Continuità della guerra ai migranti nella esternalizzazione delle frontiere

di Fulvio Vassallo Paleologo

AGGIORNAMENTO

Naufragio sovranista sugli sbarchi: sulla Libia violate troppe leggi

Norme interne e internazionali dietro il flop della linea “porti chiusi”. “Migranti riportati in mare dopo essere stati torturati e dietro pagamento di un riscatto”, denuncia un rapporto per l’Aja


1.La crisi di governo, in parallelo alle rinnovate decisioni di non consentire alle ONG lo sbarco dei naufraghi nel porto sicuro più vicino, si è caratterizzata anche per lo scontro tra il ministro dell’interno ed il ministro della difesa, sulla missione Mare Sicuro e in particolare sull’arretramento degli assetti navali italiani già presenti al largo delle coste libiche. Salvin mira alla riduzione della presenza di navi militari a nord delle coste libiche allo scopo di non offrire alcuna possibilità di soccorso alle persone che ancora riescono a fuggire dai centri di detenzione e dalle milizie che li controllano, spesso in collusione con i trafficanti. Lo scontro politico e l’avvicinarsi di altre scadenze elettorali hanno esasperato anche in questo caso i termini di un contrasto che covava da mesi.

Questo il contenuto delle più recenti comunicazioni intercorse tra il Viminale ed il ministro della difesa negli ultimi giorni, come riferisce l’ANSA, : “Caro Matteo, il tuo tentativo di screditare non solo me ma l’intera Difesa è inqualificabile”. Comincia così il duro post del ministro Elisabetta Trenta nei confronti del vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nel quale gli ricorda “che le istituzioni non sono le nostre e che noi diamo solo l’indirizzo”. “Impara a rispettare il ruolo delle istituzioni e a non appropriartene”, la conclusione. In una lettera – datata 19 luglio e di cui l’ANSA ha preso visione – del capo di Gabinetto del Viminale al suo omologo della Difesa si legge: “Mi corre l’obbligo di trasmetterti la preoccupazione, condivisa anche dalle Forze di polizia competenti, che l’ipotizzato incremento del pattugliamento aeromarittimo in acque internazionali possa fungere da fattore di attrazione, piuttosto che di deterrenza, per le partenze dalle coste libiche, qualora non risulti consolidata la possibilità di sbarchi in quel Paese”.  “Un conto è contestare l’utilizzo delle navi militari come veri e propri taxi del mare al servizio delle Ong (da qui l’esigenza di un approccio diverso, sollecitato dal ministero dell’Interno), un altro modificare il tipo di attività delle navi della Marina”, sottolineano fonti del Viminale, spiegando che “il cambiamento voluto dalla Difesa non c’entra con le indicazioni del ministero dell’Interno. La Trenta ha addirittura fatto accompagnare la Open Arms verso l’Italia”.  

Lo scontro tra Salvini e la ministro Trenta non comincia ieri. Una partita che, dietro l’apparente conflitto sulle competenze decisionali, nasconde una solida convergenza di interessi militari ed economici sui dossier libici, scalfita soltanto dalle ansie di protagonismo di un ministro dell’interno ormai in carica solo per gli affari correnti, ma che non intende abbandonare il Viminale, e continua a ritenere che la Libia possa offrire porti sicuri di sbarco, sostituendosi anche al ministro degli esteri dopo avere rimesso in discussione il principio di separazione dei poteri e l’intero assetto istituzionale sin qui garantito dalla Costituzione.

Nell’ultimo semestre dello scorso anno, caratterizzato dall’ascesa dei partiti populisti in tutta Europa, a Bruxelles si era deciso di ritirare tutti gli assetti navali dell’operazione EUNAVFOR MED , che pure aveva compiti di formazione della cd. guardia costiera “libica”, e di ridurre al minimo la presenza dell’operazione Frontex sulla rotta del Mediterraneo centrale,a fronte delle decine di migliaia di vite salvate dalle due missioni a partire dal 2015. Dopo la fine dell’operazione italiana Mare Nostrum nel dicembre del 2014, si e’ ritenuto come pull factor qualsiasi attività di soccorso che salvi vite in mare e le sottragga alle attività di intercettazione delle motovedette libiche, in gran parte donate dall’Italia. Un prezzo pagato agli elettorati nazionali dai vertici europei in crisi di rappresentanza, prima di una scadenza elettorale che si temeva,  ma che in buona parte parte non ha prodotto gli effetti auspicati dai partiti nazionalisti e populisti.

La Marina militare in alcune sue componenti si è prestata ai nuovi indirizzi di governo, altre volte ha espresso posizioni critiche. L’Italia, “ha messo di fronte all’Europa determinate responsabilità” ha detto Cavo Dragone. I partner Ue hanno infatti ritirato le unità navali dall’Operazione Sophia dopo che il governo italiano ha preteso che i migranti raccolti venissero sbarcati negli Stati di appartenenza delle navi militari e non più tutti in Italia.

Adesso, dopo le ultime gravi stragi al largo delle coste libiche, da parte della Commissione europea si ripropone la ripresa delle attività navali, sospese dal 31 marzo, dell’operazione EUNAVFOR MED ( da altri definita come operazione Sophia), che pure si prefiggeva il compito preminente di contrastare quella che si definisce come “immigrazione illegale”. Immediatamente si scatenano gli attacchi demagogici delle destre populiste per il timore che, come in passato, le attività di sbarco delle persone soccorse da assetti impegnati in questa operazione siano orientate verso “il porto sicuro più vicino”, dunque in Italia, fatte salve le successive attività di redistribuzione tra diversi paesi europei. Un principio, il”porto sicuro più vicino di sbarco” che non piace ai governi di Spagna, Italia, Malta e Grecia, ma che è sancito nelle Convenzioni internazionali ed è confermato da una giurisprudenza italiana ormai consolidata che definisce la Libia come paese terzo “non sicuro”. Per l’attuale ministro dell’interno, ma lo era anche per Minniti, adesso “pentito”, la Libia sarebbe invece in grado di garantire porti sicuri di sbarco. Soltanto le ONG e chi le ha supportate hanno avuto il coraggio di mettere in discussione questa narrazione dominante e di restituire storia e dignità alle vittime. In realta’ nei piani per il 2020 della rinnovata missione Eunavfor Med, che perde il richiamo al nome Sofia, si individua la sanzione definitiva di una zona SAR “libica” ed il rafforzamento della collaborazione con la sedicente “guardia costiera libica”, obiettivi largamente coincidenti con le politiche praticate dai precedenti governi italiani, guidati dal medesimo proposito, sostenuto dalla cessione e quindi dall’invio a Tripoli di numerose motovedette donate ai libici dall’Italia. Non era del resto un caso che la missione europea Eunavfor Med fosse a guida italiana, e contasse su numerosi assetti navali provenienti dalla Marina militare italiana che curava anche direttamente, nel nostro paese, la “formazione” dei guardiacoste libici.

2. Non appena si ripropone la prospettiva di nuove elezioni i sovranisti italiani tornano quindi a fare propaganda sul ruolo della Marina militare a fronte di un allarme invasione inesistente, considerando il calo degli arrivi via mare di quest’anno, ma già una forte contrazione degli arrivi si era registrata negli anni precedenti, dopo la istituzione di una zona SAR “libica” il 28 giugno 2018, fortemente voluta dal governo Gentiloni, con Minniti come ministro dell’interno. E questa la linea di continuità tra i diversi governi che andrebbe spezzata. Non a parole, o con una astratta previsione su un programma che magari non si realizzerà mai, ma piuttosto con una seria autocritica e con la sostituzione degli uomini politici che si sono assunti la responsabilità di collaborare con il governo di Tripoli con l’appoggio delle milizie libiche. Occorrono uomini nuovi per nuove politiche nel Mediterraneo.

Le decisioni di isolamento nazionale riconducibili al sovranismo all’italiana comunque non pagano. A differenza del’Italia, persino la piccola Malta ha mantenuto un buon livello di interlocuzione con l’Unione Europea concedendo il porto di sbarco sicuro ai 357 naufraghi soccorsi dalla nave umanitaria Ocean Viking, che secondo Salvini avrebbe dovuto riconsegnare le persone soccorse ai libici o trasferirle in Norvegia. Dopo lo sbarco a La Valletta i naufraghi saranno presi in carico da sei paesi europei, che hanno dato una garanzia di assunzione di responsabilità che sarà presto seguita dal trasferimento effettivo da Malta, a differenza di quanto sta avvenendo con l’Italia, dove si stanno registrando ritardi nei trasferimenti perché troppo arroccata nell’antieuropeismo di Salvini. Con il risultato che il centro Hotspot di Lampedusa sta scoppiando come negli anni passati quando pero’ gli arrivi da sbarco dopo i soccorsi in acque internazionali erano molto piu’ numerosi.

Dalla istituzione di una zona di ricerca e salvataggio ( cd. SAR libica) inventata a tavolino, su progetto italiano risalente agli accordi con il governo di Tripoli del 2 febbraio 2017, e notificata all’IMO il 28 giugno 2018, una zona di mare vastissima, esclusivamente riservata alle motovedette libiche, è derivata la definitiva criminalizzazione dei soccorsi umanitari ed un numero ormai imprecisabile di vittime. Spesso stragi che si compiono nelle acque internazionali rientranti nella zona affidata ai libici, senza che vi siano testimoni, o senza che i testimoni siano creduti. Dal caso del respingimento illegale in Libia eseguito nel luglio del 2018 dal rimorchiatore ASSO 28 al più recente soccorso operato pochi mesi fa dal pattugliatore Cigala Fulgosi, si è creata una zona extraterritoriale, di fatto sottratta a qualsiasi giurisdizione, al di fuori delle previsioni vincolanti a carico degli stati dettate dalle Convenzioni internazionali in materia di ricerca e salvataggio in acque internazionali. Uno spazio nel quale si impone la legge del piu forte.

Per questo le ONG devono essere spazzate via dal Mediterraneo centrale, perché in troppe occasioni hanno denunciato ritardi e inadempienze da parte degli stati rispetto agli obblighi di soccorso sanciti dalle Convenzioni internazionali. Soprattutto perché non hanno ceduto agli ordini dei ministri dell’interno, che volevano che fossero riconsegnati alle motovedette libiche naufraghi che fuggivano da territori che, anche secondo l’UNHCR, non garantivano “porti sicuri di sbarco”.

Da ultimo sono finiti nel mirino anche coloro che rilanciavano gli allarmi provenienti dai naufraghi e i coraggiosi Piloti volontari che, mentre le navi delle ONG venivano sequestrate una dopo l’altra, documentavano i ricorrenti episodi di abbandono in mare e costringevano in qualche occasione gli assetti navali statali a compiere attività di soccorso in acque internazionali. Alla fine, mentre si moltiplicavano le trappole burocratiche contro i soccorritori, bloccati a terra e nei porti, sono arrivati con una corsia preferenziale i due decreti legge in materia di immigrazione e sicurezza, approvati a dicembre e negli scorsi giorni. L’ultimo, il cd. decreto sicurezza bis, è stato il colpo di maglio finale sulle ONG che ancora operavano soccorsi nel Mediterraneo centrale, e nella versione finale, malgrado il contrario avviso del Presidente della Repubblica, appare ancora peggiorato, con nome sanzionatorie che saranno spazzate via dalla Corte Costituzionale. Ma prima potrebbero arrivare i processi contro coloro che hanno imposto prassi in contrasto con le norme interne e con il diritto internazionale.

3. In presenza di una crisi democratica che in Italia sembra inarrestabile, con la lega che continua a soffiare sul fuoco dello scontro sociale e della guerra ai migranti, si continua a nascondere come i due decreti sicurezza, la cui abrogazione è al centro del dibattito politico, siano strettamente legati alle molteplici attività di supporto della sedicente guardia costiera libica ed agli accordi conclusi negli anni passati tra i governi italiani e le diverse autorità tripoline. Con il primo si abolisce la protezione umanitaria che andrebbe riconosciuta a tutte le persone che riescono a fuggire dalla Libia, per l’unica via possibile, quella spesso mortale offerta a caro prezzo dai trafficanti. Con il decreto sicurezza bis si attribuiscono poteri enormi al ministro dell’interno che, in aperta violazione delle Convenzioni internazionali e della Costituzione italiana, pio’ vietare discrezionalmente l’accesso alle acque territoriali italiane.

Occorre una nuova politica nel Mediterraneo, una politica che alla difesa dei confini, di fronte ad una invasione che non esiste, se non nella propaganda più becera dei partiti di destra, anteponga la salvaguardia della vita umana in mare ed il rispetto assoluto del diritto di chiedere asilo. Soprattutto occorre cancellare al più presto la finzione di una zona SAR “libica” e prevedere la responsabilità delle operazioni europee cone Sophia e delle autorità italiane che comunque sono informate ddlla presenza di barconi carichi di naufraghi, per il loro soccorso e per la loro riconduzione immediata nel più vicino porto di sbarco, 9*in Europa. E quindi servono accordi vincolanti per la redistribuzione dei richiedenti asilo negli stati dell’Unione Europea. Una scelta di coraggio che occorre all’Unione europea ed occorre soprattutto all’Italia, che non si può rassegnare al ruolo di gendarme delle frontiere esterne Schengen, magari a scapito del rispetto dei diritti umani che i Trattati europei evocano solennemente ma non garantiscono nei fatti.. Come e’ avvenuto ancora in questi giorni con le persone soccorse a bordo della nave Ocean Viking di SOS Mediterraneè e di Medici senza Frontiere, una ennesima violazione del diritto internazionale del mare da parte delle autorita’ italiane, che pressavano per la restituzione dei naufraghi ai libici, dopo la scandalosa gestione, da parte del ministro dell’interno, del caso Open Arms.

Per questa ragione occorre revocare gli accordi con la Libia, o meglio con quelle entità militari e politiche che rimangono a contendersi le immense risorse di quel paese, per ripensare completamente il ruolo delle missioni militari in Libia, magari evitando che siano finalizzate esclusivamente alla difesa di interessi economici, come quelli delle multinazionali dell’energia. Interessi che spesso portano a trascurare i diritti fondamentali della persona e che allo stesso tempo costituiscono un grave fattore di destabilizzazione di una Libia ormai divisa in territori diversi, governati da autorità politiche e militari in guerra tra loro, in un quadro di alleanze internazionali che perpetua la situazione di instabilità.

Non sappiamo se in Italia i nuovi equilibri di governo, e neppure i risultati di altre future elezioni, riescano ad esprimere quella discontinuità che sarebbe richiesta per ricondurre le azioni di governo al rispetto della dignità delle persone, dei principi costituzionali, dei diritti umani, garantiti nelle Convenzioni internazionali e nella normativa cogente dell’Unione Europea.

Non si vede del resto come l’Unione europea possa ottenere effettivamente dai singoli stati il rispetto dei diritti umani. Con quale esito si è visto già nel tentativo di aprire procedure di infrazione contro l’Ungheria e contro la Polonia per violazioni gravissime dello stato di diritto. Così come non appare proprio all’orizzonte una modifica sostanziale del Regolamento Dublino 3 che anche nella prospettiva del nuovo testo non garantisce alcuna ricollocazione obbligatoria dei richiedenti asilo che arrivano alle frontiere di uno stato membro. La stessa istituzione di una Guardia di frontiera e costiera europea, introdotta con il Regolamento n.1624 del 2016, sembra tutta orientata a garantire maggiore efficacia alle attività di respingimento, di espulsione e di rimpatrio forzato, ma appare recessiva rispetto ai principi di tutela della persona, peraltro ancora in vigore, sanciti dal Regolamento Frontex n.656 del 2014.

In realtà le politiche di esternalizzazione delle frontiere, con accordi stipulati con stati e governi che non garantivano il riconoscimento effettivo dei principi minimi dello stato di diritto, sono state condivise dai singoli governi nazionali e dall’Unione europea, con un continuo scambio dei ruoli. Nel caso dell’intesa con la Turchia, dietro un accordo intergovernativo si è finta l’esistenza di una intesa dell’intera Unione, che di fatto è mancata, mentre nei rapporti con i paesi nordafricani, e con la Libia in particolare, o meglio con quelle fazioni che se la contendono, si è preferito affidare ad accordi bilaterali le politiche di blocco e di contrasto delle attività di salvataggio in mare. L’Italia, con i suoi diversi governi, è sempre stata in prima linea nella gestione degli aiuti europei e nelle attività di supporto del governo di Tripoli e della Guardia costiera libica, come è emerso anche dalla Conferenza di Palermo dello scorso anno, ennesima occasione fallita e presto dimenticata, dopo l’inasprirsi del conflitto militare in Libia.

4. Le più recenti posizioni europee non lasciano adito a molte speranze di discontinuità, almeno per quanto concerne i rapporti con i paesi terzi e la criminalizzazione nei confronti delle Organizzazioni non governative. Dall’Ungheria di Orban, e dagli altri paesi del gruppo di Visegrad fino alla Spagna di Sanchez sono arrivate posizioni convergenti che hanno legittimato le politiche di blocco dei migranti e di forte contrasto delle attività di soccorso umanitario da parte delle ONG, con un ulteriore aumento delle vittime in mare. Solo una parte dei paesi europei si mostra disponibile ai ritrasferimenti, e tutti sembrano compattarsi nella guerra contro i soccorsi umanitari operati dalle ONG.

Come si legge sul Manifesto in un articolo a firma di Luca Tancredi Barone, Erano appena sbarcati i migranti a Lampedusa che ieri di prima mattina la vicepresidente del governo spagnolo Carmen Calvo, intervistata dalla Cadena Ser, dopo aver ribadito ben 4 volte che il governo italiano «aveva tutto il diritto di non aprire i porti», ha sottolineato che Open Arms non ha il permesso del governo spagnolo per salvare le vite umane, ma solo una «licenza per aiuto umanitario». In altre parole, secondo Calvo, Open Arms sta infrangendo la legge «a cui siamo tutti sottoposti» giacché la Spagna «è uno stato di diritto». Dimenticando che il codice della navigazione prevede espressamente l’obbligo di salvataggio dei naufraghi.”

La successiva perquisizione e quindi la misura di fermo amministrativo disposta dalla Guardia costiera di Porto Empedocle, che dipende dal ministro delle infrastrutture, appare una iniziativa consonante con quella minacciata dal governo spagnolo. Come se i soccorsi d’urgenza dei naufraghi fossero assimilabili al trasporto di passeggeri. Ancora una volta gli stati europei si coalizzano nell’attacco ai soccorsi umanitari e procedono con tutti i mezzi per ritardare le attività delle ONG, bloccando risorse preziose che potrebbero salvare vite umane.

Come riporta il sito OPEN.ONLINE “La nave Open Arms, dell’omonima Ong spagnola, è giunta ieri a Porto Empedocle (Agrigento). Sotto sequestro, è stata ispezionata dai militari della Guardia Costiera e dalle verifiche sono emerse una serie di gravi anomalie relative alla sicurezza della navigazione, al rispetto della normativa in materia di tutela dell’ambiente marino, al training e alla familiarizzazione dell’equipaggio con le procedure di emergenza previste a bordo. Le anomalie – fa sapere la Guardia Costiera – hanno comportato l’immediato fermo amministrativo dell’imbarcazione a Porto Empedocle che, pertanto, non potrà lasciare lo scalo fino alla eliminazione delle irregolarità tecniche e operative rilevate durante l’attività ispettiva”.

5. L’Europa rimane priva di una politica estera comune, e non è capace di rispettare criteri vincolanti nel soccorso in mare e nella redistribuzione dei richiedenti asilo. Vedremo come si comporterà la nuova Commissione, ma il Consiglio rimane arroccato nelle sue posizioni di chiusura che negli anni passati hanno bloccato qualunque miglioramento al Regolamento Dublino 3.

Sono queste le ragioni che inducono a diffidare di qualsiasi partito che prometta una qualche discontinuità nelle politiche in materia di immigrazione ed asilo. Né da Bruxelles né da Roma arriveranno decisioni davvero in grado di contrastare la devastante ventata populistica, andando oltre il rituale richiamo alla lotta dell’immigrazione “illegale” o alla maggiore efficacia dei rimpatri forzati. Come è successo negli anni scorsi in Italia, oggi si corre il rischio che, per difendersi dalla paventata minaccia delle formazioni populiste e nazionaliste, ci si riduca ad adottare politiche che ne sono condizionate in misura crescente. E ad ogni tornata elettorale si assiste ad un avvitamento delle politiche della sicurezza e ad un progressivo scadimento dell’ impegno in difesa di principi di giustizia sociale e di eguaglianza sostanziale tra le persone ( art. 3 comma 2 della Costituzione italiana). Nei fatti, nella propaganda rilanciata dai social, nelle piazze sempre più divise e divisive, è in gioco lo stato di diritto.

La “politica dei porti chiusi”, al di là della effettiva portata menzognera, perché comunque i porti sono rimasti aperti, ha avuto una grande efficacia evocativa e di aggregazione del consenso, perché ha condotto verso l’indifferenza, se non la piena condiscendenza verso le stragi in mare. Da queste pulsioni profonde, ormai diffuse nella società italiana, è messa a rischio la tenuta democratica del paese, per le maggioranze parlamentari che si potranno formare in futuro e per la sostanziale irresponsabilità dei vertici militari che si muovono e si determinano con una crescente e preoccupante coincidenza con le posizioni delle destre, prevalenti a livello nazionale ed in ambito internazionale. La più recente diatriba tra gli ex ( si spera) ministri Salvini e Trenta è un segnale preoccupante perchè entrambi sono chiaramente orientati verso la deresponsabilizzazione delle autorità statali militari nelle operazioni di ricerca e salvataggio in mare nel corridoio del Mediterraneo centrale, a scapito di astratti interessi militari o di difesa della “sicurezza nazionale”.

Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, in aperta violazione dei diritti fondamentali delle persone, vanno contrastate sul fronte della difesa dri diritti fondamentali nelle tante sedi della giurisdizione, sul piano, interno ed internazionale, sul terreno della comunicazione pubblica, e dunque anche sui social, a livello diffuso intervenendo nel sistema formativo e affrontando dal basso, a partire dai diritti degli ultimi, le questioni del lavoro e della redistribuzione della ricchezza, che assumono una precisa valenza in una prospettiva di multilateralismo anche nei rapporti tra stati e regioni del mondo. Basterebbe questo per formulare le basi di un programma di governo, o di vera opposizione, per andare oltre la logica sottesa nei diversi provvedimenti che legano immigrazione, asilo e sicurezza nazionale. Ci saranno in Italia forze politiche capaci di raccogliere questa sfida ?


Ocean Viking porto sicuro a Malta – Progetto Melting Pot Europa

23 agosto 2019 – Dopo 14 giorni in mare con 356 uomini, donne e bambini vulnerabili a bordo, Medici Senza Frontiere (MSF) è sollevata dall’aver ricevuto un porto sicuro a Malta per la Ocean Viking, gestita in collaborazione con SOS MEDITERRANEE.

Un gruppo di paesi si è fatto avanti per dare una risposta umana alla situazione, ma i governi europei devono porre definitivamente fine a questi stalli prolungati e a queste meschine negoziazioni caso per caso, per instaurare come priorità urgente un meccanismo di sbarco predeterminato per portare in salvo le persone soccorse in mare.

Siamo sollevati che la lunga odissea delle 356 persone che abbiamo a bordo sia finalmente finita. Ma erano davvero necessarie due settimane di esacerbante attesa per sbarcare questi naufraghi? Sono persone che sono fuggite da condizioni disperate nei loro paesi d’origine e hanno sofferto orribili abusi in Libia” dice Jay Berger, coordinatore MSF sulla Ocean Viking.

Abbiamo trattato feriti di guerra rimasti intrappolati sulla linea del fronte a Tripoli e abbiamo visto le cicatrici di chi ha vissuto il tragico attacco nel centro di detenzione di Tajoura. Abbiamo parlato con i sopravvissuti di naufragi e intercettazioni in mare. Abbiamo ascoltato storie di brutali percosse, elettroshock, torture con plastica fusa e violenze sessuali – orrori che non hanno risparmiato nemmeno i bambini. Gli Stati europei devono riconsiderare seriamente il ruolo che stanno giocando nell’intrappolare le persone in queste situazioni” dichiara il dr. Luca Pigozzi, medico di MSF a bordo della Ocean Viking.

Nonostante i ripetuti appelli per una risposta europea più umana da quando l’Italia ha deciso di chiudere i propri porti alle navi umanitarie nel giugno 2018, in queste due settimane MSF si è trovata nella stessa identica situazione di un anno fa, bloccata in mare con centinaia di persone vulnerabili a bordo mentre gli Stati europei erano paralizzati dalla politica.

È molto triste che dobbiamo ripetere lo stesso messaggio ai leader europei, ogni volta sempre identico. Non possono più dire di non sapere della catastrofe in corso nel Mediterraneo. Dopo centinaia di morti in mare e innumerevoli storie di sofferenza, è ora che i leader europei riconoscano questo disastro umanitario e intraprendano soluzioni più umane, a partire dall’istituzione di un meccanismo che consenta un rapido sbarco per le persone soccorse in un porto sicuro vicino, con successive responsabilità di accoglienza e protezione condivise a livello europeo” dichiara la dott.ssa Claudia Lodesani, presidente di MSF.

MSF chiede agli Stati europei di:

· Istituire un meccanismo di sbarco sostenibile e predeterminato che tuteli i diritti dei sopravvissuti e coinvolga un sistema di protezione condiviso a livello europeo

· Porre fine al supporto politico e materiale ai ritorni forzati in Libia, dove rifugiati e migranti vengono detenuti in modo arbitrario e disumano. Le persone che fuggono dalla Libia semplicemente non possono essere riportate nel paese.

· Rispondere al bisogno urgente di una capacità di ricerca e soccorso europea proattiva e adeguata

· Porre fine alle azioni punitive contro le organizzazioni che cercano di offrire assistenza salvavita in mare per colmare il vuoto lasciato dai governi e rispondere a questa crisi

Dopo lo sbarco la Ocean Viking farà uno scalo tecnico per i rifornimenti di scorte e carburante e il cambio di equipaggio. “Finché le persone continuano a fuggire dalla Libia e annegare nel Mediterraneo, continuiamo il nostro impegno nel salvare vite in mare” conclude Berger di MSF.

Note sui soccorsi:

Dopo 10 ore di perlustrazione nella zona di ricerca e soccorso, nelle acque internazionali di fronte alla Libia, il 9 agosto la Ocean Viking ha ricevuto il primo alert di un barcone in difficoltà. Sono seguiti quattro giorni consecutivi di operazioni che hanno portato in salvo a bordo 356 uomini, donne e bambini – di cui 103 minori sotto i 18 anni, il più piccolo di appena un anno – da quattro diversi soccorsi. In quei giorni la nave umanitaria Open Arms era bloccata in attesa di sbarco con 147 persone a bordo. Mentre la Ocean Viking e la Open Arms erano bloccate in mare, in assenza di altre navi europee di ricerca e soccorso dedicate, ci sono state notizie di nuovi tragici naufragi e nuove morte evitabili.

Le circostanze in cui sono avvenuti questi soccorsi e l’inadeguata risposta delle autorità, siano libiche, maltesi, italiane o europee, mostrano quanto la situazione in mare sia confusa mentre gli Stati non stanno dando alcuna priorità al loro dovere di salvare vite. Nonostante ripetuti tentativi di contattare il Centro di Coordinamento dei Soccorsi libico – autorità competente nell’area di ricerca e soccorso – fin da quando abbiamo ricevuto il primo alert, non abbiamo ricevuto una loro risposta prima della fine del soccorso, risposta che ci offriva di riportare le persone in Libia, in violazione del diritto internazionale. Poiché le autorità libiche non sono state in grado di offrire alla nave un porto sicuro, abbiamo richiesto alle autorità marittime maltesi e italiane – le più vicine in grado di fornire assistenza – di assumere il coordinamento e supportare l’individuazione di un porto sicuro. Dopo due settimane, dopo avere in un primo momento rifiutato il coordinamento, le autorità maltesi hanno offerto un porto sicuro.

Tutti i dettagli dei soccorsi sono consultabili sul diario di bordo online della Ocean Viking

MSF opera in oltre 70 paesi del mondo. È scesa in mare nel 2015 per supplire al vuoto lasciato dalla chiusura di Mare nostrum e rispondere a un inaccettabile numero di morti nel Mediterraneo centrale. Da allora non ha mai smesso di chiedere vie legali e sicure per le persone in fuga verso l’Europa e un sistema di ricerca e soccorso concordato a livello europeo. Dall’inizio delle attività MSF ha contribuito a salvare oltre 80.000 vite in mare, nel rispetto del diritto marittimo e internazionale. MSF lavora anche in Libia, dove fornisce cure mediche a rifugiati e migranti bloccati nei centri di detenzione che rientrano sotto l’autorità del Ministero dell’Interno del paese, a Tripoli, Khoms e Misurata.