Prosegue il processo Salvini/Open Arms a Palermo. Discrezionalità politica contro obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro.

di Fulvio Vassallo Paleologo

AGGIORNATO AL 20 GENNAIO 2024

1. Una mossa a sorpresa di Matteo Salvini : i richiami al caso Gregoretti e le diverse scelte politiche e amministrative

L’ennesima udienza del processo nei confronti di Matteo Salvini per il caso Open Arms, venerdì 12 gennaio, a Palermo, con l’audizione dell’imputato, interamente registrata da Radio Radicale, è stata caratterizzata da una lunga “dichiarazione spontanea” dell’attuale ministro delle infrastrutture, al Viminale al tempo dei fatti, che, prima dell’esame da parte della procura ha voluto puntualizzare i principali elementi su cui basa la sua difesa, peraltro già emersi nel corso del procedimento. Le dichiarazioni dell’ex ministro dell’interno, e le successive risposte fornite alla Procura ed alle parti civili sono rimaste sul terreno delle argomentazioni politiche di cui si era già avvalso in passato, senza entrare nel merito dei fatti puntualmente contestati dalla stessa procura ed in precedenza dal Tribunale dei ministri di Palermo che chiedeva nei suoi confronti l’autorizzazione a procedere. In proposito il ministro ha richiamato la precedente archiviazione disposta dal Tribunale di Catania sul caso Gregoretti, come se le argomentazioni utilizzate in quella occasione dai giudici catanesi fossero utilizzabili anche per destituire di fondamento le accuse a suo carico, per sequestro di persona e rifiuto di atti di ufficio, nel procedimento penale ancora in corso a Palermo. Eppure lo stesso Tribunale dei ministri di Palermo aveva rilevato la disciplina specifica che in virtù del Decreto sicurezza bis n.53/2019, fortemente voluto proprio da Salvini, caratterizzava i soccorsi e lo sbarco da navi civili, e non da navi militari, come la Gregoretti, rispetto alle attività di salvataggio ed all’assegnazione di un POS (porto sicuro di sbarco) qualora siano operate da queste navi civili, ed in particolare da navi delle Organizzazioni non governative. Come ricorda il Tribunale dei ministri di Palermo, secondo il comma 1-ter all’art. 11 del D. Lgs. n. 286/1998, vigente al tempo dei fatti oggetto del processo di Palermo, e non applicabile alle navi militari, “Il Ministro dell’Interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nell’esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, paragrafo 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Il provvedimento è adottato di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il Presidente del Consiglio dei Ministri.” Secondo l’art. 19 par. 2 lett. g) della Convenzione UNCLOS del 1982 “Il passaggio di una nave straniera è considerato pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero se, nel mare territoriale, la nave è impegnata in una qualsiasi delle seguenti attività:…..g) il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”. Il potere del ministro dell’interno di vietare l’ingresso di una nave nelle acque territoriali (norma oggi abrogata) non è tuttavia assoluto o meramente discrezionale, e neppure utilizzabile per esercitare pressione politica su altri paesi, in vista di una successiva redistribuzione in altri Stati membri dell’Unione europea.

In ogni caso, secondo quanto ricostruito dal Tribunale dei ministri di Palermo, “La citata previsione, espressione del principio di sovranità che si traduce anche nella libertà degli stati di regolare i flussi di ingresso nel proprio territorio nazionale, deve leggersi congiuntamente a quanto dettato dal precedente art. 18 della medesima convenzione, che definisce il concetto di “passaggio inoffensivo” di una nave nel mare territoriale, precisando che, pur dovendo essere, di norma, “continuo e rapido”, esso “consente tuttavia la fermata e l’ancoraggio, ma soltanto se questi costituiscono eventi ordinari di navigazione o sono resi necessari da forza maggiore o da condizioni di difficoltà, oppure sono finalizzati a prestare soccorso a persone, navi o aeromobili
in pericolo”. La lettura congiunta di tali norme (artt. 18 e 19 Conv. cit.) – che, si ripete, obbligano lo Stato italiano ex art. 117 Cost. – chiarisce, pertanto, che la potestà degli Stati di limitare l’ingresso di stranieri all’interno dei propri confini – e di qualificare, per tale verso, il passaggio delle navi che essi trasportano quale passaggio “non inoffensivo” – subisce il limite rappresentato dall’obbligo di fornire soccorso alle navi in difficoltà ed ai naufraghi da esse tratti in salvo. Interpretato in tal senso, l’unico costituzionalmente consentito, l’art. 11 comma 1-ter del D. Lgs. n. 286/1998 non può, dunque, consentire il divieto di ingresso di una nave che chieda di poter sbarcare naufraghi soccorsi in mare; tale situazione configura, infatti, un’ipotesi di “passaggio inoffensivo” ex art. 18 Convenzione UNCLOS, e non già quella contemplata dall’art. 19 lett. g) che deve riferirsi ai soli casi di immigrazione illegale non connessi ad una operazione di soccorso in mare.
(pp.36 e 37)

Si tratta di disposizioni che non si rivolgono evidentemente a navi militari che battono bandiera italiana, e dunque la vicenda della nave Gregoretti sulla quale venivano trattenuti i naufraghi in attesa che le autorità europee concordassero il loro trasferimento verso altri Stati membri, non è neppure lontanamente assimilabile al divieto di ingresso nelle acque territoriali, e poi al divieto di sbarco inflitti alla Open Arms, che secondo gli atti ufficiali emersi nel corso del procedimento veniva considerata dal Viminale come territorio straniero, in quanto batteva bandiera spagnola, a differenza della nave militare Gregoretti che andava considerata territorio italiano già quando si trovava in acque internazionali. Il blocco dei migranti nel porto di Augusta (Siracusa) dopo essere stati salvati la notte del 25 luglio 2019 da un peschereccio che aveva soccorso 50 migranti a bordo di un gommone, poi avvicinato da un pattugliatore della Finanza che ne recuperava altri 91, successivamente trasbordati sulla nave della Guardia Costiera “Gregoretti”, non era dunque assimilabile al blocco dei migranti soccorsi dalla Open Arms a partire dai primi di agosto di quello stesso anno. Anche perchè in quel caso si era trattato di una “decisione collegiale del governo”, e dopo soli cinque giorni di estenuanti trattative, il 31 luglio 2019, Irlanda, Francia, Germania, Portogallo, Lussemburgo e la Conferenza episcopale italiana davano la propria disponibilità ad accogliere i migranti. Ottenuto l’obiettivo perseguito dal governo, nel pomeriggio di quello stesso giorno, dal Viminale, veniva autorizzato lo sbarco. Non c’era stato uno specifico decreto a firma del ministro che vietava preventivamente l’ingresso nelle acque territoriali, e poi un rifiuto nella assegnazione di un POS (porto sicuro di sbarco), nè era intervenuta la magistratura per consentire – con un sequestro preventivo della nave – lo sbarco dei naufraghi.. Come si verificava invece nel caso Open Arms, dopo il decreto interministeriale, del primo agosto 2019, poi sospeso dal TAR Lazio con ordinanza del 14 agosto 2019. Ed è da questa data che andrebbero verificate le responsabilità contestate a Salvini, sulla base di fonti normative e circostanze di fatto che nulla hanno in comune con la vicenda dei ritardi nello sbarco dei naufaghi soccorsi dalla nave militare Gregoreti. Mentre appare del tutto estraneo all’accertamento demandato al Tribunale penale di Palermo il continuo richiamo da parte di Salvini al caso Gregoretti ed alle ragioni politiche che, a differenza del caso Diciotti, pure altrettanto grave per il divieto di sbarco adottato dal ministro, avevano spinto il partito del Presidente del Consiglio Conte, in piena crisi di governo, a votare nel caso Open Arms a favore dell’autorizzazione a procedere. In realtà dalle argomentazioni utilizzate sembra che nell’ultima udienza del processo di Palermo Salvini si sia difeso con le sue dichiarazioni “politiche” come se si trovasse in una aula parlamentare e non davanti ad un Tribunale. Tanto che alla fine della sua lunga deposizione, la difesa non gli ha posto alcuna domanda e Salvini ha lasciato in fretta l’aula bunker dell’Ucciardone, senza rilasciare altre dichiarazioni.

2. Lo sbarco dei naufraghi ed i presunti rischi per la sicurezza

Si è paventato ancora una volta il rischio della presenza di terroristi a bordo della nave, pur escludendosi che ve ne fossero davvero Così l’ex ministro dell’interno: “Io tutelavo la sicurezza nazionale come dimostra il fatto che almeno tre episodi delittuosi in Francia, Germania e Belgio sono imputabili a persone sbarcate a Lampedusa”. “Al contrario di quel che sostiene qualcuno l’allarme terrorismo c’era. Quindi la particolare attenzione all’immigrazione irregolare era un obiettivo giusto”. Alcune fonti giornalistiche riportano invece dichiarazioni contrastanti, escludendo il pericolo “terrorismo” a bordo della Open Arms, ma come su altri punti la lunga dichiarazione spontanea di Salvini è stata piena di elementi dubbi (non ricordo) o contraddittori. Secondo quanto riportato nella richiesta di auorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Palermo, il Prefetto Emanuela Garroni, allora componente del gabinetto del ministro dell’interno, precisava (p-76) come la posizione del Ministero si fondasse su un “analisi generale del fenomeno dell’immigrazione clandestina piuttosto che su approfondimenti istruttori relativi al singolo episodio, in merito all’eventuale concreto pericolo per la sicurezza pubblica rappresentato dai migranti di volta in volta soccorsi”. Appare ancora oggi sconcertante la completa assimilazione delle attività di soccorso ad eventi di immigrazione clandestina, ed al’interno di questa generalizzazione l’emersione di un presunto pericolo terrorismo, sulla scorta di pochi episodi verificati dopo molto tempo dallo sbarco in Italia ed in contesti che nulla avevano in comune con le attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali operate dalle navi del soccorso civile.

3. I sospetti sul comandante della nave e la criminalizzazione delle attività di rivcerca e salvataggio.

L’ex ministro dell’interno ha quindi aggiunto :“avemmo un sospetto legato all’immigrazione clandestina perché sul comandante dell’imbarcazione, Marc Reig Creus, pendeva una richiesta di rinvio a giudizio”. Secondo quanto riferisce il quotidiano Libero Salvini avrebbe chiamato in causa l’attuale ministro dell’interno Piantedosi: “fu il capo di gabinetto Piantedosi a dirmi della presenza della Ong in mare: la storia precedente ci diceva che avrebbero provato a dirigersi in Italia, ebbi un sospetto che si trattasse di un caso di immigrazione clandestina perché l’allora comandante era stato rinviato a giudizio per il suddetto reato, cosa che mi fu comunicata prima di emanare il divieto d’ingresso. Il passaggio della nave nonostante il divieto è stato valutato come un’offesa verso l’Italia“. Un procedimento penale che poi, come tanti altri intentati contro le ONG, sarebbe stato archiviato. Salvini ha anche accennato ad un comportamento sospetto della Open Arms che sarebbe transitata nella zona SAR di competenza libica, e poi in quella maltese, a “bighellonare”, come affermavano i maltesi, secondo una rotta che si supponeva preordinata ad incontrare barconi carichi di migranti salpati dalla Libia. Ma su questo non ha citato neppure un atto di indagine, limitandosi ad un linguaggio allusivo.

Si deve invece escludere qualsiasi intento elusivo del comandante e dell’equipaggio della Open Arms che, secondo quanto ha fatto intendere l’ex ministro dell’interno, avrebbero tentato in sostanza di agevolare l’ingresso irregolare di migranti nel territorio italiano. I soccorsi in alto mare non sono atti discrezionali ma costituiscono comportamenti dovuti e in ogni caso la navigazione in acque internazionali con naufraghi a bordo non è censurabile da un ministro dell’interno che vieta lo sbarco rifiutando l’assegnazione di un POS, come se si trattasse di un evento di immigrazione clandestina. A meno che la magistratura o le autorità inquirenti non accertino la natura illecita del comportamento del comandante della nave, cosa che, per quanto tentata più volte dagli organi di poilizia, e da qualche procura della Repubblica, non ha mai trovato riscontro in una sola sentenza emessa da un giudice italiano nei confronti di una ONG. Salvini adombra così una presunta natura illecita del comportamento del comandante della nave che nessuno ha mai contestato sul piano giudiziario per escludere responsabilità in ordine alla mancata assegnazione di un POS (Place of safety) ed al divieto di ingresso nel porto di Lampedusa. Il Protocollo addizionale alla Convenzione ONU di Palermo del 2000 contro la crimianlità transnazionale, all’art. 19 chiarisce però che ” 1.Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati ed individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo Status di Rifugiati e il principio del non allontanamento. 2. Le misure di cui al presente Protocollo sono interpretate ed applicate in modo non discriminatorio per le persone che sono oggetto delle condotte di cui all’art. 6 del presente Protocollo. L’interpretazione e l’applicazione di tali misure è coerente con il principio internazionalmente riconosciuto di non discriminazione”. Le esigenze di contrastare l’immigrazione irregolare non possono dunque prevalere sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone e sul rispetto effettivo degli obblighi di soccorso e di sbarco sanciti dal Diritto internazionale del mare. L’adempimento degli obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro non possono essere elusi in base alla condizione giuridica dei naufraghi, magari ritenuti tutti generalmente “pericolosi”, o “irregolari”, senza una valutazione individuale delle singole persone.

Secondo l’UNHCR, «il soccorso in mare è una tradizione secolare e un obbligo che non si esaurisce tirandole persone fuori dall’acqua. Un salvataggio può essere considerato completo una volta che i passeggeri hanno raggiunto la terraferma in un porto sicuro». Come afferma l’UNHCR, nel determinare se gli obblighi di uno Stato sui diritti umani sussistono nei confronti di una determinata persona, il criterio decisivo non è se quella persona si trovi sul territorio nazionale di quello Stato, o all’interno di un territorio che sia de jure sotto il controllo sovrano dello Stato, quanto piuttosto se egli o ella sia o meno soggetto all’effettiva autorità di quello Stato. Nei suoi documenti ” l’UNHCR chiede nuovi sforzi per limitare la perdita di vite in mare, tra cui il ritorno delle navi di ricerca e soccorso degli Stati Membri dell’UE. Le restrizioni legali e logistiche alle operazioni di ricerca e soccorso delle ONG, sia in mare che per via aerea, devono essere eliminate. Gli Stati costieri dovrebbero facilitare, non ostacolare, gli sforzi volontari per evitare le morti in mare”.

4. La forzatura nella distinzione tra eventi migratori irregolari ed eventi di soccorso (SAR).

Salvini continua comunque a parlare di “eventi migratori”, iregolari o illegali, termini spesso presupposti e neppure esplicitati, anche di fronte all’evidenza documentale di una situazione di pericolo imminente (distress) durante i salvataggi operati dalla Open Arms a partire da giorno 1 agosto 2019. Ma non si posono qualificare come meri “eventi migratori” attività di ricerca e salvataggio (SAR) che sono obbligatorie per i comandanti delle navi e per le centrali (MRCC) di coordinamento dei soccorsi che, anche al di fuori dell’area di propria competenza, devono assumere in carico qualunque chiamata di soccorso che ricevono, sulla base degli obblighi di coordinamento e di intervento fissati dalle Convenzioni internazionali. Il ricorso alla categoria degli “eventi migratori” per escludere qualsiasi obbligo a carico degli Stati costieri di attivare immediatamente una operazione di ricerca e salvataggio, limitandosi al tracciamento della rotta (cd. ombreggiamento) delle imbarcazioni sospettate di trasportare migranti irregolari verso le coste italiane, è ancora oggi all’origine di stragi che hanno un mumero sempre più elevato di vittime. Con riferimento alla vicenda del divieto di ingresso nelle acque territoriali, e poi al rifiuto nella concessione di un POS alla nave Open Arms, nell’agosto del 2019, si deve rilevare come malgrado fosse acclarato fin dal principio che i naufraghi fossero stati soccorsi in acque internazionali, libiche e maltesi, in condizioni di distress, il ministro Salvini continuasse a vietare lo sbarco, sulla base della erronea qualificazione del soccorso come evento migratorio illegale e dunque in contrasto persino con la normativa italiana, il decreto sicurezza bis n.53 del 2019, introdotta proprio poche settimane prima della vicenda Open Arms, che prevedeva una elevata discrezionalità del ministro nel vietare l’ingresso nelle acque territoriali e lo sbarco, ma “ nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Itali”, e dunque delle Convenzioni internazionali e della normativa cogente dell’Unione europea.

Il Tribunale dei ministri di Palermo osservava in proposito come, ” la preventiva e generalizzata qualificazione di un evento di salvataggio – sulla scorta dell’impostazione delineata dalla direttiva citata – in termini di fenomeno di immigrazione clandestina segnasse, inequivocabilmente, la sorte dell’eventuale richiesta di POS avanzata dalla nave
soccorritrice e inoltrata al Gabinetto del Ministro; alla stessa, infatti, dopo l’entrata in vigore del decreto legge nr. 53 del 2019, avrebbe fatto seguito, in modo pressoché automatico, secondo le cennate direttive ministeriali, l’adozione del divieto di ingresso e transito nel mare territoriale, provvedimento che equivaleva, nei fatti, ad una sorta di veto del Ministro all’accoglimento della domanda di POS”.

Si deve dunque ritenere quanto affermato nel 2020, con dovizia di motivazioni, dal Tribunale dei ministri di Palermo, riguardo alla prassi di considerare gli eventi di soccorso come “eventi migratori illegali”, e infatti, ” l’art. 11 comma 1-ter, neppure può consentire che, mediante il decreto interdittivo in esso previsto, vengano realizzati respingimenti collettivi, ovvero una misura che “possa produrre l’effetto di rinviare un richiedente asilo o un rifugiato verso le frontiere di un territorio in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate e in cui rischierebbe una persecuzione. Ciò include il rigetto alle frontiere, l’intercettazione e il respingimento indiretto, che si tratti di un individuo in cerca di asilo o di un afflusso massiccio” (v. sentenza CEDU del 23.2.2012 nel caso Hirsi Jamaa ed altri v. Italia); i predetti respingimenti sono, infatti, vietati dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, ratificata dall’Italia, che ha codificato “un principio di diritto internazionale consuetudinario che vincola tutti gli Stati, compresi quelli che non sono parti alla Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati o a qualsiasi altro trattato di protezione dei rifugiati. E’ inoltre una norma di jus cogens: non subisce alcuna deroga ed è imperativa, in quanto non può essere oggetto di alcuna riserva” (v. sentenza della CEDU cit.), nonché dall’art. 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e dall’art. 4 Protocollo Addizionale n. 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali. Come osserva il Tribunale dei ministri di Palermo nella richiesta di autorizzazione a procedere (p. 38) ” tra i “provvedimenti di competenza” del Ministero dell’Interno, menzionati dalle linee guida del tavolo tecnico del 12.2.2019, in caso di richiesta di POS inoltrata per effetto di soccorsi in mare effettuati da navi battenti bandiera straniera, senza il coordinamento dell’Autorità SAR italiana, non può mai essere inclusa l’adozione del divieto di ingresso previsto dall’art. 11 comma 1-ter del D. Lgs. N. 286/1998, come introdotto dal D.L. n. 53/2019, non ricorrendo l’ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19 par. 2 lett. g) della Convenzione UNCLOS del 1982″.

5. Efficacia delle attività di contrasto dell’immigrazione irregolare e “calo delle vittime”.

Appare poi arbitraria l’affermazione dell’ex ministro dell’interno, sulla quale stanno impostando la comunicazione i media vicini al governo, secondo cui “a differenza di quanto avvenuto dopo”, durante a gestione degli sbarchi di Salvini al Viminale “non ci fu alcun episodio luttuoso” (ANSA). Nel 2018 è vero che il numero delle persone soccorse in alto mare era fortemente diminuito, come gli arrivi, in calo dal mese di luglio del 2017, dopo il Memorandum di intesa (MoU) Gentiloni con i libici, ed Codice di condotta Minniti, ma è anche vero che mai in precedenza il numero delle vittime, in rapporto alle persone soccorse era stato tanto alto. Sulla rotta tra Libia e Italia, nel corso del 2019 sarebbe morto un migrante su 33 rispetto al rapporto di uno a 51 del 2017 e di uno a 35 nel 2018, secondo quanto calcolato da ricercatori dell’OIM (Organizzazione internazionale delle migrazioni). Una affermazione, quella di Salvini, sul numero delle vittime durante il suo mandato come ministro dell’interno, che si può facilmente smentire, purtroppo, ma che non ha alcun nesso diretto con i fatti oggetto di accertamento nel processo di Palermo.

Quali che siano i meriti (o i demeriti) politici del ministro, la conta delle vittime, che avrebbe potuto documentare meglio, non incide sull’accertamento dei fatti oggetto del processo penale, e neppure sull’accertamento dei profili soggettivi su cui si dovrà pronunciare il Tribunale di Palermo. In ordine ai profili soggettivi, che non approfondiremo in questa sede, il Tribunale dei ministri di Palermo osservava (p.97) come “nella vicenda in esame, il Ministro dell’Interno era pienamente consapevole di come il proprio rifiuto di concedere alla Open Arms un POS sulle coste italiane incidesse, comprimendoli, sugli interessi e i diritti fondamentali delle persone soccorse. Sotto tale profilo vale la pena di ricordare come le autorità ministeriali coinvolte erano perfettamente a conoscenza e non hanno
mai posto in dubbio che all’origine della intera vicenda vi fossero episodi di soccorso in mare di persone in situazione di difficoltà, tanto che lo stesso decreto interministeriale del 1° agosto 2019 assume tale dato di fatto tra le sue premesse, affermando che si era avuto un soccorso di natante “in distress” (e, significativamente, questo passaggio è evidenziato anche dal provvedimento del TAR del Lazio che ha consentito l’ingresso della nave in acque territoriali italiane). Inoltre, la presenza a bordo di minori, di soggetti che intendevano avanzare richiesta di asilo e, più in generale, il progressivo peggioramento delle condizioni psicofisiche delle persone trasportate erano circostanze puntualmente portate, in tempo reale, a conoscenza del Ministro, per il tramite di I.M.R.C.C. che trasmetteva ogni notizia all’Ufficio di Gabinetto (oltre che tramite NC
C)”.

Il Tribunale dei Ministri di Palermo richiama in particolare (p.82) l’interlocuzione telefonica intercorsa il 14.8.2019 tra il Capo di Gabinetto, Prefetto Matteo PIANTEDOSI, e l’Ammiraglio Ispettore Nunzio Martello, Capo del I° Reparto “Personale” del Comando Generale delle Capitanerie di Porto che, in assenza del C.A. Liardo, lo aveva sostituito quel giorno nelle funzioni di capo del III° Reparto e, in tale veste, aveva curato i
rapporti con il Gabinetto del Ministro dell’Interno “.
Nella richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Salvini si legge ancora : in particolare, premesso di aver autorizzato la notte del 14 agosto, in considerazione delle condizioni meteorologiche avverse, il ridosso a Lampedusa dell’imbarcazione Open Arms, essendo invece rimaste
inesitate le richieste di POS reiteratamente avanzate dal comandante, l’Ammiraglio ha riferito di aver avuto nell’occasione contatti diretti con il Capo di Gabinetto del Ministro, al quale aveva comunicato “che l’unico ridosso possibile, considerate le avverse condizioni meteo- marine, sarebbe stato Lampedusa”, aggiungendo come a suo avviso fosse “necessario assegnare un POS alla nave, suggerendo Lampedusa”. In risposta a tale considerazione, il Capo di Gabinetto gli aveva dunque comunicato “che il POS a Lampedusa non sarebbe stato concesso” (il dichiarante ha precisato di non essere in grado di chiarire se tale rifiuto di indicazione di POS, le cui ragioni non gli vennero in quel frangente esplicitate, fosse riconducibile al Ministro dell’Interno, avendo egli interloquito con il solo PIANTEDOSI) suggerendogli, piuttosto, di “inviare la nave a Trapani o a Taranto, senza – peraltro – che tali località venissero indicate come POS”. L’Ammiraglio Martello rappresentò a quel punto che “non avrebbe autorizzato il movimento della nave verso tali porti, in assenza di indicazioni formali circa l’assegnazione in capo a tali porti quali POS.”; lo stesso ha altresì aggiunto, in sede di sommarie informazioni rese al Collegio: “La mia priorità è stata quella di autorizzare il ridosso a Lampedusa, per garantire la sicurezza delle vite umane. L’arrivo della nave presso i porti di Trapani o Taranto, senza indicazione di tali porti
come POS, non avrebbe comunque consentito lo sbarco dei migranti. Ribadisco con forza che in quelle condizioni meteo non avrei mai
autorizzato la nave ad allontanarsi da Lampedusa
“.

6. Un sommergibile misterioso sulla scena dei soccorsi, chi ne era a conscenza, come è diventato una prova in mano alla difesa ?

Nel caso dei soccorsi operati dalla Open Arms nell’agosto del 2019, Salvini ignora o finge di ignorare la presenza sulla scena di un sommergibile italiano che monitorava la nave civile,che neppure il ministro della difesa pro-tempore Trenta ha ammesso di ricordare. A marzo dello scorso anno, chiamato dalla difesa di Salvini, Stefano Oliva, capitano di Corvetta della Marina militare, rilasciava una dichiarazione ripresa dai giornali : “Tutte le informazioni che il sommergibile raccoglie vengono inviate esclusivamente alla centrale operativa sommergibili di Roma. Ci siamo imbattuti casualmente nell’Open Arms. Nelle 17 ore di monitoraggio abbiamo seguito la barca per 50 miglia. L’abbiamo seguita quando ha cambiato rotta e ha aumentato la velocità. Loro erano più veloci, tanto che siamo arrivati sul luogo del soccorso quando erano già iniziate le operazioni di trasbordo”. Il “Venuti” in servizio di pattugliamento non intervenne ma riprese con il periscopio e il sonar la prima delle operazioni di soccorso da parte dell’Open Arms. A causa del mancato intervento del sommergibile è stato presentato dai legali della omonima ONG un esposto alla Procura di Roma e alla Procura militare per omissione di atti d’ufficio e di soccorso. 

Come è stato possibile che una informativa tanto importante, anche per le implicazioni politiche del caso, fosse tenuta nascosta sia al ministro dell’interno che a mimistro della difesa ? Nell’udienza nella quale ha deposto lo scorso anno, il Prefetto Mancini, direttore del Servizio Immigrazione del ministero dell’Interno, ha raccontato quando al Viminale con “pass ViP” fecero ingresso alcuni ufficiali della Marina Militare italiana con il filmato del sommergibile. “La visita degli ufficiali fu preceduta da una telefonata dello Stato Maggiore CincNav della Marina. Gli ufficiali portarono il filmato del sottomarino, fu una cortesia istituzionale, del filmato del sommergibile ne facemmo una ‘nota informativa’ poi distribuita a tutte le procure della Sicilia”. Ma la Procura di Palermo ha duramente smentito in udienza di essere in possesso o a conoscenza del filmato.

Si tratta dell’ennesimo tentativo per dimostrare la legittimità dei divieti di ingresso nelle acque territoriali, e quindi di sbarco a Lampedusa, imposti alla Open Arms dal ministro Salvini, ma anche quando il divieto di ingresso nelle acque territoriali fosse stato legittimo, la decisione del TAR Lazio del 14 agosto 2019 ne sospendeva comunque tutti gli effetti, ed una volta che la Open Arms era entrata nelle acque territoriali trovando ridosso dal maltempo di fronte al porto di Lampedusa, su indicazione della Guardia costiera italiana, era obbligo del Viminale assegnare alla nave umanitaria un POS, alla luce delle condizioni meteo e dell’impossibilità per questa stessa nave, con il suo carico di naufraghi, giù duramente provati da settimane di permanenza a bordo, oltre che dalle condizioni nelle quali erano stati trattenuti in Libia,di raggiungere un porto più lontano a nord di Lampedusa.

Le osservazioni visive sulla galleggiabilità e sulle condizioni dei barconi sui quali si trovavano ammassate le persone migranti in fuga dalla Libia, che si sono ricavati dai frammentari video trasmessi dal sommergibile che si trovava a quota periscopio senza intervenire in alcun modo nelle attività di soccorso, non assumono rilievo di fronte ai criteri contenuti nelle Convenzioni internazionali e nel Regolamento europeo Frontex n.656 del 2014, secondo cui una imbarcazione si deve considerare comunque in distress se si trova in alto mare, sovraccarica, priva di strumenti di navigazione, di attrezzature efficienti, e soprattutto di mezzi individuali di salvataggio.

Si spera che nelle prosime udienze si chiarisca almeno chi ha tirato fuori il filmato dei primi soccorsi in acque internazionali girato dal sommergibile italiano, spuntato durante l’audizione di Mancini. Magari, con la prossima audizione dell’attuale ministro dell’interno Piantedosi, nel 2019 capo di gabinetto di Salvini al Viminale, prevista per il 16 febbraio, si riuscirà a chiarire questo aspetto oscuro della vicenda sulla quale, dopo la ex ministro della difesa Trenta, anche Salvini ha dichiarato, nell’udienza del 12 gennaio scorso, di non avere saputo nulla.

7. Sulla legittimità dei divieto di ingresso nelle acque territoriali e sul rifiuto di assegnazione di un porto di sbarco sicuro (POS)

Le contestazioni principali emerse nel processo di Palermo nei confronti di Matteo Salvini riguardano la legittimità dei divieti di ingresso nelle acque territoriali e dei conseguenti divieti di sbarco, a cui seguiva una prolungata permanenza dei naufraghi a bordo della Open Arms ormai all’interno delle acque territoriali italiane. Si tratta di una materia continuamente modificata dal legislatore, che è già stata affrontata dalla giurisprudenza in casi che non si possono trascurare. Nell’ordinanza del GIP di Agrigento del 2 luglio 2019, relativa al caso Rackete/Sea Watch, poi confermata dalla Corte di Cassazione con sentenza del 20 febbraio 2020,n.6626,, si richiamal’art. 11 comma ter del D. Lgs 286-98 (introdotto dal D. L. n. 53/2019): difatti, ai sensi di detta disposizione, il divieto interministeriale da essa previsto (di ingresso, transito e sosta) può avvenire, sempre nel rispetto degli obblighi internazionali dello Stato, solo in presenza di attività di carico o scarico di persone in violazione delle leggi vigenti nello Stato Costiero, fattispecie qui non ricorrente vertendosi in una ipotesi di salvataggio in mare in caso di rischio di naufragio. Peraltro, l’eventuale violazione del citato art. 11 comma 1 ter – si ribadisce sanzionata in sola via ammnistrativa – non fa venir meno l’inderogabile disposto di cui all’art. 10 ter del Dlgs 286/98, avente ad oggetto l’obbligo di assicurare il soccorso, prima, e la conduzione presso gli appositi centri di assistenza, poi». Non si può escludere, per restituire una parvenza di legittimità ai divieti ministeriali, che le persone soccorse da Open Arms nell’agosto del 2019, non fossero in stato di dsitress, che non fossero a rischio di naufragio, e che dunque si trattava soltanto di un evento di immigrazione irregolare, da seguire con un tracciamento delle imbarcazioni convolte, ma senza intervenire, almeno fino a quando i barconi avrebbero navigato in acque internazionali o in zone SAR di competenza di altri Stati.

Le imbarcazioni che trasportano i migranti, poi soccorsi, ovunque si trovino, da navi private delle ONG, nella maggior parte dei casi sono unsafe, cioè prive dei requisiti di navigabilità richiesti secondo la Convenzione SOLASLa nozione di “distress è stabilita dalla Convenzione di Amburgo del 1979 (Annex, ch. 1, par.1.3.11) “a)situation wherein there is a reasonable certainty that a vessel or a per-son is threatened by grave and imminent danger and requires immediate assistance”. Se ricorre una situazione di distress in alto mare il comandante di qualsiasi nave, è obbligato ad intervenire con la massima rapidità, anche senza attendere indicazione da parte delle competenti autorità marittime o politiche. Perchè se queste indicazioni ritardano, per un qualsiasi motivo, come si è già verificato in diverse occasioni, non può risultare compromessa la salvaguardia della vita umana in mare.

L’argomentazione sulla responsabilità libica e poi maltese nel coordinamento dei soccorsi operati dalla Open Arms, richiamata per insinuare una presunta iniziativa del comandante della nave che avrebbe portato a sospettare la ricorrenza di un tentativo di agevolazione dell’immigrazione irregolare, e quindi ad escludere l’assenza di una responsabilità italiana nel coordinamento dei soccorsi operati dalla ONG, appare del tutto priva di fondamento alla luce dei fatti già accertati dal Tribunale dei ministri di Palermo, tenendo conto della giuriprudenza della Corte di Cassazione.

L’affermazione di una responsabilità “libica” prevalente, rispetto ai soccorsi operati dalle ONG in acque internazionali, ma ricadenti all’interno della zona SAR rivendicata dal governo di Tripoli, questione che con caratteri diversi si ripropone ancora oggi, nel 2019 veniva utilizzata da Salvini per affermare la natura illecita dell’intervento della Open Arms, e dunque la legittimità del suo divieto di ingresso nelle acque territoriali. Si può tuttavia dubitare che la delega alle autorità libiche, per attività di intercettazione in acque internazionali, , fosse di portata tanto ampia da comprendere una sorta di divieto di soccorso da parte delle navi delle ONG, nella vastissima zona SAR che allora veniva riconosciuta al governo di Tripoli.

Nel caso Vos Thalassa la Corte di Cassazione, con sentenza depositata il 26 aprile 2022, con riferimento a fatti avvenuti nel luglio del 2018, alla sentenza sul Caso Hirsi della Corte europea dei diritti dell’Uomo, ed al Memorandum d’intesa tra Italia e Libia firmato il 2 febbraio 2017, afferma che “prescindendo da ogni considerazione sulla legittimità di quel Memorandum, di cui il Tribunale ha fortemente dubitato, è sufficiente evidenziare come il suo contenuto abbia una valenza neutra rispetto all’oggetto del presente procedimento perché non consente affatto di affermare che, in concreto, al momento in cui i fatti furono commessi, esistevano le condizioni per rispingere in Libia i migranti e, in particolare, che fossero mutate le condizioni che avevano condotto la Corte europea dei diritti dell’uomo a ritenere, per tutte le ragioni indicate, la Libia non un luogo sicuro”. Nel corso degli anni tutti i rapporti internazionali, inclusi le analisi annuali dell‘UNHCR e dell’OIM escludono che in territorio libico possano essere individuati porti sicuri di sbarco (POS).

Vanno richiamate anche le sentenze della Corte di cassazione, che ritengono che la Libia non offra porti di sbarco sicuri, e risulta controvertibile la tesi della esistenza di una zona SAR (ricerca e soccorso) “libica” e dunque della competenza esclusiva della Guardia costiera di quel paese, che ancora oggi è di fatto divisa tra due governi che si contrappongono e non ha una Centrale di coordinamento dei soccorsi (MRCC) unificata. Per non parlare della collusione documentata in molti casi tra la sedicente Guardia costiera libica e le milizie legate alle organizzazioni crininali che dalla Libia, con il controllo dei centri di detenzione, gestiscono il traffico di esseri umani.

8. La situazione a bordo della Open Arms dopo l’ingresso nelle acque territoriali. Chi informava il ministro sulla condizione dei naufraghi ?

Con riferimento alla situazione a bordo della nave ormeggiata in acque territoriali italiane dal 15 al 20 agosto 2029, dopo la sospensiva del divieto di ingresso imposta dal TAR Lazio, lo stesso Salvini ha dichiarato di non essere stato a conoscenza della situazione di particolare pericolo nella quale si trovavano i naufraghi al momento del primo soccorso operato da Open Arms, o del fatto che questi avessero manifestato la volontà di chiedere asilo in Italia, quando già si trovavano all’interno delle acque territoriali. In diversi passaggi delle dichiarazioni rese nell’udienza del 12 gennaio 2024 richiama la natura sospetta del percorso seguito dalla nave prima dei soccorsi operati a partire dal primo agosto 2019, senza però offrire alcun riscontro documentale di supporto alle sue affermazioni che rilanciano, ancora oggi con una chiara finalità propagandistica, la criminalizzazione dei soccorsi civili operati dalle ONG. Abbiamo già chiarito come il comandante della Open Arms avesse agito nel pieno rispetto delle Convenzioni internazionali di diritto del mare, informando immediatamente tutte le autorità responsabili degli eventi di soccorso, e chiedendo altrettanto tempestivamente un porto di sbarco sicuro (POS) a quei paesi (Italia e Malta) che a differenza della Libia, ancora divisa tra diverse autorità militari e di governo, potevano garantirlo. Ed è altrettanto provato come lo stesso comandante avesse comunicato per tempo la situazione di grave difficoltà nella quale si trovavano i naufraghi trattenuti per gionri e giorni a bordo della Open Arms, situazione che diventava incontrollabile quando la nave, dopo avere avuto concessa l’autorizzazione ad entrare nelle acque teritoriali italiane per trovare un ridosso dal maltempo, si trovava ancora bloccata proprio di fronte al porto di Lampedusa.

Già il 17 agosto 2019, tre giorni prima del sequestro preventivo disposto dalla Procura di Agrigento al fine di fare sbarcare finalmente i naufraghi ancora bloccati a bordo, una ispezione effettuata su delega della Procura della Repubblica di Agrigento, dalla Polizia giudiziaria e da personale medico dell’USMAF (Uffici di sanità marittima, area di frontiera), permetteva di constatare il sovraffollamento e le pessime condizioni in cui versavano i migranti a bordo come si poteva ricavare da un. album fotografico trasmesso dalla Squadra Mobile di Agrigento e dunque – si deve ritenere- a conoscenza del Gabinetto del ministro dell’interno e dello stesso Salvini. Non si vede come l’ex ministro dell’interno possa continuare ad affermare che fino al momento dello sbarco imposto dalla Procura di Agrigento gli risultava una situazione a bordo della Open Arms non particolarmente critica. Eppure Salvini riferendosi alla ispezione a bordo del 17 agosto ed a quangto avvenuto nei giorni successivi afferma : “In quel momento l’allora capo di gabinetto del Ministero dell’Interno Matteo Piantedosi, oggi ministro dell’Interno, mi disse che a bordo di Open Arms la situazione era sotto controllo, non ricordo se mi dissero che c’erano persone che si lanciavano in acqua. Se ci fosse stata una condizione di pericolo lo sbarco sarebbe stato immediato”. Una dichiarazione che si dovrà verificare quando alla prossima udienza del 16 febbraio sarà sentito come primo testimone della Difesa il prefetto Piantedosi, già capo di gabinetto del ministro Salvini quando era al vertice del Viminale dal 2018 al 2019, ed oggi ministro dell’interno. Di certo, agli atti del Tribunale dei ministri di Palermo, e dunque della Procura, esiste una“nota riservata” (citata a pag. 105) del 15 agosto 2019 a firma del Prefetto di Agrigento indirizzata al Comandante della Capitaneria di porto di Porto Empedocle relativa alla riunione (pag. 1795 atti trasmessi dalla Procura della Repubblica di Agrigento); il Prefetto di Agrigento Caputo Dario, nelle dichiarazioni assunte ai sensi dell’art. 362 c.p.p., ha confermato la circostanza:“ADR: Ricordo che il 15 agosto abbiamo realizzato una riunione di CPOSP per gestire al meglio il soccorso a migranti che già si erano lanciati in mare e che minacciavano di tuffarsi ancora in acqua a causa di situazioni di disagio a bordo”. Non si vede dunque sulla base di quali elementi il ministro dell’interno, o il suo capo di Gabinetto possano avere interloquito nei giorni successivi scambiandosi informazioni rasicuranti sulla situazione a bordo della Open Arms costretta a restare alla fonda a poche centinaia di metri dall’ingresso del porto di Lampedusa, per la mancata assegnazione di un POS da parte del ministro Salvini. Il ministro dell’interno o il suo capo di gabinetto ignoravano forse quanto accertato dal CPOSP (Comitato ordine e sicurezza pubblica) di Agrigento ?

9. I divieti di assegnazione del POS (place of safety) e di sbarco: scelta collegiale o scelta del ministro ?

Nel corso delle sue dichiarazioni Salvini ha ribadito la natura collegiale e condivisa della decisione di non fare sbarcare i naufraghi salvati dalla Open Arms in tre successivi eventi di soccorso, a partire dal primo agosto 2019, insistendo su una prassi che sarebbe stata concordata a livello di governo, secondo la quale, prima dello sbarco si sarebbe dovuta condividere “ex ante” con altri paesi europei l’impegno alla redistribuzione non solo dei richiedenti asilo, ma di tutte le persone presenti a bordo. Una posizione in realtà, priva di riscontro a livello normativo europeo, nella vigenza del Regolamento Dublino III del 2013 e mai condivisa dai partner europei, a parte il caso unico della Ocean Viking, costretta a raggiungere Tolone nel novembre 2022 dopo ben 16 giorni dal rifiuto di un porto di sbarco da parte delle autorità italiane. Un caso che i francesi definirono “eccezionale” e che ha ripercusioni ancora oggi nei rapporti tra i due paesi e sulla attuazione delle procedure di ricollocazione volontaria.

Le dichiarazioni di Matteo Salvini si basano su punti di fatto e di diritto che appaiono contraddetti dalle posizioni assunte dall’Unione europea e da importanti precedenti giurisprudenziali e tendono a mettere sullo stesso piano situazioni affatto diverse, dopo lo svolgimento di operazioni di ricerca e salvataggio, come gli sbarchi da navi militari (casi Diciotti e soprattutto Gregoretti) e gli sbarchi dalle navi delle ONG. Sarà il Tribunale di Palermo a decidere sulle responsabilità penali ed a fornire una qualificazione dei fatti, e va comunque ricordata la presunzione di innocenza che si deve riconoscere a tutti gi imputati, magari con la stessa valenza, siano ministri, comandanti di navi umanitarie o immigrati irregolari. Ma sui fatti si deve riaffermare il principio di realtà, e di non contraddizione, anche con riferimento alle vicende che hanno caratterizzato i divieti di sbarco imposti alla Open Arms nell’agosto del 2019. Fatti che hanno portato a modifiche legislative che ancora oggi pesano sulla organizzazione dei soccorsi e sulla salvaguardia della vita umana in mare.

Il decreto cautelare monocratico del Tar Lazio, Sezione Prima Ter, n. 5479/2019, che sospendeva l’eficacia del decreto di interdizione “sin da ora” dell’ingresso nelle acque territoriali, adottato da Salvini il primo agosto 2019 di concerto con i ministri delle infrastrutture e della difesa, e comunicato ad Open Arms a mezzo e-mail, sottolineava a sua volta, in merito al provvedimento ministeriale, il plausibile “travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso, nella misura in cui la stessa amministrazione intimata riconosce, nelle premesse del provvedimento impugnato, che il natante soccorso da Open Arms in area SAR libica – quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo – era in “distress”, cioè in situazione di evidente difficoltà (per cui appare, altresì, contraddittoria la conseguente valutazione effettuata nel medesimo provvedimento, dell’esistenza, nella specie, della peculiare ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19, comma 1 [recte, comma 2], lett. g), della legge n. 689/1994)”. Si trattava dunque di casi di distress e di legittima attività di ricerca e salvataggio (SAR) in acque internazionali e non di meri “eventi migratori”, o di immigrazione illegale. L’ingresso nelle acque territoriali italiane non si sarebbe mai potuto qualificare come un “passaggio offensivo” tanto da giustificare il successivo divieto di sbarco.

Di certo in nessuno dei casi citati da Salvini, quando erano state navi militari come la Diciotti e la Gregoretti ad intervenire, e si erano adottati divieti di sbarco anche se l’ingresso nelle acque territoriali non si poteva certo qualificare come “offensivo”, ricorreva una pronuncia di un Tribunale amministrativo come quella del 14 agosto 2019 che sospendeva il primo decreto che vietava l’ingresso dalla Open Arms nelle acque territoriali. Restava nelle intenzioni del ministro il successivo ricorso al Consiglio di Stato e si tentava quindi di bloccare la Open Arms con un successivo decreto, contenente il divieto di sbarco, che restava in bozza per la mancata firma degli altri ministri che avrebbero dovuto cofirmarlo. Non si vede davvero sulla base di quali elementi si possano ritenere “di natura collegiale” le scelte adottate dal ministro Salvini in merito alla mancata assegnazione di un POS alla Open Arms, dopo che il TAR Lazio aveva imposto la sospensiva del divieto di ingresso nelle acque territoriali risalente al primo agosto 2019.

10.  La falsa giustificazione del Tavolo tecnico interministeriale del 12 febbraio 2019

Non si può ritenere che a seguito del “Tavolo tecnico” tenutosi presso il Ministero dell’interno del 12/2/2019, a differenza di quanto previsto in passato, il rilascio di un porto sicuro di sbarco (POS), per cui si indicava la competenza del ministero dell’interno, fosse consentito “soltanto dopo che si fossero attivate le interlocuzioni con la Commissione Europea per la redistribuzione dei migranti tra i vari paesi dell’UE”. Non si può dimenticare, a questo proposito, come in numerose dichiarazioni lo stesso Salvini avesse riconosciuto che il trattenimento dei naufraghi a bordo della Open Arms avrebbe dovuto costituire un’arma di pressione per vincere le resistenze di altri paesi europei nella redistribuzione dei migranti. Ma nessun atto normativo legittimava questa forma di pressione su altri paesi europei per ottenere qualcosa che andava oltre il Regolamento Dublino III del 2013, che si riferisce alla redistribuzione dei richiedenti asilo, e non di tutte le persone soccorse in mare da uno Stato membro. In ogni caso “attivate interlocuzioni” non corrisponde ad “interlocuzioni concluse” e dunque una volta avviata la trattativa con altri Stati europei, come si era verificato anche nel caso Open Arms, ad agosto del 2019, il ministro dell’interno aveva l’obbligo di indicare il porto di sbarco sicuro (POS) in Italia.

Un “Tavolo tecnico interministeriale”, più volte richiamato nelle dichiarazioni di Salvini, ma anche nella richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, non puo’ modificare gli obblighi di tempestiva indicazione di un porto di sbarco sicuro(POS- Place of safety) a carico degli Stati. e in Italia sotto la responsabilità del ministro dell’interno. Almeno se si continua a riconoscere che gli atti aventi forza di legge, e le norme di diritto internazionale, valgono più di atti discrezionali del potere esecutivo, come sancisce la Costituzione italiana (art.117) . L’art. 10 ter, comma 1, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (introdotto con d.l. 17 febbraio 2017 n. 13, conv. in l. 13 aprile 2017 n. 46), esclude qualsiasi ipotesi di trattenimento dei naufraghi a bordo delle navi coinvolte in eventi di soccorso (SAR), ai quali viene garantito l’immediato trasferimento in appositi centri di accoglienza (Hotspot), per i rilievi foto-dattiloscopico e segnaletico, e per le eventuali richieste di protezione internazionale. L’escamotage di “declassare” le attività di ricerca e soccorso (SAR) ad “eventi migratori”, se non a tentativi di immigrazione illegale, non può essere utilizzato per aggirare gli obblighi di soccorso e sbarco affermati dal diritto internazionale. Una questione sulla quale occorre fare chiarezza ancora oggi, che potrà incidere sull’esito del processo Salvini a Palermo, ma anche sul destino di migliaia e migliaia di naufraghi che verranno soccorsi, ancora in futuro, da navi del soccorso civile in acque internazionali.

In base alle “Linee Guida” adottate nel 2009 dal Corpo delle Capitanerie di porto, atti che non hanno natura legislativa, e che dunque non possono anteporsi alle norme aventi forza di legge come le Convenzioni internazionali ratificate con legge dello Stato, “a seguito di segnalazione all’I.M.R.C.C. (Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana) dell’avvistamento di un’unità navale non identificata in navigazione oltre i limiti della S.R.R. Italiana, che verosimilmente trasporta migranti in direzione delle coste nazionali, lo stesso I.M.R.C.C. provvede alla diffusione delle informazioni relative all’evento stesso secondo le previsioni dell’accordo tecnico operativo per gli interventi connessi con il fenomeno dell’immigrazione clandestina via mare, di cui al Decreto Interministeriale 14.7.2003; a questo punto la Centrale Operativa, ai sensi del punto 4.2.4 della Convenzione S.A.R. del 1979, nella sua veste di I.M.R.C.C., procede immediatamente all’acquisizione delle informazioni necessarie e valuta l’evento sotto il profilo della salvaguardia della vita umana in mare, onde determinare se vi siano condizioni di pericolo grave e imminente e necessità di immediata assistenza per gli occupanti dell’unità. A tal fine le unità aeronavali eventualmente presenti nella scena d’azione provvederanno ad acquisire e trasmettere, con il mezzo di comunicazione più idoneo, secondo quanto previsto dal punto 4.4 della Convenzione S.A.R.’del 1979, all’I.M.R.C.C. i seguenti elementi per la classificazione dell’evento (S.A.R. – non S.A.R.): posizione geografica, ora dell’avvistamento, condizioni meteo-marine, dimensioni e tipologia dell’unità, suo bordo libero (galleggiamento), numero delle persone a bordo e loro condizioni fisiche, eventuale presenza tra essi di donne in stato di gravidanza, bambini, malati, traumatizzati, presenza di cadaveri nei pressi dell’unità; dotazioni di sicurezza presenti a bordo, elementi del moto, altri elementi utili a discrezione del rapportante. 

Le linee guida del 2009 sono state sostituite dalla Direttiva SOP 009/15 adottata nel 2015 dal Corpo delle capitanerie di porto – Guardia costiera, nelle quali si precisava che “le richieste di assegnazione di un POS vengono trasmesse dalla Centrale IMRCC al Dipartimento libertà civili del ministero dell’interno e che tale Dipartimento terrà in considerazione l’esigenza di “limitare per quanto possibile la permanenza a bordo delle persone soccorse e di far subire alle navi soccorritrici la minima deviazione possibile dal viaggio programmato”.

Non si può adesso ritenere che a seguito del “Tavolo tecnico” tenutosi presso il Ministero dell’interno del 12 febbraio 2019, a differenza di quanto previsto in passato, il rilascio di un porto sicuro di sbarco, per cui si indicava la competenza del ministero dell’interno, fosse consentito “soltanto dopo che si fossero attivate le interlocuzioni con la Commissione Europea per la redistribuzione dei migranti tra i vari paesi dell’UE”. Anche nel corso dell’udienza di Palermo, nell’aula bunker dell’Ucciardone, come in numerose dichiarazioni precedenti, Salvini ha riconosciuto che il trattenimento dei naufraghi a bordo della Open Arms avrebbe dovuto costituire un’arma di pressione per vincere le resistenze di altri paesi europei nella redistribuzione dei migranti. Metodo di “persuasione”, o di “trattativa”, da sempre respinto dall’Unione Europea, anche con la bocciatura europea del cd. preaccordo di Malta del settembre 2019, evocato in precedenti udienze dalla difesa, ma comunque successivo ai fatti oggetto del processo di Palermo.

11. Autorizzazione allo sbarco e accordi “ex ante” sulla redistribuzione dei naufraghi

A difesa della sua scelta di non indicare un porto di sbarco sicuro alla Open Arms, e di vietarne anzi l’ingresso nelle acque territoriali, Salvini richiama posizioni di un Consiglio europeo svolto nel giugno del 2018, dal quale sarebbe emersa una sostanziale condivisione della linea seguita dal governo italiano, di sostegno alla guardia costiera libica e a favore dei divieti di sbarco imposti dal Viminale nelle more dell’ “interlocuzione”con l’Unione europea e magari dell’accettazione da parte degli Stati membri di una parziale redistribuzione dei naufraghi, e non soltanto dei richiedenti asilo.

L’affermazione secondo cui la redistribuzione dei naufraghi avrebbe dovuto essere convenuta a livello europeo “ex ante”, prima dello sbarco, e per di più per tutti i naufraghi e non solo per i richiedenti asilo, non è però supportata da alcuna fonte normativa europea, e rimaneva negli intenti politici del governo e del Viminale, ma non trovava e non trova tuttora alcun riscontro in atti legislativi, come Regolamenti o Direttive dell’Unione Europea con valenza di fonte normativa. Si deve richiamare al riguardo l’analogo rifiuto di assegnazione di un POS opposto da Salvini nel caso dello sbarco della Sea Watch a Lampedusa nel giugno 2019, un caso nel quale, dopo una sfrenata campagna mediatica contro la comandante Rackete, definita da Salvini “zecca tedesca”, la Corte di cassazione con una sentenza, del 20 febbraio 2020 n.6626, ha ribadito la correttezza del comportamento della Comandante tedesca costretta ad entrare nel porto di Lampedusa in assenza di una autorizzazione allo sbarco. Si arrivava così alla successiva archiviazione del procedimento penale a suo carico, sulla base del richiamo al diritto internazionale del mare e a importanti risoluzioni del Consiglio d’Europa. Ma nessuno sembra avere fatto tesoro, quando non se ne conserva almeno memoria, di questo precedente giurisprudenziale.

Nel caso Open Arms le trattative sulla redistribuzione dei naufraghi a livello europeo non potevano comunque costituire una ragione giustificativa del diniego reiterato nella concessione di un porto di sbarco sicuro. E tanto meno il ritardo o il rifiuto nell’assegnazione di un POS poteva essere utilizzato come strumento di pressione su altri Stati membri per accettare la redistribuzione. In ogni caso, già il 16 agosto 2019, l’allora Presidente del Consiglio Conte, in una lettera indirizzata a Salvini sciveva di “aver già ricevuto conferma dalla Commissione europea della disponibilità di una pluralità di Stati a condividere gli oneri dell’ospotalità dei migranti della Open Arms, indipendentemente dalla loro età” e invitava lo stesso Salvini “ad attivare le procedure già attuate in altri cxasi simili, per rendere operativa la redistribuzione”.

Nella richiesta di autorizzazione a procedere stilata dal Tribunale dei ministri di Palermo si legge (p.53) come “sebbene in nessun momento I.M.R.C.C. abbia mai formalmente assunto il coordinamento delle operazioni di salvataggio, una volta entrata la nave soccorritrice in acque territoriali, ed ancoratasi, nelle circostanze di cui s’è detto, a ridosso delle coste di Lampedusa, all’ennesima richiesta di sbarco da parte del comandante della Open Arms, I.M.R.C.C. ebbe a corredare la trasmissione del messaggio a NCC con la seguente sottolineatura: “per quanto attiene questo IMRCC non vi sono impedimenti di sorta, si prega di far conoscere con ogni ulteriore cortese urgenza gli intendimenti di codesto NCC in merito alla questione in parola” (v. msg. del 16.8.2019). Si delinea così la catena di comando che riportava tutte le decisioni al ministro dell’interno pro-tempore Matteo Salvini, dalla Centrale di coordinamento della Guardia costiera (IMRCC) al Nucleo centrale di coordinamento (NCC) presso al ministero dell’interno, composto da personale interforze e quindi al Gabinetto del ministro e dunque allo stesso Salvini, che però per la firma dei decreti di divieto di ingresso nelle acque territoriali avrebbe dovuto ottenere le firme “di concerto” dei ministri della difesa e delle infrastrutture. Come non si verificò più, quando dopo la pronuncia di sospensiva del TAR Lazio, il 15 luglio il ministro aveva fatto predisporre dal suo gabinetto una bozza contenente nuovi divieti di ingresso e sbarco rivolti alla Open Arms. Bozza di un decreto che non venne mai emanato per la mancata firma degli altri ministri che dovevano dare il loro “concerto”.

In occasione della mancata firma del secondo decreto ideato da Salvini che vietava lo sbarco alla Open Arms, dopo l’ordinanza del TAR Lazio del 14 agosto 2019, come riferiva l’ANSA il 15 agosto 2019, il ministro della difesa Trenta affermava: “Non firmo il nuovo divieto di Salvini in nome dell’umanità”. “Non si può infatti ritenere che siano rinvenibili nuove cogenti motivazioni di carattere generale ovvero di ordine e sicurezza pubblica tali da superare gli elementi di diritto e di fatto nonchè le ragioni di necessità e urgenza posti alla base della misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria che anzi si sono verosimilmente aggravati. La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo – continua Elisabetta Trenta – potrebbe finanche configurare la violazione di norme penali”. E ancora: “Ho preso questa decisione motivata da solide ragioni legali ascoltando la mia coscienza. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro le polemiche di questi giorni ci sono bambini e ragazzi che hanno sofferto violenze e abusi di ogni tipo. La politica non può mai perdere l’umanità”

A tale proposito è importante ricordare come la consolidata giurisprudenza italiana dia rilievo al principio gerrchico delle fonti normative scandito dall’art.117 della Costituzione ed alla valenza del diritto sovranazionale, rispetto alle scelte politiche dei ministri. Come ricorda la Corte di cassazione con la sentenza n. 6626, 16/20 gennaio 2020, al fine della individuazione del cd. Place of safety (POS) “è utile richiamare la risoluzione n. 1821 del 21 giugno 2011 del Consiglio d’Europa (L’intercettazione e il salvataggio in mare dei domandanti asilo, dei rifugiati e dei migranti in situazione irregolare), secondo cui “la nozione di “luogo sicuro” non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali» (punto 5.2.) che, pur non essendo fonte diretta del diritto, costituisce un criterio interpretativo imprescindibile del concetto di “luogo sicuro” nel diritto internazionale”. Il mero recupero a bordo della nave soccorritrice delle persone in pericolo o dei naufraghi, non determina dunque la conclusione delle operazioni S.A.R., perché le operazioni possono considerarsi terminate solo con lo sbarco di dette persone in un luogo sicuro (place of safety o P.O.S.)“.

12. La nave civile soccorritrice come POS (place of safety) a tempo indeterminato ?

La Open Arms bloccata dai divieti del Viminale davanti al porto di Lampedusa nell’agosto del 2019 non poteva essere considerata come POS temporaneo, soprattutto dopo l’ordinanza di sospensiva adottata dal TAR Lazio sul primo decreto di Salvini che vietava lo sbarco. Le Convenzioni internazionali limitano la portata del concetto di “Place of safety” temporaneo: “even if a ship is capable of safely accommodating the survivors and may serve as a temporary place of safety, it should be relieved of this responsibility as soon as alternative arrangements can be made. A place of safety may be on land, or it may be aboard a rescue unit or other suitable vessel or facility at sea that can serve as a place of safety until the survivors are disembarked to their next destination” (par. 6.13 e 6.14 delle Linee guida IMO). Una nave che interviene per fornire soccorso non può essere dunque considerata a tempo indeterminato come POS (place of safety), in quanto essa non è dotata dei servizi e dell’equipaggiamento adatti per assistere le persone soccorse in maniera adeguata e senza mettere in pericolo la sua stessa sicurezza. Come nel caso Open Arms rilevava anche il Procuratore di Agrigento che, dopo l’ispezione a bordo, il 20 agosto 2019, adottava il provvedimento di sequestro preventivo della nave ed ordinava l’immediato sbarco a Lampedusa di tutti i naufraghi. Dopo che le autorità maritime italiane, anche a fronte delle pessime condizioni, meteo avevano escluso che la nave potesse raggiungere con il suo carico di naufraghi un porto tardivamente assegnato dalla Spagna soltanto il 18 agosto, come peraltro aveva già avvertito il vomandante della Open Arms, cheaveva richiesto un POS, poi rifitato ai maltesi, e pure si era detto disponibile, in vista del raggiungimento di un porto spagnolo, al trasferimento di tutti i naufraghi su un’altra nave, ipotesi che però veniva poi esclusa, sempre per le cattive condizioni meteo, dalle stesse autorità marittime italiane.

Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n.6626 del 16-20 febbraio 2020 citata in precedenza), “Non può quindi essere qualificato “luogo sicuro”, per evidente mancanza di tale presupposto, una nave in mare che, oltre ad essere in balia degli eventi metereologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse. Né può considerarsi compiuto il dovere di soccorso con il salvataggio dei naufraghi sulla nave e con la loro permanenza su di essa, poiché tali persone hanno diritto a presentare domanda di protezione internazionale secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, operazione che non può certo essere effettuata sulla nave“.

13. Fuga dalle responsabilità: stato di bandiera e stato di primo contatto. Il rifiuto di indicazione di un POS (Place of safety)

Altro argomento sollevato dalla lunga dichiarazione spontanea di Matteo Salvini nel corso dell’udienza che si è svolta a Palermo il 12 gennaio 2024 è la competenza della Spagna come Stato di bandiera, che come stato di bandiera della nave soccorritrice avrebbe dovuto garantire il porto di sbarco sicuro. Non è però vero che la Spagna avesse messo a disposizione della Open Arms due porti di sbarco sicuro, perchè fino al 16 agosto 2019 il governo spagnolo negava qualsiasi responsabilità, e quando la riconosceva, il successivo 18 agosto, le condizioni meteo e la situazione a bordo della ONG, poi rilevata anche dal Procuratore di Agrigento, non consentivano trasbordi in vista di successivi trasferimenti verso un porto spagnolo. Ai fini della individuazione del porto di sbarco sicuro non può assumere rilievo la bandiera che batte la nave soccorritriceargomento che ricorreva già alla base delle considerazioni difensive prodotte dal senatore Salvini davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere, soprattutto quando si tratta di una nave che ha già fatto ingresso nelle acque territoriali sulla base di un autorizzazione concessa dalle autorità marittime, dopo la sospensione, per effetto della ordinanza del giudice amministrativo, del divieto di ingresso adottato in precedenza dal Viminale. 

I giudici del Tribunale dei ministri di Palermo, nella richiesta di autorizzazione a procedere poi accolta dal Parlamento, ricordavano in proposito come “deve escludersi che lo Stato di “primo contatto” si identifichi con quello di bandiera della nave che ha provveduto al salvataggio; tale individuazione, invero, confligge innanzitutto con la stessa lettera del testo normativo di riferimento (Risoluzione MSC 167-78), che al punto 6.7 fa esplicito riferimento al “primo RCC contattato”, esigendo, dunque che il “contatto” sia realizzato con il centro di coordinamento per le attività di ricerca e soccorso costituito, in ottemperanza alle linee guida IMO, presso ogni Stato aderente alle convenzioni in materia; essa, poi, appare incoerente con lo scopo perseguito dalle richiamate linee guida (criterio ermeneutico, questo, di primaria rilevanza nell’applicazione dei trattati e delle convenzioni internazionali), scopo che, come s’è detto, consiste nel far sì che la collaborazione degli Stati converga verso il risultato di consentire alle persone soccorse di raggiungere quanto prima un posto sicuro, arrecando alla nave soccorritrice il minimo sacrificio possibile”. 

Dalle indagini svolte dal Tribunale dei ministri di Palermo emergeva che “il POS (indicato ad Algeciras ovvero, successivamente alle osservazioni trasmesse dalla Guardia Costiera italiana, presso le Isole Baleari) offerto dalla Spagna – peraltro solo in data 18.8.2019, quando la nave si trovava già da tre giorni alla fonda in prossimità delle coste di Lampedusa – non rispondeva, già in astratto, alle esigenze tutelate dalla normativa internazionale; in base al par. 6.18 della Risoluzione MSC 167-78, infatti, la nave soccorritrice ha diritto di ottenere l’autorizzazione allo sbarco dei migranti in un luogo che implichi il minimo disagio per la nave stessa, gravando specularmente sui responsabili l’obbligo di tentare di organizzare delle alternative ragionevoli per questo scopo (v. par. 6.13 ris. cit, secondo cui la nave deve essere comunque sollevata da questa responsabilità non appena possono essere presi accordi alternativi); sotto questo profilo, sia il porto di Algeciras, ubicato addirittura sullo stretto di Gibilterra, che quello di Palma di Maiorca, nelle Isole Baleari, distante circa 590 miglia nautiche da Lampedusa, erano entrambi troppo lontani dalla posizione della nave per poter essere considerati idonei a salvaguardare le esigenze in rilievo”.

Occorre poi ricordare una fitta interlocuzione telefonica, sulla quale andranno sentiti i testimoni della difesa, dalla quale si ricava l’orientamento della Centrale di coordinamento della Guardia costiera di Roma (MRCC) di concedere finalmente un POS alla Open Arms, una volta che la nave aveva fatto ingresso nelle acque territoriali, a seguito della sospensiva del divieto di ingresso del primo agosto decisa dal TAR Lazio, ridossandosi di fronte al porto di Lampedusa, su indicazione della stessa Guardia costiera, a causa delle cattive condizioni metereologiche.

In base alla richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Palermo, “Deve poi menzionarsi, per la sua notevole rilevanza, l’interlocuzione telefonica intercorsa il 14.8.2019 tra il Capo di Gabinetto, Prefetto Matteo PIANTEDOSI, e l’Ammiraglio Ispettore Nunzio Martello, Capo del I° Reparto “Personale” del Comando Generale delle Capitanerie di Porto che, in assenza del C.A. Liardo, lo aveva sostituito quel giorno nelle funzioni di capo del III° Reparto e, in tale veste, aveva curato i
rapporti con il Gabinetto del Ministro dell’Interno. in particolare, premesso di aver autorizzato la notte del 14 agosto, in considerazione delle condizioni meteorologiche avverse, il ridosso a Lampedusa dell’imbarcazione Open Arms, essendo invece rimaste
inesitate le richieste di POS reiteratamente avanzate dal comandante, l’Ammiraglio ha riferito di aver avuto nell’occasione contatti diretti con il Capo di Gabinetto del Ministro, al quale aveva comunicato “che l’unico ridosso possibile, considerate le avverse condizioni meteo- marine, sarebbe stato Lampedusa”, aggiungendo come a suo avviso fosse “necessario assegnare un POS alla nave, suggerendo Lampedusa”

Come ricorda il Tribunale dei ministri di Palermo, “in risposta a tale considerazione, il Capo di Gabinetto gli aveva dunque comunicato “che il POS a Lampedusa non sarebbe stato concesso” (il dichiarante ha precisato di non essere in grado di chiarire se tale rifiuto di indicazione di POS, le cui ragioni non gli vennero in quel frangente esplicitate, fosse riconducibile al Ministro dell’Interno, avendo egli interloquito con il solo PIANTEDOSI)
suggerendogli, piuttosto, di “inviare la nave a Trapani o a Taranto, senza – peraltro – che tali località venissero indicate come POS”. L’Ammiraglio Martello rappresentò a quel punto che “non avrebbe autorizzato il movimento della nave verso tali porti, in assenza di indicazioni formali circa l’assegnazione in capo a tali porti quali POS.”; lo stesso ha altresì aggiunto, in sede di sommarie informazioni rese al Collegio: “La mia priorità è stata quella di autorizzare il ridosso a Lampedusa, per garantire la sicurezza delle vite umane. L’arrivo della nave presso i porti di Trapani o Taranto, senza indicazione di tali porti come POS, non avrebbe comunque consentito lo sbarco dei migranti. Ribadisco con forza che in quelle condizioni meteo non avrei mai utorizzato la nave ad allontanarsi da Lampedusa”. Va, infine, considerata la già citata nota a firma del Prefetto Formicola del 19 agosto, prima e unica risposta alle richieste di POS, con la quale, come confermato dal dott. Mancini “il Pref. Fomicola ha esplicitato formalmente la linea del Gabinetto del Ministro, in precedenza comunicata verbalmente dalla Dott.ssa Garroni”; linea in tutto riferibile alla precisa e ferma volontà del Ministro (ripetutamente esplicitata in tutti gli atti e documenti sopra ricordati) alla quale il suo Ufficio di Gabinetto ha continuato a conformarsi, nonostante I.M.R.C.C. avesse corredato la trasmissione dell’ultima richiesta di POS del 16.8.2019 con la ricordata sottolineatura: “per quanto attiene questo IMRCC non vi sono impedimenti di sorta, si prega di far conoscere con ogni ulteriore cortese urgenza gli intendimenti di codesto NCC in merito alla questione in parola”.
(.così pagg. 81 e 82 della Richiesta di autorizzazione a procedere). Ed è alla luce di queste testimonianze che il Tribunale dei mimistri del Tribunale dei ministri afferma “la certa ed inequivoca riferibilità della condotta contestata al Ministro dell’interno pro-tempore, sen. Matteo Salvini”

14. Obblighi di sbarco, condizioni fisiche e vulnerabilità rilevate a bordo della Open Arms

Secondo le linee guida emanate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), agenzia delle Nazioni unite, si prevede che il primo Comando centrale di Guardia costiera (MRCC) che riceva notizia di una possibile situazione di emergenza S.A.R.ha la responsabilità di adottare le prime immediate azioni per gestire tale situazione, anche qualora l’evento risulti al di fuori della propria specifica area di responsabilità. Almeno fino a quando tale responsabilità non venga formalmente accettata da un altro MRCC, quello competente per l’area o altro in condizioni di prestare una più adeguata assistenza (Manuale IAMSAR –Ed. 2016; Risoluzione MSC 167-78 del 20/5/2004). Secondo l’ Annesso alla Convenzione SAR del 1979 Paragrafo 3.1.9 – Le Parti devono assicurare il coordinamento e la cooperazione necessari affinché i capitani delle navi che prestano assistenza imbarcando persone in pericolo in mare siano dispensati dai loro obblighi e si discostino il meno possibile dalla rotta prevista, senza che il fatto di dispensarli da tali obblighi comprometta ulteriormente la salvaguardia della vita umana in mare. La Parte responsabile della zona di ricerca e salvataggio in cui viene prestata assistenza si assume in primo luogo la responsabilità di vigilare affinché siano assicurati il coordinamento e la cooperazione suddetti, affinché i sopravvissuti cui è stato prestato soccorso vengano sbarcati dalla nave che li ha raccolti e condotti in luogo sicuro, tenuto conto della situazione particolare e delle direttive elaborate dall’Organizzazione Marittima Internazionale. In questi casi, le Parti interessate devono adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile.

Secondo Salvini si poteva, anzi si doveva, attendere la conclusione della trattativa con i paesi membri dell’Unione europea, perchè la situazione a bordo della Open Arms era “sotto controllo, non c’erano emergenze a bordo, da Piantedosi ricevevo rassicurazioni. Noi non ci siamo opposti quando c’erano situazioni sanitarie allarmanti. Ero continuamente rassicurato sulle condizioni a bordo”. Al contrario di quanto dichiarato da Salvini e riferito da Piantedosi, dalla relazione dei medici USMAF il 17 agosto 2019 e dalle foto trasmesse dalla squadra mobile di Agrigento, risultavano invece “l’evidente sovraffollamento della nave e le pessime condizioni dei migranti a bordo”. Anche su queste circostanze sarà molto importante l’audizione dell’ex capo di gabinetto di Salvini, oggi ministro dell’interno, prevista per il prossimo 16 febbraio.

Il richiamo allo stato di salute dei naufraghi, che, secondo Salvini che cita i medici USMAF capovolgendo la portata della ispezione effettuata il 17 agosto 2019 a bordo della Open Arms bloccata davanti al porto di Lampedus, appariva soddisfacente, viene contraddetto da quanto rilevato dal procuratore di Agrigento Patronaggio nel corso di una ispezione sulla nave, con due consulenti medici, il 20 agosto. Di certo, al ci là dei casi di evacuazione medica d’urgenza (MEDEVAC), la situazione di grave emergenza sanitaria riscontrata a bordo della Open Arms dal procuratore di Agrigento non si era creata negli ultimi giorni di sosta forzata davanti al porto di Lampedusa, ma il clima di tensione che si respirava a bordo della nave dopo che questa veniva bloccata a vista del porto di Lampedusa rischiava davvero di degenerare in atti di disperazione dalle consegunze imprevedibili.

Come ricorda il Tribunale dei ministri nella richiesta di autorizzazione a procedere poi condivisa dal Parlamento (p.38),”Sotto altro profilo, l’art. 11 comma 1-ter, neppure può consentire che, mediante il decreto interdittivo in esso previsto, vengano realizzati respingimenti collettivi, ovvero una misura che “possa produrre l’effetto di rinviare un richiedente asilo o un rifugiato verso le frontiere di un territorio in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate e in cui rischierebbe una persecuzione. Ciò include il rigetto alle frontiere, l’intercettazione e il respingimento indiretto, che si tratti di un individuo in cerca di asilo o di un afflusso massiccio” (v. sentenza CEDU del 23.2.2012 nel caso Hirsi Jamaa ed altri v. Italia); i predetti respingimenti sono, infatti, vietati dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, ratificata dall’Italia, che ha codificato “un principio di diritto internazionale consuetudinario che vincola tutti gli Stati, compresi quelli che non sono parti alla Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati o a qualsiasi altro trattato di protezione dei rifugiati. E’ inoltre una norma di jus cogens: non subisce alcuna deroga ed è imperativa, in quanto non può essere oggetto di alcuna riserva” (v. sentenza della CEDU cit.), nonché dall’art. 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e dall’art. 4 Protocollo Addizionale n. 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali. Ne deriva che tra i “provvedimenti di competenza” del Ministero dell’Interno, menzionati dalle linee guida del tavolo tecnico del 12.2.2019, in caso di richiesta di POS inoltrata per effetto di soccorsi in mare effettuati da navi battenti bandiera straniera, senza il coordinamento dell’Autorità SAR italiana, non può mai essere inclusa l’adozione del divieto di ingresso previsto dall’art. 11 comma 1-ter del D. Lgs. N. 286/1998, come introdotto dal D.L. n. 53/2019, non ricorrendo l’ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19 par. 2 lett. g) della Convenzione UNCLOS del 1982″.

15. I ritardi nello sbarco dei miori stranieri non accompagnati

Sul ritardo nello sbarco dei minori, richiesto da Open Arms già l’8 agosto senza riscontro da parte del ministro dell’interno, non vale la giustificazione che la nave non era in acque territoriali (12 miglia), perchè si trovava in zona SAR italiana, e comunque in assenza di coordinamento da Malta, non poteva che essere coordinata dalle autorità italiane, e dunque era già sotto la giurisdizione italiana. Con una nota del 9 agosto 2019 il Tribunale dei minori di Palermo del 9 agosto 2019 scriveva“come è ben noto le Convenzioni Internazionali a cui l’Italia aderisce e soprattutto l’art. 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17, impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto ad essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno.”. Lo stesso Tribunale proseguiva affermando che “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici.”  

Nella sua deposizione Salvini non ha giustificato perchè non forniva risposte poisitive alle richieste di POS provenienti da Open Arms, se non citando il suo primo decreto che vietava l’ingresso nelle acque territoriali, adottato il primo agosto 2019, e la circostanza che fino a quando la nave sarebbe stata al di fuori delle acque territoriali (12 miglia dalla costa), dunque fino al 14 agosto 2019, non si poteva configurare una responsabilità di coordinamento da parte delle autorità italiane. Salvini dimentica del tutto l’esistenza di una zona SAR (di ricerca e salvataggio) italiana, per non parlare della cd. zona contigua (24 miglia dalla costa) che radicano responsabilità in capo alle autorità italiane e vanno ben oltre le 12 miglia dalla costa, arrivando all’incirca fino a 45 miglia a sud di Lampedusa, da dove provenivano da parte di Open Arms le richieste di POS che il Viminale continuava ad ignorare. In assenza di riscontri da parte di autorità SAR degli Stati costieri competenti, se le autorità italiane ricevono una chiamata di soccorso ed una richiesta di POS non possono tirarsi indietro adducendo che i soccorsi sono stati operati in acque internazionali da una nave battente bandiera straniera. In ogni caso i giorni cruciali per verificare la fondatezza delle accuse contro Salvini vanno dal 14 agosto, data della sospensiva del divieto di ingresso in acque territoriali pronunciata dal Tar Lazio, al 18 agosto, quando venivano fatti sbarcare i minori, ed al 20 agosto, data del sequestro preventivo della nave da parte della Procura della Repubblica di Agrigento e del conseguente sbarco di tutti i naufraghi ancora a bordo.

Come si legge nella richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Palermo, Il 15 agosto il Ministro SALVINI sottoscriveva una nota di risposta ad una precedente missiva del 14.8.2019 del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, con cui lo si era invitato “ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull’imbarcazione”; con tale nota respingeva ogni responsabilità al riguardo, evidenziando che i minori a bordo della nave spagnola dovevano ritenersi soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani; che, inoltre, non vi erano evidenze per escludere che gli stessi viaggiassero accompagnati da adulti che ne avevano la responsabilità, comunque ricadente sul comandante della nave; che, infine, aveva già dato mandato all’Avvocatura Generale dello Stato per impugnare il decreto di sospensiva del Presidente del Tar del Lazio, che di fatto aveva rimosso ogni ostacolo all’ingresso della nave nelle acque territoriali, che infatti avveniva subito dopo.

Come emerge ancora dalla richiesta di autorizzazione a procedere, il 20 agosto 2019 “Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento effettuava un’ispezione a bordo della Open Arms, unitamente a due medici all’uopo nominati quali consulenti tecnici, i quali, all’esito delle operazioni, evidenziavano la peculiare, delicata situazione riscontrata a bordo, caratterizzata da “condizioni emozionali estreme in un clima di altissima pressione” ove “il vissuto di morte collegato a un eventuale rimpatrio e la percezione di vita affrontando a nuoto lo specchio di mare” che li separava dall’Isola di Lampedusa “comportavano una marginalizzazione del rischio individuale e collettivo che si inseriva in un contesto di scarso controllo critico – cognitivo, con conseguente pericolo di agiti comportamentali inappropriati (mettere a repentaglio l’incolumità fisica e la vita medesima) senza possibilità, da parte di terzi, di contenere dette condotte né di arginare un ulteriore sviluppo di gravi situazioni psicopatologiche”. Lo stesso 20 agosto 2019 il Procuratore di Agrigento Patronaggio emetteva ed eseguiva il decreto di sequestro preventivo in via d’urgenza della nave, procedendo finalmente allo sbarco di tutti i migranti, senza che dal Viminale arrivasse alcuna disposizione al riguardo.

16. Perchè è falso affermare che la mancata risposta alla richiesta di coordinamento dei soccorsi e di indicazione di un porto di sbarco escluderebbe la responsabilità dello Stato costiero rischiesto. La mancata adesione di Malta agli emendamenti alla Convenzione SAR del 2004.

Nelle sue linee applicative il Piano SAR italiano del 2009, come il successivo piano adottato nel 2020, fa riferimento alle metodologie tecnico-operative di ricerca e soccorso contenute nel manuale IAMSAR adottato dall’ Imo nel 1999 ed alla Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974( Convenzione SOLAS) che obbliga il“comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione…” [Capitolo V, Regola 33(1)]. Spetta poi ai governi ed alle relative autorità marittime e militari, in particolare ai Centri di Coordinamento del soccorso il completamento degli obblighi posti a carico dei comandanti delle navi in mare, assicurando nelle rispettive aree di responsabilità S.A.R.un’efficiente organizzazione dei servizi di ricerca e salvataggio (Marittime Rescue Coordination Centre o M.R.C.C.), in grado di gestire le comunicazioni di emergenza e di coordinare le operazioni in modo tale da garantire il salvataggio delle persone ed il loro sbarco in un luogo sicuro Lo stesso principio è poi specificato dal paragrafo 3.6.1 del Manuale IAMSAR, Vol. 1, dove si prevede che un RCC (Rescue Coordination Center) dopo la ricezione di una chiamata di soccorso, diventa responsabile nella gestione delle relative operazioni SAR, fino a quando altra autorità competente non assuma il coordinamento. E le autorità italiane erano sempre state le prime a ricevere richiesta di coordinamento SAR da parte di Open Arms.

Non si può tuttavia cotinuare a ripetere, come fa la difesa di Salvini ad ogni udienza, che i migranti soccorsi nella zona SAR maltese avrebbero dovuto essere sbarcati a Malta, magari con quelli soccorsi in precedenza nella cd. zona SAR “libica”. Su questo ha già testimoniato, non senza qualche contraddizione, il capo della Guardia costiera italiana. L’ammiraglio Liardo ha infatti smascherato, forse senza rendersene pienamente conto, il gioco sporco fatto dalle autorità italiane e maltesi sulla pelle dei naufraghi raccolti dalla Open Arms. Che Open Arms non abbia chiesto il porto di sbarco a Malta, dopo i due soccorsi effettuati nella zona SAR maltese, come ha affermato la difesa, non corrisponde al vero. Il governo di La Valletta aveva dato una disponibilità soltanto per una piccola parte dei naufraghi, negandola per quelli soccorsi nei primi due salvataggi. Quanto dichiarato a SIT (sommarie informazioni testi) al Tribunale dei ministri da altri esponenti della Guardia costiera e della Guardia di finanza confermava la comunicazione dal comandante di Open Arms circa il rischio che si sarebbe corso, e che avrebbero corso le persone, già esasperate dopo due settimane di attesa in mare senza la indicazione di un porto di sbarco sicuro da parte dei governi italiano e maltese, se fosse stato proposto loro lo sbarco di una parte soltanto a Malta.

Come ricordava nel 2019 l’ Ammiraglio Liardo, in una audizione parlamentare, “Riguardo allo specifico scenario del Mediterraneo Centrale, occorre rilevare che ad oggi (2019) l’unico Stato che pur avendo provveduto a ratificare la convenzione SAR del 1979, non ha tuttavia dichiarato formalmente la sua specifica area di responsabilità SAR rimane solo la Tunisia; l’Egitto che invece non ha ratificato la Convenzione di Amburgo si è però dotata di una organizzazione SAR ed ha dichiarato una propria regione di responsabilità ai fini della ricerca e del soccorso marittimo. La Libia ha ratificato la Convenzione ed ha formalmente dichiarato la propria area di responsabilità SAR il 14 dicembre 2017. Tale area di responsabilità è stata riportata sul Global Integrated Shipping Information System (GISIS) dell’International Maritime Organization11 (IMO), il 27 giugno 2018” .In quell’occasione lo stesso LIARDO affermava che “Ovviamente, non avendo tutti gli Stati costieri ratificato la convenzione, né provveduto ad organizzare una propria specifica organizzazione S.A.R., allo scopo sempre di tutelare il principio di integrità dei servizi S.A.R., le discendenti linee guida emanate dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) un’agenzia delle Nazioni unite, in base a quanto espressamente previsto dalle citate convenzioni, prevedono che il primo MRCC che riceva notizia di una possibile situazione di emergenza S.A.R. ha la responsabilità di adottare le prime immediate azioni per gestire tale situazione, anche qualora l’evento risulti al di fuori della propria specifica area di responsabilità. Ciò almeno fino a quando tale responsabilità non venga formalmente accettata da un altro MRCC, quello competente per l’area o altro in condizioni di prestare una più adeguata assistenza (Manuale IAMSAR – Ed. 2016; Risoluzione MSC 167-78 del 20/5/2004). Ciò determina la certezza, per ciascun navigante, di individuare l’Autorità responsabile per il soccorso della vita umana in mare”. In quell’occasione l’Ammiraglio LIARDO affermava che “L’obbligo del S.A.R. prescinde dai limiti della piena giurisdizione marittima di uno Stato costiero (non è neppure limitato, alla specifica area di responsabilità S.A.R., che comunque non è un’area di giurisdizione e, pertanto, si estende di norma ben oltre le acque territoriali e l’eventuale zona contigua), mentre l’attività di polizia, “law enforcement”, al di fuori delle acque territoriali è soggetta a ben precisi limiti, stabiliti dalla normativa nazionale e nel rispetto di quella internazionale. La conseguenza pratica di ciò è che se un’imbarcazione carica di migranti localizzata al di fuori delle acque territoriali di uno Stato costiero è ritenuta versare in una situazione di potenziale pericolo (caso S.A.R.), scatta l’obbligo di immediato intervento e, quindi, del successivo trasporto a POS delle persone soccorse.” Se in occasione della sua audizione nel corso del procedimento penale a carico di Salvini l’Ammiraglio Liardo ha affermato cose che sembrerebbero parzialmente diverse, sarà motivo di approfondimento nelle prossime udienze che ancora si dovranno tenere con l’escussione dei testimoni citati dalla difesa dell’imputato.

Di certo, come emerge nella richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Palermo (p.34), lo stesso Ammiraglio Liardo, allora Capo Reparto Piani e Operazioni del Comando Generale delle Capitanerie di Porto di Roma, sentito dal Tribunale, inquadrava così il diniego di un Pos da parte del ministro Salvini e del suo ufficio di gabinetto: “Le vicende legate alla Open Arms di inizio agosto 2019 furono qualificate come Immigrazione clandestina via mare e non come eventi SAR, in quanto l’intervento non è stato coordinato direttamente dalla Capitaneria di Porto, ma ci siamo attenuti alle valutazioni di Open Arms. Cosa diversa sarebbe stata se il soccorso fosse stato direttamente coordinato dalle autorità italiane.” (v. verbale SIT del 16.12.2019)“. Per quanto questo orientamento fosse maturato all’interno di un Tavolo tecnico interministeriale, questo ordine di valutazioni ed i provvedimenti conseguenti adottati da Salvini appaiono privi di una qualsiasi base legale, tanto sul piano della normativa sovranazionale, che alla stregua del Codice della navigazione e del Piano nazionale SAR del 1996, ancora vigente nel 2019.

17. Divieti di ingresso nelle acque territoriali e mannifestazioni di volontà dei richiedenti asilo a bordo della Open Arms

Secondo il Regolamento UE n.656 del 2014, ( al Considerando 8) “durante operazioni di sorveglianza di frontiera in mare, gli Stati membri dovrebbero rispettare i rispettivi obblighi loro incombenti ai sensi del diritto internazionale, in particolare della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, della Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e del suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, della Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo”. Tutte queste Convenzioni contengono disposizioni relative alla tutela dei diritti fondamentali delle persone soccorse in mare, fino a comprendere il diritto di chiedere asilo in un paese sicuro, ed una tutela rafforzata per i minori, che avrebbero dovuto impedire l’assimilazione dell’attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali ad una attività di immigrazione irregolare, ad un mero “evento migratorio”.

Non si può dimenticare come la maggior parte dei naufraghi presenti a bordo della Open Arms avesse manifestato l’intenzione di chiedere asilo in Italia. In base al “Considerando 26” della Direttiva 2013/32/UE, qualora i richiedenti asilo si trovino nelle acque territoriali di uno Stato membro, è opportuno che siano trasferiti sulla terraferma e che ne sia esaminata la domanda ai sensi della stessa direttiva. Al di là delle trattative con altri Stati membri sulla redistribuzione su base volontaria dei naufraghi, per effetto del Regolamento UE Dublino III n.604/2013, allora, ed ancora oggi, in vigore, tutti i naufraghi della Open Arms dovevano essere sbarcati al più presto al fine di presentare in Italia una richiesta di protezione internazionale, anche se intendevano poi trasferirsi in un altro paese, o se un accordo europeo ne avesse previsto un ricollocamento. In base all’art. 3 del Regolamento n.604/2013/UE, gli Stati membri esaminano qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide sul territorio di qualunque Stato membro, alla frontiera e nelle zone di transito. Quanto previsto da direttive e regolamenti europei lo conferma anche l’art.10 ter del Testo Unico 286/1998 in materia di immigrazione, in base al quale “lo straniero rintracciato in occasione dell’attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna ovvero giunto nel territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare è condotto per le esigenze di soccorso e di prima assistenza presso appositi punti di crisi.” (cd. approccio Hotspot). 

18. Una giustificazione postuma: le prassi amministrative della gestione Lamorgese

Il carattere eccezionale degli sbarchi operati nel giugno del 2018 dalla Aquarius in Spagna con 630 migranti respinti dall’Italia, e poi nel novembre del 2022 dalla Ocean Viking nel porto francese di Tolone, richiamati da Salvini all’inizio delle sue “dichiarazioni spontanee” presentano caratteri assolutamente unici per l’assenso preventivo fornito in via eccezionale dalle autorità spagnole e francesi, e quindi per l’esito della trattativa condotta tra gli Stati al fine di non fare sbarcare i naufraghi in Italia. Trattativa che comuqnue non è stata priva di conseguenze negative anche sul piano diplomatico, se si pensa al successivo diniego di collaborazione mantenuto dalla Spagna nel caso Open Arms, fino al 18 agosto 2019, quando anche per le condizioni meteo non era più ipotizzabile il successivo trasferimento dei naufraghi verso un porto spagnolo, anche con un loro trasbordo su mezzi della Guardia costiera italiana. E sono ancora attuali nei rapporti tra Italia e Francia pesanti conseguenze negative sul terreno della redistribuzione dei naufraghi soccorsi nel Mediterraneo centrale. Dopo lo sbarco di Ocean Viking a Tolone, imposto ai francesi, la Francia, che definiva quello sbarco “a titolo eccezionale”, ha duramente criticato il comportamento del governo italiano, e ha sospeso la ridislocazione di 3.500 rifugiati che si trovavano allora in Italia, attraverso il meccanismo volontario di redistribuzione. La Francia dopo quello sbarco “forzato” aveva pure invitato “tutti gli altri partecipanti” al meccanismo volontario di ricollocamento europeo dei migranti, “in particolare la Germania”, a sospendere l’accoglienza dei profughi presenti in Italia . Una rottura diplomatica che non si è superata ancora oggi, malgrado le trionfali dichiarazioni del governo Meloni sui successi in Europa sui dossier in materia di immigrazione ed asilo. In base al Meccanismo volontario di solidarietà che contemplava il ricollocamento dall’Italia di circa diecimila richiedenti asilo ogni anno, da quando è stato attivato, nel giugno 2023, stando ai dati offerti da Bruxelles, dall’Italia sono stati ricollocati soltanto 1.159 richiedenti asilo. E parliamo eslcusivamente di richiedenti asilo, non certo di una massa indistinta di naufraghi sbarcati da navi che li hanno soccorsi nel Mediterraneo centrale. Una differenza sostanziale che Salvini sembra ignorare ancora oggi, ma che assume un rilievo decisivo nelle trattative con gli altri paesi europei. Nel novembre dello scorso anno la Germania ha sospeso i ritrasferimenti dall’Italia previsti in base al Meccanismo volontario di solidarietà, dopo che con una lettera del 5 dicembre 2022, l’Italia ha informato gli altri Stati membri della Ue che i ritrasferimenti Dublino sarebbero stati temporaneamente annullati per presunti motivi tecnici e per mancanza di capacita’ di accoglienza. Questi i risultati delle pressioni sugli Stati europei per imporre loro lo sbarco di naufraghi soccorsi nel Mediterraneo centrale o la ridislocazione di una parte più consistente di richiedenti asilo. Ma il successo, o il fallimento politico, su questo versante, non assume certo rilievo in un procedimento penale nel quale si tratta di accertare responsabilità in ordine alla mancata indicazione di un porto di sbarco nel 2019, dopo il divieto di fare ingresso nelle acque territoriali sospeso dal TAR del Lazio.

Il richiamo finale, a chiusura della lunga dichiarazione resa da Salvini in udienza, ai diversi casi di ritardo di assegnazione di un POS (place of safety) da parte del successivo ministro dell’interno Lamorgese, con dati che pure hanno avuto un grande risalto mediatico, non assume alcun rilievo nel procedimento penale a carico di Salvini, in quanto rientrava in una prassi di fatto concordata con le ONG, che dopo una serie di incontri con il ministro dell’interno, a partire dal novembre 2019, potevano comunque entrare nelle acque territoriali, a differenza di quanto invece avveniva quando dal Viminale arrivavano in via preventiva i divieti di ingresso nelle stesse acque territoriali. Nei casi gestiti dal ministro dell’interno Lamorgese non venivano adottati decreti di divieto di ingresso simili a quello adottato da Salvini nel caso Open Arms il 1 agosto 2019, ed anzi nel dicembre del 2020, con la legge 130/2020 si abrogava il comma 1 ter dell’art. 11 del Testo Unico sull’immigrazione n.286/98, introdotto proprio da Salvini con il decreto sicurezza 53 del 14 giugno 2019, e si delimitava così il potere del ministro dell’interno di vietare l’ingresso nelle acque territoriali alle navi del soccorso civile che avevano operato attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali.

Sentita a sommarie informazioni dal Tribunale dei ministri di Palermo, come si ricava dalla richiesta di autorizzazione a procedere il prefetto Garroni, già vice-capo del gabinetto del ministro dell’interno, sottolineva come, “dopo il cambio al vertice del Ministero (…) eventi simili a quello della Open Arms” siano stati “gestiti in maniera differente”, specificando che “Il nuovo Ministro non ha più adottato nessun provvedimento di divieto ed è stato concesso il POS ad altre imbarcazioni, dopo aver avviato le interlocuzioni con la Commissione Europea per il ricollocamento dei migranti, interlocuzioni gestite a partire da settembre dallo stesso Ministero dell’Interno e non più, come in passato, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito di una procedura che, a seguito degli accordi di Malta, risulta più snella e consente di conoscere già, al momento dello sbarco, la destinazione dei migranti”.

Sul mutato quadro politico, successivo alla crisi politica che vedeva l’uscita di Salvini dal Viminale, ed il suo passaggio all’opposizione, ha riferito al Tribunale dei ministri di Palermo anche il Vice Capo di Gabinetto dell’ex ministro dell’interno, Prefetto Paolo Formicola, per il quale la linea inaugurata dal nuovo Ministro “è quella di non adottare più i divieti di ingresso in acque territoriali”, anche in considerazione del pre-accordo di Malta, “che ha certificato l’accettazione da parte di Francia e Germania della redistribuzione automatica di quote di migranti accolti in Europa”, e del conseguente snellimento delle procedure, che “consente di autorizzare gli sbarchi in Italia già consapevoli che i migranti saranno ricollocati in altri Stati”. In realtà il cd. Accordo di Malta non fu mai condiviso dalle istituzioni centrali dell’Unione europea, e non acquistò mai portata vincolante, ma quanto dichiarato dai due alti funzionari del Viminale esclude la continuità vantata da Salvini rispetto alla successiva ministro dell’interno Lamorgese.

Con l’art. 1 ter dell’articolo 11 del Testo Unico 286/98, come modificato dal decreto sicurezza 53/2019, che veniva parzialmente abrogato dal Decreto Lamorgese, si prevedeva poi che il Ministro dell’interno potesse – nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia – limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale (salvo che si trattasse di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale), per: motivi di ordine e sicurezza pubblica; ovvero quando si concretizzassero – “limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti” – le condizioni di cui all’articolo 19, paragrafo 2, lettera g) della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva dalla legge n. 689 del 1994), nella quale si considera come “pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato” costiero il passaggio di una nave straniera se, nel mare territoriale, la nave sia impegnata, tra le altre, in un’attività di carico o scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero. Restava pur sempre “il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia” tra i quali, in base all’art. 117 della Costituzione ed alla giurisprudenza della Corte di Cassazione sul caso Rackete, rientrano gli obblighi di ricerca e salvataggio in mare comprensivi dello sbarco in un porto sicuro in Italia, affermati dalle Convenzioni internazionali. E infatti, quando il governo Meloni ha proceduto ad una ulteriore stretta repressiva contro i soccorsi umanitari non è riuscito al ripristinare per intero il Decreto sicurezza bis n.53 del 2019, sulla base del quale Salvini aveva interdetto alla Open Arms prima l’ingresso nelle acque territoriali, e poi lo sbarco dei naufraghi nel porto di Lampedusa.

Nel gennaio dello scorso anno, con il Decreto legge (Piantedosi) n. 1, convertito nella legge n.15 del 24 febbraio 2023, si modificava ancora una volta l’art.11 del Testo Unico sull’immigrazione 286/98, con l’abrogazione delle modifiche introdotte nel 2020 con la il Decreto (Lamorgese) legge n.130/2020, e si ritornava ad una formulazione particolarmente restrittiva, ma non coincidente, con quella contenuta nel Decreto sicurezza “Salvini” n.53 del 2019, prevedendosi una nuova disciplina delle autorizzazioni all’ingresso nelle acque territoriali ed allo sbarco. Con una serie di ipotesi sanzionatorie a seconda che le navi umanitarie, alle quali soltanto si applicava la normativa, avessero deviato dalla rotta assegnata o avessero eseguito più soccorsi in sequenza, senza la preventiva autorizzazione della Centrale operativa del Corpo della Guardia costiera- MRCC (e del Ministero dell’interno). Per quanto assai discrezionale, e pretesto per l’assegnazione di “porti di sbarco vessatori” e di fermi amministrativi, la più recente disciplina legislativa, che ha comportato tempi sempre pià lunghi di attesa prima dello sbarco, riconosce il diritto delle navi umanitarie di operare in acque internazionali e il coordinamento delle attività SAR in questa area da parte delle autorità italiane. Come prevede del resto il diritto internazionale,ed il manuale IAMSAR, recepito nel Piano SAR nazionale, 2009 aggiornato nel 2020, che Salvini continua ad ignorare quando afferma, come sembra si sia verificato nel corso dell’udienza di Palermo, che la responsabilità di coordinamento delle autorità italiane, e dunque la resposabilità del ministro dell’interno, per le operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) operate da ONG in acque internazionali non si possano estendere oltre le 12 miglia del mare territoriale.

Si deve anche ricordare che ogni paragone sintetico con gli anni successivi al caso Open Arms (verificatosi nel 2019) è improprio, non solo per i diversi capovolgimenti normativi, ma anche dal punto di vista meramente statistico, per la eccezionalità della situazione verificatasi dal 2020 al 2022 con la pandemia da COVID 19, con la conseguente dichiarazioni di uno “stato di emergenza”, il 31 genaio 2020, ed il ricorso a “navi quarantena” , con una sostanziale modifica del regime degli sbarchi in seguito ad eventi migratori/operazioni di soccorso. Perchè anche ai tempi del ministro dell’interno Lamorgese le autorità italiane hanno continuato a qualificare la maggior parte delle attività SAR di ricerca e salvataggio operate dalle ONG come meri “eventi migratori”, sui quali il Viminale poteva riservarsi la discrezionalità più ampia in ordine ai tempi dello sbarco a terra. Ma senza imporre divieti di ingresso nelle acque territoriali e divieti di sbarco, come in precedenza aveva fato Salvini quando era ministro dell’interno.

In ogni caso, una prassi amministrativa successiva ai fatti oggetto del processo di Palermo nei confronti di Salvini non può fornire “a posteriori” una base legale a precedenti scelte discrezionali di un ministro, che nel caso della Open Arms, nell’agosto del 2019, aveva assunto su di sè l’intera responsabilità di vietare alle navi del soccorso civile ,e quindi alla Open Arms, prima l’ingresso nelle acque territoriali, con il decreto del 1 agosto 2019 sospeso dal TAR Lazio, e poi lo sbarco nel porto di Lampedusa, senza che il secondo decreto adottato nei giorni in cui la nave era bloccata davanti al porto di Lampedusa ottenesse la firma “di concerto” degli altri ministri competenti. Fino a che punto rimaneva lecito comprimere in nome della sicurezza nazionale la libertà personale dei naufraghi in attesa che le trattative con gli altri partner europei dessero l’esito sperato? Come osservato nella richiesta di autorizzazione a procedere dal Tribunale dei ministri di Palermo, “appare incontrovertibile come la decisione di vietare l’ingresso nel porto di Lampedusa alla nave Open Arms, non abbia contribuito alla sicurezza dei cittadini o alla difesa delle frontiere, ma abbia prodotto in modo diretto e immediato, effetti pregiudizievoli alla sfera giuridica individuale dei migranti soccorsi da settimane e ristretti a bordo della stessa nave, come non si sarebbe verificato se il ministro dell’interno si fosse limitato ad una scelta politica di carattere generale senza violare la normativa interna ed internazionale che stabilisce procedure vincolate per lo sbarco dei naufraghi soccorsi in alto mare”.