Perchè siamo tutti coinvolti

di Fulvio Vassallo Paleologo

1. Un rapporto diffuso da Alarmphone comincia a squarciare il velo di omertà e di disinformazione che ha nascosto le responsabilità dell’operazione di push back ( respingimento) verso la Libia posta in essere nella notte tra lunedì 13 e martedì 14 aprile con il concorso delle autorità italiane, maltesi, libiche ed europee ( della agenzia per il controllo delle frontiere esterne FRONTEX).

Una responsabilità tanto più grave in quanto non si è verificato soltanto un respingimento collettivo vietato dalle Convenzioni internazionali verso un paese che secondo le Nazioni Unite non può definirsi sicuro, che non offre place of safety (POS), ma dodici persone hanno perso la vita, cinque prima, per i ritardi nell’azione di soccorso, poi altre sette nelle fasi concitate del trasbordo nella notte, mentre il mare era in tempesta, con onde alte più di due metri ed un vento che soffiava a 25-30 nodi.

E’ indubbio che si sia trattato di un respingimento collettivo, in quanto i naufraghi sono stati riportati indietro da uno strano peschereccio maltese, privo di segni di riconoscimento e di nominativo internazionale, il Maria Christiana, che è entrato nel porto di Tripoli riconsegnando direttamente i sopravvissuti alla Guardia costiera libica. Sopravvissuti che, malgrado l’intervento di prima assistenza in banchina di rappresentanti dell’UNHCR e dell’OIM, sono poi finiti rinchiusi nel famigerato campo di detenzione di Al Sikka, a Tripoli, dove staranno già subendo altri abusi, e dove saranno presto dati di nuovo in pasto ai trafficanti.

Se un dubbio si può sollevare sull’ingresso del “peschereccio” maltese nel porto militare di Abu Sittah riguarda il ruolo avuto nell’operazione di push-back dalla nave della Marina militare italiana Gorgona, presente a Tripoli per l’operazione Nauras, nell’ambito delle attività di “Mare Sicuro”. Le navi di questa operazione, presenti a rotazione nel porto di Tripoli dal 2018, svolgono compiti di nave officina ma anche di coordinamento tra le forze navali libiche e quelle italiane ed europee per la ricerca e soccorso (SAR).

Sembra che nave Gorgona ( nella foto) si sia dovuta allontanare dal porto di Abu Sittah nella giornata di lunedì 13 per gli intensi bombardamenti in corso su Tripoli, ma sono mesi che la città viene bombardata, e appare singolare che la nave sia rientrata in porto proprio mercoledì 15 aprile, “di scorta”, di poppa al peschereccio maltese. Che aveva recuperato i naufraghi nella notte a 30-40 miglia a sud di Lampedusa, nella zona SAR (ricerca e salvataggio) ancora controversa tra Italia e Malta, dopo il temporaneo rallentamento di una grosssa nave cargo, la IVAN, che dopo qualche ora veniva fatta proseguire.

La collaborazione nelle operazioni di push back rientra forse nell’assistenza e manutenzione delle imbarcazioni (donate in parte dall’Italia) e nei compiti di addestramento della Guardia costiera “libica”, che sono i compiti che la missione Nauras assolve in Libia sulla base del Memorandum d’intesa firmato a Malta il 2 febbraio del 2017 ? Si è davvero realizzata malgrado le apparenti contrapposizioni, una intesa tra Italia, Malta e governo di Tripoli per impedire ai migranti in fuga dai campi di detenzione lo sbarco in Europa? Quali sono gli accordi segreti che intercorrono tra Malta e la guardia costiera libica, e che livello di integrazione hanno raggiunto con i protocolli operativi stipulati da tempo dall’Italia con il governo di Tripoli ? Nessuno si illuda che il gioco allo scaricabarile possa durare ancora a lungo, quando sono in gioco tante vite umane.

2. Nella notte tra il 13 ed il 14 aprile scorsi, 35 miglia a sud di Lampedusa era stata avviata una attività SAR ( Search and rescue) mirata ad un target preciso, sembrerebbe su un tardivo impulso delle autorità maltesi, ma con la partecipazione delle autorità di ccordinamento marittimo italiane. Che tuttavia non avevano fatto uscire alcuna motovedetta da Lampedusa, limitandosi ad inviare un elicottero, per delegare poi il primo intervento di soccorso ad una grossa nave commerciale la Ro-Ro Ivan che operava sulla linea Khoms- Genova. Intervenivano successivamente su ordine delle autorità maltesi due mezzi, tra cui uno, il Maria Christiana, definito come “peschereccio”, ma che sembrava piuttosto una piccola nave destinata a scopi ben diversi dalla pesca e privo di segni di identificazione e di nominativo IMO internazionale. E’ rimasta misteriosa la natura e la nazionalità del secondo mezzo navale ccordinato dai maltesi che sarebbe intervenuto nell’operazione di soccorso. Si trattava forse di una motovedetta militare maltese ?

L’impegno della nave di bandiera portoghese durava solo qualche ora, perchè non appena sopraggiungeva il “peschereccio” maltese Maria Christiana, verso le 4 di martedì mattina, si verificava il trasbordo dei naufraghi sul mezzo più piccolo e quindi la morte di alcuni migranti che tentavano di raggiungere la nave più grande che si allontanava in direzione della Sicilia. Sarebbe stata importante la testimonanza del comandante della nave portoghese Ivan ma non sembra che le autorità portuali di Genova, all’arrivo della nave in porto, giovedì 16 aprile, lo abbiano sottoposto ad una qualche indagine, e la nave è ripartita subito per un’altro viaggio. Anche se in prossimità, e forse a vista della nave, avevano perso la vita alcune persone, poco prima che sopraggiungesse in soccorso il “peschereccio” maltese inviato dalle autorità di La Valletta.

Si deve aggiungere, come risulta dal report di Alarmphone, che le autorità italiane, come quelle maltesi, erano state allertate da giorni dell’esistenza di questo barcone in difficoltà, e che lo stesso era stato localizzato nel Canale di Sicilia con almeno 24 ore di anticipo rispetto al momento del tragico trasbordo nel corso del quale alcuni naufraghi annegavano. Se, come avveniva fino al 2017, da Lampedusa fossero uscite le motovedette veloci della Guardia costiera classe 300 o la motovedetta della Guardia di finanza ferme in porto per tutta la notte tra il 13 ed il 14 aprile scorso, avrebbero potuto soccorrere tutti i naufraghi già nella giornata del 13, anche prima che il mare si ingrossasse. L’impegno italiano si è limitato all’invio di un aereo e poi nella notte di un elicottero. Che cosa ha visto questo elicottero e che ruolo ha avuto nell’attività SAR a sud di Lampedusa nella notte tra il 13 ed il 14 aprile, che ha portato al respingimento collettivo in Libia ed alla morte di alcuni naufraghi ?

Evidentemente da parte delle autorità maltesi ed italiane si voleva che l’operazione si concludesse con il coinvolgimento dei libici ed il respingimento collettivo da parte dei naufraghi, come poi si è verificato. Si è utilizzato a questo fine il “peschereccio” maltese Maria Christiana, un mezzo non tracciato dai sistemi satellitari come Marine Traffic, che registra le rotte di tutti i veri pescherecci, un mezzo di natura alquanto sospetta, privo di segni di identificazione, che li ha poi riportati nel porto militare di Tripoli, in violazione di tutte le Convenzioni internazionali e delle Raccomandazioni dell’ONU e del Consiglio d’Europa. “Nessuno può essere riportato in Libia mentre si trova in acque internazionali”, ha dichiarato Carlotta Sami, portavoce per l’Italia dell’Alto Commissariato per i diritti dei rifugiati. “Non è la prima volta che accade: anche nell’altro episodio a coordinare il soccorso è stata Malta”. Sulla pagina Twitter di Unhcr Lybia si vede una foto del “peschereccio” maltese Maria Christiana fermo in banchina a Tripoli. Un peschereccio che assomiglia più ad una motovedetta che ha un mezzo da pesca, quasi del tutto privo dell’armanento che caratterizza i veri pescherecci. Il rappresentante dell”UNHCR per il Mediterraneo centrale ha criticato il ritardo negli interventi di ricerca e soccorso operati a sud di Lampedusa nella notte tra il 13 ed il 14 aprile. “Questa barca non avrebbe mai dovuto essere lasciata alla deriva”, ha scritto Vincent Cochetel in un tweet.“La perdita di vite avrebbe potuto essere evitata. Coloro che considerano la Libia un porto sicuro dovrebbero visitare i sopravvissuti nel terribile centro di detenzione in cui si trovano. Nessuno può onestamente ignorare oggi a quale” salvataggio “porta la Guardia costiera libica”.

3. Le operazioni di respingimento collettivo da parte dei maltesi verso Tripoli non sono certo una novità, l’ultimo caso si era verificato nel mese di marzo di quest’anno, prima che Malta dichiarasse, sull’esempio dell’Italia, la chiusura dei porti definiti “non sicuri” per l’emergenza COVID-19. In quell’occasione anche le Nazioni Unite avevano condannato il comportamento delle autorità maltesi e di Frontex. Mai però un respingimento si era verificato tanto vicino all’isola di Lampedusa, e con un tale coinvolgimento delle autorità italiane, che hanno partecipato ad una fase decisiva delle operazioni di soccorso, per poi scomparire nel nulla, con il rientro alla base, attorno alle 4 del mattino, dell’elicottero partito da Lampedusa. Non ne parla neppure il rapporto di Alarmphone, ma quella notte di burrasca un elicottero si è levato in volo dall’aeroporto di Lampedusa per andare proprio nella zona in cui era ferma la nave IVAN allertata dalle autorità maltesi. Dunque esattamente sopra il barcone in mare ormai da tre giorni. Ed in volo c’erano, dalla sera di domenica, velivoli maltesi ed altri assetti aerei italiani. Ma nessun mezzo delle due guardie costiere si è avvicinato alla zona dove era stata segnalata la presenza del barcone in difficoltà.

In quella notte di Pasquetta a sud di Lampedusa sono morte sette persone, prima che migranti”, ed altre cinque erano morte di stenti nei giorni precedenti a causa del mancato soccorso del barcone da parte delle autorità statali. Che si affannavano invece a negare l’esistenza di un naufragio, senza rendere però conto di dove fosse finita l‘imbarcazione che Alarmphone aveva già segnalato a tutti gli stati responsabili delle areee SAR contigue nella giornata di venerdì 10 aprile.

La Convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio (SAR) ha creato per ciascuno Stato una zona specifica di competenza e di responsabilità. Nel tempo si è registrato un dissenso crescente riguardo ai rapporti fra l’Italia e Malta. Il dissenso deriva dal fatto che nelle Convenzioni internazionali la determinazione delle zone SAR è rimessa all’IMO ( Organizzazione internazionale del mare) su base convenzionale e quindi rimangono sempre incerti gli accordi tra le parti sulle stesse zone di delimitazione della responsabilità. Nel caso specifico di Italia e Malta le zone SAR in alcuni tratti di mare si sovrappongono. E l’evento SAR nel quale, nella notte tra il 1 ed il 14 aprile, hanno perso la vita alcuni naufraghi, sembra che si sia verificato proprio al limite della zona SAR a sud di Lampedusa controversa tra Italia e Malta.

Secondo il diritto internazionale, quando uno stato ritarda ad inervenire nella sua zona SAR, qualunque stato vicino che sia informato dell’evento di soccorso è obbligato ad intervenire anche al di fuori della propria zona di competenza. Un obbligo assoluto, per la salvaguardia della vita umana in mare, che non può cedere di fronte ai dissidi tra gli stati sulla interpretazione delle Convenzioni internazionali o sulla ripartizione delle zone di ricerca e salvataggio (SAR). Un obbligo che impone a chi si trova più vicino. o dispone dei mezzi che possono garantire un salvataggio più veloce, di intervenire immediatamente. Le politiche migratorie e le azioni di contrasto contro le ONG, che ancora operano attività di search and rescue in acque internazionali, non si possono spingere fino all’omissione concertata di soccorso. L’Unione Europea non si può ridurre al ruolo di copertura di operazioni di respingimento collettivo delegate ai maltesi ed ai libici con la connivenza italiana.

La farsa della zona SAR libica non regge più, soprattutto per la situazione attuale del conflitto civile in Libia, oltre che per la recente dichiarazione del governo di Tripoli che dichiara “non sicuri” i propri porti. Che “non sicuri” erano da tempo, anche perchè la Libia non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. E le testimonianze concordi di tutti coloro che vengono fermati in mare dalla sedicente Guardia costiera libica, spesso collusa con i trafficanti, e quindi riportati a terra nei centri di detenzione, confermano, anche secondo Amnesty, stupri e torture a scopo di estorsione o per pura crudeltà.

Siamo alla vigilia di una stagione terribile, mentre il COVID-19 sta stravolgendo gli obblighi internazionali degli stati, una stagione nella quale se continueranno queste violazioni delle Convenzioni internazionali dovremo contare ancora un numero imprecisato di vittime delle scelte di “chiusura dei porti” condivise da Italia, prima, e poi da Malta e, solo come dichiarazione di principio, dal governo di Tripoli. Non si può pensare che queste vittime siano sottratte a qualiasi giurisdizione, come le persone che si trovano in acque internazionali e sono in una stuazione di evidente distress, a rischio di naufragio. Non si può pensare che tutti i paesi europei del Mediterraneo neghino un porto sicuro di sbarco condannando i naufraghi a morte certa.

Occorre che su quanto successo nella notte tra lunedì di Pasquetta e martedì 14 aprile la Magistratura italiana apra una indagine, ed al contempo che il Parlamento avvii una commissione d’inchiesta, per accertare tutte le responsabilità e per evitare che queste tragedie continuino a ripetersi. A Malta un gruppo di attivisti della società civile ha già denunciato la “chiusura dei porti” e i ritardi del governo in questo ultimo evento di soccorso. In Italia sembra che non ci sia altrettanta determinazione, almeno finora.

La morte per annegamento o per inedia in mare è conseguenza dello stesso abbandono nel quale muoiono tanti malati di COVID-19, un abbandono che suscita oggi la nostra pietà, una situazione terribile che sta spingendo la magistratura a svolgere indagini serrate. Anche sui morti per abbandono in mare nei giorni di Pasqua si dovrà indagare con lo stesso impegno, perchè questi comportamenti omissivi degli stati non si ripetano ancora. E perchè sia effettivamente garantito il diritto alla vita di tutte le persone migranti che nei prossimi mesi saranno ancora costrette a fuggire da un paese in preda alla guerra civile ed allo scontro tra milizie, spesso colluse con i trafficanti, che riducono gli essere umani alla condizione di merce da smaltire al miglior prezzo.


ALARM PHONE REPORT Twelve Deaths and a Secret Push-Back to Libya

COME MALTA E LE AUTORITÀ DELL’UE HANNO LASCIATO LE PERSONE IN MARE E RESPINTO I SOPRAVVISSUTI
Dodici persone hanno perso la vita a causa dell’azione europea e dell’inazione nel Mar Mediterraneo. Le autorità di Malta, Italia, Libia, Portogallo, Germania, nonché l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex sono state informate di un gruppo di 55 [eventualmente 63 persone] in difficoltà in mare, ma hanno scelto di far morire dodici di sete e annegamento, orchestrando il ritorno forzato dei sopravvissuti in Libia, un luogo di guerra, torture e stupri. Come mostreremo in questo rapporto, e contrariamente alle affermazioni di Malta, la barca si era spostata all’interno della zona di ricerca e salvataggio maltese (SAR), non lontano dall’isola italiana di Lampedusa. Tutte le autorità non sono riuscite a intervenire, usando la pandemia COVID-19 come scusa per violare in modo drammatico la legge del mare, nonché i diritti umani e le convenzioni sui rifugiati. Sebbene in primo luogo le forze armate di Malta, tutte queste autorità sono responsabili della morte di dodici esseri umani e della sofferenza di dozzine di altri. In nome delle vittime e dei sopravvissuti che sono ora rinchiusi nel disumano centro di detenzione di Tarik Al Sikka a Tripoli, in Libia, riteniamo che queste autorità siano responsabili del mancato intervento e del salvataggio, nonché della creazione proattiva delle condizioni che hanno permesso perché ciò accada. Questo caso, così come molti altri casi di soccorso che ha raccolto Alarm Phone, sottolinea ancora una volta gli effetti devastanti delle politiche di frontiera dell’UE sulla vita dei migranti. Si tratta non solo di inerzia, ma di sforzi concertati per impedire a chi è in difficoltà di raggiungere l’Europa, a tutti i costi. La rete Alarm Phone, Sea-Watch e Mediterranea hanno mobilitato tutte le loro forze per prevenire queste morti, invano. Sappiamo che i parenti e gli amici del defunto non riavranno i loro cari. E sappiamo che quelli che ora sono di nuovo imprigionati in orribili campi in Libia dovranno affrontare crudeltà e difficoltà. Abbiamo provato ma non siamo riusciti a mobilitare le attività di salvataggio mentre tutte e 63 le persone erano ancora in vita. Abbiamo fallito perché gli attori europei erano pronti a lasciarli morire.In questo rapporto, offriamo una ricostruzione dettagliata del caso di soccorso, mostrando chiaramente come si è svolto e in che modo Malta e altre autorità europee hanno rifiutato di salvare le persone in pericolo. Abbiamo raccolto prove basate sui nostri scambi diretti con le persone in difficoltà in mare e i loro parenti, nonché testimonianze di sopravvissuti dopo il loro ritorno forzato in Libia. Abbiamo raccolto dati sui movimenti di beni statali e non statali in mare e nell’aria. Disponiamo di numerosi documenti che descrivono in dettaglio la nostra comunicazione con le forze armate di Malta, la MRCC italiana, le cosiddette guardie costiere libiche e altre autorità europee, che hanno rifiutato di intervenire o hanno agito illegalmente. Data la ricchezza di informazioni che possediamo, ne presentiamo solo alcune qui, ma altre possono essere condivise su richiesta.

SINTESI DEI FATTI
Nella notte tra il 9 e il 10 aprile 2020, circa 55 persone (successivamente confermate 63 persone), tra cui sette donne e tre bambini, sono fuggite dalla Libia, da Garabulli, su un precario gommone.Venerdì 10 aprile, una risorsa aerea di Frontex ha individuato tre gommoni con persone a bordo nell’area della SAR libica, secondo le dichiarazioni stampa di Frontex rilasciate il 13 aprile ad ANSA Roma (lancio dell’agenzia 16: 14LT): “Rispetto delle procedure operative e internazionali leggi – spiega la portavoce di Frontex – abbiamo immediatamente informato i Centri di coordinamento per il salvataggio marittimo (Italia, Malta, Libia e Tunisia) della posizione esatta delle imbarcazioni. “Nella notte tra il 10 e l’11 aprile, hanno chiamato Alarmphone mentre erano in pericolo in mare. Hanno detto che stavano imbarcando acqua e che avevano urgente bisogno di aiuto. Dopo aver condiviso la loro posizione GPS, che li ha individuati in acque internazionali (N 33 ° 41.795 ′, E 013 ° 34.0124 ′ ricevuti alle 01:52 CEST, 11/04/2020), Alarm Phone ha informato le autorità competenti a Malta, in Italia, e Libia. Nelle ore successive, Alarm Phone è rimasto in contatto con le persone in difficoltà e ha trasmesso nuove posizioni GPS e dettagli della situazione di emergenza alle autorità competenti. Sabato 11 aprile alle 09:20 CEST, Alarm Phone ha finalmente raggiunto telefonicamente le autorità libiche, che hanno dichiarato: “La Guardia costiera libica ora svolge solo attività di coordinamento a causa di COVID-19, non possiamo effettuare alcuna operazione di salvataggio, ma siamo in contatto con l’Italia e Malta”. Alarmphone si è tenuto in contatto con la barca in pericolo. Diverse posizioni GPS aggiornate sono state immediatamente condivise con le autorità. Tuttavia, le autorità informate si sono rifiutate di avviare o coordinare un’operazione di salvataggio per le circa 55 persone in difficoltà. Domenica 12 aprile alle 12:45 CEST, Alarm Phone ha ricevuto la posizione N34 ° 29.947 ′ E013 ° 37.803 ′ dalla barca in pericolo, che la mostrava chiaramente nella SAR maltese. Alle 14:05 CEST le persone chiamavano di nuovo, chiedendo disperatamente aiuto. Successivamente, non è stato possibile ristabilire il contatto con le persone. Lunedì sera, 13 aprile, dopo aver perso il contatto con la barca per circa 36 ore e a causa della crescente pressione di diversi attori (vedi caso di soccorso occasionalmente operato da Aita Mari), sia le autorità italiane che quelle maltesi hanno organizzato missioni di sorveglianza aerea e infine la barca in pericolo è stata avvistata di nuovo nella zona di ricerca e salvataggio maltese alle 23:45 CEST in posizione 35 ° 01’N 013 ° 06’E.Martedì 14 aprile, 00:21 CEST, Malta ha inviato un NAVTEX a tutte le barche: “Tutte le navi che transitano nella zona per mantenere una vedetta precisa e assistere se necessario.” La posizione GPS corrispondeva a un modello di deriva stimato della barca in pericolo con 55 persone a bordo. Il NAVTEX, tuttavia, ha anche affermato (sebbene in modo errato) che Malta non sarebbe stata in grado di fornire un luogo sicuro. Poco dopo, la nave da carico IVAN si fermava a un miglio di distanza dalla barca in pericolo, e Malta ordinava loro di rimanere sulla scena e monitorare la barca in pericolo fino all’arrivo del salvataggio. A causa delle onde alte e delle condizioni avverse generali in mare (di notte e data la natura della nave), IVAN non è stato in grado di salvare le persone in difficoltà e non ha nemmeno ordinato a Malta di farlo. Una risorsa aerea delle Forze armate di Malta è stata in scena durante la durata dell’operazione, dando ordini all’IVAN e alle due barche in arrivo. Secondo le testimonianze raccolte dai sopravvissuti, tre persone sulla barca in difficoltà sono saltate in acqua per raggiungere l’IVAN e sono annegate. Altre quattro persone si gettavano in mare per disperazione. Nelle parole di un sopravvissuto: “Abbiamo gridato aiuto e fatto segni. Tre persone hanno provato a nuotare su questa grande barca mentre iniziava ad allontanarsi. Sono annegati. Abbiamo fatto segni con l’aereo con i telefoni e abbiamo sollevato il bambino per dimostrare che eravamo in difficoltà. L’aereo ci ha visto di sicuro, perché ci ha mostrato una luce rossa. Poco dopo un’altra barca è uscita dal nulla e ci è venuta a prendere ”. Intorno alle 05:00 CEST, una nave da pesca e una seconda nave non ancora identificata, arrivavano sulla scena e prendevano a bordo i sopravvissuti, sotto il coordinamento delle forze armate di Malta. All’IVAN veniva ordinato di lasciare la scena. Martedì sera, le autorità maltesi hanno riferito a Alarm Phone che non c’erano più casi SAR aperti nell’area, senza fornire informazioni sul destino di questa barca in pericolo. Le autorità italiane sembrano non essere a conoscenza del respingimento segreto, poiché hanno organizzato diverse missioni di sorveglianza aerea martedì sera, senza risultati. Mercoledì mattina, 15 aprile, Alarm Phone ha ricevuto le informazioni secondo cui 56 persone erano state restituite in Libia a bordo del peschereccio. Tra questi, i corpi di 5 persone che sono morte durante il viaggio a causa della disidratazione e della fame. Mancano 7 persone. Secondo i sopravvissuti, l’equipaggio della nave da pesca ha lasciato credere che sarebbero stati portati in salvo in Europa. Invece, sono stati respinti in Libia. Mercoledì pomeriggio, le autorità maltesi hanno ammesso pubblicamente di aver coordinato l’operazione. Il caso di soccorso è noto alle autorità europee da sei giorni, in seguito all’avvistamento aereo da parte di una risorsa di Frontex il 10 aprile (secondo il comunicato stampa dell’agenzia del 13 aprile). Da allora, Malta, l’Italia e gli attori dell’UE con missioni nel Mediterraneo centrale sono stati consapevoli della situazione, segnalata anche da Alarm Phone nella notte tra il 10 e l’11 aprile.Nonostante l’impossibilità di intervento delle autorità libiche, dichiarata in una telefonata con Alarm Phone la mattina dell’11 aprile, in cui l’ufficiale libico ha dichiarato di essere in contatto anche con Malta e l’Italia, non vi è stato alcun coordinamento e nessun intervento correlato a assistere le persone in difficoltà per quasi 72 ore di agonia in mare, in violazione del diritto internazionale marittimo (ovvero punto 3.1.9 Convenzione SAR, 1979). L’obbligo degli Stati di garantire la sicurezza della vita in mare non viene mai meno, anche se l’evento SAR si verifica al di fuori della loro area di competenza (Linee guida dell’IMO sul trattamento delle persone soccorse in mare, par. 6.7). Secondo il comunicato stampa ufficiale del governo maltese, pubblicato il 15 aprile, Malta ha dichiarato di aver ritardato nel coordinamento dell’evento SAR emettendo un messaggio NAVTEX nella notte tra il 13 e il 14 aprile, dove si specifica che il paese non avrebbe fornito un place of safety (POS),, quindi in violazione del suddetto quadro giuridico.Decidendo di non procedere con un salvataggio e di non garantire lo sbarco in un luogo sicuro, il governo maltese è diventato responsabile di aver facilitato il respingimento illegale delle persone in difficoltà dalla zona SAR maltese alla Libia, in violazione dell’arte . 33 della Convenzione di Ginevra, art. 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Alarm Phone, in collaborazione con Sea-Watch e Mediterranea


Lo stato di emergenza sanitaria e la chiusura dei porti: sommersi e salvati di Alessandra Algostino
ordinario di diritto costituzionale, Università di Torino

L’emergenza sanitaria non deve comportare un arroccamento nazionalista, essere l’occasione, una volta di più, per discriminare nella tutela dei diritti umani, rendendo mera retorica i diritti universali o tramutandoli in privilegi del cittadino, veicolando l’idea che alcuni siano “più meritevoli”, “più umani”, di altri


AGGIORNAMENTO IMPORTANTE DEL 21 APRILE 2020

Aperta una indagine da parte della magistratura de La Valletta dopo la denuncia di una ONG maltese denominata Repubblika. La denuncia riguardava anche un precedente episodio nel quale gli agenti di una imbarcazione della Guardia costiera maltese avevano staccato i cavi di collegamento del motore ad un barcone che comunque successivamente veniva dagli stessi soccorso. Con riferimento all’imbarcazione poi oggetto di un respingimento illegale in Libia, nella tarda serata del 13 aprile entrambe le autorità italiane e maltesi avevano organizzato missioni di sorveglianza aerea, individuando infine la barca alle 23:45 dello stesso giorno nella zona SAR maltese in posizione 35° 01’N 013° 06’E. Ma omette ogni riferimento sull’intervento del peschereccio maltese Maria Christiana che imbarcava i naufraghi e li riportava a Tripoli, e sulla presenza di una seconda imbarcazione “fantasma”, oltre alla nave cargo IVAN, presente nell’area dell’intervento di soccorso. Circostanze che dovrebbero essere oggetto di accertamento da parte della magistratura italiana, a fronted ella morte di sette persone, mentre la nave IVAN si stava allontanando in direzione di Lampedusa, distante appena 35 miglia.

Secret pushback? Timeline of the AFM’s rescue coordination of the returned migrant boat

Is Malta responsible for a secret pushback of boat migrants to Libya?

Malta è responsabile di un respingimento segreto dei migranti in barca in Libia?

Secondo l’ONG Alarm Phone, le autorità maltesi hanno deliberatamente ignorato una richiesta di soccorso e quindi coordinato il prelievo di 63 persone che sono state respinte in Libia.

Questo episodio è oggetto di un’indagine della magistratura, con il magistrato Joe Mifsud a capo dell’indagine su un reclamo penale di Repubblika, una ONG della società civile che ha guidato le iniziative di commemorazione per Daphne Caruana Galizia e le proteste contro il governo Muscat nel 2019.

La denuncia è duplice: che i maltesi sono responsabili di questo respingimento, e che in un secondo episodio, la barca P52 dell’AFM ha sabotato un’altra barca di migranti. La denuncia accusa il comandante AFM Jeffrey Curmi e il primo ministro Robert Abela di omicidio. Il premier maltese ha continuato l’attacco, sfruttando l’antagonismo dei laburisti per la Repubblika e il loro avvocato, il ministro della giustizia ombra Jason Azzopardi, per giustificare la sua linea dura contro le ONG che effettuano salvataggio dei migranti, imbarcando persone e richiedenti asilo che si allontanano in mare dalle Coste libiche.

Ma la denuncia della Repubblika è stata anche indebolita, in parte perchè si è esagerato in un momento in cui la pandemia ha reso una necessità la chiusura dei confini; ma anche perché la ONG ha ora presentato prove all’inchiesta dei magistrati che sembrano andare contro le affermazioni secondo cui l’equipaggio ha sabotato la barca: che il migrante che manovrava il motore fuoribordo sul gommone era diretto da un membro dell’equipaggio P52 per tirare ciò che è noto come ‘kill switch’ per spegnere il motore – una procedura standard in salvataggio di questo tipo per garantire la sicurezza di tutte le parti coinvolte – e non che il motore sia stato deliberatamente danneggiato.

L’altra questione è se il rifiuto di prendere l’altra barca in pericolo nella zona SAR di responsabilità maltese rende Malta colpevole di un atto di refoulement, poiché l’AFM alla fine ha coordinato l’intervento di una nave commerciale per riportare la barca in Libia. Poiché la barca potenzialmente trasportava richiedenti asilo, l’atto di riportare i migranti nel luogo da cui stavano fuggendo sarebbe illegale ai sensi del diritto internazionale.

SEQUENZA TEMPORALE

9 aprile 63 persone – tra cui sette donne e tre bambini – sono fuggite da Garabulli, in Libia, su un gommone.

10 aprile Un’attività aerea di Frontex individua tre gommoni con persone a bordo nell’area della SAR libica (dichiarazioni stampa di Frontex rilasciate il 13 aprile ad ANSA Roma: “Rispetto delle procedure operative e delle leggi internazionali … abbiamo immediatamente informato i centri di coordinamento per il salvataggio marittimo (Italia, Malta, Libia e Tunisia) della posizione esatta delle barche “.

Quella stessa notte, qualcuno dalla barca chiama Alarmphone mentre si trovava in pericolo in mare, dicendo che stavano imbarcando acqua. La loro posizione GPS li indicava in acque internazionali (N 33 ° 41.795 ′, E 013 ° 34.0124 ′ ricevuti alle 01:52 CEST, 11/04/2020). Alarm Phone ha informato le autorità competenti di Malta, Italia e Libia, rimanendo in contatto con le persone in difficoltà e trasmettendo nuove posizioni GPS agli MRCC.

11 aprile Alle 9:20, Alarm Phone ha raggiunto telefonicamente le autorità libiche, che hanno dichiarato: “La Guardia costiera libica ora svolge solo attività di coordinamento a causa di COVID-19, non possiamo effettuare alcuna operazione di salvataggio, ma siamo in contatto con Italia e Malta. ” Nessun salvataggio è stato effettuato né da Italia né da Malta in quel giorno.

12 aprile (domenica di Pasqua) 12:45, Alarm Phone riceve la posizione N34 ° 29.947 ′ E013 ° 37.803 ′ dalla barca in pericolo, mostrandola nella SAR maltese. Alle 14:05, la barca chiamava di nuovo e, successivamente, il contatto non veniva più ristabilito.

13 aprile Entrambe le autorità italiane e maltesi hanno organizzato missioni di sorveglianza aerea, individuando infine la barca alle 23:45 nella SAR maltese in posizione 35° 01’N 013° 06’E.

14 aprile Malta invia un NAVTEX a tutte le barche: “Tutte le navi che transitano nella zona per tenere la guardia e assistere se necessario”. La posizione GPS corrispondeva a un modello di deriva stimato dell’imbarcazione in pericolo con 55 persone (confermate in seguito 63) a bordo. Il NAVTEX ha anche dichiarato che Malta non sarebbe in grado di fornire un luogo sicuro.

Una nave mercantile, l’IVAN, si fermava a un miglio di distanza dalla barca in pericolo, e Malta ordinava loro di rimanere sulla scena e monitorare la barca in pericolo fino all’arrivo del salvataggio. Una risorsa aerea delle Forze armate di Malta è stata sulla scena per tutta la durata dell’operazione, dando ordini all’IVAN e a due barche sulla scena.

Secondo le testimonianze raccolte dai sopravvissuti, tre persone sulla barca in difficoltà sono saltate in acqua per raggiungere l’IVAN e sono annegate.

Altre quattro persone si gettavano in mare per disperazione.

Nelle parole di un sopravvissuto raccontate a Alarm Phone: “Abbiamo chiesto aiuto e fatto segni. Tre persone hanno provato a nuotare verso questa grande barca mentre iniziava ad allontanarsi. Sono annegati. Abbiamo fatto segni con l’aereo con i telefoni e abbiamo sollevato il bambino per dimostrare che eravamo in difficoltà. L’aereo ci ha visto di sicuro, perché ci ha mostrato una luce rossa. Poco dopo un’altra barca uscìta dal nulla ci raccolse.


AGGIORNAMENTO IMPORTANTE DEL 22 APRILE 2020

Migranti. Strage di Pasquetta, la nostra ricerca della verità per 12 morti


Nello Scavo, mercoledì 22 aprile 2020

5 cadaveri, 7 dispersi in mare: nello scaricabarile delle responsabilità, ecco tutto ciò che è accaduto nelle tragiche ore di mancati soccorsi tra Tripoli e La Valletta

“Nell’affrettata ricostruzione ufficiale non c’è un solo tassello combaciante. La strage di migranti di Pasquetta è stata una gara a mentire, a scaricare responsabilità, a occultare omissioni e nascondere il ruolo della “flotta fantasma” dei network criminali libico-maltesi, stavolta adoperata per un respingimento di massa andato male. Dopo quasi cinque giorni abbandonati alla deriva nonostante le ripetute richieste di soccorso, 5 migranti sono arrivati cadavere a Tripoli, 7 sono dispersi in mare e i 51 superstiti, tra cui una bimba di 47 giorni, appena dopo lo sbarco in Libia sono stati deportati nella prigione di Tarik AL Sikka, un buco nero dove neanche l’Onu riesce a mettere piede.

Doveva avvenire tutto di notte, al buio, senza testimoni. Ma le controinchieste di giornalisti e organizzazioni umanitarie stanno rivelando quello che Malta e l’Europa vorrebbero non si vedesse” ( segue).


AGGIORNAMENTO IMPORTANTE DEL 23 APRILE 2020

Il decreto sui c.d. porti chiusi e le navi quarantena. Intervista a Gregorio De Falco

INTERVISTA | di Sergio Scandura – Radio Radicale – Durata: 19 min 39 sec


AGGIORNAMENTO DEL 28 APRILE 2020

How COVID-19 halted NGO migrant rescues in the Mediterranean

‘I don’t know of any law that says if you have a pandemic you’re allowed to let people die in the sea.’


Commission, experts call for code of conduct on migrant sea rescues

By Alexandra Brzozowski | EURACTIV.com


European Commission wants rules on migrant sea rescues, MEPs told

LIBE Committee holds session dedicated to crisis


Stop cooperation with and funding to the Libyan coastguard, MEPs ask

Press Releases LIBE  Yesterday  

The EU should stop channeling funds to Libya to manage migration and to train its coastguard, as the violation of human rights of migrants and asylum-seekers continues.

In a debate in the Civil Liberties Committee with representatives of the Commission, Frontex, UNHCR, the Council of Europe and NGOs, a majority of MEPs insisted that Libya is not a “safe country” for disembarkation of people rescued at sea and demanded that the cooperation with the Libyan coastguard stops.


Lunedì 27 aprile di pomeriggio, in Commissione Libe al Parlamento europeo. Discutevano di come intervenire in Libia e continuare a finanziare la sedicente Guardia costiera “libica” ai tempi del Covid 19, mentre in tutto il paese infuria una guerra civile che e’ alimentata da Turchia e da Egitto in prima battuta, con il concorso, da entrambe le parti, di tutte le principali potenze mondiali. Nel Mediterraneo centrale, intanto, si continua a morire per abbandono in mare ed omissione di soccorso. Gli stati vengono sistematicamente meno agli obblighi di coirdinamento e soccorso imposti dalle Convenzioni internazionali, ma Frontex preferisce fornire dati fuorvianti, come dare i numeri in termini di aumento percentuale ( al 400 per cento) senza indicare i numeri assoluti, sempre bassissimi. Poche centinaia di persone al mese riescono ad arrivare in Europa dopo essere fuggiti dai lager libici. Ma ogni argomento e’ buono per attaccare le Ong e chi cerca di salvare vite in mare.

La replica finale di Fabrice Legeri, direttore di Frontex, dopo le critiche di Msf, di Sea Eye e della Commissaria ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic.