Si archivia anche il caso Rackete ma i soccorsi umanitari rimangono nel mirino

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Agrigento, Dott.ssa Alessandra Vella, con decreto del 14 aprile 2021, e su conforme richiesta della Procura, ha archiviato il procedimento penale che vedeva indagata Carola Rackete – comandante della‘Sea Watch 3– per lo sbarco avvenuto nel porto di Lampedusa il 29 giugno 2019.

Secondo i giudici agrigentini la comandante Rackete aveva compiuto soltanto atti di adempimento di un dovere derivante dagli obblighi di soccorso in mare, e dunque poteva ricorrere la causa esimente prevista dall’art. 51 del Codice Penale, una considerazione che mette con prepotenza in evidenza gli stessi obblighi di soccorso e richiama indirettamente le responsabilità di quelle autorità statali che sarebbero le prime a doverli rispettare.

Si tratta di una decisione largamente prevedibile, dopo la sentenza della Corte di Cassazione del 16-20 settembre 2020 che aveva respinto il ricorso della Procura di Agrigento contro la mancata convalida dell’arresto della Comandante Rackete. Al di là della rilevanza mediatica del caso, che costituiva la prima prova di forza del ministro Salvini, dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza bis n.53/2019, la decisione del giudice agrigentino, sulla scorta delle motivazioni indicate dalla Corte di Cassazione, assume una importanza particolare, sia per quanto concerne la esatta definizione degli obblighi di soccorso a carico degli Stati, che per l’affermazione di un rigoroso sistema gerarchico delle fonti normative che in materia di attività di ricerca e salvataggio (SAR) subordina la discrezionalità politica ed amministrativa alle previsioni di legge ed alle Convenzioni internazionali, secondo il chiaro disposto degli articoli 10 e 117 della Costituzione. Le stesse motivazioni della Corte di Cassazione, ed il richiamo al principio di legalità che la Corte riafferma, avrebbero potuto indurre ad una diversa decisione anche il Consiglio di Giustizia amministrativa della Regione Sicilia, che ha ripristinato una misura di fermo amministrativo ai danni della Sea Watch 4, attualmente bloccata nel porto di Trapani. Il riconoscimento del sistema gerarchico delle fonti individuate dalla Corte di Cassazione avrebbe anche comportato una diversa decisione del giudice dell’udienza preliminare di Catania che nel caso Gregoretti ha subordinato l’applicazione delle norme di diritto interno ed internazionale alla discrezionalità dell’atto politico del senatore Salvini che, al tempo in cui occupava la poltrona di ministro dell’interno, aveva vietato persino lo sbarco dei naufraghi trattenuti per giorni a bordo di una nave militare, in attesa che qualche Stato europeo desse la disponibilità per l’accoglienza delle persone soccorse in acque internazionali. Ed era lo stesso ministro Salvini che lanciava l’attacco mediatico e politico contro il magistrato che non aveva convalidato gli arresti della comandante della Sea Watch.

La macchina dell’odio che già aveva colpito Carola Rackete , prima e dopo lo sbarco a Lampedusa, si rivolgeva contro un magistrato che aveva solo applicato correttamente la legge, dimostrando coraggio e professionalità in un momento in cui alti esponenti politici scaricavano la loro violenza contro giudici ed operatori umanitari che si richiamavano al rispetto dei principi costituzionali e del diritto internazionale. Adesso lo stesso giudice, la dott.ssa Vella, sulla base di quanto deciso dalla Corte di Cassazione ha potuto ribadire le ragioni della sua decisione ed ha archviato il procedimento penale a carico della comandante Rackete.

Ma è soprattutto nei procedimenti penali ancora aperti contro esponenti delle Organizzazioni non governative e delle società armatrici, a Trapani (processo Iuventa) ed a Ragusa (processo Open Arms) che il riconoscimento dei doveri di soccorso in acque internazionali operato dalla Corte di cassazione dovrebbe portare ad una archiviazione dei procedimenti, giunti alla fase di conclusione delle indagini preliminari a Trapani, e ancora oggetto di giudizio a Ragusa, dove la procura ha impugnato la decisione di non luogo a procedere adottata dal Tribunale.

 Il Decreto interministeriale del 7 aprile 2020, nell’ambito dei provvedimenti assunti dal governo a seguito dell’emergenza COVID 19, si è collocato in continuità con il decreto sicurezza bis e con le conseguenti prassi adottate dal Viminale. Nella parte in cui consente al ministro dell’interno, tramite le autorità alle sue dipendenze, di negare l’ingresso nelle acque territoriali alle navi che battono bandiera straniera e che devono completare una operazione di salvataggio con lo sbarco nel porto sicuro più vicino. La motivazione principale che tale divieto deriverebbe dall’esigenza di non mettere in crisi il sistema sanitario nazionale per effetto degli sbarchi a terra delle persone soccorse nel Mediterraneo centrale, è ormai ampiamente smentita dai fatti, e dal numero irrilevante di focolai di COVID 19 derivanti dagli sbarchi dei naufraghi soccorsi in acque internazionali, rispetto al numero ben più consistente di focolai attivi tra la popolazione italiane straniera residente in Italia. Come ha osservato la dottrina (Algostino), “A parte la considerazione che il servizio sanitario è compromesso da anni di tagli di spesa e dal processo di regionalizzazione e aziendalizzazione, i cui effetti non possono ricadere sul diritto alla vita, alla salute e sul divieto di trattamenti inumani e degradanti dei migranti, anche se si trattasse – come non è – di persone tutte positive al virus, è evidente che non è a rischio la tenuta del sistema sanitario del Paese, mentre dalla mancata assegnazione di un porto sicuro discende un’immediata lesione del diritto alla salute (e non solo) del naufrago”. Quel decreto interministeriale è ancora in vigore mentre non trova ancora applicazione, soprattutto sotto il profilo degli interventi dovuti in acque internazionali e sulle informazioni dovute dai comandi marittimi, il recente Piano nazionale SAR, approvato con Decreto del 4 febbraio 2021, a firma dell’ex ministro delle infrastrutture De Micheli.

Sembra dunque continuare la guerra contro i soccorsi operati da navi private appartenenti ad Organizzazioni non governative, alimentata sul fronte interno da una martellante campagna d’odio sui principali social e sui giornali più vicini ai partiti di destra. Mentre sulla base degli accordi bilaterali con le autorità libiche, che il governo italiano si appresta a fare rifinanziare dal Parlamento, la sedicente Guardia costiera libica viene guidata ad operare un numero crescente di respingimenti su delega, e dopo avere aperto il fuoco su lavoratori del mare imbarcati su pescherecci di Mazara del Vallo, minaccia apertamente le navi delle ONG, intimando loro di non operare in acque internazionali. All’interno della zona SAR impropriamente riconosciuta ad una Libia che, come Stato unitario, non esiste ancora, e che le autorità di Tripoli fanno coincidere quasi per intero con la ZEE (zona di esclusivo interesse economico), dunque fino a 50 miglia dalle coste della Tripolitania e della Cirenaica, escludendo il diritto alla libera navigazione in acque internazionali per quelle navi umanitarie che potrebbero arrivare a soccorrere naufraghi prima dell’arrivo delle motovedette libiche. Motovedette che sono ancora in mano alle milizie che in diverse località sono colluse con le organizzazioni criminali che gestiscono le partenze, come a Zawia. Eppure, anche se questa situazione è ben nota agli organismi internazionali, che hanno messo sotto accusa Al Milad (Bija), capo della Guardia costiera di Zawia, l’Italia continua a rifinanziare gli interventi in Libia ed a richiedere all’Unione Europea finanziamenti sempre più consistenti da trasferire alle milizie libiche, in un progetto di esternalizzazione delle frontiere che parte dal Trattato di amicizia del 2008 tra Berlusconi e Gheddafi.

Le norme di diritto internazionale richiamate dalla Corte di cassazione, ed applicate adesso dai giudici di Agrigento per archiviare il caso Rackete, potrebbero costituire un limite alle scelte politiche adottate dal Viminale che vieta o ritarda a discrezione l’ingresso in porto di navi che portano a bordo naufraghi, o le sottopone a defatiganti fermi amministrativi, impedendo per mesi che possano svolgere quelle attività di soccorso in acque internazionali che gli Stati hanno deciso di omettere per non favorire le partenze dalle coste nord-africane, e dunque per l’asserito fine politico di contrastare l’immigrazione “illegale” e per “difendere i confini nazionali”.

Sul caso della mancata convalida degli arresti di Carola Rackete la Corte di Cassazione aveva affermato i seguenti principi che hanno una valenza di portata generale, che va oltre la natura cautelare del procedimento.

 Secondo la Corte di Cassazione (Sentenza n. 6620, depositata il 20 febbraio 2020)  Il controllo di ragionevolezza del giudice della convalida deve dunque essere effettuato sulla base di una interpretazione adeguatrice delle norme di rango primario – le norme appunto che disciplinano la convalida dell’arresto in flagranza – a quelle di rango costituzionale che stabiliscono limiti tassativi al potere dell’autorità di polizia giudiziaria di incidere sulla libertà personale degli individuiIl giudice di Agrigento ha correttamente interpretato quelle norme di legge (artt. 385 e 391 cod.proc.pen.) alla luce dei principi di rango costituzionale. Egli ha puntualmente ricostruito la vicenda processuale, ripercorrendo nel corpo del provvedimento la scansione temporale degli eventi, riepilogando gli antefatti dal giorno del salvataggio dei naufraghi fino ai contatti tra la capitana e la polizia giudiziaria nei giorni successivi, allorché la Sea Whatch3 era alla fonda davanti al porto di Lampedusa, nonché ciò che avvenne poco prima dell’ingresso in porto, la notte del 29 giugno 2019. Tale ricostruzione risultava necessaria allo scopo di inquadrare un evento che si caratterizzava per la sua singolarità, oggettivamente al di fuori dei casi normalmente affrontati in sede di convalida di arresto. Alla luce di tutto ciò, il Giudice ha ritenuto non legittimo l’arresto della Rackete in quanto operato in presenza di un divieto stabilito dall’art. 385 cod.proc.pen. Secondo quanto argomentato nel provvedimento impugnato, la misura precautelare era stata adottata al di fuori del perimetro di legalità, in forza della ricorrenza di una causa di giustificazione, individuata nell’adempimento del dovere di soccorso. Tale causa di giustificazione trovava correttamente il proprio fondamento, diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, proprio in una valutazione complessiva e non parcellizzata di tutti gli elementi fattuali rilevanti per comprendere la situazione palesatasi agli operanti nelle fasi immediatamente precedenti alla condotta di ingresso nel porto, e di quelli ad essi antecedenti, tutti elementi conosciuti da coloro che avevano operato l’arresto.

La Corte di Cassazione ritiene che“Tenuto conto che la privazione della libertà personale della Rackete era avvenuta in quel preciso contesto fattuale, descritto alle pagg. 8-11 dell’impugnata ordinanza, il Giudice ha escluso la legittimità dell’arresto perché effettuato, quanto alla sussistenza del reato di cui all’art. 1100 cod nav., in assenza del requisito di “nave da guerra” della motovedetta V.808, e, quanto al reato di cui all’art. 337 cod.pen., in presenza di una causa di giustificazione, ex art. 51 cod.pen. “.

Secondo i giudici della Cassazione, All’esito di un percorso esegetico delle fonti normative di rango internazionale, che sono vincolanti per lo Stato italiano e per tutti coloro che sono tenuti nel loro operare all’osservanza della legge italiana, il Giudice ha ritenuto configurabile in capo alla capitana della nave la causa di giustificazione dell’adempimento di un dovere di soccorso che, a mente dell’art 385 cod.proc.pen., comporta uno specifico divieto di arresto in flagranza e di fermo. È ben vero che, sulla base dell’inequivoco dato testuale della norma processuale, detto divieto opera a condizione che la causa di non punibilità sia riconoscibile nel contesto dei fatti che hanno richiesto l’intervento d’urgenza (“quando, tenuto conto delle circostanze del fatto, appare”). Non di meno, contrariamente all’assunto del ricorrente, non è certo la presenza di una articolata motivazione del provvedimento ad escludere di per sé che l’esimente “appaia” sussistente. L’articolata motivazione, al contrario, si giustifica proprio in forza della complessità della vicenda, della delicatezza del bene giuridico compresso (la libertà individuale), della conseguente necessità di ricostruire con attenzione e precisione le fonti normative, anche di rango internazionale, idonee a fondare la sussistenza della causa di giustificazione dell’art. 51 cod.pen. e il suo esatto contenuto. Sono questi gli elementi, indicati dal Giudice, a costituire il parametro della valutazione della ragionevolezza dell’operato di coloro che hanno eseguito l’arresto.

La Corte di Cassazione condivide dunque “la valutazione del Giudice di Agrigento, che ha ritenuto non ci fossero i presupposti per convalidare l’arresto, eseguito in quel descritto contesto fattuale, poiché operante il divieto di cui all’art. 385 cod.proc.pen., è corretta. La verosimile esistenza della causa di giustificazione è stata congruamente argomentata. In questo ambito, il provvedimento ripercorre, necessariamente, le fonti internazionali (Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare, SOLAS- Safety of Life at Sea, Londra, 1974, ratificata dall’Italia con la legge n. 313 del 1980; Convenzione SAR di Amburgo del 1979, resa esecutiva dall’Italia con la legge n. 147 del 1989 e alla quale è stata data attuazione con il D.P.R. n. 662 del 1994; Convenzione UNCLOS delle Nazioni Unite sul diritto del mare, stipulata a Montego Bay nel 1982 e recepita dall’Italia dalla legge n. 689 del 1994), sia allo scopo di individuare il fondamento giuridico della causa di giustificazione, identificata nell’adempimento del dovere di soccorso in mare, sia al fine di delinearne il contenuto idoneo a scriminare la condotta di resistenza. Proprio le citate fonti pattizie in tema di soccorso in mare e, prima ancora, l’obbligo consuetudinario di soccorso in mare, norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta e pertanto direttamente applicabile nell’ordinamento Io interno, in forza del disposto di cui all’art. 10 comma 1 Cost. – tutte disposizioni ben conosciute da coloro che operano il salvataggio in mare, ma anche da coloro che, per servizio, operano in mare svolgendo attività di polizia marittima -, sono il parametro normativo che ha guidato il Giudice nella valutazione dell’operato dei militari per escludere la ragionevolezza dell’arresto della Rackete, in una situazione nella quale la citata causa di giustificazione era più che “verosimilmente” esistente. Nè si potrebbe ritenere, come argomenta il ricorrente, che l’attività di salvataggio dei naufraghi si fosse esaurita con il loro recupero a bordo della nave. L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale SAR di Amburgo, non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro (c.d. “piace of safety”). Il punto 3.1.9 della citata Convenzione SAR dispone: «Le Parti devono assicurare il coordinamento e la cooperazione necessari affinché i capitani delle navi che prestano assistenza imbarcando persone in pericolo in mare siano dispensati dai loro obblighi e si discostino il meno possibile dalla rotta prevista, senza che il fatto di dispensarli da tali obblighi comprometta ulteriormente la salvaguardia della vita umana in mare. La Parte responsabile della zona di ricerca e salvataggio in cui viene prestata assistenza si assume in primo luogo la responsabilità di vigilare affinché siano assicurati il coordinamento e la cooperazione suddetti, affinché i sopravvissuti cui è stato prestato soccorso vengano sbarcati dalla nave che li ha raccolti e condotti in luogo sicuro, tenuto conto della situazione particolare e delle direttive elaborate dall’Organizzazione (Marittima Internazionale). In questi casi, le Parti interessate devono adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile». Le Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare (Ris. MSC.167-78 del 2004) allegate alla Convenzione SAR, dispongono che il Governo responsabile per la regione SAR in cui sia avvenuto il recupero, sia tenuto a fornire un luogo sicuro o ad assicurare che esso sia fornito. Per l’Italia, il piace of safety è determinato dall’Autorità SAR in coordinamento con il Ministero dell’Interno. Secondo le citate Linee guida, «un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse; dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata; le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte; e può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale» (par. 6.12). «Sebbene una nave che presta assistenza possa costituire temporaneamente un luogo sicuro, essa dovrebbe essere sollevata da tale responsabilità non appena possano essere intraprese soluzioni alternative». (par. 6.13)”.

Per la Corte di Cassazione, “Non può quindi essere qualificato “luogo sicuro”, per evidente mancanza di tale presupposto, una nave in mare che, oltre ad essere in balia degli eventi metereologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse. Né può considerarsi compiuto il dovere di soccorso con il salvataggio dei naufraghi sulla nave e con la loro permanenza su di essa, poiché tali persone hanno diritto a presentare domanda di protezione internazionale secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, operazione che non può certo essere effettuata sulla nave. Ad ulteriore conferma di tale interpretazione è utile richiamare la risoluzione n. 1821 del 21 giugno 2011 del Consiglio d’Europa (L’intercettazione e il salvataggio in mare dei domandanti asilo, dei rifugiati e dei migranti in situazione irregolare), secondo cui «la nozione di “luogo sicuro” non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali» (punto 5.2.) che, pur non essendo fonte diretta del diritto, costituisce un criterio interpretativo imprescindibile del concetto di “luogo sicuro” nel diritto internazionale”.

2. Tutte le argomentazioni addotte dall’ex ministro dell’interno Salvini come base dei suoi provvedimenti, prima del decreto sicurezza bis, semplici direttive, poi decreti, di divieto di ingresso nelle acque territoriali, sono demolite dalla Cassazione. Anche la ricostruzione dei fatti secondo la quale la comandante Rackete avrebbe intenzionalmente tentato di schiacciare contro il molo la piccola motovedetta della Guardia di finanza, che si interponeva andando avanti ed indietro, tentando di impedire il definitivo attracco della nave, viene destituita di fondamento. Come era evidente sin dal principio, in base alla ricostruzione dei video e alle numerose foto riprese anche da comuni cittadini durante le concitate fasi dell’ormeggio della nave in banchina. Secondo la Corte di Cassazione, “In conclusione, la verifica del giudice della convalida è stata correttamente compiuta e corretta è la sua decisione. Il giudice non soltanto ha ritenuto configurabile, nella situazione descritta nel provvedimento, la causa di giustificazione dell’adempimento del dovere di soccorso, individuandone la portata, ma ha anche valutato che la sussistenza di tale scriminante fosse percepibile da parte degli operanti che avevano proceduto all’arresto, sulla base di una valutazione della singolarità della vicenda e delle concrete circostanze di fatto, come meticolosamente riepilogate. Non è ammessa, infatti, una privazione della libertà personale da parte della polizia giudiziaria quando, avuto riguardo alle circostanze del caso, ricorrano nel concreto cause di giustificazione idonee ad escluderne la rilevanza penale, in termini di ragionevolezza, sulla scorta degli elementi di conoscenza in capo a coloro che hanno operato la misura privativa della libertà personale (Sez. 6, n. 49124 del 01/10/2003, P.M. in proc. Todirica, Rv. 227721 – 01).

3. Le motivazioni addotte dalla Corte di Cassazione appaiono coerenti con le contestazioni contenute nella richiesta di autorizzazione a procedere formulata con l’ordinanza del Tribunale dei ministri di Palermo sul caso Open Arms, poi recepite dalla Procura di Palermo e quindi confermate dal Giudice dell’udienza preliminare di Palermo, che ha disposto il rinvio a giudizio del senatore Salvini, fissando la prima udienza del procedimento penale per il prossimo 15 settembre. I richiami al sistema gerarchico delle fonti, alla Costituzione ed alle norme internazionali forniscono anche la misura degli abusi di discrezionalità amministrativa esercitati dall’ex ministro dell’interno fin dal momento del suo insediamento al Viminale, a partire dal caso Aquarius, con la politica propagandistica di “chiusura dei porti”. Una politica che ha fatto la fortuna elettorale dei partiti di destra, a scapito del rispetto dello stato di diritto e del diritto internazionale del mare.

Sarà decisivo per la salvaguardia dello Stato di diritto nel nostro paese che tali principi, soprattutto nella parte che ribadiscono gli obblighi di soccorso a carico degli Stati fino alla indicazione di un porto di sbarco sicuro, già presi in considerazione nei numerosi casi di archiviazione delle accuse contro le ONG, siano tenuti presenti nei diversi processi ancora aperti a Trapani (Iuventa), sulla quale si attende la decisione del Giudice dell’Udienza preliminare, dopo la conclusione delle indagini, ed a Ragusa (Open Arms), addirittura per violenza privata. A Ragusa non è bastata neppure l’archiviazione disposta dal Tribunale perché la Procura ha presentato appello ed ha riaperto il processo.

Non è più tempo di ripetere soltanto il consueto “mantra” secondo cui l’Unione Europea dovrebbe fare di più, o che le competenze dei soccorsi in acque internazionali spetterebbero se non ai libici, alle autorità maltesi, a fronte della evidente mancanza di mezzi delle autorità marittime de La Valletta e della enorme estensione della zona SAR maltese. Sarebbe forse meglio se si tenesse in evidenza in primo piano quanto impone il diritto internazionale in materia di obblighi di ricerca e soccorso senza trascurare il dettato della normativa interna.

Il costo della gigantesca montatura mediatico-giudiziaria contro i soccorsi umanitari nel Mediterraneo centrale non è stato pagato soltanto dagli operatori umanitari, e dalle tanto odiate ONG,  ma soprattutto dai migranti che hanno fatto naufragio, e che sempre più numerosi finiscono dispersi in mare. Migliaia di persone che a causa della pressione esercitata sulle navi delle ONG, a partire dal Memorandum di intesa con il governo di Tripoli del 2 febbraio 2017 e del Codice di condotta adottato dall’ex ministro dell’interno Minniti, sono stati abbandonate in mare o respinte con l’aiuto della sedicente guardia costiera “libica”. La guardia costiera di un governo che non controlla neppure l’intero territorio nazionale e che, come è stato dimostrato, risulta collusa con le organizzazioni criminali che tutti a parole dicono di volere combattere. Fino a quando il governo libico non garantirà sicurezza e dignità, con uno status legale e con un vero sistema di accoglienza ( e non di internamento) ai migranti ed ai potenziali rifugiati presenti nel suo territorio, non si potrà parlare di “dovere morale” di garantire i diritti umani delle persone di diversa nazionalità intrappolate nel pantano libico. E di questo, il Presidente del Consiglio Draghi ed i ministri Di Maio e Lamorgese dovrebbero prendere atto, per non essere, in caso contrario, annoverati come complici degli abusi che i migranti continuano a subire quando si trovano in Libia, o quando vengono riportati indietro, nei campi di detenzione dai quali sono fuggiti, dopo essere stati intercettati in alto mare . Le recenti denunce dell’UNHCR e dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla condizione dei migranti in Libia, anche in riferimento alle attività della sedicente Guardia costiera “libica”, non potranno essere ignorate a lungo.