Meloni e Von der Leyen rafforzano con Al Sisi accordi in violazione dei diritti umani

di Fulvio Vassallo Paleologo

ABSTRACT

A marzo di quest’anno si è riproposta la consueta formazione pre-elettorale europea, per una delegazione in visita al Cairo, guidata dalla presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen, accompagnata anche questa volta da Giorgia Meloni, con altri rappresentati di governi europei, in vista di una serie di accordi bilaterali con l’Egitto. Si tratta di diversi miliardi di euro in arrivo da Bruxelles per investimenti e prestiti ed alcune centinaia di milioni di euro per intensificare la cooperazione nel contrasto dell’immigrazione irregolare (law enforcement) in una prospettiva che si dichiara “olistica”, nella quale rientrano importanti intese in materia economica e finanziaria.

L’accordo da 7,4 miliardi di euro con l’Unione europea ha dunque una portata economica molto più ampia di quello stipulato in precedenza con la Tunisia, anche se i soldi in contanti che arriveranno al Cairo saranno inferiori rispetto alle cifre complessive annunciate: 5 miliardi di euro sarano infatti in prestiti agevolati per sostenere le riforme macroeconomiche dell’Egitto e 1,8 miliardi di euro in investimenti aggiuntivi nell’ambito della politica di vicinato , per promuovere l’energia rinnovabile e la connettività digitale. Per quanto riguarda la gestione della migrazione, l’accordo stanzia 200 milioni di euro per reprimere il traffico e la tratta di esseri umani come parte di un pacchetto più ampio di 600 milioni di euro in sovvenzioni a fondo perduto.

Anche se le somme destinate direttamente al contrasto dell’immigrazione irregolare appaiono una parte minima del pacchetto finanziario annunciato con l’accordo UE-Egitto, il rischio principale che si corre è costituito dalla legittimazione di un regime che non rispetta i diritti umani e che sta usando le immense ricchezze del paese per la politica personalistica di Al Sisi, che sta riducendo alla fame la popolazione. Quali garanzie ci saranno che i soldi in arrivo da Bruxelles non siano usati per rafforzare il regime, o per rastrellare profughi e deportarli in altri paesi non sicuri, come già si sta verificando con i profughi sudanesi, a scapito dei diritti umani di persone che sono sotto i poteri dello Stato di polizia di Al Sisi ? L’ECRE (Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli) ha definito il partenariato strategico UE-Egitto “un altro accordo che finanzierà uno Stato noto per le sue violazioni contro i migranti e la detenzione arbitraria dei suoi oppositori e di coloro che lottano per la libertà, la giustizia e il pane”. Nelle dichiarazioni dei leader europei alla corte di Al Sisi neppure una parola su questi temi. la questione dei diritti umani è ormai ritenuta anti-economica e poco funzionale per chi gestisce i “flussi migratori” puntando su misure dissuasive, o meramente repressive, anche a scapito dei diritti fondamentali delle persone migranti. Sul processo Regeni può calare una coltre di silenzio, con il prevalere di calcoli economici, e già si rileva un maggiore distacco da parte del governo italiano, che può nuocere all’accertamento delle responsabilità.

La crisi migratoria e il disastro economico che sta travolgendo l’Egitto non si superano con misure che si risolvono nella cancellazione dei diritti umani, in arresti arbitrari, e nelle deportazioni forzate verso paesi non sicuri. Occorre liberalizzare il sistema dei visti per lavoro, oltre che per ragioni umanitarie, presso le ambasciate dei paesi europei, e favorire il trasferimento dei potenziali richiedenti asilo dall’Egitto direttamente in un vero luogo sicuro, in Europa, nel quale le domande di asilo possano essere processate su base individuale, senza il ricorso a categorie generalizzanti, come quella di migrante “economico” ed a procedure accelerate in frontiera, che cancellano i diritti di difesa e escludono coloro che provengono da paesi terzi ritenuti “sicuri”. Ma soprattutto occorrerebbe subordinare la cooperazione militare ed economica con paesi come l’Egitto al rispetto dei diritti umani, della popolazione egiziana e dei migranti intrappolati in quel paese, costantemente esposti al rischio di internamento o di un respingimento verso le zone di guerra e di persecuzione dalle quali sono fuggiti.


1. La collaborazione con le autorità egiziane per bloccare le traversate del Mediterraneo e semplificare le procedure di rimpatrio forzato risale agli anni della Bossi-Fini. Già nel 2005, peraltro, tra il governo italiano e quello egiziano esisteva un “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro”, siglato al Cairo il 28 novembre 2005 dall’ allora ministro del lavoro Roberto Maroni. Nel testo dell’accordo si prevedeva che i due governi, al fine di “gestire in modo efficiente i flussi migratori e prevenire la migrazione illegale”, si impegnano a facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti da e per l’Egitto. Il governo italiano, dal canto suo, si impegnava a valutare l’attribuzione di una speciale quota annuale per lavoratori migranti egiziani. Nel protocollo esecutivo si legge che il ministero del Lavoro e delle politiche sociali italiano comunicheranno all’omologo egiziano i criteri, ai sensi della normativa italiana, per redigere una lista di lavoratori egiziani disponibili a svolgere un’attività lavorativa subordinata anche stagionale in Italia.”. Gli arrivi (rimasti simbolici) di lavoratori egiziani attraverso questi canali legali di ingresso, legati ad una maggiore cooperazione in materia di rimpatri forzati, cessavano ben presto, anche perchè l’Egitto si prestava sempre meno alla prassi dei rimpatri con riconoscimenti semplificati, da Lampedusa o prima dell’imbarco in aeroporto a Catania, che il governo italiano voleva imporre in quegli anni.

Le stesse politiche, basate sulla cd, condizionalità migratoria, venivano comunque proseguite con la Lega di Maroni al Viminale, già prima del cd. Processo di Khartoum lanciato da Renzi, nell’ambito del quale nel 2016 si arrivava alla conclusione di un accordo con il Sudan di Bashir, già imputato per crimini contro l’umanità ed oggi deposto da una giunta militare a sua volta responsabile di altri massacri e sostenuta dall’Egitto di Al Sisi, che si sta rendendo colpevole di deportazioni di massa di sudanesi ed altri profughi fuggiti dal Sudan, riconsegnati ad un paese in piena guerra civile, nel quale nessuno può garantire le loro vite. Anche in questo caso nulla di nuovo e abusi ben noti a Roma ed a Bruxelles. Come è documentato dal rapporto The crime: seeking asylum in Egypt,secondo le dichiarazioni ufficiali della polizia di frontiera egiziana, tra il 2016 e il 2021 sono state arrestate più di 80 mila persone in fuga o che cercavano di entrare in Egitto in modo irregolare”. Tra le vittime degli arresti e delle deportazioni anche migliaia di eritrei, riconsegnati agli aguzzini del regime dal quale erano fuggiti. Secondo altri documenti tratti da indagini internazionali, la cooperazione di polizia tra Italia ed Egitto nel decennio tra il 2010 ed il 2020 avrebbe messo a rischio i diritti umani e le vite di migliaia di persone.

Nell’ambito del Processo di Khartoum, lanciato dal governo Rensi nel 2014, la collaborazione operativa con le autorità di polizia egiziane si intensifica ed aumentano le operazioni di rimpatrio collettivo di egiziani soccorsi in mare, subito dopo il loro ingresso in territorio italiano. Come è emerso ancora di recente nel corso del processo ad alti funzionari di polizia egiziani per le torture e l’uccisione di Giulio Regeni, secondo le dichiarazioni di un colonnello del ROS dei carabinieri, ““venivamo da un’esperienza positiva di scambi con la polizia egiziana, eravamo riusciti a interrompere qualche anno prima un traffico di migranti e le aspettative in partenza erano quelle di chiarire la vicenda.”. Una dichiarazione che deve fare riflettere, a fronte delle violazioni dei diritti umani che in Egitto già allora erano evidenti, ai danni di cittadini egiziani e di migranti in transito, ed ancora oggi proseguono. Ma che evidentemente, se non coinvolgono italiani, sono tollerabili nel quadro delle attività di contrasto di quello che viene definita soltanto come traffico di migranti, attraverso i canali della immigrazione irregolare, se non “illegale”, le uniche vie di fuga che restavano, e rimangono ancora oggi, per chi vuole sottrarsi alla violenza delle autorità di polizia egiziane..

2. A partire dal 2015 l’Unione europea ha dato impulso alla esternalizzazione della lotta all’immigrazione irregolare, unico canale di ingresso ancora fruibile per i potenziali richiedenti asilo che tentavano la traversata del Mediterraneo, con un supporto finanziario e politico, in costante crescita, verso i paesi di transito, a partire dagli accordi conclusi nel 2016 con la Turchia di Erdogan. Ma su questo fronte, solo nel 2024, si è riusciti a raggiungere un compromesso con il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, nell’ambito del quale si collocano nuove e più intense forme di collaborazione di polizia, e di supporto economico, con i paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. L’avvicinarsi delle elezioni europee, con la fine della legislatura del Parlamento europeo, ha dato l’impulso finale ad una serie di Regolamenti che puntano su intese sempre più strette con i paesi di origine e transito. Anche se si tratta di paesi che non si possono considerare sicuri, ma che per precise scelte politiche vengono inclusi nelle liste nazionali dei “paesi terzi sicuri”, al fine di ridurre al minimo le possibilità di accoglimento delle istanze di protezione internazionale per le persone che provengono da quei paesi. Con il sostegno di un elettorato ormai assuefatto alle violazioni quotidiane dei diritti umani in ogni parte del mondo, accordi, memorandum e protocolli d’intesa vengono spacciati come metodi ordinari ed efficaci per “gestire i flussi migratori”. Fino al punto di cancellare qualsiasi effettività del diritto di asilo, pure sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art,18), costringendo migliaia di uomini, donne e minori a rischiare la vita in mare o a subire i peggiori abusi tanto nei paesi di origine da cui fuggono, quanto nei paesi di transito. Nei quali, come è documentato dai rapporti internazionali dei giornalisti d’inchiesta e delle missioni ONU, rischiano di subire arresti arbitrari, torture sistematiche e deportazioni di massa, sotto forma di respingimenti collettivi illegali, magari finanziati o supportati indirettamente dalla stessa Unione europea.

L’accordo UE-Egitto si basa su sei pilastri principali, sei “aree di reciproco interesse” per cui si prevede un intenso dialogo politico, stabilità macroeconomica, investimenti e commercio sostenibili, migrazione e mobilità, sicurezza e sviluppo del capitale umano.  Giorgia Meloni ha sottolineato che, come nel caso del partenariato con Tunisi, questo “modello” di accordo globale con i Paesi africani è “ il modo migliore per affrontare il problema dell’immigrazione clandestina e combattere i trafficanti di esseri umani”. Per “riaffermare il diritto dei cittadini a non emigrare in Europa, cosa che possiamo ottenere solo con lo sviluppo”.

Soltanto 200 milioni di euro, quindi, una piccola parte dei sette miliardi ed oltre previsti dall’accordo, dovrebbero essere destinati al blocco delle partenze dalle coste egiziane, e sosterranno l’intensificazione della protezione delle frontiere, la cooperazione nella lotta ai trafficanti, l’aumento dei rimpatri e il sistema di accoglienza in Egitto. Ben cinque miliardi di investimenti sarebbero destinati alla cooperazione in materia di energia rinnovabile, industrializzazione avanzata, agricoltura, sicurezza alimentare, connettività e digitalizzazione, sicurezza idrica e gestione dell’acqua. Ma per la gran parte della somma si tratta di prestiti e di garanzie finanziarie, mentre l’Egitto si sta impoverendo sotto i colpi di una crisi economica senza precedenti. In uno studio della Fondazione tedesca Heinrich Boell, a cura di Anna Schwarz, si osserva come Il motivo dell’aumento delle migrazioni dall’Egitto sia “ la massiccia repressione statale e le violazioni dei diritti umani combinate con la disastrosa situazione economica dell’Egitto. L’inflazione ha raggiunto il 38% nel settembre dello scorso anno, con il 30% degli egiziani che vivrà al di sotto della soglia di povertà nel 2023 e un debito estero pari al 93% del PIL. Invece di utilizzare il denaro raccolto per colmare i deficit di bilancio o combattere la povertà, il presidente al-Sisi si sta concentrando su progetti dubbi e costosi, come la costruzione di una nuova capitale nel mezzo del deserto. Il paese è sull’orlo del collasso economico”.

Negli ultimi mesi il governo italiano si è fatto notare per il suo silenzio assordante sul processo in corso a Roma contro i responsabili delle torture e della morte inflitte a Giulio Regeni, un processo ormai emarginato dalla comunicazione mainstream, per non rallentare la crescente collaborazione con le autorità egiziane, che al momento possono pure godere di una posizione strategica come complici del blocco dei palestinesi schiacciati alla frontiera di Rafah, un blocco attorno al quale, sotto gli occhi delle guardie di frontiera egiziane, prospera un lurido business per consentire ai più fortunati una via di fuga.

Le politiche di delega dei controlli di frontiera ai paesi terzi, e di progressiva erosione del diritto di asilo e dei diritti fondamentali delle persone migranti dimostrano una precisa linea di continuità in politica estera nell’azione dei governi di segno diverso che si sono succeduti in Italia. Unico argine di fronte a questo degrado della dignità umana sono rimaste alcune organizzazioni non governative, ancora bersagliate da provvedimenti amministrativi per allontanarle dalle zone di frontiera. Persino Prodi, a proposito degli ultimi accordi tra Unione europea ed Egitto, non ha mancato di confermare ancora oggi i processi di esternalizzazione dei controlli di frontiera basati sugi accordi bilaterali, lanciati proprio da lui negli anni dal 1996 al 1998, quando si attuava il primo e unico blocco navale con l’Albania, prima dell’entrata in vigore della legge 40/98 (Turco-Napolitano).

Tutti i tentativi di implementare una tutela effettiva dei diritti umani nei paesi con i quali si concludevano accordi volti ad arginare quella che si definiva soltanto come “immigrazione illegale”, sono puntualmente falliti, e gli sbarchi di persone che potevano arrivare solo attraverso i canali dell’immigrazione irregolare, gestiti da organizzazioni criminali non sono mai cessati, mentre la situazione nei paesi di transito diventava sempre più critica. Ma per i paesi del blocco occidentale, per l’Unione eurpea e in particolare per l’Italia, quanto subivano le persone migranti prima di tentare la traversata del Mediterraneo non contava e non conta più nulla. Dopo la più recente missione del duo Von der Leyen-Meloni al Cairo, più di 25 organizzazioni, tra cui Statewatch, hanno firmato una dichiarazione congiunta, chiedendo al governo egiziano “di fermare immediatamente i gravi abusi contro i sudanesi che cercano rifugio in Egitto”, comprese condizioni di detenzione disumane, procedimenti ingiusti, rimpatri forzati, profilazione razziale ed estorsione ai danni di persone. pagamenti su promessa di regolarizzazione dello status”.

Gli accordi bilaterali per contrastare la mobilità migratoria vanno inquadrati in una ottica geopolitica più ampia, per gli effetti incrociati che possono produrre su aree geografiche storicamente molto affollate e sempre più conflittuali, dal punto di vista economico, prima che militare, come il Mediterraneo. Dietro i rinnovati accordi di cooperazione con l’Egitto si scorge il ruolo di Malta, titolare di una vastissima zona SAR (di ricerca e salvataggio) che confina a sud con le zone SAR tunisina, libca ed egiziana, ed a nord con la zona SAR italiana. Le autorità maltesi, dopo una serie di Memorandum d’intesa con la Libia, e i paesi confinanti (Egitto e Tunisia). hanno dimostrato di applicare prassi operative di respingimento collettivo in acque internazionali collaborando con le autorità egiziane, ed a ottobre del 2022 una imbarcazione che avrebbe dovuto essere indirizzata verso un porto sicuro in Europa è stata respinta verso L’Egitto. Queste prassi, di respingimento collettivo illegale, denunciate anche da Medici senza frontiere,  corrispondono a precise scelte politiche, reiterate nel tempo, e confermano che lo Stato maltese, oltre a collaborare con paesi terzi “non sicuri”, non si coordina con altri Stati costieri che siano in grado di garantire porti di sbarco sicuri, rifiutandosi persino di coordinare interventi di ricerca e salvataggio che si svolgono all’interno della sua immensa zona SAR.

Analoga situazione si deve riscontrare oggi, nel Mediterraneo orientale, con Cipro e con la Grecia, altri paesi dell’Unione europea che non applicano la normativa europea in materia di soccorsi in mare (Regolamento UE n.656/2014) e delegano alle autorità di polizia ed alle guardie costiere turche, libiche ed egiziane, respingimenti collettivi di potenziali richiedenti asilo.

La confusione tra le zone (ZEE) di esclusivo interesse economico e le zone (SAR) per le operazioni di ricerca e salvataggio, spesso sovrapposte sulle mappe ed oggetto di continue contese, ma anche aree di importanti scambi commerciali, è sempre più evidente, con una totale incertezza sulla sorte delle persone che le attraversano, Le zone di ricerca e salvataggio (Sar) non sono, nè possono diventare, spazi di esercizio di giurisdizione esclusiva, come taluni Stati intendono per ragioni economiche e militari,. Si tratta invece di aree di responsabilità per la organizzazione degli interventi di ricerca e salvataggio in alto mare, e se occorre salvare vite umane in pericolo gli Stati costieri hanno l’obbligo di intervenire anche al di fuori delle aree di propria competenza, se le” autorità competenti” non assumono tempestivamente il coordinamento delle operazioni di soccorso, o quando queste stesse autorità non possono garantire porti di sbarco sicuri (POS).. Esisterebbe quindi l’obbligo di approntare piani operativi che prevedano le varie tipologie delle situazioni di ricerca e soccorso e le competenze dei centri preposti agli interventi in mare, affrontando anche la controversa questione del porto sicuro (place of safety) nel quale sbarcare i naufraghi. Ma di tutto questo non si rinviene traccia negli accordi conclusi dalla Meloni e dalla Von der Leyen, a nome dell’Unione europea, con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. L’Unione europea non può certo modificare gli obblighi ri ricerca e salvataggio previsti dalle Convenzioni internazionali a carico degli Stati costieri, o derogare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, ma come nel caso degli ultimi accordi con la Tunisia e con l’Egitto, non può neppure legittimare l’operato di guardie costiere ed agenti di polizia che violano sistematicamente quelle Convenzioni internazionali che sono richiamate in tutti i documenti dell’Unione europea e persino negli accordi sottoscritti con i paesi terzi.

3. Se oggi si riconosce all’Egitto un ruolo centrale nelle trattative per il cessate il fuoco nella striscia di Gaza, e se le multinazionali, tra queste l’ENI, fanno a gara per accaparrarsi le risorse energetiche nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale sotto il controllo delle autorità egiziane, non si può continuare a chiudere gli occhi sugli abusi sistematici inflitti agli oppositori politici interni ed alle persone migranti intrappolate in quel paese. Come non si può concedere alcuna impunità, con la sterilizzazione del processo Regeni in nome degli interessi economici, se non al preteso fine di un maggiore contrasto dell’immigrazione irregolare, a quegli agenti dei servizi di sicurezza egiziani che, fino ai livelli più elevati, e ancora oggi coperti dal presidente Al Sisi, si sono resi colpevoli delle torture e della uccisione di Giulio.

Le contropartite offerte, come in passato, all’Egitto, come visti di ingresso per lavoro, e processi di formazione, in modo da consentire la migrazione legale in Italia di alcune migliaia di lavoratori egiziani non risolveranno alcun problema, come non lo hanno risolto al tempo di Berlusconi, e di Maroni. Si rafforzerà soltanto la spirale repressiva contro chi tenta la fuga per la vita. Dopo il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, con gli accordi stipulati lo scorso marzo dalla Meloni e dalla Von der Leyen al Cairo, sarà sempre più forte la cooperazione tra il governo italiano, l’Unione europea e le autorità egiziane per sbarrare qualsiasi via di fuga non solo ai potenziali richiedenti asilo, ma anche a chi fugge per il venir meno delle condizioni di sopravvivenza in un paese dilaniato dalla crisi economica. A queste persone, tra le quali aumenta il numero dei soggetti vulnerabili e dei minori, si negherà persino il diritto di essere soccorsi in mare e di raggiungere la frontiera di un paese sicuro per chiedere protezione. Non solo, ma gli aiuti europei serviranno a rafforzare le prassi già in atto di rastrellamento di persone rifugiate in Egitto, che vengono rimpatriate con espulsioni collettive verso i paesi di origine, come il Sudan. anche quando in questi stessi paesi rischiano la vita o la libertà. Mentre in Egitto la repressione contro chiunque dissenta dal regime diventerà sempre più feroce, dopo il sostegno rafforzato offerto ad Al Sisi da parte dell’Unione europea.

L’invio di operatori di organizzazioni non governative in paesi terzi come l’Egitto, magari embedded in stretto collegamento con agenzie di sicurezza o corpi militari, o la ipotesi di affidare alle agenzie delle Nazioni Unite il compito di “selezionare” i veri richiedenti asilo, magari in paesi della fascia subsahariana, come il Niger, ormai sfuggiti al controllo dei governi occidentali, sono destinati a fallire.

4. Il “modello Libia”, o il “modello Tunisia” non possono essere estesi all’Egitto, sia pure nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa, come vorrebbe la Meloni. Vanno immediatamente sospese le prassi di respingimento collettivo in acque internazionali che alcuni paesi europei, sotto gli occhi vigili di Frontex e delle navi della missione europea Eunavfor Med IRINI, delegano alle guardie costiere ed alle autorità di polizia di paesi terzi che non garantiscono porti sicuri di sbarco. Perchè non garantiscono i diritti umani e la integrità fisica alle persone intercettate in mare, nè danno accesso effettivo alle procedure per il riconoscimento del diritto di asilo. Deve cessare la guerra ai soccorsi operati dalle navi del soccorso civile, riconosciuti anche dalla Comunicazione della Commissione UE 2020/1365  sulla cooperazione tra gli Stati membri riguardo alle operazioni condotte da navi possedute o gestite da soggetti privati a fini di attività di ricerca e soccorso” .

Il Rapporto dell’agenzia antifrode europea OLAF su Frontex mette a nudo responsabilità di Frontex che dovrebbero essere accertate anche a livello nazionale. Su queste prassi di law enforcement, che riguardano direttamente anche gli Stati ospitanti le missioni di Frontex, in primis l’Italia e Malta, è stato presentato un esposto-denuncia alla Corte Penale internazionale. Mentre le navi delle ONG cercano di salvare altre vite umane nelle acque del Mediterraneo centrale, malgrado la tempesta di calunnie che le investe anche dopo la chiusura di decine di procedimenti penali, crolla la credibilità dei rapporti e delle analisi rischi di Frontex, negli ultimi anni smentiti dalle indagini giudiziarie ma sempre più influenzati dagli indirizzi politici dei partiti di destra che sono andati al potere in diversi paesi europei e sui temi delle migrazioni e dell’asilo, operano in una situazione permanente di campagna elettorale, alimentando paure collettive in larga parte basate su una dolosa disinformazione.

Nel 2021 L’UNHCR ha pubblicato un rapporto che “riassume gli standard legali applicabili e le posizioni dell’Agenzia in merito alle politiche e alle pratiche che servono effettivamente a ‘esternalizzare’ gli obblighi di protezione internazionale”. La nota è accompagnata da un allegato che “spiega che le misure volte, o effettivamente utili, ad evitare responsabilità o a spostare, piuttosto che condividere, gli oneri sono contrarie alla Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati (‘Convenzione sui rifugiati del 1951’) e ai principi di cooperazione e solidarietà internazionale generalmente accettati”Nel Rapporto si evidenzia come gli accordi di esternalizzazione siano distanti dalle politiche e dalle pratiche adottate in conformità del diritto internazionale, volte a condividere le responsabilità in materia di protezione internazionale nello spirito della cooperazione e della solidarietà internazionali. Ma di tutto questo non si trova traccia negli accordi stipulati con l’Egitto, ed in precedenza con la Tunisia, finalizzati a bloccare le partenze a qualsiasi costo, in cambio di vantaggi economici, politici e militari, garantiti dall’Unione europea.

Le traversate dal Mediterraneo orientale, e in particolare dall’Egitto, sono più lunghe di quelle dalla Libia, i mezzi utilizzati sono generalmente più grandi ma, anche se le partenze diminuiscono, il numero delle vittime continua ad aumentare, come si sta verificando sulle rotte dall’Egitto, dalla Libia e dalla Tunisia. Tutte queste rotte attraversano infatti una zona SAR, quella maltese, che non è presidiata con mezzi di soccorso adeguati rispetto all’estensione della zona di mare che vi corrisponde, ed i barconi carichi di migranti si trovano spesso abbandonati anche dalle centrali di coordinamento dei singoli Stati (MRCC), che al di fuori delle rispettive acque territoriali ( 12 miglia dalla costa) si rimbalzano la competenza degli eventi SAR o negano che ricorrano situazioni di distress, tali da imporre interventi immediati in acque internazionali a salvaguardia della vita umana.

Di fronte al rischio del completamento dell’occupazione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano, occorre prepararsi ad un nuovo esodo forzato di profughi che nessun paese civile potrà respingere. Il numero delle persone che tentano la traversata del Mediterraneo potrebbe dunque aumentare nei prossimi mesi, anche per la concomitante esplosione della crisi in Sudan e in altri paesi del Sahel a sud dell’Egitto e della Libia. I politici di governo, che cantano vittoria per il temporaneo calo degli sbarchi, farebbero bene a prevedere per tempo gli arrivi di profughi e di richiedenti asilo, come una situazione ormai strutturale, e dovrebbero riconsiderare le possibilità di aprire effettivamente, e non solo sulla carta, canali legali di ingresso, per lavoro, per studio, per ricongiungimento familiare. Sarebbe questo l’unico modo per governare davvero “i flussi migratori”, a partire dal pieno riconoscimento del diritto di asilo, in modo da ridurre le vittime di traversata, che sono frutto delle politiche di sbarramento delle frontiere marittime e terrestri.

Non possono prevalere ancora una volta le politiche dell’abbandono, in nome della lotta al traffico e della criminalizzazione degli scafisti. Come ha denunciato l’Unhcr, a settembre del 2022, in occasione dell’arrivo a Pozzallo di un gruppo di naufraghi partito dalla Turchia e soccorso da una nave commerciale, dopo che erano morte di fame e di sete sei persone, tra cui due banbini, questa inaccettabile perdita di vite umane, e il fatto che le persone abbiano trascorso diversi giorni alla deriva prima di essere soccorse, evidenziano ancora una volta “l’urgente necessità di ripristinare un meccanismo di ricerca e soccorso tempestivo ed efficiente guidato dagli Stati nel Mediterraneo.”. Ma di maggiori sforzi per coordinare le attività di ricerca e soccorso in acque internazionali, fino alla garanzia di un porto di sbarco sicuro, non si trova alcuna traccia, negli accordi che i governi europei si vantano di avere concluso con gli Stati nordafricani ed adesso nelle nuove intese dell’Unione europea con l’Egitto.

I rapporti con l’Egitto hanno dimostrato nel corso del tempo il fallimento delle politiche basate sulla cd. condizionalità migratoria e non si sono neppure visti arrivare i lavoratori egiziani che avrebbero dovuto ottenere un visto di ingresso per l’Italia, anche per il sostanziale blocco dei decreti flussi annuali. Si sono invece intensificate la pratche di collaborazione nei respingimenti collettivi, sulla base di identificazioni operate con procedure semplificate, che hanno lasciato alla polizia egiziana, dopo il rimpatrio, con i noti mezzi di persuasione di cui dispone, la esatta assegnazione individuale della identità personale.

La piattaforma per i rifugiati (RPE) in Egitto ha pubblicato ad ottobre del 2022 un importante documento in cui critica il sostegno europeo alle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera praticate dall’Egitto. Ma ormai queste denunce non scalfiscono la faccia sorridente dei rappresentanti di governo che presentano come un successo il risultato delle loro missioni in paesi che non rispettano in alcun modo i diritti umani. Al Sisi ha subito dimostrato come intende utilizzare i fondi ricevuti da Bruxelles.

Migliaia di rifugiati sudanesi fuggiti nel vicino Egitto sono stati detenuti dalle autorità egiziane in una rete di basi militari segrete e poi deportati nel loro paese dilaniato dalla guerra, spesso senza la possibilità di chiedere asilo, secondo un’indagine pubblicata lo scorso 25 aprile da The New Humanitarian (leggi sotto).

Secondo le vigenti norme previste dall’Unione europea in materia di protezione dei richiedenti asilo, di contrasto dell’immigrazione irregolare (Direttiva 2008/115/CE) e di accordi con paesi terzi, qualunque accordo di cooperazione con i paesi terzi deve essere sospeso quando si accerti, come si è già accertato nel caso dell’Egitto, che questi paesi non rispettano le Convenzioni internazionali in materia di diritti umani e tutela dei rifugiati.

5. Non si può permettere che la discrezionalità delle scelte politiche, in vista di nuovi equilibri a livello europeo, e comunque per lanciare messaggi ai propri elettorati durante una campagna basata su slogan ad effetto, possa comportare la violazione di obblighi imperativi stabiliti dalle Convenzioni internazionali, da regolamenti europee e da norme di diritto interno, che impongono di salvaguardare nel rispetto del principio di non respingimento, il diritto alla vita, e alla dignità umana, da riconoscere a qualuque persona, quale che sia la sua provenienza, anche a scapito della difesa dei confini o della lotta all’immigrazione illegale. Vanno respinti accordi che, oltre al diritto di asilo, cancellano il principio di uguaglianza, come se il valore della vita umana fosse diverso a sconda del luogo in cui nasce o si trova una persona, e sono per questa ragione intrinsecamente razzisti. E occorre sanzionare l’abbandono in mare, l’omissione di soccorso, i respingimenti collettivi o il rinvio verso paesi che non garantiscono un effettivo rispetto dei diritti umani. Perché delle tante vite umane che si perdono nelle acque internazionali del Mediterraneo o in territorio libico, se non in un centro di detenzione egiziano, prima o poi, al di là dei risultati elettorali, qualcuno dovrà risponderne.


Dichiarazione congiunta sul partenariato strategico e globale tra la Repubblica araba d’Egitto e l’Unione europea – Commissione europea

17 March 2024

Directorate-General for Neighbourhood and Enlargement Negotiations

Joint Declaration on the Strategic and Comprehensive Partnership between The Arab Republic Of Egypt and the European Union


ECRE

22nd March 2024

EU External Partners: Another EU ‘Cash for Migrant Control’ Deal Sealed with Egypt ― Civil Society Organisations Call on EU to Review Association Agreement with Israel Amidst Forced Famine ― EU-Tunisia Deal Outlines Different Measures Addressing Migration by Tunisians & Non-Tunisian Nationals ― EU-Funded Libyan Coast Guard Endangers Lives of Survivors


INFOMIGRANTS

 Published on : 2024/03/21

 Marion MacGregor

EU criticized over migration deal with Egypt


GREEN EUROPEAN JOURNAL

20 MARCH 2024

Bianca Carrera Espriu

How Border Externalisation Became the EU’s Migration Strategy 


AMNESTY INTERNATIONAL

March 15, 2024

EU/Egypt: Put human rights at the centre of all cooperation

Ahead of the European Union’s (EU) leaders meeting with the Egyptian president in Cairo (17 March 2024), Amnesty International called for all leaders to ensure that respect for human rights is at the centre of all ties between the EU and Egypt.


HUMAN RIGHTS WATCH

March 15, 2024 

Claudio Francavilla , Associate Director, EU Advocacy

EU Deal with Egypt Rewards Authoritarianism, Betrays “EU Values”

Migration Control Obsession Ignores Abuses, Entrenches Oppression


THE NEW HUMANITARIAN

25 April 2024

EXCLUSIVE: Inside Egypt’s secret scheme to detain and deport thousands of Sudanese refugees

About this investigation: Last summer, the Refugees Platform in Egypt, a civil society organisation that defends human rights, contacted The New Humanitarian to share evidence that the Egyptian military was carrying out large-scale deportations of Sudanese refugees. Reporters substantiated the allegations by interviewing dozens of refugees, lawyers, and right groups, obtaining documents from inside secretive government agencies, and through open source investigative techniques.


Global Detention Project and Committee for Justice (CFJ)

1 APRIL 2024

Urgent Appeal on the Detention and Refoulement of Sudanese Refugees in Egypt

With the escalating conflict in Sudan between the Sudanese army and opposition paramilitary forces entering its twelfth month, the humanitarian crisis in the country continues to deteriorate, with important spill-over effects into neighbouring Egypt. As large numbers of Sudanese refugees have entered Egypt, Egyptian authorities have responded by ramping up arrests, arbitrary detentions, pushbacks, and refoulements, in breach of Egypt’s obligations under international refugee law and its international human rights commitments. Critically, these violations are occurring at a time of increased support from the European Union aimed at boosting Egypt’s migration management operations, which raises concerns about Europe’s potential culpability in abuses committed against vulnerable refugees and asylum seekers in the region.

In an urgent appeal, the GDP and the Committee for Justice have called on the European Commission and Parliamentary Members, UN Working Group on Arbitrary Detention, UN Subcommittee on the Prevention of Torture, UN Special Rapporteur on the Human Rights of Migrants, UN Special Rapporteur on Minority Issues, UN High Commissioner for Refugees, and International Organisation for Migration to immediately address the situation. In particular, we urge them to consider calling on Egypt to:

  • Cease de facto and arbitrary detention operations in border regions;
  • End immigration detention for children and their families;
  • Ensure that detainees are able to challenge the grounds of their detention before a court or other competent, independent, and impartial authority, and are provided access to legal aid;
  • Remove visa requirements for those fleeing the conflict in Sudan;
  • Suspend all deportations to Sudan;
  • Establish procedures that guarantee access to fair and efficient asylum proceedings for all those who are in Egyptian territory and claim asylum;
  • Suspend the enforcement of penalties on refugees coming directly from a territory where their life or freedom was threatened on account of their illegal entry or presence in Egypt;
  • Grant access to UNHCR and humanitarian organisations to border areas where large influxes of refugees are occurring and guarantee the right to access detention centre for independent institutions;
  • Provide data on immigration detention and deportations to ensure transparency and accountability.

WRITTEN COMMUNICATION TO:
EUROPEAN COMMISSION & PARLIAMENTARY MEMBERS
UN WORKING GROUP ON ARBITRARY DETENTION
UN SUBCOMMITTEE ON THE PREVENTION OF TORTURE
SPECIAL RAPPORTEUR ON THE HUMAN RIGHTS OF MIGRANTS
SPECIAL RAPPORTEUR ON MINORITY ISSUES
UN HIGH COMMISSIONER FOR REFUGEES
INTERNATIONAL ORGANISATION FOR MIGRATION

THE DETENTION AND REFOULEMENT OF SUDANESE REFUGEES IN EGYPT

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