Denuncia internazionale per l’Europa che respinge.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Prima era stato il Tribunale permanente dei popoli, espressione della società civile che con la  sentenza di  Palermo, nel dicembre del 2017, aveva contestato all’Unione Europea veri e propri “crimini di sistema contro l’umanità”, per le politiche  messe in atto nei confronti dei paesi terzi per contrastare l’arrivo di migranti, anche quando già allora era noto  quanto in quei paesi fossero sistematicamente violati i diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita e dal diritto a non  subire trattamenti inumani o  degradanti. Malgrado i misfatti ai danni dei migranti, poi accertati  anche nel corso di procedimenti penali in Italia, e malgrado  le violazioni  sempre più gravi ai danni di persone vulnerabili,  i singoli stati e  agenzia Europea Frontex hanno continuato a  intensificare i rapporti di assistenza e  cooperazione operativa con i Paesi terzi, esternalizzando i controlli di frontiera e istituendo ai confini esterni dell’Unione Europea veri e propri spazi di confinamento che in qualche caso assumevano anche la forma del campo (lager) come a Moria, a Lesvos.

Fino all’ultimo il ministro dell’interno Lamorgese ha lodato l’accordo con i libici stipulato da Gentiloni nel 2017 con un Memorandum d’intesa con il governo di Tripoli. Dai Balcani  al confine greco turco e poi nel Mediterraneo centrale fino alla frontiera tra la Spagna e il Marocco, il perno delle politiche europee degli ultimi 5 anni, dopo la temporanea apertura delle frontiere per fare fronte all’esodo del popolo siriano, sono state caratterizzate dalla deterrenza attuata con i push back delegati agli stati terzi, come la Libia, e dal tentativo  di conferire effettività alle decine di migliaia di provvedimenti di espulsione che in tutti i paesi europei  restavano soltanto sulla carta.  Nel frattempo  l’Unione Europea non è riuscita a modificare l’ iniquo regolamento Dublino III,  ne si è trovato un accordo  su  politiche di inclusione  che prevedessero la  regolarizzazione dei lavoratori stranieri e un contrasto effettivo dello sfruttamento e della discriminazione.


2. E questa la “legislazione europea” che si vuole adesso prendere a modello per le future politiche migratorie del nuovo governo italiano?
La pandemia da Covid-19 ha stravolto in tutto il mondo i sistemi di controllo delle frontiere, riducendo le possibilità di libera circolazione mentre per un altro aspetto ha accentuato  il disfacimento economico che, in paesi caratterizzati da corruzione endemica e da conflitti interni permanenti,  ha comportato il rafforzamento di regimi militari e autoritari  che hanno  prodotto una  ulteriore crescita del numero di migranti forzati a lasciare il loro paese. Malgrado il crescente sbarramento delle frontiere in tutti i paesi colpiti dalla pandemia, le persone in fuga continuano a muoversi da un continente all’altro.
Con particolare riferimento al Mediterraneo centrale, malgrado il rafforzamento degli apparati di polizia, sono contemporaneamente in aumento tanto le partenze dalla Libia, apparentemente in una condizione di difficile tregua armata,  e dalla  Tunisia,  caratterizzata da una crisi economica ormai endemica, che spinge molti giovani a fuggire dalla fame in cerca di futuro.
Su questo fronte del mare, nel Mediterraneo centrale, non si contano più le vittime, in aumento anche in questi mesi invernali, e i casi di respingimento collettivo  delegato alle varie guardie costiere che in Libia corrispondono alle milizie, in perenne competizione tra loro anche per il controllo dei porti  da cui transitano migranti,  armi e materie prime.
I più recenti rapporti delle Nazioni Unite, dell‘OIM, dell‘UNHCR e dell’UNSMIL, confermano numeri senza precedenti di persone che sono state  respinte perché intercettate  in mare dalla sedicente Guardia Costiera Libica. Dopo la primissima accoglienza nei porti di sbarco queste persone “scompaiono” sistematicamente e si ritrovano alla mercé degli stessi trafficanti dai quali stavano cercando di fuggire.

In molti casi le motovedette libiche sono state allertate da assetti operativi aeronavali europei. Frontex e l’operazione IRINI stanno aumentando la collaborazione con le autorità libiche. Mentre l’Italia è riuscita a bloccare nei porti, con l’espediente dei cosiddetti fermi amministrativi,  la maggior parte delle navi umanitarie delle Organizzazioni non governative. Anche su questo fronte si potrà vedere la direzione precisa che prenderà l’Unione Europea perché a breve la Corte di Giustizia di Lussemburgo si dovrà pronunciare sul ricorso contro il fermo amministrativo della Sea Watch 4 ancora bloccata nel porto di Palermo  sulla base di una interpretazione aberrante di una Direttiva Europea. Se a questo serve il rinvio alla “legislazione europea”.


3. I tempi dei tribunali sono sicuramente più lunghi di quelli della politica che in Italia e a Bruxelles dovrebbe indicare una precisa direzione di discontinuità  rispetto al passato.  Una scelta doverosa di rispetto dello “Stato di diritto”, delle Convenzioni internazionali, e della dignità delle persone, che dovrà sottrarsi al consueto ricatto dei partiti di destra che puntano ancora a considerare l’ immigrazione come un facile strumento  di propaganda per catturare consenso.
Di fronte ai tribunali, sede di tutela giurisdizionale dei diritti umani, non sarà facile prodursi in esercizi di trasformismo, dopo avere difeso per anni la politica dei porti chiusi. In Italia si attende una decisione chiara sulle responsabilità di chi ha impedito per anni il compiuto svolgersi dei soccorsi in mare e l’attracco  immediato nei porti italiani, anche di navi militari, oltre che delle imbarcazioni cariche di naufraghi salvati in acque internazionali,  derubricando le attività di soccorso a meri “eventi migratori”. Come se si trattasse di “clandestini” e non di naufraghi. Di certo, nessuno potrà dimostrare  che il ritardo nello sbarco a terra dei naufraghi raccolti dalla nave militare italiana Gregoretti,  o dalla nave umanitaria Open Arms,  si fondassero sulla base di una trattativa con l’Unione Europea o con singoli stati.  risulta infatti da dichiarazioni ufficiali che a fronte delle richieste italiane, in numerose occasioni, l’Unione Europea aveva risposto chiarendo che le trattative sulla redistribuzione dei naufraghi sarebbero completate  soltanto con lo sbarco a terra,  peraltro è stato imposto dalla legislazione italiana e internazionale in materia di soccorso in mare e sbarco a terra. Nel caso Gregoretti, soltanto venerdì 26 luglio del 2019, il governo italiano aveva inviato una richiesta alla Commissione Europea per coordinare l’allocazione dei migranti a bordo della nave Gregoretti. In tale occasione, Salvini aveva affermato che se l’UE non si fosse fatta avanti, i 115 migranti non avrebbero lasciato la Gregoretti. Bruxelles aveva sottolineato che il suo ruolo era quello di “raccogliere” la volontà dei singoli Stati membri e un portavoce della Commissione Europea aveva riferito. Soltanto martedì 30 luglio, l’UE aveva iniziato a prendere contatti con gli Stati membri dell’Unione per supportare e assistere quelli che intendono partecipare agli sforzi di solidarietà nei confronti dei migranti a bordo della nave italiana. Ancora ad agosto del 2020  il portavoce della Commissione europea ha voluto ricordare l’importanza vitale di “far sbarcare le persone tratte in salvo in mare nell’immediato del loro salvataggio”, tanto per “la loro sicurezza quanto per la sicurezza delle navi che li hanno tratti in salvo”. La loro sicurezza, negli ultimi mesi, ha osservato il portavoce, è infatti anche messa in pericolo dal Coronavirus e farli rimanere sulla nave in balia del mare in attesa di capire dove potrebbero sbarcare rappresenta una condizione di rischio. “Tutte le azioni intraprese in materia migratoria devono rispettare la legge europea sull’asilo e gli obblighi internazionali”, ha aggiunto in riferimento alla situazione in Sicilia.

 Il successivo Patto di Malta del 2019 è rimasto una mera dichiarazione di intenti non vincolante di alcuni stati che non sono poi riusciti ottenere la modifica del Regolamento Dublino III che stabilisce le responsabilità dei singoli paesi in materia di accoglienza richiedenti asilo ma non tratta di tutte le persone che  arrivano alle frontiere europee senza presentare una domanda di protezione.


4. Prima ancora che i giudici accertino eventuali profili di responsabilità penale personale,  che ha natura ben distinta dalla responsabilità di governo e dagli atti cosiddetti politici, di natura collegiale, tocca però alla politica dare un forte segnale di discontinuità nella direzione di un recupero dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani nelle relazioni internazionali sulle politiche migratorie e di cooperazione. Questo cambiamento potrà avvenire a livello europeo con una politica della  mobilità  che, malgrado gli effetti devastanti della pandemia, non cancelli il riconoscimento del diritto alla protezione internazionale, la libertà di circolazione del sistema Schengen e garantisca alle frontiere esterne l’effettivo rispetto della legalità  e della dignità delle persone. Esattamente l’opposto del tentativo di chiudere con formalità sommarie le procedure di asilo in frontiera, senza diritto ad un ricorso effettivo, e dell’indifferenza europea che si sta registrando attorno alla tragedia della rotta balcanica.

i singoli stati come la Grecia o l’Italia  che hanno assunto un ruolo da “scudo” rispetto l’arrivo di persone in cerca di protezione, perché in fuga da territori nei quali non era garantito neppure loro il diritto alla vita o all’integrità fisica, dovranno revocare gli accordi bilaterali che hanno concluso con stati come  la Turchia, l’Egitto o la Libia. E’ sempre più urgente una forte presenza di unità di soccorso statali nel Mediterraneo centrale, sul modello dell’operazione Mare Nostrum, senza affidare alle ONG un ruolo di supplenza che non possono comunque svolgere. Occorre rilanciare ed estendere non solo i cd. canali umanitari, sono urgenti vere e proprie operazioni di evacuazione da paesi come la Libia nei quali decine di migliaia di persone migranti, spesso donne e minori, vengono respinti e trattenuti in condizioni terribili, merce di scambio tra milizie e trafficanti.

L’Unione Europea dovrà  accertare tutte le responsabilità dell’agenzia Frontex nelle attività di  intercettazione, blocco e  e respingimento delle persone migranti.  Una indagine che va condotta non solo sulle risultanze contabili  interne, sull’impiego dei finanziamenti e sui  rapporti con le lobby della sicurezza, ma anche  sulle prassi operative adottate alle frontiere marittime terrestri. Indagini analoghe andrebbero condotte anche a livello nazionale oltre i procedimenti penali già in corso.

Il COVID 19 ha imposto  all’Unione Europea e ai singoli stati gli adottare misure di natura economico sociale basate  sulla solidarietà. e non si vede in futuro quale altra via per uscire dalla crisi pandemica a livello globale e distribuire in modo equo gli enormi costi che questa comporta.  In questo quadro  le politiche migratorie dovranno essere affrontate in una prospettiva diversa rispetto al passato perché nessuna logica di chiusura potrà resistere alla mobilità forzata di persone che cercano di salvare la vita per effetto di crisi climatiche, economiche, politiche che non saranno certo reversibili in breve tempo. Solo procedure estese di regolarizzazione potranno garantire il ripristino della legalità nel mercato del lavoro e la tenuta del sistema sanitario nazionale. Ma su questo terreno la sfida è anche europea.
La collaborazione con i Paesi terzi dovrebbe  caratterizzarsi soprattutto con il ristabilimento di condizioni complessive di rispetto dello Stato di  diritto a partire dal diritto di asilo e dalla garanzia del diritto alla salute come premessa generale, ovunque, per la sopravvivenza economica. Nel Mediterraneo centrale vanno rispettati gli obblighi di soccorso a carico delle autorità statali, senza trasferire risorse o informazioni alle autorità libiche fino a quando non garantiscono davvero la sicurezza e la vita delle persone intercettate in mare. La Libia, ancora divisa ed in preda ad uno scontro tra milizie, non è un porto sicuro di sbarco.
Vanno quindi sospesi o revocati tutti quegli accordi bilaterali che  mirano al mero contenimento della mobilità delle persone anche attraverso le forme più estreme di trattenimento amministrativo e di respingimento collettivo.
Andranno individuati meccanismi vincolanti di distribuzione dei richiedenti asilo tra i diversi paesi europei e  e canali legali di ingresso per migranti economici come peraltro già  previsto dal Global Compact for Migration dell’ONU e dalla Conferenza di Marrakech del 2018 alla quale l’Italia, con il governo giallo verde, si è rifiutata di partecipare.
Questa è la politica europea che si può articolare nel rispetto delle Convenzioni internazionali e dei diritti umani. E in questa politica europea dovrà inquadrarsi la politica migratoria italiana. non certo nel senso di rafforzare le scelte di respingimento e confinamento, magari con la proliferazione dei cd. centri per i rimpatri (CPR).  Occorrono  politiche attive di accoglienza e di formazione, che coinvolgono enti locali e associazioni, nel tentativo di ricostruire quella coesione sociale nei territori senza la quale non ci sono prospettive di uscita della crisi sanitaria e dalla crisi sociale che ci attanagliano.


Ginevra, 28 gennaio 2021

UNHCR avverte che il diritto d’asilo alle frontiere europee è minacciato e sollecita uno stop ai respingimenti e alla violenza contro richiedenti asilo e rifugiati

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, è allarmata per la frequenza crescente con cui rifugiati e richiedenti asilo vengono espulsi e respinti alle frontiere terrestri e marittime dell’Europa, e chiede agli Stati di indagare e fermare queste pratiche. “L’UNHCR ha ricevuto un flusso continuo di segnalazioni su Stati europei che limitano l’accesso all’asilo, respingendo le persone dopo che hanno raggiunto il proprio territorio o le proprie acque territoriali, e usando la violenza contro di loro alle frontiere”, ha detto l’Assistente Alto Commissario dell’UNHCR per la protezione, Gillian Triggs.”I respingimenti vengono effettuati in modo violento e apparentemente sistematico. Imbarcazioni che trasportano i rifugiati vengono riportate indietro. Le persone che sbarcano vengono radunate e poi respinte in mare. Molti hanno riferito di violenze e abusi da parte di forze statali”. Anche le persone che arrivano via terra sono detenute informalmente e respinte con la forza nei Paesi vicini senza alcuna considerazione delle loro esigenze di protezione internazionale. La Convenzione sui Rifugiati del 1951, la Convenzione Europea sui Diritti Umani e la legge dell’Unione Europea obbligano gli Stati a proteggere il diritto delle persone a chiedere asilo e protezione dal refoulement, anche se entrano irregolarmente. Le autorità non possono negare automaticamente l’ingresso o rimpatriare le persone senza effettuare una valutazione individuale di chi ha bisogno di protezione. “Rispettare le vite umane e i diritti dei rifugiati non è una scelta, è un obbligo legale e morale. I Paesi hanno il legittimo diritto di gestire i loro confini in conformità con il diritto internazionale e devono anche rispettare i diritti umani. I respingimenti sono semplicemente illegali”, ha detto Triggs.”Il diritto di chiedere asilo è un diritto umano fondamentale. La pandemia di COVID-19 non consente di fare eccezioni; è possibile proteggersi dalla pandemia e garantire l’accesso a procedure di asilo eque e veloci”. L’UNHCR ha espresso chiaramente le sue preoccupazioni agli Stati europei. L’Agenzia ONU per i Rifugiati chiede indagini urgenti su presunte violazioni e maltrattamenti basate su testimonianze credibili e corroborate da organizzazioni non governative, media e rapporti open-source. “Chiediamo l’istituzione di meccanismi di monitoraggio nazionali indipendenti per garantire l’accesso all’asilo, per prevenire le violazioni dei diritti alle frontiere e per assicurare che vengano accertate le responsabilità. Il monitoraggio indipendente è proposto anche dal Patto dell’UE ed esortiamo gli Stati membri a sostenerlo”, ha detto Triggs.Il numero di arrivi nell’UE continua a diminuire ogni anno. Nel 2020 95.000 persone sono arrivate via mare e via terra, una riduzione del 23 per cento rispetto al 2019 (123.700) e del 33 per cento rispetto al 2018 (141.500).”Con così pochi arrivi in Europa, questa situazione dovrebbe essere gestibile. È deplorevole che l’asilo rimanga una questione politicizzata e divisiva nonostante i numeri in calo”, ha concluso Triggs. L’UNHCR riconosce che alcuni Stati hanno una responsabilità sproporzionata nell’accogliere i nuovi arrivi ed invita gli altri Stati europei e l’UE a dimostrare solidarietà nei loro confronti. L’UNHCR invita anche i Paesi europei a mantenere i loro impegni esistenti per la protezione dei rifugiati, ammettendo i richiedenti asilo alle loro frontiere, soccorrendoli in mare e permettendo lo sbarco e registrando e sostenendo i nuovi richiedenti asilo. L’UNHCR è pronta ad assistere gli Stati nell’adempimento di questi obblighi internazionali in materia di asilo.


GIOVEDÌ 11 FEBBRAIO 2021 14.13.53

Libia: salvati 1.500 migranti alla deriva in una settimana = (AGI) –

Tripoli, 11 feb. – La Libia avrebbe salvato piu’ di 1.500 aspiranti migranti al largo della costa occidentale la scorsa settimana. Lo ha dichiarato l’International Rescue Committee, Ong che lavora per salvare e assistere il rifugiati (nata nel 1933 da un’idea di Albert Einstein). “La guardia costiera libica ha condotto diverse operazioni di salvataggio nell’arco degli ultimi sette giorni e ha salvato 1.500 persone”, ha detto Adel al-Idrissi, volontario dell’organizzazione. Solo ieri, 240 migranti africani sono stati salvati da due barche al largo della citta’ portuale di al-Khums, ha aggiunto Mohammed Abdel Aali, ufficiale della guardia costiera libica. “Abbiamo incontrato un po’ di difficolta’ nel far salire a bordo i migranti della prima barca, ma il secondo gruppo ha mostrato meno ostilita'”, ha detto. I migranti intercettati al largo si oppongono al rientro in Libia, preferendo attendere le navi del soccorso umanitario internazionale.(AGI)(Segue)

Libia: salvati 1.500 migranti alla deriva in una settimana (2)= (AGI) – Tripoli, 11 feb. –

Nonostante le violenze che hanno incendiato la Libia dopo la caduta del regime di Muammer Gheddafi nel 2011, il Paese rimane un importante punto di transito per i migranti in fuga dall’instabilita’ di molte nazioni nordafricane e mediorientali. Dopo aver attraversato il Sahara, i migranti arrivano sulle coste e, da qui, cercano di imbarcarsi per raggiungere l’Europa. Le agenzie internazionali hanno frequentemente contestato le autorita’ che riportano in Libia i migranti intercettati in mare. Una volta a terra i migranti sono portati in centri di detenzione nei quali, secondo le organizzazioni internazionali, le condizioni di vita sono pessime. Veronica Alfonsi, portavoce della nave umanitaria spagnola Open Arms, ha confermato mercoledi’ che circa 200 persone sono state riportate in Libia. “Uomini, donne e bambini sono stati condotti a terra contro la loro volonta'”, ha detto su Twitter il fondatore dell’organizzazione, Oscar Camps. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, piu’ di 1.200 migranti e richiedenti asilo sarebbero morti durante la traversata del Mediterraneo nel 2020. Difficile pero’ conoscere il numero esatto di chi non e’ riuscito a raggiungere l’Europa. (AGI)