Solidarietà a processo, legalità internazionale e obblighi di soccorso

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Con rara cadenza tempistica, dopo anni di indagini, proprio subito dopo l’insediamento del governo Draghi sostenuto dalla Lega di Salvini, dalla Procura di Trapani è stato emesso avviso di conclusioni delle indagini sul caso della nave umanitaria Iuventa, sequestrata a Lampedusa il 2 agosto 2017, e poi rimasta ormeggiata per anni nel porto di Trapani. Adesso, a fronte delle richieste della Procura, si attende la decisione del Giudice dell’Udienza preliminare di Trapani che dovrà decidere se rinviare a giudizio gli imputati o dichiarare il non luogo a procedere. Sono state intanto stralciate le posizioni di diverse persone imbarcate a bordo della stessa nave, che erano finite sotto inchiesta dopo il provvedimento di sequestro. Per quanto riguarda la Iuventa si può dunque dire che l’indagine appare notevolmente ridimensionata rispetto alle contestazioni iniziali, anche perché nell’atto di conclusione delle indagini non si rinviene traccia degli elementi probatori provenienti da terzi che avevano dato via alle indagini. portando al sequestro della nave. sequestro che era stato poi convalidato nel 2018 dalla Corte di cassazione. La Corte si era però fermata ai profili di legittimità formale del provvedimento di sequestro, rinviando a successive indagini ed all’eventuale processo l’accertamento dei fatti e delle responsabilità. Osservava la Corte ,“È fuori questione che, essendo mancata devoluzione del relativo punto, anche per i limiti posti dall’art. 325 c.p.p. al mezzo proposto, non sono state dedotte specifiche questioni circa l’adeguatezza dell’individuato fumus commissi delicti, punto sul quale i giudici della cautela hanno svolto la rispettiva analisi. Costituirà, quindi, l’oggetto del giudizio di merito, a cognizione piena, l’approfondita verifica di tale snodo, delicatissimo e cruciale, che impone di discernere tra l’attività, meritoria e salvifica, messa in essere da chi si muove nell’ambito segnato dall’art. 12 co. 2 TUI, nella cornice fissata dall’obbligo di salvataggio in mare scolpito dal diritto consuetudinario internazionale e richiamato da molteplici Convenzioni, e l’attività di chi – consapevolmente concorrendo con i trafficanti di esseri umani – agisce nel senso di agevolarne le condotte illecite e consentire la loro concreta perpetrazione»).

L’originario impianto accusatorio si è sfaldato dopo il “pentimento” di uno dei principali accusatori. Come riportava Il Post già nel 2019, “L’ex poliziotto Pietro Gallo dice di essere pentito per il ruolo che ha avuto nella creazione del cosiddetto “scandalo ong”, la polemica contro le organizzazioni non governative impegnate nei salvataggi di migranti nel Mediterraneo centrale. Tra il 2016 e il 2017, quando lavorava come agente di sicurezza a bordo della nave Vos Hestia dell’ong Save the Children, Gallo fornì informazioni e dossier sulle ong ai servizi segreti e allo staff di Matteo Salvini; le sue azioni contribuirono a trasformare i salvataggi in mare in un argomento politico controverso e le ong nell’avversario principale di opinionisti e forze politiche contrarie all’immigrazione”. 

Rispetto all’originario atto di accusa, ed al provvedimento di convalida del sequestro da parte della Corte di Cassazione, l’inchiesta si è così allargata ad altre ONG, come Save The Children e MSF, che in quegli anni operavano attività di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo centrale, con frequenti trasbordi dalla Iuventa, sotto il coordinamento della Centrale operativa (IMRCC) della Guardia costiera italiana, come è ampiamente documentato nei rapporti di attività pubblicati per il 2016 ed il 2017 dalla stessa Guardia costiera. Non mancano numerosi video, reperibili nell’archivio di Radio Radicale che documentano i soccorsi allora operati dalla Guardia costiera italiana in prossimità delle coste libiche dove erano presenti anche le imbarcazioni delle ONG. Si dovrebbe ricordare al riguardo che fino al 28 giugno 2018 non esisteva una zona di ricerca e salvataggio (SAR) affidata alla responsabilità di autorità libiche, né a Tripoli, ne altrove in Libia esisteva una Centrale unificata di coordinamento dei soccorsi (MRCC), Dopo lo sbarco la maggior parte dei naufraghi intercettati in mare dai libici scompariva nei centri di detenzione. Era quanto confermava la posizione adottata nel 2017 dall‘Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), secondo cui ” a seguito dell’intercettazione o del salvataggio in mare, le persone vengono consegnate dalla Guardia costiera libica (GCL) alle autorità del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM), che le trasferisce direttamente nei centri di detenzione gestiti dal governo, dove vengono detenute per periodi indefiniti”. Inoltre, secondo l’UNHCR, ““Poiché non esiste un sistema di registrazione per le persone sbarcate e successivamente detenute, è impossibile sapere in maniera minimamente accurata quante persone sono trattenute in detenzione ufficiale in un dato momento, la durata della loro detenzione e, in ultima analisi, il loro destino”;

A seguito dell’intervento delle navi private sostenute dalla società civile, in quegli anni, venivano soccorse a nord delle coste libiche decine di migliaia di persone, che altrimenti sarebbero state abbandonate in mare, esposte al rischio di naufragio o al blocco da parte dei mezzi della sedicente guardia costiera libica, e quindi costrette ad essere ricondotte a terra nelle mani di quelle stesse milizie, colluse con i trafficanti,che torturavano ed estorcevano anche minori e donne in gravidanza, in un clima di totale impunità. Circostanze tutte accertate in rapporti internazionali ed in processi penali che in Italia hanno permesso di individuare, su denuncia delle vittime, trafficanti e torturatori. Erano anche gli anni in cui da Frontex e da ambienti ben individuati della destra identitaria europea, collegati anche alla Lega, partivano i primi attacchi nei confronti delle Organizzazioni non governative, ritenute responsabili di costituire un fattore di attrazione (pull factor) delle partenze dalle coste libiche e dunque di agevolare le attività dei trafficanti e degli scafisti che comunque restavano l’unica possibilità di fuggire dagli abusi sistematicamente inflitti in Libia alle persone migranti. In quello stesso periodo, dopo l’impegno dell’operazione Mare Nostrum (2014), la strage del 18 aprile 2015, il breve periodo di interventi di soccorso operati dalle navi della missione TRITON di Frontex, gli assetti navali statali ed europei venivano progressivamente ritirati, e dalla fine del 2016 il vuoto da loro lasciato era colmato dall’intervento di navi private delle ONG. Si anticipava in quel periodo una svolta nella gestione delle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale che negli anni successivi avrebbe portato alla fine degli interventi statali, agli accordi con i libici ed alla criminalizzazione delle ONG che continuavano a salvare vite umane in mare.

Come ricorda Duccio Facchini su Altreconomia, “da inizio 2019, come abbiamo già raccontato, quelle che precedentemente venivano indicate come “Attività Search and Rescue nel Mediterraneo centrale” -oggetto di bollettini mensili poi trasformati in trimestrali- sono diventate “Eventi riconducibili al fenomeno dell’immigrazione non regolare via mare verso le coste italiane”. Anche lo “stato” delle “persone” è mutato: a quelle “soccorse” sono state affiancate quelle “intercettate nel corso di operazioni di polizia di sicurezza”, tecnicamente definite operazioni di “Law Enforcement”. Tutto questo avveniva dopo la creazione artificiosa di una zona SAR “libica”, e la firma del Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017, al quale seguiva il lancio dell‘operazione NAURAS della Marina militare italiana, con una nave stabilmente presente nel porto di Tripoli, con funzioni di “assistenza e coordinamento”. Dopo il mutamento di indirizzi politici trasmessi dal governo alla Centrale operativa della Guardia costiera italiana (IMRCC), che fino ad allora aveva contribuito a salvare decine di migliaia di persone, i naufraghi diventavano improvvisamente “migranti illegali”, e chi li soccorreva da navi private veniva esposto alla contestazione di gravi reati come l’agevolazione dell’ingresso di “clandestini”, prevista dall’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998. Una fattispecie di reato che ha consentito formulazioni tanto generiche da diventare sempre più spesso oggetto di interpretazioni estensive al limite del principio di legalità (nulla poena sine lege). Per affermare una responsabilità penale per un reato tanto grave occorre comunque verificare la ricorrenza di un elemento soggettivo e l’assenza di cause di giustificazione come lo stato di necessità, e su questo terreno le accuse dei procuratori di Trapani sono tutte da provare. Di certo gli elementi di fatto sui quali approfondire le indagini, anche da parte dei difensori degli imputati, non mancano.

Con l’ultimo Report di attività (2018) della Guardia costiera italiana, impegnata a nord delle coste libiche fino all’inizio di quell’anno, cessava la pubblicazione dei Dossier annuali . Poi, dopo i casi Gregoretti e Diciotti, le navi militari italiane, incluse quelle della Guardia costiera e della Guardia di finanza, venivano ritirate all’interno delle nostre acque territoriali (12 miglia dalla costa italiana), e si inaspriva la guerra contro le ONG che ancora continuavano ad operare interventi di soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale, colpite da sequestri, indagini penali a tempo indeterminato, arresti dei comandanti, divieti di ingresso, da ultimo provvedimenti di fermo amministrativo, come quello della Sea Watch 4 recentemente sospeso dal Tribunale Amministrativo di Palermo. Malgrado l’impegno degli inquirenti, nei procedimenti penali che giungevano all’esame dei magistrati giudicanti, e talora anche già nella prima fase di indagine affidata alle procure, si verificava una serie di archiviazioni per la irrilevanza penale delle accuse contestate.

2. Nel mese di aprile del 2017 il senatore Salvini rendeva nota l’esietnza di un dossier di indagine sulle ONG redatto dai servizi ed accusava il capo del governo del tempo, Paolo Gentiloni, di non volerlo rendere noto, e minacciava di trasmetterne copia alla Procura di Catania. Già dalla fine del 2016 veniva avviata a Trapani una inchiesta sulle attività di ricerca e salvataggio operate nel Mediterraneo centrale dalla nave umanitaria Iuventa, inchiesta poi estesa alle operazioni svolte dalle due navi Vos Hestia ( di Save The Children) e Vos Prudence (di MSF) sulle quali sotto coordinamento della Guardia costiera italiana (IMRCC) venivano trasbordati i naufraghi raccolti in mare dalla più piccola Iuventa. In tempo reale si scatenava un violento attacco sui social contro chiunque continuasse a soccorrere persone nel Mediterraneo centrale, sulla base di ricostruzioni artefatte, presto smentite da indagini indipendenti.

Un fermo immagine del video diffuso dalla Polizia di Stato, 02 agosto 2017. Sono tre gli episodi sui quali indaga la procura di Trapani e per i quali il gip ha disposto il sequestro preventivo della nave Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet. Il procedimento è a carico di ignoti ed il reato ipotizzato è il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le ONG diventavano allora oggetto di una campagna di delegittimazione e di criminalizzazione senza precedenti a cui seguiva, alla fine di luglio del 2017, l’adozione del cd. Codice di Condotta Minniti che, pur richiamando gli obblighi di soccorso dettati dalle Convenzioni internazionali, e senza avere alcun valore legale vincolante, attribuiva vasti poteri di intervento in acque internazionali alle cd. Guardia costiera “libica”, prima ancora che fosse istituita una zona SAR “libica” e prima che fosse costituita una Centrale operativa di coordinamento (MRCC), che poi, di fatto, sarebbe stata gestita dalle autorità marittime italiane ( almeno fino al 28 giugno 2018). Il sequestro della Iuventa a Lampedusa, il 2 agosto 2017, dopo che la nave era stata attirata in quel porto con un escamotage, con la richiesta di sbarcare alcuni naufraghi già soccorsi da una nave militare italiana, seguiva di pochi giorni la convulsa trattativa con le ONG per imporre quel Codice di condotta, che comunque restava privo di efficacia normativa. Su quel sequestro e sulle prime fasi di tutta l’inchiesta sulla Iuventa, uno studio internazionale condotto da Charles Heller e Lorenzo Pezzani del Forensic Institute di Londra metteva bene in evidenza il coacervo di interessi politici che avevano caratterizzato le indagini e l’artificiosità della ricostruzione fornita ai magistrati inquirenti dagli agenti della security, in realtà agenti sotto copertura, imbarcati a bordo della Vos Hestia di Save The Children.

Un rapporto del mese di giugno del 2017 redatto da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite documentava intanto come ” gruppi armati, alcuni dei quali hanno ricevuto un mandato o almeno un riconoscimento dalla Camera dei rappresentanti o dal Consiglio di presidenza, non sono stati sottoposti a un controllo giudiziario significativo. Ciò ha ulteriormente aumentato il loro coinvolgimento nelle violazioni dei diritti umani, inclusi rapimenti, detenzioni arbitrarie ed esecuzioni sommarie”. Secondo un rapporto diffuso da Amnesty International nel 2017, “Decine di rifugiati e migranti hanno descritto il devastante ciclo di sfruttamento in cui colludono le guardie carcerarie, i trafficanti e la Guardia costiera. Le guardie torturano per estorcere danaro e, quando lo ricevono, lasciano andare le vittime o le passano ai trafficanti. Costoro organizzano la partenza, col consenso della Guardia costiera libica. A indicare che un’imbarcazione è oggetto di accordi tra trafficanti e Guardia costiera, lo scafo viene contrassegnato in modo che non venga fermato. A volte la Guardia costiera scorta tali imbarcazioni fino alle acque internazionali.”. Altre volte la stessa Guardia costiera libica, secondo lo stesso rapporto del 2017, riportava le persone a terra. In quell’anno la Guardia costiera libica ha intercettato 19.452 persone, che sono state riportate sulla terraferma e trasferite in centri di detenzione dove la tortura era, e rimane, la regola.

Nel mese di agosto del 2017, pochi giorni il sequestro della Iuventa a Lampedusa la Centrale operativa della Guardia costiera italiana emetteva il seguente comunicato :«Oggetto: Possibile rischio security» è l’avviso del mittente Mrcc, inviato a MSF e Save The Children per le navi Vos Prudence e Vos Hestia, che battono bandiera italiana ed appartengono alla flotta dell’armatore Vroon. «Questo MRCC è venuto a conoscenza, tramite fonti aperte di cui si allega uno stralcio, che le Autorità Libiche hanno manifestato minacce nei confronti di tutte le unità ONG operanti nella Sar Rescue Region Libica. Tanto si rappresenta per le valutazioni e le misure di competenza di codesti CSOO».

La stessa nave Iuventa, come le altre navi delle ONG, operava da tempo sotto la minaccia armata di milizie non meglio identificate, che ne condizionavano le attività di ricerca e salvataggio, senza che nessuna delle numerose unità militari europee presenti in zona prestasse copertura. Sull’allontanamento delle ONG dalle acque internazionali limitrofe alla fascia delle 12 miglia dalla costa libica convergevano le autorità dei paesi europei e le milizie che già allora si contendevano il territorio, ed i più diversi traffici, in Libia. E a quel tempo non era stata ancora proclamata alcuna zona SAR “libica”, tanto che l’IMO non riceveva fino al giugno del 2018 la richiesta di riconoscimento di una zona SAR, da affidare alla responsabilità delle autorità di Tripoli.

I casi indagati nel 2017 dal gruppo di esperti delle Nazioni Unite comprendono abusi a terra e in mare. Secondo lo stesso rapporto, “Abd al-Rahman Milad (alias Bija), e altri membri della guardia costiera, sono direttamente coinvolti nell’affondamento delle barche dei migranti usando armi da fuoco. A Zawiyah, Mohammad Koshlaf ha aperto un rudimentale centro di detenzione per i migranti nella raffineria di Zawiyah. Il gruppo di esperti scientifici ha raccolto informazioni su abusi contro i migranti da parte di diverse persone (cfr. Allegato 30). Inoltre, il gruppo di esperti scientifici ha raccolto notizie di cattive condizioni nei centri di detenzione dei migranti a Khums, Misratah e Tripoli. Secondo lo stesso rapporto “il capo della guardia delle strutture petrolifere di Zawiyah, Mohamed Koshlaf, noto anche come Kasib o Gsab (v. punti 105 e 258), è coinvolto nell’approvvigionamento di carburante per i trafficanti. Comanda anche la cosiddetta milizia Nasr.81 Suo fratello, Walid Koshlaf, noto anche come Walid al-Hadi al-Arbi Koshlaf, gestisce la parte finanziaria dell’azienda. Il capo della guardia costiera di Zawiyah, Abd al-Rahman Milad (alias Bija) (vedi anche punti 59, 105 e 258), è un importante collaboratore di Koshlaf nel settore dei carburanti.”. Difficile negare di fronte a questi rapporti, poi confermati anche da recenti processi penali in Italia, che i migranti in mare prima ancora che naufraghi fossero persone da soccorrere in modo da non costringerli a ritornare in un paese nel quale la loro vita e la loro integrità fisica sarebbe state messe a rischio. Ne sembra plausibile che si trovassero, almeno in alcuni casi contestati agli operatori delle ONG dai procuratori di Trapani su imbarcazioni definibili “sicure”, stando a quanto previsto dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare ( in particolare dalla Convenzione SOLAS del 1984). Qualunque imbarcazione che naviga in alto mare con sovraccarico e mancanza di dotazioni di sicurezza e per queste sole ragioni in una situazione di distress e va soccorsa immediatamente.

Malgrado la situazione di generale degrado dei diritti umani in Libia fosse oggetto di numerosi rapporti, e dunque di di dominio pubblico, in Europa ed in Italia, a partire dal 2017 con il sequestro della Iuventa, si continuava a diffondere la falsa rappresentazione che gli interventi di ricerca e salvataggio delle ONG a nord delle coste libiche costituissero soltanto un tentativo di agevolare le partenze di migranti irregolari dalla costa. Si cercava in particolare di dimostrare una pretesa collusione tra gli scafisti e gli operatori umanitari, senza considerare che le stesse attività di “sorveglianza” da parte di imbarcazioni libiche, riferibili alla sedicente Guardia costiera di quel paese, risultavano spesso vere e proprie operazioni di copertura delle attività dei trafficanti. Succedeva nel 2017 e continua succedere in tempi più recenti, seppure con diverse modalità, ma per quanto riguarda l’indagine sui casi Iuventa, Vos Hestia (Save The Children) e Vos Prudence (MSF), oggetto di procedimento penale a Trapani, occorre fermarsi al periodo tra il 2016 e l’estate del 2017, quando si verificarono i fatti contestati nell’avviso di conclusione delle indagini. E subito dopo il sequestro della Iuventa, nell’estate di quell’anno, sia Medici senza Frontiere che Save The Children posero fine all’attività delle loro navi che non costituirono più un mezzo per salvare le vite dei migranti che comunque continuavano a partire dalla Libia ( e successivamente dalla Tunisia). La conta delle vittime riprendeva a salire.

3. Secondo quanto affermato dal Procuratore di Trapani nell’atto di chiusura delle indagini, non vi fu alcun vantaggio economico per le ONG sotto inchiesta che avevano operato attività di soccorso a nord delle coste libiche. Si ritiene però sufficiente a integrare il reato di agevolazione dell’ingresso clandestino la circostanza  che gli imputati, che operavano a bordo  delle navi umanitarie, avessero procurato illegalmente l’ingresso nel territorio italiano a persone che non ne avrebbero avuto titolo, agendo nell’interesse e a vantaggio delle ONG di appartenenza, “che così ottenevano visibilità pubblica e mediatica con conseguente incremento della partecipazione -anche economica- dei propri sostenitori “. Una tesi che costruisce quasi una sorta di algoritmo che governa l’intero impianto accusatorio, che permette di selezionare i fatti sulla base di un assunto normativo che in realtà è stato già smentito dalla giurisprudenza nel corso di altre indagini a carico di  operatori solidali. Come si verifica a mare, anche nel caso di assistenza a terra, in favore di immigrati irregolari da parte di componenti di una associazione senza scopo di lucro, si è cercato di sanzionare una attività solidale, sostitutiva anche in questo caso del mancato intervento delle autorità statali, ma alla fine il procedimento penale è stato archiviato.

Nell’avviso di conclusione delle indagini depositato dalla Procura di Trapani si aggiunge poi, soprattutto per gli esponenti delle ONG Save The Children e MSF coinvolti nelle indagini, che i soccorsi sarebbero stati “concordati” con i trafficanti, peraltro non identificati, allo stato dei fatti. Per ottenere questo risultato si argomentano tesi già proposte in altri procedimenti penali nei confronti delle ONG che si sono conclusi con l’archiviazione. Si sostiene che sarebbero stati disattivati i  sistemi di segnalazione trasponder  che danno informazioni sulla  posizione della nave, quando è noto che, per tutte le navi, questi sistemi possono subire temporanei oscuramenti. Si rileva addirittura la circostanza che di notte sarebbero, oltre ai fanali di posizione, sarebbero rimaste accese  le luci sul ponte  come se questo fosse da intendere una segnalazione agli scafisti libici che, partendo dalla costa con battelli più piccoli, accompagnavano le imbarcazioni dei migranti fino nei pressi delle navi soccorritrici. Si dimentica però che tutto quello che avviene a bordo è deciso dal Comandante e che solo il Comandante è responsabile della condotta della nave. Suo dovere primario è salvaguardare il diritto alla vita delle persone che trovandosi su imbarcazioni fatiscenti, generalmente sovraccariche e prive di dotazioni di sicurezza, sono senz’altro indugio a ritenere in una condizione di “distress“. Se per cercare una imbarcazione in difficoltà nella notte si usano luci e fari questo non costituisce alcuna segnalazione agli scafisti, ma integra normali procedure che si attivano durante le operazioni di ricerca e salvataggio.

Nella Analisi rischi dell’agenzia europea Frontex per il 2017 si legge che”  “In questo contesto è emerso che sia la sorveglianza delle frontiere che le missioni SAR vicine o all’interno delle 12 miglia in acque territoriali della Libia hanno conseguenze non intenzionali. Vale a dire, influenzano la pianificazione dei contrabbandieri e agiscono come un fattore di attrazione che aggrava le difficoltà inerenti al controllo delle frontiere e al salvataggio delle vite in mare. Incroci pericolosi su navi non marine e sovraccariche sono state organizzate con lo scopo principale di essere scoperte dalle navi EUNAVFOR Med / Frontex e NGO. Apparentemente, tutte le parti coinvolte nelle operazioni SAR nel Mediterraneo centrale aiutano involontariamente i criminali a raggiungere i loro obiettivi al minimo costo, a rafforzare il loro modello di business aumentando le possibilità di successo”. Fu proprio questo rapporto che nel 2017 innescò la campagna contro le ONG, e mentre le navi militari venivano ritirate, si avviavano le inchieste penali contro i rappresentanti e gli operatori umanitari delle Organizzazioni che malgrado tutto restavano nel Mediterraneo centrale per soccorrere quanti riuscivano a fuggire dalla Libia.

Nell’avviso di conclusione delle indagini reso dalla Procura di Trapani si insiste poi su comunicazioni degli eventi Sar che sarebbero pervenute dalle ONG alle autorità marittime italiane in modo poco chiaro, arrivando  ad ipotizzare  il reato di falso. Si contesta infine a singoli componenti degli equipaggi delle diverse navi umanitarie che queste avrebbero fatto rotta verso punti precisi di mare senza dare alcuna comunicazione alle autorità competenti come se fossero stati informati in tempo reale delle partenze delle coste libiche. Si contesta pure che alcuni presunti scafisti sarebbero stati fatti salire sulle navi mescolati ai migranti e quindi avrebbero potuto fare ingresso in Italia come si è verificato del resto anche di recente in ipotesi nelle quali, su denuncia dei migranti, i tribunali italiani hanno condannato  scafisti che erano  imbarcati insieme alle loro vittime. Non sono certo gli equipaggi civili a bordo delle navi umanitarie che si possono ritenere obbligati alla individuazione dei presunti scafisti, fatti salvi i doveri di informazione del comandante nei confronti delle autorità marittime, di polizia e giudiziarie. La circostanza che gli scafisti fossero mescolati con le persone soccorse, sulle stesse imbarcazioni, si è puntualmente ripetuta ad ogni evento di salvataggio, dal 2014 al 2019.  E comunque lo stesso fenomeno non sembra avere suscitato particolare interesse da quando sono aumentati i cosiddetti “sbarchi autonomi”, senza intervento di navi soccorritrici, con un numero crescente di imbarcazioni, anche di grosse dimensioni, condotte  da persone evidentemente tanto esperte  da riuscire a raggiungere le coste italiane dopo traversate durate anche giorni.  E’ del resto noto l’indirizzo giurisprudenziale che ha ricostruito la categoria dei cosiddetti scafisti per necessità ed ha  stabilito la assoluzione  di coloro che sono stati sorpresi alla condotta di un imbarcazione carica di migranti per esservi stati costretti e non per la partecipazione diretta  ad una organizzazione di trafficanti

4. Leggendo più attentamente l’avviso di conclusione delle indagini preliminari proposto dal Pubblico Ministero di Trapani  si nota come, per quanto riguarda  gli indagati che si trovavano a bordo della nave Iuventa, si qualifichi come favoreggiamento dell’ingresso illegale  il mero contatto avvenuto  tra presunti trafficanti che avevano scortato in alto mare i migranti, per  poi ritornare indietro rimorchiando  i barconi ormai svuotati.  Si tratta invero di condotte che prima della dichiarazione di una zona SAR “libica” erano assolutamente frequenti e che peraltro si erano verificati anche in occasione di numerosi altri eventi di soccorso  coordinati nel 2016 e nel 2017 della Centrale operativa della Guardia Costiera italiana. Come potrebbero testimoniare anche i comandanti delle navi della Marina italiana e di Frontex che in quel periodo operavano fino a 135 miglia a sud di Lampedusa, dunque ad una distanza tra 20 e 30 miglia dalla costa libica.

Si deve ricordare poi che in quel periodo  veniva riscontrata una  grave e diffusa collusione tra la sedicente Guardia Costiera Libica e le organizzazioni di trafficanti, Del resto già nel 2017, nella prima fase delle indagini dopo il sequestro della Iuventa, anche i magistrati trapanesi avevano richiamato la collusione tra la sedicente Guardia costiera libica ed i trafficanti. Secondo quanto affermato dai pubblici ministeri di Trapani, nel decreto di sequestro della Iuventa: “Alle 6.15 del 18 giugno 2017 – scrivono i magistrati ricostruendo uno dei tre episodi contestati alla Jugend Rettet – una imbarcazione non identificata ed una motovedetta della Guardia Costiera Libica hanno scortato 3 barconi pieni di migranti nella zona di mare al largo della località di Zwara ove stazionava la Iuventa per poi allontanarsi immediatamente dopo l’inizio delle operazioni di imbarco dei migranti a bordo della motonave, modalità che dimostrano inequivocabilmente l’effettuazione di una vera e propria “consegna concordata” di migranti”. “La Guardia Costiera Libica – scrivono ancora i magistrati – ha assistito passivamente al trasferimento a bordo della Iuventa senza mai intervenire per procedere all’identificazione ed al controllo delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti durante le successive fasi di rientro”. Più che di “consegne concordate” forse sarebbe stato più opportuno parlare di “consegne assistite” dalla sedicente Guardia costiera libica. Che ancora oggi potrebbero costituire un interessante filone di indagine.

Manca, per la configurazione  del reato di agevolazione  dell’ingresso di clandestini, qualunque prova di un rapporto diretto tra i trafficanti libici e i componenti inquisiti delle ONG, volto a realizzare un ingresso clandestino in Italia, come manca qualsiasi profitto, sia pure indiretto che sarebbe stato conseguito dagli imputati. Ma soprattutto, l’ingresso dei naufraghi in Italia non avveniva in modo illegale, ma su indicazione delle autorità marittime e di governo che indicavano un porto sicuro di sbarco. Né certo si poteva ritenere che i comandanti delle navi soccorritrici, alle prese con un numero tanto elevato di naufraghi trasbordati da balconi fatiscenti fossero poi obbligati a restare fermi sul posto, per occuparsi  alla distruzione dei  barconi salpati dalla Libia, che prima dell’adozione del Codice di condotta Minniti o di  accordi europei in materia, non era neppure prevista. Del resto tutti gli interventi di soccorso a nord delle coste libiche, seppure in acque internazionali, restavano esposti ad una continua minaccia armata, sia da parte dei trafficanti, che da parte delle motovedette libiche.

5. Nei confronti dei comandanti delle navi Vos Hestia e Vos Prudence, e quindi nei confronti dei team leader e degli armatori delle suddette navi, infine anche contro le ONG  Save the Children e Medici Senza Frontiere, le contestazioni si concentrano sulla circostanza che gli stessi avrebbero appreso in anticipo della partenza delle imbarcazioni cariche di migranti in partenza dalla Libia, dunque prima dell’evento di soccorso, e quindi si sarebbero recati diretti “verso una precisa zona di mare” dove gli stessi migranti sarebbero dovuti giungere. Talune operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) infine, venivano chiuse “in un determinato giorno senza dare comunicazione alcuna all’autorità Nazionale competente” (Mrcc), Centro nazionale di coordinamento del Soccorso Marittimo affilato al Comando generale delle Capitanerie di Porto e  al Ministero delle Infrastrutture. Tutte le indagini fin qui svolte da diversi uffici di Procura in Sicilia, alcune riguardanti anche la Iuventa, a Palermo, sono state chiuse per l’assoluta mancanza di concreti elementi di accusa, e rimane da dimostrare che i barconi fatiscenti soccorsi dalle navi delle ONG fossero condotti sul luogo dei soccorsi sulla base di una preventiva intesa con il comandante o con membri dell’equipaggio delle suddette navi. Nel giugno del 2018 il Giudice delle indagini preliminari di Palermo ” accogliendo la richiesta della Dda del capoluogo siciliano, ha archiviato l’indagine su soccorsi operati dalla Golfo Azzurro (Sea Watch) e dalla Iuventa (Jugend rettet), escludendo legami tra le due organizzazioni e i trafficanti di esseri umani libici e che le associazioni umanitarie abbiano commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. In quell’occasione i giudici rilevavano come “Secondo la convenzione Sar siglata ad Amburgo nel 1979 le operazioni Sar di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in luogo sicuro. Questa nozione comprende necessariamente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse”.

In numerose occasioni era la Guardia costiera italiana che operava interventi di ricerca e salvataggio ai limiti delle acque territoriali libiche, evidentemente sotto coordinamento della Centrale operativa (IMRCC) di Roma che non potrà negare queste evidenze. Come si verificò nel maggio del 2017, pochi mesi prima del sequestro della Iuventa, quando una motovedetta della Guardia costiera italiana fu oggetto di un attacco armato da parte di una motovedetta libica mentre era in corso una operazione di salvataggio di naufraghi a sole 13 miglia dalla costa libica. Come riportava il giornale Avvenire, il 23 maggio del 2017, Raffiche di arma da fuoco contro la motovedetta italiana CP 288 della Guardia Costiera sarebbero state sparate da una imbarcazione della Guardia Costiera libica a 13 miglia al largo delle coste libiche. Lo dice Grnet.it, il sito web su questioni di Sicurezza e Difesa precisando che nessuno degli occupanti della motovedetta italiana sarebbe rimasto ferito. Fonti qualificate interpellate a Roma hanno confermato l’ episodio, che è avvenuto tre giorni fa, e le successive scuse della guardia costiera libica. “La motovedetta libica – spiega Grnet – avrebbe ordinato via radio all’unità italiana di fermare le macchine ma la CP288 si sarebbe data alla fuga, provocando la reazione della controparte libica che avrebbe sparato una raffica di avvertimento a poppa sinistra della vedetta italiana, che riusciva però a distanziare gli inseguitori”.

Oggi non si può quindi contestare alle ONG, coinvolte nel procedimento penale a Trapani, di avere operato al limite delle acque territoriali libiche (12 miglia) e di essere entrate occasionalmente, magari soltanto con i gommoni di supporto, anche all’interno delle stesse acque territoriali quando si doveva salvare la vita di persone evidentemente in una situazione di pericolo di vita. Tutte le attività poste in essere dagli equipaggi delle navi umanitarie oggi inquisiti erano caratterizzate dalla consapevolezza di adempiere ad un dovere di soccorso nei confronti di persone che si trovavano in stato di necessità. Esimenti che nel procedimento penale valgono ad escludere la ricorrenza del reato di agevolazione dell’ingresso di “clandestini”. Come ha stabilito la giurisprudenza, a partire dal caso Cap Anamur del 2004, concluso con una sentenza di assoluzione del Tribunale di Agrigento nel 2009.

6. Le attività di ricerca e salvataggio delle ONG al limite delle acque territoriali libiche, almeno fino al mese di giugno del 2018, si svolgevano comunque in acque internazionali e non era stata ancora dichiarata una zona di ricerca e salvataggio “libica”. Si trattava di prassi operative ben note al Comando centrale della Guardia costiera (IMRCC), come si evince dai puntuali Rapporti di attività pubblicati per il 2016 ed il 2017 che riferiscono di attività di soccorso delle ONG e degli assetti militari italiani tra loro coordinati in prossimità delle coste libiche. Come erano ben note le imbarcazioni civili che venivano nominate dalla Centrale operativa (IMRCC) SAR Coordinator on Scene (OSC). In qualche occasione era stata anche la Vos Hestia di Save The Children. Ed allo stesso coordinamento risalente alla Centrale operativa della Guardia costiera a Roma (IMRCC) spettava dopo il primo soccorso la indicazione del porto di sbarco sicuro in Italia. Come avveniva fino al 2018.

Non sembra davvero possibile che l’intento elusivo della legge sia rinvenibile in un difetto di informazioni pervenute all’autorità marittima italiana (IMRCC) rispetto ad interventi di salvataggio che si sarebbero  svolti solo in occasioni isolate in acque territoriali libiche. I rappresentanti delle ONG che sono stati indicati come responsabili di reati tanto gravi sapranno dimostrare di avere comunicato quanto era a loro conoscenza nei tempi e nei modi che le circostanze dei soccorsi consentivano. Le Convenzioni internazionali di diritto del mare affermano il dovere primario di salvare la vita umana in mare intervenendo con la massima tempestività, anche all’interno delle zone di competenza Search and Rescue (SAR) di un determinato Stato, anche se è necessario l’ingresso nelle acque territoriali, fatti salvi i doveri di informazione verso le autorità competenti. Un compito che, a partire dalla fine del 2016, le navi delle ONG hanno dovuto svolgere spesso in solitudine, per il mancato intervento, anche a livello di coordinamento, delle autorità statali. Si ricorda al riguardo quanto dichiarato all’apertura dell’anno giudiziario 2019 ,dall’allora procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, che era stato molto chiaro. “La dichiarazione di una zona Search And Rescue libica, avvenuta nel 2017 non fa venire meno l’obbligo delle nazioni delle SAR vicine, innanzitutto Italia e Malta, di salvare le persone in pericolo, anche in zone di non diretta attribuzione, coordinando gli sforzi dei soccorsi e intervenendo direttamente, se del caso”. Obbligo di intervento e di coordinamento che evidentemente esisteva in maniera ancora più stringente prima che fosse dichiarata una zona SAR libica, come avvenne soltanto nel giugno del 2018.

Al comandante, al capo-missione e ad alcuni membri di equipaggio che si trovavano a bordo della Vos Hestia si contesta, come già fatto in precedenza solo per i componenti dell’equipaggio della Iuventa, di avere “riconsegnato” ai libici alcune imbarcazioni già utilizzate in tentativi di attraversamento del Mediterraneo centrale, così come pure di non avere fatto menzione di eventi nei quali gli stessi scafisti libici sarebbero riusciti a riportare indietro le imbarcazioni sulle quali avevano precedentemente caricato i migranti. Si giunge persino a contestare l’omissione della comunicazione di un soccorso relativo ad un piccolo nucleo di persone, adducendo la mancanza di uno stato di emergenza (distress). Invero la necessità evidente di soccorso immediato non può essere stabilita a distanza. Solo il comandante, che opera in base ai parametri stabiliti dalle Convenzioni internazionali può valutare la ricorrenza di una situazione di distress che, secondo le stesse Convenzioni,  impone un intervento immediato con il trasporto dei naufraghi verso il porto sicuro più vicino, o se necessario verso una nave più grande che possa essere qualificata temporaneamente come Place of safety. Dunque secondo il modulo operativo adottato dalla Iuventa , sotto il coordinamento della Centrale operativa della Guardia costiera di Roma (IMRCC), verso le navi più grandi Vos Hestia e Vos Prudence.

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La circostanza, contestata dai Procuratori di Trapani, della presenza di scafisti al momento dei soccorsi, caratterizza tutte le condotte contestate agli imputati delle tre ONG e costituisce un dato ricorrente nel periodo tra il 2016 è il 2017, proprio in quella zona di mare nella quale si concentravano non solo gli interventi delle ONG ma anche le attività di ricerca e salvataggio operate dalla Marina militare italiana, dalla Guardia costiera e dagli assetti navali di Frontex, missione Triton, allora presente nel Mediterraneo centrale con ben dodici navi. Un dato tanto evidente che avrebbe dovuto essere ben noto anche alla Centrale di coordinamento della Guardia Costiera italiana (IMRCC) e alla Marina Militare che nelle acque contigue alla fascia territoriale libica, in quello nello stesso periodo, operavano numerosi interventi di soccorso. La presenza di trafficanti, o di guardiacoste libici collusi, in occasione di un evento di soccorso non può cancellare dunque la natura di una operazione di ricerca e salvataggio (Sar), trasformandola in un mero evento di immigrazione “illegale” da sanzionare con il codice penale.

Tutti questi elementi di fatto conducono invece la Procura di Trapani  ad affermare la ricorrenza di vere e proprie “consegne concordate ” anche se non sono identificate le parti libiche con cui queste “consegne” sarebbero state “concordate” né i termini del presunto accordo, che sarebbe venuto alla luce dopo una intensa attività di controllo delle utenze telefoniche appartenenti agli indagati. Si deve però ricordare che in diverse occasioni i trafficanti avevano aperto il fuoco sui barconi carichi di migranti e su chi li soccorreva e che nel 2017 esisteva già quel clima di collusione tra Guardia costiera libica e trafficanti, che qualche anno dopo veniva scoperto anche dai tribunali italiani.

L’argomentazione che sembra unificare i diversi capi di imputazione è quella che le attività di ricerca e soccorso svolte dalle ONG abbiano loro offerto maggiore visibilità pubblica e mediatica con conseguente incremento della partecipazione anche economica dei sostenitori. Si ritiene quindi ricorrere il fine di profitto indiretto legato all’agevolazione dell’ingresso irregolare in base alla asserita notorietà che sarebbe stata conseguita dalle diverse ONG che avrebbero potuto così conseguire migliori risultati nella raccolta fondi. Si scambia ancora una volta un’aggravante (il fine di profitto, anche indiretto) prevista dalla norma con un elemento costitutivo della fattispecie penale. Se l’ingresso nel territorio segue ad un evento di soccorso non si può parlare di ingresso illegale che costituisce il presupposto per l’imputazione del reato di agevolazione dell’ingresso “clandestino”. Basta leggere in combinato disposto gli articoli 10 ter e 12 del Testo Unico sull’immigrazione n.286/98. Una ipotesi accusatoria, quella su cui si basa la Procura di Trapani, già sperimentata nel processo Cap Anamur, ma che non è servita finora ad individuare profili di responsabilità ascrivibili al reato di agevolazione dell’ingresso di “clandestini” previsto dall’articolo 12 del Testo unico n.28/98 in materia di immigrazione. Anche per le tesi accusatorie, si potrebbe dire, malgrado anni di smentite, a volte ritornano…

Altre contestazioni rivolte agli indagati sono di nuovo conio, rispetto all’originale atto di accusa del 2017, e risentono dei più recenti indirizzi argomentativi elaborati a livello di governo per bloccare le navi umanitarie con i cd. fermi amministrativi. Si contesta così agli imputati, già componenti dell’equipaggio della Vos Hestia, che avrebbero svolto attività continuativa di Search and Rescue senza le certificazioni richieste, e in particolare senza alcun certificato di sicurezza per nave passeggeri, imbarcando dopo ogni singola azione di salvataggio, un numero di persone sempre superiore all’equipaggio previsto. Questa contestazione si ripete si ripete anche nel caso dei componenti dell’equipaggio della Vos Prudence di MSF finiti sotto inchiesta. Ma a tale riguardo occorrerebbe tenere presente l’ultimo provvedimento di sospensiva di un fermo amministrativo disposto dal Tribunale amministrativo di Palermo, in attesa che si pronunci sul punto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Una valutazione per quanto sintetica del quadro normativo italiano ed euro-unitario non può ridursi alla mera elencazione di un coacervo di norme che non sono affatto idonee a “trasformare” in nave passeggeri, sotto il profilo dei requisiti richiesti per la navigazione, una qualsiasi nave di altra natura operante in mare aperto, che si trova impegnata in attività di ricerca e salvataggio. Tesi ampiamente smentita dal diritto internazionale ed evidentemente contraddetta della recente decisione cautelare che sospende il provvedimento di fermo amministrativo adottato nei confronti della Sea Watch 4, “fermata” nel settembre del 2020 nel porto di Palermo proprio per la mancanza delle dotazioni tecniche e di sicurezza necessarie per il trasporto di un elevato numero di passeggeri. I naufraghi soccorsi in mare, trasbordati da imbarcazioni fatiscenti, e queste sì prive dei requisiti minimi di navigabilità, non sono mai qualificabili come “passeggeri”, a meno di non trasformare in principi giuridici le tesi politiche che definiscono le navi delle ONG come “taxi del mare”, in modo da ad individuare un reato in ogni evento di soccorso operato da una nave privata, sia delle ONG che di tipo commerciale.

Ritorna anche nelle imputazioni nei confronti dei componenti dell’equipaggio della Vos Prudence e della Vos Hestia la tesi più recente, diffusasi soltanto lo scorso anno, secondo cui queste navi avrebbero dovuto avere (già nel 2016 e nel 2017) una specifica qualificazione tecnica per il fine esclusivo di ricerca e soccorso in mare. Si giunge ad affermare che non sarebbe previsto dall’ordinamento giuridico italiano che navi private come quelle delle ONG potessero svolgere attività di monitoraggio in acque internazionali ed intervenire in caso di soccorso urgente (distress)  in adempimento dei doveri di salvataggio stabiliti dal diritto internazionale, ma allora, a che titolo le stesse navi hanno operato in acque internazionali, di fronte alle coste libiche, almeno fino al 2017, con un inserimento organico nei piani di ricerca e soccorso della Guardia costiera italiana? Né si rinviene ancora oggi nell’ordinamento italiano o internazionale una specifica lista di navi destinate ad attività di ricerca e salvataggio. se si escludono le navi della Guardia costiera che però, pur avendo questa destinazione prevalente, vengono tenute ferme nei porti o sono costrette ad intervenire, salvo rare eccezioni, solo all’interno delle acque territoriali italiane.

7. Toccherà adesso ai difensori degli indagati prendere visione della documentazione relativa alle indagini espletate, depositata presso la segreteria del Pubblico Ministero. Perché leggendo simo in fondo i capi di imputazione contenuti nell’avviso di conclusione  delle indagini preliminari non è assolutamente possibile verificare quali siano le  le acquisizioni probatorie sulla base delle quali sono stati formulati  i capi di accusa. Ma sarà anche tempo per gli avvocati nominati di condurre indagini difensive per far emergere tutte le circostanze di fatto che hanno caratterizzato le attività di ricerca e soccorso svolte nel Mediterraneo centrale  negli anni 2016/2017  sotto il coordinamento della Centrale operativa della Guardia Costiera italiana (Mrcc). In modo da  verificare tutti i casi nei quali vi sia stato da entrambe le parti  un difetto di comunicazione, o un ritardo  nel coordinamento delle azioni di ricerca e salvataggio. quando si trattava di operare soccorso in mare in favore di persone comunque esposte al rischio di essere riprese da trafficanti, che potevano mettere a rischio la vita e l’integrità fisica. Nella salvaguardia dei doveri di informazione, le persone in pericolo vanno salvate nei tempi più rapidi possibili anche quando si trovino, come è successo in casi eccezionali, nelle acque territoriali di uno Stato che non provvede al soccorso o che non garantisce alle persone intercettate in mare quel minimo di diritti fondamentali che ne possono salvaguardare la vita e l’integrità fisica. Come del resto si verifica ancora oggi, la Libia non era nel 2017 un paese terzo sicuro, malgrado tutti gli accordi bilaterali intercorsi con l’Italia e i finanziamenti erogati al governo di Tripoli. Lo  testimoniano migliaia di persone che sono annegate in mare o sono rimaste recluse a tempo indeterminato nei centri di detenzione formali ed informali, esposte a ogni tipo di torture e a prolungati trattamenti estorsivi. Quelli che sono riusciti ad arrivare in Italia grazie ai soccorsi delle navi umanitarie faranno sentire la loro voce.

Mentre sui punti di merito non si può certo fare riferimento  alla sentenza della Corte di Cassazione  che convalidava nel 2018 il sequestro della Iuventa, deve  considerarsi la sequenza normativa dettata dall’art. 10 ter del Testo unico sull’immigrazione 298/98 e il Manuale IAMSAR allora vigente, che In conformità alle Convenzioni internazionali stabilivano l’obbligo di soccorsi immediati, anche al di fuori delle aree di competenza degli Stati, e uno sbarco rapido dei naufraghi. Senza porre alcun limite in base al luogo nel quale avvenivano i soccorsi  o a seconda della alla natura della nave che operava.  Un preciso impianto  normativo da applicare su base gerarchica  come è stato stabilito della Corte di Cassazione nella sentenza del 20 febbraio dello scorso anno,  che non ha convalidato l’arresto della comandante Rackete dopo l’ingresso nel porto di Lampedusa, avvenuto nel mese di giugno del 2019. Da quella decisione sembra passato un tempo molto più lungo di un anno. Come sembra profilarsi dopo l’iniziativa giudiziaria contro i componenti e i dipendenti della società armatrice del rimorchiatore Mare Ionio, e dopo l’opposizione della Procura di Ragusa al non luogo a procedere già stabilito dal Tribunale sul caso dei soccorsi operati dalla Open Arms nel marzo del 2018, si andrà adesso verso un nuovo diritto penale di matrice giurisprudenziale che stabilirà la punibilità delle attività di ricerca e salvataggio operate dalle ONG in acque internazionali?