Dai processi contro le ONG ai processi contro chi ha fermato i soccorsi umanitari. Fare chiarezza sulla guardia costiera libica.

(Aggiornamento a domenica 6 ottobre 2019)

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Sta passando sotto la stretta censura dei mezzi di informazione italiani la rigorosa indagine condotta da Avvenire sui rapporti della Guardia costiera libica del settore di Zawia, una delle tante guardie costiere collegate alle diverse milizie che si stanno scontrando per il controllo del paese, con le autorità italiane ed europee preposte alla sorveglianza in mare ed al contrasto dell’immigrazione irregolare.

Mentre si indagava per anni contro le ONG accusate di ogni sorta di nefandezza, fino alla collusione con i trafficanti libici, come se chiedere di sbarcare i naufraghi nel porto sicuro più vicino fosse un reato, gli stessi trafficanti erano ritenuti interlocutori di alcune agenzie ONU e delle agenzie di sicurezza europee al fine di garantire il blocco delle partenze dalla Libia. Il legame contestato alle ONG, accusate di avere interessi nel settore dell’accoglienza, mai dimostrato, ricorreva invece tra coloro che si ergevano a rappresentanti della guardia costiera libica, o ne auspicavano l’intervento, e i gestori istituzionali del sistema di accoglienza, proprio in un incontro segreto a Mineo, una megastruttura aperta nel 2011 dal governo di centro-destra guidato da Berlusconi, con Alfano ministro dell’interno, e tenuta aperta per anni malgrado critiche e denunce provenienti proprio dalle ONG. In quell’incontro si voleva esportare il “modello Mineo” in Libia per costruire grandi campi di contenimento nei quali concentrare i migranti ripresi dalla guardia costiera o comunque presenti in quel paese in transito verso l’Europa.

L’inchiesta esclusiva di ‘Avvenire’ mostra come nella trattativa Italia-Libia aperta nel 2017 per fermate i flussi migratori verso il nostro Paese i funzionari del governo italiano avesssero trattato, nella riunione che si sarebe svolta nel CARA di Mineo, anche con un pericoloso criminale, che già l’Onu aveva indicato come un boss mafioso libico, e trafficante di esseri umani, di base a Zawia.

Questo tipo di rapporti non sono certo una novità. Come scriveva già anni fa Nancy Porsia ” However, as of early 2015, officials of Zawiya’s GC began exploiting the political and security vacuum and started to impose a toll on migrant smugglers operating in the area, as a local security services’ member said on condition of anonymity after two failed attempts on his life. In the last two years, human smugglers have been paying off the Coast Guard in Zawiya in order to get their dinghies through, otherwise migrant vessels sent by them would be stopped and brought to the detention centre Al Nasser in Zawiya.”

La giornalista Nancy Porsia ricorda come “l 17 agosto 2016, il personale a bordo della nave Médecins Sans Frontières (MSF) Bourbon Argos era stato assalito da uomini armati non identificati che prima sparavano alla loro nave e poi si imbarcavano su di essa. Nella sparatoria contro la nave per aiuti umanitari la Bourbon Argos veniva danneggiata da colpi ma non erano riferite notizie su vittime. Il gruppo armato è stato recentemente identificato come guardia costiera di Zawiya, come il portavoce della guardia costiera libica Ayoob Qassem ha confermato in un’intervista. Qassem ha dichiarato: “Era un incidente causato da entrambe le parti. A causa del contrabbando diesel in mare aperto in Libia, la Guardia Costiera di Zawiya veniva inviata dalla raffineria di petrolio situata nel porto di Zawiya per un pattugliamento in mare. Una volta che l’unità CG ha individuato la nave, il personale militare inizialmente pensò che fosse una petroliera. Ma abbiamo parlato e risolto il malinteso ”. Parlando per quanto riguarda l’incidente in mare che ha coinvolto la nave di MSF, il colonnello Reda Essa, a capo della Guardia costiera libica del settore centrale, responsabile delle acque territoriali che si estendono da Sirte a Garabulli, ha sottolineato che al momento dell’incidente l’unità di pattugliamento della guardia costiera non aveva alcuna informazione sul traffico marittimo e che gli incidenti potrebbero essere evitati con un protocollo di comunicazione più sofisticato”.

Sempre nel 2016, un reportage di Lucia Goracci per Rai News mostrava le immagini di un recupero di naufraghi da parte della cosiddetta Guardia costiera libica che lasciava andare i trafficanti e trasferiva in un centro di detenzione i migranti.

Negli anni successivi gli incidenti tra la sedicente guardia costiera “libica” e le navi delle ONG si sono ripetuti e tutti ricordano l’episodio eclatante dell’attacco portato da una motovedetta tripolina alla nave umanitaria Sea Watch 3 mentre era in corso una operazione di salvataggio in acque internazionali, il 6 novembre 2017. In quell’occasione l’intervento della motovedetta libica causò diverse vittime, a causa della decisione del comandante di ripartire alla massima velocità, dopo avere caricato a bordo una parte dei naufraghi, mentre altri restavano in acqua o cadevano in mare, dopo che il loro gommone era affondato.

Nel mese di dicembre del 2017 a Palermo, il Tribunale permanente dei popoli ha condannato l’Italia e l’Unione europea per concorso in crimini contro l’umanità a causa degli accordi stipulati con la Libia e per le politiche di respingimento in mare. Non si poteva negare già allora che l’Italia e l’Unione europea delegassero veri e propri respingimenti collettivi alle milizie imbarcate a bordo dei mezzi della guardia costiera “libica”. Gli stessi mezzi che tentavano di tenere lontane dalla pretesa zona SAR libica, che non corrisponde certo alle acque territoriali, le navi umanitarie delle Organizzazioni non governative.

Il Tribunale ha individuato diversi profili di responsabilità penale dei vertici dello Stato, nonché di responsabilità internazionale dell’Italia, a causa della complicità per le torture che continuerebbero ad essere commesse nei campi di detenzione libici e sulle quali già da tempo si è concentrata anche l’attenzione del procuratore della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda”. Come osserva M. Ventrone, “invero, la connessione tra la condotta italiana, consistente nella fornitura di assistenza tecnica e finanziaria alle autorità libiche, e le gravi violazioni dei diritti umani che si consumerebbero in Libia è già stata evidenziata dalla dottrina internazionalistica e una responsabilità indiretta dell’Italia su tali illeciti appare difficilmente contestabile (si veda, tra gli altri, l’intervento di A. Del Guercio e A. Liguori sull’ultimo Bollettino Laboratorio diritti fondamentali-Ldf).

Ancora nel 2019 un importante servizio di Rai News confermava come i migranti ripresi in alto mare dalla sedicente guardia costiera libica, fossero “rivenduti” ai trafficanti immediatamente dopo la loro riconduzione a terra.

2. A questo punto occorre chiarire che il territorio libico è da anni sotto il controllo di diverse milizie che se lo contendono, spesso con riferimenti a gruppi tribali o ai sindaci delle principali città. Zawia ed il suo porto industriale si confermano da tempo come i principali snodi dei traffici illeciti provenienti dalla Libia. Chi controlla quel territorio non può che controllare tanto le partenze dei migranti che le attività di contrabbando. La situazione negli ultimi mesi è in rapida evoluzione, e dopo gli attacchi del generale Haftar sulla città di Tripoli, in particolare dopo la strage verificatasi tre mesi fa nel centro di Tajoura, centinaia di migranti sono stati trasferiti dai centri di detenzione tripolini verso il centro di detenzione di Zawia Al Nasr gestito dal DCIM ( Dipartimento contro l’immigrazione clandestina). Il Dentetion Center stataleche dovrebbe essere gestito dal DCIM è però di fatto sotto il controllo della Brigata Al-Nasr.

Le testimonianze raccolte nelle ultime settimane tra i migranti provenienti dal centro di Zawia e soccorsi dalle ONG, che ancora riescono a raggiungere l’Italia, confermano che la situazione delle persone detenute dentro i centri “governativi” al pari di quelle trattenute nei centri gestiti direttamente dalle milizie, è in continuo peggioramento. I trafficanti continuano a spadroneggiare ovunque, anche per la diffusa corruzione e per il continuo capovolgimento dei fronti militari. Anche le attività della raffineria di Zawia hanno subito interruzioni durante i mesi estivi “per forza maggiore”, che vuol dire per attacchi e sabotaggi provenienti da milizie non ben identificate.

Restano ancora tutti da chiarire i risvolti dell’inchiesta “Dirty Oil” che nel 2017 vedeva al suo centro i contrabbandieri di petrolio di Zawia che commerciavano con mafiosi maltesi e siciliani. Tutti adesso ritornati liberi ed in giro tra Malta e vari paesi europei. Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria con una autobomba a Malta, stava indagando anche su questa connection.

Chi controllava il traffico di esseri umani a Zawia, dunque Bija, in combutta con Mohamed Koshlaf, capo della milizia Nasr, non poteva che controllare anche il traffico di petrolio, proveniente dalla grande raffineria della società libica statale NOC, tuttora operante a Zawia, proprio a ridosso del porto industriale e vicina all centro di detenzione Al Nasr, dove la sedicente guardia costiera libica “della raffineria di Zawia” riporta i naufraghi intercettati in mare.

Lo stesso scenario che si ripeteva a Sabratha, con la potente famiglia Dabbashi, che dal 2015 si occupava della sicurezza dell’importante impianto petrolifero dell’Eni di Mellita, dove però adesso, per effetto della guerra civile, sembra che gli equilibri siano cambiati. Anche in questo caso, sempre nell’estate del 2017, sarebbero intervenuti accordi tra le milizie locali ed agenti italiani per fermare le partenze in cambio di danaro. Lo conferma una importante inchiesta di una giornalista dell’Associated Press che riferisce di un incontro tra italiani e miliziani libici alleati dei trafficanti, che si impegnavano a bloccare le partenze da Sabratha, fino ad allora assai frequenti.

Secondo un articolo sul sito web del Corriere della sera del 9 agosto 2017, a firma di Lorenzo Cremonesi, le milizie dei Dabbashi che operavano come polizia locale, avrebbero ricevuto “almeno 5 milioni di euro dall’Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez Sarraj».

Erano i giorni in cui il ministro dell’interno Minniti cercava di imporre il Codice di condotta alle ONG per subordinare i loro interventi alle decisioni della sedicente Guardia costiera libica, già allora assistita da assetti militari italiani, mentre a Lampedusa veniva sequestrata la nave Juventa della ONG tedesca Jugend Rettet, con la singolare accusa, in questo contesto, di collusione con i trafficanti. Trafficanti che, quando conveniva, si trasformavano nella sedicente Guardia costiera “libica”. Sempre nello stesso periodo, a partire dal mese di luglio del 2017, si insediava nel porto militare di Tripoli la prima nave militare italiana della missione NAURAS, la nave Capri, con il compito di fornire “assistenza tecnica” alle motovedette donate nel frattempo dall’Italia. Da allora il Parlamento italiano ha sempre rinnovato il finanziamento delle missioni militari in Libia, compresa l’operazione NAURAS. Procedeva di pari passo l’addestramento dei guardiacoste libici, provenienti da diverse città, a bordo delle navi, anche italiane, della missione europea Eunavfor Med, nel frattempo rinominata “Operazione Sophia”.

Il Consiglio europeo del 28 giugno del 2018 si concludeva con un preciso riconoscimento del ruolo della guardia costiera libica, e con un richiamo esplicito rivolto ai comandanti delle navi delle ONG :”Tutte le navi operanti nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. Un orientamento che sta riemergendo nella prima fase delle attività della nuova Commissione europea e nelle dichiarazioni di importanti rappresentanti del nuovo governo italiano.

Detainees from West Africa peer out of their overcrowded cell in the al-Nasr detention center in Zawiya, Libya, where migrants intercepted by the Coast Guard in Zawiya are warehoused indefinitely. Image by Peter Tinti. Libya, 2017.

Secondo un aggiornamento delle indagini condotte dall’Avvenire su un incontro avvenuto, nel maggio del 2017, nel centro di accoglienza di Mineo, con esponenti della guardia costiera di Zawia, si sarebbe trattato di un negoziato che, apprendiamo oggi, avrebbe consentito a figure di spicco delle organizzazioni criminali di venire accolte nel nostro Paese con la considerazione solitamente concessa a esponenti di governo. Bija era tra questi, ma non era il solo. Secondo alcune fonti presenti al meeting mai reso pubblico presso il Cara di Mineo, tra i libici vi erano anche altri esponenti vicino all’uomo forte di Zawyah. Nomi che oggi potrebbero essere rinvenuti tra i torturatori di migranti indicati dalle vittime nel corso di varie inchieste delle procure siciliane“.

Come riporta l’Avvenire, dopo il meeting in Sicilia nel CARA di MIneo, Bija era ospite della Guardia costiera italiana a Roma per un “ncontro formativo» .Nei report Onu di un anno prima le notizie sulle uccisioni di profughi nel campo di Zawyah.Se la visita della delegazione libica al Cara di Mineo e in altri centri per immigrati in Sicilia non era mai stata resa pubblica prima delle rivelazioni di Avvenire, emerge ora una foto del 15 maggio 2017 a Roma, nel quartier generale della Guardia costiera italiana quattro giorni dopo il meeting in Sicilia.” Eppure i vertici della sicurezza ed i comandi italiani non potevano non sapere con chi stavano trattando.

Nella nota che, sul sito della Guardia costiera, accompagnava la notizia si legge: «Nell’ambito del progetto “Sea Demm – Sea and Desert Migration Management for Libyan authorities to rescue migrants”, coordinato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il Comando Generale delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera ha ricevuto in visita una delegazione composta da rappresentanti di diverse amministrazioni libiche e di funzionari dello stesso Oim».

3. Tutti i processi fin qui aperti contro gli operatori umanitari hanno escluso qualsiasi collusione tra le ONG e le organizzazioni criminali, infiltrate nelle milizie e nella stessa Guardia costiera libica. Dagli stessi processi è invece emerso come fossero proprio i centri di controllo europei ed italiani a coordinare le attività dei guardiacoste libici, forniti in gran parte dall’Italia, ed assistite a Tripoli, nel porto militare di Abu Sittah dalla missione italiana Nauras. E’ anche notoria l’attività di addestramento di numerosi componenti della Guardia costiera “libica” a bordo delle unità militari dell’Operazione Eunavfor Med ed anche in territorio europeo. A luglio di quest’anno “la Camera dei deputati ha dato il via libera alla relazione delle Commissioni Affari esteri e Difesa sulla deliberazione del Consiglio dei Ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2019. Gli impegni dei militari italiani sono stati enumerati dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che ha rivendicato l’approccio del governo teso a concentrare le forze e le risorse italiane in aree di particolare interesse strategico, come il Mediterraneo, sempre in accordo con le organizzazioni internazionali, ONU e NATO su tutte. In particolare, Trenta ha ribadito: la necessità di rilanciare la missione italiana in Libia, dando supporto alla Guardia Costiera e alle forze che operano per la stabilizzazione della Libia” Adesso il Parlamento italiano sarà chiamato a rifinanziare quelle attività di supporto della Guardia costiera libica, un voto che segnerà uno spartiacque tra chi difende davvero i diritti umani e la vita delle persone, e chi invece li ritiene sacrificabili alla ragion di stato ed alle opportunità politiche ed economiche.

4. Le indagini avviate in Italia contro i responsabili degli accordi con i libici ed i loro attuatori, in territorio libico e nella cd. SAR “libica”, dal livello politico fino al livello esecutivo, si sono arenate, o per la mancanza di una autorizzazione a procedere, come nel caso Diciotti, o per l’assenza di riscontri probatori, dal momento che dalle autorità libiche non è arrivata (ovviamente) alcuna collaborazione. Si tratta di indagini difficili e delicate, che sono strettamente connesse alle indagini avviate da anni dalla Procura di Catania sul traffico di petrolio di contrabbando che si snodava proprio da Zawia verso Malta e la Sicilia. Mentre alle ONG era precluso l’ingresso nelle acque territoriali per sbarcare i naufraghi, e tutti i controlli si concentravano sulle navi umanitarie decine di navette facevano la spola tra Zawia e Malta con il loro carico di petrolio di contrabbando. Dopo il travaso del petrolio avvenuto al limite delle acque territoriali maltesi altre navette partivano verso i porti italiani. Chi sono i responsabili di omesso controllo?

Le Organizzazioni non governative non lasceranno che sull’accertamento delle responsabilità di chi ha permesso trattenimenti arbitrari, estorsioni e torture in Libia, e prassi di respingimento o di abbandono collettivo in alto mare, cali il silenzio o si riaffermi l’indifferenza. Il fine non giustifica i mezzi. Frontex e le altre agenzie di sicurezza farebbero bene ad indagare sui traffici illeciti finanziati in territorio libico anche con i fondi degli stati europei, piuttosto che accanirsi sulle attività di soccorso umanitario e sulle reti sociali che le sostengono in Europa.

5. Di seguito gli elementi principali dell’esposto presentato a settembre dalla ONG Mediterranea. Nei giorni scorsi esponenti della Procura di Agrigento sono stati a Roma per espletare attività di indagine dopo due esposti presentati dalla ONG Open Arms e dall’Associazione Giuristi democratici.

Sarebbe auspicabile che tutti coloro che sino ad ora hanno contribuito a criminalizzare le ONG riconoscessero adesso la portata enorme del livello di collusione tra la Guardia costiera di Zawia con le organizzazioni criminali e dunque la grave compromissione della portata operativa degli accordi stipulati tra Italia e governo di Tripoli nel 2017. Abusi e naufragi sono conseguenza di queste intese. Gli accordi con la Libia ( meglio con il governo di Tripoli) vanno immediatamente sospesi, ed una Commissione di inchiesta parlamentare dovrà affiancare le indagini della magistratura per accertare tutte le responsabilità ed impedire che tali accordi possano continuare a produrre i loro effetti nefasti per il futuro.

I comportamenti e l’alto grado di collusione con i trafficanti della Guardia costiera libica rendono infondato il riconoscimento di una zona SAR (Search and Rescue) “libica”, una zona da cancellare immediatamente dai Registri dell’IMO (Organizzazione marittima internazionale).

Quanto sta emergendo adesso dalle inchieste pubblicate dall’Avvenire rende ancora più evidente la infondatezza dei provvedimenti prefettizi di sequestro delle navi umanitarie, che non avrebbero mai potuto obbedire agli ordini provenienti dal Viminale che voleva la riconsegna dei naufraghi ai libici. A questo punto si impone la loro immediata restituzione alle ONG perché tornino al più presto ad operare salvataggi in quello che è stato trasformato in un gigantesco cimitero liquido, sulla rotta del Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più pericolosa del mondo. Se l’Unione europea volesse dare davvero un segnale di umanità non bastano gli impegni verbali o gli applausi alla comandante Carola Rackete. Occorre sospendere qualsiasi aiuto alla Guardia costiera libica, riabilitare le ONG, e inserirle di nuovo nei sistemi di ricerca e salvataggio, come avveniva fino al 2016, riorganizzare una missione europea di salvataggio nel Mediterraneo centrale, sul modello dell’operazione Mare Nostrum del 2014.


“Il 4 settembre del 2019 abbiamo inviato un esposto alla Procura di Agrigento e alla Procura di Roma” annuncia Mediterranea Saving Humans.

“Le prime 30 pagine offrono una ricostruzione dettagliata di tutti gli eventi intercorsi dall’alba del 28 agosto, quando la nostra nave ha soccorso 98 persone, tra cui 22 bambini piccoli, a rischio di morte su un gommone sovraffollato, fino alle prime ore del 3 settembre, quando al nostro comandante e al nostro armatore sono stati assurdamente notificati il sequestro amministrativo di Mare Jonio e una sanzione di 300.000 euro per avere violato il divieto di ingresso in acque territoriali, nonostante fossimo entrati con formale autorizzazione delle autorità competenti.

La lista di violazioni e abusi commessi in questa vicenda è lunga e non è certamente a carico del nostro equipaggio. È un dovere etico riaffermare pienamente la verità e la giustizia rispetto a quanto accaduto, e continuare a tutelare i diritti delle persone che abbiamo soccorso e del nostro equipaggio. Ancora una volta siamo noi a chiedere che le indagini vengano aperte, certi di avere sempre agito – a differenza di alcuni dei massimi vertici del governo in carica fino a ieri – in piena conformità col diritto internazionale e con la nostra Costituzione.

Speriamo che venga anche ricostruita dall’autorità giudiziaria la catena delle responsabilità istituzionali e personali riguardanti il nostro caso, poiché, riportando fedelmente l’esposto:

“Si ritiene che la vicenda che ha riguardato la gestione dell’evento SAR del 28 agosto 2019 prima; l’adozione del provvedimento inibitorio di accesso alle acque territoriali in seguito; ed il sequestro amministrativo della nave MARE JONIO e di applicazione di sanzione pecuniaria per l’asserita violazione della diffida ministeriale, per finire, sia segnata da una serie di gravissime omissioni istituzionali; di provvedimenti assunti in difetto delle condizioni di legge e in violazione di obblighi internazionali e di norme di rango costituzionale; di comportamenti di dubbia liceità e fortemente lesivi della integrità psico-fisica, dignità e dei diritti dei migranti soccorsi, dell’equipaggio e di tutte le persone a bordo, con particolare riferimento a:

– il tentativo di respingere in Libia 98 profughi di guerra in grave condizione di vulnerabilità, vittime di reiterati atti di sevizie e violenze nei campi di detenzione libici, tra cui numerosi bambini e donne in gravidanza, con la consapevolezza di esporli, in tale maniera, al rischio concreto di essere torturati o uccisi; 

– l’omesso coordinamento dell’evento SAR da parte delle Autorità nazionali a ciò preposte, pur essendo state costoro informate, per prime, del soccorso e dunque avendone l’obbligo legale; 

– l’omessa assegnazione del PoS in violazione degli obblighi internazionali e nazionali in tema di salvataggio delle vite in mare; 

– l’emissione del provvedimento inibitorio di accesso nelle acque territoriali da parte dei Ministri competenti in assenza di alcuna istruttoria atta ad accertare la sussistenza delle ragioni di pericolosità per l’ordine e la sicurezza nazionale richiamate nel decreto n. 59/2019 convertito in legge n. 77 e in diretta violazione degli obblighi internazionali e nazionali in tema di salvataggio delle vite in mare; 

– l’ingiustificato trattenimento di tutte le persone a bordo della MARE JONIO – nave, peraltro, battente bandiera italiana, come tale territorio flottante dello Stato – costretti a rimanere sul rimorchiatore contro la loro volontà per 6 giorni in condizioni inumane ben note alle competenti autorità in quanto documentate da sanitari di bordo e ministeriali e dalla psichiatra, dott.ssa Carla Ferrari Aggradi e reiteratamente comunicate alle competenti autorità; 

– il ritardo nell’adozione dei provvedimenti di evacuazione medica pur a fronte dei numerosi solleciti e delle relazioni del sanitari di bordo e ministeriali e della relazione psichiatrica che paventava il rischio, in caso di prosecuzione della permanenza a bordo, di atti di autolesionismo o di reazioni violente, che ha cagionato un progressivo aggravamento delle condizioni psico fisiche dei naufraghi soccorsi fino ad ingenerare condotte autolesive, ansia, panico, disturbi del sonno, rifiuto del cibo e scioperi della fame; 

– l’omessa indicazione di un punto di fonda all’interno delle acque territoriali, in temporanea deroga all’inibizione, per garantire la sicurezza di tutte le persone a bordo della MARE JONIO a fronte dell’allerta meteo diramata dalle Autorità competenti; 

– l’omessa, tempestiva, adozione, da parte delle competenti Autorità, dei necessari provvedimenti a tutela della salute e della sicurezza di tutte le persone a bordo per contenere il rischio di un’emergenza sanitaria e la diffusione di malattie comunitarie, pur essendo stati reiteratamente informati delle precarie condizioni igieniche della MARE JONIO a causa della disfunzione dell’impianto di dissalazione dell’acqua, e della conseguente assenza di acqua corrente, e del rischio di diffusione di malattie comunitarie per l’impossibilità di garantire una corretta igiene personale e degli ambienti; 

– l’aver, come conseguenza delle condotte sopra richiamate, sottoposto i naufraghi soccorsi dalla MARE JONIO a trattamenti inumani e degradanti, fortemente lesivi della loro dignità di persone e dei loro diritti fondamentali, contribuendo ad aggravarne le condizioni di stress psico-fisico al punto da ingenerare reazioni di tipo autolesive, depressive, rifiuto del cibo, ansia e panico; 

– l’adozione del provvedimento di sequestro amministrativo della MARE JONIO e della sanzione pecuniaria per violazione dell’art. 12 comma 6 bis del Decreto Legislativo n. 286/1998, pur a fronte dell’autorizzazione all’ingresso in acque territoriali rilasciata dalle competenti Autorità portuali.”

Abbiamo chiesto alla Procura della Repubblica di procedere ad accertare tutti gli estremi di reato riconducibili a queste condotte, al fine di perseguire e punire a norma di legge chi ne è autore. è un atto di giustizia che travalica anche le vicende che ci vedono direttamente protagonisti.

Perché ripristinare lo stato di diritto nel Mediterraneo significa costruire argini all’abuso e alla violenza del potere anche a terra.

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