Per la Cassazione la zona SAR “libica” nel 2018 non era “operativa”. Ed oggi ?

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Una recentissima decisione della Corte di Cassazione (sentenza 1 febbraio 2024, numero 4557 della quinta sezione della Cassazione) conferma la condanna in relazione al delitto di abbandono in stato di pericolo di persone minori e incapaci, previsto dall’art. 591 cod. pen. e per abbandono arbitrario di persone, previsto dall’art. 1155 del Codice della navigazione, stabilita in precedenza dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Napoli, del comandante di un rimorchiatore di proprietà della società armatrice “Augusta offshore” a servizio alla piattaforma petrolifera di Sabratha, gestita dall’ente libico NOC e dall’ENI, che nel 2018, a seguito di un soccorso di migranti in acque internazionali, li aveva riconsegnati ad una motovedetta libica, dopo averli ricondotti nelle acque antistanti il porto di Tripoli.

Sembrerebbe che l’operazione SAR (di ricerca e salvataggio), a circa cinquantasette miglia dalla costa libica, in acque internazionali ed in zona SAR libica, almeno nelle fasi inziali, non fosse coordinata nè dalle autorità libiche, nè dalla Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana (IMRCC), che pure dopo avere avuto notizia del caso di distress, indicava come referenti competenti il Centro e la Guardia costiera libica. Un profilo di fatto ancora oscuro, malgrado fosse già stato trattato dai giudici di merito, sul quale rimane il dubbio del mancato coordinamento di una attività di soccorso che non sembra facile ricostruire come frutto di una esclusiva determinazione del comandamte del rimorchiatore ASSO 28. Tuttavia come osserva l’ammiraglio Sandro Gallinelli sul Manifesto, “non è esatto che il comandante abbia un obbligo imperativo di contattare il competente centro di soccorso (Rcc) prima di intraprendere un salvataggio. L’articolo 33 della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas) stabilisce che egli deve informare del suo intervento in primis le persone in pericolo oppure il centro di soccorso. Quando possibile anche entrambi, ma non c’è un obbligo specifico. Come si evince da quanto detto dalla Corte con riferimento all’art. 358 c.p., anche la richiesta di assistenza a un centro di soccorso è rimessa alle discrezionali valutazioni tecniche del capitano, commisurate alla concreta situazione”.

Il comandante avrebbe dunque deciso, su indicazione dell’agente libico imbarcato a bordo, di fare rotta verso le coste libiche, “riconducendo a Tripoli i centouno naufraghi imbarcati, facendoli trasbordare, solo una volta innanzi al porto tripolino, su una motovedetta libica, procurava agli stessi migranti un danno grave, consistente nel loro respingimento collettivo, quale condotta vietata dalle convenzioni internazionali“. Come ricorda la Corte di cassazione, ” Dal giornale di bordo non risultava che il comandante del rimorchiatore avesse preso contatti con il Centro di coordinamento e soccorso di Tripoli, se non attraverso un messaggio di posta elettronica quando l’Asso 28 era già da tempo in navigazione verso il porto libico. Più avanti la stessa sentenza osserva come “In mancanza di tale assunzione di responsabilità da parte dello Stato libico, che mai era stato compulsato dal …(comandante) per ottenere una indicazione specifica in ordine a un “porto sicuro”, spettava al comandante verificare la sicurezza del luogo di ricovero dei migranti, che invece furono trasbordati a bordo di una motovedetta, senza che A.A. (il comandante) ne seguisse le sorti, con il rischio che la destinazione degli stessi potesse non essere quella garantita dallo Stato libico, che pure la zona SAR aveva attivato, e comunque non rispondesse alle indicazioni delle Linee guida IMO quanto al “luogo sicuro”.

Secondo un rapporto dell’UNHCR sui centri di detenzione in Libia, inclusi quelli “governativi” risalente al 2019, “Le milizie, note anche come “katibas”, pattugliano le entrate e gestiscono i centri di detenzione. In molti casi, però, migranti e rifugiati vengono trattenuti in arresto in luoghi che non sono considerati centri di detenzione ufficiali, ma “luoghi di permanenza” per svolgere le indagini. Da protocollo, i migranti dovrebbero essere trasferiti in appositi centri di detenzione, ma in realtà le procedure sono raramente rispettate e i richiedenti asilo sono detenuti senza alcun controllo legale né diritti.” Rapporti più recenti confermano che la situazione non è sostanzialmente mutata e che i migranti rimangono esposti ad abusi anche nei centri “governativi” nei quali, secondo il ministro dell’interno Piantedosi, verebbe garantita la loro sicurezza. Pechè sono sempre le stesse milizie, che controllano o territori ed i centri di detenzione, le stesse che colludono con i trafficanti e sono riconosciute dal governo di Tripoli che sostengono.

2. La Cassazione conferma quindi la valutazione della Corte di appello di Napoli secondo cui “a fronte di una condotta errata nella gestione del salvataggio, per l’omesso coinvolgimento dei centri di coordinamento libico e italiano”, sarebbe spettato al comandante escludere ogni pericolo per i naufraghi consegnati alle autorità libiche, verificando le loro condizioni. Si richiama al riguardo il punto 3.1.9 della Convenzione di Amburgodel 1979, prevede che lo Stato responsabile per la zona SAR si assume la responsabilità di vigilare e coordinare, affinché i “sopravvissuti .. vengano sbarcati dalla nave che li ha raccolti e condotti in un luogo sicuro.. “. In mancanza di tale assunzione di responsabilità da parte dello Stato libico, che mai era stato compulsato dal comnadante del rimorchiatore per ottenere una indicazione specifica in ordine a un “porto sicuro”, spettava allo stesso comandante verificare “la sicurezza del luogo di ricovero dei migranti, che invece furono trasbordati a bordo di una motovedetta, senza che A.A. ne seguisse le sorti, con il rischio che la destinazione degli stessi potesse non essere quella garantita dallo Stato libico, che pure la zona SAR aveva attivato, e comunque non rispondesse alle indicazioni delle Linee guida IMO quanto al “luogo sicuro”. Nella stessa sentenza si osserva come “Peraltro, il Centro di coordinamento di Roma fu contattato solo “a cose fatte” e, a detta del suo responsabile, fu solo questo il caso in cui un natante battente bandiera italiana omise di chiedere indicazioni al Centro nazionale di riferimento”. Può essere stato effettivamente così, ma ripetiamo che appare ben strano che il comandante dell’ASSO 28 abbia operato in piena autonomia, obbedendo ai comandi di un funzionario libico indicato come agente di dogana, che dalla piattaforma saliva a bordo del rimorchiatore e ne stabiliva la rotta di avvcinamento al porto di Tripoli di fronte al quale avveniva poche ore dopo la consegna dei naufraghi ad una motovedetta libica.

Nel 2018 il caso Asso 28 era stato denunciato inizialmente dalla ONG Open Arms presente in quei giorni nelle acque internazionali a nord della Libia. Secondo quanto riportato in una registrazione audio pubblicata da Avvenire, dopo la denuncia dell’evento di soccorso da parte dei rappresentanti della ONG Open Arms, il comandante del rimorchiatore ASSO 28, che batteva bandiera italiana, avrebbe deciso di fare rotta su Tripoli, con i naufraghi a bordo, su “indicazioni dalla piattaforma Sabratha”, dunque per effetto di un ordine provenuto da altri che a bordo della piattaforma avevano deciso autonomamente, o su indicazioni di autorità non meglio identificate, che i naufraghi fossero riportati a Tripoli.

La sentenza, della Cassazione su questo caso presenta peculiarità tecniche che andranno approfondite in altra sede sul piano del diritto penale e processuale penale, non solo in ordine all’accertamento dell’elemento soggettivo (dolo eventuale), ed alla configurazione dei reati di pericolo contestati, ma anche sulla dinamica dei fatti, come la presenza a bordo del rimorchiatore italiano di un ,“ufficiale di dogana libico” mai identificato, imbarcato dalla piattaforma dopo il primo soccorso dai naufraghi. Agente libico che non apparteneva alla Guardia costiera “libica” con la quale l’ASSO 28 era entrato in contatto solo in prossimità del porto di Tripoli, poco prima del trasbordo dei naufraghi su una motovedetta libica che li avrebbe condotti a terra.

Non danno adito a ombre di equivoco, invece, i passaggi della sentenza che fanno riferimento alle condzioni che attendevano i naufraghi riportati in Libia, tanto che si affermava come la Libia non potesse garantire porti sicuri di sbarco (place of safety-POS). Si deve anche ricordare che nella stessa giornata del 30 luglio 2018 mentre il rimorchiatore ASSO 28 riconsegnava i naufraghi alla motovedetta libica appena fuori dal porto di Tripoli, venivano arrestati.quattro giornalisti della Reuters e dell’Associated Press che volevano documentare la riconsegna alle milizie libiche, proprio nel porto militare di Tripoli, ad Abu Sittah, dove facevano base anche le navi della missione militare italiana NAURAS. Che in quel periodo, come accertato anche dal GIP di Catania nel caso Open Arms del marzo 2018, operavano di fatto come centrali di coordinamento della sedicente Guardia costiera libica. Un coordinamento che è proseguito anche dopo la istituzione di una finta zona SAR “libica” nel mese di giugno del 2018, come è stato confermato fino allo scorso anno anche da autorevoli esponenti di governo italiani, coordinamento che, secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa Guerini, sarebbe venuto meno soltanto nel mese di luglio del 2020

3. La Corte di Cassazione,ritornando sul caso ASSO 28, afferma che “le sentenze di merito hanno adeguatamente e senza aporie logiche motivato in ordine alle ragioni per le quali fosse sussistente un pericolo potenziale per tutti i centouno migranti, a seguito del ritorno in Libia, così prospettandosi la sussistenza di un pericolo ben ulteriore rispetto a quello potenziale, per altro non superabile neanche a posteriori, in quanto la omessa identificazione dei migranti medesimi ha impedito di verificarne la sorte“.Al di là del richiamo alla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che appare esorbitante rispetto all’obbligo di motuvazione comunque assolto dalla Corte di Cassazione, trattandosi peraltro di sentenze risalenti della Corte di Lussemburgo relative al concetto di paese paese terzo europeo sicuro, rimane come assunto centrale che la “CGUE evidenzia sia precondizione della “sicurezza” dello Stato, in relazione ai diritti della persona rifugiata, la sottoscrizione della Convenzione di Ginevra e della Convenzione EDU, mentre la condizione di “sicurezza” è l’effettivo rispetto di tali normative”. Sotto questo profilo, “già evidenziato, come anche risulta nel caso in esame dalle sentenze di merito, la Libia non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra, e neanche la Convenzione EDU” (che altri paesi non europei come la Turchia hanno invece sottoscritto – nota dell’autore). La Cassazione, inoltre, ribadisce che nel caso specifico il comandante «avrebbe dovuto operare accertamenti necessari sui migranti, verificare se volessero o meno chiedere asilo, effettuare accertamenti necessari sui minori, per verificare se fossero accompagnati o meno».

Più centrato, e di grande valenza sul piano della motivazione della sentenza della Corte di Cassazione sul caso ASSO 28, appare invece il richiamo al caso deciso dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia deciso con sentenza del 23 febbraio 2012, richiamata anche dalla sentenza del G.u.p. del Tribunale di Napoli”. La Cassazione ricorda in proposito come il caso sottoposto alla Corte di Strasburgo riguardassel’intercettazione in mare di oltre duecento naufraghi in acque non italiane, avvenuta nel 2009, da parte di natanti militari italiani che, dopo averli salvati portandoli a bordo, li riportavano a Tripoli. La Corte Edu affermava che i ricorrenti erano sottoposti alla giurisdizione dell’Italia ai sensi dell’art. 1 CEDU e dichiarava che vi era stata violazione dell’art. 3 CEDU in quanto i ricorrenti erano stati esposti al rischio di subire maltrattamenti in Libia, dell’art. 4 del Protocollo n. 4, dell’art. 13 combinato con l’art. 3 CEDU e con l’art. 4 del Protocollo n.4″.

La Cassazione riporta uno dei passaggi centrali della sentenza Hirsi, ricordando come “La Corte (EDU) ha già osservato che, secondo la giurisprudenza consolidata della Commissione e della Corte, lo scopo dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 è evitare che gli Stati possano allontanare un certo numero di stranieri senza esaminare la loro situazione personale e, di conseguenza, senza permettere loro di esporre le loro argomentazioni per contestare il provvedimento adottato dall’autorità competente. Se dunque l’articolo 4 del Protocollo n. 4 dovesse applicarsi soltanto alle espulsioni collettive eseguite a partire dal territorio nazionale degli Stati parte alla Convenzione, una parte importante dei fenomeni migratori contemporanei verrebbe sottratta a tale disposizione, sebbene le manovre che essa intende vietare possano avvenire fuori dal territorio nazionale e, in particolare, come nel caso di specie, in alto mare. L’articolo 4 verrebbe così privato di qualsiasi effetto utile rispetto a tali fenomeni, che tendono pertanto a moltiplicarsi. Si richiama quindi il paragrafo 178 della sentenza Hirsi per affermare che “Pertanto è chiaro che, così come la nozione di “giurisdizione” è principalmente territoriale e si esercita presumibilmente nel territorio nazionale degli Stati (paragrafo 71 supra), la nozione di espulsione è, anch’essa, principalmente territoriale, nel senso che le espulsioni avvengono nella maggior parte dei casi a partire dal territorio nazionale. Tuttavia, laddove, come nel caso di specie, ha riconosciuto che uno Stato contraente aveva esercitato, a titolo eccezionale, la propria giurisdizione fuori dal suo territorio nazionale, la Corte non vede ostacoli nell’accettare che l’esercizio della giurisdizione extraterritoriale di tale Stato ha preso la forma di una espulsione collettiva”. Sempre dalla stessa sentenza Hirsi della Corte di Strasburgo la Cassazione riprende il passaggio secondo cui “Del resto, per quanto riguarda l’esercizio da parte di uno Stato della propria giurisdizione in alto mare, la Corte ha già affermato che la specificità del contesto marittimo non può portare a sancire uno spazio di non diritto all’interno del quale gli individui non sarebbero soggetti ad alcun regime giuridico che possa accordare loro il godimento dei diritti e delle garanzie previsti dalla Convenzione e che gli Stati si sono impegnati a riconoscere alle persone poste sotto la loro giurisdizione (Medvedyev ed altri c. Francia ((GC), n. 3394/03, 29 marzo 2010, par. 81)». E infatti la Corte europea dei diritti dell’Uomo aggiungeva al paragrafo 185 che ” Nella fattispecie, la Corte non può che constatare che il trasferimento dei ricorrenti verso la Libia è stato eseguito in assenza di qualsiasi forma di esame della situazione individuale di ciascun ricorrente. È indubbio che i ricorrenti non sono stati oggetto di alcuna procedura di identificazione da parte delle autorità italiane, che si sono limitate a far salire tutti i migranti intercettati sulle navi militari e a sbarcarli sulle coste libiche”.

Dopo quete considerazioni appare riduttivo ricondurre tutte le responsabilità del caso ASSO 28 esclusivamente alla persona del comandante, che potrebbe essere un capro espiatorio per responsabilità che si collocano molto più in alto, e che ancora una volta sono rimaste nascoste dietro lo scudo degli accordi con le autorità libiche con il riconoscimento di una zona SAR “libica” in acque internazionali, che non è altro che un pretesto per occultare il coordinamento europeo della sedicente guardia costiera “libica”, tramite gli assetti aerei di Frontex. Un coordinamento che si dovrebbe ricondurre alle autorità italiane, e in alcune occasioni, anche maltesi. che ospitano i mezzi delle operazioni Frontex e concorrono con loro nelle attività di contrasto dell’immigrazione irregolare e delle organizzazioni di trafficanti nel Mediterraneo centrale..

Si deve considerare poi che la sentenza ASSO 28 si riferisce ad una imbarcazione che batteva bandiera italiana, e dunque nel caso in esame questa circostanza radicava la giurisdizione italiana, anche se non imponeva, come non impone la teoria errata del cd. flag state, di ricondurre necessariamente i naufraghi in un porto italiano, purchè fosse garantito lo sbarco in un place of safety (POS), in conformità a quanto previsto dalle Convenzioni internazionali, consultabili nel manuale IAMSAR e riassunte nelle linee guida dell’IMO, recepite dall’Unione europea.

Per le navi battenti bandiera diversa da quella italiana il respingimento collettivo in Libia sarebbe stato comunque illegale, ma non sarebbe stato affatto scontato affermare la giurisdizione italiana. Come si verifica ancora oggi, la pratica dei respingimenti collettivi “su delega” sarebbe stata più difficilmente sanzionabile, almeno fino a quando non fosse provato un coinvolgimento diretto di autorità italiane o europee nelle attività di intercettazione in acque internazionali. Circostanze facilmente accertabili dal 2017 al 2020, per il coordinamento operativo garantito alle motovedette libiche dagli assetti della missione NAURAS della Marina militare italiana presente nel porto di Abu Sittah a Tripoli, più opache oggi, in una fase in cui le autorità turche hanno il controllo di buona parte della fascia costiera della Tripolitania, mentre la sedicente guardia costiera libica opera apparentemente in maggiore autonomia, e le attività di intercettazioni in acque internazionali si basano principalmente sul tracciamento aereo garantito ai libici dalle missioni europee Irini di Eunavfor Med e Themis di Frontex.

Per l’UNHCR, in ogni caso, “nel determinare se gli obblighi di uno Stato sui diritti umani sussistono nei confronti di una determinata persona, il criterio decisivo non è se quella persona si trovi sul territorio nazionale di quello Stato, o all’interno di un territorio che sia de jure sotto il controllo sovrano dello Stato, quanto piuttosto se egli o ella sia o meno soggetto all’effettiva autorità di quello Stato”.

4. Secondo la Corte europea dei diritti dell’Uomo (caso Hirs), richiamata ancora una volta dalla Corte di cassazione sul caso ASSO 28, “il divieto di respingimento  costituisce un principio di diritto internazionale consuetudinario che vincola tutti gli Stati, compresi quelli che non sono parti alla Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati o a qualsiasi altro trattato di protezione dei rifugiati. È inoltre una norma di jus cogens: non subisce alcuna deroga ed è imperativa, in quanto non può essere oggetto di alcuna riserva” (articolo 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, articolo 42 § 1 della Convenzione sullo status dei rifugiati e articolo VII§1 del Protocollo del 1967). Il principio di non respingimento affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, non può essere dunque oggetto di alcuna riserva, ma non dovrebbe neppure essere aggirato con il ricorso ad accordi bilaterali, e con la delega alle autorità libiche di operare respingimenti collettivi sotto coordinamento europeo, senza fare esporre direttamente unità navali italiane o maltesi.

Quest’ultima sentenza della Corte di Cassazione riporta poi il precedente del caso Vos Thalassa, verificatosi pochi gioni prima del caso ASSO 28, nel mese di luglio del 2018. In quel caso, la sentenza del Tribunale di Napoli, poi confermata dalla stessa Corte di Cassazione, accertava che “la Libia nel luglio del 2018 non era un luogo sicuro e il respingimento, dunque, non poteva essere disposto ed eseguito. Esisteva una situazione di pericolo reale ed attuale di una offesa ingiusta: una situazione nota, documentata, accertata, fondata su dati di fatto concreti”. A tale riguardo la Corte di Cassazione richiama l’ art.98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), c.d. Convezione di Montego Bay – ratificata con legge 2 dicembre 1994, n.689 – secondo cui: “Ogni Stato impone che il comandante di una nave che batta la sua bandiera, nei limiti del possibile e senza che la nave, l’equipaggio ed i passeggeri corrano gravi rischi: a) presti assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare; b) vada il più presto possibile in soccorso delle persone in difficoltà se viene informato che persone in difficoltà hanno bisogno d’assistenza”; e…”l’art. 10 della Convenzione di Londra del 28 aprile 1989 sul soccorso in mare: «Ogni comandante è obbligato, nella misura in cui ciò non crei pericolo grave per la sua nave e le persone a bordo, di soccorrere ogni persona che sia in pericolo di scomparsa in mare. Gli Stati adotteranno tutte le misure necessarie per far osservare tale obbligo”. Secondo la Corte di Cassazione, la “normativa interna e sovranazionale evidenzia come il comandante della nave sia un incaricato di un pubblico servizio ex art. 358 cod. pen., relativamente al salvataggio in mare di persone e cose, nelle stesse forme richieste per gli analoghi doveri di salvataggio per le navi militari o comunque statali e in assenza dei poteri tipici della funzione pubblica”. In questa veste il comandante della ASSO 28 avrebbe dovuto rivolgersi alle autorità marittime libiche, ed in subordine a quelle italiane, per chiedere l’assegnazione di un porto di sbarco sicuro, affermazione che però risulta contraddittoria con quanto affermato nella stessa sentenza, come si vedrà meglio più avanti, in ordine alla “non operatività della zona SAR libica” e alla inesistenza di uno “Stato libico unitario”.

4. Si arriva quindi al passaggio fondamentale della sentenza sul caso ASSO 28 : “La Corte di cassazione rileva come i principi sovranazionali, enunciati dalle Corti, palesino sempre la necessità di verificare in concreto la “sicurezza” dello Stato di destinazione, a fronte di situazioni emergenziali che lascino presumere che non vengano effettivamente garantiti i diritti umani dei naufraghi, anche solo potenzialmente richiedenti asilo, sia in ambito unionale che internazionale, tanto più nel caso in cui la designazione del “porto sicuro” non avvenga da parte delle autorità di coordinamento competenti per la zona SAR o da quelle che lo siano in via sussidiaria”. Si richiama anche la “sentenza del G.u.p. del Tribunale di Napoli, emessa il 13 ottobre 2021, rilevava come se il 28 giugno 2018 era stata notificata unilateralmente l’istituzione di una SAR libica all’IMO, tale SAR non risultasse ancora operativa, neanche alla data della sentenza medesima oltre che nel momento in cui ebbero a verificarsi i fatti attribuiti a A.A (comandante della nave – n.d.a.), allorquando lo stato unitario libico non esisteva e le autorità di Tripoli, pur se riconosciute dalle Nazioni Unite, risultavano però aver perso il controllo di parti molto vaste del territorio nazionale (fol. 18 e 23). Il G.u.p., inoltre, osservava anche come la Libia non avesse la disponibilità di mezzi adeguati al soccorso e non offrisse porti sicuri di sbarco, per quanto emergeva da atti e documenti ufficiali OIM e UE, oltre che per quanto risultava dalla intervista ad un cittadino camerunense I.I. che descriveva le condizioni nei centri di detenzione in Libia“.

La Cassazione, con riferimento all’epoca dei fatti del caso ASSO 28, al luglio del 2018, poche settimane dopo la istituzione di una zona SAR “libica”, conclude così come “Nonostante la notifica (unilaterale) della istituzione della zona SAR libica all’IMO, la stessa non era operativa, non esisteva uno stato libico unitario e le autorità di Tripoli — riconosciute dalle Nazioni Unite — avevano perso il controllo di parti molto vaste del territorio che prima controllavano; inoltre, osservava il G.u.p., la Libia non aderiva alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, cosicché probabile sarebbe stata la violazione dei diritti umani.” Una considerazione che può ripetersi ancora oggi, nonostante siano mutati i rapporti di forza e le modalità sul campo dello scontro politico e militare ancora in corso tra le diverse fazioni libiche.

Al di là della peculiarità del caso ASSO 28, nel quale il comandante del rimorchiatore, adesso condannato in via defintiva, aveva evidentemente condotto in modo errato le attività di ricerca e salvataggio, svolte secondo le istruzioni di un agente libico che si trovava a bordo della piattaforma al servizio della quale operava il mezzo della Augusta Offshore, ma (per quanto viene fatto risultare) senza farsi coordinare dalle centrali MRCC libica ed italiana, la sentenza della Corte di Cassazione qui in esame contiene importanti passaggi che vanno ben oltre il singolo caso affrontato. E permettono di valutare casi più recenti come il caso Open Arms del 2019, sul quale è in corso un procedimento penale a Palermo, nel quale riveste la qualità di imputato il senatore Salvini, in passato ministro dell’interno ed oggi ministro delle infrastrutture e vice-presidente del Consiglio. In questo processo la difesa di Salvini fonda la legittimità del divieto di ingresso, transito e sosta imposto alla nave umanitaria il primo agosto 2019 sulla circostanza che la nave non avrebbe atteso il coordinamento da parte delle autorità libiche ed avrebbe proceduto ad un soccorso “in autonomia”. Al di là della bislacca tesi della competenza primaria dello Stato di bandiera della nave, in quel caso la Spagna, per attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali, tesi smentita a livello europeo, rimane assodato che la Libia non sembra ancora oggi garantire una effettiva capacità di intervento e porti sicuri di sbarco. Spesso le autorità libiche neppure rispondono alle segnalazioni di battelli in dificoltà inviate dalle ONG, mentre sembrano in continuo contatto con le autorità italiane ed europee per effettuare intercettazioni in acque internazionali. “Soccorsi” che sono finalizzati al blocco delle traversate piuttosto che alla salvaguardia della vita umana in mare, spesso messa a rischio dall’intervento delle motovedette libiche. Come si verificava nel caso S,S. del 6 novembre 2017, oggetto di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Dunque i migranti “soccorsi” nel 2018 dal rimorchiatore ASSO 28 e riconsegnati alle milizie libiche andavano già allora incontro ad un destino di violenze, e molto ptobabilmente sarebbero finiti nelle mani degli stessi trafficanti dai quali erano fuggiti, ma il destino di chi continua a tentare la fuga dalla Libia non sembra diverso ancora oggi.

I respingimenti collettivi in Libia su attività SAR per le quali la Centrale di coordinamento italiana aveva indicato la com,petenza delle autorità libiche sono sontinuati dal 2018 fino ai giorni nostri. Come riferisce il Fatto Quotidiano, “A marzo 2023 al mercantile Basilis L è stato chiesto dalla sala operativa dell’Imrcc Roma (il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo) di restare a monitorare un gommone con 47 migranti in attesa che le motovedette della guardia costiera libica non arrivassero per riportarli in Libia. Tutto filmato da Sea Watch. E poi il caso del dal mercantile panamense Nivin, 79 migranti tra cui 28 bambini riportati in Libia con la forza, o quello della nave Vos Triton, 170 migranti. Non si può, ma si fa. Chimarsi fuori è impossibile. L’Agenzia europea Frontex ha ammesso che dal 2021 ha inviato circa 2.200 mail per segnalare ai libici la posizione di natanti in pericolo. Un modo come un altro per condannare i migranti al rientro in Libia, un modo come un altro per operare respingimenti illegali.”

Gli stessi principi e gli stessi precedenti citati dalla Corte di Cassazione sul caso ASSO 28, richiamati peraltro in numerosi procedimenti penali conclusi, nella quasi totalità dei casi, con l’archviazione delle accuse contro le navi del soccorso civile, vanno considerati anche per la loro proiezione futura, perchè le Convenzioni internazionali non sono nel frattempo mutate, nè possono essere violate o aggirate in base a provvedimenti amministrativi o a interventi del legislatore nazionale. Almeno fino a quando resterà in vigore il sistema gerarchico delle fonti normative stabilito dagli articoli 10 e 117 della Costituzione italiana. Sistema gerarchico delle fonti che non può essere sovvertito da accordi bilaterali o da Memorandum d’intesa, seppure ratificati dal Parlamento.

Al centro dei processi ancora pendenti sui soccorsi in acque internazionali, nel Mediterraneo centrale, c’è il riconoscimento di una presunta competenza esclusiva delle autorità libiche nella gestione della zona SAR da loro autoproclamata nel 2018 e l’esistenza della Libia come uno Stato unitario, con autorità unificate di coordinamento dei soccorsi in mare (JRCC). E’ da questi assunti che è partita nel 2017 la crimnalizzazione dei soccorsi umanitari in quanto i comandanti delle navi delle ONG avrebbero disobbedito alle autorità libiche operando soccorsi nell’area di loro cometenza, malgrado le indicazioni pervenute loro dalla centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana, Le circostanze di fatto relative ad una unificazione del governo libico ed alla presenza operativa di una unica centrale di coordinamento dei soccorsi in mare (MRCC) ancora oggi non si verificano, malgrado i continui aiuti forniti al governo di Tripoli, come addestramento di personale, fornitura di mezzi, finanziamenti sia italiani che europei sempre più consistenti, per contrastare quella che si definisce ritualmente come “immigrazione clandestina”, quando si tratta di persone disperate che fuggono dai centri di detenzione, anche governativi, nei quali subiscono ogni sorta di abusi, e tentano una difficile traversata, a rischio della vita, in assenza di vie di fuga legali. Sembra che ormai sia possibile accreditare qualsiasi menzogna sull’esistenza di uno Stato “libico” unitario e che il diritto di asilo, incluso il diritto di fuga e di accesso ad un paese sicuro, sia un orpello del passato, una materia forse di rilevanza costituzionale, ma sulla quale il “comune sentire popolare” non vuole sentire parlare di accoglienza e di violazioni dei diritti umani. Anche se la Libia continua a non essere parte della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e non riconosce alcuno sttaus legale neppure ai rifugiati riconosciuti dall’UNHCR.

5. La Corte di Cassazione mette in dubbio la natura “unitaria” dello Stato libico, ancora diviso da un conflitto interno che dopo gli scontri del 2019, si mantiene oggi ad un livello di bassa intensità, ma non considera il contrasto tra quanto riconosce sulla situazione di spaccatura politica e militare in Libia ed il Memorandum d’intesa Gentiloni del 2017 ed i successivi accordi operativi, con la cessione di diverse motovedette ad un paese che, anche per la stessa Corte di cassazione non è in grado di garantire “porti sicuri di sbarco”. Circostanze facilmente rilevabili, aggravate dal ruolo preminente assgnato ad esponenti delle milizie di Zawia, come Bija, o di Zintan, come l’attuale ministro dell’interno Trabelsi che hanno scalato il potere schierandosi dalla parte del governo provvisorio di Tripoli, ma che hanno mantenuto i loro legami con le milizie da cui provengono, a suo tempo (2019) decisive per difendere Tripoli dagli attacchi del Libyan National Army (LNA) del generale Haftar.

L’Annesso alla Convenzione di Amburgo del 1979 individua per ogni Stato il Centro di coordinamento di salvataggio marittimo – MRCC (1.3.5 dell’Annesso) come “Centro incaricato di provvedere all’organizzazione dei servizi e di coordinare le operazioni di ricerca e soccorso” in una determinata zona di ricerca e salvataggio. Nel caso della Libia non esiste una unica centrale di coordinamento dei soccorsi (MRCC) e la sedicente Guardia costiera “libica” con base a Tripoli non garantisce alcuna attività di ricerca e salvataggio in una vasta parte della zona SAR “libica” corrispondente al golfo di Sirte ed alle coste della Cirenaica, sotto il controllo delle milizie fedeli al generale Haftar.

In questa situazione, se è sanzionabile il comportamento di un comandante di una nave italiana che riporta in Libia naufraghi soccorsi in acque internazionali, non si vede davvero come si possa continuare a sostenere la legittimità del Memorandum d’intesa concluso da Gentiloni il 2 febbraio 2017 con il solo governo provvisorio di Tripoli, e la conseguente istituzione di una zona SAR “libica”, che in realtà nessuno controlla per salvaguardare la vita umana in mare, ma che costituisce solo un pretesto per legittimare i respingimenti su delega, con l’aggiramento della sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Hirsi, e per criminalizzare l’operato delle ONG, che svolgono attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali ed “in autonomia”, senza farsi coordinare dai libici delle diverse fazioni.Che spesso si impongono arrivando sulla scena dei “soccorsi” con le armi pronte a sparare.

Nella rotta del Mediterraneo centrale nel 2023 sono morti 974 migranti mentre 1.372 sono stati dichiarati dispersi. Sono i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia che mostrano un notevole aumento di morti e dispersi, rispettivamente 529 e 848 nel 2022 e 662 e 891 nel 2021. L’Oim sottolinea inoltre che sono stati 17.025 i migranti intercettati nel 2023 dalla Guardia costiera libica e riportati nel Paese nordafricano, 1.234 solo nella settimana dal 24 al 30 dicembre 2023. I migranti intercettati e riportati in Libia erano stati, sempre secondo l’Oim, 32.425 nel 2021 e 24.684 nel 2022. (ANSA)

Questa sentenza di condanna, scaturita dalla denuncia di una ONG può avere quindi una valenza più ampia del caso che risolve, non senza qualche passaggio contraddittorio. Tocca adesso ai giudici di merito, nei procedimenti ancora aperti a Palermo (caso Salvini/Open Arms), a Trapani (caso Iuventa) fare applicazione dei principi e dei rilievi di fatto contenuti nelle più recenti sentenze della Corte di cassazione che abbiamo qui richiamato, rilievi di fatto risalenti agli anni 2018 e 2019, ma in gran parte verificabili ancora oggi, sia sul piano della detenzione arbitraria nei centri libici, informali o governativi che siano, che in mare, nelle attività di deterrenza dei soccorsi civili attuati con il sostegno europeo ed italiano dai mezzi della sedicente Guardia costiera “libica”. Che come rileva adesso la Corte di Cassazione, “libica” non è da tempo, ma rimane espressione delle milizie e dei gruppi criminali che si contendono il potere, arrivando ancora oggi a casi di scontro armato, con un continuo rimescolamento dei fronti e con il rinvio delle elezioni previste da anni dalla comunità internazionale che continua a riconoscere esclusivamente il governo “provvisorio” di Tripoli..

5. Un rapporto  sulla Lbia,  redatto da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite,   documentava già nel 2017 come ” gruppi armati, alcuni dei quali hanno ricevuto un mandato o almeno un riconoscimento dalla Camera dei rappresentanti o dal Consiglio di presidenza, non sono stati sottoposti a un controllo giudiziario significativo. Ciò ha ulteriormente aumentato il loro coinvolgimento nelle violazioni dei diritti umani, inclusi rapimenti, detenzioni arbitrarie ed esecuzioni sommarie. I casi indagati dal gruppo comprendono abusi”. Secondo lo stesso rapporto, “Abd al-Rahman Milad (alias Bija), e altri membri della guardia costiera, sono direttamente coinvolti nell’affondamento delle barche dei migranti usando armi da fuoco. A Zawiyah, Mohammad Koshlaf ha aperto un rudimentale centro di detenzione per i migranti nella raffineria di Zawiyah. Il gruppo di esperti scientifici ha raccolto informazioni su abusi contro i migranti da parte di diverse persone (cfr. Allegato 30). Inoltre, il gruppo di esperti scientifici ha raccolto notizie di cattive condizioni nei centri di detenzione dei migranti a Khums, Misratah e Tripoli. Secondo lo stesso rapporto “il capo della guardia delle strutture petrolifere di Zawiyah, Mohamed Koshlaf, noto anche come Kasib o Gsab (v. punti 105 e 258), è coinvolto nell’approvvigionamento di carburante per i trafficanti. Comanda anche la cosiddetta milizia Nasr.81 Suo fratello, Walid Koshlaf, noto anche come Walid al-Hadi al-Arbi Koshlaf, gestisce la parte finanziaria dell’azienda. Il capo della guardia costiera di Zawiyah, Abd al-Rahman Milad (alias Bija) (vedi anche punti 59, 105 e 258), è un importante collaboratore di Koshlaf nel settore dei carburanti.” Le inchieste internazionali sul comandante Bija e sulla sua milizia di Zawia continuano ancora oggi, malgrado le coperture che ha ricevuto dal premier Dbeibah, grande partner del governo Meloni.

Le diverse autorità politiche e militari, variamente supportate dalle grandi potenze e da vari alleati su scala regionale, che si continuano a contendere il territorio e le istituzioni libiche, non possono garantire dunque, in nessun caso, “porti di sbarco sicuri”. La afferma la Corte di Cassazione nel caso Asso 28 con riferimento al 2018 e lo ha riconosciuto ancora oggi il ministro dell’interno Piantedosi, ascoltanto come teste a Palermo nel processo Salvini/Open Arms. Sarebbe dunque tempo che, a livello politico ed operativo, si prenda atto di quanto riconosciuto dal Tribunale di Trapani con la sentenza sul caso Vos Thalassa, ribaltata dalla Corte di Appello di Palermo, ma poi confermata dalla Corte di Cassazione. Non si può ritenere che la Libia garantisca porti sicuri di sbarco (POS), a seconda che il soccorso in acque internazionali sia operato da unità navali civili o militari battenti bandiera italiana, ovvero sia operato da imbarcazioni battenti bandiera straniera. Rimangono ancora da chiarire molti casi oscuri, come il caso del mercantile NIVIN, al quale nel mese di novembre del 2018, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma indicava di soccorrere un’imbarcazione di migranti in difficoltà in acque internazionali e di prendere contatti con la sedicente Guardia Costiera Libica (LYCG). Successivamente, questa Guardia costiera imponeva alla NIVIN di raggiungere un porto libico, e li, dopo 10 giorni di resistenza da parte dei naufraghi intrappolati a bordo, le milizie libiche li costringevano allo sbarco con la violenza, utilizzando gas lacrimogeni e armi.

Per diritto cogente (jus cogens), ai sensi dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, si intendono quelle norme contenute nei Trattati e nelle Convenzioni internazionali che non possono essere derogate dagli stati. “ È nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale. Ai fini della presente convenzione, per norma imperativa di diritto internazionale generale si intende una norma che sia stata accettata e riconosciuta dalla Comunità internazionale degli Stati nel suo insieme in quanto norma alla quale non è permessa alcuna deroga e che non può essere modificata che da una nuova norma di diritto internazionale generale avente lo stesso carattere”.

Come ha ricordato il Giudice delle indagini preliminari di Trapani, nella sentenza sul caso della legittima difesa riconosciuta ai naufraghi raccolti dal rimorchiatore Vos Thalassa nel luglio del 2018, ” “il memorandum Italia-Libia, essendo stato stipulato nel 2017, quando il principio di non-refoulement aveva già acquisito rango di jus cogens, è: – privo di validità, atteso che ai sensi dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati ‘è nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale; – incompatibile con l’art. 10 co. 1 Cost., secondo cui ‘l’ordinamento italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, tra le quali rientra ormai anche il principio di non-refoulement’. Secondo il giudice di Trapani, il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia stipulato il 2 febbraio 2017, mai approvato dal Parlamento secondo la procedura fissata dall’art. 80 della Costituzione, costituisce “un’intesa giuridicamente non vincolante e non avente natura legislativa”.

Occorrer fare chiarezza su quanto accade ancora oggi in casi simili, dopo che i turchi hanno preso il controllo di una parte delle città portuali della Tripolitania, stabilendo una loro base nel porto di Khoms, in una zona dalla quale si sono intensificate le partenze dei barconi diretti verso l’Italia. Chi controlla davvero le diverse guardie costiere libiche ? Cosa si nasconde davvero dietro la sigla dei GACS (General Administration for Coastal Security)Che tipo di coordinamento operativo garantiscono a queste forze l’Unione Europea e il governo italiano ? Sono peraltro noti a tutti i collegamenti tra la stessa sedicente “guardia costiera libica” e le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di migranti dalla Libia, e dalla Tripolitania, in particolare. Si tratta di rapporti che ormai appaiono istituzionalizzati, come emerge dalla nomina del noto trafficante Al Milad Bija a comandante dell’Accademia navale libica. Fino a quando gli Stati europei continueranno a collaborare con autorità marittime e militari che non garantiscono il rispetto dei diritti umani ?