Deterrenza contro i soccorsi umanitari e contro le migrazioni di massa, tra propaganda elettorale e politiche europee, la fine del diritto di asilo.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Introduzione

A proposito del recente Memorandum d’intesa tra Italia ed Albania, che adesso, dopo un inizale rifiuto, il governo sarà costretto a portare all’approvazione del Parlamento, politici ed accademici hanno richiamato pronuciamenti di singoli rappresentanti delle istituzioni europee, documenti programmatici come i Piani di azione della Commissione europea sulla esternalizzazione risalenti nel tempo, o progetti ancora sulla carta, come il Piano sulle migrazioni e l’asilo, in discussione dal 2020, ma ancora privo di approvazione definitiva e dunque di efficacia legislativa. Vengono invece trascurati, ancora una volta, atti vincolanti di portata generale come il Regolamento europeo frontiere Schengen (399/2016), il Regolamento Dublino (604/2013) e le direttive in materia di protezione (Direttive 2013/32/UE e 2013/3/UE) e di rimpatrio (Direttiva 2008/115/CE), che gli Stati membri sono tenuti a rispettare senza possibilità di deroghe che non siano espressamente autorizzate dalla normativa europea.

Dopo il fallimento delle intese con il Niger, il Gambia e la Tunisia si rinnovano ancora i tentativi di esternalizzazione non solo delle procedure di asilo, ma del sistema dei centri di detenzione e dei rimpatri forzati, mentre si ricorre a fermi amministrativi che riducono le possibilità di soccorsi umanitari nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, già duramente colpiti dal Decreto legge Piantedosi n.1 del 2023, poi convertito nella Legge n. 15 del 24 febbraio 2023, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 52 del 2 marzo 2023 . Alla base di quel decreto si individua la politica di accordi con gli Stati costieri del Mediterraneo, titolari di zone di ricerca e salvataggio (SAR) riconosciute ad autorità marittime e di polizia che non rispettano le Convenzioni internazionali, e che in alcuni paesi in particolare, come la Libia, appaiono ancora inquinate da evidenti collegamenti con le milizie che gestiscono i centri di detenzione informali e controllano i punti di partenza delle traversate verso l’Europa. Per effetto di accordi bilaterali si decide poi quali paesi terzi possono essere ritenuti “sicuri”, con un abbattimento generalizzato della portata sostanziale del diritto di chiedere protezione internazionale, e di recente, nel caso del Protocollo d’intesa con l’Albania, con l’istituzione di centri di detenzione per le “procedure accelerate in frontiera” al di fuori del territorio dell’Unione europea. Centri e procedure nel territorio di Stati terzi, che la normativa europea non contempla, e sui quali non si può parlare di piena giurisdizione italiana, per la concorrente giurisdizione delle autorità del paese terzo, da ultimo dell’Albania, per i trasferimento verso, e da, quei centri, oltre che nei casi di fuga dei migranti.

Occorre poi considerare il ruolo di FRONTEX, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, disciplinata da due Regolamenti europei (n.656 del 2014 e n. 1896 del 2019) altrettanto vinclanti. Questa agenzia, dotata di autonoma personalità giuridica, nel corso del tempo è stata anche dotata di una rilevante capacità negoziale nei rapporti con gli Stati terzi, e in diverse occasioni è finita sotto accusa, per avere partecipato ad attività di respingimento collettivo vietate dalle Convenzioni internazionali, collaborando con autorità di paesi terzi che non rispettavano i diritti fondamentali della persona.

Quanto dichiarato dalla Commissaria europea Ylva Johansson sul Protocollo d’intesa tra Italia ed Albania, secondo cui ” l’accordo Italia-Albania sulla migrazione “non viola il diritto dell’Ue, è al di fuori del diritto Ue“, soprattutto nel caso in cui i soccorsi operati da navi militari italiane avvengano in acque internazionali, non corrisponde al dettato dei vigenti Regolamenti europei e del diritto internazionale del mare.

Dalle sommarie informazioni rese pubbliche, sul fondamento delle dichiarazioni della Commissaria europea, sembrerebbe che Il servizio giuridico della Commissione Ue abbia considerato in particolare il fatto che l’intesa tra Italia e Albania dovrebbe applicarsi alle operazioni di ricerca e soccorso effettuate da navi italiane in acque internazionali, perciò fuori dalle acque territoriali dove si applica il diritto europeo. Non sembra però che il luogo nel quale le persone vengano tratte in salvo da navi italiane possa incidere sulla assegnazione del porto di sbarco sicuro in Albania o sul trattamento giuridico riservato ai naufraghi, già sotto giurisdizione italiana perchè a bordo di navi militari italiane, dopo il loro sbarco e la consegna alle autorità di polizia albanesi per il trasferimento verso i centri di detenzione ( dove dovrebbero rientrare sotto giurisdizione italiana, e dunque europea).

Secondo il Regolamento europeo Frontex n.656 del 2014,”  La cooperazione con i paesi terzi limitrofi è essenziale per impedire l’attraversamento non autorizzato delle frontiere, contrastare la criminalità transfrontaliera ed evitare la perdita di vite umane in mare. Conformemente al regolamento (CE) n. 2007/2004 e purché sia garantito il pieno rispetto dei diritti fondamentali dei migranti, l’Agenzia può cooperare con le autorità competenti di paesi terzi, in particolare per quanto riguarda l’analisi del rischio e la formazione, e dovrebbe agevolare la cooperazione operativa tra Stati membri e paesi terzi. Quando la cooperazione con i paesi terzi avviene nel territorio o nelle acque territoriali di tali paesi, gli Stati membri e l’Agenzia dovrebbero osservare norme e standard almeno equivalenti a quelli stabiliti dal diritto dell’Unione “(considerando n.5). Inoltre, all’art. 4 si prevede che ” Nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un reale rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento.

L’art. 7 del Regolamento Frontex prevede espressamente intercettazioni di imbarcazioni cariche di migranti “in alto mare”, dunque in acque internazionali, e per questa ragione la Commissaria Johansson non può affermare che i soccorsi in acque internazionali siano sottratti alla competenza delle agenzie europee ed alla conseguente giurisdizione dell’Unione. Quanto più il governo italiano afferma che non si tratta di attività di ricerca e salvataggio ma di operazioni di contrasto dell’immigrazione irregolare, nelle quali si deve presumere il ruolo di supporto prestato dall’agenzia Frontex, tanto più è evidente che la circostanza che i soccorsi, come le intercettazioni, siano stati operati in acque internazionali non può escludere la giurisidizione europea ed il rispetto delle Direttive e dei Regolamenti adottati a Bruxelles che comunque danno un ruolo preminente al rispetto della vita umana, al diritto di asilo (art.18 della Carta dei diritti fondamentali adottata dall’Unione Europea), al divieto di respingimenti collettivi (art.19 della stessa Carta UE dei diritti fondamentali).

Infine, all’art. 10 dello stesso Regolamento Frontex n.656 del 2014, si stabilisce che “nel caso d’intercettazione in alto mare di cui all’articolo 7, lo sbarco può avvenire nel paese terzo da cui si presume che il natante sia partito. Ove ciò non sia possibile, lo sbarco avviene nello Stato membro ospitante”.

Nel caso degli assetti aerei di Frontex ancora ubicati nel Mediterraneo centrale è provato il loro costante coordinamento con le autorità italiane, ed il loro coinvolgimento nelle attività di tracciamento dei barconi carichi di migranti che cercano di fuggire dalla LIbia e dalla Tunisia. Per questa ragione, si tenta anche di allontanare quei piccoli aerei delle ONG che hanno contribuito al soccorso di migliaia di persone, arrivando a documentare in diversi casi operazioni di respingimento collettivo delegate ai guardiacoste libici, dopo le prime chiamate di allarme giunte alle centrali di coordinamento dei soccorsi italiani e maltesi. La logica della deterrenza, premiata da un consenso che risulta vincente ad ogni tornata elettorale in Europa, non può arrivare al punto che possa prevalere come fatto compiuto la violazione delle norme internazionali ed europee, anche a costo di modifiche legislative apportate da un Parlamento nazionale, cancellando consolidati principi costituzionali.

Ed è quello che potrebbe succedere ancora una volta in Italia, dove il governo è stato costretto a ribaltare la sua posizione originaria, che tendeva ed eludere il controllo parlamentare, ed adesso minaccia di fare approcare dalle due Camere sia la ratifica del Protocollo d’intesa con l’Albania, che le modifiche della legislazione nazionale che, a detta del ministro Tajani, si rendono necessarie per dare concreta attuazione, entro la primaveca del 2024, agli accordi stipulati da Giorgia Meloni con il premier albanese Rama. Si pensa in questo modo di fare prevalere la “volontà del popolo sovrano” anche rispetto a norme, come quelle sulla protezione umanitaria, che godono di copertura costituzionale, o come quelle sui soccorsi in mare, disciplinate da norme di rango superiore contenute nelle Convenzioni internazionali e nei Regolamenti europei. Si dimentica ancora una volta che in base all’art. 1 della Costituzione “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“. Tra questi limiti rientra il principio di gerarchia delle fonti del diritto, che non può essere cancellato.

Per il principio di gerarchia delle fonti, sancito dall’art.117 (e dall’art.10) della Costituzione, gli atti legislativi, come gli atti di natura politica posti in essere dai singoli ministri, o dal Presidente del Consiglio, non possono derogare le norme internazionali di natura cogente, ad esempio quelle che riconoscono il diritto di asilo, che vietano trattamenti inumani o degradanti (come l’art.3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo), che pongono limiti e garanzie nei casi di restrizione della libertà personale, come l’art.5 della stessa Convenzione) o che proibiscono i respingimenti collettivi ( come l’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ed in precedenza, l’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU). Questi principi valgono anche quando gli Stati concludono accordi internazionali o intese variamente denominate che mirano alla gestione delle frontiere ed al contrasto dell’immigrazione irregolare attraverso strumenti di deterrenza variamente articolati, dalla sanzione penale alla detenzione amministrativa di fatto. Gli stessi principi non possono essere violati quando gli Stati approvano gli accordi internazionali con leggi di ratifica, o adottano normative nazionali finalizzate a rendere operative le intese maturate con gli accordi internazionali. Come si verificherà a breve in Italia, con riferimento al recente Memorandum d’intesa tra Italia ed Albania.

La denominazione degli accordi internazionali in materia di immigrazione e “gestione delle frontiere” è assai varia perché spesso i governi nazionali, per eludere il controllo del Parlamento, o un intervento dell’Unione Europea, concludono intese informali con il mero scambio di note diplomatiche, o attraverso Memorandum d’intesa, che tuttavia richiedono l’approvazione del Parlamento quando comportano impegni di spesa. La denominazione dell’accordo non incide infatti sul rispetto delle procedure dettate dall’art.80 della Costituzione, anche indipendentemente dalla volontà del governo di ricorrere o meno ad una legge di ratifica. Anche il recente Protocollo Italia-Albania, comunque venga ratificato dal Parlamento ha un contenuto estremamente vago e all’Art. 8 che per quanto concerne la fase cruciale del trasferimento delle persone migranti da e verso i nuovi cenrri di detenzione rimanda a ulteriori intese operative (di polizia ?) che si dovranno concludere prima dell’avvio delle nuove procedure di asilo deterritorializzate. Non si vede come si possa regolare attraverso questo tipo di accordi procedure nelle quali si realizza la totale privazione della liberta della persona, che ovunque si verifichi, sotto giurisdizione italiana, ma anche ove questa venga ceduta dalla parte italiana alle autorità albanesi, impone il rispetto delle garanzie stabilite dagli articoli13 e 24 della Costituzione.

Appare comunque evidente, e non solo in Italia, il tentativo dei governi di concludere accordi bilaterali sempre più generici in modo da lasciare ambiti più ampi alle intese operative tra le forze di polizia, senza dovere subire pregnanti controlli giurisdizionali, o affidando la materia alla giurisdizione amministrativa, che, con rare eccezioni ha già dimostrato una notevole acquiescenza agli indirizzi politici espressi dal governo. E per quella parte di giurisprudenza che applica ancora le leggi in materia di immigrazione e asilo in coerenza con i valori costituzionali e con le normative sovranazionali, si prepara uno svutamento delle funzioni, una modificazione delle competenze, con l’attaco alle Sezioni dei Tribunali specializzate in materia di immigrazione, quando non si sollecità una vera e propria rimozione dei giudici “disobbedienti”, oggetto di indecenti attività di dossieraggio.

2. Un passo indietro: accordi bilaterali e“blocco navale” per contrastare l’immigrazione irregolare

Il richiamo operato dal ministro Tajani ,in sede di dibattito parlamentare, al  Trattato di amicizia e collaborazione tra la Repubblica italiana e quella di Albania, sottoscritto nel 1995, non può essere utilizzato per legittimare i contenuti del più recente Protocollo firmato da Giorgia Meloni ed il premier albanese Rama. Già in passato, dopo accordi con l’Albania, nella fase attuativa si sono verificate gravissime violazioni del diritto internazionale e della Costituzione italiana, a partire dal mancato rispetto del diritto alla vita ed al soccorso in mare. La circostanza che nel 2017 il Memorandum d’intesa tra Italia e governo provvisorio di Tripoli fu attuato senza attendere la ratifica in sede parlamentare, non poteva comunque sostenere il tentativo, adesso rientrato, di sottrarre il Protocollo Italia-Albania alla procedura di ratifica prevista dall’art. 80 della Costituzione.

Non si può guardare agli accordi per la gestione dei “flussi migratori” come se si trattasse di un fermo immagine, ma bisogna risalire anche ai precedenti storici ai quali in diverse occasioni si fa richiamo, anche a sproposito. Nella considerazione degli accordi bilaterali, o multilaterali, in materia di immigrazione e gestione delle frontiere, non ci si può limitare dunque alla lettera dei documenti formali, o ad mero confronto con le normative in vigore a livello nazionale, europeo ed internazionale, ma occorre valutare la loro genesi politica e la successiva concreta attuazione, anche perché non si tratta di intese immutabili nel tempo, ma di accordi che vengono continuamente ridefiniti nella loro portata operativa sulla base delle finalità di controllo perseguite dai governi, dai mutevoli indirizzi politici e dei mezzi operativi e finanziari messi a disposizione.

La prima significativa esperienza di accordi volti a contrastare l’immigrazione irregolare con il coinvolgimento di paesi di origine o di transito, in direzione della cosiddetta “esternalizzazione delle frontiere”, risale alla fine del secolo scorso, dopo la caduta del regime comunista albanese e l’inizio dei conflitti nei Balcani, conseguenza del disfacimento della ex Jugoslavia. Già dall’arrivo dei primi albanesi nei porti dell’Adriatico, a partire dal 1991, si era proceduto a respingimenti collettivi in assenza di un vero e proprio accordo, a conferma del fatto che le intese tra Stati possono anche non assumere la forma dell’accordo, traducendosi piuttosto in prassi concordate dalle parti, eseguite sulla base di convergenti decisioni politiche ed amministrative, in assenza di una base legale. Nel corso degli anni l’esodo albanese non si arrestava ed anzi, tra il 1996 e il 1997, veniva incrementato da una gravissima crisi finanziaria che gettava sul lastrico buona parte della popolazione albanese, determinando ancora una volta un esodo di massa.

Dopo Trattato di amicizia e collaborazione tra la Repubblica italiana e quella di Albania, sottoscritto nel 1995, il 20 marzo del 1997 veniva adottato dal governo Prodi un decreto legge che regolamentava espulsioni e respingimenti; negli stessi giorni il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, su richiesta del governo albanese, affidava all’Italia il comando di una forza multinazionale, per un periodo di tre mesi, denominata Operazione Alba. Il successivo 25 marzo1997 veniva sottoscritto un accordo con l’Albania per il contenimento del “traffico clandestino” di profughi. Come scriveva lo stessso giorno Repubblica, a proposito degli albanesi che cercavano di raggiungere l’Italia, “Non sono più profughi, ma immigrati non in regola. E quindi vanno respinti”. L’accordo prevedeva ufficialmente un “efficace pattugliamento” delle coste dell’Adriatico e dava alla Marina disposizioni per fare “opera di convincimento” nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania: in pratica, si trattava di un vero e proprio “blocco navale”, malgrado le critiche provenienti dalle Nazioni Unite. Secondo le disposizioni del Governo Prodi vigenti in quei giorni la nave della Marina militare Sibilla doveva svolgere delle “manovre cinematiche di interposizione” al fine di impedire la prosecuzione delle traversate verso l’Italia. Nel corso di una di queste operazioni, il 28 marzo 1997, si verificava una gravissima strage, documentata dal compianto Alessandro Leogrande nel libro “Il Naufragio. Morte nel Mediterraneo”1. Le responsabilità dell’affondamento della Kater Y Rades, una vecchia chiatta albanese usata per attraversare lo Ionio, speronata dalla nave militare Sibilla, furono subito chiare, anche se le condanne definitive da parte della Corte di Cassazione arrivarono soltanto nel maggio del 2014.

Negli anni successivi, malgrado quel tentativo di blocco navale, poi sospeso, decine di migliaia di albanesi continuavano a raggiungere l’Italia via mare, e ad essi, sulla stessa rotta adriatica, si aggiungevano altre migliaia di Kosovari in fuga per la guerra, a conferma del fatto che gli arrivi di migranti non dipendevano dalla efficacia degli strumenti di contrasto posti in essere dagli Stati, ma dai fattori di spinta derivanti dalle crisi interne o dai conflitti armati. E infatti con il raffreddamento degli scontri nei Balcani e per effetto di una vigorosa ripresa economica in Albania, le traversate di albanesi irregolari verso l’Italia calavano rapidamente, anche per l’apertura di consistenti possibilità di ingresso legale. Dopo l’accordo di stabilizzazione e di associazione (ASA) tra la Comunità europea e la Repubblica d’Albania, firmato il 12 giugno 2006, e dopo l’entrata in vigore dell’accordo di riammissione delle persone in condizioni di soggiorno irregolare, stipulato tra la Repubblica d’Albania e il Consiglio della Comunità europea, nel 2007 venivano conclusi ulteriori accordi per facilitare l’ingresso dei cittadini albanesi nell’area Schengen. Nessuno di questi accordi prevedeva la posibilità di deterritorializzare le procedure di asilo.o di praticare la detenzione amministrativa sotto giurisdizione italiana in territorio albanese.

3, La esternalizzazione delle frontiere, la condizionalità migratoria ed il principio di non respingimento : il diritto di accedere ad una procedura di asilo in un paese sicuro

L’Unione Europea e i singoli Stati appartenenti all’Unione hanno adottato la politica degli accordi diretti alla esternalizzazione delle frontiere come strumento ordinario di “gestione dei flussi migratori”. Prima l’Unione Europea ha inserito l’esternalizzazione dei controlli di frontiera all’interno delle politiche di “vicinato”, in un secondo tempo, a partire dal 2011 ha puntato su accordi diretti con singoli paesi terzi, come nel caso della Turchia, lasciando ai singoli stati membri il compito di concludere accordi bilaterali o semplici Memorandum d’intesa, come quelli conclusi tra Italia e governo di Tripoli nel 2017. Si sono quindi previste risorse finanziarie europee e nazionali, come il fondo europeo definito Africa Trust, per incentivare la collaborazione di paesi terzi di transito ai quali, sulla base di nuovi accordi bilaterali o multilaterali, si vorrebbe commissionare il compito di bloccare i flussi migratori irregolari e di deportare nei paesi di origine quanti si accingono a partire o sono già in un paese di transito verso le frontiere europe. Questi acordi non possono cancellare la portata effettiva del diritto di asilo previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e il diritto più ampio alla protezione internazionale, previsto dalle Direttive e dai Regolamenti dell’Unione Europea, soprattutto per quanto concerne il diritto di accesso ad un territorio sicuro per presentare una richiesta di protezione.

In una prima fase, dal 1995 sino al 2008, gli accordi bilaterali puntavano generalmente ad uno scambio tra la concessione di visti di ingresso e vantaggi sul piano economico, con politiche di riammissioni più rapide ed un maggiore controllo delle frontiere da parte degli Stati terzi. In una seconda fase che parte dai Protocolli operativi firmati con la Libia nel 2007 e con il successivo Trattato di amicizia tra Italia e Libia del 2008, si è puntato in modo più evidente alla esternalizzazione dei controlli di frontiera con la delega ad autorità di paesi terzi, che con mezzi e coordinamento forniti dall’Italia, ed il supporto operativo di Frontex, provvedevano ad operare quei respingimenti collettivi in acque internazionali che gli Stati europei non potevano più praticare a seguito della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi, verificatosi nel 2009.

Gli accordi frutto dei processi di esternalizzazione delle frontiere non possono dunque legittimare misure di respingimento indiscriminato o di “chiusura” dei porti, Secondo il principio di non refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra (art.33)  “no rejection at frontiers without access to fair and effective procedures for determining status and protection needs”. E’ dunque possibile individuare un “contenuto minimo” di natura procedurale del diritto d’asilo, che “prima ancora di imporre in capo agli Stati precisi obblighi materiali di tipo positivo in ordine alla concessione del beneficio, non consente loro comportamenti che possano costituire una limitazione della libertà di accesso alle procedure, a meno di non svuotare di significato la partecipazione alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati”. Come ha ribadito l’UNHCR nei suoi documenti sulle intercettazioni in mare ciò dovrebbe comportare in linea generale che la persona intercettata in alto mare abbia accesso alle procedure nello Stato che ha effettuato l’intercettazione, poiché questo di solito consente sia l’accesso alle strutture di accoglienza, sia eque ed efficienti procedure d’asilo, nel rispetto degli standards garantiti dal diritto internazionale. Tuttavia, se non si aprono consistenti canali legali di ingresso per lavoro, l’esperienza storica conferma che sull’istituto della protezione internazionale si riverserà una pressione che i singoli sistemi nazionali non sono stati in grado di reggere.

Rimane ancora oggi eluso il problema della possibilità di aprire attraverso accordi bilterali canali legali di ingresso per i cd. migranti economici. Dal 2005, ad esempio, tra il governo italiano e quello egiziano esisteva un “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro”, siglato al Cairo il 28 novembre 2005 dall’allora ministro del lavoro Roberto Maroni. Nel testo dell’accordo si prevedeva che i due governi, al fine di “gestire in modo efficiente i flussi migratori e prevenire la migrazione illegale”, si impegnano a facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti da e per l’Egitto. Il governo italiano, dal canto suo, si impegnava a valutare l’attribuzione di una speciale quota annuale per lavoratori migranti egiziani. Nel protocollo esecutivo di quell’accordo si leggeva che il ministero del Lavoro e delle politiche sociali italiano avrebbero comunicato all’omologo egiziano i criteri, ai sensi della normativa italiana, per redigere una lista (da pubblicare) di lavoratori egiziani disponibili a svolgere un’attività lavorativa subordinata anche stagionale in Italia.

Basta verificare l’andamento dei decreti flussi adottati negli anni e i ritardi accumulati, e poi il blocco dei decreti flussi, e quindi controllare il numero di lavoratori egiziani effettivamente entrati in Italia con un visto di ingresso per ragioni di lavoro, per scoprire quanto questo accordo possa avere “giovato” ai lavoratori egiziani, ancora costretti in gran parte a tentare la via dell’ingresso irregolare. Nei principali paesi europei la progressiva chiusura delle possibilità di ingresso legale per lavoro, dunque dei veri migranti economici, o di quelli che venivano ritenuti tali, ha prodotto una maggiore pressione sull’istituto dell’asilo, e il contingentamento del numero dei richiedenti asilo, escluso dalla Convenzione di Ginevra del 1951, è diventato un tassello decisivo delle politiche migratorie nazionali. Il maggior rigore nell’esame delle richieste di protezione internazionale, la diversa composizione dei richiedenti, la mancanza di canali legali di ingresso, tanto per motivi umanitari che per lavoro, hanno prodotto un aumento esponenziale delle persone immigrate presenti in tutti gli stati europei di destinazione, in una condizione ormai irreversibile di irregolarità, nel caso dell’ Italia con una crescita impressionante dello sfruttamento lavorativo.

Si profilano così nuovi casi di ricorso all’immigrazione come arma di ricatto praticata da alcuni paesi di transito (esemplari i casi della Libia e della Tunisia) verso i paesi di destinazione. L’assenza di canali legali di ingresso in Europa, che, dopo la pausa imposta dal Covid, si è riconfermata ovunque con l’aggravarsi della crisi economica e con lo smottamento del senso comune, che individua ormai negli immigrati i responsabili di problemi che hanno origini ben diverse, continua ad aggravare la condizione di tutti coloro che comunque si sono decisi o sono stati costretti a percorrere le rotte, sempre più pericolose, dell’immigrazione clandestina, tra questi molti richiedenti protezione internazionale, con un continuo aumento del numero delle vittime, in mare e nei paesi di transito. Si corre adesso il rischio, dopo l’esplosione del conflitto in Palestina e gli allarmi diffusi sul possibile arrivo di soggetti estremizzati, che misure apertamente in contrasto con i diritti umani, previsti dagli accordi bilaterali di gestione delle migrazioni e delle frontiere, possano ottenere una nuova legittimazione dallo spostamento del senso comune ( e dei consensi elettorali) verso posizioni apertamente xenofobe o islamofobe.

4. Dal Processo di Khartoum al Migration Compact del governo Renzi (2014-2015)

Il Processo di Khartoum ed il Migration Compact, proposto dal governo Renzi nel 2016, hanno successivamente prodotto una proliferazione di accordi o intese di vario genere, finalizzate prevalentemente alla riammissione dei cittadini dei paesi terzi sbarcati sul territorio italiano per esigenze di soccorso, ma rimasti privi di un valido titolo di soggiorno, persone ritenute quindi non richiedenti asilo ma migranti economici. In particolare i migration compact hanno permesso una delega dell’Unione europea ai singoli stati per negoziare con gli Stati terzi operazioni di blocco e di respingimento dei migranti verso i paesi di origine.

Nel mese di agosto 2016 l’Italia concludeva con il Sudan un Memorandum d’intesa trattando con il presidente Bashir, indagato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità. Obiettivo degli accordi era contrastare le partenze dei migranti irregolari diretti verso l’Europa ed effettuare rimpatri forzati, e stabilire a tal fine una collaborazione di polizia, con la formazione congiunta di agenti sudanesi nel nostro paese.

Nei mesi precedenti alla firma del Memorandum d’intesa, e non certo per una coincidenza occasionale, lo stesso Bashir intensificava l’espulsione ed il rimpatrio forzato di cittadini eritrei fino ad allora residenti in Sudan con regolare permesso di soggiorno o con lo status di rifugiato, in qualche caso con la scomparsa delle persone riportate in Eritrea, e comunque con una successiva detenzione arbitraria e con gravi violenze inflitte a tutti i profughi “restituiti” dal Sudan alla dittatura eritrea. Tra gli altri, alcuni pastori cristiani copti nella lista nera delle autorità eritree venivano restituiti al regime di Afewerky e scomparivano in carcere.

Era il periodo nel quale tra la polizia sudanese ed il ministero dell’interno italiano si stringevano legami sempre più forti, nel più totale silenzio della stmpa italianaSubito dopo la collaborazione con le autorità sudanesi permetteva il rimpatrio forzato collettivodi alcune decine di migranti provenienti dal Sudan, bloccati a Ventimiglia, deportati nell’Hotspot di Taranto, e poi, di altri detenuti a Torino, e infine rimpatriati a Khartoum. Un esempio paradigmatico di come si può legittimare una dittatura per tentare di bloccare gli arrivi e favorire le riammissioni nei paesi di origine. Se da allora i rimpatri diretti dall’Italia in Sudan sono cessati, continuano ancora oggi quelli effettuati dalla Libia verso un paese che è di nuovo al centro di un gravissimo tentativo di pulizia etnica, dopo l’ennesimo colpo di stato.

5. Gli accordi con la Libia nel 2008, e con il governo “provvisorio” di Tripoli nel 2017

Ratificato in Italia ed a Tripoli, tra febbraio e marzo del 2009, Il Trattato di amicizia tra Italia e Libia, stipulato nel 2008, riprendeva i Protocolli operativi del dicembre 2007 (sottoscritti dal secondo governo Prodi) fino allora rimasti inapplicati. A quel tempo la Libia era una entità nazionale con un governo centrale ed un esercito che rispondeva agli ordini di Gheddafi. Ed erano già note le torture inflitte ai migranti in transito in quello stato verso le coste del Mediterraneo. Si prevedeva già allora, come si continua a prevedere oggi, un forte sostegno alla sedicente guardia costiera “libica” ed “un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”, esattamente lo stesso punto di intesa confermato dal presidente del consiglio Mario Monti nel 2013 in un suo viaggio a Tripoli. Mentre si deve all’ex ministro dell’interno Minniti, nel 2017, la ripresa della attuazione dei protocolli operativi firmati nel dicembre 2007, che prevedevano la cessione di motovedette dall’Italia alla Libia, il supporto tecnico operativo, e il pattugliamento delle coste libiche con una unità centrale di coordinamento italo-libica.

Venivano quindi conclusi ulteriori accordi bilaterali con la Libia, come il Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017, accordi che hanno ignorato la terribile sorte riservata ai migranti in tutti gli snodi del traffico di esseri umani in Libia, e persino a bordo delle motovedette della sedicente Guardia costiera libica, come ormai è ampiamente provato da video e documenti inconfutabili. Trattandosi soltanto di “migranti economici”, se non “illegali”, è sembrato facile giustificare le politiche di respingimento collettivo, malgrado la dura condanna dell’Italia, nel 2012, da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi (risalente al 2009). Una condanna che si è poi aggirata con la delega conferita alle autorità libiche, in coordinamento con la Centrale operativa della Guardia costiera italiana, e in collaborazione con l’agenzia europea Frontex, per bloccare in acque internazionali e riportare indietro migliaia di persone in fuga verso le coste europee. Dalla Libia risultano anche continue espulsioni, magari camuffate come rimpatri volontari assistiti, verso i paesi di origine.

In attuazione di questi accordi più recenti, ia partire dal 2018, il coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio (SAR) in acque internazionali, dopo che la Libia ha autoproclamato unilateralmente  la sua zona SAR di competenza, è stato trasferito per intero alla sedicente Guardia costiera libica, fino al 2020 con il supporto operativo della Marina italiana, con una nave stabilmente ancorata nel porto militare di Tripoli (Abu Sittah), nell’ambito della missione NAURAS. La Libia è rimasta divisa tra due governi, tra Tripolitania e Cirenaica, e nelle acque attribuite ai libici operano diverse guardie costiere che non rispondono allo stesso governo e che non hanno neppure un coordinamento centrale unitario, come è emerso nei casi di sequestro di pescherecci italiani da parte dei libici. I “soccorsi” operati in autonomia dai libici non coprono neanche l’intera zona SAR che si sono attribuiti. La parte della SAR (area di ricerca e salvataggio) “libica” di fronte alle coste della Cirenaica, controllata dal generale Haftar, è diventata il principale snodo dei trafficanti che operano sotto la copertura delle milizie del generale, corteggiato da tempo anche dai governi itaiani, ma sempre soggetto all’influenza russa. La corruzione è diffusa, in tutta la Libia, come sono ricorrenti le violenze ai danni delle persone intercettate in mare e poi rinchiuse nei centri di detenzione. Lo confermano da anni i rapporti delle Nazioni Unite che i governi neppure prendono in considerazione.. Come ha affermato il Giudice delle indagini preliminari di Trapani, nella sentenza sul caso della legittima difesa riconosciuta ai naufraghi raccolti dal rimorchiatore Vos Thalassa nel luglio 2018 e poi trasbordati sulla nave Diciotti, della Guardia costiera italiana: “il memorandum Italia-Libia, essendo stato stipulato nel 2017, quando il principio di non-refoulement aveva già acquisito rango di jus cogens, è privo di validità, atteso che ai sensi dell’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati ‘è nullo qualsiasi trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale; incompatibile con l’art. 10 co. 1 Cost., secondo cui ‘l’ordinamento italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, tra le quali rientra ormai anche il principio di non-refoulement’.Secondo il giudice di Trapani, il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia stipulato il 2 febbraio 2017, mai approvato dal Parlamento secondo la procedura fissata dall’art. 80 della Costituzione, costituisce“un’intesa giuridicamente non vincolante e non avente natura legislativa”.

La istituzione della cosiddetta zona SAR “libica”, benchè riconosciuta dall’IMO (Organizzazione internazionale del mare), non può consentire respingimenti collettivi su delega italiana o europea, in violazione delle Convenzioni internazionali, perchè la Libia non ha aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e non controlla (se ci riferiamo alle autorità di Tripoli) che una minima parte del territorio, ancora teatro di scontri armati. Continuano ad esser ignorate le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa sugli obblighi di soccorso in mare spettanti agli stati. Memorandum d’intesa e accordi operativi per contrastare le migrazioni irregolari si basano dunquesulla ricorrente violazione del diritto internazionale, con accordi che non garantiscono il rispetto degli obblighi di soccorso in mare, dunque il rispetto della vita umana, negata anche in territorio africano. Anche in base ai Protocolli allegati alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine transnazionale del 2000, richiamata nella sentenza Hirsi dalla CEDU, le esigenze di contrasto dell’immigrazione irregolare (law enforcement) sulla base di accordi con paesi terzi non “sicuri” non però possono prevalere sugli obblighi di salvaguardia della vita umana e dei diritti fondamentali delle persone.

6. La distinzione tra “migranti economici” e richiedenti asilo nelle prassi di identificazione in frontiera. L’approccio Hotspot nel 2015 e il fallimento degli accordi di riammisione.

Al di fuori di una esplicita previsione legislativa della definizione di migrante economico, si è proceduto  per esclusione, caratterizzando nella prassi amministrativa come “migranti economici” tutti coloro che, al di fuori dei casi di possibile ricongiungimento familiare, non chiedevano di accedere alla procedura di protezione internazionale oppure ne uscivano con una decisione negativa, quando le vie di ricorso si erano esaurite o i ricorsi contro i dinieghi avevano avuto un esito negativo. Questa distinzione ha assunto nel tempo una precisa valenza politica ed operativa, in una duplice direzione, interna ed esterna, ed è stata utilizzata anche per caratterizzare gli accordi conclusi tra gli Stati membri dell’Unione europea ed i paesi terzi. Sulla base dei dati ufficiali si rileva che i canali legali di ingresso per lavoratori stranieri previsti sulla base di accordi bilaterali hanno avuto nel tempo una portata assai modesta, mentre la maggior patrte dei migranti provenienti da quei paesi, nel corso degli anni, è stato costretto all’ingresso irregolare, avvalendosi anche dopo molto tempo, delle successive regolarizzazioni legate a misure di emersione del lavoro nero o dei decreti flussi annuali, Che fino a qualche anno fa svolgevano la funzione prevalente di legalizzare la condizione giuridica di chi non aveva ancora conseguito un permesso di soggiorno.

Alla base della definizione italiana di “migrante economico” ci sono due circolari del Ministero dell’interno  emanate il 24 settembre  ed il 29 dicembre 2015, dopo il vertice straordinario del Consiglio Europeo che chiedeva all’Italia di accelerare sull’apertura degli Hotspot, punti di identificazione dei migranti gestiti dall’UE a ridosso di cinque porti di sbarco siciliani (Augusta, Pozzallo, Lampedusa, Porto Empedocle e Trapani).

I documenti ministeriali contenevano “una definizione di migrante economico, che quindi non proviene da zone di guerra, e una procedura standard per individuare gli stessi, tramite interviste in presenza di interpreti e solo dopo la conclusione degli accertamenti medici”. Procedure che nelle dichiarazioni degli esponenti del ministero nel 2015,sarebero state “sempre più rigorose con la prossima entrata vigore degli hotspote l’intervento dell’EASO, l’agenzia europea per l’asilo, e di Frontex“. Strumento, ed al contempo finalità di queste interviste, era la compilazione del cd. foglio notizie, in base al quale si distinguevano i migranti, a poche ore dallo sbarco, in richiedenti asilo e migranti economici.

Sul piano dei rapporti internazionali con i paesi terzi di origine, o di transito, la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici è quindi servita a giustificare accordi di riammissione e politiche di contrasto della cd. immigrazione illegale rivolte verso persone che avrebbero avuto diritto ad uno status di protezione (sussidiaria o umanitaria) una volta entrate in Europa, ma che, considerate alla stregua della Convenzione di Ginevra del 1951 e della categoria ristretta di “rifugiato” che questa prevede, venivano considerati come migranti economici e nella quasi totalità dei casi, trattati come “migranti illegali”, da respingere, da detenere, da espellere. In realtà, la maggior parte di questi migranti irregolari è rimasta nei territori degli Stati dell’Unione Europea, per la impossibilità di eseguire un numero elevato di misure di accompagnamento forzato, oltre che per la scarsa propensione dei paesi di origine ad accettare la riammisione di propri cittadini.. Si calcola che oggi nell’Unione Europea ci siano almeno 1.900.000 immigrati privi di un qualsiasi titolo di soggiorno, ed il loro numero tende ad aumentare rapidamente per lo sbarramento dei canali legali di ingresso e per l’esito infausto della maggior parte delle procedure dirette al riconoscimento della protezione internazionale.

Come emerge anche dagli atti dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa, dopo anni nei quali si era correttamente parlato di “flussi misti”, soprattutto per legittime iniziative di soccorso e di tutela nei paesi di transito, o in mare, la categorizzazione sempre più rigida dei “migranti economici”, ritenuti tali dopo una sommaria valutazione da parte delle autorità di polizia, serve a giustificare la possibilità di un respingimento o di una espulsione da eseguire subito dopo lo sbarco nel territorio nazionale, anche se l’ingresso irregolare deriva da una azione di ricerca e soccorso nelle acque internazionali. In questo caso l’attribuzione generalizzata della qualifica di migrante economico, associata alla qualificazione del paese di origine come “paese terzo sicuro”, come nel caso dei migranti egiziani, o nigeriani, contribuisce alla legittimazione ed alla attuazione degli accordi di riammissione con Stati governati da regimi autoritari o fortemente corrotti, che non garantiscono l’effettivo rispetto dei diritti umani, neppure nei confronti dei propri cittadini. Un caso a parte, l’espulsione o il respingimento dei cittadini tunisini irregolari, perché in questo caso sono le modalità di esecuzione delle procedure che comportano gravi violazioni dei diritti fondamentali, come accertato nel 2016 dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel caso Khlaifia, che pure riguardava cittadini tunisini, che si suole definire come veri e propri migranti economici. Dopo quel caso però i respingimenti colletivi in Tunisia che gli Stati hanno reso possibili anche “in forma semplificata” non sono mai cessati, anche se la nozione della Tunisia come “paese terzo sicuro” risulta fortemente dubbia e viene apertamente criticata in recenti sentenze relative a casi di espulsione o respingimento con accompagnamento forzato. Sono arrivate altre condanne dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo, ma neppure queste sono servite a modificare il contenuto e le modalità di attuazione degli accordi tra Italia e Tunisia.

7. L’attaco politico, giudiziario e amministrativo ai soccorsi umanitari fino al Decreto Piantedosi n.1/2023

Al di là della conclamata volontà di dialogo sbandierata dal governo italiano che ha “concesso” la ratifica parlamentare del Protocollo Italia-Albania, si è fatto passare a colpi di fiducia, come se non bastasse la larga maggioranza di cui dispone, un decreto legge (n. 1 del 2023) sulla “gestione dei flussi migratori”, con misure che tendono soltanto ad allontanare le ONG dalla zona dei soccorsi in acque internazionali, quella nella quale più frequentemente si verificano i naufragi, sulle rotte dalla Libia e dalla Tunisia verso la Sicilia, sulle quali si vuole lasciare spazio libero alle incursioni violente della sedicente Guardia costiera “libica”. Anche se tutti i politici di governo sanno, o dovrebbero sapere, quale è la sorte dei migranti riportati in Libia, decine di migliaia ogni anno, la maggior parte dei quali non finisce neppure nei centri lager disseminati sul territorio ma viene fatta sparire nel nulla dello sfruttamento schiavistico e degli abusi fisici, nelle mani delle milizie che ne fanno commercio, o sotto i comandi di padroni libici. Ma per il governo italiano tutto questo non rileva e anzi si nasconde la realtà della Libia, ancora divisa e controllata da milizie che non si riconoscono in un unico governo, e priva di una unica centrale di coordinamento dei soccorsi in mare (MRCC).Che sarebbe imposta dalle Convenzioni internazionali per il riconoscimento di una zona Sar di competenza di uno Stato costiero.

Un recente rapporto di Medici senza frontiere conferma e documenta gli effetti letali delle politiche italiane di abbandono dei soccorsi in mare al di fuori delle acque territoriali, con una serie di naufragi a ridosso delle coste di Lampedusa dopo l’allontanamento delle navi delle Organizzazioni non governative. Il rapporto documenta anche diversi casi di imbarcazioni in difficoltà per le quali la Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana ha preferito attendere l’arrivo delle motovedette libiche, piuttosto che fare intervenire le navi umanitarie. Navi alle quali con il Decreto Piantedosi del primo gennaio 2023 sono stati preclusi i soccorsi successivi al primo, con l’assegnazione di porti di destinazione sempre più lontani, anche quando queste navi avrebbero potuto salvare ancora centinaia di persone, abbandonate invece al loro destino.

La “guerra” condotta dal governo contro i soccorsi umanitari, ed il ritiro dei mezzi militari italiani e maltesi dalle acque a sud di Lampedusa, continuano a produrre vittime, e costituiscono la principale causa dell’ammasso di corpi, ristretti al di fuori di ogni previsione di legge, all’interno del Centro Hotspot di Contrada Imbriacola a Lampedusa. Una situazione che andrebbe denunciata ancora una volta alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che già nel 2014 ha condannato l’Italia per gli abusi commessi proprio in quel centro ai danni di alcuni cittadini tunisini. Condanne che si sono ripetute nel 2023, senza che le autorità italiane ne prendessero atto.

Se le navi delle Organizzazioni non governative fossero state ancora presenti in acque internazionali, in numero pari agli sforzi fatti da tanti cittadini solidali che si sono attivati per finanziarle, senza trasferimenti dilatori per centinaia di miglia, verso destinazioni di sbarco sempre più lontane, e se i mezzi della Guardia costiera, piuttosto che tentare inutilmente di effettuare trasferimenti da Lampedusa verso altri porti siciliani, fossero state stabilmente impegnate in acque internazionali, per soccorsi immediati, la situazione nel centro dell’isola non sarebbe degenerata al punto di infliggere trattamenti inumani e degradanti alle persone, molti i minori, trattenuti illegalmente all’interno della struttura. Infatti come avveniva dal 2014 (Operazione Mare Nostrum), fino al Memorandum d’intesa Gentiloni (2 febbraio 2017) ed al codice di condotta Minnti (agosto 2017), la presenza di 10 – 15 assetti navali di soccorso, militari e civili, nelle acque del Canale di Sicilia, permetteva alla Centrale operativa della Guardia costiera di Roma di distribuire gli sbarchi in tutta sicurezza e con la massima tempestività, nei porti di Trapani, di Porto Empedocle, di Pozzallo, di Augusta (Siracusa), di Catania, di Messina, di Palermo, se non nei porti calabresi. E da questi porti bastavano gli autobus per ritrasferire i naufraghi verso centri di accoglienza in tutta l’Italia. Ci sono i rapporti della Guardia costiera italiana degli anni dal 2014 fino al 2017, che lo confermano e dimostrano ancora oggi che le crisi esplosive di Lampedusa, oggi, come nel 2011, ai tempi di Alfano, sono frutto di scelte politiche errate e non di emergenze prodotte da “flussi migratori” imprevedibili. 

Con la definitiva conversione del Decreto legge n.1 del 2023 questa situazione si è aggravata ulteriormente, perchè il potere discrezionale del ministro dell’interno di assegnare porti di destinazione sempre più lontani e di sanzionare, tramite la longa manus dei prefetti, qualunque soccorso che implichi una deviazione dalla rotta assegnata a discrezione del Viminale dopo il primo salvataggio in acque internazionali, produrrà l’effetto di un ulteriore allontanamento dei mezzi di soccorso dal Mediterraneo centrale, dove i libici potranno spadroneggiare, con il supporto delle ultime unità navali donate dal governo di Roma. Malgrado questa forma particolarmente disumana di politica della deterrenza, gli arrivi in Italia sono fortemente aumentati rispetto al 2022 e non accennano a diminuire nei mesi autunnali. Sono dimunuite le dimensioni dei barchini e sono aumentati gli sbarchi in autonomia, mentre i naufragi avvengono sempre più spesso in acque italiane in prossimità delle coste di Lampedusa. Come se in axque internazionali si fosse creato un vero e proprio “vuoto” dove non possono arrivare le motovedette libiche e tunisine donate dall’Italia e supportate da Frontex.

Una questione assai controversa, che viene sollevata per criminalizzare le operazioni di ricerca e salvataggio delle Organizzazioni non governative, riguarda la suddivisione del Mediterraneo centrale in zone SAR, zone che non segnano un limite alla giurisdizione degli Stati, ma prefigurano semplicemente delle competenze e delle responsabilità,  attribuite alle autorità statali, in Italia, secondo la vigente legislazione ed il Piano Sar nazionale del 2020, al Ministero dell’interno, al Mnistero delle infrastrutture, al Ministero della difesa, ed a livello operativo, alla Centrale di coordinamento della Guardia costiera (IMRCC) ed al Coordinamento della Marina militare (CINCNAV). In base alle Convenzioni internazionali (UNCLOS, SAR, SOLAS) al di là della distinzione delle zone SAR, tutti gli Stati costieri comunque informati di un evento di soccorso hanno l’obbligo di coordinare gli interventi e di attivarsi tempestivamente, anche al di fuori della propria area di responsabilità, se lo Stato che risulterebbe competente in base ai registri IMO (Organizzazione marittima internazionale dell’ONU) non può o non vuole, come nel caso di Malta, intervenire direttamente con propri mezzi per svolgere attivita di ricerca e salvataggio (SAR) in acque internazionali. Anche Malta del resto ha stipulato accordi con i libici e sono provati sconfinamenti di motovedette libiche nella zona SAR maltese per intercettare in alto mare imbarcazioni cariche di migranti in fuga dalla Libia verso un paese sicuro.  Secondo l’OIM (Organizzazione internazionale delle migrazioni), ancora nel 2023, “la Libia non è un porto sicuro ed il numero delle persone riportate a terra dalla guardia costiera libica non collima con quello delle presenze nei centri di detenzione e questo apre a speculazioni. Queste persone possono essere vendute per lavoro temporaneo o addirittura soggette a richieste di riscatto da parte della famiglia per essere liberate”. Eppure, ,Il 28 dicembre dello scorso anno si tentava ancora una volta, con un incontro a Tripoli, di rafforzare la collaborazione con il governo provvisorio Dbeibah. “Il Ministro designato dell’Interno libico Emad Al-Trabelsi ha esaminato davanti a una delegazione della sicurezza italiana i piani di sicurezza emessi dal Ministero dell’Interno relativi al fascicolo dell’immigrazione clandestina e le ripercussioni che ne derivano. La delegazione italiana, che ha incontrato Al-Trabelsi presso la sede del Dipartimento Relazioni e Cooperazione a Tripoli, comprendeva funzionari del Ministero dell’Interno, il Comandante in Capo della Polizia, il Direttore del Dipartimento Immigrazione e un numero di funzionari.”

Il raggiungimento del porto di sbarco “nel più breve tempo ragionevolmente possibile”, come stabilisce il paragrafo 3.1.9 dell’allegato alla Convenzione SAR del 1979 non è soltanto nell’interesse del comandante e dell’armatore della nave che deve raggiungere un porto come destinazione commerciale e non si può permettere deviazioni che lo facciano ritardare rispetto al raggiungimento del porto di destinazione. La stessa previsione, che si applica anche a tutte le imbarcazioni che non hanno una rotta prefissata, come i pescherecci, corrisponde all’interesse dei naufraghi, già provati dalla navigazione su una imbarcazione priva di mezzi di sostentamento e di soccorso, costretti a bordo di un mezzo fatiscente e sovraffollato, in alto mare, spesso per giorni, che dopo essere stati soccorsi da una nave non possono essere costretti a restare in balia delle decisioni del ministro dell’interno che assegna a discrezione un porto di destinazione. La motivazione ufficiale,che l’assegnazione dei porti di sbarco tanto lontani viene fatta per non ingolfare il sistema di acolglienza delle regioni più esposte agli arrivi di migranti, non regge alla prova dell’esperirenza storica, perchè per anni i naufraghi sbarcati in Sicilia o in Calabria sono stati trasferiti con autobus o aerei, in poche ore, verso le regioni centro-settentrionali italiane. Dunque le motivazioni del Viminale sulla assegnazione di porti di sbarco tanto lontani, soltanto alle ONG, e non alle navi militari che prestano soccorsi nelle stesse zone, sono evidentemente pretestuose. In ogni caso, se le autorità italiane assumono di coordinare le navi delle ONG in acque internazionali, dopo il loro allontanamento, ed in presenza certa di altre imbarcazioni di naufraghi, dovrebbero inviare con la massima rapidità mezzi di soccorso della Guardia costiera o della Marina militare, anche nella zona SAR libica e nella zona SAR maltese, cosa che avviene solo in circostanze eccezionali, quando le ONG con i loro strumenti di comunicazione mettono in mora la Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana. Vedremo in seguito quali saranno le conseguenze della creazione di un punto di sbarco in Albania, e quali saranno i soccorsi operati da navi italiane che si potranno concludere solo in quel porto. Ancora una volta si potrebbero verificare”sbarchi selettivi”, a seconda della presunta vulnerabilità, come tentato da Piantedosi a Catania nel novembre del 2022, subito smentito dal Tribunale di Catania. In quella occasione il ministro dell’interno, ordinava al comandante della Humanity 1 di lasciare il porto di Catania, dopo avere sbarcato una parte soltanto dei naufraghi, con il “carico residuale“.una prassi bocciata dalla giurisprudenza, ma che adesso si vorrebbe rilanciare in territorio albanese.

Rimane quindi una scelta e una sola: opporsi all’applicazione di norme palesemente incostituzionali ed in contrasto con le Convenzioni internazionali e con i Reolamenti europei. Qualunque ulteriore acquiescenza ad ordini palesemente illegittimi rischia di consolidare prassi amministrative in contrasto con le Convenzioni internazionali e con le normative cogenti europee. Significa accettare lo svuotamento del Mediterraneo centrale da navi di soccorso che potrebbero salvaguardare la vita di centinaia di persone altrimenti abbandonate a navigazioni “in autonomia” che potrebbero concludersi con un naufragio, magari sotto le coste di Lampedusa, o a intercettazioni da parte delle motovedette libiche, e dunque ad ulteriori segregazioni nei centri di detenzione o alle dipendenze di padroni senza scrupoli in Libia.

Assume particolare rilievo in questa fase caratterizzata da un rilancio delle prassi di fermo amministrativo delle navi umanitarie, la notizia diffusa il 21 novembre scorso da Sergio Scandura di Radio Radicale secondo cui ” A tre anni dal proscioglimento davanti al gip del Tribunale di Ragusa che aveva sentenziato – il 4 novembre 2020 – il non luogo a procedere nei confronti del comandante della ong spagnola Pro Activa Open Arms, Marc Reig Creus e Ana Isabel Montes Mier, capo missione, la Corte di Appello di Catania ha ritenuto inammissibile il ricorso della Procura di Ragusa perche’ tardivo, presentato oltre i termini”.  Una ulteriore conferma del fallimento delle decine di inchieste penali aperte dal 2017, con il caso Iuventa, nei confronti delle Organizzazioni non governative sui soccorsi operati nel Mediterraneo centrale. Fallimento che spiega anche il passaggio, deciso già dal secondo governo Conte, con la ministro Lamorgese al Viminale, a misure amministrative e ad accordi informali con Stati terzi, per mettere fuori gioco le navi delle odiate ONG e dimostrare all’elettorato di riferimento una maggiore capacità nel controllo delle frontiere esterne. Capacità che però sono smentite dai numeri degli sbarchi, mentre corrispondono soltanto ad una moltiplicazione delle sofferenze, delle perdite umane e dei naufragi che si continuano a verificare anche a ridosso delle coste italiane. Non esiste una terza via sull’immigrazione, come sostengono oggi i cinque stelle frantumando l’opposizione al governo Meloni sui dossier in materia di immigrazione. La scelta è tra la vita e la morte, tra la detenzione arbitraria e le garanzie costituzionali, tra la democrazia, basata sul rispetto dello Stato di diritto, ed un sistema di governo che anche in politica estera non nasconde più i suoi tratti autoritari.

8. La esternalizzazione dei controlli di frontiera, tra rapporti bilaterali e Memorandum d’intesa UE-Tunisia

Dopo la parata mediatica a Tunisi che nel luglio del 2023 si è messa in scena attorno alla (non) firma delMemorandum d’intesa Unione Europea -Tunisia, firmato in realtà soltanto dal Commissario europeo per il vicinato e l’allargamento Olivér Várhelyi e dal segretario generale del ministero degli Affari esteri, delle migrazioni e dei tunisini all’estero Mounir Ben Rjiba, senza che nessuno dei leader europei presenti a Tunisi apponesse la propria sottoscrizione. Secondo quanto scritto nel Memorandum, i “partenariati operativi”, dunque gli accordi che riguardano la cooperazione d polizia e la collaborazione con la guardia costiera, in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare, sono rimasti oggetto di discussione. Successivamente, le conclusioni del Consiglio informale dei ministri degli esteri dell’Unione Europea del 31 agosto 2023 hanno messo a nudo limiti e divisioni tra gli Stati membri che sono poi sfociati di fatto nel blocco del Memorandum .Ed è ancora molto dubbio che i fondi stanziati dall’Unione Europea arrivino davvero al Presidente tunisino Saied, che ne ha già rifiutato una parte, pechè ritenuta troppo esigua, mentre continua a praticare respingimenti collettivi illegali di migranti subsahariani. Gli impegni di principio sugli aiuti alla popolazione tunisina schiacciata dalla crisi economica (e democratica) sono così destinati a restare ancora una volta sulla carta.

Le procedure individuate nel Memorandum prevedono successivi accordi e interventi legislativi, anche a livello europeo, con tempi lunghi rispetto alla crescita esponenziale degli arrivi dalla Tunisia (ma anche di fronte al rischio di default del paese). Nel Memorandum d’intesa manca comunque l’obiettivo principale che si proponeva il governo italiano: la possibilità di riportare in Tunisia, dopo “procedure accelerate in frontiera” i migranti sub-saharani arrivati in Italia dopo essere transitati da quel paese. In Tunisia non hanno ancora dimenticato l’esperienza fallimentare, un vero disastro umanitario, che si verificò dal 2011 al 2013, quando in collaborazione con l’UNHCR venne istituito il campo di transito di Choucha, vicino a Ben Guardane, alla frontiera con la Libia. Il presidente tunisino Saied ha imposto infatti la clausola secondo cui la Tunisia non diventerà piattaforma per i rimpatri dall’Unione europea anche se ha ottenuto una promessa di supporto dall’Unione europea, per i respingimenti di migranti irregolari di altri paesi che già sta attuando verso i confini della Libia e dell’Algeria, Respingimenti che però dovrebbero essere eseguiti nel rispetto del diritto internazionale, come si legge nel Memorandum. Non si vede però come l’Unione Europea, magari attraverso Frontex, possa partecipare con il supporto finanziario, se non operativo, ad operazioni di intercettazione in mare o di rimpatrio forzato in violazione del divieto di respingimenti collettivi o degli obblighi di soccorso e di sbarco in un porto sicuro, sanciti dal Regolamento UE n.656 del 2014. La Tunisia non è un “paese terzo sicuro”. Lo ribadiscono i rapporti più recenti delle Nazioni Unite e lo confermano in diversi casi singoli i giudici italiani.

Il ricorso sempre più esteso alla categoria di “paese terzo sicuro” comporta un procedura più rapida per negare il riconoscimento di uno status di protezione e l’ ampliamento dei casi nei quali anche i richiedenti asilo possono essere ristretti in un centro di detenzione amministrativa, con tutte le caratteristiche di un CPR (Centro per i rimpatri). Secondo le posizioni contenute nei documenti dell’’UNHCR , che valgono per tutti i potenziali richiedenti asilo, “la detenzione di richiedenti asilo non dovrebbe essere utilizzata in maniera automatica o obbligatoria per tutti, piuttosto dovrebbe rappresentare l’eccezione. Brevi periodi di trattenimento sono ammissibili nella fase iniziale di verifica dell’identità e durante i controlli di sicurezza quando l’identità è incerta o controversa o emergono elementi indicativi di rischi per la sicurezza. Quando una misura di detenzione è applicata per un fine legittimo, essa deve essere prevista dalla legge, deve fondarsi su di una decisione individuale, e deve risultare strettamente necessaria e proporzionale, avere un durata prestabilita ed essere sottoposta a revisione periodica . La detenzione non dev’essere applicata ai minori”.

La Tunisia non può essere considerata come un “paese terzo sicuro” , neppure per i suoi stessi cittadini, che a fronte della repressione contro ogni forma di dissenso democratico, hanno diritto a chiedere in Italia l’asilo costituzionale ancora previsto dagli articoli 5.6 e 19 comma 1, parte prima, del Testo Unico in materia di immigrazione n.286 del 1998. La giurisprudenza italiana, su base individuale, ha riconosciutoin diverse occasioni, a cittadini tunisini che avevano ricevuto un diniego dalle Commissioni territoriali, la protezione (prima) umanitaria, ed adesso speciale, in base al richiamo dell’art. 10 della Costituzione, applicando norme interne sui divieti di respingimento ed espulsione (art.19 T.U. n.286/98) coperte da questa garanzia costituzionale, che non possono essere abrogate da una legge ordinaria, come la legge n.50 del 2023 (ex “Decreto Cutro”).

Anche i Rapporti dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM) confermano la situazione di grave pericolo e di discriminazione razziale nella quale si trovano i migranti subsahariani intrappolati in Tunisia. I cittadini tunisini, dunque, non possono essere sottoposti a procedure di rimpatrio collettivo o semplificato che cancellino il diritto di asilo ed i diritti di difesa. Sulle loro istanze di protezione occorre una valutazione individuale con una congrua motivazione da parte delle competenti commissioni territoriali, e in sede di ricorso, dei giudici di Tribunale.

Un recente rapporto di Refugees International documenta abusi sistematici e corruzione diffusa in tutta la Tunisia, non solo ai danni di migranti irregolari, ma anche nei confronti di studenti stranieri legalmente residenti e di persone che hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell’UNHCR, alle quali la Tunisia continua a negare uno status legale di soggiorno. Sono documentati anche i casi più recenti di respingimento collettivo, dopo l’attivismo della presidente Meloni fin dal suo insediamento, con ripetute missioni a Tunisi, per sostenere le attività contro le “migrazioni illegali” rilanciate dal presidente Saied. Di fatto una tentativo di “pulizia etnica” ai danni di decine di migliaia di immigrati subsahariani intrappolati in Tunisia.

Come richiesto dall’Assemblea dei popoli per la dignità dei migranti che il 20 luglio 2023 ha stilato la dichiarazione di Tunisi, ci rifiutiamo di fare dell’accordo tra Tunisia e UE un modello da seguire, lo denunciamo e chiediamo un dialogo responsabile e partecipativo che includa le forze civili, politiche, sindacali e dei cittadini per promuovere soluzioni alternative e sostenibili che portino diritti”.

9. La esternalizzazione del diritto di asilo e la deterritorializzazione della detenzione amministrativa in Albania

Il testo del Memorandum d’intesa tra Italia ed Albania, con i suoi due allegati tecnici, va ben oltre quanto comunicato con una sintetica nota da Palazzo Chigi, e contiene quasi ad ogni paragrafo previsioni che contrastano con il vigente diritto nazionale, con il diritto dell’Unione europea e con il diritto internazionale, in aperta violazione degli articoli 3,10 e 117 della Costituzione. Si supera persino la cd. dimensione esterna dei controlli di frontiera, già recepita nel Piano europeo sull’immigrazione e l’asilo, ancora da approvare in sede legislativa, per ispirarsi piuttosto alla logica della deterritorializzazione delle persone, sul modello Guantanamo. Per chi sarà deportato in Albania, perchè di deportazione si tratta per la grave lesione dei diritti fondamentali che si produce, si prevede una condizione giuridica “speciale” di extra-territorialità, perchè non sarebbe soggetto al diritto albanese, se non, forse, nel transito dai porti di sbarco al centro di detenzione, o in caso di fuga dai centri, ma neppure potrebbe avvalersi effettivamente di tutte le tutele, a partire dalle garanzie costituzionali, stabilite per chi si trova sotto giurisdizione italiana nel nostro territorio. Le nuove procedure accelerate in frontiera per il riconoscimento dello status di protezione previste dal Decreto Cutro, e la contestualità tra il diniego deciso dalla Commissione teritoriale ed il provvedimento di espulsione adottato dal Prefetto, con termini brevissimi di impugnazione, se partiranno i nuovi centri di detenzione in Albania, rischiano di svuotare del tutto i diritti di difesa e le garanzie costituzionali previste anche nel caso di richiedenti asilo denegati, privati della libertà personale.

Secondo quanto dichiarato dalla Meloni, in un anno si penserebbe addirittura di fare transitare in queste nuove strutture detentive, che dovrebbero essere sotto giurisdizione italiana, ma con “sorveglianza esterna” affidata alle autorità albanesi, circa 36.000 persone, una previsione che, a fronte dei tempi previsti per le procedure e del loro probabile esito negativo, appare del tutto irrealistica. Nulla è stato comunicato sulle modalità di rimpatrio e sulle autorità che saranno incaricate di eseguire gli accompagnamenti forzati, o sui trasferimenti sotto scorta dai punti di sbarco in Albania ai centri di detenzione “sotto giurisdizione italiana”. Di certo, fin dal momento dell’arrivo in Albania i migranti, già ritenuti comunque “illegali”, saranno totalmente privati della libertà personale. Secondo la sentenza n.105/2001 della Corte Costituzionale qualunque procedura di allontanamento forzato attuata da autorità italiane attraverso il trattenimento in un centro di detenzione deve essere convalidata dalla decisione di un giudice. Come sarà possibile realizzare queste garanzie in territorio albanese? Quali saranno le possibilità effettive di esercitare i diritti di difesa ? Come si pensa di potere attivare dal nulla un centro di detenzione per 3000 persone, mentre in Italia rimane bloccato dal 2017 il piano di raddoppio dei CPR ? Ma soprattutto, se ad essere sbarcati in Albania saranno soltanto i migranti non vulnerabili provenienti da “paesi terzi sicuri”, come e in che tempi si pensa di procedere alla’accertamento dell’età ed alla selezione in base al paese di origine, a bordo di navi militari in navigazione in alto mare, prima dello sbarco in un porto albanese ?

L’art.10 ter del vigente Testo Unico sulle migrazioni impone lo sbarco delle pesone soccorse in mare, anche in acque internazionali, in un centro hotspot o in un centro di prima accoglienza in territorio italiano, dove dovranno essere applicate le nuove procedure di frontiera. Il tratteniento che si configura nei casi di detenzione informale, anche nei centri di prima accoglienza, secondo quanto ribadito anche dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, dovrà essere convalidato da un giudice. Anche se il Parlamento approvasse leggi che modificano il vigrnte Testo Unico n.286/98 sull’immigrazione per dare attuazione al Protocollo Italia-Albania, le norme derivate non potrebbero violare la Costituzione, la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, gli obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro, imposto dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare, i Regolamenti europei e la Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo (CEDU), sotto i profili della riserva di legge (prevista anche dall.art. 5 della CEDU) e della riserva di gurisdizione (imposta dall’art. 13 della Costituzione italiana).

La consegna delle persone soccorse in mare alle autorità albanesi, al momento dello sbarco, fino, presumibilmente, all’ingresso nei centri di detenzione, a meno che non siano militari italiani ad effettuare le scorte in territorio albanese, potrebbe costituire una ipotesi di respingimento collettivo analoga a quella riscontrata e condannata nel 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi, dopo che nel 2009 una motovedetta della Guardia di finanza riconsegnò alle autorità libiche, entrando nel porto di Tripoli, decine di naufraghi soccorsi in acque internazionali (pratica illegale che comunque si protrasse fino al 2010, con trasbordi più discreti in alto mare, piuttosto che con l’ingresso delle unità militari italiane nei porti libici). In quell’occasione la Corte di Strasburgo affermò che tra il momento in cui i profughi venivano accolti a bordo delle navi italiane e quello in cui gli stessi erano consegnati alle autorità libiche a Tripoli, le autorità italiane avevano esercitato su di essi un controllo de facto che impegnava la responsabilità dello stato italiano per qualunque violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione europea. La stessa considerazione potrebe valere in futuro quando le autorità italiane consegneranno alle forze di polizia albanese i cittadini stranieri soccorsi in mare da unità militari italiane, ai fini del loro trasferimento forzato nei centri. Secondo il premier albanese, in ogni caso, “chi non ha diritto viene rimpatriato. Ma se l’Italia non riesce a fare i rimpatri dovrà riprenderseli”. Un progetto impraticabile e privo di basi legali, quanto previsto dal Memorandum sottoscritto dalla Meloni con il premier albanese, alla luce dei tempi previsti per le procedure di asilo “in frontiera” nei centri di detenzione, e soprattutto a causa delle difficoltà di esecuzione delle misure di allontanamento forzato da tutti i paesi europei, Le autorità italiane non possono imporre una evidente disparità di trattamento tra persone potenziali richiedenti asilo, soccorse nel Mediterraneo da navi civili e altre soccorse da navi militari, che per questa sola ragione verrebbero esposte a procedure accelerate in territorio extra-UE, a differenza di quelle sbarcate in Italia.

Non si comprende neppure quali saranno i criteri per “selezionare” i naufraghi soccorsi nel Mediterraneo dalle navi militari italiane, dopo che la magistratura catanese ha bocciato la prassi degli “sbarchi selettivi”, o per accertare l’età dei minori, forse a bordo delle navi. Senza alcuna possibilita di garantire le procedure previste dalla legge n.47 del 2017. Soprattutto non si vede come le navi militari italiane possano fare fronte, dopo soccorsi di massa in acque internazionali, al trasporto di centinaia di persone verso l’Albania, che rimane alquanto decentrata rispetto alle rotte migratorie che attraversano il Mediterraneo centrale dal nord-africa. Forse si vorranno imporre giorni e giorni di navigazione su imbarcazioni poco adatte al trasporto di naufraghi, o si risoverà tutto nel’ennesimo effetto annuncio a scopi elettorali ? La possibilità di realizzare in territori esterni all’Unione europea procedure accelerate per richiedenti asilo da parte degli Stati membri, peraltro, non è ancora prevista dalla vigente normativa euro-unitaria, ed il Piano europeo sulle migrazioni e l’asilo in 10 punti a cui si richiama spesso il governo italiano non è stato ancora approvato e dunque non ha portata legislativa. Il riconoscimento dell’Albania come “paese terzo sicuro” non potrà certo legittimare respingimenti collettivi, vietati dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali del’Unione Europea, pratiche illegali di privazione dela libertà personale o procedure di rimpatrio vietate (oltre che dalla legislazione italiana) dalla Direttiva 2008/115/CE, e dalle Direttive n. 32 e33 del 2013, in materia di procedure e di accoglienza per i richiedenti asilo.

La Corte europea dei diritti dell’Uomo ha già sanzionato l’Italia nel 2014 sul caso Sharifi per i respjgimenti collettivieffettuati verso un paese terzo “sicuro”, come poteva esserlo nel 2009 la Grecia, e sentenze più recenti dei giudici europei hanno condannato su diversi casi il nostro paese per trattenimenti informali o “de facto“, senza la tempestiva convalida giurisdizionale, imposta in precisi termini temporali, oltre che dall’art. 13 della Costituzione italiana, dagli articoli 5, 6 e 13 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo. Siamo di fronte all’annuncio di un Memorandum d’intesa che, se diventasse davvero operativo, potrebbe produrre migliaia di persone costrette alla clandestinità in territorio albanese, quando al termine dei ventotto giorni di detenzione previsti per le “procedure accelerate in frontiera” (ma in territorio italiano) non potranno essere rimpatriati. Alla fine, a pagare il conto di tanta disumanità, ci saranno persone in fuga, migranti forzati, rigettati da una frontiera ad un’altra. Sarà un’altra grave sconfitta per la democrazia in Europa, se non si riuscirà a bloccare questo ennesimo attacco al diritto di asilo ed allo Stato di diritto.

10. Conclusioni (provvisorie)

Il recente golpe in Niger, dopo quelli che lo hanno preceduto in Sudan, in Chad, in Mali ed in Burkina Faso, se ha colpito direttamente il ruolo economico e militare della Francia in questi paesi, con l’ingresso di nuovi attori politici internazionali che si muovono dietro le giunte militari, ha intercettato i progetti politici dell’Unione Europea, ed ha reso evidente l’impraticabilità di soluzioni “nazionaliste”, come Il Piano Mattei per l’Africa, da mesi al centro della propaganda del governo Meloni. Non è facile prevedere le conseguenze dei diversi golpe che dal 2020 ad oggi hanno stravolto gli assetti politici e militari nel Sahel e nell’intera Africa subsahariana. Ed ancor meno prevedibili sono le conseguenze che deriveranno sul fronte degli arrivi di migranti in Europa. Alcuni dati certi si possono però individuare già adesso. L’andamento degli “sbarchi” appare più collegato alla situazione dei migranti nei paesi di transito ed alle condizioni meteo-marine, che non ad accordi, memorandum, o “intese tecniche” con i paesi di transito. La caccia “su scala globale” a trafficanti e scafisti si è rivelata l’ennesimo annuncio propagandistico, anche se si dà molta enfasi alla intensificazione dei controlli di polizia e agli arresti di presunti trafficanti ad opera delle autorità di polizia e di guardia costiera degli Stati con i quali l’Italia ha stipulato accordi bilaterali finalizzati al contrasto delle reti di trafficanti, e dunque dell’immigrazione “clandestina”. Ma le partenze non diminuiscono affatto, ed anzi, fino a quando il tempo lo permette, sono in continuo aumento.

La mobilità migratoria deve caratterizzare l’intero bacino del Mediterraneo “allargato” di cui parlava tempo fa Giorgia Meloni, ma senza sotterfugi che riducono le possibilità di ingresso legale proprio per la maggior parte delle persone “candidate” a fare ingresso irregolare in Italia, che si abbandonano invece alle mafie internazionali, spesso colluse con le autorità di polizia di quei paesi con i quali si stringono accordi bilaterali. Nessun baratto è possibile tra diritti umani e contrasto dell’immigrazione irregolare, lo afferma anche nei suoi Protocolli addizionali contro la tratta ed il traffico di persone la Convenzione ONU del 2000 contro il crimine transnazionale.

Malgrado le politiche europee ed italiane rivolte esclusivamente alla esternalizzazione delle frontiere in funzione di contrasto dell’immigrazione irregolare, che a partire dal 2017 si sono poi articolate nella guerra contro i soccorsi umanitari, in mare, nel Mediterraneo, e nei territori di frontiera, la mobilità umana è sfuggita a qualsiasi controllo, indotta da fattori economici ed ambientali sempre più pressanti. Nessuna crisi regionale è stata risolta, non solo si assiste alla deflagrazione del conflitto in Palestina, con conseguenze oggi non prevedibili, ma la situazione in Siria rimane catastrofica, in Afghanistan ed in Iraq si continua a subire ogni violazione dei diritti umani, per non parlare del Sudan e del Corno d’Africa, mentre nel Sahel le grandi potenze si combattono attraverso bande di miliziani. Ovunque la devastazione ambientale sta producendo nuove categorie di migranti, i rifugiati ambientali.

Le questioni della mobilità umana e del controllo delle frontiere potrebbero diventare dunque ancora più divisive che in passato, mettendo a rischio i principi base delle democrazie ocidentali legati al rispetto dello Stato di diritto e del principio di uguaglianza. Di fronte all’affermazione di un orientamento politico e culturale meramente repressivo, contrario a tutte le migrazioni, interne ed esterne, un orientamento che appare ormai maggioritario in molti paesi europei, occorre smascherare il falso umanitarismo che alcuni governi ostentano per differenziarsi da quelli che più apertamente si oppongono alla mobilità dei migranti, sia europei che in arrivo dai paesi esterni all’Unione Europea. Nei fatti poi, sul piano della politica estera e delle prassi di polizia, come nella gestione dei rapporti di lavoro e nella gestione del welfare, o di quello che ne rimane, le differenze tra i diversi stati si attenuano e i diritti fondamentali della persona migrante sono sempre più a rischio, dal diritto alla vita ed a non subire trattamenti inumani o degradanti, fino al diritto al soccorso in mare ed al diritto di accedere ad un territorio nazionale per chiedere asilo o altra forma di protezione, e al diritto di difendere la propria libertà attraverso una difesa effettiva ed una possibilità di ricorso giurisdizionale.

Come osservava Luigi Ferrajoli, “Assistiamo in Italia – e in generale in tutto l’occidente, a cominciare dagli Stati Uniti- a politiche penali autoritarie, tanto indifferenti alle cause strutturali dei fenomeni criminali e inefficaci a alla loro prevenzione, quanto promotrici di un diritto penale massimo e disuguale, pesantemente lesivo dei diritti fondamentali: politiche interessa te soltanto, tramite misure massimamente repressive, a riflettere e ad assecondare, ed anzi ad alimentare, le paure e gli umori repressivi presenti nella società quali massimi fattori del consenso politico”.

.Di fronte a questa situazione l’Unione Europea appare sempre più divisa, succube dei ricatti dei partiti populisti e nazionalisti che avanzano ad ogni scadenza elettorale, ed incapace di fornire risposte efficaci. Dal Patto europeo sull’asilo e l’immigrazione del 23 settembre 2020, rimasto lettera morta, come la coeva Comunicazione della Commissione 2020/1365 “sulla cooperazione tra gli Stati membri riguardo alle operazioni condotte da navi possedute o gestite da soggetti privati a fini di attività di ricerca e soccorso”, la situazione delle migrazioni attraverso il canale del Mediterraneo centrale è ulteriormente peggiorata. Nella prospettiva di una revisione complessiva della cooperazione con I paesi terzi e degli accordi bilaterali, o multilaterali, che già esistono o che si concluderanno in futuro, occorre ripartire dai diritti fondamentali, da riconoscere a tutti ai migranti, siano essi economici o asilanti, come il diritto alla salute, il diritto all’istruzione ed al lavoro, il diritto alla coesione familiare ed al rispetto della vita privata. Gli accordi internazionali dovrebbero mirare non al blocco delle frontiere ma alla gestione in sicurezza della mobilità umana..

Il futuro delle relazioni tra i popoli che si affacciano su questo mare non potrà essere retto da accordi di polizia. Se si continua ad insistere soltanto sulla deterrenza e sulla esclusione, la convivenza tra persone provenienti a ambienti culturali e politici tanto diversi potrebbe trasformarsi in un conflitto perenne all’interno ed all’esterno dei confini statali, una sorta di stato di guerra permanente. Se questa è la direzione verso la quale ci spingono i populismi ed i nazionalismi di segno diverso, diventa più chiaro che la sfida della solidarietà attraverso la revisione complessiva degli accordi fin qui stipulati e relazioni negoziali eque con i paesi terzi costituiscono l’unica prospettiva di pace.