Azioni risarcitorie contro gli abusi nei centri di detenzione amministrativa

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Dopo il prolungamento a diciotto mesi del trattenimento nei centri per i rimpatri (CPR), previsto dal Decreto legge 124 del 2023, con i termini di convalida prolungati a tre mesi, ed anche a seguito della valanga di dinieghi conseguenza della nuova disciplina delle procedure accelerate in frontiera per richiedenti asilo provenienti da “paesi terzi sicuri”, introdotta dal Decreto “Cutro”, 10 marzo 2023, n. 20, convertito, con modificazioni, nella legge 5 maggio 2023, n. 50, sono aumentati i casi di violenze ed abusi all’interno dei centri, sui quali, ancora una volta, sono in corso indagini da parte della magistratura.

Non sappiamo quale esito avranno queste attività di indagine da parte di diverse procure italiane, ma già in passato l’intervento del giudice penale, come l’attività delle Commissioni parlamentari di inchiesta, e del Garante per le persone private della libertà personale, dal 2017 al dicembre del 2023, non avevano impedito che, nei centri di detenzione amministrativa, e nelle strutture Hotspot utilizzate come centri “chiusi”, con la totale privazione della libertà personale degli “ospiti”, le prassi violente, al limite della tortura, e le procedure illegittime, proseguissero da un anno all’altro, anche quando veniva a cambiare l’ente gestore convenzionato con la prefettura. Nel frattempo non è stata aperta nessuna delle nuove strutture detentive , addirittura dodici, che prometteva il governo Meloni fin dal suo insediamento, e malgrado l’intesa attività diplomatica rivolta ai paesi di origine, per semplificare le procedure di rimpatrio, il numero delle persone che sono state effettivamente rimpatriate è ulteriormente diminuito rispetto agli anni precedenti, senza tenere conto del biennio 2020-2021 fortemente influenzato dal blocco dei rimpatri conseguenza della pandemia da Covid 19.

Nel 2022 su 500.000 migranti in condizione di soggiorno irregolare in Italia, e 36.770 provvedimenti di espulsione, solamente l’11,7% di queste persone (4.304) è stato effettivamente rimpatriato (Fonte dossier statistico IDOS 2023). Nel corso del 2022 il sistema dei C.P.R. (centri per il rimpatrio) ha garantito l’espulsione coattiva di 3.154 stranieri su un numero di 6.383 persone che erano state ristrette in queste strutture (dati forniti da Mauro Palma, già Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nella sua settima relazione al Parlamento, giugno 23). Nei primi otto mesi del 2023 l’Italia ha rimpatriato con accompagnamento forzato 2.770 persone. a fronte delle 3.200 persone circa rimpatriate con la stessa modalità in tutto il 2022. Praticamente come nel biennio 2018-2019, quando al Viminale c’era Salvini e il dato aveva superato leggermente i 3.400.  Secondo altri dati forniti dal Ministero dell’interno, al 31 agosto 2023,, in Tunisia venivano rimpatriate 1441 persone, mentre nel 2022 erano state 2308; in Albania 362 persone contro le 518 del 2022 e in’Egitto, 212 persone contro le 329 di tutto il 2022. Dati sostanzialmente stabili, tenendo conto che nei primi mesi del 2022 si scontavano ancora gli effetti della maggiore chiusura delle frontiere, e delle misure emergenziali conseguenza della pandemia da Covid 19. Dati quindi che non si discostano da quelli registrati nel decennio 2011-2021, nel quale la percentuale dei provvedimenti di espulsione o di respingimento delle persone trattenute nei centri di detenzione effettivamente eseguiti non supera mai il 50%, con punte più alte soltanto per i cittadini tunisini ed egiziani. Secondo dati raccolti dal Naga di Milano e dalla Rete NO CPR, negli ultimi cinque anni, quattordici persone hanno perso la vita dentro un Centro di detenzione amministrativa. Tra le persone trattenute nei CPR negli ultimi anni diventa sempre più alta la quota di richiedenti asilo, in attesa di una decisione o dopo un diniego che hanno impugnato,

2. L’elenco delle proteste e degli abusi commessi nei centri di detenzione italiani si allunga di giorno in giorno, per non parlare dei centri di detenzione informali, come il centro Hotspot di Contrada Imbriacola a Lampedusa, sul quale continuano a piovere condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo per le condizioni indegne nelle quali vengono tenute, in assenza di provvedimenti di convalida, persone appena sbarcate e solo per questa ragione private della libertà personale.

Nel CPR di via Corelli a Milano gli abusi e l’ostruzionismo per bloccare le attività ispettive delle associazioni proseguono anche dopo il sequestro ed il commissariamento del centro, avvenuti lo scorso dicembre. Nella notte di sabato 10 febbraio, alcuni migranti ospiti del Cpr di via Corelli a Milano si sono sdraiati per terra, sotto la pioggia e con solo gli slip indosso, per protestare contro le condizioni del Centro di permanenza per i rimpatri, commissariato lo scorso dicembre. A tali proteste, la Guardia di Finanza ha risposto – come si vede dai video pubblicati in rete dalla rete Mai più Lager – No ai CPR – a colpi di manganello.

Il CPR di via Brunelleschi a Torino è stato chiuso nel mese di marzo dello scorso anno, dopo una serie di proteste degli “ospiti” che avevano danneggiato la struttura, e ancora oggi non sembra ritornato pienamente operativo.

Il CPR di Gradisca (Gorizia) continua a essere segnalato per una serie interminabile di proteste, e di duri interventi repressivi, in un clima di crescente tensione perchè vi vengono trasferiti migranti provenienti da altre strutture chiuse a seguito di proteste, come è successo all’inizio di febbraio, nel caso di un tunisino trasferito dal CIE di Trapani Milo dopo la rivolta del 22 gennaio scorso, che dopo essere stato rinchiuso nel centro di Gradisca è salito sul tetto per protesta, cadendo successivamente e ferendosi gravemente. Ma nel centro le proteste sono continue anche per la mancanza di riscaldamento e per le comdizioni della struttura.

Una situazione insostenibile è segnalata anche dal sindacato di polizia SILP-CGIL nel centro di detenzione di Bari, mentre rimane ancora operativo il CPR di Palazzo San Gervasio in Basilicata, il CPR di cui nessuno parla, creato come centro di acoglienza nel 2011, dopo l’emergenza Nord-africa, e poi trasformato in centro di detenzione. Sul CPR di Palazzo San Gervasio (Potenza) è in corso una indagine della Procura che ha disposto l’arresto di un ispettore di polizia, messo ai domiciliari, indagato per maltrattamenti, mentre sono emersi casi di possibile concussione per la nomina “pilotata” degli avvocati di fiducia davanti al giudice della convalida. Anche in questo centro si sono sperimentate le procedure accelerate in frontiera per richiedenti asilo provenienti da paesi terzi sicuri, ed anche in questi casi alcuni richiedenti sono stati rimessi in libertà per la mancata convalida dei provvedimenti di trattenimento, come si è verificato a Catania, con riguardo ai casi decisi dai giudici Apostolico e Cupri.

Le tendenze della detenzione amministrativa in Italia confermano una sovrapposizione dei centri per richiedenti asilo (CPA o Hotspot) con i centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), anche perchè nei confronti di coloro che provengono da paesi terzi ritenuti sicuri, le prospettive di accoglimento delle domande di protezione sono minime. Mentre è altamente probabile il provvedimento di espulsione successivo al diniego e il conseguente decreto di trattenimento adottato dal questore, spesso in vista di un rimpatrio che- tutti sanno- non potrà mai verificarsi. Una situazione che alimenta uno stato di crescente disperazione nelle persone che ne sono vittima. Perchè ormai nei CPR sono di più le persone che si vedono negata una istanza di protezione, che le persone provenienti dal circuito carcerario.

Il Garante dei detenuti per la regione Sardegna, negli scorsi giorni, ha elencato una lunga serie di criticità relative al CPR di Macomer, in una lettera che ha rivolto al Presidente del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa. Le condizioni di trattenimento disumano all’interno dei CPR si verificano ormai in tutta Italia e in tutti i centri di detenzione amministrativa è diffusa la somministrazione di psicofarmaci.

In Sicilia, malgrado sia stato parzialmente distrutto dopo la protesta del 22 gennaio scorso, nel centro di detenzione “polifuzionale” (CPR ed Hotspot) di Milo, alla periferia di Trapani, da anni luogo di trattamenti disumani, rimangono ancora migranti e richiedenti asilo in stato di trattenimento. Il 7 febbraio scorso la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha ordinato il trasferimento, verso un’altra struttura, di una persona che era riuscita a rivolgersi ai giudici di Strasburgo, che hanno espressamente intimato al governo italiano “la modifica delle condizioni di accoglienza”. Una indicazione che dovrebbe valere per tutti i centri di detenzione amministrativa in Italia.

Nel CPR di Pian del Lago a Caltanissetta, dove dal 1998 al 2020 si sono verificati diversi decessi, numerosi migranti sono stati costretti a dormire all’addiaccio, in condizioni di grave fatiscenza di una struttura che da anni è segnalata come un luogo caratterizzato da un persistente degrado ambientale e da una mancanza cronica di assistenza sanitaria, che cancellano la dignità degli ospiti trattenuti nella struttura.

Abbiamo lasciato per ultimo in questo elenco di indegnità il CPR di Ponte Galeria a Roma, dove il 4 febbraio scorso Ousmane Sylla si è suicidato, dopo essere stato trasferito dal CPR di Trapani Milo, dove era stata accertata la sua inidoneità a permanere in una struttura detentiva. Ousmane avrebbe voluto tornare a casa, alla sua famiglia, come ha scritto in un messaggio tracciato sul muro della sua ultima cella, ma il governo italiano non è stato neppure capace di garantirgli un rimpatrio volonario, mentre con la Guinea non sono operativi accordi di riammissione. Ragione ulteriore che avrebbe dovuto impedire il suo trattenimento in un centro di detenzione. L’Italia non è stata capace di impedire che si togliesse la vita per la disperazione.

3. L’Italia non ha applicato quella parte della direttiva comunitaria sui rimpatri (2008/115/CE) che prevede che la detenzione amministrativa sia finalizzata esclusivamente all’esecuzione delle misure di rimpatrio, e che questa debba cessare non appena risulti evidente che il rimpatrio non è possibile. In base al Considerando 16 della Direttiva comunitaria 2008/115/CE sui rimpatri degli immigrati irregolari, malgrado il recepimento parziale da parte del legislatore italiano, e il susseguirsi di “decreti sicurezza” per inseguire il consenso elettorale,“il ricorso al trattenimento ai fini dell’allontanamento dovrebbe essere limitato e subordinato al principio di proporzionalità con riguardo ai mezzi impiegati e agli obiettivi perseguiti. Il trattenimento è giustificato soltanto per preparare il rimpatrio o effettuare l’allontanamento e se l’uso di misure meno coercitive è insufficiente”.

La normativa eurounitaria prevede (al Considerando 10 della Direttiva 2008/115/CE) che “Se non vi è motivo di ritenere che ciò possa compromettere la finalità della procedura di rimpatrio, si dovrebbe preferire il rimpatrio volontario al rimpatrio forzato e concedere un termine per la partenza volontaria. Si dovrebbe prevedere una proroga del periodo per la partenza volontaria allorché lo si ritenga necessario in ragione delle circostanze specifiche del caso individuale”.

Nel 2001 la Corte Costituzionale con la sentenza n.105. interveniva sulla legittimità della detenzione amministrativa dei cittadini stranieri e con riferimento ai CPTA ( Centri di permanenza temporanea e assistenza) enunciava un importante principio di diritto che nei tribunali, fino ad oggi almeno, non ha subito smentita. Ma che nella prassi viene ampiamente disatteso, quando le questure prolungano i tempi del trattenimento al di là delle convalide giurisdizionali o organizzano operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato, soprattutto verso la Tunisia, prima che alle persone interessate sia data la possibilità di fare valere i diritti di difesa previsti dalla legge. I Rapporti del Garante per le persone private della libertà personale confermano, come nelle carceri, il ricorso sistematico a prassi non rispettose della legge e della dignità delle persone trattenute nei centri di detenzione amministrativa.

Secondo la Corte Costituzionale, “Il trattenimento dello straniero presso i centri di permanenza temporanea e assistenza è misura incidente sulla libertà personale, che non può essere adottata al di fuori delle garanzie dell’articolo 13 della Costituzione. Si può forse dubitare se esso sia o meno da includere nelle misure restrittive tipiche espressamente menzionate dall’articolo 13; e tale dubbio può essere in parte alimentato dalla considerazione che il legislatore ha avuto cura di evitare, anche sul piano terminologico, l’identificazione con istituti familiari al diritto penale, assegnando al trattenimento anche finalità di assistenza e prevedendo per esso un regime diverso da quello penitenziario. Tuttavia, se si ha riguardo al suo contenuto, il trattenimento è quantomeno da ricondurre alle “altre restrizioni della libertà personale”, di cui pure si fa menzione nell’articolo 13 della Costituzione. Lo si evince dal comma 7 dell’articolo 14, secondo il quale il questore, avvalendosi della forza pubblica, adotta efficaci misure di vigilanza affinché lo straniero non si allontani indebitamente dal centro e provvede a ripristinare senza ritardo la misura ove questa venga violata.

Si determina dunque nel caso del trattenimento, anche quando questo non sia disgiunto da una finalità di assistenza, quella mortificazione della dignità dell’uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico all’altrui potere e che è indice sicuro dell’attinenza della misura alla sfera della libertà personale.

Né potrebbe dirsi che le garanzie dell’articolo 13 della Costituzione subiscano attenuazioni rispetto agli stranieri, in vista della tutela di altri beni costituzionalmente rilevanti. Per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia della immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani. Che un tale ordine di idee abbia ispirato la disciplina dell’istituto emerge del resto dallo stesso articolo 14 censurato, là dove, con evidente riecheggiamento della disciplina dell’articolo 13, terzo comma, della Costituzione, e della riserva di giurisdizione in esso contenuta, si prevede che il provvedimento di trattenimento dell’autorità di pubblica sicurezza deve essere comunicato entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e che, se questa non lo convalida nelle successive quarantotto ore, esso cessa di avere ogni effetto.

4. Già nel 2020 la situazione dei centri di detenzione amministrativa risultava sempre più critica, mentre diminuivano, anche per effetto della pandemia, i casi nei quali i paesi di origine garantivano collaborazione nelle operazioni di rimpatrio con accompagnamento forzato. Dal CPR di Torino ( via Brunelleschi) al CPR di Ponte Galeria a Roma, fino ai CPR siciliani di Trapani (Milo) e di Caltanissetta ( Pian del lago) non passava mese senza che si registrassero proteste. Da allora ad oggi la situazione nei centri italiani di detenzione amministrativa non è sostanzialmente cambiata e si è diffusa la detenzione informale nei centri hotspot e in altri luoghi a disposizione delle autorità di pubblica sicurezza.

Ancora nel 2022 il dossier curato dalla campagna LasciateCIEntrare: Dietro le mura. Abusi, violenze e diritti negati nei Cpr d’Italia, dimostrava come gli abusi denunciati da decenni costituissero ormai una prassi consolidata, malgrado i rapporti delle associazioni e le sentenze della magistratura italiana ed europea. Nello stesso anno veniva impedito a lungo l’ingresso delle associazioni nel CPR di Caltanissetta a Pian del Lago, ma successivamente, proprio in questa struttura, venivano accertate gravi violazioni nell’accesso al diritto di difesa, in materia sanitaria e anche con riguardo alle condizioni generali di trattenimento degli “ospiti”.

Una situazione di costante tensione che ha caratterizzato a lungo, nel corso degli anni il CPR di Caltanissetta, come del resto il CPR di Trapani in contrada Milo. Anche nel CPR di via Corelli a Milano si registrano da tempo trattamenti inumani e degradanti verso gli stranieri trattenuti in attesa di rimpatrio. In tutti i centri di detenzione amministrativa le convalide giursdizionali si sono ridotte spesso a pura formalità e le espulsioni rimangono a segnare il destino di persone che, se si fossero difese effettivamente, avrebbero potuto ottenere, o mantenere, uno status di soggiorno legale in Italia.

5, Il comma 3 dell’art.9 della legge n.50 del 2023 ha abrogato l’articolo 12, comma 2, del regolamento di attuazione del Testo Unico immigrazione (adottato con D.P.R. n. 394/1999), ai sensi del quale, nel caso in cui le autorità rifiutino la domanda di permesso di soggiorno, il questore, in occasione della notificazione del rifiuto, concedeva allo straniero un termine non superiore a quindici giorni lavorativi, per presentarsi al posto di polizia di frontiera indicato e lasciare volontariamente il territorio dello Stato. Con l’abrogazione della norma che prevedeva il termine di 15 giorni per il rimpatrio volontario, allo scopo di accelerare l’espulsione del cittadino straniero, si è significativamente ridotta la possibilità di rimpatrio volontario e di difesa da parte della persona che riceve un qualsiasi provvedimento di diniego di permesso di soggiorno. Si è verificata così una estensione dei casi di espulsione dal territorio nazionale con accompagnamento forzato, e dunque di detenzione amministrativa, in contrasto con il carattere residuale che tali espulsioni, e la stessa detenzione amministrativa, dovrebbero avere, in base alle Direttive dell’Unione europea in materia di rimpatri e di procedure per la protezione internazionale.

Stiamo assistendo da tempo ad una progressiva dilatazione dei poteri discrezionali delle autorità di polizia, e del ministero dell’interno, e dei suoi uffici periferici, ma non possiamo dimenticare i limiti posti gli interventi delle auorità statali quando sono in gioco i diritti fondamemtali della persona, che l’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione riconosce a qualunque persona, indipendentemente dal suo status giuridico, anche nei casi di ingresso o soggiorno irregolare, a maggior ragione nei casi di limitazione della libertà personale o di accesso alla procedura di protezione internazionale. In base all’art.2 del Testo Unico in materia di immigrazione n.286/98 “allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”. Sono questi diritti fondamentali che vengono sempre più compressi, se non negati del tutto, alle persone straniere ristrette nei centri di detenzione amministrativa, spesso in vista di un rimpatrio forzato che non si potrà mai eseguire.

Piuttosto che moltiplicare i centri di detenzione amministrativa o prolungare la durata del trattenimento, senza garantire maggiore efficacia ai rimpatri forzati ed un trattamento dignitoso alle persone da rimpatriare, si potrebbe seguire l’indirizzo della Direttiva dell’Unione europea sui rimpatri 2008/115/CE, introducendo forme di rimpatrio volontario con la eliminazione dei divieti di reingresso, fino a prendere atto della impossibilità di eseguire centinaia di migliaia di rimpatri con accompagnamento forzato, e dunque con trattenimento amministrativo, e procedere piuttosto, come in altri paesi europei, ad una regolarizzazione permanente per tutti coloro che non hanno gravi precedenti penali e che possano dimostrare una possibilità di lavoro regolare. Anche le condanne penali più lievi, ed a maggior ragione la mera presenza, o l’ingresso, irregolare nel teritorio nazionale, non dovrebbero risultare ostativi alla regolarizzazione.

6. Con la sentenza Richmond Yaw e altri c. Italia, pubblicata il 6 ottobre 2016, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 5 par. 1, lett. f e par. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, per il prolungamento arbitrario del trattenimento amministrativo all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria (Roma), e per il mancato riconoscimento del diritto alla riparazione del danno derivante dalla ingiustificata privazione della libertà personale. I giudici di Strasburgo hanno fornito una interpretazione dell’art. 5 della CEDU, che dovrebbe essere vincolante per le autorità italiane, ribadendo i limiti delle misure restrittive della libertà personale applicate su iniziativa delle autorità di polizia a carico degli immigrati irregolari e le garanzie correlate, anche nei casi di trattenimento amministrativo, in cui, in vista dell’allontanamento forzato del cittadino straniero, si proceda alla sua identificazione e quindi alla preparazione del rimpatrio.

Sempre più spesso, invece, si assiste alla violazione delle garanzie della libertà personale previste oltre che dalla Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo (art. 5) dalla Costituzione italiana, Secondo l’art. 13 della Costituzione italiana,” La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Secondo la stessa norma costituzionale “In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto”. In ogni caso “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Quanti sono i casi nei quali sono state punite violenze fisiche e psicologiche ai danni di persone trattenute all’interno dei centri di detenzione amministrativa in Italia? A fronte di pene sempre più severe nei confronti degli immigrati che protestano all’interno dei centri di detenzione amministrativa, non si rinvengono sentenze di condanna altrettanto pesanti nei confronti di chi ricorre alla violenza per “sanzionare” chi si ribella, e spesso anche chi non partecipa alle proteste, ma si limita a disobbedire a comandi impartiti dalla polizia, ammesso che sia in grado di comprenderne la portata.

7. Una sentenza del Tribunale civile di Palermo dell”11 giugno del 2008 (sentenza n.2976/08) ha riconosciuto la responsabilità dello stato per i danni morali e patrimoniali subiti da due immigrati sopravvissuti al rogo verificatosi al Vulpitta quasi nove anni prima, il 29 dicembre 1999. Secondo il Tribunale di Palermo, l”Amministrazione dell”interno “con l”internamento degli extracomunitari nei centri di permanenza temporanea assume l”obbligo giuridico di tutelare l”incolumità degli internati”. Quindi il Tribunale individuava “la sussistenza del delitto di lesioni colpose”, sia per la mancanza del sistema antincendio che per i ritardi nell”intervento degli agenti, giungendo ad ipotizzare “l”omessa vigilanza da parte degli agenti in servizio” e conseguentemente stabiliva il diritto al risarcimento da parte del ministero dell”interno ” di cui la prefettura è organo periferico”, in favore dei due superstiti del rogo, sia per il danno biologico e morale che per i danni derivanti dalle conseguenti invalidità. Per ciascuno dei superstiti veniva stabilito a titolo di provvisionale un risarcimento danni complessivo per oltre 110.000 euro. Sarebbe tempo, ancora oggi, che queste azioni risarcitorie si estendessero a tutti i casi di abusi psico-fisici subiti dai migranti trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, anche perchè le conseguenti responsabilità contabili, più che il timore di una possibile sanzione penale, potrebbero funzionare come deterrente per contrastare violenze che ormai possono definirsi “di sistema”. Queste azioni civili potrebbero essere esperite anche dai parenti delle vittime, e dai paesi di origine, tramite un mandato ad un avvocato abilitato davanti ai Tribunali italiani. L’onere della prova in capo ai ricorrenti potrebbe essere supportato dalla documentazione raccolta, oltre che dagli avvocati, da parlamentari e dalle associazioni indipendenti durante le visite e gli accessi ispettivi che devono riprendere con cadenza continuativa.

Può essere fonte di risarcimento dei danni anche il trattenimento in un centro di detenzione amministrativa senza titolo, o per un periodo eccedente i termini di convalida dell’autorità giudiziaria. A tale riguardo la giurisprudenza ricorda che “in particolare, come chiarito da Cass. Civ. 18748/2015, il trattenimento dello straniero, che non possa essere allontanato coattivamente contestualmente all’espulsione, costituisce una misura di privazione della libertà personale, legittimamente realizzabile soltanto in presenza delle condizioni giustificative previste dalla legge e secondo una modulazione dei tempi rigidamente predeterminata; ne consegue che, in virtù del rango costituzionale e della natura inviolabile del diritto inciso, la cui conformazione e concreta limitazione è garantita dalla riserva assoluta di legge prevista dall’art. 13 cost., l’autorità amministrativa è priva di qualsiasi potere discrezionale e negli stessi limiti opera anche il controllo giurisdizionale. In un caso di trattenimento illegittimo per annullamento del decreto di espulsione”….e quindi “deve ravvisarsi la colpa in re ipsa dell’Amministrazione e non sono necessarie ulteriori indagini, per accertare la cd colpa qualificata della p.a. ai sensi dell’art. 2043 c.c.
Tale orientamento trova inoltre conforto nella giurisprudenza di legittimità, la quale ha riconosciuto l’interesse giuridicamente rilevante all’accertamento del- la legittimità o illegittimità del provvedimento di convalida del trattenimento nel CIE-anche dopo la definitiva cessazione della sua efficacia-proprio al fine di spendere tale accertamento nell’eventuale giudizio risarcitorio ( Cfr Cass. civ. n° 17407/14, n° 27692/18, n° 13990/18)”.

Se le attività di indagine delle commissioni parlamentari di inchiesta e della magistratura non arrivano ad impedire il reiterarsi di provvedimenti illegittimi e di prassi violente all’interno dei centri di detenzione italiani, che adesso si vorrebbero esternalizzare in Albania, rimane la possibilità di una ondata di azioni risarcitorie contro il ministero dell’interno e di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, che pure potrebbe adottare condanne a titolo di risarcimento danni. Per la “riparazione patrimoniale”, almeno, delle violazioni di legge e di tutti quegli abusi e di quelle violenze che sono sempre più evidenti, ma che dilagano in tutta Italia per il diffuso senso di impunità che li circonda e per la valenza elettorale che può avere la stignatizzazione degli immigrati “violenti” rinchiusi nei centri di detenzione. Per promuovere queste azioni davanti ai giudici civili occorre abbattere le barriere che circondano sul piano informativo i centri di detenzione e gli “ospiti” che vi sono rinchiusi, sempre più spesso privati della possibilità di comunicare con l’esterno, per il sequestro dei telefoni cellulari.

Occorre intensificare le visite nei CPR del Garante nazionale per le persone private della libertà personale e restituire alle organizzazioni non governative, ed alle campagne come LasciateCientrare, la possibilità di svolgere attività di monitoraggio periodico per verificare che i diritti fondamentali delle persone trattenute non siano indebitamente negati, e che i rapporti di appalto, e le relative forniture di beni e servizi, siano conformi alle prescrizioni di legge ed ai capitolati predisposti dal ministero dell’interno. Le visite non possono essere riservate solo ai parlamentari. Va ricostruita una rete diffusa di associazioni sui territori che possa verificare la legittimità delle misure di trattenimento amministrativo, l’attuazione effettiva dei diritti di informazione e di difesa ed il rispetto delle garanzie procedurali accordate agli “ospiti” dei CPR.

Sono giorni, mesi e anni in cui la soglia di percezione del dolore inflitto a chi viene privato non solo della libertà personale ma della dignità e della propria stessa identità di essere umano e talmente salita, con lo scoppio di sanguinosi conflitti regionali, da rendere indifferente la maggior parte dell’opinione pubblica che assiste quotidianamente a violazioni sempre più gravi dei diritti umani, senza reagire. Ma il rispetto delle regole di legalità e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali, è un pilone su cui si basano le democrazie europee. Che vanno protette anche in tempi di guerra.

Si tratta di verificare la conformità delle prassi applicate nella gestione dei CPR e nel trattenimento dei cittadini stranieri, rispetto alle garanzie costituzionali (in particolare gli articoli 13, 24 e 32 Cost.) accordate a qualunque persona straniera presente in Italia, anche se si trova in condizione irregolare, come prescrive l’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione n.286/1998. Se si vuole ragionare veramente sui temi della sicurezza e della legalità non si può pensare di continuare a gestire le misure di allontanamento forzato attraverso strutture detentive che si sono dimostrate criminogene e del tutto prive della finalità che si voleva attribuire loro, quella di allontanare il maggior numero di immigrati irregolari e dare maggiore “sicurezza” alle persone. Come è confermato dal fallimento di tutti i piani che prevedevano una moltiplicazione dei centri di detenzione amministrativa, dal piano Minniti-Orlando del 2017 al piano Meloni dello scorso anno. La sicurezza, come il principio di legalità ed il rispetto dello Stato di diritto non sono entità astratte e allo stesso tempo divisibili, come se le persone non fossero tutte uguali rispetto al riconoscimento dei diritti fondamentali. O la sicurezza vale per tutti coloro che a diverso titolo di soggiorno si trovano su un territorio, o non se ne potrà garantire una qualsiasi parte ad un gruppo, anche maggioritario, e negarla invece ad altri.