloni sui principali dossier riguardanti la migrazione e l’asilo, con il rinvio a tempo indeterminato dell’attuazione del Protocollo Italia-Albania, il blocco delle procedure accelerate in frontiera tuttora all’esame della Cassazione e della Corte di Giustizia UE, il mancato avvio delle procedure per gli ingressi legali in Italia per lavoro, la implosione dei centri di detenzione (CPR) e il conseguente calo delle procedure di espulsione, in una campagna elettorale ancora basata su discorsi d’odio e provvedimenti in forma di decreti legge che stravolgono i principi costituzionali, i risultati vantati nella collaborazione con la Tunisia, rimangono l’unico punto che trova ancora spazio nella propaganda governativa diffusa sui principali media. Tutti gli altri argomenti, che potrebbero fare perdere consensi, vanno nascosti. Si utilizzano così i numeri, che segnalano un forte calo delle traversate del Mediterraneo centrale, in particolare dalle coste tunisine, e si nascondono le conseguenze devstanti che la collaborazione con l’autocrate Saied a Tunisi stanno producendo sulle persone, anche più vulnerabili, come donne e minori. Mentre rimane alto il costo in vite umane di tentativi di fuga via mare, constrastati con crescente brutalità, se non con atti di abbandono e di omissione di soccorso, senza alcuna attenzione per la salvaguardia della vita umana e del diritto al salvataggio ed allo sbarco in un porto sicuro. Neppure il nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo, che pure ha visto sconfitta l’Italia sulla richiesta di una modifica delle regole sulla responsabilità dei paesi di primo ingresso (Regolamento Dublino per l’esame delle richieste di asilo), ha previsto espressamente missioni di ricerca e salvataggio in acque internazionali,, oltre le attività di contrasto dell’immigrazione irregolare affidate all’agenzia Frontex in collaborazione con le forze di polizia dei paesi UE ed extraUE. Anche su questo versante, dopo gli accordi con le autorità europee ed italiane, la Tunisia di Saied ha approvato una nuova legge che mira ad aumentare le intercettazioni in alto mare, e la collaborazione (coordinamento) con le forze di polizia marittima dei paesi europei più vicini, dunque Italia e Malta.

La quotidiana reiterazione di crimini contro l’umanità in conflitti che sono al centro dell’attenzione mediatica e politica in tutto il mondo, come la pulizia etnica in corso in Palestina, e lo stallo nel conflitto tra Russia e Ucraina, sulla pelle delle popolazioni civili, spostano l’attenzione dell’opinione pubblica sul versante orientale e sulle esigenze di “protezione dei confini esterni” terrestri dell’Unione europea, contribuendo a creare una diffusa assuefazione nel senso comune della popolazione. In modo da consentire ai governi impegnati nella campagna per le prossime elezioni europee di nascondere gli abusi e le violenze perpetrate dai regimi” amici” nei paesi africani verso i quali si sono rivolte le politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera, con una fitta rete di Memorandum d’intesa e di accordi bilaterali.

Il caso della Tunisia è emblematico delle conseguenze negative di queste politiche che il governo Meloni ha promosso e perseguito fin dal suo insediamento, con una intensa attività diplomatica, culminata, all’interno del cd. Piano Mattei per l’Africa, in una raffica di accordi di settore, con i quali si sta cercando di saldare il contrasto dell’immigrazione irregolare (law enforcement), da tradursi nel blocco dei potenziali richiedenti asilo, con aiuti economici anche per deportazioni a catena verso i paesi di origine, magari sotto forma di rimpatri volontari, ma anche con progettazioni comuni in campo energetico ed ambientale, in modo da contrastare la crescente presenza russa che dal Sahel si sta estendendo alla Libia ed alla Tunisia.

Quanto sta succedendo in queste ultime settimane in Tunisia, con gli arresti arbitrari di attivisti, giornalisti ed avvocati, appare direttamente collegato alla forte opposizione che la società civile tunisina ha esercitato dopo le leggi liberticide ed i proclami di odio razziale lanciati da Saied, al punto di paventare il rischio di una “sostituzione etnica”, utilizzato contro i migranti presenti in Tunisia per aizzare il suo elettorato, una volta esautorato il Parlamento, Persone in prevalenza di origine subsahariana, inclusi nuclei familiari ormai residenti da tempo in quel paese, sono rimasti intrappolati senza uno status legale di soggiorno, ed hanno subito retate di polizia, per effetto degli accordi con l’Italia e con l’Unione europea, oltre che per la mancata attuazione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati ed il mancato rispetto degli obblighi di ricerca e soccorso in acque internazionali, sanciti a carico delle autorità italiane e maltesi. E infatti queste autorità rimbalzano sui guardiacoste tunisni e libici le richieste di aiuto che ricevono.

Rispetto all’Egitto, con il quale pure il governo Meloni ha concluso nuovi accordi di polizia, mentre Al Sisi continua a dare copertura agli assassini di Giulio Regeni, malgrado la pratica della tortura dei detenuti rimanga impunita, in Tunisia, dopo la fase delle cd. primavere arabe si era verificata una forte crescita civile, con un ruolo importante delle donne. Di fronte all’attacco generalizzato alle comunità degli immigrati presenti nel paese erano scattate molteplici forme di solidarietà, a partire della difesa legale, con una incisiva partecipazione di organi di informazione che cercavano di sottrarsi alla narrazione imposta dal regime, ormai diventato una” dittatura democratica”, con gli arresti dei principali esponenti dell’opposizione e l’esautoramento del Parlamento. Contro questo risveglio democratico della società civile tunisina, che si schiera a difesa dei migranti perseguiti dal regime, si scaglia oggi la polizia e la magistratura dell’autocrate Saied, con il supporto di Giorgia Meloni e del suo governo.

Malgrado questa situazione nota da tempo, l’Unione europea e l’Italia hanno portato avanti la collaborazione con il governo di Tunisi, ed adesso tentano di nascondere gli effetti perversi che ne sono derivati, con una crescente pressione su giornalisti ed avvocati, e con una feroce spaccatura tra la popolazione, che in parte manifesta anche a favore di Saied, preoccupata dell’aumento incontrollato della presenza di immigrati irregolari che neppure possono passare (o ritornare) in LIbia per la chiusura dei valichi di frontiera, in particolare di Ras Jedir, ormai in mano alle milizie locali ed ai contrabbandieri.

Le continue deportazioni di persone migranti verso i confini desertici con la Libia e l’Algeria trovano così un parziale consenso anche tra la popolazione tunisina, stremata dalla crisi economica, mentre si aggravano le forme più diverse di sfruttamento di migranti in Tunisia che da paese di transito o di origine, sembra diventata un paese di destinazione e di blocco. Se gli accordi con l’Unione europea e l’Italia continueranno ad avere attuazione, senza l’apertura di canali legali di ingresso e senza l’evacuazione dei potenziali richiedenti asilo, la Tunisia rischia di trasformarsi in un gigantesco Hotspot mediterraneo. E questo non potrà che aggravare anche la condizione dei giovani tunisini, che sempre più spesso sono costretti a migrare per la mancanza di prospettive di vita nel loro paese. Chi oggi in Italia si compiace per il calo degli “sbarchi”, tra qualche mese potrebbe essere costretto a rivedere le sue stime.

E’ questa la realtà della Tunisia che si cela dietro gli arresti di attivisti, giornalisti ed avvocati rispetto ai quali l’Unione europea non è andata oltre una timida “preoccupazione”, e che in Italia sono completamente ignorati dal governo e dai media che controlla. Si nasconde persino che avvocati possano finire sotto tortura per avere difeso i diritti umani della popolazione migrante, perchè di questo si tratta, e non di discredito diffuso contro agenti governativi, o che altri vengano sottoposti ad arresti arbitrari per avere espresso sui social una qualsiasi opinione critica verso Saied. Di certo la Tunisia non si può qualificare come paese terzo sicuro, e neppure come “paese di origine sicuro” nella diversa accezione che vale per i tunisini arrivati in Italia, che si cerca di rimpatriare anche se sono richiedenti protezione internazionale.

L’involuzione autoritaria imposta da Saied è purtroppo sostenuta da alcuni governi europei, ed in particolare dal governo Meloni che, con numerose visite a Tunisi, ha dato un grande impulso al Memorandum d’intesa UE-Tunisia. Un “Piano d’azione” ottenuto da Statewatch delinea gli obiettivi e le attività della cooperazione dell’UE sulla migrazione con la Tunisia, il cui governo è stato pesantemente criticato dal Parlamento europeo per “un’inversione autoritaria e un allarmante arretramento sulla democrazia, i diritti umani e la democrazia (rule of law).”

A differenza di quanto si sta verificando in quel paese, dove la magistratura obbedisce alle direttive dell’autocrate Saied, applicando il famigerato decreto n.54/2022 contro la criminalità informatica, per mettere a tacere difensori dei diritti umani ed oppositori politici, in Italia la magistratura dà ancora segnali di indipendenza e riconosce come la Tunisia non sia un paese sicuro, nè per i migranti in transito, nè per gli stessi cittadini tunisini. Ma anche in Italia i giudici sono sotto attacco quando decidono in senso difforme dalla linea che vorrebbe imporre il governo con i suoi decreti legge incostituzionali,. Adesso a Roma la battaglia si potrebbe spostare sul controllo dei vertici della magistratura e sulla nomina dei nuovi giudici costituzionali. Per questa ragione quanto sta accadendo in Tunisia riguarda tutti noi perchè dimostra le conseguenze di un totale controllo governativo sugli organi della giurisdizione, ed anche perchè, malgrado questa involuzione autoritaria abbia prodotto un temporaneo calo degli arrivi, presto potrebbe esserci una inversione di tendenza, se non un aumento esponenziale, per una vera e propria implosione della democrazia autoritaria riconosciuta con tanti elogi a Saied da paesi come l’Italia. Paesi che in questo modo, non solo stanno tradendo la loro tradizione democratica, come in tanti altri campi, ma che con le loro politiche di esternalizzazione potrebbero determinare una grave destabilizzazione del Mediterraneo, quando anche in Tunisia, come si è già verificato in Libia, il governo “amico”, alleato per le politiche di blocco dei migranti, in cambio di una manciata di aiuti economici, si riroverà nella incapacità di governare la crisi interna, ed anche regionale, non solo migratoria, ma su scala più ampia, di portata economica e militare. Dallo scontro sociale interno innescato da Saied contro i migranti si potrebbe passare ad un conflitto interno. Perchè la guerra rimane sempre conseguenza inevitabile dei regimi che cancellano la democrazia ed i diritti umani e per questa ragione le migrazioni attraverso il Mediterraneo non potranno che aumentare ancora in futuro, quali che siano le strategie di contrasto che i paesi di destinazione cercheranno di attuare.


LUNEDÌ 20 MAGGIO 2024 18.32.14

Tunisia: resta in carcere avvocata e opinionista Dahmani

Tunisia: resta in carcere avvocata e opinionista Dahmani Rifiutata istanza di liberazione

(ANSA) – TUNISI, 20 MAG – Il giudice istruttore del tribunale di Tunisi ha respinto, dopo averla interrogata, l’istanza di liberazione dell’avvocato e opinionista Sonia Dahmani, confermando l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti il 13 maggio scorso. Lo ha detto ai media locali il presidente del suo comitato di difesa, composto da 12 avvocati, Abdelaziz Essid, che ha precisato che la richiesta di scarcerazione è stata respinta “in attesa del completamento del resto delle procedure, in particolare dell’audizione del rappresentante legale di un canale televisivo (Cathage+)”. Dahmani è oggetto di un’indagine per “uso di reti di comunicazione per diffondere informazioni false con l’obiettivo di mettere in pericolo la pubblica sicurezza” e per “incitamento all’odio”, ai sensi del decreto-legge 54 (anti-fake news), in particolare a causa di commenti sarcastici pronunciati sulla tv Carthage+ a proposito della situazione nel paese, legata ai migranti provenienti dall’Africa subsahariana, secondo i suoi difensori. La notizia del suo arresto all’interno della sede dell’Ordine degli avvocati ha suscitato fin da subito indignazione tra i colleghi che hanno intrapreso la scorsa settimana dure forme di agitazione, ricevendo la solidarietà degli avvocati di tutto il mondo. (ANSA)


LIGHTHOUSE REPORTS

In collaboration with the Washington Post, Enass, Der Spiegel, El Pais, IrpiMedia, ARD, Inkyfada and Le Monde we can reveal that Europe is knowingly funding, and sometimes directly involved in, systematic expulsions of Black refugees and migrants to deserts and remote areas across three North African countries, in a bid to prevent them from coming to the EU.

Desert Dumps

Europe supports, finances and is directly involved in clandestine operations in North African countries to dump tens of thousands of Black people in the desert or remote areas each year to prevent them from coming to the EU

... “in Tunisia, François, a 38-year-old Cameroonian national, describes how he was intercepted at sea by the Tunisian National Maritime Guard while trying to reach Italy on an overcrowded boat. He was then boarded onto buses with dozens of other sub-Saharan Africans and taken to the desert area near the Algerian border. He was able to hide his phone so it wasn’t confiscated by the police, and he provided us with GPS data and photographs from the journey, enabling us to verify his account.

At the Algerian border, François and the group of around 30 people were abandoned by the Tunisian security forces and ordered to walk towards Algeria. Facing warning shots from the Algerian side, they decided to head back to Tunisia. “There were two pregnant women in the group and a child with a heel infection […] We were thirsty. We began to suffer hallucinations,” he recalls. They walked for nine days, more than 40 kilometres, before finally finding transport to take them back to the Tunisian city of Sfax.”


Committee to Protect Journalists

Tunisia police arrest journalist Houssem Hajlaoui over social media posts amid crackdown

May 20, 2024 11:53 AM EDT


AFRICANEWS

By AP Last updated: 20/05 – 14:03

Migrants in Tunisia ask for safe passage to Europe amid increasing anti-migration policies


AVVENIRE

Bruxelles, 21 maggio 2024

Inchiesta. Migranti presi e scaricati nel deserto: l’ultima accusa che travolge la Ue

Giovanni Maria Del Re

Secondo un’inchiesta giornalistica internazionale Bruxelles fornirebbe mezzi e risorse alle autorità nordafricane che agirebbero con pratiche disumane per contenere le migrazioni


IRPIMEDIA

21 maggio 2024

«Come spazzatura»: il sistema delle espulsioni di massa dei migranti nel deserto

La storia di François, una delle vittime di un metodo sistematico e diffuso in Tunisia, Mauritania e Marocco. Ad alimentarlo sono le politiche di esternalizzazione delle frontiere Ue


IL MANIFESTO

22 maggio 2024

Caccia ai migranti con i mezzi forniti da Roma e Bruxelles

di Fabio Papetti

SCARTI D’EUROPA. Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto


EURONEWS

4 luglio 2023

I soldi dell’Ue per tenere i migranti lontani

L’accordo annunciato con la Tunisia è l’ultimo di una lunga serie: ma i fondi europei destinati ai Paesi stranieri per la gestione dei flussi sono complicati da conteggiare e possono finaziare violazioni di diritti umani

La politica migratoria europea procede spedita nella direzione dell’esternalizzazione.

L’ultimo accordo con un Paese straniero per controllare i flussi è quello annunciato  con la Tunisia, che verrà firmato a breve: nel quadro di un’intesa complessiva, ci saranno 105 milioni di euro per il controllo dei confini, le operazioni di ricerca e salvataggio in mare ed il rimpatrio di persone migranti nel Paese.

La partnership strategica con Tunisi è stata presa a modello dai leader europei, che sperano di svilupparne altre simili in futuro. Ma già ora l’Unione elargisce parecchio denaro in giro per il mondo per progetti legati alla gestione delle migrazioni: il problema è tenere traccia di tutti i finanziamenti, sia per le differenti linee di budget a cui afferiscono, sia per la difficoltà di affettuare un monitoraggio efficace del loro utilizzo.

“È fondamentalmente impossibile per chiunque capire cosa sta finanziando l’Ue e dove”

 Sergio Carrera 

Ricercatore del Centre for European Policy Studies

Un problema, tanti fondi diversi

“Il panorama dei fondi europei per la migrazione è ampio, frammentato ed estremamente complesso”, spiega a Euronews Sergio Carrera, ricercatore senior del Centre for European Policy Studies.

Nel bilancio pluriennale dell’Unione sono dedicati al tema il Fondo asilo e migrazione (Fami, da 10 miliardi) e l’Integrated Border Management Fund (7 miliardi): finanziano  programmi specifici sia nei Paesi dell’Unione che all’esterno.

Poi ci sono i fondi per i Paesi del vicinato e quelli per la cooperazione allo sviluppo, non di rado impegnati in progetti legati alle migrazioni. Che infatti sono menzionate al terzo punto della European Neighbourhood Policy, la strategia dell’Ue per le relazioni con i suoi vicini. 

Il risultato è una matassa difficile da sbrogliare: “Diventa fondamentalmente impossibile per chiunque capire cosa finanzia l’Ue e dove. E soprattutto riconoscere l’impatto di questi fondi hanno sul rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto e la democrazia”, spiega l’esperto.

(segue)