Il doppio imbroglio sui “paesi di origine sicuri”

AGGIORNAMENTO IMPORTANTE

Durante la diretta dalla Tunisia

@France24_fr

@Maryline_Dumas riprende l’irruzione alla ‘camera penale’ per l’arresto dell’avvocata Sonia #Dahmani, dopo alcune dichiarazioni fatte in TV sui rifugiati. La polizia del regime di Saied aggredisce poi la troupe ‘abbattendo’ la telecamera in diretta. Questo è il regime sostenuto dalla UE con gli accordi criminogeni sui #migranti in #Tunisia, nati col “#TeamEurope” Meloni-Rutte- von der Leyen. Europa: nulla da dichiarare?


di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Dopo il fallimento del Protocollo Italia-Albania, e la ripresa degli sbarchi dalla Libia e dalla Tunisia, malgrado gli accordi con paesi che non rispettano i diritti umani, il governo Meloni ha ampliato la lista dei cd. “paesi di origine sicuri”, verso i quali sarebbe più facile eseguire i rimpatri, arrivando persino a sostenere che in questo modo si sarebbero effettuate più espulsioni, con una maggiore sicurezza per gli italiani.

Come si può verificare in tutti i dossier relativi alle politiche migratorie, ancora una volta, in prossimità dell’ennesima scadenza elettorale, i partiti di governo sfruttano le paure di una popolazione stremata dalla crisi economica e dall’abbattimento dello Stato sociale, per introdurre categorie e regole che potrebbero cancellare i diritti fondamentali delle persone, a partire dal diritto di asilo, che la Costituzione riconosce all’art.10 come un diritto di portata più ampia di quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, e dunque anche nelle diverse forrme di protezione speciale che il nostro ordinamento continua a prevedere.

Con il Decreto interministeriale del 7 maggio 2024, ai sensi dell’art. 2-bis del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, è stato ampliato l’elenco dei Paesi di origine sicuri che adesso comprende: Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Camerun, Capo Verde, Colombia, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Peru’, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Rispetto al precedente Decreto del 17 marzo 2023 con il quale erano stati inclusi la Nigeria e la Costa d’Avorio, sono stati aggiunti Bangladesh, Camerun, Colombia, Egitto, Peru’ e Sri Lanka. Il nuovo elenco di paesi di origine sicuri tende a riguardare alcuni paesi dai quali negli ultimi anni si sono verificati arrivi più consistenti, senza considerare le situazioni interne di questi paesi, caratterizzati da ricorrenti violazioni dei diritti umani. Basti pensare alla questione Tamil ancora irrisolta nello Sri Lanka. Ancora pochi mesi fa appartenenti a questa minoranza, dopo essere stati deportati dalla Svizzera, dove le loro richieste di asilo erano state respinte, venivano perseguiti dal governo cingalese.

La definizione di “paese di origine sicuro” è fornita dalla Direttiva UE 2013/32 (artt.36 e 37) che rinviava al legislatore nazionale il compito di adottare una lista di paesi di origine che si potessero definire sicuri al fine di respingere con madalità semplificate, come le procedure accelerate in frontiera, le domande di protezione di persone provenienti da quei paesi e facilitarne il rimpatrio forzato, La Direttiva dovrebbe adesso essere sostituita da un nuovo Regolamento che è previsto dal nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo approvato a Bruxelles poche settimane fa, ma i tempi di implementazione della nuova normativa europea, che dovrebbe garantire una maggiore uniformità a livello nazionale, nei diversi paesi membri, appaiono lunghi, nel limite di un biennio, e dopo un ulteriore decisione della (nuova) Commissione europea, che dovrà scandire i tempi, saranno necessari successivi interventi dei legislatori nazionali.

In base al Decreto Legislativo 25/2008, e successive modificazioni, in conformità alla vigente Direttiva europea 2013/32 sulle procedure, “uno Stato non appartenente all’Unione europea può essere considerato Paese di origine sicuro se, sulla base del suo ordinamento giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che, in via generale e costante, non sussistono atti di persecuzione […] né tortura o altre forme di pena o trattamento inumano o degradante, ne’ pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. La designazione di un Paese di origine sicuro può essere fatta con l’eccezione di parti del territorio o di categorie di persone”.

2. L’ampliamento della lista di paesi terzi sicuri, e l’uso strumentale che se ne sta facendo in piena campagna elettorale, rappresenta un doppio imbroglio con il quale si vogliono nascondere ai cittadini elettori i fallimenti a catena registrati dal governo Meloni nel campo delle politiche migratorie.

Non è affatto vero che l’inclusione di un paese terzo nella lista dei paesi di origine sicuri permetta di aumentare il numero degli irregolari, o dei richiedenti asilo denegati, che possono essere “rimpatriati”. Semmai, espone a rischi incalcolabili persone che nel paese di origine potrebbero subire trattamenti inumani o degradanti, o restare privati di qualsisai prospettiva di sopravvivenza. La numerosità delle persone rimpatriate e la effettiva esecuzione dei provvedimenti di allontanamento forzato (espulsioni e respingimenti) dipendono soprattutto dai rapporti politici che intercorrono con gli Stati terzi, dall’esistenza di accordi bilaterali e di riammissione, dal correlato sostegno finanziario garantito al paese di origine, come si può rilevare sull’esperienza maturata nel corso degli anni. Senza la collaborazione delle autorità dei paesi di origine nelle procedure di identificazione richieste, anche se in forma semplificata, con la mera attribuzione della nazionalità, prima dell’esecuzione dei rim,patri con accompagnamento forzato, non ci si può atendere un significativo aumento del numero di “stranieri” effettivamente espulsi o respinti verso gli stessi paesi di origine.

Secondo i dati raccolti da IDOS nel 2022, su oltre 500.000 stranieri stimati in condizione di soggiorno irregolare in Italia (un decimo rispetto ai poco più di 5 milioni regolarmente residenti), soltanto a 36.770 è stata intimata l’espulsione, circa 1 ogni 14 (inclusi 2.804 afghani e 2.221 siriani, che pure fuggono da Paesi in guerra e da gravi pericoli per la propria persona). Di questi, solo 4.304 (11,7%) sono stati effettivamente rimpatriati: una quota estremamente bassa e inferiore a quelle registrate perfino negli anni dell’emergenza sanitaria (15,1% nel 2021 e 13,7% nel 2020), caratterizzati da forti restrizioni nella mobilità internazionale. Secondo i dati EUROSTAT, nei primi sei mesi del 2023, l’Italia è riuscita a rimpatriare solo il 12 per cento delle persone migranti alle quali ha negato la protezione internazionale: 1.620 rimpatri su 13.200 ordini di lasciare il Paese. Secondo gli ultimi dati diffusi da ADN Kronos i rimpatri complessivi nel 2023 sono stati 4.743, in aumento di circa il 10,5% rispetto al 2022 quando furono 4.304. Dal 1 gennaio all’8 maggio 2024 risultano effettuati 1.639 rimpatri, una cifra cge contrasta con la propaganda del governo che annuncia “successi” (per fortuna) inesistenti.

I “successi” vantati dal governo Meloni nei rimpatri con acompagnamento forzato si risolvono dunque nell’aumento per qualche centinaio di persone, una cifra che nasconde dolore irrimediabile e progetti di vita spezzati, ma che risulta insignificante rispetto al numero di persone, costrette ad attraversare il mare, che arrivano annualmente in Italia

Negli ultimi anni il numero dei rimpatri forzati effettivamente eseguiti è quindi rimasto costante, tra 4.000 e 6.000 persone all’anno, malgrado la intensificazione dei conttatti tra le autorità di polizia, inclusa l’agenzia europea Frontex, frutto degli accordi bilaterali e delle intese operative, finalizzati a rendere effettivi i provvedimenti di allontanamento forzato. Non è poi vero che l’inclusione di uno Stato nella lista di paesi di origine sicuri possa permettere lo svolgimento più celere delle cd. procedure accelerate in frontiera, e negli altri luoghi assimilati, anche se lontani dai confini nazionali, a disposizione delle forze di polizia, perchè quando una persona lamenti una motivazione individuale di protezione, o un rischio grave in caso di rimpatrio, si dovrà comunque adottare una procedura ordinaria, senza che rilevi la provenienza da un paese di origine sicuro.

3. Quando poi non siano rispettati i rigidi termini della procedura accelerata in frontiera, come si verifica sempre più di frequente, anche nel caso di persone provenienti da paesi di origine sicuri, è fatto comunque salvo il diritto di ricorso con effetto sospensivo delle misure di allontanamento forzato. Così, ad esempio, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione in questi casi di ritardo, direttamente imputabili alle autorità italiane, hanno ribadito (con sentenza n. 11399/24) il principio generale della sospensione automatica dell’efficacia esecutiva del provvedimento di diniego della Comissione territoriale, a seguito della proposizione del ricorso, anche nei casi di richiedenti asilo provenienti da “paesi di origine sicuri”. Si tratta di una decisione molto importante, e dai rilevani effetti pratici, perchè con la modifica legislativa introdotta con il cd. Decreto Cutro (legge n.50/2023), al provvedimento di diniego della Commissione territoriale dovrebbe aggiungersi immediatamente l’espulsione amministrativa comminata dal Prefetto con il conseguente trattenimento amministrativo in un CPR.

La Corte richiama le ipotesi di deroga a tale principio e, tra queste, l’ipotesi di impugnazione del provvedimento di rigetto per manifesta infondatezza ai sensi dell’articolo 32, comma 1, lettera b-bis del Decreto lgs. 25/2008, nei casi in cui il richiedente proviene da un Paese di origine sicuro, quando la Commissione territoriale abbia deciso nell’ambito di una procedura accelerata in frontiera. Ma aggiunge poi che ” Pur non potendo compiutamente affrontare in questa sede le problematiche inerenti, da un lato la possibilità che il richiedente contesti la natura “sicura” del paese di origine e, dall’altro la possibilità che il giudice debba, anche in ragione del dovere di cooperazione istruttoria, comunque valutare detta natura anche in presenza di inserimento del paese negli elenchi contenuti nei decreti ministeriali a ciò destinati ( si tratta, peraltro, di decreti necessitanti continuo aggiornamento), di esse ( delle problematiche) occorre tener conto allorché si debba valutare se una esorbitanza dei tempi necessari alla valutazione possa ancora far ritenere accelerata la procedura e derogato il principio di sospensione del provvedimento”. Per la Corte di Cassazione ” La ratio comune alle ipotesi contenute nell’art. 28 bis, ovvero la immediata presenza o acquisibilità degli elementi da valutare, e la stretta connessione tra ristrettezza dei tempi, decisione e deroga al principio della sospensione, evidenzia la necessitata coesistenza dei tre fattori e, dunque, il venir meno dell’intero impianto in caso del venir meno di uno di essi (tempi dati). Risulta di grande importanza l’affermazione della Corte di Cassazione secondo cui gli elenchi dei paesi di origine sicuri devono essere sottoposti ad un continuo aggiornamento. Dunque, “La presenza di variabili nell’accertamento in tempi ristretti (si è detto sulla contestazione e sull’accertamento circa la natura di paese sicuro ma le difficoltà possono essere di varia tipologia) non puo’ che evidenziare che, qualora si verifichi un prolungamento temporale che faccia superare i tempi previsti dalla disposizione, si versa in una differente ipotesi procedimentale, evidentemente necessaria per gli approfondimenti richiesti, con conseguenze anche sulla necessaria sospensione del provvedimento”. In conclusione, “Qualora la procedura (accelerata in frontiera n.d.a.) non venga osservata (anche se originariamente adottata) e dunque la ragione da valutare non sia così “manifesta”, occorrendo accertamenti o comunque tempi di maggior durata, il procedimento assumerà la veste ordinaria con il ripristino di tutti gli effetti, compresa la sospensione del provvedimento della Commissione territoriale (in termini Cass. n. 6745/2021; Cass. n. 30515/2023).

In definitiva, “in caso di ricorso giurisdizionale avente ad oggetto il provvedimento di manifesta infondatezza emesso dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale nei confronti di soggetto proveniente da Paese sicuro, vi è deroga al
principio generale di sospensione automatica del provvedimento impugnato solo nel caso in cui la commissione territoriale abbia applicato una corretta procedura accelerata, utilizzabile quando ricorra ipotesi di manifesta infondatezza della richiesta protezione. In ipotesi contraria, quando la procedura accelerata non sia stata rispettata nelle sue articolazioni procedimentali, si determina il ripristino della procedura ordinaria ed il riespandersi del principio generale di sospensione automatica del provvedimento della Commissione territoriale
“. Appare evidente che in questi casi non si potrà procedere all’esecuzione delle misure di allontanamento forzato, almeno fino a quando non intervenga un provvedimento giurisdizionale definitivo, che escluda qualsasi riconoscimento di uno status di protezione.

4. Non è affatto scontato allora che l’ampliamento della “lista di paesi di origine sicuri” possa garantire maggiore effettività alle misure espulsive. Vero è invece che si assisterà ad un ulteriore aumento dei casi di presenza irregolare in Italia, di persone che non potranno essere rimpatriate nei loro paesi, ma alle quali si negherà uno status legale, con la condanna ad una situazione permanente di irregolarità che non potrà che accrescere i processi di emarginazione e di devianza. Che poi, forse, costituisce il vero obiettivo di chi vuole cancellare il diritto di asilo costituzionale, contando sulla continua riproduzione di casi di grave allarme sociale, che poi verranno utilizzati, oltre che nella campagna elettorale permanente, per una ulteriore stretta repressiva e per un definitivo svuotamento del diritto di (chiedere) asilo in Italia.

La maggiore portata della “lista di paesi di origine sicuri” produrrà probabilmente un ulteriore aumento della presenza di richiedenti asilo denegati nei centri per i rimpatri (CPR), anche quando le prospettive di un effettivo accompagnamento forzato in frontiera risulteranno quasi nulle, per la mancata collaborazione dei “paesi terzi di origine”, che dovrebbero procedere alle identificazioni e fornire i documenti di viaggio necessari per l’espletamento delle procedure di rimpatrio. L’aumento dei tempi di trattenimento amministrativo, ed il fallimento dei piani che prevedevano un raddoppio dei CPR in Italia, oltre la disfunzionalità dei centri di detenzione in Albania, ammesso che davvero vengano avviati nei numeri annunciati dalla Premier Meloni, per 3.000 pèrsone al mese, non favoriranno condizioni di maggiore sicurezza, per tutti, nel territorio nazionale. La categoria dei paesi di origine sicuri è di fondamentale importanza per il ricorso alle procedure accelerate in frontiera, che si vorrebbero delocalizzare in Albania, e insieme a queste dovrà essere sottoposta ad un rigoroso controllo giurisdizionale, fino al riscontro dei parametri costituzionali.

In ogni caso, in territorio albanese come in Italia, si potrà fare rilevare l’illegittimità del trattenimento quando è mancata una corretta informativa legale al momento dello sbarco. La giurisprudenza, anche nel caso di persone provenienti da paesi di origine sicuri, afferma il diritto all’informativa nei luoghi di sbarco e sottolinea che il c.d. foglio notizie non dimostra la reale volontà del cittadino straniero né che questi sia stato debitamente informato.

5. A parte il caso eclatante dell’Egitto, inserito nella lista dei paesi di origine “sicuri” proprio mentre il processo ai torturatori di Giulio Regeni fa emergere la responsabilità dei servizi di sicurezza egiziani, gli stessi che erano (ed evidentemente rimangono) tanto “affidabili” per la collaborazione offerta all’Italia nelle procedure di rimpatrio con accompagnamento forzato, una rapida rassegna giurisprudenziale dimostra come, dopo le decisioni di rigetto delle istanze di protezione adottate dalle Commissioni territoriali, siano sempre più frequenti i casi di sospensione della esecutività dei dinieghi e delle correlate espulsioni, o di riconoscimento di una forma di protezione (asilo, protezione sussidiaria o speciale) a persone provenienti da paesi di origine definiti sicuri. Non si possono neppure nascondere i casi di riconoscimento del diritto alla protezione in favore di persone provenienti da questi paesi, ma che hanno subito trattamenti inumani o degradanti nei cd. paesi di transito come la Libia.

Con sentenza del 25 giugno 2020 il Tribunale di Milano riconosceva la protezione umanitaria ad un cittadino egiziano sulla base delle gravissime violaziioni dei diritti umani rilevate nel proprio paese, anche a prescidnere dal rischio di una persecuzione individuale o di un grave pericolo per la persona.

Così, nel caso di un cittadino ghanese, il Tribunale di Ancona, con decreto del 22 marzo 2024, ha affermato  che la circostanza che il ricorrente provenga da un paese ritenuto sicuro ai sensi dell’art. 2 bis d.lgs 25/2008, non esclude che rispetto al narrato del ricorrente possano emergere profili che meritano di essere approfonditi anche con riferimento alla situazione del paese di origine. Il Tribunale ha dunque  concesso la sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento di rigetto emesso dalla Commissione territoriale di Ancona, stante il grave danno in caso di rimpatrio, valorizzando l’avvio di un percorso d’integrazione sul territorio italiano (documentato da dichiarazione d’intenti alla stipula di un contratto di lavoro).

Il Tribunale di L’Aquila, con decreto del 26 febbraio 2024, accoglieva l’ istanza cautelare di sospensiva dell’esecutività del provvedimento di diniego, rivolto ad un cittadino proveniente da un paese di origine sicuro come il Gambia affermando che ““… il tempo necessario per accertare la fondatezza o meno dell’istanza del ricorrente anche nell’ottica della perimetrazione costituzionalmente orientata degli obblighi di cui all’art. 5, comma 6, di cui all’art. 19, commi 1.1. e 1.2., così come di recente richiamati da Cass. civ., ordd. nn. 28161/2023 e 28162/2023, impone, prudenzialmente, di disporre la sospensione, in via cautelare, degli effetti del provvedimento impugnato. E ciò onde evitare, nell’ottica del principio dell’effettività della tutale giurisdizionale ex artt. 24 e 113 Cost., che l’eventuale accoglimento del ricorso non sia suscettibile di esecuzione per essere stato il migrante medio tempore rimpatriato. Pertanto, in accoglimento dell’istanza cautelare appena esaminata, s’impone la sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato dal ricorrente”.

Su un caso che la Comissione territoriale aveva definito di manifesta infondatezza si è pronunciato il Tribunale di Bologna –  decreto del 5.4.2023  – che ha motivato l’accoglimento dell’istanza cautelare rilevando che il ricorrente, cittadino del Bangladesh e obbligato alla restituzione di un prestito che aveva chiesto per sopravvivere, nel Paese d’origine sarebbe esposto al rischio di affrontare condizioni di vita non rispettose della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Secondo questo Tribunale, “il sistema dei prestiti nel Paese di origine, come allegato dal ricorrente, trova riscontro nelle C.O.I., che danno atto di quanto il fenomeno del ricorso all’usura sia in Bangladesh assai diffuso e di come molti bengalesi si trovino coinvolti in un circolo che li costringe ad indebitarsi ulteriormente per onorare il debito già esistente, restando bloccati in un ciclo vizioso in cui da una parte non sono in grado di soddisfare le proprie esigenze finanziarie, dall’altra non riescono nemmeno a rimborsare i prestiti, trovandosi in uno stato di maggiore difficoltà economica rispetto a quella in cui si trovavano prima di accedere al credito”.

Nel caso della Tunisia poi, con la quale si sta ancora tentando di avviare l’attuazione del Memorandum UE-Tunisia, concluso sotto l’impulso di Giorgia Meloni e del ministro dell’interno Piantedosi, le condizioni di degrado autoritario, e i casi di persecuzione o di deportazione dei migranti subsahariani intrappolati in quel paese, sono ormai ben documentati ed all’attenzione delle istituzioni e dei tribunali internazionali. Ma si trovano a rischio anche cittadini tunisini entrati in Italia per ragioni di soccorso e trattenuti in stato di detenzione nei centri Hotspot, nei CPR (centri per i rimpatri) e negli altri luoghi informali in cui le autorità di polizia limitano la libertà personale dei migranti dopo il loro ingresso nel territorio nazionale. In questi casi l’Italia ha subito diverse condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’eccessiva durata del trattenimento informale e per il mancato accesso alla procedura di asilo prima dell’espulsione. Altre condanne sono arrivate per le condizioni indegne di trattenimento di cittadini tunisini nei CPR, come quello di Trapani Milo, Malgrado le sentenze di condanna della Corte di Strasburgo, è sempre più forte il rischio che altri migranti, non solo tunisini, non siano neppure ammessi ad una procedura di asilo e che il loro rimpatrio, magari un respingimento immediato in frontiera, avvenga senza neppure la possibilità di fare valere i diritti di difesa.

Il Tribunale di Firenze con diverse deciisoni dello scorso anno ha escluso che la Tunisia potesse qualificarsi come paese di origine sicuro., ribadendo la necessità di un esame individuale delle domande di protezione. Il Tribunale ha ricordato come “nell’ambito dei giudizi di protezione internazionale il dovere di verifica aggiornata e di cooperazione istruttoria poggia sull’obbligo gravante sia sul decisore amministrativo che sul giudice di decidere il caso con valutazione attualizzata. L’art.3 d.lgs n. 251/2007 e dagli artt. 8 e 27, comma 1-bis, d.lgs n. 25/2008, norme attuative delle direttive 2005/85/CE (prima “direttiva procedure”) e 2004/83/CE (“direttiva qualifiche”), impongo al giudice di esaminare la domanda, su base individuale, alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo (cfr. v. funditus Cass., n. 17075/2018). Secondo il decreto adottato il 20 settembre 2023 dal Tribunale di Firenze,Tale dovere di aggiornamento della valutazione dei presupposti per l’inserimento del paese di origine del singolo richiedente nella lista paesi sicuri allo scopo di verificare i presupposti in forza dei quali la legge giustifica in via eccezionale il sacrificio dei diritti procedurali già menzionati, essendo imposto dalle direttive europee, e segnatamente dalla direttiva procedure per quel che attiene alla materia dei paesi sicuri, grava anche sugli Stati e dunque su tutti i suoi organi, compresi i giudici”. E si trattava di cittadini tunisini in procedura accelerata in frontiera anche nei diversi casi di trattenimento di richiedenti asilo nel centro di Modica Pozzallo, oggetto lo scorso anno di importanti decisioni di non convalida da parte dei giudici del Tribunale di Catania, ed oggi all’esame della Corte di Giustizia dell’Unione europea, su richiesta di procedura urgente della Corte di Cassazione, urgenza che però è stata negata dalla Corte UE di Lussemburgo.

Il Tribunale di L’Aquila, con decreto del 26 febbraio 2024, nel caso di un citadino tunisino al quale era stata respinta la domanda di protezione, nel riconoscere con una decisione molto articolata la protezione speciale, si basava sulla situazione attuale di gravi violazioni dei diritti umani in Tunisia, fino al punto di contestarne l’inserimento nella lista dei “Paesi sicuri” di cui al D.M. 17.3.2023.

Gli arresti arbitrari di attivisti che in Tunisia difendono i diritti umani ed in particolare le persone straniere, oggetto di persecuzione e di deportazione da parte del leader Saied, che ha cancellato la democrazia interna ed ha lanciato una vera e propria caccia all’uomo contro i migranti in transito, lamentando addirittura il rischio di sostituzione etnica, impongono la cancellazione immediata della Tunisia dalla lista dei paesi di origine sicuri. Ancora una volta la stipula di accordi centrati sul contrasto delle migrazioni, come il recente Memorandum UE-Tunisia, si risolve in una svolta autoritaria, con un inasprimento delle tensioni sociali che si scatenano all’interno dei paesi terzi nei quali si vorrebbero esternalizzare i controlli di frontiera.

Al di là delle decisioni individuali, delle Commissioni territoriali, e quindi dei giudici sui singoli casi di ricorso, rimane cruciale il ruolo delle informazioni definite con l’acronimo COI in merito al paese di origine o di precedente residenza abituale di un richiedente asilo, che vengono utilizzate da queste Commissioni nelle procedure di valutazione delle richieste di protezione internazionale. Si tratta di informazioni che andrebbero costantemente aggiornate e rese pubbliche, da utilizzare anche nel caso di paesi di origine sicuri, senza alcun automatismo, ma solo al fine di verificare la fondatezza della istanza individuale di protezione, sulla base di tutti gli elementi di prova addotti dal richiedente. Elementi di prova che deve essere possibile fornire, sulla base di una informazione adeguata e del supporto di consulenti legali, anche nei casi di trattenimento amministrativo in frontiera, o negli altri luoghi destinati al trattenimento delle persone subito dopo il loro ingresso in Italia per ragioni di soccorso. E gli stessi elementi di prova dovrebbero essere utilizzabili nei centri di detenzione che l’Italia si propone di avviare in Albania. Come invece le procedure accelerate in frontiera previste da ultimo dal Decreto Cutro (legge 50/2023) non sembra possano garantire. Ma su queste procedure occorre attendere il giudizio della Corte di Cassazione e della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Se davvero si volesse continuare ad utilizzare la categoria di “paese di origine sicuro”, in un senso conforme all’art.10 della nostra Costituzione, la prospettiva non dovrebbe essere esclusivamente quella dei rimpatri e della detenzione, ma si dovrebbe mirare a garantire mobilità nei due sensi, consentendo visti di ingresso umanitari ai richiedenti asilo che provengano da paesi nei quali rischiano di subire violazioni dei diritti fondamentali della persona e riaprendo i canali legali di ingresso per lavoro, se i paesi di origine sono davero sicuri, garantendo in ogni caso il rispetto effettivo dei diritti umani. Nuove possibilità di mobilità legale sarebbero davvero un straordinario colpo contro le organizzazioni criminali che prosperano sul proibizionismo delle migrazioni e sulla cancellazione del diritto di asilo.


GLOBALIST

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THE NATIONAL NEWS

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