Libia, la quarantena sotto le bombe

di Nancy Porsia

Pubblichiamo un recente intervento su Open Migration di Nancy Porsia, giornalista free lance e nostra amica.

Uno squarcio sulla situazione in Libia, una situazione terribile, anche per la popolazione della Tripolitania, che vede i migranti schiacciati tra le milizie che si contendono il territorio, mentre, nel silenzio dei media internazionali, i giornali libici si schierano con i governi dei territori nei quali operano, ad est con il generale Haftar, ed a ovest con il governo Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale. Malta chiede all’Unione Europea un intervento in Libia, in Italia dominano indifferenza e disinformazione, ma la Libia è vicina. Ecco l’inferno nel quale vengono rigettati i naufraghi intercettati in acque internazionali con la copertura di Frontex e delle autorità italiane e maltesi.

(Fulvio Vassallo Paleologo)


Libia, la quarantena sotto le bombe

4 maggio 2020 – Nancy Porsia

Se in Libia il virus ha fatto relativamente pochi contagi, lo scontro tra le due fazioni che si contendono il controllo del paese nordafricano non accenna a diminuire: lo scorso 6 aprile l’ospedale Al Khadra – designato dalle autorità di Tripoli quale struttura per ricevere i pazienti per contagio da Covid-19 – è stato bombardato dalle forze di Haftar. Quello che ci racconta Nancy Porsia nel suo secondo approfondimento sulla Libia è un paese in mano alle milizie e agli attori stranieri, dove unità e sforzi per la salute collettiva sembrano venire molto dopo la conquista del potere.

“La nostra casa è sotto attacco. Per noi combattere non è una scelta. Perché se non ci uccide il Coronavirus, ci uccide Haftar” dice uno dei combattenti del Governo di Tripoli. Il generale dell’Est Khalifa Haftar aveva promesso, per citare testualmente il Generale, che avrebbe liberato la capitale dai terroristi e dalle milizie in pochi giorni. Invece i combattimenti vanno avanti da oltre un anno. Un paese spaccato in due, già allo stremo delle sue forze, e ora chiamato anche a fronteggiare l’emergenza sanitaria del Coronavirus. 

A fine marzo quando in Europa il virus aveva già mietuto migliaia di morti, il Governo di Accordo Nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ha disposto un piano per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Il primo ministro Fayez Al Serraj ha stanziato cinque milioni di dinari libici, all’incirca 323 milioni di euro, da redistribuire tra le città su tutto il territorio nazionale. “Tripoli dà i soldi anche alle città sotto il controllo di Haftar. Assurdo! Vogliono far passare il concetto di unità e controllo sull’intero territorio. Ma è proprio questo atteggiamento remissivo che ha spianato la strada a Haftar fino alla soglia di casa nostra” dice Saif, un ingegnere di Tripoli. Nel frattempo a Bengasi il portavoce del Generale Khalifa Haftar, Ahmed Al Mismari, avvertiva i cittadini che non sarebbero stati ammessi messaggi sul contagio da Coronavirus via social. 

Tra le misure del piano predisposto da Tripoli per il contenimento del contagio da Coronavirus, il coprifuoco dalle 2 del pomeriggio fino alle 6 del mattino e altre restrizioni sulla circolazione che, mezzi militari a parte, pare siano stati rispettati dalla popolazione in tutta la Tripolitania. La paura del virus si aggiunge al terrore della guerra, e al coprifuoco della guerra si somma quello per il Coronavirus. Omini in tuta bianca, bardati fino agli occhi, hanno invaso le strade della capitale per l’igenizzazione dei luoghi più frequenti tra cui gli uffici ministeriali.

È stato emanato anche un decreto svuota-carceri dal Ministero di Giustizia che ha portato alla scarcerazione di 466 detenuti dalle carceri di Tripoli. Sono state chiuse anche tutte le frontiere del paese, sia in ingresso che in uscita, con l’eccezione di frontiera Ras Jader, al confine con la Tunisia. Nel giro di poche ore decine di uomini hanno preso d’assalto la frontiera di ras Jader serrando il passaggio. “Tanti libici stanno rientrando dall’estero. Potrebbero essere contagiati. E noi non vogliamo fare da cavie” dice un uomo di Zuwara, città della minoranza linguistica Amazigh. Attraverso la frontiera occidentale, da allora possono passare solo camion per rifornimenti ma non persone, spiega la fonte. 

Nonostante i numeri dei contagi siano relativamente bassi nell’Ovest della Libia, la paura per una prossima diffusione del virus è alta. Anche gli Stati Uniti annunciano un fondo di 6 milioni di dollari a Tripoli per aiutare il paese a combattere la pandemia del Covid-19. Un contributo di “assistenza umanitaria aggiuntiva” spiega in una nota l’ambasciata statunitense per la Libia. In tutto il paese ci sono solo due laboratori per le analisi dei tamponi e i posti nei reparti di terapia intensiva sono circa 40 su tutto il territorio controllato dal GNA, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute di Tripoli. A fine aprile si contano circa 60 casi confermati di contagio, di cui due pazienti deceduti, 18 guariti e 40 in auto-isolamento. “Fortuna che qui in Libia i numeri restano bassi, almeno per ora” dice una insegnate di Tripoli. “Qui gli ospedali sono già al collasso. Se vuoi farti curare, devi procurarti autonomamente le medicine” continua la donna che vive a Ras Hassan, uno dei quartieri al centro di Tripoli che ad inizio Aprile è stato colpito dai missili delle forze del generale Haftar. “Resistiamo e preghiamo Allah” dice la donna. In Libia tocca mettere in sicurezza la propria casa dalle bombe prima che diventi rifugio sicuro dalla pandemia. Lo scorso 6 aprile l’ospedale Al Khadra designato dalle autorità di Tripoli quale struttura per ricevere i pazienti per contagio da Covid-19 è stato bombardato dalle forze di Haftar. Dalla struttura che vanta circa 400 posti letto sono stati immediatamente evacuati tutti i pazienti, tranne quelli in gravi condizioni in pronto soccorso.

Le bombe con i loro strascichi distruzione e morte per ora restano in Libia la maggiore paura. Perché alla fine di ogni giornata, tocca fare la conta dei morti tra i combattenti e i civili. E ai funerali decine di uomini si ammassano, si stringono per piangere insieme l’ultimo figlio, fratello e amico ucciso da un missile o un cecchino. Non indossano la mascherina né rispettano le misure di sicurezza per la prevenire il contagio. Certo hanno paura del virus, ma la guerra stanca e confonde. D’altronde in Libia migliaia sono già morti di guerra e, per fortuna, poche decine di Covid-19. 

La folle corsa di Haftar

Haftar è impegnato nella sua corsa verso il tempo, e neanche la pandemia è per lui condizione sufficiente per sospendere l’offensiva. Aveva promesso ai suoi sponsor che avrebbe conquistato Tripoli in pochi giorni. Invece a distanza di oltre un anno, non solo i suoi uomini non sono entrati nella capitale ma ora subiscono anche pesanti sconfitte. Con l’arrivo dei turchi sulla linea del fronte in Libia, le forze di Haftar pare si siano impantanate. 

L’Egitto, gli Emirati Arabi e la Giordania che fin dall’inizio gli hanno fornito armi e munizioni, mentre la Francia garantiva forze speciali e servizi di intelligence sul territorio. Da Ottobre anche la Russia si è unita alle forze di Haftar, mandando i mercenari della Società Wagner. Anche il Sudan ha mandato contemporaneamente migliaia di janjaweed, i miliziani filogovernativi, a combattere al fianco di Haftar a sud della Libia, nel deserto. La tecnologia russa ha fatto registrare un’importante svolta nell’offensiva su Tripoli.  Una mossa che ha dato l’ultima spallata alle remore del primo ministro Serraj nell’ufficializzare l’alleanza con la Turchia. Firmata l’intesa sulla delimitazione dei confini marittimi, Ankara acquisisce de facto il diritto di difendere il suo alleato se aggredito. A Gennaio Recep Tayyip Erdogan manda decine di soldati turchi e alcune migliaia di combattenti siriani filo-turchi, e soprattutto armi di ultima generazione. 

Con la caduta libera del prezzo del petrolio al barile, il Generale perde anche il potere contrattuale che vantava nel braccio di ferro con Tripoli che chiedeva la riapertura dei pozzi e dei terminal, bloccati dai suoi uomini lo scorso febbraio. “Con il prezzo del barile sotto i 35 dollari, quasi non conviene estrarre e vendere” ha detto un analista economico libico.

Tripoli, 6 aprile 2020. Un operatore medico controlla i danni nell’ospedale di Al-Khadra, dove decine di missili dell’esercito nazionale libico hanno colpito uno dei principali ospedali della città. Foto di Amru Salahuddien.

Il generale, oggi 76enne e anche malato, dal 2012 è alla ricerca della strada maestra per porsi alla guida di un nuovo regime militare in Libia. Liquidato da Tripoli come uomo della CIA quando alla corte dell’allora Congresso Nazionale Generale chiedeva un posticino nella compagine di Governo, oggi anche Bengasi gli toglie l’appoggio politico. Soprattutto i suoi sponsor, quelli che dall’inizio della guerra su Tripoli hanno rifornito il Generale di armi e mezzi. Il Generale pare non è sicuramente riuscito ad onorare il patto di una guerra lampo, e oggi Emirati, Egitto, Giordania, Francia e Russia stanno forse valutando di cambiare strategia di gioco sullo scacchiere della regione. Nella partita a risiko giocata sul fronte di Tripoli, gli sponsor del Generale ci hanno perso milioni di euro. Ma la Libia ha perso oltre mille figli, di cui 400 civili, 149 mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case e 345 mila restano intrappolati nelle loro abitazioni finite sulle linea del fronte.

La riconquista delle forze di Tripoli

“Raffiche di mortai sui civili, ma poche avanzate sui diversi fronti a Tripoli” racconta un combattente dalla capitale libica. Da Abu Ghrein, ultimo avamposto degli uomini di Haftar sul versante orientale nella loro marcia verso Tripoli, le immagini dei corpi bruciati dai droni turchi di alcuni miliziani, in apparenza mercenari sudanesi del gruppo paramilitare Rapid Response Force, hanno fatto il giro del web. “Dicono che qui in Libia il Coronavirus non sia così diffuso perché non c’è grande traffico di persone. Forse per le vie ufficiali no, ma qui ci sono tanti stranieri, non solo migranti ma anche mercenari” commenta un uomo di Misurata, la principale città impegnata sul fronte di Abu Ghrein.

Il 14 aprile scorso poi le forze del GNA hanno riconquistato tutta la fascia costiera che corre tra Zawiya, 50 chilometri a Ovest di Tripoli, e Zuwara al confine con la Tunisia. Sabrata, Jmeel, Raghdaleen e Zolton erano cadute sotto il controllo del generale dell’Est già lo scorso autunno. E le forze di Haftar avevano già bombardato diverse volte nelle ultime settimane la città di Zuwara. L’obiettivo era conquistare la frontiera con la Tunisia e soffocare così il nemico, chiudendo di fatto l’unica via di fuga per i civili nella regione. L’operazione Vulcano di Rabbia lanciata da Tripoli ha invece restituito la parte mancante della regione costiera alle forze della coalizione.

“Mio fratello appartiene alle forze di Haftar. È scappato come tutti” racconta un uomo di Sabrata. “No, non hanno neanche provato a resistere. Qualcuno li ha traditi dall’interno. Quando se ne sono accorti, si sono dati alla fuga” spiega la fonte. Gli uomini sarebbero fuggiti verso l’aeroporto militare di Watyia, a sud Ovest di Tripoli sulla montagna Nafusa. Watiya è la base logistica dei bombardamenti aerei delle forze di Haftar a Ovest di Tripoli. “Se prendiamo Waitya, Haftar è finito” dice un combattente di Zuwara. Watiya è controllato dalla città di Zintan, una decina di chilometri a sud dell’aeroporto e, sin dall’inizio della guerra civile nel 2014, bastione delle forze di Haftar nell’Ovest del paese. “Questa volta potremmo farcela” continua la fonte di Zuwara, “Perché Zintan è divisa, e Osama Al-Juwaili a capo della sala operativa anti-Haftar del GNA è proprio di Zintan”.

Poche ore dopo che il tricolore della bandiera della Libia rivoluzionaria è tornato a sventolare a Sabarata, Ahmed Dabbashi, meglio noto come Al Ammu, scende in strada e parla pubblicamente alla gente, promettendo che non ci saranno ritorsioni su quelli che erano con Haftar. Dabbashi è un noto trafficante di migranti, e grazie alla fortuna che si è costruito sul mercato degli esseri umani, vanta oggi una delle più importanti milizie in città. Per ironia della sorte, 24 ore dopo il suo invito alla convivenza, suo cugino, a capo della 4a Brigata, viene catturato dalle forze di Haftar e trasferito immediatamente a Bengasi come trofeo di guerra.

Resta molto fluida la situazione sul campo. A sud di Tripoli le forze del GNA conquistano terreno a Khallatat, Rambla e vicino l’ex aeroporto internazionale. Anche a Salah Din, fonte più vicino al centro città, gli uomini a difesa di Tripoli sono riusciti a respingere il nemico di qualche chilometro più a sud. Tuttavia le attenzioni restano puntate sulla città di Tarhouna, circa 100 chilometri a sud Ovest di Tripoli, e uno dei principali bastioni del Generale nell’Ovest. Per mesi la Settima Brigata di fanteria, di Tarhouna, guidata dai fratelli Kuni al soldo di Haftar, hanno seminato il terrore a Tripoli. Ad inizio anno il fratello maggiore dei tre Muni è morto in combattimento. A Tarhouna sono comunque sopraggiunti consiglieri militari russi per definire il piano della spallata finale a Tripoli. “Non sarà facile conquistare Tarhouna, ma neanche impossibile. E una volta presa Tarhouna, il puzzle di Haftar si frantumerà nuovamente” ha detto un volontario della Mezzaluna Rossa Libica. “È comunque il morale ora è alto” conclude l’uomo.

Terreno per sperimentare nuove armi

La raffica di mortai era ancora in corso sul fronte Salah al Din, a sud di Tripoli, quando alcuni dei combattenti si sono accasciati per terra, tremando ed ansimando. Decine di altri combattenti del Governo di Accordo Nazionale impegnati nella difesa della capitale Tripoli contro l’offensiva del Generale dell’Est, in ospedale erano in preda a conati di vomito e crisi respiratoria nonostante non mostrassero segni di ferite gravi. “Le forze di Haftar potrebbero stare utilizzando gas nervino” scrive lo scorso 22 aprile sui social il fotografo testimone oculare Amru Salahuddien dal fronte di Salah Din. Un dottore puntualizza che potrebbe trattarsi di fosfina, ossia fosforo bianco diluito con acqua. Nel frattempo il ministro degli interni a Tripoli Fathi Bashaga annuncia l’inizio di indagini sul possibile uso di armi chimiche a partire dai report medici. Dall’Est il portavoce di Haftar, Ahmed Al Mismari, congeda le accuse come mere menzogne. “Report allarmante” scrive invece in una nota la rappresentante delle Nazioni unite in Libia Stephanie Williams, vice capo missione facenti le veci di capo missione in attesa della nomina del nuovo inviato dopo le dimissioni per stress di Ghassan Salame lo scorso marzo. La Williams specifica “La Libia è diventata terreno di sperimentazione per tutti i tipi di nuove armi”. E non sarà certo la tanto discussa missione europea Irini, a guida franco-italica, a bloccare il flusso in entrata di armi nel paese nordafricano.

Quest’articolo segue quanto raccontato da Nancy Porsia sulla condizione dei migranti in Libia durante l’emergenza Coronavirus: “Migranti nella trappola libica, tra guerra e Covid-19