Migrazioni e diritti umani in Italia ai tempi del COVID-19

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.La campagna di disinformazione di massa. Si avvicina una nuova tornata elettorale, le regionali a settembre, e le stesse forze politiche che criticano il governo per avere mantenuto troppo a lungo il lockdown nelle regioni settentrionali tentano adesso di strumentalizzare casi isolati di focolai, che sono scoppiati a bordo della nave quarantena Moby Zazà, ormeggiata in rada davanti Porto Empedocle (AG) ed a Mondragone in Campania, per nascondere le gravissime responsabilità connesse all’esplosione del COVID 19 in Lombardia ed allo smantellamento della sanità pubblica. Altri focolai ancora oggi diffusi in Italia, anche a ridosso di insediamenti di immigrati, derivano da condizioni di esclusione e di sfruttamento indegne e da una politica delle frontiere che nega i soccorsi in acque internazionali, finanzia le milizie che controllano i centri di detenzione in Libia, ritarda lo sbarco nei porti ed ha poi come target principale chi continua a difendere i diritti umani dei migranti e chiunque tenti di fare informazione sui fatti realmente avvenuti.

Ancora oggi, nelle acque del Mediterraneo centrale, una giornata di ordinaria violazione dei diritti umani delle persone individuate in mare, in acque internazionali, ed abbandonate alle motovedette libiche, mentre le navi militari rimangono silenti ed invisibili, con la certezza che in Libia le persone respinte “su delega” troveranno le stesse torture e gli stessi abusi dai quali erano riusciti a fuggire. Certo, pagando a caro prezzo il loro pedaggio ai trafficanti, ma l’Unione Europea e l’Italia quali alternative offrono a chi viene venduto, stuprato e torturato tutti i giorni ? Ci dovremo fidare delle assicurazioni sul rispetto dei diritti umani che dopo ogni visita al governo di Tripoli provengono dai nostri ministri, prima Salvini, adesso, da ultimo, Di Maio? In cinque anni siamo regrediti dall’operazione Mare Nostrum al tempo dei respingimenti collettivi delegati ai libici e della pulizia etnica. E ancora non abbiamo toccato il fondo. Le notizie filtrano a stento e non si ha alcuna certezza dei tempi e delle modalità di intercettazione delle imbarcazioni cariche di migranti che fuggono dalla Libia. Ancora oggi alcuni dati vengono riferiti puntualmente da Radio Radicale. Ma non si hanno conferme tempestive, nè dalle fonti ufficiali, nè dalle Agenzie delle Nazioni Unite.

Catturati in mare e respinti: 365 naufraghi riportati agli “orrori inimmaginabili della Libia” * 270 sbarcati a Tripoli 95 sbarcati a Khoms Anche i 270 sono stati traferiti via terra a Khoms: i ‘centri’ di Tripoli sono pieni #migranti update Radio Radicale 21:54 *cit. ONU

Le politiche dell’abbandono in mare continuano a produrre vittime, corpi abbandonati ai libici dai mezzi di soccorso degli stati europei che avrebbero potuto intervenire tempestivamente, vittime che non meritano neppure un comunicato ufficiale. Per i superstiti, “il rilascio” in Libia significa soltanto che sono stati fatti scomparire e si trovano forse già nelle mani di altri torturatori, e che il governo libico non garantisce per la loro incolumità. Con la complicità dei governi europei.

IOM Libya@IOM_Libya

Last night, 93 migrants were returned to Khums, #Libya by the coast guard. Among them was a woman who gave birth on the rubber dinghy. Migrants reported to IOM staff that 6 people have died along the journey. They were all released after disembarkation.

Una cappa di silenzio e di controllo militare, come si conviene in tempo di “guerra”, anche se per ora soltanto ad un virus, è calata sui soccorsi in mare e dove non arriva la censura dei grandi organi di informazione, scatta anche l’autocensura di giornalisti e di molti addetti alla comunicazione. Le disposizioni trasmesse, anche attraverso canali riservati, dalle attuali autorità di governo, che continuano ad avvalersi di apparati e di servizi che si confermano da una legislatura all’altra, sono tassative. Dalla Centrale operativa della Guardia costiera italiana e dalla Marina militare, che pure continua ad essere presente nelle acque a nord della Libia con la missione Mare Sicuro, non deve filtrare nessuna notizia, e lo stesso segreto militare caratterizza le attività dell’agenzia europea Frontex e dell’operazione IRINI di Eunavfor Med. Detro questo clima di segreto si perdono le vite di migliaia di persone che vengono abbandonate in mare e riprese dai guardiacoste libici, come si è verificato ancora ieri. Uomini, donne, bambini ripresi da quelle stesse motovedette donate dall’Italia, per le quali il Memorandum d’intesa con il governo di Tripoli, stipulato i 2 febbraio del 2017, e rinnovato quest’anno, garantisce assistenza e coordinamento, con la presenza della missione italiana NAURAS nel porto militare di Abu Sittah a Tripoli.

Il governo maltese ha ringraziato oggi le autorità di Tripoli per la collaborazione nei respingimenti “su delega” ( anche a pescherecci di una flotta privata maltese) che hanno permesso di riportare in Libia migliaia di persone. Anche Salvini nel 2018 si era espresso allo stesso modo. Adesso, forse, arriveranno a Serraj anche i ringraziamenti da parte delle autorità italiane. Che si potrebbero anche complimentare tra loro per gli splendidi risultati della missione Nauras di Mare Sicuro ( operazione della Marina militare italiana) a Tripoli.

A fronte delle tante promesse fatte in passato da Serraj sullo stato di diritto, le dichiarazioni del ministro degli esteri Di Majo che, di rientro da una visita a Tripoli, dichiara che il governo di quella frazione di Libia (GNA) avrebbe garantito in futuro il rispetto dei diritti umani, appaiono smentite da tutti i report internazionali, che accusano anche milizie legate a quel governo di atroci crimini. Un governo, quello di Tripoli (GNA), incapace di sanzionare chi viola i diritti umani sui territori che controlla e che si può ritenere responsabile, soprattutto, dal mantenimento, nei ruoli della sedicente guardia costiera libica, di personaggi, come il noto trafficante Bija di Zawia, che da anni risultano espressione dei gruppi criminali più forti che si camuffano da guardiacoste ma che in realtà operano come trafficanti. Nulla si sa delle modalità delle intercettazioni in acque internazionali, di quelle gestite dai maltesi e di quelle operate dai libici, sotto gli occhi degli agenti europei a bordo dei velivoli di Frontex, e nulla si fa sapere della sorte delle persone che vengono riportate a terra, destinate ad essre abusate e rivendute.

I kit di prima assistenza forniti allo sbarco a Tripoli dai team dell’OIM e dell’UNHCR che ancora possono operare non danno alcuna garanzia sul trattamento che le persone subiranno quando finiranno nelle mani delle milizie o del Dipartimento del governo contro l’immigrazione clandestina (DCIM). Quelle stesse persone che una propaganda becera, ma diffusa peggio di un virus, il virus dell’odio razziale, definisce come “clandestini” quando vengono soccorsi e riescono a essere sbarcati in Italia. E’ ritornata pure la campagna contro le ONG definite come “taxi del mare”, in assenza di alcun riscontro giudiziario certo. Sarebbe tempo che le querele fossero proposte non contro chi racconta i fatti reali ed individua le responsabilità, ma contro chi diffama e calunnia, sfruttando la paura e l’ignoranza di molte persone.

Chiunque continua ancora a rappresentare la realtà dei soccorsi nel Mediterraneo centrale con il richiamo ad una zona SAR “libica” mente sapendo di mentire, perché non esiste una intera zona di mare interamente sotto il controllo di una unica centrale di coordinamento nazionale (MRCC) in Libia, e soprattutto perché la sedicente Guardia costiera libica, per quanto assistita dalla missione italiana NAURAS presente a Tripoli, non ha le capacità operative per garantire la salvaguardia della vita umana in mare nella vastissima zona che si è assegnata. Appare poi in evidente contraddizione la posizione delle Nazioni Unite che con l’IMO (Organizzazione internazionale del mare) riconoscono una zona SAR libica, con le conseguenze che ne derivano, e con le dichiarazioni dell.OIM (Organizzazione internazionale delle migrazioni) e dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) continuano a confermare che la Libia non garantisce porti sicuri di sbarco e che gli Stati devono evitare qualunque tipo di respingimento verso quel paese. Si dovrebbe consultare anche l’ultimo Report dell’OIM sulla presenza del COVID-19 in Libia, per comprendere dove sarebbe necessario intervenire e come. I respingimenti collettivi non risolveranno nulla, anzi aggraveranno tutti i problemi, anche sanitari in un territorio diviso tra milizie in guerra.

Negli scorsi giorni diverse associazioni, tra le quali Statewatch, hanno sottoscritto una lettera aperta con cui si invita l’IMO a revocare la zona di ricerca e salvataggio libica (SAR), a causa del suo status irregolare e delle prassi che subordinano il diritto marittimo, il diritto internazionale e i diritti dei migranti agli obiettivi della politica sull’immigrazione. Nella lettera si denuncia il riconoscimento di zone SAR esclusive, riservate ad un singolo stato, al fine di ritardare i soccorsi, per consentire respingimenti e suggerire che la nazionalità degli equipaggi delle navi di salvataggio possa essere utilizzata come motivo valido per ostacolare il completamento dei soccorsi. Inoltre, secondo la denuncia, questo riconoscimento di una competenza “esclusiva” dei libici viene utilizzato per punire i cittadini europei per aver salvato persone che altrimenti sarebbero state abbandonate al loro destino. Da tempo l’Imo che ha sede a Londra non risponde a queste denunce e gli stati che si avvalgono della finzione di una zona Sar libica si guardano bene dal sollecitare un diverso atteggiamento di questo organismo. Anche su questo silenzio oppure disinformazione per non mettere in discussione le politiche migratorie.

Mentre fino al 2018 si conoscevano nei dettagli tutte le operazioni di soccorso effettuate dalle unità coordinate dalla Centrale oerativa della Guardia costiera italiana, oggi è diventato quasi impossibile conoscere i dettagli delle attività di ricerca e salvataggio (SAR) nelle acque del Mediterraneo centrale, come le coordinate geografiche dei soccorsi, la nazionalità, il sesso e l’età dei naufraghi, se non dei porti libici o tunisini di provenienza. Dettagli che forse sarebbero utili per restituire una identità alle persone e combattere quella disinformazione che permette a Presidenti di regione, sindaci, e giornalisti in cerca di riconoscimenti, di spargere notizie opache, che possono essere facilmente strumentalizzate per uso propagandistico.

2. Dopo la fase due la fase tre… quella dell’intolleraza e dell’odio. Dopo l’apparente superamento della prima fase dell’emergenza sanitaria, il virus dell’intolleranza e dell’odio razziale ha ricominciato a diffondersi sui nostri territori, soprattutto nelle aree più marginali. Dopo lo scoppio di diversi “focolai”, molti vedono le persone di nazionalità straniera, ancora una esigua minoranza, che risultano positive al Covid-19, come untori. Le identiche argomentazioni frutto di propaganda, di egoismo sociale e di totale ignoranza del diritto, si utilizzzano per attaccare chiunque proponga politiche di rispetto dei diritti umani, dai soccorsi in mare per difendere il diritto alla vita, alla regolarizzazione a terra, per salvaguardare il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, la salute dei lavoratori e delle loro famiglie, la salute pubblica, in definitiva. Non saranno certo i processi penali o lo schieramento dell’esercito a difendere la colllettività da un nemico subdolo come il virus Covid-19, che sta dilagando in tutto il mondo senza subire alcun freno alla sua diffusione dal regime di chiusura delle frontiere che quasi tutti gli Stati hanno stabilito e progressivamente inasprito. Adesso che per ragioni economiche le frontiere si vanno riaprendo, con gli attuali dati dei casi nel mondo globalizzzato, i rischi maggiori per una seconda ondata di contagi non provengono certo dalle rotte marine dei migranti che riescono ancora a fuggire dalla Libia, o che partono dalla Tunisia, un paese in ginocchio per la crisi economica seguita alla pandemia.

No di certo, passata la prima emergenza sanitaria, non andrà tutto bene. E dipenderà dagli italiani, non dagli stranieri. Si parla di “ripartenza”, si propaganda un governo retto da un uomo “forte” capace di restituirci le certezze del passato, ma all’orizzonte si intravede soltanto una svolta autoritaria, attraverso una grande operazione di disinformazione di massa per spingere le persone a pensare che minori diritti umani e minore libertà potranno garantire il ritorno alla sicurezza ed al benessere economico. Di cui molti, se non si è persa del tutto la memoria, non godevano neppure prima dello scoppio della pandemia. Dai rapporti di lavoro, alle politiche sociali, dalla politica estera ai modelli di consumo individuale ed al tempo libero si vagheggia un ritorno al passato di cui si ergono a paladini proprio quelle forze sovraniste, come la Lega e nazionaliste, come Fratelli d’Italia, che in altri paesi del mondo, alla prova dell’emergenza COVID-19, hanno prodotto i maggiori disastri sul piano sociale e quindi sanitario. E sono proprio gli alleati in Europa di queste forze, sempre più cementate da un disegno globale di destabilizzazione e di cancellazione delle democrazie liberali e dei diritti umani basati sul multilateralismo, che alzando oogni giorno di più la soglia del ricatto, diventano arbitri dei destini dell’Unione Europea e dell’Italia. Dunque padroni delle nostre vite, prima che i loro alleati in Italia ottengano il potere con un passaggio elettorale. Se questo succede a tutti noi, cittadini già inseriti in un sistema politico ed economico comunque improntato ad un welfare residuale, le vittime sacrificali di questa partita perversa, che in autunno avrà al centro la crisi economica ed il ritorno del contagio, sono le componenti più deboli, le persone ai livelli più bassi della scala sociale, gli immigrati, i disoccupati, i lavoratori interinali, soprattutto nel campo della logistica e dei servizi, oltre i braccianti, le donne prive di autonomia economica, i malati cronici ed i sofferenti per malattie mentali, tutti i “diversi”, siano anche cittadini europei, come i bulgari o i rumeni, altrimenti definti rom quando neppure lo sono. Ma se si tratta di ghettizzare, una definizione vale l’altra.

Le proposte che fanno i governi per il ritorno alla “normalità” ripropongono i vecchi strumenti della chiusura delle frontiere e della clandestinizzazione della forza lavoro migrante. La crisi, prima sanitaria, poi economica e presto anche politica, scaturita in seguito al diffondersi del Covid-19, sembra essere invece qualcosa a sé stante, imprevedibile nel suo futuro svolgersi, lontana da tutti i modelli che abbiamo conosciuto in passato. Il carattere di unicità e la trasversalità dell’impatto che essa ha avuto sul mondo, economico e non solo, ha spiazzato gli esperti e gli analisti, impreparati al cospetto di una crisi tanto particolare quanto estesa su scala globale. Dopo la crisi sanitaria, e la crisi economica, adesso in Italia sta esplodendo la crisi politica e l’opinione pubblica rischia di finire travolta da una ondata propagandistica senza precedenti. La “Bestia” è sempre più attiva, i professionisti dell’odio in rete sono più violenti che mai, e il distanziamento sociale rende ancora difficili quelle manifestazioni spontanenee sui territori che, prima della pandemia, avevano contribuito a sconfiggere l’ondata sovranista e nazionalista.

3. La decretazione dello stato di emergenza. Fino a quando ? Il 31 gennaio 2020 il ​Consiglio dei ministri ha decretato lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, il COVID-19. Da quella data un profluvio di decreti del Presidente del Consiglio (DPCM) ed ordinanze di Presidenti di regione e sindaci, hanno costituito un fitto reticolo normativo, di carattere amministrativo che, oltre a limitare la libertà di circolazione dei residenti in Italia, ha influito sulla indicazione di un porto sicuro di sbarco, imposta dal diritto internazionale del mare e sulla successiva destinazione dei naufraghi nel sistema di prima accoglienza. In conseguenza di questo stato di emergenza è stato emanato il decreto interministeriale del 7 aprile di quest’anno, impropriamente definito come “porti chiusi”. In realtà i porti non sono mai stati chiusi e, mentre si sono fermate per mesi le attività di soccorso delle ONG, sono sempre continuati i cd. sbarchi autonomi, come pure le operazioni di soccorso da parte della Guardia costiera e della Guardia di finanza, abilitate ad intervenire -per ordini superiori di natura politica- soltanto quando le imbarcazioni cariche di migranti fossero entrate nelle nostre acque territoriali (12 miglia dalla costa).

Il provvedimento con cui il ministro dei Trasporti, con il decreto interministeriale del 7 aprile scorso ha deciso il divieto di ingresso nelle acque territoriali soltanto alle navi battenti bandiera straniera che avessero soccorso naufraghi al di fuori della zona SAR italiana, risulta soltanto un atto di natura amministrativa emanato in base ai poteri conferiti al Governo ed alla Protezione civile per fare fronte all’emergenza da COVID-19 proclamata sull’intero territorio nazionale. Si tratta di un atto comunque soggetto ad un sindacato giurisdizionale che avrebbe dovuto accertare il rispetto del principio di uguaglianza, del principio di legalità, ed i requisiti di merito del provvedimento. Resta ancora da valutare in sostanza se vietare il passaggio inoffensivo nelle acque territoriali, e lo sbarco in un porto sicuro in Italia, costituisca un mezzo appropriato per contrastare la diffusione dell’epidemia nel nostro paese, o non costituisca piuttosto, come già verificato dopo il cd. decreto sicurezza bis dello scorso, e prima ancora con le “Direttive” dell’ex ministro dell’interno Salvini, un esercizio abusivo della discrezionalità amministrativa, oltre che per motivi di propaganda, all’evidente fine di ottenere un risultato politico nella trattativa con gli altri partner europei, con la chiamata in causa dello stato di bandiera della nave soccorritrice.

Il Decreto interministeriale del 7 aprile scorso stabilisce nel suo articolo 1 (ambito di applicazione) che “per l’intero periodo di stato di emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus COVID-19, i porti italiani non assicurano i requisiti necessari per la classificazione e definizione di Place of safety (“liogo sicuro”), in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area SAR italiana”. La portata normativa del provvedimento non va oltre, perchè l’altro articolo del provvedimento, l’art. 2 (Disposizioni generali) si limita a stabilire i termini temporali di efficacia, che scatta “dalla data della sua adozione”, e che dunque non può avere effetto retroattivo, e “per la durata del periodo di emergenza sanitaria di cui alla deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020”.

Si può addurre ancora dopo tre mesi dall’adozione del provvedimento la motivazione secondo cui, tenuto contro della situazione di emergenza connessa alla diffusione del Coronavirus e dell’attuale “situazione di criticità dei Servizi sanitari regionali”, e dell’”impegno straordinario svolto dai medici e da tutto il personale sanitario per l’assistenza ai pazienti Covid-19, ” non risulta allo stato possibile assicurare sul territorio italiano la disponibilità di tali luoghi sicuri ( luoghi di sbarco sicuri, n. d.a.), senza compromettere la funzionalità delle strutture nazionali sanitarie,logistiche e di sicurezza dedicate al contenimento della diffusione del contagio e di assistenza e cura ai pazienti Covid-19″. Per quanto si richiami la dichiarazione del 30 gennaio 2020 con la quale l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ha dichiarato la natura pandemica del COVID 19, non si rinvengono ancota tanti casi di positività ai migranti soccorsi negli ultimi mesi dalle navi umanitarie nel Mediterraneo centrale che possano mettere i crisi un sistema sanitario nazionale che appare ormai vuotato della maggior parte dei numerosissimi pazienti italiani che ha assistito nei ricoveri e nelle terapie intensive. Non sembra comunque che tale tipo di argomentazione, seppure collegata alla dichiarazione dello stato di emergenza adottato dal governo italiano il 31 gennaio scorso, possa sospendere a tempo indeterminato l’applicazione delle norme internazionali, europee ed interne che nella interpretazione che ne ha fornito la giurisprudenza, fino alla sentenza della Corte di cassazione dello scorso febbraio, ribadiscono l’obbligo degli stati di completare le operazioni di salvataggio da chiunque svolte, garantendo con la massima tempestività un luogo sicuro di sbarco.

Il Decreto interministeriale del 7 aprile 2020 costituiva sul piano amministrativo un inasprimento del decreto sicurezza bis (D.L. n. 53/2019, convertito nella L. n. 77/2019).  voluto da Salvini quando era ministro dell’interno. Appare evidente come, nelle premesse giustificative del decreto, il ministro delle infrastrutture, di concerto con gli altri ministri coinvolti nella firma del provvedimento, abbia richiamato solo parzialmente il diritto internazionale del mare con un ritorno a tutte quelle motivazioni adottate in precedenza da Salvini per le ordinanze “ad navem” che tendevano a “chiudere” i porti italiani. Ma solo con esclusivo riferimento alle navi delle Organizzazioni non governative che avessero effettuato attività di soccorso in mare, con motivazioni puntualmente disattese da diverse decisioni dei giudici di merito, e da ultimo dalla Corte di cassazione, che hanno ribadito l’obbligo dello stato italiano di indicare un porto di sbarco sicuro quando comunque una nave soccorritrice fosse entrata nella zona SAR ( ricerca e salvataggio) italiana, salva la successiva valutazione in sede giurisdizionale del comportamento del comandante e dell’equipaggio.

La formulazione del decreto interministeriale adottato il 7 aprile 2020 dal governo italiano con il “concerto” di ben quattro ministri, contiene peraltro un richiamo del tutto erroneo ad una singola norma di una Convenzione internazionale, l’art. 19 comma 2 della Convenzione UNCLOS (non quindi alla Convenzione di Amburgo)). Secondo questa previsione lo stato potrebbe vietare l’ingresso di una nave nelle acque territoriali qualificando il suo passaggio come “non inoffensivo”. Risulta non inoffensivo il passaggio nel mare territoriale quando è “pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero” se, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività come ” il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero”.

Il decreto interministeriale tradisce la sua vera finalità, che mira a costituire ulteriori premesse per iniziative dei prefetti, delle acpitanerie di porto e della magistratura che portino al sequestro delle navi umanitarie ed alle incriminazioni dei comandanti e dei capi missione, quando nell’individuare i casi di soccorso che sarebbero compresi nel divieto di sbarco in un porto italiano, atteso che l’Italia intera non potrebbe garantire un place of safety (POS), un porto di sbarco sicuro, fa riferimento esclusivamente ” ai casi di soccorso effettuati da parte di unità battenti bandiera straniera che abbiano condotto le operazioni al di fuori dell’area SAR italiana, in mancanza del coordinamento del IMRCC Roma”. Sarebbe dunque il “coordinamento” delle attività SAR da parte della Centrale operativa della Guardia costiera italiana, ormai indirizzata dalle scelte del ministro dell’interno, che distinguerebbe i soccorsi per i quali i porti italiani resterebbero aperti, pure in presenza della pandemia da COVID-19, da quelli per i quali l’Italia non sarebbe in grado di garantire porti sicuri di sbarco, quelli operati dalle ONG e comunque da navi battenti bandiera straniera, al di fuori della zona SAR italiana e senza il “coordinamento” delle autorità italiane.

Adesso anche i Presidenti di regione e singoli Sindaci reclamano la “chiusura” dei porti, come sta avvenendo in Sicilia, in particolare a Porto Empedocle, e si sollecita il respingimento dei naufraghi perchè potrebbero risultare “infetti”. La dichiarazione di uno stato di emergenza sanitaria per effetto della pandemia da Covid-19, tuttavia, non sospende gli obblighi internazionali degli stati, tenuti a completare le operazioni di soccorso in mare fino allo sbarco a terra dei naufraghi in un porto sicuro (place of safety). Fino a quando sarà esteso lo stato di emergenza proclamato dal governo italiano anche con riferimento allo sbarco in porto dei naufraghi soccorsi da navi battenti bandiera straniera ?

Non trova alcuna giustificazione, nè fondamento nelle Convenzioni internazionali, una limitazione all’ingresso nelle acque territoriali per le sole navi di soccorso che battono bandiera straniera. Navi che non violano le leggi sull’immigrazione ma adempiono ad obblighi di salvataggio che gli stati omettono da tempo.A prescindere dallo stato di bandiera,  quando una nave carica di persone soccorse in acque internazionali si trovi al limite o all’interno della cd. “zona contigua” alle acque territoriali, e chiede di fare ingresso in porto per sbarcare naufraghi, ricade sotto la giurisdizione dello stato, sia per l’adozione delle misure di carattere penale ed amministrativo, sia in modo corrispondente per quanto riguarda gli obblighi di sbarco e di assistenza, con particolare riferimento ai minori ed ai soggetti più vulnerabili. Obblighi di assistenza che non potranno essere assolti indicando un altro paese competente o inviando soltanto scorte di vestiario e rifornimenti di viveri o provvedendo alle esigenze sanitarie più urgenti, senza trovare una soluzione immediata di sbarco a terra.

4.  L’orientamento della giurisrudenza italiana sui soccorsi in mare. La Corte di Cassazione in una sua recente sentenza sul caso Rackete (Sentenza 20 febbraio 2020 (ud. 16 gennaio 2020), n. 6626) ha ricostruito con precisione l’intero sistema normativo che dovrebbe regolare i soccorsi in mare, individuando gli obblighi a carico delle navi soccorritrici e degli stati. La Corte di Cassazione, con la decisione dello scorso febbraio, ha confermato “la valutazione del Giudice di Agrigento, che ha ritenuto non ci fossero i presupposti per convalidare l’arresto, eseguito in quel descritto contesto fattuale, poiché operante il divieto di cui all’art. 385 cod.proc.pen., è corretta. La verosimile esistenza della causa di giustificazione è stata congruamente argomentata. In questo ambito, il provvedimento ripercorre, necessariamente, le fonti internazionali (Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare, SOLAS- Safety of Life at Sea, Londra, 1974, ratificata dall’Italia con la legge n. 313 del 1980; Convenzione SAR di Amburgo del 1979, resa esecutiva dall’Italia con la legge n. 147 del 1989 e alla quale è stata data attuazione con il D.P.R. n. 662 del 1994; Convenzione UNCLOS delle Nazioni Unite sul diritto del mare, stipulata a Montego Bay nel 1982 e recepita dall’Italia dalla legge n. 689 del 1994), sia allo scopo di individuare il fondamento giuridico della causa di giustificazione, identificata nell’adempimentodel dovere di soccorso in mare, sia al fine di delinearne il contenuto idoneo a scriminare la condotta di resistenza. Proprio le citate fonti pattizie in tema di soccorso in mare e, prima ancora, l’obbligo consuetudinario di soccorso in mare, norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta e pertanto direttamente applicabile nell’ordinamento Io interno, in forza del disposto di cui all’art. 10 comma 1 Cost. – tutte disposizioni ben conosciute da coloro che operano il salvataggio in mare, ma anche da coloro che, per servizio, operano in mare svolgendo attività di polizia marittima -, sono il parametro normativo che ha guidato il Giudice nella valutazione dell’operato dei militari per escludere la ragionevolezza dell’arresto della Rackete, in una situazione nella quale la citata causa di giustificazione era più che “verosimilmente” esistente. Nè si potrebbe ritenere, come argomenta il ricorrente, che l’attività di salvataggio dei naufraghi si fosse esaurita con il loro recupero a bordo della nave. L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale SAR di Amburgo, non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro (c.d. “piace of safety”). 

Secondo la Corte di Cassazione “Le Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare (Ris. MSC.167-78 del 2004) allegate alla Convenzione SAR, dispongono che il Governo responsabile per la regione SAR in cui sia avvenuto il recupero, sia tenuto a fornire un luogo sicuro o ad assicurare che esso sia fornito. Per l’Italia, il piace of safety è determinato dall’Autorità SAR in coordinamento con il Ministero dell’Interno. Secondo le citate Linee guida, «un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse; dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata; le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte; e può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale» (par. 6.12). «Sebbene una nave che presta assistenza possa costituire temporaneamente un luogo sicuro, essa dovrebbe essere sollevata da tale responsabilità non appena possano essere intraprese soluzioni alternative». (par. 6.13)”. Per la Corte di Cassazione, “Non può quindi essere qualificato “luogo sicuro”, per evidente mancanza di tale presupposto, una nave in mare che, oltre ad essere in balia degli eventi metereologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone soccorse. Né può considerarsi compiuto il dovere di soccorso con il salvataggio dei naufraghi sulla nave e con la loro permanenza su di essa, poiché tali persone hanno diritto a presentare domanda di protezione internazionale secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, operazione che non può certo essere effettuata sulla nave. Ad ulteriore conferma di tale interpretazione è utile richiamare la risoluzione n. 1821 del 21 giugno 2011 del Consiglio d’Europa (L’intercettazione e il salvataggio in mare dei domandanti asilo, dei rifugiati e dei migranti in situazione irregolare), secondo cui «la nozione di “luogo sicuro” non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali» (punto 5.2.) che, pur non essendo fonte diretta del diritto, costituisce un criterio interpretativo imprescindibile del concetto di “luogo sicuro” nel diritto internazionale”.

5. Obblighi di soccorso in mare a carico degli stati e tutela dei diritti umani. Si può ritenere che tra i “principi generali” dell’ordinamento italiano che garantiscono i diritti fondamentali a qualunque persona, che non sono derogabili in base alla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo, ricorra, oltre al principio di non refoulement, affermato dalla Convenzione di Ginevra del 1951, il dovere primario di salvaguardare la vita umana in mare e di realizzare operazioni di ricerca e soccorso in conformità alle Convenzioni internazionali di diritto del mare, anche per l’espresso richiamo che si fa a tali Convenzioni negli articoli 10 e 117 della Costituzione italiana. Il diritto alla vita, il divieto di trattamenti inumani o degradanti, il diritto alla salute ed il divieto di respingimenti collettivi costituiscono limiti alla sovranità dello Stato ed ai poteri discrezionali dei singoli ministri o dell’intero governo. Lo affermano in più occasioni i Tribunali internazionali, come nei casi Hirsi, Sharifi Khlaifia decisi dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo con tre pesanti sentenze di condanna nei confronti dell’Italia, condanne definitive che oggi si cerca di aggirare in tutti i modi.

In base all’art. 98 della Convenzione Unclos del 1982, titolato «Obbligo di prestare soccorso», ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo e proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa. In base alla stessa Convenzione, ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali. 

L’articolo 15 del capitolo V della Convenzione per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS) 1974 fissa le regole di base in ordine alle operazioni di ricerca e soccorso. Secondo questa norma, “Ciascun Governo contraente si impegna ad assicurare che tutte le necessarie disposizioni siano prese per la sorveglianza e per il soccorso delle persone in pericolo in mare in prossimità delle loro coste»; ed inoltre: “Ciascun Governo contraente si impegna a fornire notizie concernenti i mezzi di salvataggio di cui dispone e gli eventuali progetti di modifica di tali mezzi”.

La Convenzione di Amburgo, conosciuta come Convenzione SAR {Search and Rescue) del 1979, stabilisce gli obblighi di ricerca e salvataggio a carico degli stati, gli aspetti tecnici più importanti di attuazione degli obblighi di soccorso sono contenuti nell’”Annesso alla Convenzione” che consta di sei capitoli. Secondo l’articolo 2, punto 2 della Convenzione di Amburgo, “Nessuna disposizione della Convenzione dovrà essere interpretata in modo da pregiudicare gli obblighi o i diritti delle navi, definiti in altri strumenti internazionali.” Evidentemente per il governo italiano che, a fronte dell’emergenza sanitaria derivante dalla pandemia COVID-19,  ha disposto la chiusura dei porti con un decreto interministeriale basato esclusivamente sul richiamo alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare(UNCLOS) del 1982, senza fare alcun riferimento alla Convenzione SOLAS ( sulla sicurezza della navigazione) ed alla Convenzione di Amburgo sui soccorsi in mare (SAR) del 1979, che pure stabiliscono obblighi precisi in capo agli stati.

Gli accordi tra gli stati previsti dall’Annesso alla Convenzione di Amburgo che costituisce parte integrante della convenzione sono finalizzati al soccorso immediato delle persone in pericolo in mare e non si prestano a giustificare defatiganti trattative tra stati al fine della ripartizione dei naufraghi. Le parti contraenti devono assicurare le necessarie disposizioni per l’approntamento di adeguati servizi di ricerca e soccorso intorno alle loro coste, in modo da garantire un’immediata risposta a qualsiasi chiamata di soccorso, e adottare urgenti azioni per la più appropriata assistenza a qualsiasi persona in pericolo.
Le parti sono invitate a coordinare i loro servizi e mezzi nazionali, creando dei centri e sottocentri di coordinamento (RCC e RSC), questi ultimi dotati di mezzi per telecomunicazioni con le unità navali ed aeree e con gli RCC e RSC adiacenti. Il terzo capitolo dell’Annesso alla Convenzione SAR prevede il coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso di ciascun Paese con quelle dei Paesi vicini e le procedure per le autorizzazioni da concedere
.per l’accesso di unità navali e/o aeree di soccorso di tali Paesi nelle o al di sopra delle acque territoriali nazionali. In base al punto 3.1.9 della Convenzione di Amburgo del 1979, oggetto di un emendamento introdotto nel 2004, «la Parte responsabile della zona di ricerca e salvataggio in cui viene prestata assistenza si assume in primo luogo la responsabilità di vigilare affinché siano assicurati il coordinamento e la cooperazione suddetti, affinché i sopravvissuti cui è stato prestato soccorso vengano sbarcati dalla nave che li ha raccolti e condotti in luogo sicuro, tenuto conto della situazione particolare e delle direttive elaborate dall’Organizzazione marittima internazionale (Imo). In questi casi, le Parti interessate devono adottare le disposizioni necessarie affinché lo sbarco in questione abbia luogo nel più breve tempo ragionevolmente possibile». Tale obbligo ricorre anche nel caso in cui le attività di ricerca e soccorso debbano essere svolte al di fuori della zona Sar di competenza, laddove l’autorità dello stato che sarebbe, invece, competente in base alla delimitazione convenzionale delle zone Sar non intervenga, o non risponda entro un tempo ragionevole. Sarà l’autorità nazionale che ha avuto il primo contatto con la persona in pericolo in mare a coordinare le operazioni di salvataggio.

Il quinto capitolo dell’Annesso alla Convenzione di Amburgo (SAR)definisce le fasi di emergenza per gli scopi operativi che caratterizzano un’operazione di ricerca e salvataggio, dalla ricezione di un messaggio di soccorso (allertamento) fino alla fase di intervento dei mezzi e loro coordinamento (fase di soccorso). secondo quanto previsto dal Paragrafo 5.1.9, “Ciascuna unità che è a conoscenza di un caso di pericolo adotta immediatamente delle misure a seconda delle sue possibilità al fi ne di prestare assistenza o dà l’allarme alle altre unità in grado di prestare assistenza ed avverte il centro di coordinamento di salvataggio o il centro secondario di salvataggio della zona in cui siè verificato il caso di pericolo”.

Nessuno stato, avvertito di un evento di soccorso di persone in situazione di pericolo in alto mare, può dunque rifiutare il coordinamento delle prime fasi delle attività SAR, o attendere l’esito di trattative con altri stati, ad esempio con lo stato di bandiera della nave soccorritrice, allo scopo di “scaricare” su quest’ultimo l’onere dello sbarco a terra dei naufraghi, come in diverse occasioni è stato affermato dal ministro dell’interno Lamorgese.  Appare poi del tutto fuorviante ritenere che lo stato di “primo contatto” possa essere lo “stato di bandiera” della nave soccorritrice sulla quale sono saliti i naufraghi, e non invece la prima autorità statale informata dell’evento di soccorso e chiamata a predisporre gli interventi necessari nel tempo più rapido possibile,attivando tutte le forme di coordinamento e di intervento previste dalla Convenzione di Amburgo. Se si ritenesse come paese competente per la indicazione del porto di sbarco sicuro quello di bandiera della nave soccorritrice, l’intero sistema del soccorso in mare risulterebbe inficiato, e non si può prevedere che tale regola operi esclusivamente a danno delle navi delle Organizzazioni non governative, e non anche per i soccorsi operati dalle navi commerciali, o da quelle militari, incluse quelle delle missione Eunavfor MED denominata IRINI, che infatti sbarcheranno in Grecia tutti i naufraghi che soccorreranno nell’ambito della loro attività.

Secondo l’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati, titolato «Trattati in contrasto con una norma imperativa del diritto internazionale generale (jus cogens)», è nullo qualsiasi Trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale. Ai fini della stessa Convenzione, per norma imperativa di diritto internazionale generale si intende una norma che sia stata accettata e riconosciuta dalla Comunità internazionale degli Stati nel suo insieme in quanto norma alla quale non è permessa alcuna deroga e che non può essere modificata che da una nuova norma di diritto internazionale generale avente lo stesso carattere. È bene ricordare che per Trattato internazionale si intende qualunque «accordo internazionale concluso per iscritto tra Stati e regolato dal diritto internazionale, che sia costituito da un solo strumento o da due o più strumenti connessi, qualunque ne sia la particolare denominazione».

6. Prosegue la criminalizzazione dei soccorsi in mare, ed il diritto alla vita? Adesso siamo arrivati al punt che qualche sindaco arriva a minacciare gli operatori umanitari perchè le azioni di soccorso dovrebbero essere limitate a quel numero di persone che ciascuna imbarcazione può trasportare rispettando le regole del distanziamento sociale. Quanto di più stupido e cattivo, di quella “cattiveria” di cui si fa esempio il leader leghista Salvini, adesso seguito da numerosi adepti anche in Sicilia. Come se, in presenza di naufraghi che stanno annegando in alto mare, con le centrali di coordinamento (MRCC) che lesinano i loro interventi, il comandante dovesse sceglierne solo una parte da salvare, in baso al numero dei “posti disponibili” che si ritrova a bordo, e lasciare annegare quelli per cui non ha posto, magari in attesa che uno stato invii un mezzo di soccorso. Circostanza che negli ultimi tempi, in acque internazionali, è sempre più rara.

In mare si continua a morire, sia sulle rotte libiche che su quelle che partono dalla Tunisia, paese verso il quale di recente le organizzazioni criminali trasferiscono molti migranti sub sahariani per farli poi partire verso le coste italiane. Rimangono ancora inascoltati gli appelli che l’OIM e l’UNHCR hanno lanciato. Anche nel Mediterraneo centrale si dovrebbero garantire vie legali di fuga dalla Libia e missioni di soccorso coordinate tra gli stati e le Organizzazioni non governative. Ci sarebbe da auspicare, ma le più recenti convulse reazioni all’emergenza delle forze politiche in Parlamento non lasciano molto da sperare, che i principi sanciti dalla Corte di Cassazione vengano riconosciuti anche dal legislatore con l’abrogazione degli articoli 1 e 2 del decreto sicurezza bis (D.L. n. 53/2019, convertito nella L. n. 77/2019) che permettevano, e permettono tuttora al ministro dell’interno, piuttosto che al ministro delle infrastrutture, di impedire o ritardare lo sbarco in un porto sicuro dei naufraghi soccorsi in acque internazionali da mezzi privati, soprattutto nel caso in cui questi appartengano alle organizzazioni non governative, a torto ritenute ancora “complici dei trafficanti”“taxi del mare”, “fattori di attrazione (pull factor)“, definizioni spregevoli in contrasto con la realtà, oltre che con i dati normativi, che adesso i chiari principi affermati dalla Corte di cassazione avrebbero dovuto spazzare via. Sarà importante che tali principi, soprattutto nella parte in cui si ribadiscono gli obblighi di soccorso a carico degli stati fino alla indicazione di un porto di sbarco sicuro, già presi in considerazione nei numerosi casi di archiviazione delle accuse contro le ONG, siano tenuti presenti negli eventuali procedimenti giudiziari che potrebbero essere avviati nei confronti degli operatori umanitari dopo i soccorsi più recenti, come nei diversi processi ancora aperti a Trapani (Juventa), ancora nella fase delle indagini preliminari a quasi tre anni dai fatti, ed a Ragusa (Open Arms), addirittura per violenza privata. Perchè, diventa forse violento chi richiede di completare una operazione di soccorso in mare con lo sbarco a terra, in un porto sicuro, secondo le regole del diritto internazionale ?

7.La mancanza di un piano sbarchi e il ritardo nei trasferimenti alimenta il populismo e la guerra tra poveri. La politica dei centri hotspot, voluta dall’Uione Europea, e la mancanza di un piano sbarchi del governo ai tempi del COVID-19, dopo lo smantellamento del sistema SPRAR ( adesso ridefinito SIPROIMI) , di fronte alla ripresa delle partenze dalla Libia in piena guerra civile, sta offrendo il pretesto per riaccendere la tensione nei luoghi di arrivo ed a Lampedusa in particolare. Il prezzo più alto di questa ennesima violazione del diritto internazionale in nome dello stato di emergenza, non sarà pagato dagli operatori umanitari ma soprattutto dai migranti, che ancora in questi giorni, se non raggiungono direttamente le coste italiane con le navi delle ONG, risultano dispersi. La proliferazione di tanti piccoli sbarchi autonomi, anche se produce un numero di arrivi infinitamente più basso rispetto agli anni dal 2013 al 2018, alimenta la “sindrome dell’invasione”.

Le politiche di chiusura dei porti, così come lo spiegamento degli assetti navali militari fino al limite delle acque territoriali italiane, e gli accordi con paesi che non garantiscono attività di salvataggio e rispetto dei diritti umani, hanno prodotto, e produrranno ancora di più in futuro, abbandono e morte in mare, violazioni della dignità umana e trattamenti inumani o degradanti nei territori, sia nei paesi di origine che nei paesi di arrivo. Il dispiegamento delle unità navali europee della missione IRINI al largo delle coste orientali della Libia non sembra in grado di intercettare il traffico di armi che sta alimentando il conflitto civile che divampa ancora in questi giorni. Nè risulta ancora un solo salvataggio riferibile ad unità che partecipano alla missione. Come non risultano interventi di ricerca e soccorso in acque internazionali operati dalle navi militari della missione italiana “Mare sicuro” stabilmente ubicata al largo delle coste libiche.

La mancanza di una politica estera europea, il ruolo ormai preponderante della Turchia di Erdogan e l’ipoteca russa e americana sulla politica delle Nazioni Unite in Libia stanno accrescendo la conflittualità non solo sul terreno ma anche nelle acque del Mediterraneo centrale, dove il vero controllo militare è svolto prevalentemente dalle navi della marina militare turca, alleata del governo di Tripoli. Nelle città libiche, intanto, il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, sostenuto dai russi, dagli egiziani, e dalla Francia, ha continuato a bombardare gli ospedali ed a tagliare le condutture d’acqua, gettando nel panico la popolazione civile, che adesso deve affrontare anche la minaccia del COVID-19. Al momento in Libia è più probabile saltare su una mina o restare vittima di un bombardamento aereo che contrarre il virus del COVID-19 e morire. Tutte le vie legali di uscita dal paese, diviso tra diverse fazioni armate in guerra, sono bloccate. Per queste ragioni deve essere sospeso imediatamente dall’IMO il riconoscimento di una zona SAR “libica” e nelle acque internazionali prospicenti le coste libiche dovranno essere le navi delle missioni internazionali e dei paesi più vicini, come Italia e Malta, ad operare le missioni di ricerca e salvataggio. La missione Nauras della Marina militare italiana deve essere immediatamente ritirata dal porto di Tripoli. E la magistratura, ordinaria e militare, dovà accertare tutte le responsabilità.

Dal governo di Malta si possono solo attendere altre omissioni di soccorso ed altri respingimenti verso la Libia. Le autorità de La Valletta, che già hanno accordi con i libici, hanno annunciato che non consentiranno più alcuno sbarco sulla loro isola, ritenendo anche il loro porto “non sicuro”. Una ennesima violazione del diritto internazionale del mare e della Convenzione di Ginevra, che prende spunto dalle decisioni del governo italiano.

Il governo italiano sembra interessato soltanto a fare la guerra alle ONG, senza considerare che la maggior parte dei migranti arriva, e comunque arriverà anche nei mesi prossimi “con sbarchi autonomi”, su imbarcazioni che sono in grado di raggiungere il territorio italiano.

Avevamo chiesto da tempo il rinforzo ed il coordinamento delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale, con un coordinamento tra attività delle ONG e le doverose attività di ricerca e salvataggio degli stati, anche in acque internazionali. Avevamo richiesto l’adozione di un piano nazionale per gli sbarchi, in un momento in cui potrebbe venire meno la limitata disponibilità di alcuni paesi europei ad accettare, sulla base del  Memorandum provvisorio di Malta dello scorso anno, il ritrasferimento di una parte delle persone sbarcate in Italia dopo essere state soccorse in mare. Nessuna di queste richieste è stata accolta ed anzi il governo italiano ha inasprito le precedenti scelte repressive imposte da Salvini quando era ministro dell’interno. Adesso si è arrivati nella sostanza ad accettare le scelte di chiusura dei porti proposte dalle formazioni sovraniste. 

Non saranno certo le“navi hotspot”, come la Moby Zazà che fa la spola tra Lampedusa e Porto Empedocle, a garantire che la quarantena dei naufraghi si possa completare prima dello sbarco in terra e della individuazione di un paese verso il quale trasferire i richiedenti asilo (e soltanto loro).

La “guerra” ai soccorsi in mare che si combatte nel Mediterraneo centrale è certamente più lontana ( anche nel cuore degli italiani) dalla “guerra” contro il COVID-19, una guerra che, soprattutto nelle regioni settentrionali continua a  fare ancora vittime tutti i giorni. Vittime vicine, visibili, a differenza delle migliaia di vittime disperse in mare o incatenate nei centri di detenzione in Libia, sotto bombardamento oppure merce di scambio tra milizie e trafficanti. Per tutte queste vittime, la tragicità della morte disintegra i tentativi di manipolazione e di occultamento. Se qualcuno pensa che si possano bloccare gli sbarchi di migranti in fuga dalla Libia eliminando le ONG ed impedendo i soccorsi, o ritirando i mezzi della Marina e della Guardia costiera che in passato operavano attività di ricerca e salvataggio nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, si troverà presto smentito. E si dovrà affrontare una grave emergenza perché gli sbarchi incontrollati saranno molto più numerosi di quelli conseguenti ai soccorsi operati dalle navi umanitarie italiane e straniere. Le conseguenze dell’allontanamento delle ONG si riverbereranno anche sullo stato di salute delle persone che arriveranno comunque a sbarcare a terra. E nelle prossime settimane saranno centinaia, se non migliaia di persone, ennesima riprova che non erano le ONG a costituire un fattore di attrazione (pull factor).

Questa “guerra” contro i migranti e chi presta loro assistenza, non avrà vincitori ma soltanto vinti. I primi a perdere saranno coloro che ci rimetteranno la vita, o che saranno riportati indietro dalla sedicente guardia costiera libica, ammesso che il governo di Tripoli continui a collaborare davvero con le autorità italiane e con l’Unione Europea, per intercettare anche in acque internazionali le persone che riescono a fuggire da un territorio che ormai è fuori controllo e nel quale le diverse milizie si affrontano con i mezzi più spietati. Ma in una partita che ormai sembra giocarsi soprattutto tra Russia e Turchia, saranno sconfitti anche i governi europei, ormai fortemente condizionati dai partiti sovranisti e nazionalisti, ed i loro sostenitori, perché sono rimasti senza un barlume di politica estera comune e di piani di accoglienza allo sbarco. Gli stati della sponda mediterranea dell’Unione Europea, l’Italia, soprattutto, senza piani di soccorso, misure di prima accoglienza  e regolarizzazione delle persone comunque presenti nel territorio dello stato, si troveranno ad affrontare una emergenza sociale e sanitaria senza precedenti. Le misure repressive non basteranno più. Né il carcere, né i processi agli operatori umanitari, né i centri di detenzione potranno risolvere questi problemi. Alla fine comunque si dovranno trovare politiche e prassi operative capaci di rispondere immediatamente alle richieste di soccorso in mare e distribuire tempestivamente, sull’intero territorio nazionale, con il rispetto di rigorosi protocolli sanitari, tutte le persone che saranno salvate, anche al di fuori delle acque territoriali italiane.

Ci vorranno poi altre politiche per concordare con gli stati che sono titolari di zone SAR limitrofe interventi coordinati per il salvataggio e lo sbarco in un porto sicuro, senza lasciare perire in mare altre migliaia di innocenti e senza alimentare milizie che in Libia, da tutte le parti, stanno dimostrando una crescente crudeltà. Sarà necessario un approccio al conflitto civile libico, ed alle crisi nei paesi di origine, che privilegi la soluzione dei problemi che sono all’origine delle partenze, come la guerra o la dittatura, ed anche le crisi sanitarie, adesso che il COVID 19 si diffonde in tutto il mondo, piuttosto che puntare esclusivamente sul contenimento, a qualsiasi costo, degli arrivi in Europa.

8. Occorre una svolta politica, altrimenti sarà comunque populismo consociativo.

Non si può accettare  che la situazione di progressiva erosione dei diritti umani riconosciuti dalle Convenzioni internazionali, determinata magari dai condizionamenti imposti dagli stessi soggetti politici che poi sfruttano le immagini di abbandono e desolazione che derivano dalle loro politiche,  possa continuare ancora ad aggravarsi nella lunga fase di “convivenza” con la pandemia da COVID-19. Occorre una  proposta complessiva e coraggiosa di svolta politica sui temi dell’immigrazione e del soccorso in mare, dal punto di vista legislativo  e quindi delle prassi applicate,  che segnino una vera discontinuità con quanto finora avvenuto, e che si continua a verificare, malgrado il parziale cambio di governo. Lo stato di emergenza proclamato in occasione della pandemia da COVID-19 rischia di subordinare i diritti umani dei migranti e la libertà di azione di chi li soccorre e presta loro assistenza, ad un astratto interesse generale di carattere sanitario che si presta come grimaldello per scardinare i diritti fondamentali che vanno riconosciuti a qualunque persona quale che sia la sua nazionalità o il suo stato giuridico (come ricorda l’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998). 

Non si può accettare  che la situazione di progressiva erosione dei diritti umani riconosciuti dalle Convenzioni internazionali, determinata magari dai condizionamenti imposti dagli stessi soggetti politici che poi sfruttano le immagini di abbandono e desolazione che derivano dalle loro politiche,  possa continuare ancora ad aggravarsi nella lunga fase di “convivenza” con la pandemia da COVID-19. Occorre una  proposta complessiva e coraggiosa di svolta politica sui temi dell’immigrazione e del soccorso in mare, dal punto di vista legislativo  e quindi delle prassi applicate,  che segnino una vera discontinuità con quanto finora avvenuto, e che si continua a verificare, malgrado il parziale cambio di governo. Lo stato di emergenza proclamato in occasione della pandemia da COVID-19 rischia di subordinare i diritti umani dei migranti e la libertà di azione di chi li soccorre e presta loro assistenza, ad un astratto interesse generale di carattere sanitario che si presta come grimaldello per scardinare i diritti fondamentali che vanno riconosciuti a qualunque persona quale che sia la sua nazionalità o il suo stato giuridico (come ricorda l’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998). 

A) Va ritirato il Decreto interministeriale del 7 aprile 2020 che dichiara i porti italiani “non sicuri”, e quindi vieta l’ingresso, ma solo per le imbarcazioni battenti bandiera straniera che abbiano soccorso naufraghi in acque internazionali. Occorre anche una nuova legge che abroghi i decreti sicurezza, e dunque oltre al decreto sicurezza bis n.53/2019 (convertito nella legge,8 agosto 2019, n. 77) anche il decreto n.113/2018 (non solo per le previsioni che abbattono il diritto alla protezione e ridimensionano il sistema di accoglienza).

 B) Il trattenimento amministrativo va limitato solo a pochi casi più gravi nei quali ci sia una sentenza di condanna passata in giudicato e i rimpatri forzati vanno sospesi fino a quando non sarà superata la diffusione del COVID-19. La maggior parte dei paesi del mondo, peraltro, ha chiuso le proprie frontiere anche per i propri cittadini oggetto delle procedure di rimpatrio con accompagnamento forzato. Andrebbe invece incentivato il rimpatrio volontario. E’ urgente adottare un provvedimento di regolarizzazione permanente e generalizzata, a regime, sulla base di un contratto di lavoro o di uno stabile rapporto con il territorio e in tutti i casi in cui sia evidente che non ci sono concrete possibilità di rimpatrio.  La regolarizzazione deve rivolgersi, anche in assenza di un contratto di lavoro, a tutti coloro che  dopo avere presentato richiesta di protezione internazionale hanno atteso anni per la definizione della loro procedura con un esito negativo.

 C) Va reintrodotto l’istituto della protezione umanitaria come attuazione del diritto alla protezione garantito dall’articolo 10 della Costituzione. Una normativa specifica dovrà riguardare coloro che hanno subito violenza, le donne con figli minori le vittime di tortura, che vanno aiutati con percorsi di sostegno e una stabile legalizzazione. Tutti coloro che sono arrivati dalla Libia, per le violenze subite in quel paese, ormai in una situazione di guerra civile permanente tra bande e milizie, devono avere riconosciuta almeno la protezione umanitaria, ovvero come oggi si può denominare, “per casi speciali”, se non un grado più elevato di protezione, ove ne ricorrano i presupposti, indipendentemente dalla situazione nel paese di origine. Come era possibile prima dell’abrogazione della protezione umanitaria. E come sarebbe imposto ancora oggi anche da una interpretazione conforme al testo costituzionale dell’art. 19 del Testo unico sull’immigrazione n. 286/1998. Infatti, in caso di rimpatrio nel paese di origine, dopo le violenze che queste persone hanno subito in Libia, non potrebbero avere alcuna forma di risarcimento e di tutela effettiva dei propri diritti fondamentali.

D)  In attesa che l’Unione Europea modifichi sostanzialmente il Regolamento Dublino occorre prevedere un percorso preferenziale per il riconoscimento di uno status di protezione per tutti  coloro che vengono riportati in Italia da altri paesi europei e garantire  loro uno status di accoglienza dignitoso in linea con gli standard imposti  dalle direttive  dell’Unione Europea.

E) Il rispetto dei nuovi protocolli sanitari imposti dall’emergenza da COVID-19 impone un ripensamento complessivo del sistema di accoglienza, con la chiusura delle strutture troppo grandi o nelle quali si siano verificate disfunzioni evidenti. Piuttosto che moltiplicare le navi traghetto destinate alla quarantena dei migranti si dovrebbero allestire strutture a terra che abbiano tutti i requisiti di sicurezza previsti dai protocolli sanitari e che possano quindi garantire il necessario isolamento senza diventare ghetti o centri di detenzione informale.

Siamo circondati, in Italia, ed in Europa, da persone che condividono politiche di morte e i governanti ci dicono ancora di sperare nella “ripartenza”. Siamo una società condannata all’autodistruzione, il virus dell’egoismo e della paura dell’altro si e’ gia’ mangiato le nostre coscienze. Inutile attendersi soluzioni che non verranno dall’Unione Europea. Senza il rispetto del diritto internazionale e della Costituzione italiana, che prevede il diritto di asilo e la valenza superiore delle Convenzioni internazionali che stabiliscono gli obblighi di soccorso in mare, vietando accordi con paesi che non rispettano i diritti umani, per l’Italia e per l’intera Europa, sempre più divisa e ricattabile, non c’è futuro.