Malta respinge in Libia e criminalizza il soccorso in mare mentre l’Italia resta a guardare.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Alla fine le quattro navette per turisti usate dai maltesi per trattenere in detenzione, con il pretesto della quarantena, oltre 400 migranti, intrappolati in condizioni disumane in alto mare per piu’ di un mese, nella zona di ormeggi offshore davanti a La Valletta, sono state costrette ad entrare in porto. Nessun paese europeo ha accettato ridislocazioni di migranti trattenuti illegalmente in acque internazionali a bordo delle navette Hotspot, persone già provate dalle condizioni terribili di detenzione dalle quali erano fuggite, uomini, donne, minori, all’ammasso, tutti usati come arma di ricatto verso gli altri stati dell’Unione europea.

Riparte intanto a Malta la campagna di criminalizzazione contro i migranti ed i cittadini solidali. Dopo lo sbarco a terra dei “rivoltosi” possiamo attendere arresti e processi. O no? Rimane da capire se i maltesi hanno arrestato qualcuno dei naufraghi che hanno protestato, e con quali accuse. E quanto convenga al governo ricostruire davanti ad un tribunale quanto è veramente successo a bordo delle navi della società “Captain Morgan” noleggiate per impedire dopo i soccorsi lo sbarco a terra. Si potrebbe accertare ad esempio se con i coltelli da cucina sono state inferte ferite all’equipaggio, o se piuttosto non siano i corpi dei naufraghi a portare ancora i segni dei colpi subiti nelle concitate fasi del trasbordo e della lunga permanenza a bordo delle navi Hotspot.

Le proteste ed i tentativi di atti autolesionisti prima dell’ingresso nelle acque maltesi non sono mancati, ma come al solito, per le narrazioni riferite dai giornali, si corre il rischio di criminalizzare tutti coloro che sono stati trattenuti per oltre un mese, in condizioni disumane, a bordo di navette idonee soltanto ad escursioni giornaliere, come adesso sembra riconoscere anche il premier maltese Abela.

Tra i naufraghi qualcuno ha usato violenza per ottenere lo sbarco a La Valletta ? Oppure si tratta delle conseguenze della ennesima menzogna di un governo, come nel caso Vos Thalassa a Trapani? Quando Salvini, prima ancora che la nave entrasse in porto, pretendeva che lo sbarco fosse seguito dagli arresti di chi si era ribellato al tentativo di respingimento collettivo in Libia. Arresti eseguiti ma che poi si rivelarono infondati, alla luce della sentenza del Tribubale di Trapani che riconosceva ai naufraghi, che rischiavano di subire la lesione dei loro diritti fondamentali, la esimente della legittima difesa e li assolveva dai reati contestati dalla Procura. In quella sentenza si dimostrava in modo ineccepibile la nullità degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, che l’attuale governo continua a ritenere validi. Al punto che li rifinanzia, mantiene in vigore il decreto sicurezza bis (che li presuppone) ed ha persino adottato un provvedimento di chiusura dei porti per le navi straniere che hanno soccorso naufraghi in acque internazionali (decreto interministeriale 7 aprile 2020) che contrasta con il dovere di indicare tempestivamente un porto sicuro di sbarco a terra al fine di completare le operazioni di soccorso in mare (SAR).

Anche a Malta i naufrraghi che hanno protestato hanno temuto la lesione dei loro diritti fondamentali ed avevano già subito per oltre 40 giorni trattamenti inumani e degradanti vietati dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Perchè si può definire come “trattamento inumano e dagradante” la quarantena imposta per oltre un mese giorni a persone di sesso diverso e di ogni età, ammassate su barconi privi di servizi ed alloggi notturni isolati, idonei soltanto per escursioni giornaliere.

Il trattenimento dei naufraghi in acque internazionali,seppure davanti al porto di La Valletta, esponeva inoltre i naufraghi al rischio di un respingimento verso la Libia, soprattutto dopo la conclusione dei nuovi accordi bilaterali tra il governo maltese ed il governo di Tripoli. Si può però dubitare che la magistratura maltese, che che non ha sanzionato i respingimenti collettivi verso Tripoli decisi lo scorso 13 aprile dal primo ministro Abela con il ricorso a pescherecci ombra di un faccendiere privato, renda adesso giustizia ai naufraghi sbarcati finalmente nel porto di La Valletta.Adesso quei respingimenti collettivi illegali diventano attività di intercettazione coordinata dagli agenti di collegamento maltesi che dal primo luglio saranno dislocati in Libia e libici, dislocati a Malta, e potranno tradursi in “intercettazioni” per le quali Malta conta di chiedere supporto economico all’Unione Europea, in nome della lotta all’immigrazione illegale. Del resto Malta pratica già da anni respingimenti collettivi illegali verso la Libia, avvalendosi di imbarcazioni private senza segni identificativi, come la navetta che ha riportato a Tripoli nella giornata del 15 aprile scorso decine di naufraghi, intercettati giorni prima a sud di Lampedusa e colpevolmente ignorati anche dalle autorità italiane. In quell’occasione perirono 12 persone, sette gettandosi in mare, ed altri cinque per gli stenti dei giorni di abbandono in mare.

2. Nessuno spazio, dunque, di interlocuzione politica per uno stato come Malta che ha concluso accordi di respingimento con il governo di Tripoli ed utilizza una flottiglia di pescherecci privi di segni identificativi per intercettare in acque internazionali i naufraghi che poi vengono riconsegnati alle motovedette tripoline. Anche se tutti sanno quali torture a scopo di estorsione e quali abusi sessuali sono destinati a subire una volta riportati a terra. Adesso se ne dovra’ occupare la Corte di giustizia dell’Unione Europea, se non arrivano prima i giudici maltesi. Soltanto tre paesi, Francia, Portogalllo e Lussemburgo, ma solo dopo lo sbarco a terra dei naufraghi, hanno dato in quest’ultima occasione una qualche disponibilità per accoglierne una piccola parte. Per tutti gli altri si profila un limbo senza fine.

La chiusura dell’Unione Europea sul ricollocamento dei naufraghi deve suonare come monito per il governo italiano se pensa di potere praticare scelte di respingimento e di trattenimento arbitrario come quelle che vorrebbero imporre Salvini e la Meloni. Scelte che sono state in parte condivise anche dal governo Conte attualmente in carica. La “chiusura dei porti” ripresa dal “decreto sicurezza bis” del giugno 2019, non ha basi legali ed il Decreto interministeriale del 7 aprile del 2020 va ritirato, anche perche’ ne sono venuti meno i presupposti di fatto, costituiti dai rischi di collasso del sistema sanitario. Qualsiasi trattativa con altri stati e con la Commissione europea, come si è visto anche in questa ultima occasione, si puo’ avviare solo dopo che sono stati adempiuti gli obblighi di ricerca e salvataggio a carico degli stati con lo sbarco a terra dei naufraghi in un place of safety.

Malta ed Italia sono accomunate da una recente iniziativa a livello europeo che sembra confermare tutte le preoccupazioni già espresse in passato sul rispetto dei diritti umani da parte di questi paesi. Come se la condanna della Corte europea dei diritti dell’Uomo subita dall’Italia nel 2012 per il caso Hirsi fosse ormai un lontano ricordo storico. Come riferisce Affari Italiani ,”il Viminale con la ministra Luciana Lamorgese si sarebbe impegnato a guidare le mosse di questa alleanza in vista di un’estate che potrebbe rivelarsi complicata sulla gestione degli sbarchi. La strategia si concentrerà nuovamente su due fronti: trattativa con Libia e Tunisia per controllare le partenze, negoziato con l’Ue per gestire gli arrivi. Nei prossimi giorni Lamorgese incontrerà le autorità tunisine per riallacciare i rapporti di collaborazione. E così ottenere il rispetto degli accordi che prevedono il rimpatrio degli irregolari. I cinque Paesi chiedono collaborazione sulla distribuzione dei richiedenti asilo, ma anche sul ritorno negli Stati d’origine degli «irregolari». Per questo sottolineano che «i rimpatri devono essere garantiti attraverso un meccanismo europeo comune dei rimpatri (Cerm).La ministra Lamorgese del resto non ha mai perso occasioni per lodare gli accordi conclusi nel tempo con il governo di Tripoli.

La lettera che i cinque paesi dell’area mediterranea dell’Unione Europea hanno inviato agli altri stati membri legittima comunque l’esistenza di una zona SAR libica e dunque i respingimenti collettivi illegali (push back) che si continuano ad operare in acque internazionali, anche a 30-40 miglia dalle coste di Lampedusa, con il coinvolgimento di mezzi privati al servizio degli stati e di navi commerciali alle quali si ordina lo sbarco dei naufraghi nei porti libici. Rimane una distanza incolmabile tra i tentativi dei governi di questi paesi di allontanare la maggior parte dei potenziali richiedenti asilo, a costo di facilitarne il ritorno in Libia, abbandonando alla loro sorte i naufraghi in alto mare, e le posizioni responsabili suggerite dall’OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite). Secondo l’OIM, “dall’inizio dell’anno, oltre 8.600 migranti sono stati rinviati a centri di detenzione libici sovraffollati, dove le Nazioni Unite hanno documentato condizioni inaccettabili, violazioni dei diritti umani e sparizioni”.

Le posizioni assunte nel documento sottoscritto da Malta, Italia, Cipro, Spagna e Grecia si basano su relazioni inattendibili dei servizi di informazione, attivati a cronometro non appena una nave di una ONG è ritornata nel Mediterraneo centrale, e soprattutto su basi di fatto inesistenti, perchè è evidente che la politica dei rimpatri e dei respingimenti verso i paesi terzi, anche nei confronti di quel che rimane dello stato libico, sarà del tutto ineffettiva, a causa delle frontiere chiuse, anche da questi paesi, a seguito dell’emergenza COVID-19. Solo una regolarizzazione estesa dei cd. irregolari potrà permettere di concentrare su un numero ridotto di casi più gravi, accertati con una sentenza definitiva, gli sforzi per rendere “effettivi” i rimpatri con accompagnamento forzato, senpre che i paesi di origine riaprano le loro frontiere per i voli di riammissione.

Per la stessa emergenza COVID-19 è altamente improbabile che l’Unione Europea, o singoli stati del nord-europa, aprano ad una modifica dei cd. ricollocamenti obbligatori, come è evidente dal fallimento del cd. Piano di Malta sui “ricollocamenti volontari”, adottato lo scorso anno su impulso dal governo italiano. Chi ha cercato di fare il vuoto delle attività di soccorso nel Mediterraneo centrale, eliminando le ONG e ritardando l’avvio delle operazioni di soccorso, per esercitare pressioni sugli stati europei, dovrà affrontare nel tempo un numero crescente di sbarchi “autonomi”, e purtroppo proseguirà ancora la conta delle vittime.

Quando un paese dell’Unione Europea, come Malta, ha concluso accordi con un paese terzo ( come la Libia del governo Serraj) che non garantisce porti sicuri di sbarco e non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e neppure garantisce l’incolumità dei suoi cittadini in un territorio martoriato da una sanguinosa guerra civile, non vi è spazio per trattative a livello europeo. Sono note peraltro le responsabilità, anche italiane, dei gruppi politici che negli anni passati hanno bloccato la modifica del Regolamento Dublino del 2013, che assegna al primo paese di sbarco la responsabilità dell’accoglienza e della procedura per il riconoscimento della protezione internazionale. Adesso le responsabilità di quei fallimenti politici non possono essere scaricate sui corpi delle persone migranti. Un numero comunque modesto rispetto alla popolazione europea.

3. Il tentativo di scaricare sugli “stati di bandiera” delle navi soccorritrici l’onere dell’accoglienza dei naufraghi è fallito già lo scorso anno, dopo le decise prese di posizione dei principali paesi europei. e arebbe bene che il ministro Lamorgese abbandonasse una posizione che contrasta con il diritto internazionale, oltre che con i principi umanitari dei soccorsi in mare. Certo sono caduti tutti gli alibi che permettevano al governo italiano di nascondersi dietro le responsabilità delle autorità maltesi.

L’Italia rimane adesso da sola a garantire porti sicuri di sbarco e non può sottrarsi ai soccorsi di imbarcazioni in situazione di distress immediato nel Mediterraneo centrale, anche se queste imbarcazioni si trovano ancora in zona SAR maltese. Le navi Alan Kurdi della ONG Sea Eye e la Aita Mari ancora sottoposte a fermo amministrativo nel porto di Palermo vanno immediatamente liberate e restituite alle missioni di salvataggio della vita umana in mare.

Dopo la conclusione degli accordi con il governo di Tripoli, ed alla luce dei respingimenti collettivi verso la Libia operati dal governo di La Valletta, anche in considerazione delle modalità di quarantena a tempo indeterminato imposta a bordo di imbarcazioni inadatte, Malta non garantisce più porti sicuri di sbarco (place of safety). Se le forze armate maltesi continuano a collaborare con i guardiacoste libici, va ridimensionata la vastissima zona SAR che ancora si riconosce a questo paese, per ragioni economiche e commeciali.

Occorre che l’Unione Europea recuperi il controllo sulle attività esterne di FRONTEX e riorganizzi una missione internazionale di soccorso nel Mediterraneo centrale, ben diversa dall’operazione iRINI di Eunavfor Med, in sinergia con le Organizzazioni non governative, e che si affronti seriamente a livello ONU il problema della evacuazione dei migranti vulnerabili intrappolati in Libia.

Occorre porre fine alla ipocrisia di una zona SAR libica che serve soltanto a sequestrare ed a alimentare le filiere criminali composte da milizie e trafficanti, piuttosto che garantire la salvaguardia della vita umana in mare.

Tutto il resto, la rinnovata campagna di disinformazione contro i migranti e chi li assiste o li difende, a Malta come in Italia, è strumentalizzazione elettorale, capovolgimento del sistema normativo, incitamento all’odio razziale. Ma a Malta come in Italia, è giunto il tempo in cui, superata una determinata soglia di violazione dei diritti umani, se non ci saranno sanzioni adottate dai tribunali, le vittime cominceranno a ribellarsi. Come è successo nei giorni scorsi davanti al porto di La Valletta, come è successo a Lampedusa ed a bordo della nave traghetto Moby Zazà ormeggiata davanti a Porto Empedocle. Come succederà ovunque, non solo sulle navi hotspot, ma anche nei centri di detenzione a terra, quando i diritti fondamentali della persona umana, che le Costituzioni e le leggi nazionali garantiscono a qualunque persona, quale che sia lo stato giuridico e la nazionalità, continuino ad essere impunemente violati senza che la magistratura riesca a garantire lo stato di diritto.