28 dicembre 1999 – 28 dicembre 2023, anniversario della strage nel CPT Serraino Vulpitta di Trapani. “Il giuramento” di Dino Frisullo

Oggi hanno fatto strage anche della memoria.

ricordiamo i nomi di Rabah Arfaoui Ben Hedi, Nasreddine Ben Hedi, Jamel Ben Taahr, Ramzi Ben Salem Mouldi, Lotfi Ben Salah, Nasim Ben Moustafa, e le tante vittime dei centri di detenzione amministrativa, dal 1998 ad oggi

“Ho incontrato molti Ahmet nella mia vita.
Spero un giorno di poterne guardare uno
negli occhi senza vergognarmi di me e di noi
come oggi mi vergogno…”

Dino Frisullo, “Il giuramento”

«Perché vuole vederlo, è un parente?».
Ad Ahmet si prosciugò istantaneamente la gola. Aprì due o tre volte la bocca, annaspò, si arruffò i capelli crespi e ricci con la mano. Poi ricorse al trucco usato tante volte per prendere tempo: «Io no capisce… italiano no capisce… tu che dice me?».
La dottoressa lo guardò con sospetto: «Ma poco fa parlavi italiano così bene… Cos’è, hai perso la lingua all’improvviso? Comunque… », sospirò, «tu parente? tu amico? tu cosa di lui?», e gesticolò accostando le dita e poi indicando la corsia di rianimazione. «Io..amico, sì», il volto di Ahmet si illuminò di un sorriso troppo aperto per essere sincero: «io amico a Tunisia, arriva oggi adesso, mamma lui conosce io… ». «Sua madre?». Lo studiò con più attenzione, poi scarabocchiò qualcosa su un foglio. Ahmet avrebbe voluto ingoiare la lingua e digerirla. «Bene, entra. Ma devi essere forte, potresti svenire, il tuo amico è ridotto male… Non mi capisci? Dico: tuo amico molto male, molto brutto, tu forte? Bene, bene, secondo me tu capisci tutto quello che dico. È inutile che fai quello sguardo di pesce lesso, non m’incanti… Dai, entra. Solo per due minuti, intesi? ».
Percorse due volte col dito la circonferenza dell’orologio: «Due minuti soli, capito? E… » la sua voce si addolcì: «fatti coraggio, il tuo amico sta molto male. Ha gli occhi… l’occhio aperto ma non ti riconoscerà, l’abbiamo addormentato per via del dolore. Letto numero sei», e mostrò sei dita.
Seguì con l’occhio la figura alta e dinoccolata che camminava un po’ curva, finché non scomparve alla svolta del corridoio. Poi afferrò il telefono. «Mi passi il commissario… Sì, ospedale civile, reparto rianimazione. Commissario, mi aveva detto di avvertirla se arrivava qualcuno della famiglia. Sì, c’è un ragazzo che dice di venire da parte della madre di Omar, quello ridotto peggio di tutti, in coma… No, non so come si chiama, dice di non parlare italiano, ma secondo me fa finta. Va bene, l’aspetto».
Posò il telefono perplessa. Aveva fatto bene? Qualcosa le stringeva il cuore e lo stomaco, in tutta quella faccenda, e da una settimana le impediva di dormire senza incubi. Qualcosa come un senso di colpa… Ma perché colpa? Che c’entrava lei? Si strinse nelle spalle e si sforzò di immergersi di nuovo nello studio del fascicolo di aggiornamento sulle terapie anestetiche.
Omar non era che un grumo di coscienza in un involucro secco e inerte. Distingueva con qualche sforzo i rumori, le voci e le luci, era cosciente, ma gli avevano tolto la sensibilità del corpo. «Soffrirebbe troppo senza la morfina», ripeteva una voce autorevole. Da una settimana non poteva muovere neppure un dito. Medici e infermieri erano convinti che dormisse e non usavano perifrasi. Lo davano per spacciato: «Nessuno è mai sopravvissuto in quelle condizioni», dicevano. C’era una donna, dalla voce doveva essere anziana, che ripeteva sempre: meschinu, meschineddu, povero figlio… Da una settimana, attraverso l’unico occhio privo di palpebra, continuava a fissare il soffitto bianco. Le voci gli giungevano ovattate, coglieva il senso delle parole solo dopo qualche secondo.
La fatica più grande era respirare attraverso i tubi che gli squarciavano la gola. Ogni respiro era uno sforzo immane. La sua mente vorticava. Non riusciva a trattenere le immagini: passato e presente si sovrapponevano, si confondevano. Si assopiva di continuo, ma anche quando sognava continuava a sapersi lì disteso. Non sapeva più se la realtà era quell’incubo d’immobilità dolorosa o gli altri incubi. Lottava contro il sonno perché ogni sogno iniziava bene, nei vicoli di Tunisi o davanti al mare, a volte c’erano anche i suoi amici, i fratelli, la sua ragazza, e una volta aveva anche fatto l’amore. Ma poi arrivava sempre, puntuale, il fuoco. Il sogno si stracciava, fumava e ardeva come le tende della cella. Urla, vampate di calore, dolore, angoscia, urla e fuoco. L’inferno. Ne riemergeva spossato, e ogni volta tornare a respirare era più duro.
Anche in quel momento stava lottando contro le fiamme. Vide un’ombra stagliarsi contro il
soffitto. Con uno sforzo sovrumano scrutò la nebbia, senza riuscire a mettere a fuoco il volto che, ne era certo, apparteneva a una persona nota. Poi l’ombra parlò, e il suo cervello sembrò scoppiare per lo sforzo di vincere l’effetto della morfina e comandare alle labbra di parlare. Ma le labbra non c’erano più. Uno spaventoso gorgoglio scaturì dalla sua gola e dal buco rosso della bocca nel suo volto carbonizzato, l’unico occhio si dilatò mentre alitava una parola: Ahmet… Voci forti sciabolarono ciò che restava del suo timpano. «Oddio, ha parlato! Ma allora non dorme! Ha parlato!». «Dunque ti conosce! Chi sei? fermo, dove credi di scappare? Togli quelle mani e fatti vedere! Scommetto che sei uno dei fuggitivi… ».
«No commissario, lo lasci andare… Vergine santa, è colpa mia… ». «Ma insomma, qui c’è un moribondo! Oh, meschineddu! ».
«No, non è vero, lui non mi conosce… Voglio dire, mi conosceva in Tunisia, non qui, dottore… Sono appena arrivato in Italia, mi lasci!». «Ma non eri tu che non sapevi una parola d’italiano? Per essere appena arrivato parli bene… Fermatelo! Ecco, vediamo… Ho qui le foto. Dunque… sì, sei tu! Ahmet Mehlidi, detto il professorino, vero?».
Omar sentì ancora rumori di lotta, voci strozzate, ordini. Seppe che avevano preso il suo grande amico, il suo amico libero. Ahmet poteva volare via lontano. Invece aveva mantenuto la parola data, era venuto a cercarlo. Era anche colpa sua… Una disperazione infinita l’invase. Smise di lottare. Smise di respirare. Si lasciò cadere sempre più giù, in un pozzo infinito dalle pareti bianche e luminose come quel soffitto. Sempre più in fondo. Il mondo gli si rovesciò addosso in un vortice di luce. Infine scomparve anche il soffitto, e la paura, il dolore, l’angoscia. Un attimo di pace mmensa, prima del nulla.
«Ma è morto! Dio mio, meschineddu, non respira! Smettetela di gridare voi, questo ragazzo è morto!», urlò la donna anziana in divisa da infermiera, e fece ciò che desiderava fare da una settimana. Mise un panno bianco sopra quel pezzo di carbone in forma di volto, coprì quell’unico occhio sbarrato, con amore, come se gli chiudesse le palpebre. Aveva finito di soffrire, finalmente.
Nel silenzio di tomba calato d’improvviso nella stanza, cominciò a piangere un suo pianto quieto, accorato, infinito, lo stesso di tanti anni prima davanti al cadavere di suo figlio folgorato dalla corrente elettrica, irrigidito di traverso alle impalcature del cantiere.

«Basta, dobbiamo scappare da qui», disse Omar, quasi gridando. Abbassò subito la voce: aveva parlato in arabo, ma si diceva che uno dei poliziotti lo parlasse
Infatti uno di loro lo guardava fisso, ma senza ostilità. Sembrava il fratello gemello di Omar.
Stessa età, vent’anni. Gli stessi capelli biondi, rari fra gli arabi più che fra i siciliani, lo stesso volto magro, i lineamenti gentili, i baffetti ben curati. Qualcuno l’aveva già notato e aveva sfottuto: «Guarda quello, è Omar in divisa! Tua madre è mai stata in Sicilia, Omar?». Ma era bastato che Omar s’accigliasse, e l’altro s’era scusato. Girava voce che nonostante l’aria mite fosse svelto di coltello e di mano.
Gli altri trenta, nella camerata, avevano gli occhi persi nel vuoto. Una brutta notizia: un tunisino era morto nel centro di detenzione di Ponte Galeria, a Roma. Proprio nella notte di Natale! L’avevano lasciato morire, certo. Il telegiornale diceva che secondo i suoi compagni era sposato con un’italiana, dunque non doveva stare lì, ma non gli avevano dato retta. La polizia smentiva, e parlava di morte naturale.
«Morte naturale! Come è naturale il fiore del mandorlo a dicembre… », commentò a mezza voce Siddik, il più anziano e saggio del gruppo, un marocchino dalla testa calva che si ostinava a spacciarsi per algerino nonostante i sette decreti di espulsione che aveva collezionato sotto diversi nomi, ma sempre con il suo vero luogo di nascita, Casablanca. Casà, diceva spesso, e non aggiungeva altro, ma i suoi occhi si facevano sognanti.
Anche Omar a vent’anni aveva già due decreti d’espulsione sulle spalle. In sette mesi in Italia non era male, come record di sfortuna. Il primo se l’era preso appena arrivato, il secondo quando aveva provato a offrirsi come guida turistica a Palermo, e il turista di turno s’era fatto scarrozzare in giro con la sua ragazza per un’intera giornata ma poi, al momento di pagare, aveva tirato fuori il tesserino della questura. La terza volta l’avevano messo lì dentro, e ci stava già da trentadue giorni. Due giorni di troppo. Aveva appeso sulla sua branda trenta fiori secchi, ogni sera ne bruciava uno con l’accendino e pregava Allah di accogliere quell’offerta e di far passare presto il mese. Da quando il mazzetto s’era esaurito, Omar non stava più nella pelle: era libero, non l’avevano riconosciuto! Ma proprio quella mattina l’avevano chiamato, e invece della libertà l’attendeva il console tunisino arrivato da Palermo. Giusto il tempo di guardarlo: «Sì è lui, può certificare il riconoscimento e rimpatriarlo», aveva detto al commissario. E il mondo era crollato su Omar e su altri dieci suoi compagni, tutti lì da più di un mese, tutti riconosciuti.
E ora quella notizia… Bel Natale! Anche i tre panettoni portati dalle guardie stavano lì
immusoniti sul tavolo, tagliati e intatti.
Il poliziotto biondo chiamò con un cenno Omar, che s’avvicinò dubbioso. Si appartarono e
parlottarono a lungo. Ogni tanto l’agente gettava un’occhiata verso la stanza d’ingresso, dove i suoi colleghi stavano brindando a voce altissima, mezzi brilli di vino e spumante. Gli amici sbirciavano preoccupati la faccia di Omar che s’andava incupendo. Alla fine tornò lentamente verso il gruppo, con un cenno d’intesa al poliziotto che usciva rapidamente dalla stanza.
«Abbiamo tre giorni per scappare, ragazzi», disse Omar sottovoce, ma questa volta in italiano, per farsi capire anche dai tre giovani zingari. «M’ha detto che all’alba del 29 vengono a prenderci». Si volse ai tre zingari: «Anche voi. Dicono che non è vero che siete kossovari, che siete albanesi, e vi vogliono spedire in Albania. Così m’ha detto Salvatore», e accennò alla stanza dei guardiani. «È un bravo ragazzo, non so perché ma credo che ci possiamo fidare. Ha detto che ci spediranno via in venticinque: tutti quelli che hanno i trenta giorni scaduti».
Un brusio si levò e si spense subito, quando Omar alzò la mano. «Qui» disse solenne «dobbiamo fare un patto. Dobbiamo essere uniti, quelli che se ne andranno e quelli che restano. Perché fra pochi giorni toccherà anche a loro. Salvatore m’ha detto che ci vogliono sgombrare perché devono fare il nuovo centro qui a Trapani. Questo edificio secondo il prefetto non va bene. È pericoloso in caso d’incendio, con i corridoi stretti e una sola uscita. E meno male che se n’è accorto, dopo cinque rivolte e tre incendi in un anno! Vero, Siddik?». Il veterano del centro assentì. Ne aveva viste tante, di rivolte ed evasioni, in quei mesi: ogni volta che lo beccavano senza permesso di soggiorno lo internavano, ma lui dava un nome falso. Forse grazie alla sua statura alta e all’aspetto un po’ berbero il console marocchino non l’aveva mai riconosciuto. Ma allora non si confrontavano ancora le impronte digitali. Altrimenti ora sarebbe stato quasi sicuramente in galera a Rabat: oltre all’emigrazione clandestina, il suo nome figurava nella lista dei sovversivi. Contrario a re Hassan buonanima, e sindacalista per giunta.
Adil e Mario, i due fratelli zingari, avevano gli occhi sbarrati dallo stupore e dalla rabbia. Ma se avevano le mogli nel campo di Palermo, e figli piccoli nati in Italia! Come potevano rinviarli in Albania? E che avrebbero fatto laggiù, da soli, senza le loro famiglie? Il più giovane dei tre, Reda, poco più di un ragazzino, teneva le mani sul viso e ogni tanto tossiva forte per mascherare i singhiozzi. Gli altri evitavano di guardarlo per non metterlo in imbarazzo. «Salvatore ha detto che nei giorni di Natale saranno in pochi. Giorni migliori di questi per scappare non ce n’è».
«Ma se fosse una trappola? Tu lo conoscevi prima, questo Salvatore?».
«No, ma so valutare le persone», replicò Omar. «Dice che ha tutti i suoi parenti in America e in Germania, e che anche lui ha vissuto l’emigrazione. Sembrava sincero… ». «Nessuno di loro è sincero», intervenne Amir, un tunisino giovanissimo.
«Non generalizzare», disse Omar. «Anche fra loro ci sono i buoni e i cattivi. Comunque, che
interesse può avere a tenderci una trappola? ». «Che ne so? Mettersi in luce coi superiori, acchiappandoci… ».
«No, sarebbe troppo pericoloso per lui, perché in quel caso lo denunceremmo. Sapete che m’ha detto? Che per via del Natale non c’è nemmeno la pattuglia in macchina qui sotto».
A molti brillarono gli occhi. «Dunque se riusciamo ad uscire da qui il gioco è fatto!», disse uno di loro. «E le sbarre? Come facciamo a uscire?». «Dobbiamo prenderli di sorpresa. Che so, dobbiamo indebolire le sbarre, poi buttare sulla grata qualcosa di molto pesante e sfondarla, e poi calarci o saltare… ». «Saltare? Ma se sono dieci metri!», disse un altro.
«Va bene, ci caleremo con le lenzuola… ». «… di carta! », completò Amir. «Di carta, sì. Ma resistenti. Basta che reggano un minuto… ». «Sai cosa c’è per sfondare la grata? Eccolo, che ne dite?», e Siddik indicò il termosifone spento in permanenza: «L’abbiamo già usato in una rivolta precedente. È pesante. Al secondo colpo la grata va giù, se prima la indebolisci un poco». «E quanti riusciranno a calarsi, prima che ci blocchino? ».
«Possiamo accendere un fuoco da un’altra parte, così dovranno dividersi. Certo, i primi avranno più possibilità. Ma in fondo noi non siamo criminali, non possono spararci addosso, e loro sono in pochi. Prima che arrivino i rinforzi, faremo in tempo a scappare tutti».
Seguì un lungo silenzio. Ognuno valutava dentro di sé le possibilità e i rischi. Poi Siddik parlò per tutti. «Va bene», disse «Ma non subito stasera. Dobbiamo preparare tutto, scegliere i gruppi, verificare le informazioni, e poi scavare un poco le sbarre e preparare le corde. Anch’io mi fido di Salvatore. Se è vero quello che ha detto lui, scapperemo la sera prima della partenza, il 28 dicembre. Abbiamo tre giorni, così, per prepararci. Chi ha tessere telefoniche?».
S’alzarono soltanto tre mani. Potevano telefonare ben poco. Ma era importante informare i pochi amici di fuori, a Trapani e a Palermo, e dirgli di prepararsi ad accogliere e nascondere gli evasi. Le tessere furono requisite e affidate a Siddik insieme ai numeri di telefono.
Quella notte stessa alcuni cominciarono a scalzare e svellere il termosifone dal muro, altri si
misero e intrecciare lenzuola di carta fino a formare corde lunghissime che parevano robuste.
All’improvviso la libertà sembrava a portata di mano. Gli agenti di guardia colsero una nuova allegria fra gli «ospiti«, come li chiamavano ridacchiando, e ne furono contenti. Almeno non avrebbero avuto colpi di testa, prima della partenza. Doveva essere un effetto del Natale, dei panettoni e delle stecche di sigarette inviate in regalo dalla prefettura.
«Sono come dei bambini. Ci vuole poco per tenerli buoni», sentenziò il commissario.

Solo Ahmet non si lasciò contagiare dall’entusiasmo generale. Aveva brutti presentimenti,
diceva. E il suo amico Omar, capo indiscusso del progetto, non se ne dava pace.
«Cos’è, hai paura?», gli chiese un giorno, mentre mangiavano quella roba che voleva essere
pastasciutta. Lui s’arrabbiò e fece per buttargli il piatto in faccia. Omar si mise a ridere: «Va bene, scusami. Dimenticavo che tu sei Cuor di Leone».
Anche Ahmet non poté fare a meno di sorridere. Diavolo d’un uomo, come faceva a ricordarsi tutto? Quello era stato il suo soprannome fra i ragazzini della kasbah di Tunisi, più di dieci anni prima. Lui era il più coraggioso della più temibile delle bande. Allora era lui il capo e Omar, ragazzino timido e smunto, pendeva dalle sue labbra. Taglieggiavano i turisti, andavano a spiare ragazze nude negli hammam, rubavano frutta nei giardini dei mercanti ricchi e poi la rivendevano al mercato. E naturalmente ingaggiavano epiche sassaiole con le altre bande.
Fino da allora Ahmet amava il mare. Quando non aveva da fare con la banda, se ne andava nel porto, o fra le dune della costa, e rimaneva ore ed ore a guardare le onde. Oppure saltava sugli scogli a caccia di granchi, o pescava con una lenza rudimentale. Conosceva ogni anfratto della scogliera di Tunisi, le tane dei pesci più pregiati e dei grandi granchi rosa, dalle chele che staccano le dita a un uomo, se non sai come prenderli. Entrava in mare nudo in tutte le stagioni, anche d’inverno, anche quando le onde spaventano i pescatori e le loro mogli vanno nel porto e pregano nella tempesta. Cuor di Leone lo chiamavano, oppure il Re dei Pesci. Filava e saltava nelle onde come un delfino, sapeva andare a fondo e risalire in un attimo. «Hai le branchie, re dei Pesci? Hai un’amante sirena in fondo al mare?» gli chiedevano gli amici, divertiti e ammirati, dopo ogni esibizione.
Il mare per Ahmet era la libertà. E la libertà era la cosa più preziosa per lui. Quando avevano
arrestato suo padre per debiti col fisco, e avevano portato in prigione anche lui perché la madre era malata e non sapevano dove lasciarlo, aveva sofferto come un cane. Quelle sbarre erano il suo incubo ricorrente. E quando, molti anni più tardi, era stato espulso dall’Italia e rinchiuso all’arrivo nel carcere di Tunisi, come capita a tutti gli espulsi, aveva rischiato d’impazzire. Era una belva in gabbia, insultava i guardiani e quelli lo bastonavano volentieri. Era uscito da lì quattro mesi dopo, con tutte le ossa rotte. Ma almeno dal carcere di Tunisi si vedeva il mare. Dal Vulpitta solo cemento, e i pochi alberi spelacchiati del giardino…
La passione di Ahmet per il mare s’era rivelata preziosa il giorno dello sbarco. Il barcone
proveniente da Tunisi s’era avvicinato scricchiolando e gemendo alla costa, col mare in tempesta, e un’onda l’aveva quasi rovesciato. Ahmet fu sbalzato in acqua insieme a due donne e cinque uomini, e nessuno di loro sapeva nuotare. Una delle donne boccheggiava e urlava tenendo un bambino piccolissimo fuori dall’acqua gelida. Fu la prima che Ahmet trasse in salvo su uno scoglio, e poi tutti gli altri. Gli ultimi due li ripescò mentre già fluttuavano un metro sotto il pelo dell’acqua, e li rianimò con la respirazione artificiale, come aveva visto fare nei film. Funzionò: sopravvissero tutti, anche il bambino. Fu il momento più esaltante della breve vita di Ahmet: si sentì un eroe. La madre
non smetteva di fargli baciare il bambino: «Sei il suo secondo padre», diceva, e Ahmet rideva un po’ imbarazzato, perché la donna era molto bella, la più bella che avesse mai visto, e per salvarla l’aveva dovuta abbracciare stretta.
Riuscì anche a costruire una zattera con i resti del barcone, che s’era fracassato sullo scoglio, e a guadagnare la spiaggia quando il mare s’era calmato. Ma a riva li aspettavano i poliziotti. Furono rimpatriati subito con la motonave da Trapani: allora non esistevano i centri come il Vulpitta. E commise lo sbaglio di dare due volte il suo vero nome. Però non era un errore, diceva con orgoglio, era una scelta: non avrebbe mai cambiato il nome dei suoi antenati. Manco fossero stati una dinastia di sceicchi e non contadini poverissimi, ricchi solo di fatica e sudore da spendere nel loro orto e nei campi dei vicini a giornata.
Dopo il rimpatrio e la scarcerazione, dopo che fu guarito il suo corpo tormentato dai secondini, passava le sue giornate sul molo di Tunisi guardando l’orizzonte e cercando di distinguere, lontana, la costa siciliana. Nelle giornate molto chiare d’inverno si riusciva a scorgerla, o almeno così sembrava. Era il suo paradiso perduto. Per pagarsi un nuovo viaggio si dette a tutti i lavori più umili, andò anche a pulire i cessi dei ristoranti degli alberghi dei turisti, lui che aveva studiato ben sette anni, parlava e scriveva in arabo, in francese e un po’ in inglese e aveva pure letto il teatro di Sartre, Camus e la Bibbia dei cristiani. E poi tutti i libri di Salgari nelle edizioni economiche della piccola biblioteca popolare di Tunisi, prima in francese, poi in lingua originale. Voleva imparare
l’italiano prima di arrivare in Italia, e ci riuscì così bene che ora spesso gli capitava di correggere le espressioni dialettali dei poliziotti. Quelli friggevano: «Ma guarda quest’arabo della minchia, ma dove l’hai imparato l’italiano?», e l’avevano soprannominato “il professorino”.
La seconda volta lo sbarco era andato bene e Ahmet aveva girato in lungo e in largo la Sicilia e anche la Calabria, ebbro di libertà e avido di nuovi orizzonti, lavorando ovunque, parlando con tutti e facendosi amici dappertutto. Un paio di volte la polizia l’aveva fermato, ma lui gli aveva risposto con tanta proprietà di linguaggio da convincerli di essere un «regolare«. Se n’erano andati scusandosi, senza nemmeno chiedergli il permesso di soggiorno. Allora aveva sopravvalutato il suo carisma, ed era andato alla questura di Trapani per farsi regolarizzare con la nuova legge. Ma qui gli avevano chiesto le prove della sua presenza in Italia nei mesi precedenti. Non le aveva, proprio perché era riuscito, da perfetto clandestino, a non lasciare mai traccia scritta della sua presenza. Così invece del soggiorno gli avevano intimato l’espulsione e l’avevano rinchiuso nel Vulpitta. Dietro altre sbarre. Di notte sognava di farle saltare, di tuffarsi attraverso la finestra, finalmente spalancata, e nuotare nel mare aperto, ridendo dello stupore dei suoi guardiani. «Altro che professorino, è il Re dei Pesci!», dicevano nel sogno i poliziotti ammirati, come un tempo i suoi amici d’infanzia.

«È per questa sera, lo sai, vero?», gli disse Omar tre giorni dopo, mentre se ne stava triste sulla sua branda guardando il soffitto. Neanche i libri gli avevano dato, solo la televisione, e Ahmet odiava la televisione da quando aveva capito che i paradisi promessi non esistevano. O meglio, forse esistevano ma per pochi eletti, non certo per quelli come lui.
«Ti ho ceduto il mio posto nella prima squadra che si calerà giù con la corda, sei contento?
Perché sei così triste, insomma si può sapere?», gli chiese Omar. In quasi vent’anni di amicizia avevano imparato a leggersi i pensieri negli occhi.
«Lo so, la vedi male, fratello», insistette dopo una pausa, «ma questa volta sbagli a indovinare il futuro. Saremo liberi tutti e due!».
«Vai prima tu, non c’è problema», rispose Ahmet, senza staccare gli occhi dal soffitto. «Credo che se non vai via fra i primi, ti succederà qualcosa di brutto. Lo sento. Non chiedermi come. Ti ricordi quando ti ho telefonato di uscire di casa, e un attimo dopo la tua casa è crollata?».
«Certo che mi ricordo. M’hai salvato la vita.Ma non sono in debito: ti ho lasciato la ragazza che volevamo tutti e due, no?».
Ahmet sorrise suo malgrado. Samiha, con le trecce nere e il corpo di gazzella… Samiha sugli
scogli al tramonto, Samiha e lui soli nella barca alla deriva, e i baci che non si contavano come le stelle. Samiha pesce come lui nell’acqua… Pensò che il mare non era solo libertà per lui, era anche amore. Non si sarebbe mai innamorato fra i muri di una casa: l’amore ha bisogno di spazi liberi, ha bisogno del mare.
«Non volevo dirti che sei in debito. Ma voglio che tu sia il primo a scendere», ripeté,
continuando a guardare il soffitto. Poi all’improvviso abbassò lo sguardo sull’amico, e rabbrividì. Per un attimo ebbe la visione di un teschio nero, nero come il carbone. Solo un attimo. Si stropicciò gli occhi: stava impazzendo? Strani effetti fa la reclusione, pensò. «Oh insomma basta, mi avete eletto e decido io», chiuse il discorso Omar. «Tu scenderai per primo, io nel terzo gruppo, l’ultimo. Facciamo un patto, Ahmet. Qualsiasi cosa accada, quello di noi due che avrà più fortuna andrà a cercare l’altro, non lo lascerà solo nel grande mondo. Va bene?», e tese la mano.
Ahmet la strinse forte. «Va bene, fratello, te lo giuro», disse.
«Come da bambini: tutti per uno… » «Uno per tutti! », risero, i denti candidi da lupo di Omar. «Ora però preparati, manca solo un’ora! ».
I dieci agenti sobbalzarono, quando un boato esplose nel corridoio. Scattarono in piedi, esitarono un attimo. Un secondo boato. Bombe? No, disse l’appuntato, dovevano aver gettato qualcosa contro una finestra. Staranno già scappando, maledizione… Si divisero, cinque corsero giù per le scale giusto in tempo per vedere dieci corpi scendere rapidi e silenziosi lungo il muro e dileguarsi fra i cespugli in direzione della strada. Misero mano ai radiotelefoni, e cinque minuti dopo otto macchine si lanciarono sgommando nella caccia all’uomo. Fermarono altri due che s’erano feriti cadendo dalla corda spezzata, li riportarono a braccia dentro. «Stavolta ci trasferiscono a Pantelleria!», ripeteva angosciato l’appuntato. «Maledetti! Dobbiamo riprenderli tutti, tutti!».
Gli altri agenti furono fermati da un muro di fuoco. Due materassini di gommapiuma e alcuni mobili bruciavano a mo’ di barricate nel corridoio, e dietro gli uomini facevano muro. Dovettero attendere i rinforzi. Tempo dieci minuti, il corridoio fu invaso da cinquanta poliziotti, carabinieri, finanzieri, tutti armati di manganelli. Solo allora riuscirono a spegnere le fiamme con l’unico estintore, ad afferrare uno per uno gli immigrati e a stiparli in tre celle adiacenti. Per maggior sicurezza sbarrarono le porte di legno con una spranga di ferro appesa di traverso. Dall’altra parte c’erano le grandi grate, che solo la fiamma ossidrica avrebbe potuto rompere: quelle sbarre che avevano trasformato visibilmente in prigione la vecchia casa di riposo, e avevano fatto dei lunghi balconi esterni, dove un tempo prendevano il sole i vecchietti, dei camminamenti per le guardie.
Tutto il quartiere fu percorso dalle sirene. Ogni volta che ne riprendevano uno, Omar tendeva l’orecchio. Non sentì la voce dell’amico e ne fu sollevato. Che almeno lui si salvasse…
Alla fine soltanto in due riuscirono a far perdere le loro tracce. Uno dei due era sicuramente
Ahmet. «Non aprite quelle porte per nessuna ragione al mondo!», urlò il commissario prima di andarsene. La finestra sfondata non si poteva riparare di notte: a costo di schiantarsi al suolo, avrebbero provato a scappare da quel varco, lo sapeva bene. E dentro di sé li giustificava: odiava quello che avrebbe fatto di lì a poche ore, ammanettarli e portarli legati alla nave come animali al macello. Ma erano gli ordini.

Ahmet non andò molto lontano. Appena uscito dal grande cancello non seguì i compagni che fuggivano a gambe levate in direzione del mare. Infilò il portone di fronte e volò su per le scale. Si fermò solo al terzo piano e si stese in un andito del pianerottolo, cercando di calmare il cuore in tumulto.
Nei giorni precedenti aveva studiato attentamente quel palazzo: al terzo piano, proprio di fronte alle loro celle, c’era un appartamento che sembrava abbandonato, sempre vuoto, e una delle persiane era semiaperta. Era lì dentro che si erano dati appuntamento lui e Omar. Il balcone si poteva raggiungere senza troppo pericolo sporgendosi dalla finestra del pianerottolo e aggrappandosi alla balaustra. Un gioco da ragazzi per loro, abituati ad attraversare per gioco tutta la vecchia Tunisi di terrazzo in terrazzo, volteggiando sui cornicioni senza mai scendere a terra.
S’accovacciò nell’ombra e attese. Sentì l’urlo delle sirene, voci concitate nella strada, poi ilcrepitio di un fuoco. Sporse cautamente il capo: tutto secondo i piani, era la barricata in fiamme nel corridoio per fermare la polizia. Ma difficilmente gli altri ce l’avrebbero fatta ad intrecciare in tempo un’altra corda così lunga. Le sue labbra si muovevano veloci come i grani del tespih fra le dita degli anziani, invocando l’aiuto di Allah per i suoi compagni e specialmente per Omar.
Si sentiva in colpa per aver accettato di precederlo sulla strada della libertà. Avrebbe dato
qualunque cosa per vedere la sua zazzera bionda sfrecciare di corsa sulla strada. Ma davanti al centro di detenzione si allineavano i lampeggianti blu delle varie polizie. Vide arrivare di corsa due gruppi di agenti che portavano stretti per le braccia alcuni fuggitivi, poi altri due furono estratti brutalmente, per le manette, da un’auto dei carabinieri. Li avevano presi, Trapani non era un posto facile per nascondersi: anche quando uscivano liberi, gli ospiti del Vulpitta non avevano mai trovato casa o lavoro in città, e la gente quando passava davanti all’ex casa di riposo voltava il capo.
Il fuoco si spense, i lampeggianti s’allontanarono uno ad uno sgommando. Era finita, certo.
Avevano riacchiappato tutti i fuggitivi? Gli si strinse il cuore al pensiero che poche ore dopo
avrebbe assistito al triste esodo dei suoi compagni. Immaginò Omar in manette sul traghetto e poi nelle mani dei poliziotti tunisini, e fece stridere i denti per la rabbia.
Gli amici in Tunisia li prendevano in giro, insinuavano un amore omosessuale, quando li
vedevano passeggiare mano nella mano conversando fitto su e giù per i vicoli del porto odorosi di pesce fresco e di zafferano. Davvero, si disse, per lui Omar era più che un fratello, più che un’innamorata. Era l’unica persona alla quale avesse mai confidato le sue angosce, le sconfitte, i desideri inconfessabili, senza paura di essere giudicato. Erano cresciuti insieme, condividendo tutti i sogni. Omar era così fragile un tempo, e lui l’aveva protetto come un fratello maggiore. Ora i ruoli s’erano invertiti, Omar aveva acquisito sicurezza e carisma. Era bello il loro rapporto, pensò, perché uno di loro dava sempre qualcosa all’altro senza chiedere nulla in cambio. Così dovrebbe andare il mondo.
Ora tutto taceva. Si riaffacciò: nessuno sulla strada, nessuno alle finestre. La balaustra del
balcone era là a un metro, non poteva mancarla. Si protese dal davanzale, con uno scatto felino l’afferrò e balzò in avanti. Il suo corpo oscillò nel vuoto e atterrò senza rumore sul balcone. Si appiattì immediatamente trattenendo il respiro. Nessun grido d’allarme. Si rilassò e provò a sbirciare nella penombra della casa. Era ammobiliata, si sentiva odore di polvere e muffa. Come un gatto strisciò all’interno. Sì, non c’era nessuno…
All’improvviso nel palazzo di fronte esplose l’inferno. Uno strepito di rumori e grida venne da una delle stanze e crebbe fino a toccare il diapason. Altre grida risposero dalle altre inferriate. Gli agenti si precipitarono fuori, urlando anche loro e agitando i manganelli. La rivolta! Ahmet s’incollò alla persiana. Quel baccano infernale durò almeno dieci minuti, poi vide con terrore l’inferriata di una delle celle trasformarsi nella bocca d’una fornace. Fra le fiamme decine di figure umane si contorcevano, urlavano, sbattevano conto le sbarre. Vide un uomo strapparsi di dosso i vestiti incendiati, e gli parve che i capelli in fiamme fossero biondi: Omar? Almeno dieci persone stavano aggrappate alle sbarre e le scuotevano come se volessero svellerle, e davanti a quelle sbarre gli agenti correvano avanti e indietro come impazziti.
Perché non aprivano, perché? Ahmet si sorprese a scuotere allo stesso modo la persiana con le mani contratte, come se stesse bruciando vivo anche lui. L’urlo che saliva dalla stanza incendiata era sempre più spaventoso. Gli ricordò per un attimo il terribile sibilo del vento del deserto, quando come una tromba d’aria scoperchiava le case, e la nonna gli diceva che era la vendetta e il grido delle anime dei morti. Si coprì le orecchie con le mani tremanti. Era madido di sudore freddo.
L’orrendo spettacolo fu oscurato da un’immensa nuvola di fumo che riempì a folate la strada portando fino alle narici di Ahmet l’odore acre della plastica e della carne bruciata. Gli estintori? Frugò nella memoria. Sì, forse ce n’era uno. Forse avevano fatto in tempo… Cadde in ginocchio, si prosternò e cominciò a pregare con un fervore mai provato prima.
Solo molti minuti dopo uno stridio di freni lo strappò alla preghiera. Nella strada c’era
un’ambulanza. L’urlo ora era diverso, era il coro di terrore e di rabbia dei reclusi aggrappati alle sbarre nelle due stanze adiacenti a quella dell’incendio. Tese l’orecchio e riuscì a distinguere anche grida di dolore, angosciosi lamenti di agonia. Dall’infermeria centrale continuavano a uscire sbuffi di fumo. Ora la stanza sembrava vuota. No, guardò meglio: sul pavimento c’erano delle strane sagome nere. Corpi d’uomini. Tre corpi neri come il carbone.
All’improvviso vide un agente uscire di corsa sul ballatoio. Lo riconobbe: era Salvatore. Lo vide scagliare il manganello nel guardino, aggrapparsi alla ringhiera e urlare maledizioni al cielo, piangendo come un bambino. E finalmente anche Ahmet riuscì a piangere.

«Qualunque cosa accada… « All’improvviso Omar si ricordò del giuramento appena fatto, e la sua rabbia esplose. Quanto era stata folle quella promessa! Ora Ahmet ne sarebbe stato vincolato per sempre. Non sarebbe fuggito libero neanche lui per il mondo. Lo conosceva bene: non solo per amicizia, ma per rigido rispetto della parola data, Ahmet sarebbe rimasto lì a Trapani o addirittura sarebbe tornato in Tunisia a cercarlo. E prima o poi sarebbe stato preso dalla polizia italiana o da quella tunisina. S’erano legati a doppio filo, con quel giuramento. Ora aveva due ragioni per ritentare la fuga prima di essere espatriato, si disse: liberare sé stesso da quella prigione irreale ma dannatamente materiale e solida, e liberare Ahmet dalla prigione simbolica del suo giuramento Doveva fuggire, non c’era dubbio. Si strappò alla prostrazione profonda che l’aveva invaso e, come impazzito, cominciò a saltare da una parete all’altra, a scagliarsi contro la porta di legno, a scuotere le sbarre della porta-finestra.
Il suo comportamento fu contagioso. Venticinque giovani cominciarono a urlare, a incitarsi l’un l’altro, a battere contro le pareti, le assi, le sbarre. Per lunghi minuti la cella somigliò a un alveare impazzito. La rabbia compressa in un intero mese si scaricò in pochi attimi, fece a pezzi le brande, i tavoli, le coperte. Anche gli agenti, fuori, ne parvero contagiati. Coi manganelli in mano urlavano, minacciavano, correvano avanti e indietro davanti alle celle, cercavano di costringere quei disperati a smettere di scuotere con fracasso infernale le inferriate.
«Vigliacchi, coi bastoni! Non siamo criminali, siamo come voi! Vigliacchi! Bastardi!», urlavano in crescendo i reclusi in arabo, in italiano, in francese. Dalle altre celle altre voci, altri rumori facevano eco, mentre gli agenti rispondevano con altri insulti e minacce. Omar pensò che in quelle condizioni non avrebbero mai potuto prenderli e rimpatriarli. Ricominciò a sperare e raddoppiò le grida, i salti, le sfide a quelli di fuori. Intravide la faccia sgomenta di Salvatore e gli strizzò l’occhio, poi gli indirizzò una sequela di maledizioni: così nessuno avrebbe sospettato di lui, si disse.
Poi un’idea gli attraversò la mente! Che stupido a non pensarci prima… Col fuoco li avrebbero costretti ad aprire la porta, e una volta aperta la strada nessun manganello li avrebbe fermati. Forse era anche possibile dar fuoco alla porta e poi sfondarla. Fece un cenno agli altri e cominciò ad accatastare contro la porta i materassini leggeri di gommapiuma delle brande. Tutti capirono e collaborarono. Solo l’anziano Siddik e il giovane imam Fikri gridarono: attenti, se tutto prende fuoco e non ci aprono? Meglio morti che espulsi, fu la risposta unanime. Del resto non s’erano tagliati tante volte le vene con ogni lama possibile, persino con le mattonelle rotte del bagno? Meglio la morte che l’umiliazione del ritorno in manette e della consegna alla polizia tunisina o marocchina. Meglio, molto meglio la morte…
Gli agenti s’immobilizzarono all’esterno delle sbarre, i reclusi all’interno: quello che stava per accadere era chiarissimo. Preceduto da una nuvola di fumo acre e spesso, il fuoco divampò dalla gommapiuma incendiata. La fiammata si sprigionò così violenta che gli uomini fecero un passo indietro, inorriditi. Il fuoco percorse le pareti della stanza, si torse all’indietro come se una mano potente lo tirasse. Inseguì gli uomini, li investì, si estese alle tende in plastica, che di notte chiudevano alla meglio le inferriate, alle lenzuola, ai materassi, alle assi ormai sconnesse dei tavolini. Cominciò a divorare persino lo smalto degli intonaci alle pareti. L’aria si fece irrespirabile, la temperatura salì alle stelle. Un forno. Un forno crematorio. Il fuoco spazzava la stanza da un capo all’altro. Le mattonelle del pavimento cominciarono a gonfiarsi e scoppiare sotto i piedi degli uomini, i loro vestiti s’incendiarono come se fossero intrisi d’alcool. Sui corpi senza più peli né capelli la pelle si gonfiava e si spaccava. Alcuni caddero contorcendosi, altri si affollarono all’inferriata nel tentativo disperato di respirare e nella speranza che gli agenti aprissero. Fuori da quelle sbarre non c’era più solo la libertà, c’era la vita…
Per lunghi minuti gli agenti non si mossero, come impietriti, combattuti fra gli ordini e la pietà, fra il terrore di trovarseli addosso o vederli fuggire in massa e l’impulso di salvare degli esseri umani in preda alla morte. Poi fu Salvatore a rompere quell’incanto perverso. Scosse l’appuntato per le spalle: «Le chiavi! Dove sono le chiavi? Stanno morendo, perdio! Le chiavi! ». L’altro lo guardò inebetito, farfugliò qualcosa sugli ordini, sulle autorizzazioni. Salvatore si gettò nel corridoio, scostò i colleghi, tolse la sbarra di ferro e si catapultò con i piedi contro la porta di legno chiusa a chiave, fra le cui sconnessure si sporgevano lingue di fuoco. Al terzo calcio la porta cedette di schianto e ne uscì un inferno di fiamme e di corpi anneriti che rotolarono uno sull’altro nel corridoio, scavalcandosi e urlando, già nudi o con i vestiti in fiamme. Gli agenti indietreggiarono inorriditi, poi misero mano a ciò che restava dell’unico estintore, ma era troppo poco e troppo tardi.
Quando il fumo cominciò a diradarsi, videro tre corpi contorti sul pavimento, ormai carbonizzati, e un altro corpo di carbone che si muoveva ancora. Era Omar. Non aveva più pelle. Il respiro aveva un suono cavernoso: anche i polmoni erano stati ustionati dall’aria ardente. La sua vita fuggiva inun urlo disumano di dolore. Lo portarono fuori a braccia, lo stesero su un lettino in attesa della barella, gli gettarono addosso secchi d’acqua.
Quando si vide cosa restava del suo viso gentile, alcuni degli agenti vomitarono. Salvatore fuggì sul ballatoio piangendo a dirotto come se avesse perso un fratello. Dall’altra parte della strada gli parve di sentire l’eco del suo pianto.

Ahmet frugò nell’armadio alla ricerca di un vestito che gli andasse bene. In quella casa doveva aver vissuto un uomo della sua stessa taglia. Gli sfuggì un sorriso allo specchio. Per la prima volta s’era fatto la doccia, sbarbato e ripulito. Sembrava un’altra persona. Lo stomaco si tendeva nei crampi della fame, dopo quasi una settimana in compagnia di qualche scatola di biscotti stantii e barattoli di marmellata mezzo muffita.
Aprì con cautela la porta del suo rifugio, sforzandosi di padroneggiare la testa che girava come una trottola. Sapeva di commettere una maledetta imprudenza ma doveva farlo, l’aveva promesso. Aveva trascorso giorni e giorni nascosto dietro la persiana del balcone. Aveva visto un nugolo di agenti entrare all’alba nel centro di detenzione e uscirne scortando venti uomini che camminavano rassegnati a testa bassa. Omar non c’era. Aveva scrutato i volti che s’affacciavano alle inferriate, e Omar non era neanche fra loro, ormai ne era certo. Aveva atteso invano che la città venisse a riunirsi davanti al luogo in cui tre persone erano morte. Poi una sera aveva visto con stupore un centinaio di italiani radunarsi lì sotto e gridare slogan agitando bandiere e striscioni rossi. Il cuore gli si era allargato. Gridavano «libertà, libertà!» e i loro slogan si trasmettevano ai reclusi aggrappati alle sbarre. Erano venuti tutti alle inferriate, e anche allora Omar non c’era. Ahmet aveva
anche ascoltato con cura scrupolosa i notiziari da una vecchia radiolina a pile scovata in un
cassetto, e di Omar non parlava nessuno. I tre morti avevano altri nomi.
Restava solo una possibilità: che fosse uno dei tre ustionati ancora ricoverati in ospedale. Ma l’ospedale era a Palermo. Doveva arrivare fin laggiù, non c’era altro modo. Strinse in tasca i biglietti di banca trovati in fondo a un comodino: non erano molti quei soldi, ma per il viaggio sarebbero bastati. Poi, che Allah mi protegga, pensò. Mentre scendeva con cautela i gradini, sussultò all’improvviso. «Buongiorno, dottore!».
Ahmet accennò un sorriso e un flebile buongiorno, sfiorò la donna delle pulizie e si precipitò fuori. Non osò neppure gettare uno sguardo al luogo in cui aveva appena sprecato un mese della sua breve vita. Camminò spedito fino alla stazione guardando dritto davanti a sé. Nessuno avrebbe immaginato che quella figura elegante, dall’aria vagamente esotica, fosse un clandestino in fuga. Comprò il biglietto parlando quasi per monosillabi, e mezz’ora dopo era seduto nell’unico scompartimento vuoto del treno per Palermo. In tasca aveva l’indirizzo dell’ospedale: l’avevano dato alla radio, con un appello a donare sangue per gli ustionati e in particolare per uno di loro, in coma da una settimana. Omar?

I rivoltosi sono stati trasferiti a Ragusa e in altri centri siciliani e in parte già rimpatriati. La
procura della Repubblica di Trapani ha formalizzato l’istruttoria a carico di uno dei caporioni, di presunta nazionalità tunisina e con precedenti per droga, che avrebbe appiccato il fuoco nonostante il parere contrario di altri reclusi. Nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Palermo si è spento un altro dei capi della rivolta, del quale è noto solo il nome Omar e la nazionalità tunisina, portando a cinque il numero delle vittime, mentre due persone sono ricoverate nel reparto grandi ustionati in prognosi riservata. Il ministro dell’Interno esclude ogni responsabilità delle forze dell’ordine ed ha ribadito l’intenzione di contrastare severamente l’immigrazione clandestina. Anche la magistratura conferma che la porta era sbarrata dall’interno dalle masserizie accatastate e incendiate, e che undici agenti sono rimasti intossicati nel tentativo di soccorrere le vittime…

Nell’ospedale di Palermo venti italiani fanno la fila per dare il loro sangue per Omar, per il
delicatissimo intervento di chirurgia plastica che potrebbe forse salvarlo. Non sanno ancora che Omar è morto.
Ahmet lo scopre dalla radio di bordo sul traghetto che lo riporta a Tunisi. Aveva voluto credere ai medici e ai poliziotti che mentre lo portavano via in manette dall’ospedale gli ripetevano che no, non si preoccupasse, non desse retta a quella vecchia isterica dell’infermiera, il suo amico non era morto, s’era soltanto addormentato.
Ora è certo, Omar è morto. E lui, Ahmet, finisce di morire dentro. A Tunisi non vedrà più i suoi capelli biondi, non farà più a gara con lui per conquistare le ragazze più belle, non sognerà più un altro futuro… Sarà solo, quando uscirà dal carcere. Solo.
Il mare per Ahmet è sempre stato il luogo della libertà. Tante volte s’è tuffato da rocce ben più alte della chiglia d’un traghetto. Con le manette ai polsi il re dei Pesci nuota anche più veloce sott’acqua. Come un siluro taglia l’acqua gelida. Vede passare su di sé la sagoma immensa della nave, si sposta di lato per non essere affettato dall’elica. Non vuole finire a pezzi, deve conservarsi ntegro, si dice. Per incontrare Omar. Eccomi amico, arrivo, grida senza parole. Non ti abbandono, lo sai, mantengo sempre la mia parola. Aspettami…

Gennaio 2000
Post-fazione
Omar esisteva davvero. L’ho visto agonizzare semicarbonizzato nel reparto di rianimazione a Palermo.
Ed ho visto il centro di detenzione (io lo chiamo lager, nell’accezione di «luogo di concentramento e reclusione di esseri umani non colpevoli di reati«), l’ex casa di riposo Serraino Vulpitta di Trapani. Ho visto il pavimento scoppiato per il calore. I muri li avevano già imbiancati, dentro la cella della morte. Ho visto le due porte, i ganci per la sbarra di rinforzo da un lato, le grate chiuse con un lucchetto dall’altro. Il commissario che m’accompagnava ha detto che al momento del rogo del 28 dicembre 1999 non si
trovarono le chiavi.
Ho parlato con gli immigrati delle celle accanto, non con i compagni di Omar, perché erano
stati tutti già rimpatriati senza sentirli in giudizio. M’hanno detto dei manganelli, nel tempo
sospeso della morte. M’hanno mostrato i loro fogli d’internamento: molti più vecchi dei trenta giorni prescritti. Dovevano essere già fuori da lì, come Omar e i suoi compagni.
Altre figure invece sono frutto della mia fantasia. Mi auguro che esistano molti Salvatore.
Ed ho conosciuto molti Ahmet, nella mia vita. Spero di ritrovarne qualcuno vivo, prima o poi, e di poterlo salutare senza vergognarmi di me e di noi, come ora mi vergogno.


COORDINAMENTO PER LA PACE – TRAPANI
“STORIE DA UN LAGER”

a cura di
VALERIA BERTOLINO
SERGIO SERRAINO

MARZO – NOVEMBRE 2003


Trapani – Libro bianco aggiornato sul CPT “Serraino Vulpitta”

A cura del Coordinamento per la pace di Trapani

9 FEBBRAIO 2004