Liberate subito i pescatori sotto sequestro a Bengasi: chi sono i veri responsabili

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Dopo settimane di proteste da parte dei familiari non sembra ancora sbloccarsi la vicenda dei pescatori, non solo di Mazara del Vallo, ma anche tunisini e di altre nazionalità, sotto sequestro da oltre tre mesi, dopo che il loro peschereccio era stato intercettato in acque internazionali da unità militari appartenenti alle milizie che controllano la Cirenaica, sotto il comando del generale Haftar ( LNA). Quanto sta accadendo ai pescatori e le sofferenze delle loro famiglie sono la conferma più diretta e tragica della inesistenza della “Libia” come stato unitario, e di come il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto da sempre dalle autorità italiane, non riesca a controllare l’intero territorio che, solo da un punto di vista geografico si può definire come Libia, ma che in realtà è spezzettato in frazioni territoriali sotto il controllo di diverse milizie con l’intervento anche militare di attori internazionali, come Egitto, Russia, Emirati, e da ultimo, ma in modo massiccio, la Turchia di Erdogan. Senza l’intervento della Turchia oggi Haftar avrebbe già occupato Tripoli, e il ruolo dell’Italia nello scacchiere libico appare fortemente ridimensionato, come è confermato dal protrarsi della prigionia dei pescatori a Bengasi. Certo sembra sempre più evidente il fallimento della Conferenza di Palermo, con la quale nel 2018 si pensava di coinvolgere il generale Haftar nel processo di riunificazione e di pacificazione della Libia. Una conferenza che i turchi avevano abbandonato dopo l’arrivo del leader militare della Cirenaica.

I pochi giornali che si sono occupati di questi fatti hanno messo in rilievo come il sequestro dei pescatori possa essere uno strumento di pressione da parte del generale Haftar per uscire dall’angolo in cui si trova, dopo essere rimasto sostanzialmente escluso dalle trattative di pace, anche per la posizione delle Nazioni Unite che lo considerano alla stregua di un criminale di guerra per le efferate stragi di cui il suo “esercito” si è macchiato nel tentativo di conquistare tutta la Libia e di occupare Tripoli. Sembra soltanto un pretesto la richiesta di “scambio” avanzata dalle autorità di Bengasi per la liberazione dei pescatori, dopo la condanna in Italia come trafficanti di quattro calciatori libici, Ma dietro questo sequestro di persona ci sono ragioni più profonde ed in parte ancora occultate dai governi, da una parte e dall’altra del Mediterraneo.

2.Le vere responsabilità di quanto sta accadendo ai pescatori ed alle loro famiglie risiedono soprattutto nelle politiche dei diversi governi italiani che,a partire dal Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017, attraverso successivi accordi operativi, soprattutto con il sostegno al riconoscimento di una vasta zona SAR ( ricerca e salvataggio) riconosciuta alla Libia dall’IMO, a Londra nel giugno del 2018, hanno subordinato tutta l’azione politica rivolta alle diverse forze libiche, in conflitto armato per il controllo del territorio e delle coste, al cd. “contrasto dell’immigrazione illegale”. Un “contrasto” che si è tradotto con l’assistenza alla sedicente “Guardia costiera libica” da parte di unità e assetti operativi della missione italiana Nauras della Marina militare italiana, ancora in questi giorni presenti a Tripoli, dopo la riconferma degli accordi con il governo Serraj votata a larga maggioranza dal Parlamento anche dopo l’insediamento dell’attuale governo. Un “contrasto” all’immigrazione “illegale” che si è rivolto verso potenziali richiedenti asilo, vittime di torture nei campi di detenzione in Libia, e soprattutto verso naufraghi, dopo che l’Unione Europea ha ritirato tutti gli assetti navali presenti fino al 2018 con le missioni Frontex nel Mediterraneo centrale, e dopo che le unità della Marina e della guardia costiera italiana sono state tenute lontane dalle aree dalle quali potevano provenire richieste di soccorso.

In diverse occasioni, documentate sulla base di riscontri ufficiali, sono state anzi proprio le autorità italiane e gli assetti aerei di Frontex che hanno segnalato ai libici le imbarcazioni fatiscenti cariche di persone che tentavano di salvarsi la vita fuggendo dalla Libia, ma che hanno trovato la morte in mare dopo essere stati abbandonati al loro destino. In questo modo l’Italia ha esternalizzato completamente il controllo delle frontiere trasferendo la responsabilità dei pull-back alla sedicente Guardia costiera “libica” interagendo soltanto con le autorità di Tripoli e quelle con loro collegate come a Zawia ed a Zuwara, alle quali veniva prestata una assistenza continua. . Ciò ha consentito dal 2017 ad oggi l’intercettazione e il “ritorno” (return) forzato in Libia di circa 40.000 persone, subito internate nei campi di detenzione, e spesso di tortura, libici. Campi nei quali i trafficanti hanno avuto accesso libero, se non li hanno direttamente gestiti. Un vero e proprio crimine contro l’umanità.

L’Italia ha continuato a rifornire il governo Serraj di motovedette e di ricambi anche nel periodo più recente in cui è stato dichiarato l’embargo e la missione europea IRINI di EUNAVFOR MED non è riuscita ad impedire che i turchi rifornissero l’esercito del GNA di Serraj, che nel frattempo riceveva sostegno dai francesi, responsabili di avere rotto qualsiasi possibilità di politica comune nei confronti delle diverse forze che si contendono la Libia. Va chiarito una volta per tutte il rapporto di Malta con il governo di Tripoli anche per avitare che il solito rimpallo di responsabilità con l’Italia possa produrre altre vittime. Sia Malta che l’Italia condividono le responsabilità per avere contribuito a creare con le loro politiche di abbandono in mare una zona SAR ( di ricerca e salvataggio) al centro del Mediterraneo,che si estende in acque internazionali, sino a 70 miglia circa a sud di Lampedusa, totalmente affidata al controllo delle autorità libiche.

Nessuno ha mai seriamente combattuto la corruzione esistente ai diversi livelli in Libia, dalla Guardia costiera collusa con i trafficanti, come è emerso con il caso Bija, ritenuto fino allo scorso anno un interlocutore diretto del governo italiano, al punto di essere ammesso nel corso di una visita in Italia al ministero dell’interno ed alla centrale di coordinamento del Corpo della guardia costiera (IMRCC). E la corruzione in Libia non è certo finita con l’arresto del comandante Bija, ne si limita soltanto alla Tripolitania, se solo si considera il ricatto continuo imposto dalle milizie locali per garantire il funzionamento degli impianti estrattivi in Libia, molti dei quali sono gestiti dall’ENI in partnership con il NOC, l’Agenzia del petrolio libica, al centro di una perenne contesa tra il governo di Tripoli e le autorità di Bengasi sostenute dal generale Haftar.

3. La liberazione dei pescatori sotto sequestro a Bengasi non può restare affidata soltanto ad una estenuante trattativa basata sulla tradizionale logica dello scambio sotterraneo, politico, se non economico o militare, che, tra l’altro, sembra lasciare scoperti i pescatori (dieci) che non sono di nazionalità italiana, tunisini(6), senegalesi(2) indonesiani(2). Per condurre in porto la liberazione dei pescatori occorre non ripetere gli errori del passato, in un momento in cui sembra acuirsi lo scontro tra la tTrchia e l’Unione Europea. La stessa Turchia è stata ritenuta però un partner affidabile per bloccare la fuga dei potenziali richiedenti asilo siriani, afghani ed irakeni, e di altre nazionalità verso l’Europa. La stessa Turchia che sta giocando ormai un ruolo di protagonista anche in Libia. Sul territorio ed in mare, dove ormai si è esteso il conflitto civile libico.

Occorre accertare innanzitutto le responsabilità che hanno consentito alle autorità di Bengasi di bloccare in mare i pescherecci di Mazara del Vallo e di promuovere una azione politica di respiro europeo, che rimuova le cause dirette ed indirette del sequestro. I libici non possono ritenere ancora come acque territoriali la zona SAR ( di ricerca e salvataggio) oltre le 12 miglia dalle loro coste che gli stati, attraverso autorità internazionali come l’IMO, hanno attribuito al governo di Tripoli per legittimare il blocco delle partenze di migranti in fuga dalla Libia.

A livello internazionale, attraverso la mediazione dell’ONU, va richiesta la liberazione immediata dei pescatori, non sono quelli di nazionalità italiana, attualmente imprigionati a Bengasi, con il coinvolgimento di tutti i paesi dai quali provengono i pescatori, e soprattutto del governo tunisino, che nell’ultimo periodo sta intensificando i suoi rapporti con le autorità libiche.

A livello internazionale va anche richiesta la sospensione immediata del riconoscimento IMO della cd. zona SAR libica, a cui il governo di Tripoli ha fatto seguire la proclamazione unilaterale di una zona di esclusivo interesse economico (ZEE), per una estensione corrispondente, fino a 74 miglia dalle loro coste. Le Nazioni Unite non possono tollerare che un organismo, collegato all’ONU come l’IMO, continui a riconoscere la cd. zona SAR libica, quando altre agenzie delle stesse Nazioni Unite, come l’OIM ( Organizzazione internazionale delle migrazioni) e l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) dichiarano che la Libia non è un paese di sbarco sicuro e sconsigliano i respingimenti verso quel paese.

A livello europeo va sollecitata una iniziativa comune, che comprenda anche i francesi, tradizionalmente “vicini” ad Haftar, per il rispetto dell’embargo anche da parte della Turchia e per la negoziazione con le milizie del generale Haftar che controllano il porto ( ed evidentemente anche il carcere) di Bengasi per la liberazione dei pescatori al di fuori di una logica di scambio tra ostaggi.

Ancora a livello europeo occorre riorganizzare le missioni di Frontex nel Mediterraneo, non per collaborare con la sedicente Guardia costiera libica nei respingimenti collettivi “su delega”, ma per riportare nel Mediterraneo centrale unità navali capaci di svolgere un ruolo di sorveglianza, ma anche di ricerca e salvataggio, come avveniva fino al 2017, prima che fosse proclamata una zona SAR “libica”.

A livello nazionale occorre sospendere immediatamente il Protocollo d’intesa stipulato con il governo di Tripoli il 2 febbraio 2017 e ritirare la missione NAURAS della Marina militare italiana dal porto di Tripoli, con un diverso dispiegamento delle unità della stessa Marina inquadrate nell’Operazione Mare Sicuro che, oltre alla sicurezza dei lavoratori del mare sulle piattaforme petrolifere offshore o imbarcati sui pescherecci, dovranno garantire la ricerca ed il salvataggio dei naufraghi che hanno bisogno di soccorso nel Mediterraneo centrale.

Vanno inoltre sospesi tutti i finanziamenti destinati, tanto da Bruxelles che da Roma, ad autorità libiche, tanto a Tripoli che in altre città-stato di quel paese, che non sono evidentemente in grado di combattere la corruzione diffusa e di garantire il rispetto dei diritti umani, a partire dal diritto alla vita dei migranti. Purtroppo l’Unione Europea e il governo italiano stanno procedendo ancora nel finanziamento delle politiche e delle prassi operative di esternalizzazione dei controlli di frontiera, contando sui paesi terzi per arrestare le partenze di persone migranti verso l’Europa. Su di loro ricade la responsabilità del sequestro dei pescatori sotto sequestro a Bengasi, come quelle, ancora più nascoste delle innumerevoli vite perse in mare, in acque internazionali, nel Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più pericolosa del mondo.