Con il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo l’Unione europea esternalizza i controlli di frontiera e legittima accordi che violano i diritti umani

di Fulvio Vassallo Paleologo

AGGIORNAMENTO 10 APRILE 2024

MEPs approve the new Migration and Asylum Pact

Il Parlamento europeo ha adottato dieci testi legislativi per riformare la politica europea in materia di migrazione e asilo, come concordato con gli Stati membri dell’UE.

EU’s historic migration pact passes amidst divisions and far-right fears

Il testo verrà ora trasmesso agli Stati membri in seno al Consiglio, che voterà il 29 aprile a maggioranza qualificata.

Memtre a Bruxelles vinceva la necropolitica, in mare si continuava a morire

Naufragio in acque Sar Maltesi: migrante muore al poliambulatorio e salgono a 9 le vittime, 6 i ricoverati e 15 i dispersi

Ben 46 le persone partite domenica sera da Sfax in Tunisia. La carretta sulla quale viaggiavano si è capovolta a causa delle proibitive condizioni del mare. Fra le salme sbarcate anche quella di una bambina

Salgono a due i naufragi nel Mediterraneo centrale, mentre l’Unione europea approvava il Patto sulle migrazioni e l’asilo, senza neppure una norma che agevoli i soccorsi in acque internazionali, ma come ratifica delle pratiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera, che sono già costate la vita di migliaia di persone. L’OIM conferma e si rattrista. Noi denunciamo.


IL MANIFESTO 11 APRILE 2024

La fortezza che non protegge da guerre e povertà

di Fulvio Vassallo Paleologo


Abstract

Potrebbe apparire ormai scontata l’approvazione da parte del Parlamento europeo del Patto sulla migrazione e l’asilo, in discussione dal 2020 e già condiviso dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione europea. Dovrebbero essere approvati entro maggio, dunque prima delle elezioni europee, i nuovi Regolamenti, con una revisione della Direttiva 2013/32/UE sulle procedure per l’esame delle domande di asilo, che verrebbe rifusa in un nuovo Regolamento, dunque in un atto direttamente vincolante per tutti gli Stati membri, che invece, anche dopo una Direttiva, possono mantenere, come è avenuto, disposizioni interne notevolmente dissonanti.

Mercoledì 10 aprile il Parlamento europeo dovrebbe discutere e votare i nuovi atti legislativi che aggiornano la normativa dell’UE in materia di migrazione e asilo. La riunione plenaria si concluderà con un dibattito con la presidenza belga del Consiglio e la Commissione sull’esito dei negoziati già conclusi nei mesi scorsi.

L’entrata in vigore della nuova normativa europea, che richiederà comunque un complesso lavoro di raccordo tecnico tra i diversi regolamenti, potrebbe essere bloccata soltanto da una residua resistenza da parte dei paesi a guida sovranista, in particolare dall’Ungheria di Orban, o da una grande mobilitazione che dia forza alla esigua rappresentanza parlamentare della sinistra europea.

I partiti europei più grandi devono presentarsi ai loro elettori con uno straccio di risultato nella “gestione comune” delle frontiere e dell’asilo e nelle politiche di rimpatrio forzato, assortite ipocritamente ad un ricorrente richiamo alla cooperazione internazionale ed alla solidarietà, che di fatto si traduce nella legittimazione di accordi già stipulati o ancora da concludere con regimi autoritari che non garantiscono alcuna tutela dei diritti umani e che ricattano gli Stati europei sulla base del proibizionismo delle migrazioni, che per molti partiti europei garantisce un sicuro incasso elettorale.

Gli autocrati al potere nei paesi di transito negoziano così accordi per bloccare i migranti ed incassare vantaggi economici e legittimazione politica. Anche se poi gli arrivi delle persone in fuga verso l’Europa riprendono, non appena le condizioni meteo migliorano. Mentre le organizzazioni criminali incrementano i loro profitti perchè, al di là dei canali legali aperti sulla carta a poche categorie di migranti, la maggior parte delle persone, di diverse nazionalità, intrappolate ai confini esterni dell’Unione europea, non trovano alternative reali all’ingresso irregolare, a costo di pericolose traversate del mare e di sofferenze sempre più atroci sulle rotte dei Balcani. Non è comunque ammissibile che sia l’Unione europea che l’Italia continuino ad intensificare la collaborazione con paesi come la Libia, ormai quasi uno Stato fallito, o come l’Egitto, che non rispettano in alcun modo i diritti fondamentali delle persone migranti.

Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo salda la dimensione esterna dei controlli di frontiera con il coinvolgimento di paesi terzi, con la nuova dimensione interna, basata su maggiori poteri degli Stati nazionali nel controllo delle frontiere interne e sul forte ridimensionamento del diritto alla protezione nel caso di persone provenienti da paesi terzi ritenuti sicuri. Di fatto si potrebbe arrivare alla ratifica delle peggiori prassi amministrative che alcuni paesi, come l’Italia, hanno già introdotto sulla base di scelte politiche unilaterali o di accordi bilaterali con paesi terzi che non rispettano i diritti umani.

Gli obiettivi programmatici enunciati da Bruxelles nascondono la vera sostanza delle politiche europee di esternalizzazione dei controlli di frontiera. Tra le misure da addottare nei confronti dei paesi terzi l’Unione europea si acconge a legiferare per: “azioni rafforzate e attività trasversali nella dimensione esterna della migrazione”;“una maggiore sensibilizzazione diplomatica e politica;“strategie di comunicazione coordinata”; “sostenere politiche migratorie efficaci e basate sui diritti umani nei paesi terzi”; e ancora per “promuovere la migrazione legale e una mobilità ben gestita, anche rafforzando i partenariati bilaterali, regionali e internazionali in materia di migrazione, sfollamento forzato, percorsi legali e partenariati per la mobilità”. Ma la previsione della finzione giuridica del “non ingresso” farà considerare tutti coloro che sono costretti a fare ingresso irregolare dalla mancanza di canali legali come non fossero ancora presenti sul territorio dell’UE, consentendo così l’applicazione di standard inferiori e aumentando il rischio di violazioni dei diritti umani e respingimenti sommari alla frontiera.

In realtà al centro delle misure legislative che saranno adottate prima della prossima scadenza delle elezioni europee ci saranno norme per esternalizzare il diritto di asilo, aumentare la collaborazione dei paesi terzi nei respingimenti collettivi su delega, rendere più efficienti i meccanismi di rimpatrio con accompagnamento forzato e diffondere le procedure di rimpatrio volontario, che spesso diventano una scelta obbligata. Una massa enorme di risorse finanziarie destinate alla riduzione della presenza di immigrati nell’Unione europea, alla sostanziale sterilizzazione del diritto di asilo, ed al contrasto degli arrivi attraverso canali irregolari, gli unici rimasti davvero aperti per la maggior parte delle persone che sono costrette ad abbandonare il proprio paese. Nel caso dell’Italia risorse pubbliche ingent , sottratte alla cooperazione internazionale, da integrare con i fondi provenienti da Bruxelles, ma poco tracciabili nella Relazione tecnica che accompagna la legge di ratifica del Piano Mattei per l’Africa.

Come emerge dai più recenti documenti diffusi da Statewatch, il significato della parola solidarietà sarà ormai capovolto quando l’Unione europea tradurrà l’intesa politica già maturata lo scorso dicembre a Bruxelles in atti legislativi, quindi in Direttive e Regolamenti, che ratificheranno le peggiori prassi di esternalizzazione dei controlli di frontiera già avviate sulla base di accordi bilaterali interstatali, come il Memorandum d’intesa Gentiloni con il governo provvisorio dei Tripoli del 2017, o di intese unionali, come gli accordi con la Turchia del 2016 o il più recente Memorandum d’intesa UE-Tunisia, fortemente sostenuto dal duo Meloni-Von der Leyen. Non si tratterà più di solidarietà verso chi fugge da paesi in guerra permanente, o per effetto di disastri climatici, o per una povertà che rende impossibile la sopravvivenza, ma di cooperazione tra gli Stati europei e tra questi ed i cd. paesi terzi, per bloccare le partenze e rendere effettive le misure di espulsione, con la esternalizzazione persino della detenzione amministrativa, come si progetta con il più recente Protocollo d’intesa tra Italia ed Albania. Lo solidarietà che si sarebbe dovuto attuare con una riforma sostaniale del Regolamento Dublino, sui movimenti secondari dei richiedenti asilo da un paese ad un’altro dell’Unione europea è rimasta sulla carta, come enunciazione di principio, ma basterà pagare una compensazione finanziaria ai paesi di primo ingresso per evitare la loro ricollocazione verso altri Stati membri.

Bersagli designati di queste politiche europee e nazionali(stiche) saranno il diritto di asilo ed il principio di non discriminazione, riconosciuti tanto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, quanto nelle Costituzioni nazionali, in Italia agli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione italiana, che rimarranno comunque un argine contro l’applicazione di quanto previsto a livello europeo dal nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo, quando si tratterà di adottare la legislazione nazionale derivata e di applicare le conseguenti prassi amministrative.

La ventata tossica della nuova legislazione europea diretta principalmente alla esternalizzazione dei controlli di frontiera, senza l’apertura di canali legali di ingresso ed il riconoscimento effettivo del diritto di asilo, anche attraverso il ricorso alla categoria dei cd. “paesi terzi sicuri”, non modificherà sostanzialmente la portata di due importanti atti della legislazione europea che, seppure regressivi al momento della loro adozione, costituiscono oggi un baluardo contro le nuove norme europee e le prassi violente che ne deriveranno quando saranno affidate alla cooperazione di polizia (law enforcement) con paesi che non rispettano i diritti umani e gli abblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali.

La Direttiva 2008/115/CE , sui rimpatri, anche se verrà trasfusa in un nuovo Regolamento, non sarà sostanzialmente modificata dalle misure legislative che saranno adottate sulla base del nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo, per la semplice ragione che i partner europei non sono riusciti a trovare un accordo, per la prevalenza delle politiche sovraniste e delle prassi di rimpatrio con accompagnamento forzato adottate a livello nazionale. La “Direttiva delle vergogna”, così definita nel 2008 al momento della sua approvazione, contiene norme importanti come le garanzie nelle procedure di accompagnamento forzato, una consistente limitazione, trascurata dagli Stati membri, nel ricorso alla detenzione amministrativa, che andrebbe appllicata come misura residuale e non automatica, il riconoscimento effettivo del diritto di difesa e del diritto di chiedere asilo prima dell’esecuzione dell’allontanamento forzato in frontiera. Le nuove norme europee non modificheranno sostanzialmente neppure il Regolamento Dublino III del n.604 2013, che impedisce la redistribuzione dei nauftraghi sbarcati in Italia e in altri paesi costieri dell’Unione Europea, se non acquistano prima la veste formale di richiedenti asilo, rendendo ancora illegali le prassi imposte in passato da un ministro dell’interno che chiedeva i “pieni poteri”, per subordinare la concessione di un porto di sbarco alla redistribuzione in Europa di tutte le persone soccorse in mare, e non soltanto di coloro che avrebbero formalizzato una richiesta di protezione.

Il Regolamento europeo n.656 del 2014, che rimarrà in vigore, anche per effetto del successivo richiamo contenuto nel Regolamento UE n. 1896/2019, disciplina le operazioni di ricerca e soccorso in mare svolte dall’agenzia Frontex, e riguarda direttamente anche gi Stati che ospitano i mezzi utlizzati dall’agenzia, dettando limiti precisi alla collaborazione con i paesi terzi che non risconoscono effettivamente i diritti umani e gli obblighi di soccorso in mare, con un espresso richiamo alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e alle Convenzioni internazionali di diritto del mare che fissano gli obblighi di ricerca e salvataggio a carico degli Stati. Si deve anche ricordare che l’art.53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati vieta accordi internazionali, comunque denominati, che violino i principi cogenti di Diritto internazionale. E’ nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale.

Il Regolamento UE n. 1896/2019 rinomina l’agenzia Frontex come Guardia di frontiera e costiera europea e ne rafforza le autonome capacità negoziali in rapporto ai paesi terzi, per la sorveglianza delle frontiere esterne e per l’attuazione effettiva delle operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato. Lo stesso regolamento istituisce Eurosur “quale quadro integrato per lo scambio di informazioni e la cooperazione operativa all’interno della guardia di frontiera e costiera europea al fine di migliorare la conoscenza situazionale e aumentare la capacità di reazione ai fini della gestione delle frontiere, ivi compreso al fine di individuare, prevenire e combattere l’immigrazione illegale e la criminalità transfrontaliera e contribuire a garantire la protezione e la salvezza della vita dei migranti”. Si prevede la possibilità che Fontex, attraverso Eurosur, scambi informazioni anche con le autorità di polizia dei paesi terzi con i quali si instaurino rapporti di cooperazione, ed al riguardo sono previsti anche organi di monitoraggio e norme a protezione dei dati personali. In base al Considerando n.91,il regolamento include disposizioni in materia di cooperazione con i paesi terzi, poiché uno scambio di informazioni e una cooperazione permanenti e ben strutturati con questi paesi, inclusi, ma non solo, quelli vicini, sono fattori fondamentali per il conseguimento degli obiettivi della gestione europea integrata delle frontiere È fondamentale che lo scambio di informazioni e qualsiasi cooperazione tra Stati membri e paesi terzi siano effettuati nel pieno rispetto dei diritti fondamentali”. Ma fino ad oggi non sembra che le attività di Frontex abbiano tenuto conto di questi diritti fondamentali, come è emerso dall‘inchiesta europea di OLAF, seguita dalle dimissioni del suo direttore Leggeri, e purtroppo come confermato da “incidenti” che si sono verificati ancora di recente non solo alle frontiere marittime del Mediterraneo, ma anche in teritorio albanese. dove sono documentati gravissimi abusi commessi da agenti di Frontex.

Per resistere all’applicazione delle nuove misure legislative adottate a livello europeo per la esternalizzazione dei controlli di frontiera diventa sempre più importante il ricorso alla giurisdizione, dunque ai giudici internazionali, che dovranno essere sottratti all’influenza dei governi nazionali, ed alla magistratura nazionale, per la quale si dovranno difendere i principi cositituzionali di indipendenza ed il principio di legalità, contro la ricorrente intrusione di decisioni politiche che arrivano ad aggirare anche la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, come si è verificato dopo la condanna subita dall’Italia nel 2012 sul caso Hirsi, per i respingimenti collettivi illegali in Libia. E lo stesso tentativo di aggiramento delle pronunce degli organi giurisdizionali si verifica in Italia, non appena un giudice adotta una decisione che non collima con l’indirizzo politico del governo, lo si è visto in un passato ormai lontano (dal 2001 al 2004) rispetto alle pronunce della Corte Costituzionale in materia di detenzione amministrativa, e lo stamo vedendo ancora oggi dopo lo stop imposto dai giudici italiani alle procedure “accelerate in frontiera” per i richiedenti asilo provenienti da paesi terzi ritenuti “sicuri”. Adesso non si può accettare la “finzione giuridica di non ingresso nel territorio” per impedire l’accesso effettivo ai diritti fondamentali. anche attaverso misure procedurali apparentemente neutre, ad una categoria ben precisa di persone, non solo ai richiedenti asilo, ma anche a tutte le persone migranti, inclusi minori e donne, che andrebbero protette in base a norme costituzionali ed unionali.

‘La questione della giurisdizione non può tradursi in una fuga dalle responsabilità in acque internazionali, anche dove si afferma la giurisdizione nazionale per il perseguimento di reati come l’agevolazione dell’ingresso irregolare. Oltre alla dimensione interna della giurisdizione sarà ancora più importate affermare il rispetto della giurisdizione nazionale ed europea ai confini esterni dell’Unione, ovunque si voglia portare avanti il processo di esternalizzazione dei controlli di frontiera, che non può tradursi nella totale esclusione di una qualsiasi giurisdizione effettiva che possa garantire i diritti fondamentali delle persone migranti, a partire dal diritto alla vita, con il conseguente diritto di ottenere soccorso in mare e di chiedere protezione in un paese sicuro. Anche dove ci sia soltanto cooperazione operativa, assistenza tecnica, formazione congiunta e cessione di mezzi di controllo delle frontiere o di attrezzature tecnologiche, non si può escludere la giurisdizione (magari concorrente) degli Stati europei sulle violazioni subite dalle persone in movimento che ne sono vittima ad opera di entità statali o di formazioni militari di paesi terzi che non riconoscono loro alcun diritto. Dove lo Stato si riserva un potere coercitivo esercitato con sanzioni penali, o misure amministrative, anche al di fuori delle proprie acque territoriali, con delega di poteri di respingimento a paesi terzi e sulla base di una articolata cooperazione operativa supportata dall’Unione europea con l’agenzia Frontex, si deve affermare una correlata responsabilità nazionale e internazionale a fronte delle violazioni dei diritti umani subite dalle persone migranti alle frontiere esternalizzate e per i casi di omissione di soccorso o di abbandono in mare. Qualsiasi modifica possa essere apportata dal nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo, non potrà scalfire il nucleo irridicibile dei diritti umani sanciti dalle Convenzioni internazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali e dai Trattati dell’Unione europea e dalle Costituzioni nazionali. E per ogni violazione di questi diritti che si possa accertare ci dovrà essere una corrispondente sanzione. Lo richiede lo Stato di diritto, alla base delle Costituzioni nazionali e dei Trattati europei. Non si tratta di difendere soltanto soggetti deboli, è in gioco la democrazia in Europa e in Italia.


From Europe to Brussels: Say No to Migration and Asylum Pact! Let’s fight collectively this European policy on Migration and Asylum!

The new Migration and Asylum Pact provides for a system threatening the right to asylum in the European Union and allowing massive human rights violations in Europe just because of their migrant status. Put together, those new regulations will serve as the backbone for a new system of “migration management” within the EU, based on:

  • De facto detention at the border with no exception for families with children, regardless of their age, fast track procedures with lower standards for asylum request proceedings in lieu of a complete and fair examination of the requests, as well as an emphasis on deportations with less protection;
  • Lots of asylum seekers will end up stuck in procedures at the border, while the introduction of the “non-entry” legal fiction will have them considered as not on EU ground, thus allowing inferior standards to apply and raising the risk of human rights violations and push-backs at the border. Even unaccompanied minors could be detained during these border procedures if considered as a « threat to national security or public order ». Morever, experience has shown that detaining people en masse  at the border for extended periods of time only leads to overpopulated and inhumane conditions, as seen in the Greek islands;
  • Because of the “safe third country” concept extension, people requesting asylum will see admissibility of their claim denied more often and be deported out of the EU on the basis of loose connection links, also raising the risk of push-backs. The previously signed EU-Turkey Agreement is a good example, externalizing asylum requests screening to third countries.


1. Potrebbe apparire ormai scontata l’approvazione da parte del Parlamento europeo dei complessi atti legislativi che daranno attuazione al Patto sulla migrazione e l’asilo, in discussione dal 2020 e già condiviso a dicembre dello scorso anno dalla Commissione e dal Consiglio dell’Unione europea. Il 20 dicembre 2023 il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sui regolamenti chiave che daranno attuazione al Patto:

Mercoledì 10 aprile il Parlamento europeo dovrebbe discutere e votare in un solo giorno tutti i nuovi atti legislativi che aggiornano la normativa dell’UE in materia di migrazione e asilo. La riunione plenaria si concluderà con un dibattito con la presidenza belga del Consiglio e la Commissione sull’esito dei negoziati già conclusi nei mesi scorsi. Secondo quanto comunicato da Amnesty International, “le proposte saranno adottate formalmente dopo l’approvazione del Consiglio europeo, prima di giugno 2024. Si prevede che la nuova legislazione entrerà in vigore e sarà pienamente operativa due anni dopo, entro giugno 2026″.

L’entrata in vigore della nuova normativa, che richiederà comunque un complesso lavoro di raccordo tecnico tra i diversi Regolamenti da varare entro maggio potrebbe essere bloccata soltanto da una residua resistenza da parte dei paesi a guida sovranista, in particolare dall’Ungheria di Orban, o da una grande mobilitazione che dia forza alla esigua rappresentanza parlamentare della sinistra europea. Si deve prendere atto che la maggior parte dei nuovi regolamenti europei è frutto di una procedura di comitato presso il COREPER, il Consiglio dei rappresentanti permanenti degli Stati membri presso il Consiglio dell’Unione europea, che non garantisce la stessa rappresentatività di una assemblea elettiva come il Parlamento europeo, e che rimane fortemente condizionato dalle trattative intergovernative, spesso riservate, tra i capi di Stato e di governo degli Stati membri. A differenza di quanto avveniva in passato, inoltre, i nuovi Regolamenti non avranno per intero applicazione diretta, ma come le Direttive, sia pure in margini più ristretti, lasceranno spazio ad una successiva legislazione interna, per la loro completa attuazione.

I partiti europei più grandi devono presentarsi adesso ai loro elettori con uno straccio di risultato nella “gestione comune” delle frontiere e nelle politiche di rimpatrio forzato, assortite ipocritamente ad un ricorrente richiamo alla cooperazione internazionale ed alla solidarietà, che di fatto si traduce nella legittimazione di accordi già stipulati o ancora fa concludere con regimi autoritari che non garantiscono alcuna tutela dei diritti umani e che ricattano gli Stati europei sulla base del proibizionismo delle migrazioni ,che per molti partiti garantisce un sicuro incasso elettorale. Anche se poi gli arrivi delle persone in fuga verso l’Europa riprendono, non appena le condizioni meteo migliorano. Mentre le organizzazioni criminali incrementano i loro profitti perchè, al di là dei canali legali aperti sulla carta a poche categorie di migranti, la maggior parte delle persone di diverse nazionalità, intrappolate ai confini esterni dell’Unione europea, non trovano alternative reali all’ingresso irregolare, a costo di pericolose traversate del mare e di sofferenze sempre più atroci sulle rotte dei Balcani.

Il pacchetto di misure legislative sulla politica migratoria europea in discussione dal 2020. riguarda sia la “dimensione interna”, cioè la gestione delle richieste d’asilo delle persone migranti entrate irregolarmente nell’Ue ed i casi di allontanamento forzato degli irregolari, o come i richiedenti asilo denegati,, sia la “dimensione esterna”, cioè le strategie e gli accordi con i Paesi terzi per ridurre le partenze verso i confini dell’Unione Europea. L’EASO, agenzia europea per il diritto di asilo, adesso ridenominata EUAA, viene potenziata con la finalità di rapportarsi ai paesi terzi da cui provengono i richiedenti asilo. Quasi tutti i Regolamenti che saranno adottati dall’Unione europea in materia di migrazione ed asilo riguardano i richiedenti asilo ed i controlli di frontiera, ed i rimpatri forzati,dunque con particolare riferimento al fenomeno delle migrazioni irregolari, alle quali sono costretti quanti fuggono dal loro paese, ma anche chi emigra per ragioni economiche, e non trova canali legali di ingresso. Mentre appare assolutamente marginale la nuova disciplina europea in materia di immigrazione per lavoro, relegata a generici auspici o alla previsione di meccanismi tanto discrezionali e limitati nel numero, da risultare del tutto ineffetivi rispetto al numero dei migranti economici, non solo quelli che in astratto potrebbero arrivare, ma già quelli che, secondo le associazioni dei datori di lavoro, sarebbero necessari per la tenuta del nostro sistema economico. La dimensione esterna che si persegue con il nuovo Patto europeo è tutta incentrata sulla esternalizzazione dei controlli di frontiera per il contrasto dell’immigrazione irregolare, inclusi richiedenti asilo e soggetti vulnerabili come i minori non accompagnati, e sulla semplificazione delle procedure di rimpatrio forzato, senza alcuna effettiva e concreta previsione, non solo di consistenti canali umanitari, ma anche di canali legali di ingresso per lavoro, o per ricongiungimento familiare. Di certo non si può parlare di “approccio globale alle migrazioni”.

Appare molto significativo come il Consiglio europeo del 21-22 marzo scorso, quasi interamente dedicato alle guerre in Ucraina e in Palestina, abbia approvato partenariati strategici con paesi come Egitto e Mauritania, fortemente interessati dal transito di migranti e richiedenti asilo diretti verso l’Unione europea, nella prospettiva comune di una crescente esternalizzazione dei controlli di frontiera.. Lo stesso Consiglio europeo” ha fatto il punto della situazione relativa alla migrazione a seguito della comunicazione della Commissione e ha ribadito l’impegno dell’UE di continuare a perseguire un approccio globale alla migrazione concordato nelle sue conclusioni del dicembre 2023. Rilevando che oltre il 90 % dei migranti irregolari entra nell’UE con l’aiuto di trafficanti, il Consiglio europeo appoggia la determinazione della Commissione a rafforzare tutti gli strumenti a disposizione dell’UE per contrastare efficacemente il traffico e la tratta di esseri umani, lanciando in parallelo un’alleanza mondiale per rispondere a questa sfida globale. Si conferma dunque l’impronta meramente securitaria dell’approccio alle migrazioni ed all’asilo che ha caratterizzato questa ultima fase delle attività del Consiglio e della Commissione UE, sotto la spinta dei partiti nazionalisti e populisti, con un sostanziale cedimento dei socialdemocratici, preoccupati dall’avvicinarsi delle prossime scadenze elettorali. Non è comunque ammissibile che sia l’Unione europea che l’Italia continuino ad intensificare la collaborazione con paesi come la Libia, ormai quasi uno Stato fallito, o come l’Egitto, che non rispettano in alcun modo i diritti fondamentali delle persone migranti. Per non parlare delle crescenti violazioni dei diritti umani denunciate in paesi che si ritengono strategici per bloccare, o quanto meno contenere, con il supporto europeo, gli arrivi, come il Sudan, il Niger, e da ultimo la Tunisia.

2. Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo (al considerando 3b) prevede il rafforzamento della cooperazione con i paesi terzi in materia di asilo e migrazione, comprese le procedure di riammissione e per affrontare le cause profonde e i fattori che determinano la migrazione irregolare e forzata, ribadendo la necessità di promuovere e costruire su misura partenariati reciprocamente vantaggiosi con quei paesi. Tali partenariati dovrebbero fornire un quadro per un migliore coordinamento delle politiche e degli strumenti pertinenti dell’UE con i paesi terzi, e essere basati sui diritti umani, sullo Stato di diritto e sul rispetto dei valori comuni dell’Unione.

Al Considerando 5 b del nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e delle migrazioni (RAMM) si prevede che “ Al fine di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi in materia di asilo e migrazione, tra cui la riammissione e la risoluzione delle cause e dei fattori alla base della migrazione irregolare e degli sfollamenti forzati, è necessario promuovere e costruire partenariati mirati e reciprocamente vantaggiosi con i paesi in questione. Tali partenariati dovrebbero costituire un quadro per un migliore coordinamento delle politiche e degli strumenti pertinenti dell’Unione con i paesi terzi e basarsi sui diritti umani, sullo Stato di diritto e sul rispetto dei valori comuni dell’Unione. Per quanto riguarda le componenti esterne dell’approccio globale, nessuna disposizione del presente regolamento pregiudica la preesistente ripartizione delle competenze tra gli Stati membri e l’Unione o tra le istituzioni
dell’Unione. Tali competenze continueranno ad essere esercitate nel pieno rispetto delle norme procedurali dei trattati e in linea con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, in particolare per quanto riguarda gli strumenti non vincolanti dell’Unione.

Il Patto sulla migrazione e l’asilo salda così la dimensione esterna dei controlli di frontiera con il coinvolgimento di paesi terzi, con la nuova dimensione interna, basata su maggiori poteri degli Stati nazionali nel controllo delle frontiere interne e sul forte rifimensionamento del diritto alla protezione nel caso di persone provenienti da paesi terzi ritenuti sicuri. Di fatto si ratificano le peggiori prassi amministrative, come la detenzione amministrativa in frontiera a scopo di identificazione, e le pratiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera, che alcuni paesi come l’Italia, hanno già introdotto sulla base di scelte politiche unilaterali o di accordi bilaterali. E si rafforzano le capacità negoziali di Frontex con i paesi terzi. Frontex e il Senegal, ad esempio, hanno recentemente lanciato un piano per contrastare la migrazione irregolare, con una cooperazione operativa che si estende alla Mauritania e al Gambia.

Al Considerando 18 si afferma che ” In sede di attuazione delle azioni finanziate dai contributi finanziari, gli Stati membri e la Commissione dovrebbero garantire il rispetto dei diritti fondamentali e la conformità alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (“Carta”). Le condizioni abilitanti di cui all’articolo 15 del regolamento (UE) 2021/1060 del
Parlamento europeo e del Consiglio9, compresa la condizione abilitante orizzontale
relativa all'”effettiva applicazione e attuazione della Carta dei diritti fondamentali”, dovrebbero applicarsi ai programmi degli Stati membri sostenuti dai contributi finanziari.

Si aggiunge poi che “Considerando che la ricerca e il soccorso derivano da obblighi internazionali, gli stati membri che devono affrontare sbarchi ricorrenti nel contesto di operazioni di ricerca e soccorso potrebbero rientrare tra gli Stati membri beneficiari di misure di
solidarietà. Dovrebbe essere possibile individuare una percentuale indicativa delle misure di solidarietà che potrebbero essere necessarie per gli Stati membri interessati. Inoltre, gli Stati membri dovrebbero tenere conto delle vulnerabilità delle persone che arrivano da tali sbarchi
(Cons.25). E ancora ” Al fine di rispondere tempestivamente alla situazione di pressione migratoria, il coordinatore UE della solidarietà dovrebbe sostenere la rapida ricollocazione dei
richiedenti e dei beneficiari di protezione internazionale ammissibili alla ricollocazione. Lo Stato membro beneficiario dovrebbe redigere un elenco delle persone ammissibili alla ricollocazione, se richiesto, con l’assistenza dell’Agenzia per l’asilo e dovrebbe poter usare gli strumenti sviluppati dal coordinatore UE della solidarietà. Alle persone da ricollocare dovrebbe essere data la possibilità di fornire informazioni in merito all’esistenza di legami significativi con specifici Stati membri, ma non dovrebbero avere il diritto di scegliere uno specifico Stato
membro di ricollocazione
. (Cons.26) Infine, secondo il Considerando 87, ” Il presente regolamento rispetta i diritti fondamentali e osserva i principi garantiti dal diritto dell’Unione e internazionale, inclusa la Carta. In particolare, il presente regolamento intende assicurare il pieno rispetto del diritto d’asilo garantito dall’articolo 18 della Carta, nonché dei diritti riconosciuti ai sensi degli articoli 1, 4, 7, 24 e 47 della stessa. Gli Stati membri dovrebbero pertanto applicare di conseguenza il presente regolamento, nel pieno rispetto di tali diritti fondamentali. All’art. 4 c del Regolamento si afferma che l’approccio globale comprende “il pieno rispetto degli obblighi previsti dal diritto internazionale e dell’Unione per quanto riguarda le persone soccorse in mare”.

Gli altri Regolamenti su cui è stato raggiunto l’accordo politico tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, sulle materie oggetto del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo sono:

a) Il Regolamento screening, che prevede controlli sugli stranieri alle frontiere esterne dell’Unione, per raccogliere informazioni su nazionalità, età, impronte digitali e immagine del volto. Le procedure di verifica dovranno durare al massimo 7 giorni. Un periodo di detenzione amministrativa che di fatto viene sottratto ad un effettivo controllo giurisdizionale. Ma in caso di afflusso eccezionale, o meglio, definito tale, si potranno verificare termini più lunghi. Si profilano dunque nuove ipotesi di trattenimento amministrativo. Soprattutto con questo regolamento si prevede una procedura obbligatoria in frontiera nella quale dovrebbe operare la “finzione giuridica del non ingresso” nel territorio degli Stati dell’Unione europea, considerata un “elemento chiave” della nuova normativa,nell’evidente tentativo di abbattere le garanzie di difesa ed i diritti ad un ricorso effettivo delle persone bloccate in frontiera, ma anche in luoghi vicini, per finalità di prima identificazione. Ma in mancanza di luoghi vicini le procedure di screening potrebbero svolgersi in qualunque luogo a disposizione delle autorità di polizia, anche a centinaia di chilometri di distanza dl luogo di primo ingresso. Anche in questo caso emerge un’altro aspetto della esternalizzazione, perchè la prospettiva dominante rimane quella della deportazione verso i paesi di origine o di transito, con i quali si dovranno trovare formalità semplificate e più veloci di accompagnamento forzato. Dopo le procedure di accertamento (screening) l’elevata interconnessione delle banche date europee con EUROSUR ed EUROPOL e tra queste e quelle dei paesi terzi con i quali si rafforzano i rapporti di cooperazione operativa a livello di forze di polizia potrebbero comportare gravi rischi per le persone che dopo una richiesta di asilo ricevono un provvedimento di diniego ed una contestuale espulsione.

Sembrano ormai superate, dopo le pressioni del Consiglio, le resistenze emerse nel Parlamento europeo su un Regolamento (screening) che può comportare elementi di potenziale discriminazione basata sull’origine etnica. Si corre il rischio di una vera e propria “profilazione razziale” come sottolineato da diversi gruppi che operano a difesa dei diritti umani. I meccanismi di monitoraggio previsti dal Regolamento non appaiono in grado di contrastare i poteri discrezionali delle forze di polizia nell’attuazione delle procedure di trattenimento amministrativo durante le procedure in frontiera e di rimpatrio forzato di persone che si considerano come se non avessero mai fatto ingresso nel territorio dello Stato.

b) Il Regolamento sulle procedure di asilo, che stabilisce l’armonizzazione delle regole per le richieste di asilo nell’Ue e i criteri per selezionare le persone migranti da sottoporre alla procedura tradizionale e quelli da avviare a una procedura “accelerata” di frontiera detta “border procedure” . La procedura accelerata di frontiera diventa quella ordinaria e Il trattenimento dei richiedenti asilo dovrà essere una misura automatica che si applicherà in tutti i paesi membri , non solo ai richiedenti asilo provenienti da paesi terzi “sicuri”, ma anche nel caso in cui provengano da paesi dai quali siano arrivati richiedenti asilo che si si sono visti negata, per la percentuale superiore al 20 per cento, che sale al 50 per cento quando venga dichiarata una situazione di crisi, una richiesta di protezione, tenendo conto, non di decisioni definitive, ma delle decisioni delle Commissioni di primo grado. Dunque la detenzione amministrativa dei richiedenti asilo diventa di fatto una misura che si applicherà a quasi tutti i richiedenti asilo, se si considerano le percentuali di accoglimento in primo grado delle richieste di asilo in Italia. In contrasto con la consolidata giurisprudenza della Corte di Giustizia, il trattenimento dei richirdenti asilo, che sarà una vera e propria limitazione della libertà personale, applicabile anche ai minori, potrà attuarsi non solo in frontiera ma anche in luoghi distanti dalle frontiere, a disposizione delle autorità di polizia.

Secondo il nuovo Regolamento sulle procedure,(Considerando 13), tuttavia, “nell’interesse di un corretto riconoscimento delle persone bisognose di protezione come rifugiati ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione di Ginevra o come aventi diritto protezione sussidiaria, ogni richiedente dovrebbe avere un accesso effettivo alla procedura, il opportunità di cooperare pienamente e comunicare adeguatamente con le autorità competenti come, in particolare, presentare i fatti rilevanti del suo caso e garanzie procedurali sufficienti al fine di perseguire la propria causa in tutte le fasi del procedimento”. Ed al Considerando 14 si precisa che “al richiedente dovrebbe essere concesso tempo sufficiente per prepararsi e consultare il proprio consulente legale o altro consulente, ammesso o consentito come tale ai sensi del diritto nazionale per fornire consulenza legale (consulente legale) o una persona incaricata consulenza legale. Durante il colloquio, il richiedente dovrebbe poter essere assistito dail consulente legale”

Come si osserva da parte della dottrina (D. VITIELLO, L’ultimo atto: il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo è (quasi) legge, ADiM Blog, Editoriale, dicembre 2023). l’armonizzazione, tuttavia, rende obbligatori standard procedurali deteriori rispetto a quelli nazionali, in piena continuità con le precedenti “ondate” di armonizzazione delle politiche migratorie europee. Anzi, rispetto a quelle, conduce a un adeguamento del diritto UE alle recenti trasformazioni “a ribasso” intervenute al livello nazionale (su cui v. già la risoluzione del Parlamento europeo). L’esempio emblematico è quello della procedura di frontiera, che passa dall’essere facoltativa (art. 43 dir. procedure) a obbligatoria per tutti i richiedenti asilo – compresi i naufraghi, i vulnerabili e i minori non accompagnati – che rappresentino una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna, che si rendano responsabili di condotte abusive ovvero che appartengano a nazionalità per le quali il tasso di riconoscimento delle istanze d’asilo è inferiore al 20% – o al 50%, in caso di crisi – della media annuale Eurostat delle domande accolte in prima istanza (art. 41b reg. procedure). L’articolo 35 a del nuovo Regolamento sulle Procedure di asilo, ad esempio, ricalca la normativa italiana di più recente introduzione, stabilendo la contestualità del diniego sul riconoscimento di uno status di protezione e la intimazione di una misura di espulsione, senza che sia effettivamente garantito l’esercizio dei diritti di difesa, prima dell’esecuzione delle misure di allontanamento forzato. Le misure di espulsione dopo le procedure accelerate in frontiera, ammesso che siano realmente eseguibili, andranno così a limitare la possibilità di richiesta di asilo per chi arriva da paesi considerati “sicuri”, e dovrebbero rendere più veloce il loro trasferimento verso i paesi terzi da cui partono più spesso per raggiungere l’Europa, cioè Tunisia, Libia e Turchia.

Le zone di frontiera diventeranno così aree di detenzione, nelle quali si potrebbe estendere anche la detenzione informale, a fronte della dubbia capacità del sistema che si va prefigurando a garantire il rispetto dei termini previsti dal nuovo Regolamento sulle procedure di asilo. Appare poi certa una moltiplicazione dei casi di irregolarità per effetto di misure di allontanamento forzato che non potranno essere eseguite per la mancata cooperazione dei paesi di origine, o per la mancanza dei mezzi necessari per eseguire espulsioni o respingimenti di massa. Si riduce fortemente anche la possibilità che nelle procedure accelerate in frontiera possano essere riconosciute quelle forme complementari di protezione (ad esempio in Italia la cd. protezione speciale) che sono previste a livello nazionale, e che la normativa europea non vieta, ma rende con strumenti procedurali praticamente irraggiungibili. Anche perchè nella fase di detenzione i richiedenti asilo non avranno alcuna possibilità di raccogliere e fornire elementi probatori idonei al riconoscimento di una forma di protezione complementare. E dopo un diniego in prima istanza, l’eventuale proposizione di un ricorso, non avrà effetto sospensivo.

Rimane comunque il divieto di espulsioni collettive affermato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art.19), e si dovrà garantire in ogni modo il diritto di accesso alla procedura ordinaria ed il diritto effettivo al ricorso. In ogni caso, l’art.47 della stessa Carta dei diritti fondamentali afferma il principio della effettività dei diritti di difesa, che non può prescindere da una sia pur breve sospensione dei termini dell’allontanamento forzato, in caso di proposizione ri ricorso giurisdizionale. Sempre che non venga esclusa del tutto questa possibilità, e in questo caso dovrebbe essere la Corte di Giustizia UE ad occuparsi della compatibilità dei nuovi regolamenti con i diritti di difesa garantiti dalla Carta. Anche nel caso di rinvio verso un paese terzo ritenuto “sicuro” non si può escludere il completo ed effettivo esercizio dei diritti di difesa ad un richiedente asilo che veda respinta la propria istanza in una procedura accelerata in frontiera.

c) Il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione che stabilisce quale Stato membro è responsabile di una richiesta d’asilo. Non viene modificato il principio cardine del Regolamento di Dublino: i richiedenti asilo potranno presentare domanda solo presso gli Stati Ue di primo ingresso o di soggiorno regolare, ma è davvero difficile immaginare che l’adozione di una normativa che ricalca il Precedente Regolamento Dublino n.604/2013 possa davvero scoraggiare i movimenti secondari. In ogno caso non sembrano adeguatamente tutelate le posizioni delle famiglie migranti e dei minori non accompagnati

d) Il Regolamento sulle situazioni di crisi, in base al quale un Paese può richiedere alla Commissione l’attivazione della situazione di crisi e, se accordata, le sue autorità nazionali potranno applicare norme più severe, compresi periodi più lunghi per le procedure d’asilo: fino a dieci giorni per la registrazione del richiedente asilo e sei settimane in più per le procedure di frontiera. Questa procedura si applicherà non solo a chi proviene da paesi che rientrano nell’elenco dei “paesi terzi sicuri”, ma anche a chi proviene da uno Stato con un tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 50%.. Di fatto, se questo Regolamento entrerà in vigore, a discrezione delle autorità politiche potrebbero essere legittimate tutte le procedure di frontiera che cancellano il diritto di chiedere asilo e negano l’accesso ad una difesa effettiva. Non vi sono invece previsioni che garantiscano un miglioramento delle operazioni di ricerca e salvataggio in mare affidate ad autorità degli Stati membri, o a Frontex, a ancora alla missione IRINI di Eunavfor Med, pure al centro degli eventi di soccorso quando si verificano situazioni di eccezionale afflusso di migranti via mare. Il regime derogatorio previsto dal nuovo Regolamento sulle situazioni di crisi rischia così di legittimare le peggiori prassi già in atto di omissione programmata di soccorso e di criminalizzazione delle attività di ricerca e salvataggio in mare operate dalle Organizzazioni non governative.

e) Il nuovo Regolamento Eurodac, modificherà i sistemi di archviazione delle impronte digitali dei richiedenti asilo e degli immigrati definiti come come irregolari, con l’aggiornamento delle regole sullla banca dati, con le prove biometriche raccolte durante il processo di screening, per evitare più richieste di asilo da parte della stessa persona. In realtà il nucleo forte della riforma è la interconnesione delle banche dati già esistenti a livello europeo, e la possibiltà di accesso semplificato per le attività di polizia. Sono molto elevati i rischi che queste banche dati, seppure in parte, siano condivise con paesi terzi che collaborano nella lotta al traffico di persone, senza adeguate garanzie per coloro che fuggono da questi stessi paesi che nella maggior parte dei casi non forniscono alcuna garanzia di tutela effettiva dei diritti fondamentali della persona. Basti pensare all’Egitto di Al Sisi o alla Tunisia di Saied, per cogliere tutti i rischi che la interconnessione delle banche dati può comportare a scapito di persone in cerca di protezione.

Gli obiettivi enunciati da Bruxelles nascondono la vera sostanza delle politiche europee di esternalizzazione dei controlli di frontiera. Tra le misure previste nei confronti dei paesi terzi l’Unione europea si accinge a legiferare per: “azioni rafforzate e attività trasversali nella dimensione esterna della migrazione”;“una maggiore sensibilizzazione diplomatica e politica;“strategie di comunicazione coordinata”; “sostenere politiche migratorie efficaci e basate sui diritti umani nei paesi terzi”; e ancora per “promuovere la migrazione legale e una mobilità ben gestita, anche rafforzando i partenariati bilaterali, regionali e internazionali in materia di migrazione, sfollamento forzato, percorsi legali e partenariati per la mobilità”. In realtà al centro delle misure legislative che saranno adottate prima della prossima scadenza delle elezioni europee ci saranno misure per esternalizzare il diritto di asilo, aumentare la collaborazione dei paesi terzi nei respingimenti collettivi su delega, rendere più efficienti i meccanismi di rimpatrio con accompagnamento forzato e diffondere le procedure di rimpatrio volontario “assistito” dai paesi di transito ai paesi di origine. Una massa enorme di risorse finanziarie destinate alla riduzione della presenza di immigrati nell’Unione europea ed al contrasto degli arrivi attraverso canali irregolari, gli unici rimasti davvero aperti per la maggior parte delle persone che sono costrette ad abbandonare il proprio paese. Nel caso dell’Italia si tratta di risorse pubbliche ingenti ma poco tracciabili nella Relazione tecnica che accompagna la legge di ratifica del Piano Mattei per l’Africa.

3. Come emerge dai più recenti documenti diffusi da Statewatch, il significato della parola solidarietà sarà ormai capovolto quando l’Unione europea tradurrà in atti legislativi l’intesa politica già maturata lo scorso dicembre a Bruxelles , quindi in Direttive e Regolamenti, che ratificheranno le peggiori prassi di esternalizzazione dei controlli di frontiera già avviate sulla base di accordi bilaterali interstatali, come il Memorandum d’intesa Gentiloni con il governo provvisorio dei Tripoli del 2017, o di intese unionali, come gli accordi con la Turchia del 2016 o il più recente Memorandum d’intesa UE-Tunisia, fortemente sostenuto dal duo Meloni-Von der Leyen. Non si tratterà più di solidarietà verso chi fugge da paesi in guerra permanente, o per effetto di disastri climatici, o di una povertà che rende impossibile la sopravvivenza, ma di cooperazione tra gli Stati europei e tra questi ed i cd. paesi terzi, per bloccare le partenze e rendere effettive le misure di espulsione, con l’abbattimento del diritto di asilo e la esternalizzazione persino della detenzione amministrativa, come si progetta con il più recente Protocollo d’intesa tra Italia ed Albania.

Le conclusioni del Consiglio dei ministri dell’interno dell’Unione Europea riuniti a Lussembugo l’ 8 giugno 2023 e poi l’intesa politica faticosamente raggiunta con la presidenza spagnola alla fine dello scorso anno, sono state propagandate come una vittoria della linea tenuta in Europa dal governo Meloni. Molti dei successi annunciati dal governo italiano sono però smentiti dalla lettura degli atti legislativi che l’Unione europea si accinge a varare. Non ci sono possibilità concrete di deportare nei paesi di transito migranti soccorsi in acque internazionali e sbarcati in Italia, e sono state deluse le aspettative italiane per una modifica sostanziale del Regolamento Dublino sulla distribuzione dei richiedenti asilo, che rimane ancora facoltativa e non obbligatoria. Ma le prospettive di norme sempre più repressive a danno dei migranti, e dei richiedenti asilo, con il nuovo Parlamento europeo, appaiono ancora più fosche, tenendo conto della prevedibile avanzata dei partiti populisti e nazionalisti di destra. Non si deve dimenticare che da luglio a dicembre del 2024 la Presidenza del Consiglio dell’Unione europea toccherà proprio all’Ungheria di Orban, e che da gennaio a giugno del 2025 sarà la volta della Polonia.

La materia sulla quale si è trovato un compromesso, su cui il ministro Piantedosi aveva subito espresso soddisfazione, appare assai preoccupante, e riguarda buona parte della vigente legislazione europea in materia di imigrazione ed asilo, sia per quanto riguarda la cd. dimensione esterna, con riferimento ai rapporti con i paesi terzi di origine e transito, che per quanto concerne i cd. meccanismi di solidarietà, in materia di rimpatri forzati e al fine di contrastare i cd. movimenti secondari, con una parziale rivisitazione del vigente Regolamento Dublino III del 2013 che non intacca il principio della responsabilità del paese di primo ingresso. A tale proposito si prevede espressamente che “Gli Stati membri hanno piena discrezionalità quanto al tipo di solidarietà cui contribuiscono. Nessuno Stato membro sarà mai obbligato a effettuare ricollocazioni”. Una sconfitta annunciata che il governo italiano non potrà nascondere dietro i progetti ormai falliti di espellere o respingere i richiedenti asilo denegati nei paesi di transito ritenuti “sicuri”.

4. La nozione di “Paese terzo sicuro” che sta al centro degli atti legislativi che il Parlamento europeo si accinge ad approvare era già presente nella legislazione eurounitaria con la direttiva 2005/85/Ce del Consiglio del 1° dicembre 2005. L’art. 29 prevedeva che il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, potesse adottare un elenco comune minimo dei paesi terzi considerati dagli Stati membri paesi d’origine sicuri. Tale disposizione fu annullata dalla Corte di giustizia perché introduceva una riserva di competenza in favore del Consiglio, con semplice obbligo di consultazione del Parlamento europeo, che non poteva essere prevista da un atto derivato. Successivamente diversi tentativi di trovare una lista comune di “paesi terzi sicuri” risultava destinata ad una serie di fallimenti e ciascun legislatore nazionale provvedeva sulla base delle politiche estere adottate dai diversi Stati membri.

Con la cd. direttiva procedure (dir. 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013) la categoria di “Paese terzo sicuro”, nell’accezione di paese di origine sicuro, è stata ripresa e ampliata. Gli articoli da 36 a 39 della Direttiva disciplinano infatti in termini molto dettagliati i contorni della nozione di “Paese di origine sicuro” e le conseguenze di tale nozione sulle procedure di valutazione delle domande.
L’art. 36 detta le condizioni soggettive alle quali è subordinato il riconoscimento della natura di Paese sicuro di un determinato richiedente: questi deve essere cittadino del Paese di provenienza definito sicuro o apolide che in quel Paese soggiornasse abitualmente; inoltre, non deve avere invocato gravi motivi a lui riferibili, tesi a escludere che il Paese di origine sia sicuro. L’art. 37 fa rinvio all’allegato I della stessa direttiva, dove sono dettate le condizioni alle quali è possibile designare un Paese come sicuro. Il testo dell’Allegato I è il seguente: “Un paese è considerato paese di origine sicuro se, sulla base dello status giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che non ci sono generalmente e costantemente persecuzioni quali definite nell’articolo 9 della direttiva 2011/95/UE, né tortura o altre forme di pena o trattamento disumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Per effettuare tale valutazione si tiene conto, tra l’altro, della misura in cui viene offerta protezione contro le persecuzioni ed i maltrattamenti mediante: a) le pertinenti disposizioni legislative e regolamentari del paese ed il modo in cui sono applicate; b) il rispetto dei diritti e delle libertà stabiliti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e/o nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e sociali “.

L’art. 38 della Direttiva procedure 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, atualmente in vigore, fino a quando non verrà espressamente abrogata, fornisce il: “Concetto di paese terzo sicuro”.1. Gli Stati membri possono applicare il concetto di paese terzo sicuro solo se le autorità competenti hanno accertato che nel paese terzo in questione una persona richiedente protezione internazionale riceverà un trattamento conforme ai seguenti criteri:
a) non sussistono minacce alla sua vita ed alla sua libertà per ragioni di razza, religione,
nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale;
b) non sussiste il rischio di danno grave definito nella direttiva 2011/95/UE;
c) è rispettato il principio di «non-refoulement» conformemente alla convenzione di Ginevra;
d) è osservato il divieto di allontanamento in violazione del diritto a non subire torture né
trattamenti crudeli, disumani o degradanti, sancito dal diritto internazionale; e
e) esiste la possibilità di chiedere lo status di rifugiato e, per chi è riconosciuto come rifugiato,
ottenere protezione in conformità della convenzione di Ginevra.
2. L’applicazione del concetto di paese terzo sicuro è subordinata alle norme stabilite dal diritto nazionale, comprese:
a) norme che richiedono un legame tra il richiedente e il paese terzo in questione, secondo le quali sarebbe ragionevole per detta persona recarsi in tale paese;
b) norme sul metodo mediante il quale le autorità̀ competenti accertano che il concetto di paese terzo sicuro può̀ essere applicato a un determinato paese o a un determinato richiedente. Tale metodo comprende l’esame caso per caso della sicurezza del paese per un determinato richiedente e/o la designazione nazionale dei paesi che possono essere considerati generalmente sicuri;
c) norme conformi al diritto internazionale per accertare, con un esame individuale, se il paese terzo interessato sia sicuro per un determinato richiedente e che consentano almeno al richiedente di impugnare l’applicazione del concetto di paese terzo sicuro a motivo del fatto che quel paese terzo non è sicuro nel suo caso specifico. Al richiedente è altresì data la possibilità di contestare l’esistenza di un legame con il paese terzo ai sensi della lettera a)”

Secondo la proposta di regolamento sulle procedure di asilo, un paese terzo si presume sicuro se ha firmato un accordo con l’Unione europea ai sensi dell’art. 218 TFUE e ancora se presenta una bassa percentuale di riconoscimenti di status di protezione a cittadini provenienti da quel paese. Alle persone che provengono da paesi che abbiano un tasso di riconoscimento delle domande di protezione inferiore al 20 per cento potrebbero essere applicate le stesse procedure accekerate in frontiera previste per le persone che in base alle normative nazionali, o secondo la legislazione e gli accordi dell’Unione europea, si possono definire come “paesi terzi sicuri” L’articolo in questione stabilisce le procedure e le competenze delle istituzioni dell’UE riguardo alla negoziazione e all’adozione di accordi tra l’Unione e i paesi terzi o le organizzazioni internazionali. La definizione del concetto di “paese terzo sicuro” che rileva sull’applicazione delle procedure per il riconoscimento del diritto di asilo, e dunque per la dimensione interna delle politiche europee in materia di migrazione ed asilo, viene così a legarsi strettamente agli accordi stipulati con i paesi terzi, che afferiscono alla dimensione esterna delle politiche migratorie dell’Unione Europea. Non si tratta di un rilievo meramente formale, ma si può prevedere che la negoziazione di accordi con i paesi terzi, possa incidere sul riconoscimento dello status di protezione dei cittadini stranieri che provengono da questi paesi, che passa attraverso delicate procedure in frontiera, con trattenimento amministrativo, se si tratta di richiedenti asilo provenienti da “paesi terzi sicuri”, al punto da condizionare per ragioni meramente procedurali l’esito delle domande proposte alle autoritò nazionali. Si lascia aperta comunque la possibilità che il richiedente asilo possa essere trasferito in un paese terzo ritenuto sicuro, che non sia il suo paese di origine. Se ha un senso il reiterato richiamo alle norme internazionali che garantiscono i diritti umani, contenuto in diverse parti dei nuovi regolamenti europei, dovrebbero prevedersi procedure e tempi che diano la possibilità a qualunque richiedente asilo, sia pure proveniente da un “paese terzo sicuro” o da un “paese che ha firmato accordi con l’Unione europea”, che spesso saranno accordi con clausole di riammissione, di fare valere la propria istanza di protezione e di disporre di tutti i mezzi di ricorso che rendano “effettivo” il suo diritto di difesa.

In base al nuovo Regolamento, gli Stati membri potranno avere la possibilità di applicare il concetto di paese terzo sicuro[…] come motivo di inammissibilità ove esista la possibilità per il richiedente[…] di chiedere e, se ne ricorrono i presupposti, di ricevere effettivo protezione in un paese terzo, dove la sua vita e la sua libertà non sono minacciate conto di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica, dove lui o lei non è soggetto a persecuzione né affronta un rischio reale di danno grave come definito nel regolamento (UE) n. XXX/XXX [Nuovo Regolamento sulle Qualifiche ancora da approvare] ed è tutelato contro il respingimento e contro l’allontanamento, o contro le violazioni del diritto alla protezione dalla tortura e da trattamenti crudeli, inumani o degradanti prevista dal diritto internazionale. Alle persone che provengono da paesi che abbiano un tasso di riconoscimento delle domande di protezione inferiore al 20 per cento potrebbero essere applicate le stesse procedure accekerate in frontiera previste per le persone che in base alle normative nazionali, o secondo la legislazione e gli accordi dell’Unione europea, si possono definire come “paesi terzi sicuri”.

Appare assai preoccupante la previsione di poteri ancora più ampi rimessi agli Stati membri di decidere quando un richiedente asilo proviene da un paese terzo sicuro, magari sulla base delle percentuali di accoglimento delle richieste di protezione presentate da cittadini di quel paese, perchè in questo modo si rimette nella sostanza a criteri di opportunità politica e nazionale l’utilizzo della categoria di “paese terzo sicuro” che può condurre allo svuotamento sostanziale del diritto di asilo riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle Costituzioni nazionali.

Come si vede il quadro normativo che emerge nella corsa finale per approvare le disposizioni legislative che diano applicazione al nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo, appare molto frastagliato e non è difficile prevedere che, dopo le prossime elezioni europee, qualunque ne sia l’esito, ci sarà una moltiplicazione dei conflitti tra Stati ed una vera e propria esplosione delle azioni legali contro le norme europee ed interne applicative delle nuove procedure di esternalizzazione e di asilo in frontiera.

Appare evidente come si stia cercando di demolire del tutto il diritto di asilo in Europa.
Si aggiungono infatti nuove condizioni per considerare inammissibile una domanda di asilo. La connessione, in particolare, tra il richiedente e il paese terzo sicuro potrebbe essere considerata stabilita dove i membri della famiglia del richiedente siano presenti in quel paese o dove il richiedente si è stabilito o se ha soggiornato in quel paese. Nella fase convulsa di ricerca del compromesso finale, è saltata la previsione sostenuta dall’Italia che anche un transito temporaneo avrebbe potuto comportare l’acertamento di questa “commessione” e dunque comportare l’inammissibilità della domanda di protezione già nella procedura in frontiera e la possibilità di respingimento o espulsione con immediato accompagnamento forzato. La posizione dei cittadini di paesi terzi che siano stati “in transito” in altri paesi prima di arrivare in Europa, rimane comunque molto a rischio e sarà sicuramente oggetto di trattative in sede di rinegoziazione degli accordi bilaterali già esistenti.

5. Il Regolamento “screening” del Patto migrazione e asilo prevederà una procedura di trattenimento amministrativo di 7 giorni per la assegnazione a procedure ordinarie o accelerate per il trattamento delle loro richieste di asilo. Essendo rimasta la cosiddetta ‘finzione del non ingresso’ – ovvero che chiunque sia sottoposto allo screening in un centro apposito non sarà considerato legalmente nel territorio dello Stato membro e quindi dell’Ue – di fatto le persone migranti saranno detenute, in quanto dovranno rimanere a disposizione delle autorità senza possibilità di entrare sul suolo nazionale. Le nuove procedure di screening (accertamento) in frontiera riguarderanno anche le famiglie con minori di età superiore ai 12 anni, ed i minori non accompagnati.

Come si osserva da parte degli studiosi di diritto dell’Unione europea (D. VITIELLO, L’ultimo atto: il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo è (quasi) legge, ADiM Blog, Editoriale, dicembre 2023).”la riforma istituisce un “sistema generale di asilo e rimpatrio” articolato come una sorta di triage, caratterizzato dal continuum della detenzione. In primo luogo, c’è lo screening (7 giorni), che rende strutturale il modello di gestione basato sull’hotspot, sia in relazione alla tipologia di controlli (debriefing, controlli sanitari e di sicurezza), sia in rapporto alla funzione di tracciamento e incanalamento (mediante il rilevamento delle impronte digitali e l’individuazione della procedura appropriata), sia, infine, in ordine alla tutela giurisdizionale (che è “sostituita” da un sistema nazionale di monitoraggio indipendente, art. 7 reg. accertamenti). Vi sono, quindi, le procedure di asilo alla frontiera (12 settimane, salve le estensioni previste dal regime derogatorio), che sono svolte in prossimità dei confini statali, in siti chiusi ad accesso esterno limitato. Infine, vi sono le procedure di rimpatrio alla frontiera (altre 12 settimane), durante le quali all’interessato continua ad essere interdetto l’accesso al territorio. Si applica per tutta la durata del triage la fictio iuris del non ingresso (art. 4 reg. accertamenti), ovvero l’artificioso espediente giuridico per cui la presenza fisica del migrante nel territorio statale è disgiunta dalle ordinarie conseguenze legali del suo ingresso nella giurisdizione dello Stato”.

Si prevede comunque un coordinamento piuttosto conflittuale della nuova legislazione europea in materia di trattenimento amministrativo di richiedenti asilo, soprattutto ove le richieste di protezione siano respinte in via definitva, con le “norme pertinenti in materia di trattenimento”, stabilite nella Direttiva sui rimpatri n.115 del 2008, (la revisione contenuta nel Patto migrazione e asilo su questo punto non è riuscita ad apportare modifiche sostanziali per dissensi insuperabili tra gli Stati membri).

Con il Regolamento per le situazioni di crisi e le cause di forza maggiore si prevedono ampie possibilità di deroga da parte degli Stati membri rispetto agli obblighi derivanti dai (futuri) Regolamenti in materia di asilo, anche se i meccanismi di autorizzazione da parte del Consiglio e della Commissione appaiono molto farraginosi e potranno dare luogo a continui conflitti tra gli Stati membri.  Come osservava Amnesty International, “Se adottato, questo Regolamento di crisi normalizzerà ulteriormente l’uso di misure d’emergenza per fronteggiare gli arrivi in Europa. Ciò indebolirebbe la coerenza del sistema europeo d’asilo, senza evitare la comparsa di situazioni di “crisi” in futuro“. Amnesty International ha ripetutamente lanciato l’allarme sul Regolamento riguardante le situazioni di crisi e di forza maggiore, presentato dalla Commissione europea nel settembre 2020, insieme al Regolamento sulla “strumentalizzazione”, proposto nel dicembre 2021 e incluso in tale proposta legislativa”. In base alla bozza del nuovo Regolamento, uno Stato membro che si trova ad affrontare una situazione di crisi o di forza maggiore “può, considerate quelle eccezionali circostanze, richiedere l’autorizzazione ad applicare le relative deroghe previste dagli articoli da 2x a 6x (indicazioni testuali ancora provvisorie in attesa dei testi definitivi). Attraverso queste deroghe autorizzate da Bruxelles potranno essere disattesi gli standard minimi previsti dalle Direttive e dai Regolamenti europei in materia di procedure di frontera, richiedenti asilo, trattenimento amministrativo ed espulsioni. Lo Stato membro interessato invia una richiesta motivata alla Commissione specificando le deroghe che ritiene necessarie e le misure adottate finora per affrontare la situazione e una giustificazione che dimostri che il suo sistema, pur essendo ben preparato e nonostante le misure già adottate, “non è in grado di affrontare la situazione”. Quando lo Stato membro richiedente presenta alla Commissione prove conclusive dimostrante la sussistenza delle condizioni di crisi o di un situazione di forza maggiore, la Commissione, sulla base di tali prove, senza ritardo, presenta una proposta per un’adeguata decisione di esecuzione del Consiglio. La Commissione può anche presentare una proposta del genere qualora lo ritenga opportuno sulla base delle informazioni fornite dallo Stato membro richiedente e di ogni altra informazione a sua disposizione. In via urgente, il Consiglio valuta la proposta e, a seconda dell’esito di tale valutazione, adotta rapidamente una Decisione che autorizza lo Stato membro interessato ad applicare le deroghe specifiche previste dalla nuova normativa europea e che consente allo Stato membro di beneficiare delle specifiche misure di solidarietà previste dai Regolamenti (ancora da approvare).

Secondo il Regolamento sulle situazioni di crisi e di forza maggiore, “una situazione eccezionale può includere l’afflusso massiccio di cittadini di paesi terzi e apolidi nel territorio di uno o più Stati membri o in una situazione di strumentalizzazione dei migranti da parte di un paese terzo o di un attore non statale con l’obiettivo per destabilizzare lo Stato membro o l’Unione o una situazione di forza maggiore nel Stato membro”. In materia è prevista l’incorporazione della proposta sulla “strumentalizzazione” della migrazione che avrebbe dovuto costituire uno specifico Regolamento sulla strumentalizzazione nel campo della migrazione e dell’asilo. Si prevedono in questi casi ampie deroghe in senso restrittivo alle ordinarie procedure per la presentazione e l’esame delle domande di asilo, quando da parte da parte di un Paese terzo o di un attore non statale si riscontra l’obiettivo di destabilizzare lo Stato membro o l’Unione, In tali circostanze, le misure e la flessibilità previste dal nuovo regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (ancora da approvare) e dal nuovo regolamento sulla procedura di asilo (anche questo ancora da approvare) potrebbero non garantire i diritti umani ed essere sufficienti per affrontare situazioni eccezionali. Appare evidente a tale riguardo come la preoccupazione prevalente a livello europeo siano gli “arrivi massicci” da oriente, dopo che il conflitto in Ucraina ha prodotto l’ingresso negli Stati più esposti come la Polonia e la Germania di milioni di persone. Rispetto ai rischi di ulteriori ingressi dal fronte orientale sarà davvero difficile ottenere da Bruxelles la dichiarazione di uno stato di emergenza per l’arrivo di qualche centinaio di migliaia di persone attraverso le rotte del Mediterraneo. Molto dipenderà comunque dall’esito delle elezioni europee e dai nuovi equilibri che si formeranno a Bruxelles.

Per situazione di strumentalizzazione dei migranti si intende una situazione in cui possono essere in discussione o a rischio le funzioni essenziali di uno Stato membro, compreso il mantenimento della legge e dell’ordine o la salvaguardia della propria sicurezza nazionale. Una formulazione assolutamente vaga che lascia adito a future tensioni tra Bruxelles e gli Stati membri che richiederanno la possibilità di agire in deroga alla normativa europea. In particolare, ” Una situazione di strumentalizzazione dei migranti può verificarsi laddove un paese terzo o l’attore non statale istiga l’immigrazione irregolare nell’Unione incoraggiando o agevolando, o addirittura forzando il movimento di cittadini di paesi terzi o apolidi verso le frontiere esterne, di un paese, verso o dall’interno del suo territorio e poi verso quelle frontiere esterne o verso il territorio di uno o più Stati membri, dove si svolgono tali azioni indicative dell’intenzione di un paese terzo o di un attore non statale di destabilizzare l’Unione o uno Stato membro, dove la natura di tali azioni può mettere a rischio funzioni essenziali di uno Stato, compresa la sua integrità territoriale, il mantenimento dell’ordine pubblico o la salvaguardia della sua sicurezza nazionale. Inoltre, eventuali atti violenti alla frontiera devono essere vietati, evitati o, quando necessario, affrontate in modo proporzionato, non solo per tutelare la integrità territoriale e sicurezza dello Stato membro che si trova ad affrontare una situazione di strumentalizzazione ma anche per garantire la sicurezza e l’incolumità dei cittadini di paesi terzi o apolidi, comprese le famiglie e i bambini in attesa di una loro possibilità di chiedere asilo nell’Unione pacificamente. Lo Stato membro interessato può, in particolare in una situazione di strumentalizzazione dei migranti, laddove, cittadini provenienti da paesi terzi o apolidi tentano di forzare l’ingresso in massa con mezzi violenti, adottare le misure proporzionali necessarie, conformemente al diritto nazionale, per preservare la sicurezza, la legge e l’ordine e garantire l’effettiva applicazione del presente regolamento”. Al considerando 6 c della bozza di Regolamento si aggiunge però che “Le operazioni di aiuto umanitario non dovrebbero essere considerate come strumentalizzazioni di migranti quando non vi è l’obiettivo di destabilizzare l’Unione o uno Stato membro”. A fronte del ruolo residuale che hanno ormai i salvataggi delle ONG rispetto agli arrivi in autonomia, anche da paesi terzi con cui gli Stati membri hanno concluso accordi di cooperazione di polizia per contrastare l’immigrazione irregolare, sarà alquanto difficile affermare che i soccorsi umanitari possano essere ritenuti come una “strumentalizzazione dei migranti”. Si osserva che il richiamo ai soccorsi delle ONG, prima presente come emendamento al testo, è stato relegato tra i “considerando” che aprono il Regolamento. Mentre appasre assai probabile che tra i primi atti del nuovo Parlamento europeo ci sia una nuova normativa (Facilitation Directive) contro i cd. agevolatori, rimane alto il rischio di una ulteriore criminalizzazione delle attività di assistenza e soccorso umanitario operato dalle Organizzazioni non governative. In proposito, trattandosi anche di norme penalistiche, si dovrà attendere l’intervento del legislatore nazionale, ed in ogni caso spetterà alla Corte Costituzionale verificare i canoni di uguaglianza-ragionevolezza (art. 3 Cost.) e proporzionalità della pena (artt. 3 e 27 Cost., artt. 11, 117 Cost. e 49 CDF), delle eventuali modifiche che si apporteranno all’art. 12 comma 1 T.U. 286/98, in materia di agevolazione dell’ingresso irregolare.

La formulazione volutamente generica della normativa pervista a livello europeo lascia comunque uno spazio enorme alla comunicazione tossica di fake news e a una elevata discrezionalità politica e di polizia, con il rischio di ricorrenti lesioni dei diritti fondamentali, a partire dal diritto al salvataggio in mare, esercitato dalle ONG in conformità agli obblighi di soccorso imposti dalle Convenzioni internazionali e persino dal vigente Regolamento europeo Frontex n.656 del 2014, che nessuno pensa di abrogare. Appare comunque evidente, già dai “Considerando” del nuovo Regolamento, il rischio che le attività di ricerca e salvataggio in mare operate dalle ONG possano essere ricondotte a una situazione di strumentalizzazione dei migranti, come si è peraltro tentato di fare in Italia, a partire dal 2017 con indagini e procedimenti penali che non hanno portato ad una sola condanna. Con questo nuovo regolamento, formulato in termini tanto vaghi, una qualsiasi azione di soccorso in mare o di assistenza umanitaria a terra potrebbe essere ricondotta a una strumentalizzazione dei migranti e consentire ai legislatori nazionali una ulteriore criminalizzazione delle attività di ricerca e salvataggio operate dalle Organizzazioni non governative. Questo rischio appare ancora più concreto se si considerano le recenti misure di fermo amministrativo disposto dalle autorità italiane per la mancata obbedienza agli ordini impartiti dalla sedicente Guardia costiera libica, con provvedimenti che in motivazione si basano esclusivamente la catena di comuncazione attivata con i libici, senza neppure prendere in considerazione la documentazione ed i rilievi fotografici e video messi a disposizione delle autorità, e poi resi pubblici, dalle Organizzazioni non governative. Con questi livelli di collaborazione con guardiacoste fortemente indiziati di essere comlpici dei trafficanti, non è da escludere che le autorità italiane possano rilanciare i tentativi di criminalizzazione dei soccorsi umanitari, utilizzando la categoria della “strumentalizzazione delle migrazioni”.

6. Bersagli designati di queste politiche europee e nazionali(stiche) saranno dunque il diritto di asilo ed il principio di non discriminazione, riconosciuti tanto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, quanto nelle Costituzioni nazionali, in Italia agli articoli 2, 3 e 10 della Costituzione italiana, che rimarranno comunque un argine contro l’applicazione di quanto previsto a livello europeo dal nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo, quando si tratterà di adottare la legislazione nazionale derivata e di applicare le conseguenti prassi amministrative. Si dovrà anche verificare la compatibilità delle misure legislative adesso adottate dall’Unione europea in materia di tratenimento amministrativo con il rispetto del principio di legalità sancito dalle Costituzioni nazionali, in particolare dall’art.13 della nostra Costituzione, e dall’art.5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo. Nella futuribile applicazione delle nuove forme di trattenimento nei casi di procedure accelerate in frontiera si dovrà verificare anche se ricorrano casi di trattamenti inumani o degradanti, vietati dall’art.3 della Convenzione EDU, e dunque si dovrà operare un rigoroso monitoraggio delle nuove strutture di detenzione che saranno aperte, e non solo nei luoghi di frontiera, al fine di presentare ricorsi alle Corti internazionali, qualora venissero accertate violazioni delle norme internazionali ed interne previste in materia di privazione della libertà personale.

La ventata tossica della nuova legislazione europea sulla esternalizzazione dei controlli di frontiera, senza l’apertura di canali legali di ingresso ed il riconoscimento effettivo del diritto di asilo, anche attraverso il ricorso “allargato” alla categoria dei cd. “paesi terzi sicuri”, non riguarderà due importanti atti della legislazione europea che, seppure regressivi al momento della loro adozione, costituiscono oggi un baluardo contro le nuove norme europee e le prassi violente di respingimento che ne deriveranno quando saranno affidate alla cooperazione di polizia (law enforcement) con paesi che non rispettano i diritti umani e gli abblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali.

Manca l’approvazione definitiva del un nuovo regolamento sulle procedure di rimpatrio in frontiera, anche se in questo campo le prassi di polizia hanno già anticipato le peggiori previsioni che si volevano introdurre, per velocizzare i rimpatri con accompagnamento forzato dei richiedenti asilo denegati e dei migranti irregolari che non fanno una richiesta di protezione. Si prevede l’allungamento dei tempi di detenzione amministrativa in frontiera ed un abbattimento delle garanzie di difesa.

.La Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri , se anche fosse richiamata in un nuovo Regolamento, non sarà quindi sostanzialmente modificata dalle misure legislative adottate sulla base del nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo, per la semplice ragione che sulla sua rifusione i partner europei non sono riusciti a trovare un accordo, per la prevalenza delle politiche e delle prassi di rimpatrio con accompagnamento forzato adottate a livello nazionale. La Direttiva delle vergogna, così definita nel 2008 al momento della sua approvazione, contiene norme importanti come le garanzie nelle procedure di accompagnamento forzato, una consistente limitazione, trascurata dagli Stati membri, nel ricorso alla detenzione amministrativa, che andrebbe appllicata come misura residuale e non automatica, il riconoscimento effettivo del diritto di difesa e del diritto di chiedere asilo prima dell’esecuzione dell’allontanamento forzato in frontiera. Saranno questi punti su cui si verificheranno i maggiori attriti tra i legislatori nazionali ed i nuovi Regolamenti europei.

Il regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (asylum and migration
management regulation AMMR
)
dovrebbe sostituire, una volta approvato dal Consiglio europeo, l’attuale regolamento di Dublino, senza alterarne però la sostanza. Le nuove norme europee, con un Regolamento che dovrebbe disciplinare i casi di movimenti secondari, non modificheranno infatti quanto già previsto dal Regolamento Dublino III n.604 del 2013, che prevede precise garanzie in favore dei richiedenti asilo in caso di movimenti secondari ed impedisce la redistribuzione dei nauftraghi sbarcati in Italia e in altri paesi costieri dell’Unione Europea, se non acquistano prima la veste formale di richiedenti asilo, rendendo ancora illegali le prassi adottate in passato da qualche ministro dell’interno, di subordinare la concessione di un porto di sbarco alla redistribuzione di tutte le persone soccorse in mare, e non soltanto di coloro che hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale. Le prospettive concrete di reisendiamento ,dopo gli sbarchi nei paesi costieri del Mediterraneo, oggetto di un nuovo Regolamento, appaiono ancora assai modeste, per la forte resistenza dei paesi del centro e del nord-europa.

Saranno previsti criteri formalmente obbligatori in base ai quali ciascuno Stato membro al quale si attribuisce la competenza, dovrebbe accettare un determinato numero di ricollocazioni di richiedenti asilo, ma in realtà si tratterà di criteri flessibili e modificabili in base a compensazioni finanziarie che lo Stato membro che rifiuta il ricollocamento dovrà effettuare in favore del paese di primo ingresso. Il numero di ricollocazioni “obbligatorie” in Europa è previsto con una soglia minima di qualche decina di migliaia di richiedenti protezione (30.000), un numero ampiamente inreriore al numero dei richiedenti asilo che annualmente raggiungono il territorio dell’Unione europea. Il sistema Dublino quindi non è sostanzialmente scalfito. Per compensare un numero eventualmente insufficiente di ricollocazioni promesse, la “solidarietà obbligatoria” tra gli Stati membri, definita altresì “flessibile”, potrebbe ridursi al pagamento da parte dello Stato membro individuato come competente di una somma di danaro per ciascun richiedente asilo di cui non si accetta la ricollocazione. Si prevedono così somme da 20.000 euro, e oltre, a persona come compensazioni di responsabilità, in favore dello Stato ricevente, in genere il paese di primo approdo, che si assumerà la responsabilità dell’esame di una domanda di asilo da parte di richiedenti che, secondo il nuovo Regolamento, sarebbero soggetti a una ricollocazione verso un’altro Stato membro competente in base ai criteri di redistribuzione stabiliti da Bruxelles.

7. Il Regolamento europeo n.656 del 2014, rimarrà in vigore, a disciplinare le operazioni di ricerca e soccorso in mare svolte dall’agenzia Frontex, riguardando direttamente anche gi Stati che ospitano i mezzi utlizzati dall’agenzia, dettando limiti precisi alla collaborazione con i paesi terzi che non risconoscono effettivamente i diritti umani e gli obblighi di soccorso in mare, con un espresso richiamo alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e alle Convenzioni internazionali di diritto del mare che fissano gli obblighi di ricerca e salvataggio a carico degli Stati.

In base all’art. 4 del Regolamento UE 656/2014, ” Nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un reale rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento”. Secondo il Considerando 8 del Regolamento, ” Durante operazioni di sorveglianza di frontiera in mare, gli Stati membri dovrebbero rispettare i rispettivi obblighi loro incombenti ai sensi del diritto internazionale, in particolare della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, della convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, della convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, della convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e del suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, della convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, della convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e di altri strumenti internazionali pertinenti. In base al Considerando 13 dello stesso Regolamento, ” L’eventuale esistenza di un accordo tra uno Stato membro e un paese terzo non esime gli Stati membri dai loro obblighi derivanti dal diritto dell’Unione e internazionale, in particolare per quanto riguarda l’osservanza del principio di non respingimento, quando gli stessi Stati sono a conoscenza, o dovrebbero esserlo, del fatto che lacune sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in quel paese terzo equivalgono a sostanziali motivi per ritenere che il richiedente asilo rischi concretamente di subire trattamenti numani o degradanti, o quando tali Stati sanno o dovrebbero sapere che quel paese terzo mette in atto comportamenti in violazione del principio di non respingimento.

Come prevede l’art. 3 lettera g del Regolamento UE n.1896/2019,tra i compiti di Frontex rientra la ” cooperazione con i paesi terzi nei settori contemplati dal presente regolamento, con particolare attenzione ai paesi del vicinato e ai paesi terzi che sono stati individuati tramite un’analisi dei rischi come paesi di origine e/o di transito dell’immigrazione illegale“; Secondo l’art.10 lettera i del Regolamento, Frontex, come si continua a chiamare nella pratica l’agenzia, “fornisce assistenza tecnica e operativa agli Stati membri e ai paesi terzi, a norma del regolamento (UE) n. 656/2014 e del diritto internazionale, a sostegno delle operazioni di ricerca e soccorso per le persone in pericolo in mare che possono verificarsi nel corso di operazioni marittime di sorveglianza delle frontiere.” La stessa agenzia coopera con i paesi terzi nei settori contemplati dal presente regolamento, anche mediante il possibile impiego operativo di squadre per la gestione delle frontiere nei paesi terzi;” (art.10 lettera u). Quando Frontex impegna proprie guardie di frontiera che esercitano poteri esecutivi sul territorio dei Paesi terzi. occorre la stipulazione degli accordi sullo status degli agenti che operano in territori esterni all’Unione europea, accordi che vengono conclusi dopo il vaglio della Commissione eu

In base all’art.71 del Regolamento UE 1896/2019, l’agenzia Frontex può, nella misura necessaria per l’espletamento dei suoi compiti, cooperare con le autorità di paesi terzi competenti per questioni contemplate nel presente regolamento. L’Agenzia rispetta il diritto dell’Unione, comprese le norme e gli standard che fanno parte dell’acquis dell’Unione, anche quando la cooperazione con i paesi terzi ha luogo sul territorio di tali paesi terzi. Nel cooperare con le autorità di paesi terzi , “l’Agenzia agisce nell’ambito della politica dell’Unione in materia di azione esterna, anche con riferimento alla protezione dei diritti fondamentali e dei dati personali, al principio di non respingimento, al divieto di trattenimento arbitrario e al divieto di tortura e di trattamenti o pene inumani o degradanti…”. Una Comunicazione della Commissione europea del 21 dicembre 2021 stabilisce il modello di accordo sugli agenti europei impiegati nei paesi terzi che, oltre ad includere le novità introdotte dal regolamento (UE) 2019/1896, dovrebbe rafforzare la protezione dei diritti fondamentali e dei dati personali, sulla base della esperienza acquisita nella negoziazione degli accordi già conclusi.

Il Regolamento UE n.1896/2019 dedica una particolare attenzione alle intercettazioni ed ai soccorsi in mare. Secondo il Considerando n.18Il ricorso a piccole imbarcazioni insicure ha drasticamente aumentato il numero dei migranti annegati presso le frontiere esterne marittime meridionali. Eurosur dovrebbe migliorare considerevolmente la capacità operativa e tecnica dell’Agenzia e degli Stati membri di individuare tali piccole imbarcazioni e dovrebbe potenziare la capacità di reazione per la ricerca e il soccorso degli Stati membri, contribuendo pertanto a ridurre la perdita di vite di migranti, anche nell’ambito delle operazioni di ricerca e soccorso. In base al Considerando n.20 del Regolamento UE 1896/2019, in ogni caso, “L’attuazione del presente regolamento non incide sulla ripartizione delle competenze tra l’Unione e gli Stati membri né sugli obblighi che incombono agli Stati membri in base alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, alla convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, alla convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, alla convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e al suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via nave e via aria, alla convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il relativo protocollo del 1967, alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, alla convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status degli apolidi e ad altri strumenti internazionali pertinenti”. Come ribadisce il Considerando 21 dello stesso Regolamento, in particolare, L’attuazione del presente regolamento non incide sul regolamento (UE) n. 656/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio Le operazioni marittime dovrebbero essere condotte in modo tale da garantire, in tutti i casi, la sicurezza delle persone intercettate o soccorse, delle unità che partecipano alle operazioni in mare in questione e la sicurezza di terzi”.

Se è vero che le più recenti scelte della Commissione e del Consiglio europeo spingono nella direzione di una crescente collaborazione con i paesi terzi, nelle attività di contrasto dell’immigrazione irregolare, rafforzando il ruolo di Frontex anche nei rapporti diretti con i paesi terzi, si deve prendere atto che le decisioni politiche degli organismi europei non si sono ancora tradotte in atti legislativi che modifichino il Regolamento europeo n.656 del 2014, che come tale rimane vincolante per i legislatori nazionali e per tutte le autorità amministrative, politiche e di polizia degli Stati membri. I respingimenti collettivi rimangono comunque vietati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art.19) e dall’art.4 del Quarto Protocollo allegato alla Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo. Come si è fatto nel caso del coinvolgimento dei mezzi di Frontex nelle attività illegali di respingimento collettivo dalla Grecia in Turchia, occorre promuovere identiche azioni di responsabilità per i respingimenti che gli assetti di Frontex permettono sulle rotte del Mediterraneo centrale.

Non è accettabile che al richiamo costante ai diritti fondamentali delle persone non siano assortite previsioni specifiche che consentano una tutela giurisdizionale che restituisca effettività a quei diritti, quando vengano violati da autorità statali o da entità non statali. Secondo l’art.98 del Regolamento UE 1896/2019, “Può essere presentato un ricorso dinanzi alla Corte di giustizia per l’annullamento di atti dell’Agenzia destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi, ai sensi dell’articolo 263 TFUE, e per l’inazione, ai sensi dell’articolo 265 TFUE, per responsabilità extracontrattuale in relazione a danni causati dall’Agenzia e, in virtù di una clausola compromissoria, responsabilità contrattuale in relazione a danni causati da atti dell’Agenzia, ai sensi dell’articolo 340 TFUE.

8. La questione della giurisdizione non può tradursi in una fuga dalle responsabilità degli Stati costieri in acque internazionali, anche dove si afferma la giurisdizione nazionale per il perseguimento di reati come l’agevolazione dell’ingresso irregolare. Per resistere all’applicazione delle nuove misure legislative che satranno adottate a livello europeo per la esternalizzazione dei controlli di frontiera diventa sempre più importante il ricorso alla giurisdizione, dunque ai giudici internazionali, che dovranno essere sottratti all’influenza dei governi nazionali, ed alla magistratura nazionale, per la quale si dovranno difendere i principi cositituzionali di indipendenza ed il principio di legalità, contro la ricorrente intrusioni di decisioni politiche che arrivano ad aggirare anche la consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, come si è verificato dopo la condanna subita dall’Italia nel 2012 sul caso Hirsi, per i respingimenti collettivi illegali in Libia. E lo stesso tentativo di aggiramento delle pronunce degli organi giurisdizionali si verifica in Italia, non appena un giudice adotta una decisione che non collima con l’indirizzo politico del governo, lo si è visto in un passato ormai lontano (dal 2001 al 2004) rispetto alle pronunce della Corte Costituzionale in materia di detenzione amministrativa, e lo stamo vedendo ancora oggi dopo lo stop imposto dai giudici alle procedure “accelerate in frontiera” per i richiedenti asilo provenienti da paesi terzi ritenuti “sicuri”.

Per il principio di gerarchia delle fonti, sancito dall’art.117 (e dall’art.10) della Costituzione, gli atti legislativi, come gli atti di natura politica posti in essere dai singoli ministri, o dal Presidente del Consiglio, non possono derogare le norme internazionali di natura cogente, ad esempio quelle che riconoscono il diritto di asilo, che vietano trattamenti inumani o degradanti (come l’art.3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo), che pongono limiti e garanzie nei casi di restrizione della libertà personale, come l’art.5 della stessa Convenzione) o che proibiscono i respingimenti collettivi (come l’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ed in precedenza, l’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU). Questi principi valgono anche quando gli Stati concludono accordi internazionali o intese variamente denominate che mirano alla gestione delle frontiere ed al contrasto dell’immigrazione irregolare attraverso strumenti di deterrenza variamente articolati, dalla sanzione penale alla detenzione amministrativa di fatto. Gli stessi principi non possono essere violati quando gli Stati approvano gli accordi internazionali con leggi di ratifica, o adottano normative nazionali finalizzate a rendere operative le intese maturate con gli accordi internazionali.

Ai sensi dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, “ È nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale. Ai fini della presente convenzione, per norma imperativa di diritto internazionale generale si intende una norma che sia stata accettata e riconosciuta dalla Comunità internazionale degli Stati nel suo insieme in quanto norma alla quale non è permessa alcuna deroga e che non può essere modificata che da una nuova norma di diritto internazionale generale avente lo stesso carattere”.

Si deve ricordare anche il Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite firmata a Palermo nel 2000 contro la Criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico illecito di migranti per via terrestre, aerea e marittima, frequentemente invocato per fornire una base legale agli accordi intercorsi con la Libia, prevede la superiorità gerarchica delle norme di diritto internazionale relativi ai diritti dell’Uomo e della Convenzione di Ginevra. Lo stesso Protocollo risulta peraltro applicabile solo quando si riscontrino gli estremi del crimine transnazionale. In base all’ articolo 19 § 1 del Protocollo adesso richiamato, “Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica gli altri diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e degli individui derivanti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale relativo ai diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabili, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo status dei Rifugiati e il principio di non respingimento ivi enunciato.“. Saranno questi ulteriori elementi di valutazione del nuovo quadro legislativo, incluse le ricadute nazionali, che dovrebbe essere approvato sulla base del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Ma perchè i controlli giurisdizionali, fino alla verifica della compatibilità costituzionale, siano effettivi, occorre salvaguardare, nei casi di applicazione affidati ai tribunali nazionali, i principi costituzionali sul sistema gerarchico delle fonti (art.10 e 117 Cost.) e l’indipendenza della magistratura, sotto attacco in Italia, dopo ogni decisione che non sia allineata agli indirizzi di governo.

9. Oltre alla dimensione interna della giurisdizione sarà ancora più importate affermare il rispetto della giurisdizione europea ai confini esterni dell’Unione, ovunque si voglia portare avanti il processo di esternalizzazione dei controlli di frontiera, che non può tradursi nella totale esclusione di una qualsiasi giurisdizione effettiva che possa garantire i diritti fondamentali delle persone migranti, a partire dal diritto alla vita, con il conseguente diritto di ottenere soccorso in mare e di chiedere protezione in un paese sicuro. Occorre salvaguardare il ruolo indipendente della Corte di Giustizia dell’Unione europea, e valorizzare tutti i nessi di collegamento con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo. L’invenzione di zone di ricerca e salvataggio (SAR) riconosciute a Stati terzi che non rispettano i diritti umani e le Convenzioni internazionali, gli accordi bilaterali per contrastare l’immigrazione irregolare, in base ai quali si legittimano i respingimenti collettivi illegali delegati a Guardie costiere che non rispettano le Convenzioni internazionali di diritto del mare, e non garantiscono lo sbarco in un porto sicuro, non possono permettere di aggirare i divieti di respingimento collettivo e i divieti di trattamenti inumani o degradanti. Anche dove ci sia soltanto collaborazione operativa, assistenza tecnica, formazione congiunta e cessione di mezzi di controllo delle frontiere o di attrezzature tecnologiche, non si può escludere la giurisdizione (magari concorrente) degli Stati europei sulle violazioni subite dalle persone in movimento che ne sono vittima ad opera di entità statali o di formazioni militari di paesi terzi che non riconoscono loro alcun diritto. Dove lo Stato si riserva un potere coercitivo esercitato con sanzioni penali, o misure amministrative, con una delega a paesi terzi fissata da accordi internazionali e sulla base di una articolata cooperazione operativa supportata dall’Unione europea con l’agenzia Frontex, va individuata una correlata responsabilità nazionale e internazionale a fronte delle violazioni dei diritti umani subite dalle persone migranti alle frontiere esternalizzate e per i casi di omissione di soccorso o di abbandono in mare.

Nel caso dell’Italia un recente rapporto del Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa avverte tutti i rischi che potrebbero derivare dai processi di esternalizzazione dei controlli di frontiera, ulteriormente accelerati dal governo Meloni, e le conseguenze negative della guerra ai soccorsi operati da navi umanitarie nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, Una guerra che ormai si combatte anche con il ricorso ad armi da fuoco, come emerge dai più recenti interventi della sedicente Guardia costiera “libica” nell’interdizione dei soccorsi operati dalle ONG. Ma è già dal 2017 che i guardiacoste libici, generosamente elargiti da diversi governi italiani, minacciano gli interventi di soccorso operati dalle navi del soccorso civile. Neppure la Corte europea dei diritti dell’Uomo, e tantomeno la Corte di Giustizia dell’Unione europea, sono riuscite a porre un’argine alla collaborazione degli Stati costieri, e dell’Italia in particolare, con Guardie costiere che evidentemente non rispettavano i diritti umani e tantomeno gli obblighi di socccorso imposti dalle Convenzioni internazionali.

Nelle attività di law enforcement dirette a contrastare il traffico di esseri umani il target principale sono ormai diventati, piuttosto che i trafficanti, i potenziali richiedenti asilo che cercano di entrare nel territorio dell’Unione Europea, via mare, ed anche in misura crescente, attraverso le rotte terrestri, come la rotta balcanica. Negli ultimi mesi, proprio in conseguenza dell’acuirsi della crisi dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan, dalla Siria e dall’Iraq, malgrado una elevata percentuale di persone sicuramente meritevoli di protezione internazionale, sono aumentate le violenze ai danni di chi cercava di raggiungere le frontiere europee, con numerose vittime di prassi di polizia che hanno cercato di chiudere tutte le possibili rotte terrestri e marittime, impedendo con la violenza l’accesso al territorio anche a persone già riconosciute come meritevoli di status di protezione in base a documenti rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Un’inchiesta giornalistica ha svelato le violenze sui migranti al confine tra Croazia e Bosnia. ed è stata pubblicata dal network Lighthouse Report. Secondo la commissaria Ylva Johansson: membro della Commissione Ue per gli Interni: «Le notizie sui respingimenti alle frontiere esterne dell’Ue sono scioccanti». Johansson ha spiegato che è necessaria un’indagine per approfondire quello che sta succedendo: «Le notizie riportate sembrano indicare un qualche tipo di orchestrazione della violenza alle frontiere esterne, e sembrano esserci prove convincenti di un uso improprio dei fondi europei, che devono essere approfondite»Altre recenti indagini giornalistiche, che riportano denunce degli ispettori delle Nazioni Unite, continuano a documentare una serie impressionante di abusi compiuti dalla sedicente guardia costiera libica e dalle milizie che prendono in carico i naufraghi intercettati in acque internazionali, con la complicità di Frontex e delle centrali di coordinamento italiane e maltesi, e riportati con la forza in territorio libico. Ma tutto questo sembra non assumere alcun rilievo per il governo italiano al punto che l’attuale ministro dell’interno continua ad elogiare i “salvataggi” della sedicente Guardia costiera libica, minimizzando gli abusi subiti dai migranti riportati a terra dalle motovedette donate dall’Italia.

10, Le precedenti decisioni del Consiglio europeo, come il Piano d’azione dell’Ue contro il traffico dei migranti 2021-2025 , hanno già anticipato una impostazione esclusivamente repressiva, e rafforzano ulteriormente l’agenzia Frontex alla quale, oltre alla accresciuta capacità di negoziazione con i paesi terzi, si sta attribuendo un nuovo ruolo di comunicazione pubblica, e di rapporto diretto con enti pubblici e privati, anche Università, per l’acquisto di tecnologia, arrivando alla stipula di convenzioni con istituti di ricerca per mappature ed analisi che ne possono rafforzare le finalità repressive.

Non si sono registrati sostanziali passi avanti nella direzione di una migliore disciplina dei socccorsi in mare operati da navi delle Organizzazioni non governative, materia sulla quale era stata presentata una “Raccomandazione” della Commissione al Consiglio, “sulla cooperazione tra gli Stati membri riguardo alle operazioni condotte da navi possedute o gestite da soggetti privati a fini di attività di ricerca e soccorso”, quando era stato presentato, il 23 settembre 2020, il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo .Nel frattempo si è potenziato invece il supporto alle guardie costiere dei paesi terzi con un maggior ruolo assegnato all’agenzia Frontex, sia a livello operativo, con il tracciamento delle imbarcazioni, che come analisi della situazione in vista della politica di relazioni esterne e di cooperazione con i paesi terzi.

La diffusione della pandemia da Covid-19, prima, e poi le guerre che ormai deflagrano in ogni parte del mondo, dall’Ucraina alla Palestina, hanno ribaltato molte analisi dei “rischi migratori” propinate ai media da Frontex nel corso degli anni. Frontex ha dovuto ammettere la totale infondatezza delle accuse rivolte per anni alle ONG come facilitatrici del traffico di esseri umani. Si può rilevare come la dichiarazione di uno “stato di emergenza” da parte degli Stati a causa della ricorrente crisi umanitaria, e le crescenti istanze sovraniste e nazionaliste, che stanno dilagando come una metastasi in tutta Europa, abbiano reso obsoleti i vecchi strumenti convenzionali e gli apparati di polizia sui quali si basava la esternalizzazione delle frontiere e persino la funzione repressiva (law enforcement) affidata all’agenzia Frontex con i voli di rimpatrio congiunto ( da più paesi UE).

La guerra in Palestina ha modificato, e continuerà a modificare, gli equilibri mondiali. Molti paesi terzi, soprattutto in Africa, sono infatti sempre più restii a collaborare con le politiche di espulsione e respingimento dei paesi europei. La dura realtà dei fatti e la più recente diffusione di conflitti regionali, rilevante ormai anche su scala globale, costringono dunque ad una valutazione meno ideologica (e magari meno egoistica) dei rapporti di cooperazione con paesi terzi, che finora, oltre ai rapporti energetici ed a quelli per l’acquisizione di materia prime a basso costo, hanno avuto come obiettivo la riduzione degli arrivi (e dei soccorsi) di migranti e la incentivazione delle operazioni di rimpatrio forzato (return). In questo quadro le attività di Frontex ed i controlli di frontiera degli Stati, che si vorrebbe esternalizzare, vanno ricondotte al più rigoroso rispetto del principio di legalità, e dunque dei Regolamenti europei che ne disciplinano le attività, che impongono a tutti, compresi gli Stati, l’effettivo assolvimento degli obblighi di soccorso, il rispetto dei diritti fondamentali e delle regole di trasparenza ed imparzialità che sono stabiliti anche nelle Convenzioni internazionali.

La Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati vieta di considerare illegale o di rifiutare l’ingresso in frontiera di una persona che, seppure priva di documenti, intende presentare una istanza di protezione. In base all’art.31 di questa Convenzione “ Gli Stati contraenti non applicheranno sanzioni penali per ingresso o soggiorno irregolare a quei rifugiati che, provenienti direttamente dal Paese in cui la loro vita o la loro libertà era minacciata … entrano o si trovano sul loro territorio senza autorizzazione, purché si presentino senza indugio alle autorità ed espongano ragioni ritenute valide per il loro ingresso o la loro presenza irregolari ”. Il principio di non respingimento sancito dall’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati rimane un baluardo ineludibile anche rispetto alle operazioni “integrate” poste in essere dall’agenzia Frontex alle frontiere sterne dell’Unione e nei paesi terzi. Gli agenti di Frontex ed i suoi organi direttivi, come le guardie di frontiera di qualunque Stato che aderisce alla Convenzione, non potranno discostarsi da questo principio basilare generalmente riconosciuto dalle Corti internazionali e dagli organi giurisdizionali nazionali. Gli Stati e gli organi centrali dell’Unione Europea non potranno continuare a nascondere le loro responsabilità dietro l’operato di questa agenzia. Toccherebbe finalmente all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) assumere una posizione duratura di ferma condanna dell’operato dell’agenzia Frontex, e più in generale dei governi che se ne avvalgono, in coerenza con quanto già hanno fatto altri rappresentanti di organismi delle Nazioni Unite, piuttosto che continuare ad operare in una ottica di mera “riduzione del danno” finendo per fare da alibi per le peggiori politiche di detenzione, espulsione e respingimento dei governi nazionali d’intesa con Frontex.

L’esternalizzazione dei controlli di frontiera che in Europa si è nascosta dietro il crescente ruolo affidato a Frontex, al di là delle statistiche diffuse annualmente da questa agenzia, è fallita, e si è dimostrata non idonea a garantire la “sicurezza nazionale” ed il rispetto dei diritti umani, a partire dal diritto alla vita. La moltiplicazione dei muri alle frontiere esterne dell’Unione Europee, con il ricorso ai sistemi di sorveglianza elettronica ed alle “analisi rischi” di Frontex, ma soprattutto la crescente cooperazione di polizia con autorità di paesi terzi che non rispettano i diritti umani, si è tradotta in un disastro non solo umanitario, con migliaia di morti, feriti e dispersi, ai quali corrisponde una gravissima assuefazione del senso comune, ma anche economico, perché nessun sistema economico oggi, tanto a livello regionale quanto a livello nazionale ed europeo, può sopravvivere in una situazione di frontiere sbarrate e porti chiusi. Oltre le ragioni di convenienza economica o politica, si impone in ogni caso il rispetto dei diritti fondamentali dell’Uomo, a partire dal diritto di asilo, sancito dall’art 10 della Costituzione italiana e dall’art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

“Vulnerabili” non sono i confini, come vengono definiti nei documenti di Frontex, ma le persone che tentano di attraversarle, costrette a passaggi irregolari sempre più pericolosi ed a ricercare l’aiuto dei passeur per la mancanza di canali legali di ingresso. L’Italia e l’Unione Europea sono oggi di fronte ad una grande emergenza democratica che, a seconda dei prossimi risultati elettorali, potrebbe spingere a posizioni durature, ancora più drastiche, di chiusura delle frontiere. Potrebbero essere tuttavia scelte politiche sempre più inefficaci e disumane perché la mobilità umana sarà comunque inarrestabile. La storia dei fallimenti dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex) lo conferma. Nessun accordo tra paesi membri dell’Unione europea e governi di Stati terzi potrà cancellare la libertà di circolazione, il diritto di asilo, ed il diritto alla fuga da conflitti, da disastri ambientali, da situazioni economiche che negano i diritti fondamentali della persona.


UNHCR

10 January 2024

UNHCR’s 2024 Recommendations for the Belgian and Hungarian Presidencies of the Council of the European Union (EU)


AMNESTY INTERNATIONAL

April 4, 2024

EU: Migration and Asylum Pact reforms will put people at heightened risk of human rights violations

Ahead of the European Parliament’s final vote on the European Union (EU) Pact on Migration and Asylum on 10 April, Amnesty International warns that these reforms will put people at heightened risk of human rights violations.

…“Queste proposte vanno di pari passo con crescenti sforzi per trasferire la responsabilità della protezione dei rifugiati e del controllo delle frontiere a paesi al di fuori dell’UE – come i recenti accordi con Tunisia, Egitto e Mauritania, o i tentativi di esternalizzare il trattamento delle richieste di asilo all’Albania. Queste pratiche rischiano di intrappolare le persone in Stati in cui i loro diritti umani saranno in pericolo, di rendere l’UE complice degli abusi che potrebbero seguirne e di compromettere la capacità dell’Europa di sostenere i diritti umani al di fuori del blocco”….


Refugees Welcome Italia

Il Patto europeo su migrazione è la fine del diritto di asilo


Migrantes: patto europeo sui migranti richiedenti asilo e rifugiati, il fallimento della solidarietà europea


Il nuovo quadro legislativo europeo approvato con il Patto sulla migrazione e l’asilo

Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 (Dublino III)

https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2024-0179_EN.html

Regolamento che introduce accertamenti (screening) nei confronti dei cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne e modifica i regolamenti (CE) n. 767/2008, (UE) 2017/2226, (UE) 2018/1240 e (UE) 2019/817

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6403-2024-INIT/en/pdf

Regolamento che stabilisce una procedura comune di protezione internazionale nell’Unione e abroga la direttiva 2013/32/UE

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6375-2024-INIT/en/pdf

Regolamento che stabilisce una procedura di rimpatrio alla frontiera e che modifica il regolamento (UE) 2021/1148

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6377-2024-INIT/en/pdf

Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 (Dublino III)

https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2024-0179_EN.html

Regolamento concernente le situazioni di crisi e di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo e che modifica il regolamento (UE) 2021/1147

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6379-2024-INIT/en/pdf

Regolamento che istituisce l’”Eurodac” per il confronto dei dati biometrici ai fini dell’applicazione efficace dei regolamenti (UE) ▌…/… ▌ e (UE) ▌…/… del Parlamento europeo e del Consiglio e della direttiva 2001/55/CE del Consiglio e ai fini dell’identificazione dei cittadini di paesi terzi e apolidi il cui soggiorno è irregolare, e per le richieste di confronto con i dati Eurodac presentate dalle autorità di contrasto degli Stati membri e da Europol a fini di contrasto, che modifica i regolamenti (UE) 2018/1240 e (UE) 2019/818 del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga il regolamento (UE) n. 603/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6366-2024-INIT/en/pdf

Regolamento recante norme sull’attribuzione a cittadini di paesi terzi o apolidi della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria e sul contenuto della protezione riconosciuta, che modifica la direttiva 2003/109/CE del Consiglio ▌ e che abroga la direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6365-2024-INIT/en/pdf

Regolamento che istituisce un quadro dell’Unione per il reinsediamento e l’ammissione umanitaria e modifica il regolamento (UE) 2021/1147

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6368-2024-INIT/en/pdf

Direttiva recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale
(rifusione)

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6381-2024-INIT/en/pdf

Emendamenti al Regolamento screening

Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (UE) 2019/816 che istituisce un sistema centralizzato di l’identificazione degli Stati membri in possesso di informazioni sulle condanne di cittadini di paesi terzi e apolidi (ECRIS-TCN) per integrare la Sistema europeo di informazione e regolamento sui casellari giudiziari (UE) 2019/818 che istituisce un quadro per l’interoperabilità tra i sistemi informativi UE nel settore della cooperazione giudiziaria e di polizia, asilo e migrazione e modifica dei Regolamenti (UE) 2018/1726, (UE) 2018/1862 e (UE) 2019/816 al fine di introdurre uno screening di terzo cittadini nazionali alle frontiere esterne

https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-6404-2024-INIT/en/pdf