In fuga dalla guerra in Ucraina: l’accoglienza differenziale dell’Unione Europea

di Gennaro Avallone

Ringraziamo l’Autore per questo importante articolo pubblicato nel sito di EFFIMERA

Alla fine, l’Unione Europea non ha potuto decidere di non far passare o di rimpatriare direttamente le persone non ucraine in fuga dalla guerra, ma si è accordata per un trattamento differenziato delle popolazioni in base alla nazionalità e alla condizione giuridica.

La volontà di alcuni paesi membri (Austria, Polonia, Slovacchia, Ungheria) di limitare l’applicazione della Direttiva 55 del 2001 che permette, in situazioni riconosciute come di accesso di massa, di agevolare gli accessi senza seguire le procedure delle richieste di asilo ordinarie e senza i vincoli del Regolamento di Dublino (quelli, ad esempio, che bloccano le persone nel primo paesi di ingresso in cui bisogna farsi prendere le impronte e aspettare l’esito della procedura di richiesta di asilo) non si è affermata. Ma ha contribuito a introdurre un dispositivo differenziale nella Decisione presa dal Consiglio Europeo del 4 marzo 2022, con la quale si adotta la protezione temporanea per le persone in fuga dalla guerra in Ucraina.

Il testo[1] distingue tre tipi di misure. La prima è quella al centro della Decisione, il cui obiettivo è quello “di introdurre una protezione temporanea per i cittadini ucraini residenti in Ucraina che sono stati sfollati (e) per i cittadini di paesi terzi diversi dall’Ucraina (…) che beneficiavano in Ucraina dello status di rifugiato o di una protezione equivalente”. La seconda misura si riferisce agli apolidi e ai cittadini di paesi terzi “con un permesso di soggiorno permanente in Ucraina (e) che non sono in grado di ritornare in condizioni sicure e durature nel loro paese o regione di origine. Tale protezione dovrebbe assumere la forma dell’applicazione nei loro confronti della presente decisione o di un’altra protezione adeguata ai sensi del diritto nazionale, che sarà decisa da ciascuno Stato membro”. La terza misura si riferisce “a tutti gli altri apolidi o ai cittadini di paesi terzi residenti legalmente in Ucraina (dunque, con un permesso di durata limitata, temporaneo, come nel caso di studenti e lavoratori) non in grado di ritornare in condizioni sicure e nel loro paese o regione d’origine. Essa prevede la concessione da parte degli Stati dell’Unione Europea della protezione temporanea.

Dunque, a seconda della nazionalità (essere ucraini o meno) e del titolo di soggiorno (beneficiare di protezione internazionale o di un permesso di soggiorno permanente o essere titolare solo di un permesso di soggiorno temporaneo) cambia la modalità con cui si attribuisce la protezione temporanea: automatica nel caso delle persone ucraine o già rifugiate, semi-automatica nel caso delle persone non ucraine ma con un permesso permanente, subordinate alle volontà dei singoli stati membri nel caso delle persone non ucraine con un permesso di soggiorno di breve/temporanea durata.

La Decisione del Consiglio Europeo non individua il rimpatrio come misura automatica per i non ucraini e questo è sicuramente un dato positivo, ma conserva un trattamento differenziato incoerente con le ragioni della fuga. Ed esclude ogni riferimento alle persone straniere irregolarmente presenti, la cui sorte è del tutto ignorata dalla Decisione del Consiglio Europeo.

Va ricordato che, sul piano tecnico, questa decisione è stata favorita dall’Accordo di Associazione tra Unione Europea e Ucraina che favorisce la mobilità delle persone ucraine, le quali possono accedere negli Stati europei senza visto per soggiorni non superiori a 90 giorni. Questa condizione giuridica, insieme alla non attuazione dei vincoli del Regolamento di Dublino e dell’approccio hotspot, dovrebbe, nelle esplicite ipotesi del Consiglio Europeo, permettere ai cittadini ucraini di muoversi liberamente all’interno dell’Unione e, quindi, di scegliere lo Stato membro in cui godere dei diritti connessi alla protezione temporanea e di avvantaggiarsi delle reti familiari e amicali dei connazionali già in Europa. In questa maniera, secondo il Consiglio, ci sarà “un equilibrio di sforzi tra gli Stati membri, riducendo così la pressione sui sistemi di accoglienza nazionali”.

Dunque, nel dramma in corso, le persone ucraine in fuga sono avvantaggiate dalle relazioni istituzionali e sociali con i paesi e le società dell’Unione Europea, mentre quelle non ucraine sono meno favorite per la mancanza di tali relazioni, ma anche per il fatto che esse si scontrano con il carattere strutturale delle politiche migratorie europee, le quali, sin dalle origini degli anni ’80, hanno mostrato di essere dispositivi di differenziazione delle popolazioni in fuga (migranti o potenziali richiedenti asilo e rifugiati) sulla base di fattori variabili nel tempo, ma tutti accomunati dalla volontà di combattere un nemico, individuato nella figura dell’immigrato irregolare (coerentemente, e drammaticamente, ignorata dalle istituzioni europee nella possibilità di fuga dall’Ucraina). Questo carattere di selezione della mobilità delle persone sulla base di valutazioni a priori e generalizzate della loro pericolosità o non desiderabilità non cede, del tutto, neanche di fronte alla guerra in corso. Certamente, nel caso specifico, le misure adottate sono motivate anche da ragioni e valutazioni geopolitiche, ma queste non fanno altro che rafforzare il funzionamento strutturalmente selettivo delle politiche europee delle migrazioni: un funzionamento che ha una logica selettiva fatta propria dai corpi di polizia schierati alle frontiere esterne dell’Unione Europea. I comportamenti violenti e razzisti della polizia polacca (e ucraina) contro le persone non bianche giunte alla frontiera nella prima settimana di fuga dalla guerra ne sono l’ultima manifestazione in ordine di tempo[2]. Ma da tempo essi si ripetono, come gli accadimenti degli ultimi tre mesi al confine con la Bielorussia hanno dimostrato.

Dunque, anche dentro una tragedia come quella in corso, i cui possibili sviluppi nell’immediato futuro sembrano drammaticamente incerti per tutte e tutti noi, le istituzioni dell’Unione Europea, ma anche le polizie di frontiera (in particolare quella polacca), non sono riuscite a cambiare il modo di agire, pensare e governare il diritto alla fuga delle persone all’altezza della situazione, aggiungendo la separazione gerarchica delle persone su base razziale alla barbarie della guerra.

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NOTE

[1] pdf (europa.eu)

[2] ‘Pushed back because we’re Black’: Africans stranded at Ukraine-Poland border (france24.com)Spotlight 2022 – Senza via di fuga – Video – RaiPlay