Soccorrere non è reato, sono illegittimi i divieti di ingresso nel mare territoriale.

AGGIORNAMENTO

Quando i ministri hanno i “pieni poteri” queste sono le conseguenze. Adesso non occorre solo un nuovo governo, che sia coerente nel sostenere l’abrogazione del decreto sicurezza bis, ma occorre anche una giurisdizione che disapplichi norme in contrasto con la Costituzione e le Convenzioni internazionali.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/mare-jonio-scontro-capitaneria-viminale

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/03/mare-jonio-viminale-sequestrata-dalla-guardia-di-finanza-mediterranea-surreale-ci-hanno-dato-lok-a-entrare/5426324/?utm_content=Echobox#Echobox=1567494809

“In data 2 settembre 2019, con le firme dei Senatori Gregorio de Falco e Saverio De Bonis, e dell’avvocato Alessandra Ballerini, è stato presentato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma (e per conoscenza ed al fine di assumere ogni determinazione di competenza indirizzato anche al Commissario per i diritti umani del Consiglio di Europa, all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR) e alla Commissione dell’Unione Europea) un Esposto relativo alla vicenda della Mar Jonio, nave che aveva tratto a bordo molti naufraghi e alla quale era stato interdetto l’ingresso in acque italiane, impedendo così lo sbarco delle persone salvate e quindi il completamento obbligatorio delle operazioni di salvataggio.”

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-magistratura-indaghi-su-chi-ha-bloccato-la-mar-jonio_it_5d6e22cbe4b0110804541101

https://www.ilsettemezzo.com/article?aid=MTgwOA==&title=Alan-Kurdi–quei-naufraghi-dimenticati-nel-Mediterraneo-e-rimpallati-tra-Erode-e-Pilato

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Dopo giorni di abbandono e di divieti di ingresso nel mare territoriale, i naufraghi della Mare Jonio di Mediterranea hanno potuto toccare terra, mentre il comandante della Eleonore di Lifeline , con oltre 100 persone a bordo di una nave troppo piccola per resistere a lungo in alto mare con tante persone ha dovuto dichiarare lo stato di emergenza e fare ingresso nel porto di Pozzallo ( Ragusa).

Immediato il provvedimento di sequestro e l’apertura di un procedimento penale a carico del comandante per una ipotetica “agevolazione” dell’ingresso di “clandestini”. Mentre reati ben più evidenti continuano ad essere commessi da chi ha vietato o comunque impedito l’ingresso nel mare territoriale alle navi umanitarie che comunque hanno potuto raggiungere un porto “sicuro”, ed anche ad un’altra nave delle ONG, la Alan Kurdi di Sea-Eye, ancora tenuta al largo delle coste italiane con il suo “carico” di soli 13 naufraghi, tra cui otto minori. Minori che per norme internazionali e in base alla legge italiana (legge Zampa n. 47/2017) non sarebbero respingibili in frontiera.

Si continua ad equiparare il soccorso umanitario in acque internazionali ad un comportamento illecito perché le navi delle ONG non obbediscono ai diktat imposti fin qui dal Viminale, attraverso la centrale di coordinamento della guardia costiera (MRCC) di Roma, che ordina la riconsegna dei naufraghi, soccorsi in acque internazionali, ai guardiacoste delle milizie libiche, mentre in Libia infuria la guerra civile, e le testimonianze delle torture inflitte ai migranti si moltiplicano.

Una assimilazione insostenibile perché le Convenzioni internazionali impongono ai comandanti delle navi, di qualsiasi nave, i soccorsi immediati delle persone che si trovano in situazione di distress, e lo sono tutti, quando le imbarcazioni sono sovraccariche e senza alcuna possibilità di raggiungere un porto sicuro. Non qualunque porto sicuro ma il porto sicuro più vicino su indicazione e coordinamento delle autorità marittime dello stato che per primo ha notizia del caso SAR (Search and rescue) quando altri stati non vogliono o non possono garantire un place of safety.

Si deve ricordare quanto richiama Irini Papanicolopulu, docente di diritto internazionale presso l’Università di Milano Bicocca, secondo cui “l’ingresso di una nave che trasporta persone soccorse in mare in adempimento dell’obbligo internazionale di salvare la vita umana in mare non può considerarsi come attività compiuta in violazione delle leggi nazionali sull’immigrazione, a condizione che l’obiettivo della nave sia semplicemente quello di far sbarcare le persone soccorse. Infatti, l’obbligo di salvare la vita umana in mare vincola sia gli stati (ai sensi dell’art. 98, par. 1 CNUDM) sia i comandanti di navi (ai sensi del Capitolo V, reg. 33 SOLAS, nonché di numerose norme nazionali, quali ad esempio l’art. 489 cod. nav.). Tale obbligo richiede al comandante di assistere le persone in pericolo e di condurle in un luogo sicuro. In altri termini, la fattispecie del salvataggio in mare continua fino a quando il comandante non abbia fatto sbarcare le persone in luogo sicuro, e il suo ingresso nel mare territoriale e nei porti di uno Stato non può essere visto sotto luce diversa. Non si può quindi precludere il passaggio inoffensivo ad una nave che ha soccorso persone in pericolo, anche al di fuori del mare territoriale, qualora questa intenda entrare al fine di perfezionare il proprio obbligo di salvare la vita umana in mare.”

Il trasferimento delle responsabilità di coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio ad un’altra autorità SAR deve tenere conto delle esigenze di garantire comunque un intervento di salvataggio quanto più tempestivo possibile, e il rispetto del divieto di sbarco in un porto non sicuro. Altrimenti sarebbe molto semplice per gli stati liberarsi dei propri obblighi di ricerca e salvataggio a discapito delle persone che vanno soccorse in acque internazionali. Come non è consentito ricorrere al consueto espediente di trasferire la responsabilità SAR sulla Centrale di coordinamento (MRCC) del paese di bandiera della nave soccorritrice, distante magari migliaia di chilometri dall’area dei soccorsi.

Se le autorità di Malta hanno negato il loro consenso allo sbarco in un porto di quello Stato, l’Italia non può negare lo sbarco in un proprio porto sicuro, che diventa essenziale per completare le operazioni di salvataggio. Se, come risulta dagli ultimi rapporti delle Nazioni Unite, e come riconosce persino il ministro degli esteri Moavero la Libia non garantisce “porti di sbarco sicuri”, spetta al ministero dell’interno, di concerto con la Centrale operativa della guardia costiera (IMRCC) di Roma, indicare con la massima sollecitudine un porto di sbarco sicuro, anche se l’evento SAR si è verificato nelle acque internazionali che ricadono nella pretesa zona di ricerca e salvataggio “libica”. Una zona Sar che ancora non corrisponde ad uno stato unitario, che rispetti il diritto di asilo ed i migranti in transito, e che disponga di una centrale operativa nazionale per i soccorsi.

La narrazione superficiale sulla galleggiabilità dei gommoni da soccorrere o sui naufraghi che festeggiano il salvataggio e l’arrivo in un porto italiano, diffusa dai mestatori d’odio, non può dunque nascondere il carattere vincolato delle attività di soccorso. da chiunque operato, e le gravi violazioni commesse dalle autorità statali, quando senza una valida motivazione vietano alle navi soccorritrici l’ingresso nelle acque territoriali o nei porti italiani.

Come ha ricordato in diverse occasioni l’Autorità garante per le persone private della libertà personale, “l’interdizione all’ingresso costituisce esercizio della sovranità e implica che ai migranti soccorsi e a bordo della nave debbano essere riconosciuti tutti i diritti e le garanzie (divieto di non refoulement, diritti dei minori stranieri non accompagnati, diritto di protezione internazionale…) che spettano alle persone nei confronti delle quali l’Italia esercita la propria giurisdizione”. Non si possono adottare provvedimenti amministrativi che intaccano i diritti fondamentali della persona sulla base del mero sospetto che le Ong siano colluse con trafficanti o scafisti, oppure che compiano attivita’ dolosamente preordinate alla introduzione di immigrati irregolari in Italia. I divieti di ingresso nelle acque territoriali fin qui adottati sono illegittimi perché contrastano con le Convenzioni internazionali di diritto del mare e con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati che non consentono di qualificare come comportamenti illegali le attivita di ricerca e soccorso in acque internazionali ed il successivo ingresso nel mare territoriale per lo sbarco dei naufraghi in un place of safety.

Si tratta di violazioni di leggi e Convenzioni internazionali tanto gravi e ripetute, da costituire ormai un sistema organizzato di condotte omissive, che potrebbero mantenere intatta la loro rilevanza penale e civile, oltre che amministrativa, indipendentemente dall’esito dello sbarco, se ordinato dalla magistratura a seguito di un sequestro probatorio, se imposto dall’autorità sanitaria per ragioni di emergenza medica (MEDEVAC), o se frutto di un sequestro operato dal prefetto in base all’art. 2 del nuovo decreto legge sicurezza bis. L’arrivo dei naufraghi a terra non elide la rilevanza giuridica dei fatti verificatisi in precedenza, ed anche la eventuale responsabilità penale, se viene accertata, e questo vale nei confronti di tutti, non solo dunque in via di ipotesi nei confronti dei soccorritori ma anche di tutte le autorità dello stato che hanno adottato provvedimenti in merito all’ingresso in porto o nel mare territoriale.

Quanto avvenuto in queste settimane, con i divieti di ingresso nelle acque territoriali imposti alle ONG, mentre centinaia di migranti sono sbarcati autonomamente in Italia, o a seguito di soccorsi operati da unità appartenenti a corpi dello stato, rende evidente come, oltre alla illegittimità costituzionale che potrebbe valere per una pronuncia di abrogazione da parte della Corte Costituzionale, ricorra un uso distorto della discrezionalità amministrativa fin troppo ampia, consentita al ministro dell’interno dal vigente decreto sicurezza bis.

Fino a quando non si arriverà all’abrogazione degli articoli 1 e 2 del decreto legge sicurezza bis, adesso convertito in legge, per quanto concerne i divieti fin qui frapposti dal ministro dell’interno, si dovranno verificare i presupposti che lo stesso decreto richiede perché il ministro dell’interno, con il concerto dei ministri della difesa e delle infrastrutture, possa adottare un provvedimento che vieta l’ingresso nelle acque territoriali ad una nave che ha soccorso naufraghi, solo perché si tratta di navi appartenenti ad Organizzazioni non governative.

2. Le ONG sono target da anni di una precisa campagna diffamatoria che in particolare, dopo il caso Aquarius dello scorso anno, ha portato consensi determinanti ai suoi proponenti, la Lega ed il suo leader. Nessun abuso passerà sotto silenzio, nessuna diffamazione resterà impunita. Le denunce si stanno moltiplicando.

Attendiamo ancora di conoscere gli sviluppi del processo derivato dal sequestro della nave Juventa della ONG tedesca Iugend Rettet il 3 agosto del 2017 a Lampedusa. Un processo avviato sulla base di prove e di una ricostruzione fotografica che sono state smentite dagli stessi testimoni di accusa.

Se non si vuole che i provvedimenti di divieto di ingresso nel mare territoriale si traducano ancora, in altre future occasioni, in trattamenti inumani o degradanti, o possano mettere in pericolo persone abbandonate in mezzo al mare a bordo di navi che dovrebbero concludere al più presto le operazioni di soccorso, occorre sanzionare i divieti di ingresso adottati in contrasto con le Convenzioni internazionali, applicati ai limiti delle acque territoriali nei confronti di persone in fuga da un paese ( la Libia) nel quale non possono e non devono fare ritorno, come conferma da tempo l’UNHCR.

In un recentissimo documento ” L’UNHCR chiede nuovi sforzi per limitare la perdita di vite in mare, tra cui il ritorno delle navi di ricerca e soccorso degli Stati Membri dell’UE. Le restrizioni legali e logistiche alle operazioni di ricerca e soccorso delle ONG, sia in mare che per via aerea, devono essere eliminate. Gli Stati costieri dovrebbero facilitare, non ostacolare, gli sforzi volontari per evitare le morti in mare”.

Occorre soprattutto impedire una qualificazione delle attività di soccorso come agevolazione dell’immigrazione irregolare, che comunque prosegue, anche senza la presenza delle ONG, e per numeri ben più rilevanti. Nessun allarme invasione giustifica l’esercizio di poteri straordinari da parte del ministro dell’interno, che dovrebbe astenersi dall’utilizzare la indicazione di un porto di sbarco sicuro, che costituisce atto dovuto, per imporre quote di redistribuzione agli altri paesi europei. Una politica perdente da tutti i punti di vista, che il ministro, fino a questa sera, Salvini ha cercato di imporre all’Unione Europea, finendo alla fine per isolare l’Italia. Come è provato dai numerosi trasferimenti di naufraghi rapidamente effettuati da Malta verso altri paesi europei, perché il governo de La Valletta, se ha impedito l’ingresso delle navi delle ONG, ha almeno consentito il trasbordo e lo sbarco a terra delle persone, mentre l’Italia, con la sua politica migratoria basata sul ricatto leghista, non ha ottenuto i trasferimenti nella misura richiesta e sta registrando ritardi su quelli già promessi in precedenza da altri paesi UE.

3. Sono queste le ragioni che inducono a ritenere che la discontinuità” nelle politiche migratorie debba comportare l’abrogazione dell’art. 1, oltre che dell’art. 2 del decreto sicurezza bis, ben oltre dunque i rilievi apposti dalla Presidenza della Repubblica al momento della firma del provvedimento.

In ogni caso, poi, l’Unione Europea non può continuare ad assistere senza intervenire alle stragi che si consumano nel Mediterraneo centrale. Il prossimo Vertice di Malta del 19 settembre, riservato ai ministri dell’interno dei paesi UE, non promette nulla di buono, se si guardano le più recenti conclusioni dei Consigli europei che lo hanno preceduto e i risultati delle ultime scadenze elettorali in Europa. il Consiglio rimane arroccato nelle posizioni di chiusura che negli anni passati hanno bloccato qualunque miglioramento al Regolamento Dublino 3.

Ma sull’abrogazione del decreto sicurezza bis la partita si gioca intanto in Italia. Qualora in Parlamento non si formasse una maggioranza politica sulla abrogazione dei primi due articoli del decreto in questione, vuoi per la mancata nascita del governo, come per successive trappole che i partiti di centrodestra dovessero disseminare nell’attività parlamentare, le iniziative di denuncia e di tutela legale degli operatori umanitari si intensificheranno ancora e raggiungeranno tutte le sedi giurisdizionali, in Italia ed all’estero.

Se non sarà la politica a rispettare lo stato di diritto e gli obblighi derivanti dalle Convenzioni internazionali e dai Regolamenti europei, saranno allora diverse giurisdizioni interne ed internazionali che garantiranno il rispetto dei diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita che non può essere intaccato da omissioni di soccorso variamente camuffate dietro gli accordi bilaterali, e dalla dignità umana che non può essere svilita da trattamenti inumani o degradanti, che potrebbero acquistare rilevanza penale anche nell’ordinamento interno ( reato di tortura). La legge penale e le Convenzioni internazionali valgono per tutti, nessuno escluso.