I governi sfruttano il COVID 19 per affondare i diritti umani nel Mediterraneo

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Si sta puntualmente verificando quanto era prevedibile da mesi. Quando chi governa si fa condizionare dalle opposizioni e governa con la bussola puntata sui sondaggi elettorali il distacco tra la realtà, le scelte politiche, le prassi applicate e la percezione collettiva diventa incolmabile. Soprattutto quando si ignora sistematicamente cosa sta avvenendo nei paesi di origine e transito, non solo per effetto del COVID 19, ma anche per la diffusione dei conflitti e dei fattori di spinta (push factor) prodotti dal furto delle risorse naturali, dalla corruzione e dalle dittature.

L’impoverimento dei paesi di origine e l’inasprimento del conflitto in Libia hanno fatto aumentare le partenze dalle coste del nordafrica, seppure ancora molto ridotte rispetto agli anni dal 2013 al 2018,. Gli arrivi, soprattutto a Lampedusa si succedono in continuazione, sono i cosiddetti sbarchi autonomi, piccoli barchini con qualche decina di persone alla volta.

In alcuni casi si tratta di imbarcazioni avvistate al di fuori delle acque territoriali italiane, ma che nessuno soccorre, perchè i maltesi non operano a sud di Lampedusa e perchè sembra che la Guardia costiera e la Guardia di finanza abbiano ricevuto l’ordine da parte del governo italiano di non operare in quelli che vengono definiti “eventi migratori” ( dalla Centrale di coordinamento della guardia costiera di Roma- IMRCC). Ma che in realtà sono eventi SAR ( eventi di ricerca e soccorso) nei quali, in base alle Convenzioni internazionali di diritto del mare, gli stati e le autorità marittime coinvolte avrebbero precisi obblighi di coordinamento e di intervento immediato, rispetto a tutte le imbarcazioni che si trovano in evidente situazione di distress.

Sono aumentate le partenze dalla Tunisia, e sono ridotte invece quelle dalla Libia, probabilmente per i continui cambiamenti di fronte che si verificano sui territori costieri della Tripolitania dai quali i trafficanti fanno partire le imbarcazioni dirette verso Malta e la Sicilia. Dopo la strage di Pasquetta, del 13 aprile scorso, per la quale è stato presentato un esposto alla Procura di Roma, sembra che siano diminuite le attività di respingimento collettivo affidate dal governo maltese all’intermediario Neville Gafa ed alla sua flotta di pescherecci, mentre sono aumentati i casi di abbandono in mare e di intervento dei guardiacoste libici assistiti dalla missione Nauras della operazione Mare Sicuro della Marina militare italiana. Malta continua a non garantire i soccorsi nella vasta zona SAR che le riservano le convenzioni internazionali, una situazione che impone all’Italia un preciso dovere di intervento, come era stato riconosciuto fino al 2018. E’ anche aumentato il coinvolgimento di unità commerciali in navigazione nel Mediterraneo centrale che vengono deviate dalla loro rotta per prestare assistenza in modo da evitare che dopo l’intervento delle unità maltesi o italiane i rispettivi governi siano costretti ad indicare un porto di sbarco sicuro. Ma ancora in questi giorni i mezzi commerciali non assolvono sino in fondo i loro doveri di assistenza e, se non obbediscono alle autorità libiche, si allontanano appena possono.

2. Le navi delle organizzazioni non governative sono state tutte bloccate o allontanate, senza bisogno di ricorrere a “blocchi navali” o a decreti di chiusura dei porti, ma con l’espediente dei fermi amministrativi, dopo verifiche tecniche “mirate” effettuate dalle Capitanerie di Porto, su evidente indirizzo del ministero dell’interno. Nessuno ha fatto ricorso al giudice contro questi provvedimenti.

Il Mediterraneo centrale è rimasto così sguarnito di mezzi di soccorso, a parte qualche piccolo aereo di organizzazioni non governative che riescono ancora a segnalare le imbarcazioni in difficoltà ed a sollecitare l’intervento delle autorità statali. Le autorità italiane, in particolare, sembra che non intervengano più al di fuori del limite delle acque territoriali, senza operare neppure in quella che si definisce come “zona contigua” (24 miglia dalla costa), per evitare di assumere la responsabilità di fornire, dopo il soccorso un porto di sbarco sicuro. Un indirizzo sicuramente imposto dal governo, che contrasta nettamente con quanto si verificava negli anni dal 2014 al 2018, anche dopo la fine della missione Mare Nostrum (2014). L’agenzia europea Frontex ha ritirato tutte le navi che in passato erano impiegate anche in attività di ricerca e soccorso, in conformità al Regolamento UE n.656/2014, anche perchè l’Italia non ha più garantito i porti di sbarco. La missione Sophia di Eunavfor Med è stata sostituita dalla fallimentare missione IRINI, che opera con pochissime unità navali in zone molto più ad est delle rotte battute dalle imbarcazioni che dalla Libia e dalla Tunisia partono verso l’Italia. I mezzi dell’Unione europea si limitano ormai a tracciare le imbarcazioni dei migranti, magari per avvertire le autorità libiche o tunisine, ma intervengono raramente in attività di ricerca e salvataggio.

3. Il governo italiano ordina alla Marina militare ed alla Guardia costiera di tenere ferme in porto, oppure all’interno delle acque territoriali, le sue migliori unità di soccorso, come la Diciotti e la Gregoretti, che negli anni passati avevano soccorso decine di migliaia di persone, in modo da ridurre gli arrivi e lasciando alle autorità maltesi un compito di intervento nella vasta zona SAR di loro competenza che queste non sono evidentemente in grado di garantire.

Malgrado le principali agenzie delle Nazioni Unite come l’OIM e l’UNHCR avvertano con toni sempre più preoccupati gli Stati perchè non collaborino nei respingimenti verso la Libia, e malgrado la forte presa di posizione del Papa, che ha rilanciato la richiesta di non riportare in Libia i naufraghi soccorsi nel Mediterraneo centrale, i governi europei e la stessa Unione Europea perseguono nella politica di esternalizzazione dei controlli di frntiera e di criminalizzazione del diritto di asilo, in contrasto con la regola base della Convenzione di Ginevra che vieta di sanzionare chi cerca di raggiungere comunque una frontiera per presentare una istanza di protezione.

Come riferisce RAI News, “Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, d’intesa con la Commissione europea e la Presidenza di turno tedesca, ha tenuto questa mattina (13 luglio) in videoconferenza il vertice ministeriale al quale hanno partecipato i Commissari europei Ylva Johansson e Olivér Várhelyi, i ministri dell’Interno di Germania, Francia, Spagna e Malta e gli omologhi di Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania. Lo scopo principale del vertice è rafforzare l’impegno con i Paesi di partenza dei flussi migratori più consistenti in arrivo in Italia e, attraverso l’Italia, in Europa, per la prevenzione e il contrasto alla rete del traffico di migranti, attraverso la condivisione di iniziative per il rafforzamento della dimensione esterna della politica di sicurezza dell’Unione”.

La recente decisione della Corte europea dei diritti dell’Uomo, che, dopo la sentenza di alcuni anni fa della Corte di Giustizia UE, ha delimitato la possibilità di ingresso nell’Unione Europea con i visti umanitari ha chiuso definitivamente ogni possibilità di ingresso legale per chi fugge da conflitti, persecuzioni, situazioni di violenza generalizzata, in generale da paesi nei quali si registra una totale negazione dei diritti umani. Una decisione che di fatto “legittima” il ricorso ai trafficanti per sottrarsi alla morte, alle torture alle pratiche più crudeli di estorsione. Quali altre alternative offre l’Unione Europea e il governo italiano alle migliaia di persone ancora oggi intrappolate nei centri di detenzione libici, siano essi “governativi” o informali, gestiti direttamente dalle milizie in combutta con i trafficanti ?

4. Il forte aumento, sia pur relativo, se ricordiamo gli arrivi dal 2011 al 2018, ben superiori, di tunisini che raggiungono le coste italiane ha fatto passare in secondo piano la situazione di violenza generalizzata da cui fuggono i migranti dalla Libia, ed ha agevolato una riqualificazione fuorviante di “clandestini”, rivolta a tutte le persone che sbarcano in questo periodo sulle coste italiane. Una definizione ripresa purtroppo anche in qualche recente sentenza, che non ha fondamento nel nostro ordinamento giuridico, e che apre la strada ad un riconoscimento differenziato dei diritti umani alle persone migranti, che oltre ad essere “migranti” sono innanzitutto persone, alle quali vanno garantiti tutti i diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita e dal diritto di chiedere asilo, da qualunque paese del mondo provengano, quali che siano le condizioni materiali dalle quali sono partiti.

Mentre la diffusione globale della pandemia da COVID-19 sta rimettendo in discussione il concetto di frontiera e tutti i tradizionali sistemi di controllo dei confini nazionali, in Europa e soprattutto in Italia, si rimane inchiodati alla linea della collaborazione con i paesi terzi del nordafrica per contrastare quella che si definisce come “immigrazione illegale” e tentare di ridurre le partenze e quindi gli sbarchi in territorio europeo. Per rendere invisibili gli sbarchi si era cercato alcuni mesi fa ad adottare un decreto interministeriale ( del 7 aprile 2020) che, in continuità con il decreto sicurezza bis di Salvini, vietava alle ONG, e di fatto soltanto a loro, di fare ingresso nelle acque territoriali e nei porti italiani per sbarcare naufraghi raccolti in acque internazionali. Un provvedimento illegittimo che non si è riusciti ad impugnare davanti ad un qualsiasi tribunale.

Poi le navi delle ONG sono state allontanate con l’espediente dei fermi amministrativi e si pensava di avere risolto il problema. Ma proprio da quando sono state bloccate le navi delle ONG sono aumentati i cd. sbarchi autonomi, si è abbandonata Lampedusa ad una situazione di perenne emergenza, ed oggi sembra che si tratti di un flusso inarrestabile rispetto al quale l’impiego delle navi traghetto Hotspot per la quarantena appare un patetico tentativo di nascondere quello che la realtà dei fatti impone tutti i giorni. Le misure repressive e la criminalizzazione dei soccorsi umanitari nulla possono contro i tentativi delle persone bloccate sulle coste africane di mettersi in salvo da situazioni di conflitto diffuso o di grave miseria che comporta le negazione dei diritti fondamentali riconosciuti a tutte le persone dalle costituzioni europee.

Si tratta di una situazione ampiamente prevedibile da mesi, dal momento in cui si erano prclamato a livello internazionale e nazionale lo stato di emergenza umanitaria per il COVID 19, una situazione che si è aggravata nel tempo e che persiste, malgrado il temporaneo calo delle infezioni in Italia, che si sarebbe potuta affrontare predisponendo un piano sbarchi ed organizzando un servizio di ricerca e soccorso in acque internazionali. Senza ridurre il confronto con l’Unione Europea ad una richiesta di supporto nelle politiche di esternalizzazione dei respingimenti collettivi e del diritto di asilo. Quanto dichiara adesso il ministro dell’interno Lamorgese sulla collaborazione con i paesi terzi per combattere l’immigrazione “illegale” e fermare le partenze, per ridurre gli sbarchi, costituisce una gravissima ammissione di responsabilità.

Si è preferito proseguire nella politica di accordi con paesi che non rispettano o non posssono garantire i diritti umani e con il ritiro delle unità statali che potevano socccorere naufraghi in acque internazioali nella prospettiva di bloccare le partenze e di favoriere le intercettazioni in mare.

5. La negazione dei diritti umani dei migranti nelle acque del Mediterraneo centrale, imposta dai partiti di governo per non contrastare la ventata populista e sovranista che sta spazzando le democrazie europee, ha moltiplicato i casi di abbadono in mare e di respingimento collettivo delegato alle autorità libiche. Ma non si è riusciti in alcun modo a ridurre il numero delle partenze, neppure dalla Tunisia, malgrado operazioni di facciata, come le retate delle polizie tripoline e tunisine che hanno pubblicizzato l’arresto di qualche trafficante attivo sui loro territori. Ovunque però la corruzione costituisce un legame inconfessabile tra organizzazioni criminali e apparati di polizia.

L’incapacità di prevedere quanto sarebbe successo alle frontiere italiane durante l’estate ha lasciato le forze di governo e le autorità amministrative in balia della campagna populista che si è riaccesa in vista delle elezioni regionali in autunno, sfruttando l’effetto incrociato dei consueti allarmi “invasione” che si lanciano ad ogni inizio d’estate quando gli arrivi dal nordafrica aumentano, e della paura derivante dalla diffusione del COVID 19. Una campagna ignobile di disonformazione che tenta di fare passare per portatori di infezione tuttte le persone che arrivano dalle coste nordafricane, mentre si permette un accesso libero e incontrollato ai turisti stranieri ed a tutti gli italiani che provengono da regioni che registrano un numero ancora elevato di positivi al virus. Anche rispetto a chi proviene dall’estero si opera una grave discriminazione, consentendo liberamente gli arrivi via aereo dalla maggior parte dei paesi del mondo, ma con la prestesa di respingere o di isolare a tempo indeterminato chi arriva sulle nostre coste via mare o chi cerca protezione internazionale.

I propositi manifestati di recente dal governo italiano, che intenderebbe accogliere le richieste di alcuni presidenti di regione, di aumentare il numero delle navi traghetto da impiegare per la quarantena, ammesso che si trovino, oppure, come sembra più probabile, il piano B, di ricorrere ad aree militari dismesse per la prima accoglienza dei naufraghi e di quanti riescono ancora ad arrivare autonomamente sulle nostre coste, forniscono la misura di quanto la pandemia da COVID 19 abbia fatto regredire il nostro sistema di accoglienza, abbattendo le già ridotte garanzie prima esistenti di rispetto del diritto di chiedere asilo e dei diritti fondamentali delle persone. L’impiego dell’esercito e la creazione di zone rosse attorno ai centri di prima accoglienza, come ha disposto con un ordinanza mirata contro le ONG il presidente della Regione Sicilia, non aiutano a contrastare la diffusione del virus e non agevolano una corretta presa di coscienza della situazione di grave crisi sociale e umanitaria, prima che sanitaria, che il nostro paese sta ancora attraversando.

La diffsuione di fake news ha minato la coesione sociale più del virus COVID 19. Qualinque occasione è buona per mostrare come i migranti, e non solo quelli appena sbarcati possono essere ritenuti portatori di un nucleo minimo di diritti fondamentali rispetto a quelli riconosciuti ai cittadini italiani. Si è incrinato il principio di uguaglianza di fronte alla legge affermato dall’art.3 della Costituzione, e si è di fatto abrogato l’art. 10 della stessa Costituzione che impone la riserva di legge in materia di immigrazione ed asilo e stabilisce precise garanzie in favore dei potenziali richiedenti protezione internazionale o umanitaria.

Le conseguenze di questo inquinamento delle garanzie democratiche si verificano anche all’interno dei centri per il rimpatrio CPR, da Pian del Lago (Caltanissetta) e da Macomer in Sardegna, fino a Bari ed a Gradisca d’Isonzo. Questi centri, in un momento in cui gli stati terzi per effetto dell’emergenza COVID 19 hanno bloccato quasi tutte le procedure di rimpatrio forzato, rischiano di essere utilizzati come centri di detenzione a tempo indeterminato, al di fuori di qualsiasi effettivo controllo giurisdizionale, per le persone da mantenere in quarantena “obbligatoria”, con conseguenze devastanti sia per loro che per i territori su cui insistono. Nei confronti dei migranti che fanno ingresso via mare in Italia si stanno sperimentando le peggiori prassi dello stato di emergenza derivante dal COVID 19 che rischiano di fare precipitare l’Italia, una volta estese a tutti i cittadini, in una nuova forma istituzionale di dittatura democratica. Con una assoluta continuità nelle politiche migratorie lanciate da Minniti e poi inasprite da Salvini. Che adesso stanno facendo deflagrare le spinte razziste presenti da tempo nel profondo della società italiana. Chi parla di “blocchi in mare” propone di istituzionalizzare le prassi di omissione di soccorso che andrebbero perseguite nei tribunali.

6. Di fronte al fallimento evidente delle politiche di contrasto dei soccorsi umanitari nel Mediterraneo centrale, ed in assenza tanto di un intervento dell’Unione europea, che di un piano nazionale sbarchi, gestibile senza tradursi nel ricorso alla consueta detenzione amministrativa indiscriminata, magari con il pretesto del rispetto degli obblighi di quarantena, occorre rilanciare alcune richieste fondamentali. Se non saranno raccolte per incapacità del sistema politico o per il prevalere del sovranismo che sta avvelenando le fonti della democrazia in tutti i paesi dell’Unione europea, continuerà una guerra contro i migranti che diventerà scontro sociale e farà molte vittime ma non potrà vedere nessun vincitore. Anche se al governo dovessero arrivare Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

A) Vanno sospesi tutti gli accordi bilaterali di cooperazione di polizia con quei paesi terzi che non rispettano i diritti umani e che non sono in grado di garantire alle persone migranti presenti nei loro territori il rispetto dei diritti umani e i soccorsi in mare con lo sbarco in un porto sicuro (place of safety). Sono questi accordi che hanno natura “criminogena” e non le decisioni dei giudici che dichiarano nullo il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia stipulato il 3 febbraio 2017.

Va di converso rafforzata la cooperazione rafforzata con quei paesi europei che condividono l’esigenza primaria della salvaguardia della vita umana in mare e dei diritti umani nei paesi terzi, senza attendere che tutti i paesi europei possano procedere all’unanimità, condizione oggi evidentemente impossibile da realizzare. L’Agenzia FRONTEX deve essere riportata sotto il controllo politico e finanziario del Parlamento europeo, senza gestire autonomamente rapporti con paesi terzi che violano quotidianamente i diritti fondamentali delle persone che fuggono proprio da questi paesi per la mancanza di pace e democrazia, oltre che per le crescenti difficoltà economiche che, ai tempi del COVID 19, finiscono per rendere impossibile la sopravvivenza.

B) Va sospeso il riconoscimento intenazionale di una zona SAR ( ricerca e salvataggio) “libica”, dal momento che è documentata in rapporti delle Nazioni Unite e delle principali organizzazioni internazionali la sorte che attende le persone intercettate in acque internazionali e riportate a terra. In quella che oggi viene ancora impropriamente definita come zona SAR “libica”, mentre non esiste più uno stato libico unitario, vanno organizzate missioni internazionali di soccorso a guida europea, con la successiva redistribuzione diretta dei naufraghi, una volta sbarcati nei porti sicuri più vicini, dunque in Italia o a Malta, verso gli altri paesi europei che vi prendono parte. Le navi umanitarie delle ONG non posono essere impiegate in sostituzione dei mezzi di soccorso che gli stati non apprestano più.

C) Va organizzato il coordinamento tra le autorità maltesi e quelle italiane per garantire il rispetto delle Convenzioni internaionali di diritto del mare nelle rispettive zone SAR ed in particolare nella zona SAR “sovrapposta” tra Malta ed Italia a sud di Lampedusa tra 24 e 40 miglia a sud di Lampedusa. Occorre monitorare le attività dei mezzi utilizzati da Malta nella propria zona SAR, per impedire che proseguano i respingimenti collettivi verso la Libia affidate a flottiglie di pescherecci privati che operano su mandato delle autorità di La Valletta.

D) Le procedure di quarantena dei naufraghi, e comunque dei migranti che comunque arrivano con i cd. sbarchi autonomi, devono essere garantite a terra, evitando anche che le navi traghetto che si vorrebbe continuare ad utilizzare, diventino luoghi di diffusione del contagio e di potenziale pericolo per i naufraghi ed anche per gli operatori che si trovano a bordo. Per la stessa ragione appare vessatorio, oltre che illegittimo imporre, come è stato fatto in Sicilia, che il periodo di quarantena venga trascorso a bordo delle navi soccorritrici. Questo succede quando i presidenti di regione si illudono di avere poteri superiori anche rispetto al legislatore nazionale, e quindi tentano di modificare regole consolidate di diritto internazionale del mare.

Il sistema dei centri di prima accoglienza va totalmente ristrutturato, con la chiusura dell’Hotspot di Lampedusa, la smilitarizzazione delle procedure e delle strutture, e l’immediato trasferimento di tutti i naufraghi, anche con mezzi aerei, verso veri centri di prima accoglienza, distribuiti in diverse regioni italiane, nei quali si possano applicare tutti i protocolli sanitari richiesti per garantire il contrasto del contagio da Covid 19.

E) Le procedure di regolarizzazione devono diventare permanenti, e va reintrodotta la protezione umanitaria abrogata con il primo decreto sicurezza imposto nel 2018 da Salvini. Senza l’abrogazione dei decreti sicurezza adottati dal primo governo Conte la questione dei soccorsi in mare continuerà ad essere contrassegnata da naufragi e da violazioni sempre più gravi del diritto internazionale ed europeo.

Appare probabile che questo governo e questo Parlamento non siano in grado di procedere ad una svolta reale nelle politiche migratorie e persino nella politica estera, fin qui ondivaga sul dossier Libia e troppo cedevole con regimi come quello di Erdogan in Turchia e di Al Sisi in Egitto.

Tutti coloro che si opporranno alle scelte di salvaguardia della vita umana in mare e di allargamento delle vie di fuga per chi si trova intrappolato in Libia porteranno la responsabilità non solo delle vittime in mare, naufraghi per abbandono o per rimpallo delle responsabilità, ma delle conseguenze politiche ed economiche che si abbatteranno sull’Italia come effetto di una politica estera che non mira ad inplementare i diritti umani ed una economia eticamente compatibile nei paesi terzi. Ma si preoccupa soltanto di contenere il numero di migranti in arrivo, senza peraltro riuscirvi. Se a questi fallimenti aggiungiamo le difficoltà che scaturiranno dalla crisi economica globale derivante dal COVID 19 e lo scontro sociale prodotto dalla diffusione dell’odio razziale, il futuro che ci attende dovrebbe davvero spaventarci, ben oltre il rischio di un ritorno della pandemia in Europa.