L’eclissi dell’Europa: brucia il campo di Moria a Lesvos

Redazione

Avevano avvertito da anni come l’accordo tra gli Stati europei e la Turchia avrebbe prodotto effetti disastrosi, soprattutto sulla pelle dei migranti intrappolati nelle isole greche di fronte alla Turchia. L’Unione Europea, che non risulta neppure firmataria degli accordi conclusi nel 2016, ha rinnovato negli anni le sue politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera, per svuotare completamente il diritto di asilo riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Da queste politiche sono derivate migliaia di morti e dispersi, con la legittimazione di governi che non rispettano i principi democratici e che hanno diffuso nell’intero Mediterraneo un clima di guerra permanente a bassa intensità. Il campo “hotspot” di Moria a Lesvos ha rappresentato l’emblema di diffuse violazioni dei diritti umani. I roghi e gli attacchi da parte delle bande fasciste che infestano l’isola sono stati sempre più frequenti. Ieri notte l’intero campo è stato distrutto dalle fiamme. migliaia di persone, soprattutto donne e bambini sono allo sbando nell’isola.Una “tragedia umanitaria”, come la definisce il capo della campagna sulle Migrazioni di Oxfam, Evelien van Roemburg, che a suo parere non sarebbe altro che “la conseguenza di anni di risposte fuorvianti dall’Ue e dai suoi Stati membri all’arrivo di persone in fuga da conflitti e persecuzioni”. Una denuncia che fa eco a quella già pronunciata da Marco Sandrone, capo progetto di Medici Senza Frontiere a Lesbo, secondo cui “le persone a Moria vivono in condizioni disumane da anni“, motivo per cui, aggiunge van Roemburg “senza ignorare la responsabilità delle autorità greche, il Parlamento europeo deve lanciare un’indagine sulle politiche e le pratiche dell’Ue e dei suoi Stati membri, che hanno portato ad una cattiva gestione degli hotspot sponsorizzati dall’Ue sulle isole greche”.

Di fronte al rogo che ha distrutto il campo di Moria ed alla rimozione collettiva di questa tragedia della migrazione che corrisponde al suicidio dell’Unione Europea, come entità politica composta da Stati che rispettano i diritti umani, ripubblichiamo questo articolo di Daniela Padoan che spiegava bene quali sarebbero stati gli effetti degli accordi stipulati tra gli Stati europei e la Turchia di Erdogan. Perché di fronte a quello che ogni giorno di più si configura come un genocidio nessuno possa dire: NON SAPEVO.

Gli effetti nefasti dell’accordo UE -Turchia

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Pubblichiamo alcune valutazioni di merito derivanti da quanto è stato discusso il 12 gennaio 2017 in sede UE. In tale data la Commissione europea ha incontrato la Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE). Il testo contiene non solo dati ma elementi di riflessione importanti in merito allo stato di attuazione degli accordi UE- Turchia, con particolare riferimento alla condizione dei richiedenti asilo, ai naufragi, ai rimpatri e al fallimento strutturale di ogni spazio di rispetto dei diritti umani fondamentali provocati dall’applicazione di tali dettami. Punto per punto si dimostra come l’accordo con la Turchia di fatto rappresenti un punto di radicale arretramento delle politiche europee che sta provocando vittime, peggioramento delle condizioni di vita dei profughi e non sta neanche producendo quelli che sono stati propagandati come effetti “positivi” per il cosiddetto controllo dell’immigrazione irregolare.

Daniela Padoan

Mentre in Grecia e nei Balcani decine di migliaia di rifugiati sono intrappolati nella morsa di uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni, la Commissione europea si è presentata a Bruxelles davanti alla Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE) del Parlamento europeo per riferire sui progressi compiuti nell’attuazione dell’accordo UE-Turchia. Un accordo immorale, illegale e inutile, che l’appena subentrata presidenza maltese del Consiglio si è detta intenzionata a seguire nei rapporti con altri paesi di provenienza e transito dei migranti, a cominciare dalla Libia. Vale dunque la pena di esaminare il documento rivolto al Parlamento, al Consiglio europeo e al Consiglio, che il coordinatore dell’Unione europea Maarten Verwey ha ribadito punto per punto, con alcuni aggiornamenti, ai deputati della Commissione LIBE.[1]

Stupisce, anzitutto, il cinismo con cui la Commissione vanta i risultati conseguiti nel bloccare gli arrivi di profughi in Grecia: «Dopo l’attivazione della dichiarazione si è registrata una notevole riduzione del numero di attraversamenti», si legge nella Quarta relazione sui progressi compiuti in merito all’attuazione della dichiarazione UE-Turchia del 8 dicembre 2016. «La perdita di vite umane è stata contenut[68 persone scomparse nel Mar Egeo]. Il numero medio di arrivi giornalieri dalla Turchia nelle isole greche è proseguito a un ritmo di circa 81 persone, nettamente inferiore ai picchi registrati nello stesso periodo dello scorso anno».

Effettivamente, dal mese di marzo 2016 sulle isole greche si sono registrati in media 92 arrivi al giorno – «contro i 10.000 in un solo giorno nell’ottobre dell’anno scorso», puntualizza la relazione – ma il “successo” di questi dati elude la tragica realtà che l’accordo ha prodotto in Grecia: 60.000 persone rinchiuse in condizioni che violano qualsiasi standard umanitario, in tende e baracche in campi sovraffollati, magazzini, ex fabbriche di prodotti chimici e persino munizioni, in alloggi di fortuna quando non addirittura sulle spiagge. A Lesbo, una nonna e il nipotino di sei anni sono morti bruciati mentre tentavano di scaldarsi al fuoco di una stufetta, in una tenda.

«Queste famiglie, abbandonate sotto la neve e la pioggia ghiacciata», ha denunciato Medici Senza Frontiere il 9 gennaio, «pagano il prezzo del cinismo dell’Europa e del riprovevole patto con la Turchia. Chiediamo alle autorità greche e all’Unione Europea misure d’emergenza immediate per garantire che tutti i rifugiati e i migranti sulle isole siano ospitati in condizioni dignitose e adeguate».

Le condizioni in cui vivono i profughi in Grecia sono state dettagliatamente descritte l’11 gennaio nell’appello Svegliati, Europa: Esseri umani in pericolo di vita redatto da un gruppo di associazioni e ong per la maggior parte greche.

Chiudendo le vie d’accesso ai suoi Stati membri, la ‘Fortezza Europa’ fa strame dei principi di accoglienza e solidarietà su cui pretende di fondarsi e di cui cinicamente i decisori delle sue politiche migratorie si fanno scudo. La Commissione afferma che «gli sforzi compiuti per controllare i flussi lungo la rotta del Mediterraneo orientale non hanno consentito, nel complesso, di trovare nuove rotte dalla Turchia» e che «attualmente si registrano in media ogni giorno circa dieci attraversamenti irregolari della frontiera terrestre tra la Turchia e la Grecia e meno di quattro tra la Turchia e la Bulgaria». Dimenticano però di dire che nel 2016 nel Mediterraneo sono annegate in media 14 persone ogni giorno. I morti in mare nel 2016 sono stati 5.022, il numero più alto mai registrato. Nel 2015 erano stati 3.771. Grazie all’accordo UE-Turchia e alla chiusura delle frontiere balcaniche, la rotta del Mediterraneo centrale – la più pericolosa – è tornata ad essere il canale principale per raggiungere l’Europa.

In questi primi giorni del 2017 già dodici profughi hanno perso la vita, undici in mare, secondo i dati dell’Unhcr e uno “a terra”: era un bambino siriano di 7 anni malato, respinto da ben quattro ospedali ad Antalya, nel sud-est della Turchia. Queste sono le persone a cui Commissione e Consiglio si vantano di aver tagliato la strada della fuga. «È inaccettabile che l’Europa si compiaccia per il numero di persone che è riuscita a tenere al di fuori delle proprie frontiere, mentre i morti nel Mediterraneo continuano ad aumentare», hanno scritto 31 ong internazionali tra cui Oxfam, Save the Children, Amnesty International, Human Rights Watch e International Rescue Committee. «L’accordo UE-Turchia non solo ha fallito come misura preventiva in relazione alle morti nel Mediterraneo (ad oggi 1.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2015) ma ha permesso anche che in Grecia 60.000 persone siano rinchiuse in centri di detenzione o in posti non attrezzati all’accoglienza, dove le condizioni violano qualsiasi standard umanitario».

La giornalista e attivista Flore Murard-Yovanovitch ha incontrato a Belgrado l’ong che ha contribuito a salvare una famiglia curdo-siriana di sette persone deportate al confine bulgaro da forze congiunte di militari e polizia, abbandonate nel boschi a undici gradi sotto zero. Attivisti locali, ha raccontato la giornalista a Radio3Mondo, sospettano che vi siano numerosi casi simili. Secondo l’UNHCR, negli ultimi mesi sarebbero state almeno cento le deportazioni dalla Serbia verso la Bulgaria o la Macedonia.

«Le condizioni sulle isole greche peggiorano perché i rinvii sono troppo lenti e inferiori agli arrivi», sostiene la Commissione, che al 5 dicembre conteggia 16.295 migranti presenti sulle isole, «a fronte di soli 7.450 posti in strutture di accoglienza ufficiali e di altri 754 posti nell’ambito del programma di locazione dell’UNHCR». Verwey, messo alle strette dalle domande dell’eurodeputata Judith Sargentini, ha dovuto spiegato ai membri della Commissione LIBE che non possono essere portati sulla terraferma, dove le condizioni di accoglienza sarebbero migliori, a causa delle richieste della Turchia, che rifiuta di riprendere chi non provenga dalle isole. Siamo al punto, dunque, che la Turchia determina il luogo dove Grecia e Unione europea devono tenere i rifugiati.

Ed ecco un altro paradosso: «La gestione della situazione nei centri di crisi», dice la Commissione, «è complicata anche dal pesante onere che grava sulle autorità greche sul continente: al 6 dicembre le autorità greche segnalano la presenza di circa 62.000 migranti in totale sul continente e sulle isole». Eppure la Commissione ha chiesto il ripristino dei trasferimenti verso la Grecia a norma del regolamento di Dublino, che erano stati sospesi dal 2011 per le drammatiche carenze nel sistema d’accoglienza. Da metà marzo 2017, secondo una specifica  raccomandazione della Commissione, i profughi giunti sulle isole che riusciranno a entrare negli Stati dell’Unione varcando il confine di terra verranno riportati in Grecia, per disincentivare i «movimenti secondari».

«Le raccomandazioni della Commissione sull’accordo UE-Turchia e sul ripristino dei trasferimenti in Grecia sono sconcertanti», ha detto il 14 dicembre l’eurodeputata Barbara Spinelli rivolgendosi al commissario per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos durante la plenaria di Strasburgo del Parlamento europeo. «Voi stessi – non solo Amnesty International – dite che l’accoglienza nelle isole dell’Egeo e in terraferma non funziona, che i minori non accompagnati e le persone vulnerabili sono tuttora detenute, e però raccomandate il ritorno in Grecia dei rifugiati a partire dal marzo 2017, visti i “molti progressi”. Voi ammettete che le isole sono sovraffollate, e chiedete di affollarle di più. Menzionate le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia contro tali trasferimenti – anche graduali – e ve le dimenticate per strada. Non meno sconcertante il piano d’azione su UE-Turchia: è accertato ormai che la Turchia non è un Paese sicuro. Ciononostante volete più rimpatri, riunificazioni familiari gestite in Turchia,

e non esitate a raccomandare le deportazioni dei più vulnerabili. Al governo greco si chiede perfino di riscrivere le leggi nazionali che vietano simili rimpatri. Chiedo alla Commissione cosa la spinga a ritenersi forte, quando sta dimostrando solo impotenza: è incapace di ricollocare i rifugiati come promesso, ignora la miseria economica imposta alla Grecia. A meno che non voglia fingersi forte così: sradicando i diritti dell’uomo».

Ben lontana dal dare risposta a questo interrogativo, durante l’incontro del 12 gennaio la Commissione ha ulteriormente ribadito la volontà di aumentare i rimpatri in Turchia, vantando il misero risultato di 1.700 reinsediamenti di siriani dalla Turchia, secondo il dispositivo “uno contro uno” inaugurato dall’accordo (tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 devono essere rimpatriati in Turchia e per ogni siriano rimpatriato in Turchia un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all’UE), e ha incongruamente promesso – malgrado la palese indisponibilità di gran parte dei governi europei – la ricollocazione di almeno 3.000 profughi ogni mese dalla Grecia in altri Stati membri, fino a ricollocare tutte le persone ammissibili da Grecia e Italia entro il settembre 2017».

Ecco più in dettaglio i punti chiave del Quarto rapporto sull’attuazione dell’accordo UE-Turchia:

Rimpatri

«Dopo la terza relazione del 28 settembre 2016», scrive la Commissione, «sono state rinviate in Turchia nel quadro della dichiarazione UE-Turchia 170 persone entrate in Grecia attraverso la Turchia, tra cui 42 siriani: il numero complessivo di migranti rinviati in Turchia in seguito a detta dichiarazione è quindi salito a 748. Fra le altre nazionalità si registrano pakistani (394), afgani (61), algerini (68), iracheni (17), bangladesi (26), iraniani (18), di Sri Lanka (16) e marocchini (15). In totale, nel corso del 2016, 1.187 migranti irregolari, tra cui 95 siriani, sono stati rinviati dalla Grecia in Turchia nell’ambito della dichiarazione UE-Turchia o del protocollo bilaterale di riammissione Grecia-Turchia».

Eppure nell’aprile 2016 Amnesty International aveva denunciato – in un rapporto dal titolo Illegal mass returns of Syrian refugees expose fatal flaws in EU-Turkey deal – il modo le autorità turche ricacciavano migliaia di richiedenti asilo verso la Siria. «Adesso la Turchia sta promuovendo la creazione di un’inconcepibile zona di sicurezza all’interno della Siria. È chiaro dove tutto questo porterà: dopo aver assistito alla creazione della Fortezza Europa, assisteremo alla costruzione della Fortezza Turchia».

«I migranti non siriani vengono rinviati in Turchia via mare e

trasferiti in un centro di detenzione a Kirklareli», scrive la Commissione, «dove vengono informati dei loro diritti, compresa la possibilità di chiedere lo status di protezione in Turchia. Finora, 47 persone avrebbero presentato domanda alle autorità turche: ad una è stato concesso lo status di rifugiato mentre 46 sono state autorizzate a lasciare il centro di detenzione in attesa di una decisione riguardante le loro domande. Ad oggi, 417 persone che non avevano chiesto lo status di rifugiato in Turchia sono state rimpatriate nel rispettivi paesi di origine».

Ma, come scrive Fulvio Vassallo, «dal 4 aprile sono cominciate le operazioni di respingimento in Turchia e si ha già notizia di respingimenti “di riflesso” dalla Turchia verso l’Afghanistan. Particolarmente a rischio i curdi di nazionalità turca che rischiano di essere riconsegnati ad un paese nel quale troveranno carcere e tortura».

Per quanto riguarda i cittadini siriani, prosegue la Commissione, «essi vengono rimpatriati dalle isole greche in aereo e inviati in un campo profughi di Duzici. Hanno il diritto di chiedere protezione temporanea e, dopo una rapida pre-registrazione a tal fine, vengono rilasciati e sono liberi di stabilirsi in una provincia di loro scelta o di restare nel campo. Finora, tutti i siriani rinviati sono stati pre-registrati, ad eccezione di dieci che hanno deciso di rientrare volontariamente in Siria».

Richieste di asilo

«Si intende in particolare eliminare l’arretrato dei casi di asilo sulle isole greche entro aprile 2017. [..] A tal fine, è indispensabile che gli Stati membri rispondano pienamente agli inviti dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo e che le autorità greche assicurino che le decisioni in materia di asilo siano prese rapidamente e intensifichino il ritmo dei rinvii».

Molti rifugiati e migranti, inclusi bambini e ragazzi, vengono arrestati ancor prima di poter fare richiesta d’asilo, in totale violazione dei loro diritti, come denunciano le 31 ong firmatarie della dichiarazione congiunta: «Tantissime famiglie vengono divise e solo in sporadici casi viene garantito il ricongiungimento; le procedure di richiesta d’asilo sono lente e ingiustificatamente complicate. Il tutto all’interno di un processo di ricollocamento lento e che esclude molte persone. Le tre priorità sono il trasferimento delle persone dalle isole alla terraferma, l’accesso dei richiedenti asilo al ricongiungimento familiare, la ricollocazione e lo status di rifugiato, infine garanzie sul diritto alla protezione e a una procedura di richiesta d’asilo efficiente».

Reinsediamento “uno a uno” dalla Turchia nell’UE

«Il ritmo dei reinsediamenti di rifugiati siriani provenienti dalla Turchia registra un’accelerazione costante. […] Al 5 dicembre, 2.761 siriani erano stati reinsediati dalla Turchia nell’UE e in Norvegia secondo il quadro “uno a uno”. Dalla terza relazione del 28 settembre 2016, 1.147 (al 5 dicembre) siriani erano stati reinsediati in otto Stati membri (Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svezia). Il numero complessivo di persone il cui fascicolo è stato approvato e che attendono di essere reinsediate è attualmente pari a 340».

Prevenire nuove rotte di immigrazione irregolare

«Gli sforzi compiuti per controllare i flussi lungo la rotta del Mediterraneo orientale non hanno consentito, nel complesso, di trovare nuove rotte dalla Turchia, se si esclude qualche attività su piccola scala in termini di trasporto verso l’Italia e Cipro. Durante il periodo di riferimento, 18 imbarcazioni che trasportavano complessivamente 1.500 migranti hanno raggiunto l’Italia dalla Turchia, mentre due imbarcazioni sono giunte a Cipro con a bordo 212 migranti, tutti i siriani. Sul continente sono stati individuati periodicamente attraversamenti irregolari alle frontiere terrestri della Turchia con la Bulgaria e

la Grecia, benché il loro numero sembri essersi ridotto dalla terza relazione del 28 settembre 2016. Attualmente si registrano in media ogni giorno circa dieci attraversamenti irregolari della frontiera terrestre tra la Turchia e la Grecia e meno di quattro tra la Turchia e la Bulgaria».

Con l’accordo UE-Turchia e la chiusura ufficiale della rotta balcanica, l’Unione Europea ha trasformato l’intera regione in uno sbarramento opposto a chi fugge da zone di guerra. «Siamo testimoni», scrive MSF, «delle più crudeli e inumane conseguenze delle politiche europee, usate come strumento per dissuadere e perseguitare persone che stanno solo cercando sicurezza e protezione in Europa».

Stanziamenti per i rifugiati in Turchia

Ed ecco la spiegazione della strategia umanitaria europea: denaro per disincentivare gli attraversamenti. «L’importo complessivo stanziato a titolo dello strumento per l’assistenza sia umanitaria che non umanitaria [scuole, sanità] ha raggiunto 2,2 miliardi di EUR per il 2016-2017, importo che corrisponde a un’elevata percentuale del totale, pari a 3 miliardi di EUR. Dell’importo stanziato, le somme impegnate nel quadro di contratti sono salite a 1,3 miliardi di EUR. A partire da tali somme, sono stati erogati 677 milioni di EUR.27 Questi fondi continuano a sortire effetti diretti sul terreno, rendendo meno probabile che i beneficiari dei fondi proseguano il viaggio verso l’UE. La Commissione ha proseguito l’attuazione della propria strategia umanitaria nell’ambito dello strumento28, stanziando finora 595 milioni di EUR. Di tale

importo, 512 milioni di EUR sono stati impegnati nel quadro di 26 progetti umanitari con 19 partner per fornire una risposta alle necessità di base, nonché protezione, istruzione, assistenza sanitaria, generi alimentari e alloggi. Dei 512 milioni di EUR assegnati, sono stati finora erogati 407 milioni.

Il 26 settembre la Commissione ha varato in Turchia l’iniziativa faro di tale strategia umanitaria, la rete di sicurezza sociale di emergenza, unitamente alle autorità turche e alle organizzazioni partner che assicurano l’attuazione del programma; la registrazione dei beneficiari è iniziata il 28 novembre. Si tratta del più grande programma umanitario mai attuato dall’UE, dotato di un bilancio di 348 milioni di EUR29, volto a fornire ai rifugiati più vulnerabili carte di debito elettroniche ricaricate mensilmente per aiutarli a soddisfare le proprie esigenze di base in termini di vitto, alloggio o istruzione. Mentre le prime operazioni di distribuzione di tali importi è prevista per la fine di dicembre 2016, la rete di sicurezza sociale di emergenza intende coprire progressivamente un milione dei rifugiati più vulnerabili nei primi sei mesi del 2017».

Ma l’essenza di questi accordi, come afferma la ricercatrice Blanca Garcés-Mascareñas, del  Barcelona Centre of International denaro in cambio di controllo. Nulla di nuovo, in effetti. L’Approccio globale alla migrazione e alla mobilità, approvato dalla Commissione nel 2011, già insisteva sulla necessità di un dialogo regionale e bilaterale con i paesi di origine, transito e destinazione. Né è nuovo se si considera che diversi Stati membri – la Spagna è un pioniere tra questi – sono da anni firmatari di accordi bilaterali che vanno nella stessa direzione.  La differenza è che adesso vengono portati avanti a livello europeo e lo scambio è visto non solo come un incentivo ma anche come un modo per penalizzare chi non collabora. Infine, questi accordi cercano di esternalizzare il dovere di protezione internazionale. L’accordo con la Turchia è il più esplicito: l’Unione europea ha promesso di pagare 6 miliardi di euro alla Turchia perché impedisca i rifugiati di spostarsi verso l’Europa. Questa forma di esternalizzazione, non un controllo della migrazione ma del dovere della protezione internazionale, è nuovo nel contesto europeo. Durante il vertice di Siviglia del 2001, Tony Blair fece una proposta simile che venne immediatamente respinta. Oggi quasi non c’è discussione. La “crisi”, si argomenta, giustifica l’”eccezione”. L’Australia lo ha fatto, per qualche tempo: dal 2001 ha subappaltato la detenzione dei richiedenti asilo a piccole isole-prigione (alcune delle quali appositamente dichiarate esterne al territorio australiano) e ha firmato più di venti accordi bilaterali con paesi come la Malesia e l’Indonesia che, non diversamente dalla maggior parte dei paesi confinanti con l’UE, non sono firmatari della Convenzione di Ginevra»., consiste semplicemente nel condizionare gli aiuti allo sviluppo, gli accordi commerciali o le liberalizzazioni dei visti alla cooperazione con l’Unione europea nel controllo della migrazione. «In poche parole, si tratta di una promessa di denaro in cambio di controllo. Nulla di nuovo, in effetti. L’Approccio globale alla migrazione e alla mobilità, approvato dalla Commissione nel 2011, già insisteva sulla necessità di un dialogo regionale e bilaterale con i paesi di origine, transito e destinazione. Né è nuovo se si considera che diversi Stati membri – la Spagna è un pioniere tra questi – sono da anni firmatari di accordi bilaterali che vanno nella stessa direzione.  La differenza è che adesso vengono portati avanti a livello europeo e lo scambio è visto non solo come un incentivo ma anche come un modo per penalizzare chi non collabora. Infine, questi accordi cercano di esternalizzare il dovere di protezione internazionale. L’accordo con la Turchia è il più esplicito: l’Unione europea ha promesso di pagare 6 miliardi di euro alla Turchia perché impedisca i rifugiati di spostarsi verso l’Europa. Questa forma di esternalizzazione, non un controllo della migrazione ma del dovere della protezione internazionale, è nuovo nel contesto europeo. Durante il vertice di Siviglia del 2001, Tony Blair fece una proposta simile che venne immediatamente respinta. Oggi quasi non c’è discussione. La “crisi”, si argomenta, giustifica l’”eccezione”. L’Australia lo ha fatto, per qualche tempo: dal 2001 ha subappaltato la detenzione dei richiedenti asilo a piccole isole-prigione (alcune delle quali appositamente dichiarate esterne al territorio australiano) e ha firmato più di venti accordi bilaterali con paesi come la Malesia e l’Indonesia che, non diversamente dalla maggior parte dei paesi confinanti con l’UE, non sono firmatari della Convenzione di Ginevra».

Liberalizzazione dei visti

La Commissione avverte che ancora non sono stati soddisfatti sette parametri. Perché venga concessa la liberalizzazione dei visti, la Turchia deve: rilasciare documenti di viaggio biometrici pienamente compatibili con le norme dell’UE; adottare le misure volte a prevenire la corruzione previste dalla tabella di marcia; concludere un accordo di cooperazione operativa con Europol; rivedere legislazione e pratiche in materia di terrorismo in linea con gli standard europei; allineare la legislazione sulla protezione dei dati personali alle norme dell’UE; offrire a tutti gli Stati membri dell’UE un’efficace cooperazione giudiziaria in materia penale; attuare tutte le disposizioni dell’accordo di riammissione UE-Turchia.

Ordine pubblico

Una singolare attenzione viene prestata dalla Commissione a quel che riguarda il mantenimento dell’ordine pubblico in Grecia. A tal fine è fondamentale «garantire la costante disponibilità di agenti distaccati e attrezzature tecniche da inviare per consentire l’efficace esecuzione delle operazioni coordinate dalla guardia costiera e di frontiera europea, e permettere all’Agenzia e ai corpi delle guardie di frontiera degli Stati membri di contrastare i flussi migratori irregolari lungo la rotta del Mediterraneo orientale».

La polizia greca, informa il rapporto, «ha elaborato piani di sicurezza e di evacuazione destinati a tutte le persone e le organizzazioni presenti nei punti di crisi per rispondere ad alcune preoccupazioni in materia di sicurezza e migliorare le condizioni di ordine pubblico sulle isole. Sono state elaborate altresì istruzioni di emergenza per evacuare il personale dell’agenzia dell’UE e gli esperti degli Stati membri che lavorano nei punti di crisi in caso di incidente; la polizia greca ha dispiegato un maggior numero di agenti sulle isole, comprese squadre antisommossa appositamente formate inviate in prossimità degli uffici per il trattamento delle domande di asilo, e prevede di aumentarne ancora il numero. Anche l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo ha migliorato le condizioni di sicurezza delle aree destinate al trattamento delle domande di asilo nei punti di crisi […]. Si valuta che un’adeguata forza di polizia in grado di rispondere in modo soddisfacente alle esigenze di sicurezza e di ordine pubblico dei punti di crisi, nella loro configurazione attuale, dovrebbe essere di tre o addirittura quattro volte superiore a quella attuale. […] Per quanto riguarda il sostegno alle frontiere, al 5 dicembre la guardia costiera e di frontiera europea aveva dispiegato 682 agenti in Grecia, 54 dei quali a sostegno dell’attuazione della dichiarazione UE-Turchia».

Assistenza finanziaria dell’UE alla Grecia

La Commissione assicura che verranno adottate misure per garantire che i 509 milioni di EUR disponibili nel quadro dei programmi nazionali della Grecia per il periodo 2014-2020 a titolo del Fondo Asilo, migrazione e integrazione e del Fondo sicurezza interna inizino ad essere utilizzati quanto prima. «La revisione del Fondo Asilo, migrazione e integrazione è stata approvata di recente mentre quella del Fondo sicurezza interna viene attualmente completata e dovrebbe essere approvata in tempi molto brevi. La Commissione continua a sollecitare le autorità greche affinché utilizzino i programmi nazionali in modo efficiente ed efficace e collabora strettamente con le autorità greche per migliorare i meccanismi di attuazione, in modo che le risorse disponibili possano essere utilizzate per far fronte a necessità immediate, soprattutto in materia di accoglienza e controlli alla frontiera (ad esempio, la registrazione, l’identificazione e il rilevamento delle impronte digitali). Dei 352,8 milioni di EUR di aiuti d’emergenza assegnati alla Grecia attraverso i due suddetti fondi, circa 70 milioni di EUR sono serviti per finanziare direttamente l’attuazione della dichiarazione UE-Turchia: essi sono stati erogati sia direttamente alle autorità greche sia attraverso le agenzie dell’Unione e le organizzazioni internazionali».

Presenza della NATO

«In seguito al distacco di un ufficiale di collegamento della guardia costiera e di frontiera europea sulla nave ammiraglia della NATO nell’aprile 2016 e alla firma delle procedure operative standard tra la guardia costiera e di frontiera europea e il comando marittimo della NATO in luglio, la cooperazione nel Mar Egeo ha assunto un nuovo slancio con l’elaborazione di un quadro situazionale comune, attività di allarme rapido e di sorveglianza e la condivisione di informazioni operative con le guardie costiere greca e turca. Tale cooperazione mira a un costante aumento del già elevato tasso di rilevamento e a un più veloce scambio di informazioni sul traffico di migranti. A tal fine, la NATO ha recentemente fornito alla guardia costiera e di frontiera europea attrezzature che le consentono di accedere alla sua rete regionale protetta, onde potenziare ulteriormente le piattaforme per lo scambio di informazioni tra le due operazioni».

DOCUMENTI

  • Relazione UE-Turchia

Dichiarazione UE-Turchia, 18 marzo 2016Prima relazione sui progressi compiuti in merito all’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, 20 aprile 2016

Seconda relazione sui progressi compiuti in merito all’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, 15 giugno 2016

Terza relazione sui progressi compiuti in merito all’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, 28 settembre 2016

Quarta relazione sui progressi compiuti in merito all’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, 8 dicembre 2016

Allegato 1

Allegato 2


SCHEDA INFORMATIVA: Strumento per i rifugiati in Turchia

Per maggiori informazioni:

[1] La registrazione dell’incontro, con possibilità di selezionare una lingua di traduzione, è consultabile sul sito del parlamento europeo a questo link, dal time code 1:46:40.