Elementi per un esposto alla Commissione europea contro l’Italia (ed il ministro dell’interno) per la mancata indicazione di un “porto di sbarco sicuro”

di Fulvio Vassallo Paleologo

Aggiornamento importante dal sito del Corriere della Sera del 16 agosto

Open Arms, la procura di Agrigento apre un’inchiesta. Viminale-Ue: contrasto sulla redistribuzione

“Tove Ernst, portavoce della Commissione europea sui temi dell’immigrazione, spiega che a bloccare la redistribuzione dei migranti è la mancata indicazione di un porto sicuro: «Senza sbarco non ci può essere redistribuzione».

Nella stessa giornata di venerdì 16 agosto Open Arms ha chiesto “evacuazione urgente e immediata per tutte le persone a bordo. Le condizioni psicofisiche di adulti e minori sono critiche e la loro sicurezza è a rischio secondo il rapporto @emergency_ong. Devono essere sbarcati con massima urgenza per emergenza umanitaria.

Secondo il sito di Repubblica del 16 agosto, “la Guardia costiera si smarca dal ministero dell’Interno. Dopo aver ricevuto un nuovo atto stragiudiziale dalla Open Arms con cui si chiede lo sbarco urgente, il centro di ricerca e soccorso di Roma, in una comunicazione inviata al Viminale, scrive che ” non vi sono impedimenti di sorta per l’attracco senza indugio a Lampedusa” e chiede una risposta urgente. Nel pomeriggio la sede della Guardia costiera di Roma ha ricevuto la visita degli uomini della polizia giudiziaria di Agrigento che ha acquisito la documentazione sullo sbarco negato”.

Secondo il sito di La Repubblica del 17 agosto

Open Arms, la polizia nella sede della Guardia costiera a Roma. Il comandante: “La nave è una bomba ad orologeria”

La Procura di Agrigento valuta i documenti per ricostruire la catena di comando che ha portato a bloccare lo sbarco. Indagini anche sulle valutazioni diverse dello stato di salute dei migranti sbarcati per motivi sanitari

Huffington Post del 17 agosto, ore 15

Conte scrive a Salvini per sbarco minori da Open Arms. Salvini, contrariato, obbedisce

Si accende lo scontro istituzionale, il ministro al premier: “Mio malgrado darò esecuzione”. E scendono in 28. La Procura acquisisce atti e dispone ispezione medica


ABSTRACT

Subito dopo lo sbarco dei presunti minori ancora presenti a bordo della Open Arms si e’ innescata, da parte del ministro dell’interno, una polemica sulla loro effettiva eta’, dopo l’apertura di indagini da parte della magistratura, estese anche ai contrastanti esiti degli esami medici sui primi naufraghi sbarcati dalla stessa nave a Lampedusa. Chiunque si occupi di immigrazione senza essere in malafede e senza fare propaganda elettorale sa benissimo che, da sempre, allo sbarco ci possono essere minori che si dichiarano maggiorenni per non incappare in procedure che li inchiodano nelle regioni di sbarco e maggiorenni che si dichiarano minori, anche per garantirsi la inespellibilita’ o un accesso agevolato alle misure di protezione. Inoltre non spetta ai comandanti delle navi soccorritrici accertare l’eta’ dei naufraghi, che a bordo va rilevata con la presunzione di minore eta’ imposta dalla Convenzione di New York. Tutto questo in Italia e’ regolato da una legge dello stato, la legge Zampa n.47 del 2017 che stabilisce tempi e procedure per l’accertamento dell’eta’. Che non viene rimesso alla discrezionalita di un ministro dell’interno o delle forze di polizia che dipendono dallo stesso ministro e dalle Direzioni centrali del Viminale.

Per oltre quindici giorni tutti i migranti a bordo della Open Arms sono stati oggetto di un respingimento collettivo, di trattamenti degradanti e di una indebita limitazione della propria liberta’ personale. Tutte violazioni di leggi e convenzioni internazionali che adesso il ministro dell’interno non puo’ nascondere dietro il polverone delle polemiche sullo stato di salute o sull’eta’ dei naufraghi, che tali erano e tali rimangono, avendo avuto TUTTI diritto allo sbarco immediato nel piu’ vicino porto sicuro, diritto che il ministro dell’interno e l’intera catena di comando che controlla hanno sistematicamente violato per due settimane, malgrado i richiami dell’UNHCR, dell’Oim, del Tribunale dei minori di Palermo, del Garante delle persone private della liberta personale, del Tribunale amministrativo del Lazio, e da ultimo della Commissione europea.

Non e’ vero che nessun paese ha chiesto alla Commissione Europea la redistribuzione, e’ vero che il Viminale non ha mai accettato, e continua a non accettare, quanto richiesto a livello europeo: che la redistribuzione sia formalizzata DOPO lo sbarco di tutti i naufraghi in un porto sicuro in Italia. Sara’ la magistratura adesso ad accertare violazioni e responsabilita’, e davanti la Corte di Giustizia si potrebbero aprire procedure di infrazione a carico dell”Italia, se solo la Commissione, o singoli stati, di fronte all’inadempimento da parte italiana dei Regolamenti europei, ne facessero richiesta.

1. La finalità di contrastare il traffico irregolare, ammesso anche che possa perseguirsi efficacemente con questi mezzi, non può compromettere il diritto alla vita e il rispetto della dignità umana, sanciti nei Trattati, nelle Convenzioni internazionali, e non da ultimo, nella Costituzione italiana. Lo ribadiscono i Protocolli allegati alla Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale e i Regolamenti Europei Frontex n. 656/2014 e n.1624/2016.

Il contrasto dell’immigrazione irregolare via mare va operato nel rispetto delle norme, contenute nella Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, che vieta il respingimento verso paesi nei quali si possono rischiare gravi violazioni dei diritti umani (art.33), nella Convenzione europea dei diritti dell’Uomo del 1950 che, all’art. 3, impone agli Stati parte il divieto di estradizione e espulsione verso Stati in cui si corre il rischio di essere sottoposti a torture o a trattamenti inumani e degradanti e dell’art. 4 del Protocollo n. 4 allegato alla CEDU, che vieta le espulsioni ed i respingimenti collettivi alla frontiera, allo scopo di evitare che gli Stati possano allontanare un certo numero di stranieri senza esaminare la loro situazione personale e, di conseguenza, senza permettere loro di esporre le proprie argomentazioni per contestare il provvedimento di respingimento in frontiera.

Il fine non giustifica i mezzi e non si può giustificare con la finalità di difendere i confini o la sicurezza nazionale, l’adozione di provvedimenti e prassi apertamente in contrasto con il diritto interno, con la normativa dell’Unione Europea e con le Convenzioni internazionali. Succede che dopo il caso Diciotti, chiuso a colpi di maggioranza nell’aula del Senato, la magistratura inquirente torni ad indagare per sequestro di persona, violenza privata e abuso di ufficio, a fronte di un ennesimo caso di respingimento collettivo alla frontiera marittima.

Diverse denunce dei legali di Open Arms e dei Giuristi democratici hanno esposto alla Procura di Agrigento fatti che -si può presumere- possano acquistare ancora una volta rilievo penale. Anche se purtroppo, nella propaganda sovranista, è già ripartita la narrazione capovolta del diritto “vivente”, che vorrebbe sul banco degli imputati non chi abbandona persone in mare e chiude i porti, ma chi salva le vite dei naufraghi e chiede soltanto un porto di sbarco sicuro, in conformità a quanto imposto agli stati dalle Convenzioni internazionali. I sovranisti, ed i loro accoliti, che non vogliono che l’Unione Europea restituisca alla missione Sophia (Eunavfor Med) gli assetti navali, ritirati dal 31 marzo di quest’anno, imbarcazioni militari che potrebbero contribuire a salvare migliaia di vite umane in fuga dall’inferno della Libia, sono gli stessi che condannano i migranti a morire in mare per l’assenza dei mezzi di soccorso, che adesso invocano un blocco navale e che su questo costruiscono la loro propaganda elettorale. Perché in questo modo soltanto, con la morte come effetto dissuasivo, pensano di ridurre le partenze dalla Libia e gli sbarchi in Italia. Purtroppo molti, troppi italiani fanno il tifo per la morte. Anche se i sondaggi sono spesso taroccati e gli atti di resistenza sempre più diffusi.

L’entrata in vigore del Decreto Legge n.53 del 2019 ( cd. Decreto sicurezza “bis”), e poi la sua conversione in legge, una volta pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge approvata dal Senato, con una serie di norme di dubbia costituzionalità, ha permesso e permetterà ancora in futuro al ministro dell’interno, dopo una serie di direttive/diffide del tutto prive di basi legali, di impartire ordini di blocco navale alla guardia di finanza, ed alla guardia costiera, in evidente violazione dei doveri imposti dalle Convenzioni internazionali che vietano di trattenere a tempo indeterminato sulla nave soccorritrice i naufraghi soccorsi in mare, anche quando si tratti di portare a compimento attività di salvataggio.

Gli ordini ed i divieti impartiti dal governo italiano ai comandanti delle navi che hanno operato attività di soccorso in acque internazionali ricadenti nella cd. SAR (Search and Rescue) “libica” costituivano, e costituiscono ancora oggi, atti illeciti perché diretti a respingere una nave con naufraghi soccorsi in alto mare verso un territorio dove queste persone potrebbero subire una violazione di diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita. Gravi atti illeciti, rilevanti anche sul piano della giustizia civile ( art. 2043 c.c.), sul piano inibitorio e risarcitorio,  che si reiterano quando il ministro dell’interno nega la indicazione di un porto di sbarco sicuro, adducendo proprio che il soccorso è avvenuto nella cd. SAR libica e che le navi umanitarie sarebbero addirittura “complici dei trafficanti”. Una affermazione gravissima che impone il ripristino della verità dei fatti e del diritto alla reputazione che spetta tanto alle ONG quanto ai singoli operatori, un compito che la magistratura ancora tarda assumere, che risulta però essenziale per impedire la diffusione del discorso d’odio fomentato dagli attacchi del ministro dell’interno contro coloro che salvano vite in alto mare.

Secondo il testo del decreto legge convertito dal Senato ( che introduce nell’art. 11 del T.U. sull’immigrazione n.286/1998 il nuovo articolo 1-ter secondo cui, “ il Ministro dell’interno, Autorita’ nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nell’esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia, puo’ limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni di cui all’articolo 19, comma 2, lettera g), limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Il provvedimento e’ adottato di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il Presidente del Consiglio dei ministri”.

Il ministro dell’interno, attraverso la norma introdotta dal decreto legge sicurezza bis (art.1), con gli ordini di interdizione della navigazione nelle acque territoriali impartiti alle autorità marittime, si è riservato di fatto il potere di conformare e determinare la ricorrenza di una o più fattispecie penali, oltre che di sanzioni amministrative, come si sta verificando in modo drammatico nei più recenti casi dei soccorsi operati dalle ONG Sea Watch, Mediterranea Saving Humans, Open Arms.

Rimane del tutto ambiguo il profilo della liberta’ di navigazione, comunque concessa a tutte le navi nella cd. zona contigua ( 12-24 miglia dalla costa). L’articolo 19 comma 2 della Convenzione di Montego Bay del 1984 non si può prestare ad un uso distorto ed avulso dal contesto della normativa complessiva del diritto internazionale del mare e della Convenzione di Ginevra.

Con la attribuzione di poteri tanto ampi al ministro dell’interno si è realizzata una violazione evidente del principio di legalità sancito dalla Costituzione in materia penale, dove la configurazione della fattispecie dei reati è rimessa al legislatore e non alle autorità amministrative.Il concerto con altri ministri (Infrastrutture, Difesa) previsto dall’art. 1 del Decreto sicurezza bis e la mera informazione trasmessa al Presidente del Consiglio sui provvedimenti adottati appaiono poco rispettose della previsione costituzionale che stabilisce le competenze dei ministri e dello stesso Presidente del Consiglio. Come sta emergendo in modo clamoroso nello scontro politico di questi giorni.

Il divieto di ingresso rivolto alla Open Arms, adottato dal ministro dell’interno nella nottata del 14 agosto scorso, oltre che privo dei suoi presupposti sostanziali, rimane privo del “concerto” con i ministri della infrastrutture e della difesa, richiesto dalla nuova legge per la sua efficacia. Chi gli potrebbe dare esecuzione si esporrebbe a sanzioni penali per il compimento di atti arbitrari nella qualità di pubblico ufficiale in assenza o con abuso dei poteri di ufficio. In questo senso, sta già indagando la Procura di Agrigento per i reati di abuso di ufficio, violenza privata e sequestro di persona, dopo una serie di esposti presentati dal team legale della Open Arms e da altre associazioni, come i Giuristi democratici.

A pochi giorni dall’entrata in vigore, in Italia, del c.d. decreto sicurezza-bis, e dall’immediata adozione del primo “divieto ministeriale di ingresso” nelle acque territoriali italiane ai sensi del nuovo art. 11, co. 1-ter T.U. imm., il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, aveva emanato una raccomandazione dal titolo Lives Saved. Rights protected. Bridging the protection gap for refugees and migrants in the Mediterranean.(ZIRULIA,DPC).  Secondo il Commissario,“non è giustificabile la prassi degli Stati membri del Consiglio d’Europa consistente nel tentare di dirottare le richieste d’aiuto proveniente dalla SRR libica sul JRCC di quel paese; al contrario, deve ritenersi che il diritto internazionale determini il radicamento ed il mantenimento della responsabilità in capo agli stessi RCC continentali”. Indicazione queste che risultano in netto contrasto con le più recenti Direttive/diffide adottate dal ministro dell’interno italiano nei confronti delle poche ONG ancora operative nel Mediterraneo centrale, malgrado una raffica di denunce e di sequestri.

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha espresso ancora una volta, dopo la  conversione in legge del Decreto sicurezza bis n.53/2019, la preoccupazione a seguito dell’approvazione avvenuta ieri da parte del Parlamento italiano della legge di conversione del decreto sicurezza bis che impone sanzioni ancore più severe alle imbarcazioni e alle persone che conducono operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.

Secondo l’UNHCR ,“l’imposizione di sanzioni pecuniarie e di altro tipo ai comandanti delle navi potrebbe ostacolare o impedire le attività di soccorso in mare da parte delle navi private in un momento in cui gli Stati europei hanno significativamente ritirato il proprio sostegno alle operazioni di soccorso nel Mediterraneo Centrale”.

Le Nazioni Unite ribadiscono ancora una volta come le ONG svolgano “un ruolo cruciale nel salvare le vite dei rifugiati e migranti che intraprendono la pericolosa traversata per arrivare in Europa. Il loro impegno e l’umanità che guida le loro azioni non dovrebbero essere criminalizzati o stigmatizzati.Allo stesso modo, alle imbarcazioni commerciali e a quelle delle ONG non deve essere chiesto né di trasbordare sulle navi della Guardia Costiera libica le persone soccorse, né di farle sbarcare in Libia. Alla luce della situazione di sicurezza estremamente volatile, dei conflitti in corso, delle segnalazioni molto diffuse di violazioni di diritti umani e dell’uso generalizzato della detenzione arbitraria per le persone soccorse o intercettate in mare, la Libia non costituisce un porto sicuro ai fini dello sbarco”.

Secondo l’art. 69 del Codice della Navigazione (Soccorso a navi in pericolo e a naufraghi), l’autorità marittima, che abbia notizia di una nave in pericolo ovvero di un naufragio o di altro sinistro, deve immediatamente provvedere al soccorso e, quando non abbia a disposizione né possa procurarsi i mezzi necessari, deve darne avviso alle altre autorità che possano utilmente  intervenire.

La Corte di Cassazione nell’affermare la sussistenza della giurisdizione italiana nei confronti di trafficanti che avevano abbandonato i migranti su imbarcazioni di fortuna in acque internazionali (come nel caso in esame), ha ritenuto che la condotta dei soccorritori dovesse andare esente da responsabilità penale per la copertura della scriminante dello stato di necessità, tanto da ricondurla alla figura dell’autore mediato, di cui all’art. 48 cp. Secondo i giudici di legittimità la menzionata condotta è conseguente allo stato di pericolo volontariamente provocato dai trafficanti, al punto dall’essere legata, senza soluzione di continuità, alle azioni criminose di questi ultimi poste in essere in ambito extraterritoriale (così Cass., sez. 1, sent. 18 maggio 2015 n. 20503, Rv. 263670)”.

Il soccorso in mare operato dalle ONG e il conseguente ingresso nelle acque territoriali dei sopravvissuti ad un naufragio non possono essere dunque equiparati ad attività di trasporto di immigrati irregolari. Come invece asserisce il ministro dell’interno in Italia. Ma anche ove si procedesse in questa direzione lo stato italiano non potrebbe esimersi dall’assunzione di responsabilità in ordine allo sbarco delle persone soccorse. In base all’art. 62 del Codice della navigazione è il comandante del porto “che regola e vigila, secondo le disposizioni del regolamento, l’ entrata e l’ uscita, il movimento, gli ancoraggi e gli ormeggi delle navi, l’ ammaramento, lo stanziamento e il movimento degli idrovolanti nelle acque del porto”. Dopo azioni di soccorso in acque internazionali, in base alle più recenti disposizioni di legge, spetta al prefetto dare indicazione di un porto di sbarco sicuro, su decisione del ministro dell’interno. Queste decisioni amministrative da un anno ad oggi sono state condizionate alle richieste italiane per ottenere la redistribuzione dei naufraghi in altri paesi europei, con la giustificazione della necessità di difendere i confini e contrastare l’immigrazione definita come “illegale” anche quando sono persone vittime di violenze indicibili in Libia, scampare ad un naufragio in mare, minori non accompagnati, donne sole ed adesso anche richiedenti asilo.

Il dovere dello stato, e dunque del ministro dell’interno, di indicare un porto sicuro di sbarco non può essere oggetto di una periodica negoziazione politica volta alla redistribuzione dei naufraghi tra diversi paesi quando il conseguente ritardo delle trattative comporta il loro trattenimento a tempo indeterminato sulla nave soccorritrice e di fatto un respingimento collettivo in frontiera con grave pregiudizio dei diritti fondamentali delle persone.

2. La decisione circa lo sbarco delle persone soccorse in alto mare rimane sottoposta a due principi generali di diritto internazionale, che possono entrare in conflitto tra di loro: la sovranità dello Stato sul suo territorio e il divieto di respingimento (non refoulement) che vale allo stesso modo nelle acque territoriali, nella zona contigua e nelle acque internazionali, come affermato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel 2012 con la sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi. Per entrare in un porto di uno Stato occorre avere il consenso di quello Stato, consenso che può essere rifiutato in nome del principio di sovranità nazionale, a meno che non vi sia una situazione di forza maggiore che metta a rischio i diritti fondamentali della persona (diritto alla vita, diritto alla salute, diritto di asilo). Il Protocollo contro il traffico umano allegato alla Convenzione ONU di Palermo del 2000 contro il crimine transnazionale sancisce il principio inderogabile secondo cui “Nessuna disposizione del presente Protocollo pregiudica diritti, obblighi e responsabilità degli Stati e individui ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti dell’uomo e, in particolare, laddove applicabile, la Convenzione del 1951 e il Protocollo del 1967 relativi allo Status di Rifugiati e il principio di non allontanamento”.

 Secondo l’UNHCR, “nel determinare se gli obblighi di uno Stato sui diritti umani sussistono nei confronti di una determinata persona, il criterio decisivo non è se quella persona si trovi sul territorio nazionale di quello Stato, o all’interno di un territorio che sia de jure sotto il controllo sovrano dello Stato, quanto piuttosto se egli o ella sia o meno soggetto all’effettiva autorità di quello Stato”.

La Corte europea dei diritti umani ha esaminato il concetto di “giurisdizione” in una serie di decisioni, come ad esempio nel caso Hirsi contro Italia, e ha sempre sostenuto che il criterio decisivo non è se una persona si trovi all’interno del territorio dello Stato interessato, ma se, rispetto al presunto comportamento, egli o ella si trovi o meno sotto l’effettivo controllo dello Stato, o sia colpito da coloro che agiscono per conto dello Stato in questione. Una situazione nella quale una persona è portata sotto “l’effettivo controllo” delle autorità di uno Stato se esse stanno esercitando la loro autorità fuori del territorio dello Stato, potrebbe inoltre dar luogo all’applicazione extraterritoriale degli obblighi della Convenzione. In modo sempre più evidente, con gli accordi operativi con la sedicente guardia costiera libica, perfezionati lo scorso anno, e con la cessione di altre motovedette al governo di Tripoli, l’Italia ha assunto una precisa corresponsabilità nelle attività di intercettazione in alto mare svolte dai libici. I più recenti accordi con Malta sono stati rivolti ad eludere il rispetto degli obblighi di soccorso imposti dalle Convenzioni internazionali, nel tentativo di instaurare una maggiore collaborazione con la sedicente Guardia costiera “libica” e di condizionare le scelte dell’Unione europea sulla redistribuzione dei naufraghi. Un tentativo fallito, come dimostrano le vicende di queste ultime settimane.

Gli accordi regionali  tra stati ai fini delle attività SAR devono essere orientati esclusivamente alla salvaguardia della vita umana in mare e non all’obiettivo di ricondurre verso il porto di partenza il maggior numero di persone per impedire loro magari, se soccorse da mezzi battenti bandiera diversa da quella libica, di essere sbarcati in un porto europeo.  In nessun caso la ridefinizione delle zone SAR tra stati confinanti può incidere sul diritto al libero passaggio in acque internazionali, e persino territoriali, che spetta a qualsiasi nave, purché non persegua scopi illeciti, quando sono in gioco vite umane.

Le autorità di uno Stato costiero competente sulla zona di intervento SAR in base agli accordi regionali stipulati, le quali abbiano avuto notizia dalle autorità di un altro Stato della presenza di persone in pericolo di vita nella zona di mare SAR di propria competenza, sono tenute ad intervenire immediatamente senza tener conto della nazionalità o della condizione giuridica di dette persone (punto 3.1.3 Conv. Amburgo SAR). L’Autorità competente così investita della questione deve accusare immediatamente ricevuta della segnalazione e indicare allo Stato di primo contatto, appena possibile, se sussistono le condizioni perché sia effettuato l’intervento (3.1.4 conv.).

Sarà l’autorità nazionale che ha avuto il primo contatto con la persona in pericolo in mare a coordinare le operazioni di salvataggio tanto nel caso in cui l’autorità nazionale competente S.A.R. dia risposta negativa alla possibilità di intervenire in tempi utili quanto in assenza di ogni riscontro da parte di quest’ultima. Gli accordi regionali, le logiche di ricatto tra stati e la cessione della competenza ad operare interventi SAR in acque internazionali, non possono pregiudicare i destini e le stesse vite delle persone che si devono soccorrere.

In base al Regolamento europeo Frontex n.656 del 2014, “la cooperazione con i paesi terzi limitrofi è essenziale per impedire l’attraversamento non autorizzato delle frontiere, contrastare la criminalità transfrontaliera ed evitare la perdita di vite umane in mare. Conformemente al regolamento (CE) n. 2007/2004 e purché sia garantito il pieno rispetto dei diritti fondamentali dei migranti, l’Agenzia può cooperare con le autorità competenti di paesi terzi, in particolare per quanto riguarda l’analisi del rischio e la formazione, e dovrebbe agevolare la cooperazione operativa tra Stati membri e paesi terzi. Quando la cooperazione con i paesi terzi avviene nel territorio o nelle acque territoriali di tali paesi, gli Stati membri e l’Agenzia dovrebbero osservare norme e standard almeno equivalenti a quelli stabiliti dal diritto dell’Unione”. Dunque la delega delle attività di intercettazione in acque internazionali non appare conforme alla previsione vincolante del Regolamento in questione.

Secondo il Regolamento UE n.656 del 2014, ( al Considerando 8) “durante operazioni di sorveglianza di frontiera in mare, gli Stati membri dovrebbero rispettare i rispettivi obblighi loro incombenti ai sensi del diritto internazionale, in particolare della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, della Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e del suo protocollo per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, della Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e di altri strumenti internazionali pertinenti.

Lo stesso Regolamento Frontex n.656 del 2014, (Considerando 12) “dovrebbe essere applicato nel pieno rispetto del principio di non respingimento quale definito nella Carta e quale interpretato dalla giurisprudenza della Corte e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Conformemente a tale principio, nessuno dovrebbe essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento”. Al Considerando 13 lo stesso Regolamento europeo aggiunge : “L’eventuale esistenza di un accordo tra uno Stato membro e un paese terzo non esime gli Stati membri dai loro obblighi derivanti dal diritto dell’Unione e internazionale, in particolare per quanto riguarda l’osservanza del principio di non respingimento, quando gli stessi Stati sono a conoscenza, o dovrebbero esserlo, del fatto che lacune sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in quel paese terzo equivalgono a sostanziali motivi per ritenere che il richiedente asilo rischi concretamente di subire trattamenti inumani o degradanti, o quando tali Stati sanno o dovrebbero sapere che quel paese terzo mette in atto comportamenti in violazione del principio di non respingimento”. Quali garanzie esistono in Libia per i potenziali richiedenti asilo riportati a terra dopo essere stati intercettati in acque internazionali, dove fino a qualche settimana fa potevano essere soccorsi dalle navi delle ONG ? Si puo’ riconoscere che la Tunisia applichi effettivamente la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, che pure ha sottoscritto ?

Va rilevato quanto prevede l’articolo 4 del Regolamento Frontex  n.656 del 2014

Articolo 4  (Regolamento UE n.656 del 2014) – Protezione dei diritti fondamentali e principio di non respingimento

  1. Nessuno può, in violazione del principio di non respingimento, essere sbarcato, costretto a entrare, condotto o altrimenti consegnato alle autorità di un paese in cui esista, tra l’altro, un rischio grave di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura, alla persecuzione o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti, o in cui la vita o la libertà dell’interessato sarebbero minacciate a causa della razza, della religione, della cittadinanza, dell’orientamento sessuale, dell’appartenenza a un particolare gruppo sociale o delle opinioni politiche dell’interessato stesso, o nel quale sussista un reale rischio di espulsione, rimpatrio o estradizione verso un altro paese in violazione del principio di non respingimento.
  2. In sede di esame della possibilità di uno sbarco in un paese terzo nell’ambito della pianificazione di un’operazione marittima, lo Stato membro ospitante, in coordinamento con gli Stati membri partecipanti e l’Agenzia, tiene conto della situazione generale di tale paese terzo
  3. Durante un’operazione marittima, prima che le persone intercettate o soccorse siano sbarcate, costrette a entrare, condotte o altrimenti consegnate alle autorità di un paese terzo e tenuto conto della valutazione della situazione generale di tale paese terzo ai sensi del paragrafo 2, le unità partecipanti utilizzano, fatto salvo l’articolo 3, tutti i mezzi per identificare le persone intercettate o soccorse, valutare la loro situazione personale, informarle della loro destinazione in un modo per loro comprensibile o che si possa ragionevolmente supporre sia per loro comprensibile e dar loro l’opportunità di esprimere le eventuali ragioni per cui ritengono che uno sbarco nel luogo proposto violerebbe il principio di non respingimento.
  4. Nel corso di un’operazione marittima le unità partecipanti rispondono alle particolari esigenze dei minori, compresi i minori non accompagnati, delle vittime della tratta di essere umani, di quanti necessitano di assistenza medica urgente, delle persone con disabilità, di quanti necessitano di protezione internazionale e di quanti si trovano in situazione di particolare vulnerabilità.

Secondo  l’articolo 9 del Regolamento Europeo n.656/2014 ( Situazioni di ricerca e soccorso), “1. Gli Stati membri osservano l’obbligo di prestare assistenza a qualunque natante o persona in pericolo in mare e durante un’operazione marittima assicurano che le rispettive unità partecipanti si attengano a tale obbligo, conformemente al diritto internazionale e nel rispetto dei diritti fondamentali, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla situazione giuridica dell’interessato o dalle circostanze in cui si trova”. 

Secondo l’art. 10 del Regolamento Frontex n.656/2014 gli Stati dell’Unione europea possono collaborare con paesi terzi che siano titolari di zone SAR riconosciute a livello internazionale, ma nel caso di mancata risposta, o di evidente impossibilità di salvaguardare la vita umana in mare, la dignità e l’accesso alla procedura di asilo a terra, per quanto osservato in precedenza, la responsabilità del coordinamento e della individuazione del porto di sbarco spetta alo stato che “ospita” l’operazione Frontex o Eunavfor Med, a prescindere dalla bandiera della nave europea chiamata eventualmente a realizzare l’intervento SAR ( ricerca e soccorso). Dunque in base al Regolamento n, 656 del 2014, o si ritiene che la Libia garantisca nella sua interezza luoghi sicuri di sbarco, circostanza esclusa anche di recente dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, oppure l’Italia, non può rifiutarsi e deve indicare un luogo di sbarco sicuro nel suo territorio. Chiunque non ottemperi a questo precetto si può rendere responsabile di vari reati, a titolo omissivo, e delle loro possibili conseguenze mortali.

Il Regolamento europeo n. 604/2013 (Dublino 3) non prevede il trattenimento prolungato delle persone che comunque raggiungono una frontiera terrestre, aeroportuale o marittima, in attesa che gli stati dirimano eventuali contrasti sulla ripartizione delle competenze ad esaminare le richieste di protezione internazionale, e risulta peraltro applicabile solo nei confronti di persone che abbiano assunto la qualità di richiedenti asilo. Il Regolamento prevede all’art. 3 che “Gli Stati membri esaminano qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide sul territorio di qualunque Stato membro, compreso alla frontiera e nelle zone di transito”.

3.  In base alla giurisprudenza della Corte EDU, gli Stati contraenti hanno, in virtù di un principio di diritto internazionale ben consolidato e fatti salvi gli impegni derivanti per loro da trattati, ivi compreso dalla Convenzione, il diritto di controllare l’ingresso, il soggiorno e l’allontanamento dei non residenti (si vedano, tra molte altre, Abdulaziz, Cabales e Balkandali c.Regno Unito, 28 maggio 1985, § 67, serie A n. 94; e Boujlifa c. Francia, 21ottobre 1997, § 42, Raccolta delle sentenze e decisioni 1997-VI). Inoltre, la Corte osserva che né la Convenzione né i suoi Protocolli sanciscono il diritto all’asilo politico (Vilvarajah ed altri c. Regno Unito, 30 ottobre 1991, §102, serie A n. 215; e Ahmed c. Austria, 17 dicembre 1996, § 38, Raccolta 1996-VI). Tuttavia, l’espulsione, l’estradizione ed ogni altra misura di allontanamento di uno straniero da parte di uno Stato contraente possono sollevare un problema sotto il profilo dell’articolo 3, quindi chiamare in causa la responsabilità dello Stato in questione ai sensi della Convenzione, quando esistano motivi seri ed accertati per ritenere che l’interessato, se espulso verso il paese di destinazione, vi correrà il rischio reale di essere sottoposto ad un trattamento contrario all’articolo 3. In questo caso, l’articolo 3 implica l’obbligo di non espellere la persona in questione verso quel paese (Soering, sopra citata, §§ 90-91; Vilvarajah ed altri, sopra citata, § 103; Ahmed,sopra citata, § 39; H.L.R. c. Francia, 29 aprile 1997, § 34, Raccolta 1997-III; Jabari c. Turchia, n. 40035/98, §38, CEDU 2000-VIII; e Salah Sheekh c. Paesi Bassi, n. 1948/04, § 135, 11 gennaio 2007).

Secondo la Corte europea dei diritti dell’Uomo come riaffermato nella sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi,, ( paragrafo 122) la Corte ha già avuto modo di riconoscere che gli Stati situati alle frontiere esterne dell’Unione europea incontrano attualmente notevoli difficoltà nel far fronte ad un crescente flusso di migranti e di richiedenti asilo. Essa non può sottovalutare il peso e la pressione imposti sui paesi interessati da questa situazione, tanto più pesanti in quanto inseriti in un contesto di crisi economica (si veda M.S.S. c. Belgio e Grecia [GC], n. 30696/09, § 223, 21 gennaio 2011). In particolare, essa è consapevole delle difficoltà legate al fenomeno delle migrazioni marittime, causa per gli Stati di ulteriori complicazioni nel controllo delle frontiere meridionali dell’Europa. Tuttavia, stante l’assolutezza dei diritti sanciti dall’articolo 3, ciò non può esonerare uno Stato dagli obblighi derivanti da tale disposizione. Nel successivo paragrafo 123. la Corte” ricorda che la tutela dai trattamenti proibiti dall’articolo 3 impone ad uno Stato l’obbligo di non allontanare una persona quando questa corra nello Stato di destinazione il rischio reale di essere sottoposta a quei trattamenti”.

In quella occasione la Corte osservava che l’Italia non può liberarsi della sua responsabilità di fornire un porto di sbarco sicuro, invocando gli obblighi derivanti dagli accordi bilaterali con la Libia. Infatti, anche ammesso che tali accordi prevedessero espressamente il respingimento in Libia dei migranti intercettati in alto mare, gli Stati membri rimangono responsabili anche quando, successivamente all’entrata in vigore della Convenzione e dei suoi Protocolli nei loro confronti, essi abbiano assunto impegni derivanti da trattati (PrincipeHans-Adam II di Liechtenstein c. Germania [GC], n. 42527/98, §47, CEDU 2001‑VIII; e Al-Saadoon e Mufdhi c. Regno Unito, n.61498/08, § 128, 2 marzo 2010).

4.  Questa la cronologia dei fatti, dopo l’operazione di salvataggio effettuata il primo agosto scorso,  secondo quanto comunicato dalla organizzazione Open Arms nei suoi comunicati.

Giorno 1 agosto 2019  la nave umanitaria Open Arms effettuava un primo salvataggio  nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, traendo in salvo 55 persone di cui 39 uomini e 16 donne (di cui 20 minori, la maggior parte non accompagnati) – Nello stesso giorno veniva effettuato un secondo salvataggio con 69 persone tratte a bordo di cui 53 uomini e 16 donne (di cui 10 minori, la maggior parte non accompagnato) Alla fine della giornata questa la situazione a bordo: 124 persone provenienti da Eritrea, Etiopia, Egitto, Nigeria, Somalia, Ghana, Costa D’Avorio, Sudán, Ciad, Gambia, Mali, Guinea, Libia Da subito presentavano evidenti segni di disidratazione e stanchezza fisica e mentale.

Venerdì 2 agosto – Richiesta di POS fatta da Open Arms a Malta e all’Italia. La prima ha risposto negativamente e la seconda ha risposto successivamente rimandando alle autorità maltesi. – Comunicazione del decreto di divieto di ingresso nelle acque territoriali, tramite mail, datato 1 agosto 2019. Il provvedimento reso dal Ministero dell’Interno, di concerto con il Ministero della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dispone il divieto di ingresso, transito e sosta “nel mare territoriale nazionale”.

Domenica 4 agosto: Evacuazione di due donne incinta e di una familiare delle due. Persone salvate a bordo 121

Mercoledì 7 agosto: Depositato un ricorso presso il Tribunale per i Minori e alla Procura minorile di Palermo affinché gli interessati siano fatti sbarcare, e vengano nominati dei tutori per chi non è accompagnato, come previsto dagli art. 6 e 11 della Convenzione dell’Aja. A bordo della OPEN ARMS risultano attualmente circa 28 minori stranieri non accompagnati nonché altri minori in presenza dei genitori, e tutti presentano evidenti segni di violenza fisica e psicologica. Persone a bordo 121

Giovedì 8 agosto – Dal collegio legale di Open Arms Italia è stata inviata al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà una comunicazione di respingimento alla frontiera di 28 minori stranieri non accompagnati chiedendo un intervento urgente. Una richiesta di intervento è stata inviata anche al Garante per l’Infanzia, dottoressa Filomena Albano. Alla luce delle precarie condizioni psico-fisiche delle persone, è stata specificata l’urgenza di scendere dalla nave e di raggiungere quanto prima il territorio nazionale.

Fino all’8 agosto sono state raccolte 89 volontà di richiedere asilo da parte delle persone adulte a bordo della nave. Le stesse sono state inviate all’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati e a MRCC Roma come previsto dalle linee guida sul soccorso in mare della stessa agenzia. Il Viminale la sera dell’8 agosto ha divulgato una dichiarazione ripresa da LaPresse: Open Arms ha comunicato alle autorità italiane che ben 89 persone a bordo hanno chiesto lo status di rifugiato. Lo fanno sapere fonti del Viminale, spiegando che la ong ritiene che, “pur essendo la nave in acque internazionali, in acque sar maltesi e nelle vicinanze di altri Paesi sovrani, gli immigrati debbano essere fatti sbarcare in Italia”.

Dal dicastero guidato da Matteo Salvini sottolineano: “Dato che la Open Arms è spagnola, in base alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza della corte europea, è dovere dello Stato di bandiera prendersi cura di coloro che si trovano a bordo, dopo essere stati raccolti o trasportati in acque internazionali: gli esperti del ministero dell’Interno stanno valutando la possibilità di richiamare pertanto la Spagna – anche in ambito giurisdizionale – al rispetto degli obblighi internazionali facendosi carico delle 89 persone”. Al Viminale, insomma, c’è la sensazione che “l’unico obiettivo della Ong sia quello di trasferire le persone in Italia, senza interessare minimamente il proprio paese di bandiera”.Il ministro Salvini dichiara: “Non siamo il campo profughi dell’Europa”.

Negli stessi giorni, intanto, dopo la conversione in legge del decreto n.53/2019,  il Presidente della Repubblica Italiana, in merito alla conversione in legge del decreto sicurezza bis, si è pronunciato sulla norma che penalizza con una sanzione amministrativa spropositata, disposta dal prefetto, il soccorso in mare nei soli casi in cui questo è operato da imbarcazioni private appartenenti alle cd. ONG. https://www.repubblica.it/politica/2019/08/08/news/decreto_sicurezza_mattarella_firma_ma_esprime_critiche233188258/

Il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, ha inviato una lettera al leader della Commissione Ue Jean Claude Juncker chiedendo che sia “coordinato un intervento umanitario rapido”, con “un’equa redistribuzione dei migranti”.

Ancora il 16 agosto lo stesso presidente Sassoli rinnovava la sua richiesta di garantire lo sbarco immediato di tutti i naufraghi ancora a bordo della Open Arms. Così riferisce l’agenzia AGENSIR. “Oggi la mia segreteria è entrata in contatto con il Comandante della missione Open Arms che ci ha descritto condizioni al limite del sopportabile. La situazione è diventata drammatica”. Lo dichiara il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli: “Gli immigrati sono bloccati sulla nave da 14 giorni a 1 km dal porto di Lampedusa, cedendo ad atti di autolesionismo e perdendo la percezione della realtà. Le condizioni igieniche a bordo sono ormai precarie ed è necessario consentire immediatamente lo sbarco. Auspico – conclude Sassoli – che le autorità italiane capiscano la gravità e l’urgenza umanitaria a bordo della nave consentendo loro di entrare in porto oggi stesso”.

Venerdì 9 agosto è stato presentato dal team legale di Open Arms, presso le Procure di Roma e di Agrigento, un esposto-denuncia in cui viene chiesto di verificare se nella situazione corrente, in cui si sta determinando una prolungata presenza a bordo delle 121 persone salvate – 32 minori, 28 dei quali hanno dichiarato di essere non accompagnati -, non si presenti una fattispecie di reato. E, nel caso, di individuarne i responsabili e di “adottare gli opportuni provvedimenti” affinché cessi la situazione di privazione della libertà in cui quelle stesse persone si trovano.

Nella notte tra venerdì e sabato 10 la nave della ong spagnola Open Arms ha soccorso 39 migranti su richiesta delle autorità di Malta, che avevano a loro volta ricevuto la segnalazione di un barcone in difficoltà nella loro zona SAR da Alarm phone, call center informale gestito dalla ong Watchformed. I 39 migranti soccorsi si sono quindi aggiunti ai 121 che erano già a bordo. Al momento di trasferire questi migranti su una motovedetta inviata a Malta si determinava una situazione di forte tensione  a bordo, e il comandante chiedeva alle autorità maltesi che procedessero al trasbordo, e quindi allo sbarco a La Valletta di tutti i 160 migranti a bordo della nave, richiesta che era respinta dalle autorità maltesi.

Domenica 11, all’undicesimo giorno in mare a bordo della Open Arms, le condizioni dei migranti si aggravano. Per tre di loro, probabili casi di tubercolosi e polmonite, è stata disposta l’evacuazione medica urgente  Tra i tre casi, si registra quello di una donna di 32 anni con un tumore al cervello. Dopo una consultazione tra Italia e Malta, otto sono stati portati in elicottero a La Valletta mentre un’altra persona, un sospetto caso di tubercolosi, è stata condotta a Lampedusa da una motovedetta della Guardia costiera.

Martedì 13  veniva completato con successo un ennesimo MEDEVAC con la evacuazione via mare di un bimbo e della sua famiglia trasferiti dalla Open Arms a Lampedusa, dopo un intervento in elicottero fallito da parte della Guardia Costiera maltese.

Nella notte tra il 14 ed il 15 agosto la nave Open Arms con la scorta di due mezzi della Marina italiana ha fatto ingresso nelle acque territoriali ormeggiandosi di fronte al porto di Lampedusa, come convenuto con le autorità locali. Ma nessuno dei migranti è stato portato a terra.

Tra il 15 ed il 16 agosto veniva consentito a più riprese lo sbarco nel porto di Lampedusa, di naufraghi in condizione di emergenza sanitaria (MEDEVAC), in alcuni casi per ragioni di grave disagio psicologico, in altri per patologie che si stavano aggravando a causa della prolungata ed ingiustificata permanenza a bordo.

Per oltre quindici giorni, l’Open Arms è stata costretta a rimanere in mezzo al mare, senza aver ottenuto risposte positive sulla richiesta di un porto sicuro di sbarco né dai paesi costieri più vicini (Italia e Malta), né dagli altri stati membri dell’Unione Europea.

5. Nel caso dei naufraghi presenti a bordo della nave Open Arms, che hanno manifestato la volontà di richiedere asilo, il diniego all’ingresso nelle acque territoriali, e dunque al concreto esercizio del diritto di asilo in frontiera, appare frutto di una decisione riconducibile unicamente ai governi italiano e maltese, e da ultimo esclusivamente al ministro dell’interno Salvini, che hanno opposto un espresso divieto alla richiesta di indicazione di un porto sicuro di sbarco, quando la stessa nave si trovava in prossimità delle loro acque territoriali (e relative zone contigue). Gli stessi stati dunque hanno manifestato la loro sovranità, radicando al tempo stesso la propria giurisdizione, nella misura in cui hanno concretamente impedito l’accesso al territorio e l’accesso alla procedura di asilo che si sarebbe dovuta aprire “in frontiera”, subito dopo lo sbarco delle persone soccorse da Open Arms in un porto sicuro indicato dalle competenti autorità nazionali.

Seppure si possa ritenere una qualche residua competenza delle autorità spagnole per la ricezione della richiesta di protezione, a fronte della bandiera della nave soccorritrice, non è dubbio che siano state le autorità italiane e maltesi a negare l’ingresso nelle proprie acque territoriali, e da ultimo il ministro dell’interno Salvini, con la notifica di un divieto di ingresso ai sensi dell’art. 1 del decreto legge n.53 del 14 giugno 2019, adesso convertito in legge dal Senato con una provvedimento normativo ( legge di conversione con modifiche) successivo al verificarsi della richiesta di indicazione di un porto sicuro di sbarco. Appare quindi corretto ritenere che in questo diniego si sia concretizzata, a carico dell’Italia e di Malta, una violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra , ed anche una violazione del diritto universale di chiedere asilo in frontiera (anche marittima), oltre che una violazione del divieto di espulsioni o respingimenti collettivi, sancito dal Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Non si può in altri termini ammettere che la negazione del diritto di accesso nelle acque territoriali, in questa occasione proveniente da più stati, abbia come conseguenza di sottrarre delle persone, peraltro già vittime di trattamenti inumani o degradanti in Libia, e soccorse in mare in una situazione di stato di necessità, all’esercizio di una qualsiasi giurisdizione, con la conseguente cancellazione dei loro diritti fondamentali, tra questi il diritto di chiedere asilo, fino ai casi più gravi in cui il respingimento collettivo espone al rischio di perdere la vita o di subire ancora una volta trattamenti inumani o degradanti come la negazione del diritto alla salute fisica e psichica.

Si ricorda come il Garante nazionale per le persone private della libertà personale, nel più recente caso dei soccorsi operati in acque internazionale dalla nave umanitaria Open Arms, abbia rilevato come sia «alta la responsabilità dei partner europei relativamente alla situazione che si è determinata, in particolare della Spagna, essendo la nave battente bandiera spagnola, e di Malta che ha rifiutato l’approdo». Tuttavia, a parere del garante, «la situazione in atto può e deve essere vista come ambito di competenza giurisdizionale del nostro Paese, nonostante la sua presenza in acque internazionali, ma in virtù del preventivo divieto d’ingresso nelle acque nazionali notificato dalle autorità italiane il 1° agosto». «L’interdizione all’ingresso – aggiunge – costituisce esercizio della sovranità e implica che ai migranti soccorsi e a bordo della nave debbano essere riconosciuti tutti i diritti e le garanzie (divieto di non refoulement, diritti dei minori stranieri non accompagnati, diritto di protezione internazionale…) che spettano alle persone nei confronti delle quali l’Italia esercita la propria giurisdizione.

Lo stesso Garante aggiunge che “«la preliminare valutazione delle vulnerabilità effettuata dalla Guardia costiera italiana, in esito alla quale sarebbe stata disposta l’evacuazione di tre donne, di cui di cui due in stato di gravidanza». Una azione meritoria che comunque è indicativa di una «presa in carico» della situazione delle persone ospitate, di elementi valutativi effettuati direttamente o riconosciuti validi se effettuati dai responsabili a bordo, di conseguenti azioni: «tutto ciò determina l’assunzione di una complessiva responsabilità, che è fattore determinante per ogni accertamento delle eventuali successive azioni omesse o compiute. Una responsabilità che ne configura una forma di esercizio di giurisdizione».

Si configura così «il duplice rischio di violazione del principio di non refoulement e del divieto di espulsioni collettive». Riguardo al principio di non refoulement, il garante evidenzia come a seguito del divieto di ingresso in acque territoriali da parte delle autorità italiane e dell’omologo divieto di approdo di quelle maltesi, per i migranti soccorsi è forte il rischio del loro ritorno nel luogo da cui sono partiti, la Libia. Sottolinea ancora il garante che «il divieto di ingresso può essere visto come azione di respingimento collettivo delle persone soccorse, se esercitato – come in questo caso – senza un preventivo esame delle condizioni individuali delle stesse».

In una nota del Tribunale dei minori di Palermo del 9 agosto 2019   questo Tribunale faceva sapere “che “come è ben noto le Convenzioni Internazionali a cui l’Italia aderisce e soprattutto l’art. 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17, impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto ad essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno.”. Lo stesso Tribunale proseguiva affermando che “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici.”

In data 14 agosto 2019, il Tribunale amministrativo del Lazio in composizione monocratica adottava un decreto in base al quale si sospendeva l’efficacia, del provvedimento reso dal Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’1 agosto 2019, comunicato a mezzo e mail, con cui si dispone “sin da ora” il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Open Arms “nel mare territoriale nazionale”, e di ogni altro comunque connesso, anche se non conosciuto dalla ricorrente.

Osservava il TAR Lazio, “considerato, quanto al fumus, che il ricorso in esame non appare del tutto sfornito di fondamento giuridico in relazione al dedotto vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso, nella misura in cui la stessa amministrazione intimata riconosce, nelle premesse del provvedimento impugnato, che il natante soccorso da Open Arms in area SAR libica – quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo – era in “distress”, cioè in situazione di evidente difficoltà (per cui appare, altresì, contraddittoria la conseguente valutazione effettuata nel medesimo provvedimento, dell’esistenza, nella specie, della peculiare ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19, comma 1 [recte, comma 2], lett. g), della legge n. 689/1994);

Ritenuto, quanto al periculum in mora, che sicuramente sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione capo missione), la prospettata situazione di eccezionale gravità ed urgenza, tale da giustificare la concessione – nelle more della trattazione dell’istanza cautelare nei modi ordinari – della richiesta tutela cautelare monocratica, al fine di consentire l’ingresso della nave Open Arms in acque territoriali italiane (e quindi di prestare l’immediata assistenza alle persone soccorse maggiormente bisognevoli, come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici.

L’intenzione del ministro dell’interno di impugnare al Consiglio di stato la decisione interinale assunta dal Tar Lazio su istanza cautelare del team legale di Open Arms appare destituita di fondamento e si sta traducendo in un ennesimo, inaccettabile attacco alla magistratura ed a un magistrato che, con la sua decisione indipendente, ha scombussolato i piani del Viminale.

Secondo Pasquale De Sena, ordinario di diritto internazionale presso l’Università Cattolica di Milano,il Consiglio di Stato potrebbe dichiarare inammissibile l’impugnazione, secondo la prevalente interpretazione dell’art. 56 del codice del processo amministrativo, che tende ad escludere l’appellabilità di tali provvedimenti, in ragione della loro natura squisitamente interinale” 

In data 14 agosto 2019 il ministero dell’interno reiterava lo stesso divieto di ingresso nelle acque territoriali, come si apprende dall’ANSA. Il decreto non risultava però adottato con il concerto del ministro della difesa, richiesto dall’art. 1 de decreto legge sicurezza bis, adesso convertito in legge (D.L. 14 giugno 2019, n. 53, convertito in Legge 8 agosto 2019, n. 77 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 186 del 9 agosto 2019 ).  Si sottolinea questo profilo dal punto di vista della efficacia del provvedimento e delle conseguenti responsabilità.

Come riferiva l’ANSA il 15 agosto, il ministro della difesa Trenta osservava che “La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo “potrebbe finanche configurare la violazione di norme penali- avverte Trenta- fermo restando, in ogni caso, che in adesione al dictum iuris sarebbe stato eventualmente necessario inserire nel dispositivo del provvedimento un’esplicita disponibilità all’assistenza delle persone maggiormente bisognevoli”.

6. Qualunque trattativa per la distribuzione, pure auspicabile, di naufraghi tra diversi paesi europei può avvenire soltanto quando le persone hanno raggiunto un porto di sbarco sicuro, perché la nave soccorritrice va considerata in base al diritto internazionale come un luogo sicuro “transitorio”, e la permanenza a bordo di persone già duramente provate non può diventare arma di ricatto tra gli stati. Di certo, soprattutto nel caso di navi private che abbiano operato attività SAR, non rileva nella individuazione del porto di sbarco sicuro la bandiera dell’unità soccorritrice, altro argomento utilizzato per impedire o ritardare lo sbarco nei porti italiani delle persone soccorse in mare.

Una volta che la Centrale nazionale di coordinamento di soccorso marittimo della Guardia Costiera di Roma(I.M.R.C.C.) abbia comunque ricevuto la segnalazione di un’emergenza e assunto il coordinamento iniziale delle operazioni di soccorso -anche se l’emergenza si è sviluppata fuori dalla propria area di competenza SAR – questo impone alle autorità italiane di portare a compimento il salvataggio individuando il luogo sicuro di sbarco dei naufraghi. Se le autorità di Malta hanno negato il loro consenso allo sbarco in un porto di quello Stato, l’Italia non può negare lo sbarco in un proprio porto sicuro, che diventa essenziale per completare le operazioni di salvataggio. Se, come risulta dagli ultimi rapporti delle Nazioni Unite, e come riconosce persino il ministro degli esteri Moavero la Libia non garantisce “porti di sbarco sicuri”, spetta al ministero dell’interno, di concerto con la Centrale operativa della guardia costiera (IMRCC) di Roma, indicare con la massima sollecitudine un porto di sbarco sicuro, anche se l’evento SAR si è verificato nelle acque internazionali che ricadono nella pretesa zona di ricerca e salvataggio “libica”. Eventuali inadempimenti di tali obblighi potranno essere sanzionati a livello nazionale o internazionale.

E’ dunque da considerare che, se uno Stato respinge una imbarcazione carica di naufraghi soccorsi in acque internazionali, o ne vieta l’ingresso in porto, in assenza di provvedimenti individuali, come tali oggetto di un possibile ricorso, senza controllare se a bordo vi siano dei richiedenti asilo o soggetti non respingibili, o altrimenti inespellibili , come donne abusate e/o in stato di gravidanza e minori, commette una grave violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 par. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951. Una violazione tanto più evidente se gli spazi geografici (Stati terzi, come ad esempio la Tunisia, o autorità militari con navi stazionate in alto mare, come quelle maltesi) verso cui la nave, con i naufraghi ancora a bordo, venga respinta, non offrono garanzie sufficienti per l’incolumità dei migranti o per il tempestivo riconoscimento dei loro diritti fondamentali, a partire dalla possibilità di accesso effettivo ad una procedura imparziale per il riconoscimento della protezione. I più recenti accordi operativi tra le autorità italiane e maltesi, nella prospettiva di negare anche i rifornimenti alle navi delle ONG alle quali si nega un porto di sbarco sicuro, negano, come denuncia ancora Amnesty international, i diritti fondamentali delle persone soccorse in acque internazionali, con una inammissibile violazione delle Convenzioni internazionali ed in particolare della Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dalla Convenzione di New York sui diritti dei minori.

Il divieto di respingimento collettivo di migranti, ancora più grave nel caso di naufraghi, è previsto dall’art. 4 del Quarto protocollo allegato alla CEDU e nell’art. 19 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Per esprimerci nei termini adottati dalla Corte europea dei diritti  del’Uomo,  nel caso Hirsi, “lo scopo dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 è evitare che gli Stati possano allontanare un certo numero di stranieri senza esaminare la loro situazione personale e, di conseguenza, senza permettere loro di esporre le loro argomentazioni per contestare il provvedimento adottato dall’autorità competente. Se dunque l’articolo 4 del Protocollo n. 4 dovesse applicarsi soltanto alle espulsioni collettive eseguite a partire dal territorio nazionale degli Stati parte alla Convenzione, una parte importante dei fenomeni migratori contemporanei verrebbe sottratta a tale disposizione, sebbene le manovre che essa intende vietare possano avvenire fuori dal territorio nazionale e, in particolare, come nel caso di specie, in alto mare. L’articolo 4 verrebbe così privato di qualsiasi effetto utile rispetto a tali fenomeni, che tendono pertanto a moltiplicarsi. Da ciò deriverebbe che dei migranti che sono partiti via mare, spesso mettendo a rischio la loro vita, e che non sono riusciti a raggiungere le frontiere di uno Stato, non avrebbero diritto a un esame della loro situazione personale prima di essere espulsi, contrariamente a quelli che sono partiti via terra”. Secondo la Corte, “ gli allontanamenti di stranieri eseguiti nell’ambito di intercettazioni in alto mare da parte delle autorità di uno Stato e nell’esercizio dei pubblici poteri, e che producono l’effetto di impedire ai migranti di raggiungere le frontiere dello Stato, o addirittura di respingerli verso un altro Stato, costituiscono un esercizio della loro giurisdizione ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione, che impegna la responsabilità dello Stato in questione sul piano dell’articolo 4 del Protocollo n. 4.

Nel caso dei naufraghi indebitamente trattenuti a bordo della nave Open Arms per oltre due settimane dalla mancata indicazione di un porto sicuro di sbarco da parte del ministro dell’interno, siamo in presenza di un vero e proprio respingimento collettivo, che si è andato configurando ancora più nettamente da quando la nave ha avuto riconosciuto il diritto di entrare nelle acque territoriali italiane, fermandosi a poche centinaia dal porto di Lampedusa, in quanto i naufraghi a bordo, compresi i minori non accompagnati per i quali si era già pronunciato il Tribunale dei minori di Palermo, non hanno avuto accordato dal Prefetto di Agrigento, e per suo tramite dal ministro dell’interno, la prescritta autorizzazione allo sbarco.

7.  Il prolungato trattenimento dei naufraghi soccorsi da oltre dodici giorni dalla nave della ONG Open Arms comporta, per effetto della mancata indicazione di un luogo di sbarco sicuro da parte dei governi italiano e maltese, la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti sancito dall’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo , dall’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e dalla Convenzione ONU del 1984 contro la Tortura e altre Pene o Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti., alla quale ha fatto seguito nel 1987 la Convenzione Europea per la Prevenzione della Tortura e delle Pene o Trattamenti Inumani o Degradanti. Il divieto è una norma internazionale consuetudinaria e costituisce jus cogens inderogabile.

Secondo il diritto italiano (art.613 bis del codice penale),” Chiunque,
con più atti di violenza o di minaccia, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la dignità umana, ovvero mediante omissioni, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni ovvero da un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio del servizio, la pena è della reclusione da quattro a dodici anni.
Se dal fatto deriva una lesione personale le pene di cui ai commi precedenti sono aumentate. Se dal fatto deriva una lesione personale grave le pene sono aumentate di un terzo e della metà in caso di lesione personale gravissima.”

L’obbligo che gli stati europei hanno assunto di non ricorrere alla tortura e a pene o trattamenti inumani o degradanti non riguarda soltanto le condotte direttamente compiute nell’ambito della giurisdizione degli stati stessi ma si estende anche alle acque internazionali ed ai paesi esteri nei quali operino loro agenti o militari.  Quando la violazione può avere effetti irreversibili deve essere accordato un diritto di ricorso con effetto sospensivo delle misure che producono il trattamento inumano o degradante. In caso contrario verrebbe meno il carattere della effettività, generalmente riconosciuto alla tutela dettata dall’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo ed all’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

E’stato definito degradante il trattamento inflitto dallo stato, indipendentemente dall’intenzione di chi agisce, che si caratterizza perché umilia e svilisce l’individuo in maniera tale da sminuire o palesare una mancanza di rispetto per la sua dignità o tale da suscitare sentimenti di paura, angoscia e inferiorità in grado di minarne la resistenza fisica e morale e da portare l’individuo ad agire contro la propria coscienza o volontà. Non è necessario che il trattamento umiliante causi gravi o durature sofferenze sul piano fisico o mentale mentre rileva invece che la pena o il trattamento degradante rappresenti una minaccia proprio ad uno dei principi che è negli scopi dell’articolo 3 tutelare, vale a dire la dignità e l’integrità fisica dell’individuo. Come ricorda la CEDU ( nel caso Khlaifia) anche un trattamento inflitto senza intenzione di umiliare o denigrare la vittima e risultante, ad esempio, da difficoltà oggettive legate alla gestione di una crisi migratoria, può essere costitutivo di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione EDU.

Al di là dei casi di detenzione amministrativa o giudiziaria, la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti può ben verificarsi quando le decisioni di uno stato espongano la persona a subire una situazione nella quale siano a rischio proprio la dignità e l’integrità fisica per il sovraffollamento, per la mancanza di una adeguata protezione dagli agenti atmosferici, per il ridotto quantitativo di scorte, tenuto conto di una situazione generale di vulnerabilità soggettiva derivante dalla condizione di naufrago, ulteriormente aggravata da altri fattori di vulnerabilità, come le condizioni di salute, l’avere già subito violenze, la minore età, la mancanza di trattamenti medici immediati o la indisponibilità di adeguati servizi igienici. Per valutare l’esistenza di un trattamento contrario all’articolo 3 della Convenzione si deve tenere conto della durata della violazione e del conseguente aggravamento della situazione di vulnerabilità dei migranti, in particolare di quelli che hanno affrontato una traversata in mare, facendo naufragio, o che sono partiti dalla Libia dopo essere stati sottoposti a torture di ogni genere.

Sono ormai notorie  le pessime condizioni nelle quali si trovano da quindici giorni i naufraghi ammassati a bordo della Open Arms, non certo per loro volontà o per volontà della stessa ONG, ma per rispondere ai doveri si salvaguardia della vita umana in mare e di soccorso imposti dalle Convenzioni internazionali. Agenti dello stato italiano hanno persino tentato di impedire che i rifornimenti alimentari portati dal noto attore Richard Gere potessero essere trasportati dal porto di Lampedusa alla nave Open Arms ferma in acque internazionali costantemente sorvegliata, a vista e con rilievi strumentali, da assetti navali militari italiani.

Il medico responsabile dell’ambulatorio medico-politico di Lampedusa, dal 15 agosto, sostiene invece che, degli ultimi tredici naufraghi sbarcati in emergenza dalla Open Arms per MEDEVAC, (evacuazione medica), soltanto uno starebbe veramente male e in questo modo da’ una sponda alle fake news diffuse dal ministro dell’interno per rivitalizzare i suoi seguaci, che ne seguono fedelmente gli indirizzi, disseminando odio in rete. All’opera anche, come al solito, i siti fiancheggiatori di Libero e del Giornale. I fatti stanno diversamente, come emerge dai comunicati del CISOM, da sempre a bordo dei mezzi di soccorso della Guardia costiera, e di Emergency, che in diverse occasioni hanno visitato le persone a bordo della Open Arms.

Questo il comunicato congiunto di Open Arms e di Emergency, del 16 agosto, dopo la diffusione di notizie che ne screditavano l’impegno professionale nell’accertamento delle condizioni di emergenza medica a bordo delle navi soccorritrici.

Da 15 giorni la nave Open Arms è in mare con 134 persone a bordo. La situazione sulla nave è drammatica: da 15 giorni donne, uomini e bambini vivono costretti in spazi ristretti nella paura e nell’incertezza di quello che succederà. Sono persone che hanno vissuto l’orrore dei campi di detenzione in Libia: torture, stupri, lavori forzati. Hanno già sopportato enormi sofferenze, non possiamo aggiungerne altre. Negli ultimi giorni le condizioni di salute psicofisica si sono ulteriormente aggravate con atti di autolesionismo e minacce di suicidio che rendono ingestibile la situazione e mettono in pericolo imminente di vita le persone a bordo. Bisogna agire nelle prossime ore.

Chiediamo che sia immediatamente autorizzato lo sbarco a Lampedusa prima che si aggiungano altre tragedie a quelle già vissute.

Oscar Camps fondatore di Open Arms e Gino Strada fondatore di Emergency

Sono queste le situazioni  di trattamenti inumani o degradanti che si stanno verificando a bordo della nave Open Arms, per effetto dei provvedimenti e dei dinieghi di ingresso adottati dai governi italiano e maltese, che stanno scientemente costringendo centinaia di persone in una condizione di subire la violazione del divieto di trattamenti o degradanti, per effetto diretto del divieto di ingresso nelle acque territoriali e quindi in un porto sicuro di sbarco, da loro disposto.

La circostanza che diverse persone soccorse da questa nave, come in altri casi  precedenti, siano state evacuate con procedura d’urgenza MEDEVAC , da ultimo 3 persone verso Lampedusa e La Valletta, non esclude, ma anzi costituisce conferma delle condizioni degradanti nelle quali  per effetto del divieto di ingresso e dunque dello sbarco in un porto sicuro, sono state tenute per giorni , ed ancora vi permangono, persone soccorse in mare dopo essere riuscite a fuggire dalla Libia, dunque in condizioni fisiche e psicologiche già particolarmente difficili. Non si può ammettere che le persone  soccorse in mare siano tenute per quindici giorni  in queste condizioni perché gli stati non concordano sui criteri di indicazione dei porti sicuri di sbarco o sulle competenze nelle zone SAR ( di ricerca e salvataggio) che loro competono.

Anche se lo sbarco dovesse verificarsi per tutti oggi, resterebbe la rilevanza penale dei comportamenti già posti in essere e la violazione delle norme internazionali che garantiscono i diritti fondamentali di qualunque persona migrante, a maggior ragione dopo un evento di salvataggio.

Una volta che una nave privata, dopo avere effettuato un soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale di migranti provenienti dalla Libia ( in maggior parte non libici) venga bloccata in acque internazionali dagli stati responsabili di zone SAR che, a differenza della Libia, possono ancora offrire un porto sicuro di sbarco, non è dunque ammissibile che si protragga la permanenza a bordo dei naufraghi in condizioni tali da configurare trattamenti inumani o degradanti. Non si vede infatti verso quale porto più lontano, in via di mera ipotesi il porto dello stato di bandiera, quella stessa nave potrebbe dirigersi, senza fare mancare ai naufraghi quella “assistenza” che persino le due recenti ordinanze interinali sui due casi Sea Watch, decisi dalla CEDU pur senza ordinare allo stato convenuto di adempiere al dovere di indicare un porto di sbarco, hanno ritenuto dovute da parte degli stati in favore delle persone soccorse in mare e bloccate per giorni e giorni a bordo delle navi soccorritrici.

Lo stillicidio di interventi di soccorso di urgenza ( cinque evacuazioni MEDEVAC in due settimane per oltre venti persone) che si stanno operando con i trasbordi operati dalla nave Open Arms, ormai bloccata a poche centinaia di metri dall’imboccatura del porto di Lampedusa, sono anche conseguenza delle ultime decisioni pilatesche adottate dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Sarebbe tempo che la Corte di Strasburgo ritorni ai suoi principi ispiratori ed al rispetto della giurisprudenza degli anni passati, senza tenere conto degli interventi degli stati e delle pressioni sui singoli giudici, quando i ricorsi individuali assumono valenza politica e possono mettere in discussione le politiche disumane di respingimento e di chiusura dei porti adottate da singoli stati nel Mediterraneo.

8. Il 22 luglio Matteo Salvini, ha disertato la riunione informale di Parigi sui migranti alla quale hanno invece partecipato 14 Stati dell’Unione Europea che, con il contributo dell’UNHCR, sono arrivati a concordare un “meccanismo di solidarietà” per ripartire le persone salvate in mare, avvertendo però che,i n conformità con le diverse Convenzioni internazionali, lo sbarco dei naufraghi deve avvenire nel “porto sicuro” più vicino.

Il presidente francese Macron, in particolare, aveva affermato che “quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare rifugio nel porto più vicino. E’ una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità”. Per Macron, “non ci può essere un’Europa a la carte. Non possiamo avere stati che dicono non vogliamo niente dei fardelli che si devono condividere ma vogliamo i fondi strutturali”. Alla luce dei rischi di abusi, maltrattamenti o morte, nessuno dovrebbe essere ricondotto nei Centri di detenzione in Libia dopo essere stato intercettato o soccorso in mare – hanno sottolineato Filippo Grandi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e António Vitorino, Direttore Generale dell’Oim, in una dichiarazione congiunta.

Qualche giorno prima, il 18 luglio, in occasione della riunione informale dei ministri degli Interni e della Giustizia dell’Ue a Helsinki, Italia e Malta avevano presentato un piano mirato tutto contro i soccorsi in mare operati dalle ONG nel quale si giungeva ad ipotizzare, oltre ad un meccanismo europeo di rimpatri, un rafforzamento della detenzione amministrativa sulle due sponde del Mediterraneo con l’istituzione di “piattaforme di sbarco” nei paesi di partenza e transito e di centri chiusi (controllati) nei paesi di arrivo, e, sopratutto, con la “revisione delle regole del search and rescue” e l’obbligo per le ONG di agire «nel pieno rispetto del quadro giuridico internazionale e delle legislazioni nazionali». Una proposta in linea con il decreto sicurezza bis n.53/2019 varato nel frattempo dal governo italiano, ma fortemente contraddittoria e del tutto irrealizzabile, per la impossibilità di modificare le Convenzioni internazionali di diritto del mare, di cui pure si riconosceva la validità, per effetto del mero impulso dei paesi dell’Unione Europea.

Secondo il ministro Salvini la riunione di Parigi “è stata un errore di forma e di sostanza. Nella forma, perché convocata con poco preavviso e in modo assolutamente irrituale visto che siamo nel semestre di presidenza finlandese. Nella sostanza, perché ha ribadito che l’Italia dovrebbe continuare a essere il campo profughi dell’Europa”.

Secondo Chiara Favilli, docente di diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Firenze, ” le conclusioni di ieri a Parigi sono a parer mio un passo in avanti perché sebbene non si preveda ancora un meccanismo obbligatorio, si sigla un patto tra 14 governi per la redistribuzione di coloro che vengono salvati in mare. E questo andava fatto da subito: era un punto su cui il Consiglio poteva trovare un accordo col Parlamento nella discussione della riforma del Regolamento Dublino, cioè prevedere il superamento di Dublino per coloro che arrivano in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso in mare”. Favilli ha anche sottolineato che questa ipotesi era già stata accennata nel Consiglio europeo del 28 giugno 2018, il primo a cui partecipò il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: in quell’occasione si affermò per la prima volta che il Consiglio europeo, in relazione alla riforma del Regolamento Dublino, avrebbe dovuto tenendo conto di coloro che entrano in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso in mare. Dunque, quello che non si è voluto fare nei modi previsti dall’iter della riforma, si sta realizzando oggi attraverso questo accordo tra paesi”.

I governi di Italia e Malta hanno quindi boicottato la decisione adottata a Parigi su un piano di ripartizione tra 14 paesi UE , dichiarando che non intendevano diventare gli “Hotspot” di tutta l’Europa, una posizione del tutto infondata se si pensa che nel corso dell’anno su 4000 arrivi sulla rotta libica, soltanto 500 persone sono state soccorse dalle unità delle ONG ancora presenti nel Mediterraneo centrale, e quindi redistribuite tra vari paesi dopo settimane di ricatti incrociati giocati sulla pelle dei naufraghi. Il governo francese ha poi complicato la concreta esecuzione di questa intesa, peraltro assunta su base volontaria, sostenendo che avrebbe partecipato soltanto alla redistribuzione di richiedenti asilo o comunque soltanto di coloro che una apposita commissione, inviata dalla Francia, avrebbe ritenuto meritevoli di accesso alla protezione di protezione internazionale. Sullo sfondo la mancanza di una chiara governance a livello europeo, per la fase di transizione attraversata dalla Commissione, e la posizione contraria del Consiglio rispetto alla proposta di compromesso sulla riforma del Regolamento Dublino III, formulata dal Parlamento europeo nella passata legislatura.

9. In qualità di garante dei Trattati, la Commissione vigila, con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sul rispetto dei diritti derivanti dalla normativa eurounitaria in tutti gli Stati membri.

Secondo quanto comunicato dall’ANSA il 16 luglio, “la Commissione Ue “accoglie con favore la solidarieta” mostrata da sei Stati membri” favorevoli
ad accogliere parte dei migranti della Open Arms, ed e” “molto grata della collaborazione di Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna”. Ma ancora non ha ricevuto richiesta di aiuto dagli Stati membri e quindi “resta pronta a fornire coordinamento e sostegno operativo sul terreno non appena ci verra” richiesto e non appena si sara” trovata una
soluzione sullo sbarco”.
Lo ha detto un portavoce della Commissione, ricordando che “la situazione di persone bloccate in mare e” insostenibile e ci ricorda ancora una volta che serve urgentemente una soluzione stabile per assicurare che le persone possano sbarcare rapidamente e in sicurezza e avere l”assistenza che serve”. La portavoce ha precisato che “non e” responsabilita” di uno o due
Stati membri, ma di tutta l”Unione”.
(ANSA)

Non si può ammettere che ci siano persone sottratte a qualsiasi giurisdizione, magari per effetto della qualificazione dei naufraghi come “clandestini” imposta dai ministri dell’interno. Anche se non interviene direttamente con i suoi mezzi, fino a quando non intervengono direttamente unità navali o aeree, o centrali di coordinamento SAR di altri paesi, in grado di garantire lo sbarco in un luogo sicuro, le persone che chiamano soccorso dall’alto mare si trovano sotto la giurisdizione del primo paese che riceve la chiamata di soccorso, dal cui esito tempestivo può dipendere la vita o la morte. Questo paese, dunque per quanto osservato in precedenza l’Italia, ha l’obbligo di rispettare tutti gli obblighi cogenti derivanti dalle Convenzioni internazionali, ribaditi nei regolamenti europei n.656/2014 e 1624/2016, a partire dal rispetto assoluto del diritto alla vita e dal principio di non refoulement (art. 33 Conv. Ginevra). Solo dopo lo sbarco in un Place of safety appare legittimo avviare una negoziazione con l’Unione Europea, al fine di una distribuzione dei richiedenti asilo in diversi paesi europei.

Non si può continuare ancora con singole negoziazioni  tra stati, dopo ogni azione di soccorso in mare. Se gli stati non riusciranno a trovare soluzioni consensuali per la soluzione di questi problemi, si dovrà comunque pervenire a un sistema organizzato di soccorso che si imponga con sanzioni effettive ed individuazione di responsabilità, in tutti i casi di inadempimento degli obblighi di ricerca e salvataggio.

Si segnala la grave responsabilità, morale e giuridica, sul piano penale, civile ed amministrativo, che potrebbe essere ascritta a chi omette di coordinare le operazione di ricerca e soccorso in acque internazionale senza garantire il soccorso più immediato dei naufraghi, come previsto dalla Convenzione di Amburgo (SAR) del 1979 e senza garantire lo sbarco in un porto sicuro (place of safety) al termine delle operazioni di soccorso (come previsto nella Convenzione di Amburgo e nella Convenzione di New Yoork –UNCLOS- del 1982). Le navi private soccorritrici non possono essere trasformate in Hotspot galleggianti. Lo vieta l’art. 10 ter della legge 286/1998, in accordo con le Convenzioni internazionali di diritto del mare.

Chiediamo alla Commissione Europea di agire da un lato affinché nessun Stato membro dell’UE possa continuare a disattendere i propri obblighi in materia di soccorsi in mare e sbarco in un luogo sicuro, e, dall’altro, perché i respingimenti collettivi e gli accordi con paesi terzi che non rispettano i diritti fondamentali della persona siano cancellati definitivamente dalle politiche migratorie dell’UE.

Chiediamo alla Commissione di volersi occupare dei casi delle navi delle ONG, in atto la nave Open Arms , e la Ocean Viking, segnatamente accertando i fatti denunciati e rivolgendosi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per l’apertura di un procedimento d’infrazione per l’accertamento della violazione del diritto eurounitario da parte dell’Italia e di Malta , e per il riconoscimento della responsabilità italiana e maltese per i danni subiti dalle persone indebitamente respinte, dopo essere state costrette per giorni e giorni ad attendere l’indicazione di un porto di sbarco, come atto dovuto in conformità con gli obblighi derivanti in capo agli stati dal diritto internazionale del mare.

Senza l’apertura di una procedura di infrazione ed una severa condanna nei confronti del governo italiano, nessuna, soluzione adottata su casi particolari, potrà precludere al ministro dell’interno italiano di reiterare le gravi violazioni di legge connesse alla mancata tempestiva indicazione di un porto sicurodi sbarco come si sta verificando anche nel caso della nave Ocean Viking.

Crediamo che i diritti fondamentali quali il diritto alla difesa, la protezione contro i trattamenti inumani e degradanti, il divieto delle espulsioni collettive e il principio di non respingimento dei rifugiati siano parte integrante del diritto eurounitario e che l’assenza di un intervento della Commissione potrebbe configurare un indebito esonero di responsabilità nella difesa di tali principi.  

Come ricorda Amnesty international,, “è immorale che a pochi passi dalle spiagge estive ci siano bambini bloccati in mare. Gli stati europei, a cominciare da Malta e Italia, hanno spudoratamente smantellato il sistema di ricerca e soccorso e usato le persone come pedine in cambio di politiche migratorie ingiuste, con un disprezzo assoluto per la sicurezza”.“È ora che i governi europei smettano di giocare con la vita delle persone e dedichino risorse adeguate alle operazioni di ricerca e soccorso. Devono urgentemente trovare un’intesa su meccanismi di sbarco chiari e rapidi in linea con il diritto internazionale e su un sistema equo di redistribuzione dei richiedenti asilo fra i paesi europei”.

Occorre anche stabilire un’operazione umanitaria a livello di Unione europea dedicata alla ricerca, al soccorso e all’assistenza dei migranti in pericolo, ma non basta. Occorre un programma permanente di reinsediamento a livello dell’Unione, con la partecipazione obbligatoria degli Stati membri, che preveda il reinsediamento di un numero significativo di potenziali richiedenti asilo oggi intrappolati in Libia, magari con il ricorso a figure di sponsor come singoli cittadini, associazioni, enti locali.


Aggiornamento a venerdi’ 16 agosto

Decreto sicurezza, il Tar del Lazio sospende il divieto di ingresso in acque italiane. La Open Arms si dirige verso Lampedusa. Salvini: ” Non li faccio sbarcare”

Da Open Arms e Ocean Viking, in mezzo al Mediterraneo con onde alte due metri e mare in peggioramento parte un nuovo appello per lo sbarco immediato dei 500 migranti a bordo. Appello fatto proprio dal premier Conte che ha chiesto al ministro dell’Interno  di autorizzare lo sbarco. Ma Salvini non intende cedere, meno che mai ora: “Conte mi ha scritto per lo sbarco di alcune centinaia di immigrati a bordo di una nave di una ong che però è straniera, è in acque straniere e gli risponderò garbatamente che non si capisce perchè debbano sbarcare in italia”.

QUI IL TESTO DEL DECRETO ADOTTATO DAL TAR DEL LAZIO

DECRETO

sul ricorso numero di registro generale 10780 del 2019, proposto da 
Foundacion Proa (Pro – Activa Open Arms), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Arturo Salerni, Mario Antonio Angelelli, Maria Rosaria Damizia, Giuseppe Nicoletti, Gaetano Mario Pasqualino, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;  contro Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, Ministero della Difesa, in persona del Ministro pro tempore, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in persona del Ministro pro tempore, Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del Presidente pro tempore non costituiti in giudizio; 

per l’annullamento previa sospensione dell’efficacia, anche monocratica – del provvedimento reso dal Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’1 agosto 2019, comunicato a mezzo e mail, con cui si dispone “sin da ora” il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Open Arms “nel mare territoriale nazionale”, e di ogni altro comunque connesso, anche se non conosciuto dalla ricorrente.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Vista l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dalla parte ricorrente, ai sensi dell’art. 56 cod. proc. amm.;

Considerato, quanto al fumus, che il ricorso in esame non appare del tutto sfornito di fondamento giuridico in relazione al dedotto vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso, nella misura in cui la stessa amministrazione intimata riconosce, nelle premesse del provvedimento impugnato, che il natante soccorso da Open Arms in area SAR libica – quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo – era in “distress”, cioè in situazione di evidente difficoltà (per cui appare, altresì, contraddittoria la conseguente valutazione effettuata nel medesimo provvedimento, dell’esistenza, nella specie, della peculiare ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19, comma 1 [recte, comma 2], lett. g), della legge n. 689/1994);

Ritenuto, quanto al periculum in mora, che sicuramente sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione capo missione), la prospettata situazione di eccezionale gravità ed urgenza, tale da giustificare la concessione – nelle more della trattazione dell’istanza cautelare nei modi ordinari – della richiesta tutela cautelare monocratica, al fine di consentire l’ingresso della nave Open Arms in acque territoriali italiane (e quindi di prestare l’immediata assistenza alle persone soccorse maggiormente bisognevoli, come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici);

P.Q.M.

Accoglie, nei sensi di cui in motivazione, la suindicata istanza di misure cautelari monocratiche.

Fissa per la trattazione collegiale la camera di consiglio del 9 settembre 2019.

Il presente decreto sarà eseguito dall’Amministrazione ed è depositato presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Roma il giorno 14 agosto 2019.

Il Presidente

Leonardo Pasanisi


La Open Arms verso Lampedusa: “Obiettivo sbarcare tutti” (AGI)

Il Tar del Lazio accoglie il ricorso della Ong e sospende il divieto di ingresso in acque territoriali della nave, che ha 147 migranti a bordo. Dopo 13 giorni di navigazione, il fondatore Oscar Camps teme possa scoppiare una rivolta a bordo. Ancora in mare anche la Ocean Viking, che ha soccorso altre 356 persone”


Da FANPAGE.IT

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scritto al ministro dell’Interno Matteo Salvini di autorizzare lo sbarco dei migranti che da 13 giorni sono a bordo della Open Arms, in ragione del precipitare delle condizioni a bordo e di un nuovo peggioramento meteo atteso a breve. Lo rende noto lo stesso leader leghista, annunciando la sua contrarietà: “Conte mi ha scritto per lo sbarco di alcune centinaia di immigrati a bordo di una nave di una ong che però è straniera, è in acque straniere e gli risponderò garbatamente che non si capisce perché debbano sbarcare in Italia”.

In realtà, già da questa mattina da ministero dei Trasporti è partito una sorta di preallarme per le motovedette della Capitaneria di Porto di stanza a Lampedusa. A quanto apprende Fanpage.it, infatti, Toninelli e Conte starebbero pensando di autorizzare la Guardia Costiera a operare l’evacuazione immediata dei 30 minori ancora a bordo della Open Arms (dopo l’evacuazione medica di ieri). La decisione terrebbe conto anche di ciò che hanno scritto i giudici del Tribunale di Palermo sul ricorso d’urgenza presentato dalla ONG spagnola. A bordo infatti vi sono minori i cui diritti “evidentemente vengono elusi, [dal momento che si trovano] nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici”.

Tecnicamente si tratterebbe di una sorta di respingimento di soggetti minori (28 sono addirittura non accompagnati), pratica vietata non solo dalle convenzioni internazionali ma dalla stessa legge italiana. Open Arms nel ricorso spiegava proprio come “deve evidenziarsi come i suddetti minori si trovino in prossimità delle frontiera con lo Stato italiano impossibilitati a farvi ingresso per il divieto comminato in data 1 agosto 2019 dalle autorità italiane al capitano della nave sulla quale sono imbarcati e, quindi, in una situazione che equivale, in punto di fatto, ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera”.


LA REPUBBLICA 15 AGOSTO

Ispezione dei medici sulla Open Arms ferma davanti a Lampedusa. La ministra Trenta: “Non firmo il nuovo divieto di Salvini in nome dell’umanità”. La Procura apre fascicolo per abuso d’ufficio

Non firmo in nome dell’umanità”, spiega. “Non si può infatti ritenere che siano rinvenibili nuove cogenti motivazioni di carattere generale ovvero di ordine e sicurezza pubblica tali da superare gli elementi di diritto e di fatto nonchè le ragioni di necessità e urgenza posti alla base della misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria che anzi si sono verosimilmente aggravati. La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo – continua Elisabetta Trenta – potrebbe finanche configurare la violazione di norme penali”. E ancora: “Ho preso questa decisione motivata da solide ragioni legali ascoltando la mia coscienza. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro le polemiche di questi giorni ci sono bambini e ragazzi che hanno sofferto violenze e abusi di ogni tipo. La politica non può mai perdere l’umanità”


https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/open-arms-spagna-disposta-ad-accogliere-parte-dei-migranti_3226145-201902a.shtml


MERCOLEDÌ 14 AGOSTO 2019 18.19.30

++ Migranti: Viminale ricorre, nuovo divieto ingresso ++

++ Migranti: Viminale ricorre, nuovo divieto ingresso ++ Dopo decisione Tar di sospendere divieto ingresso a Open Arms (ANSA) – ROMA, 14 AGO – Il Viminale contesta la decisione del Tar del Lazio sulla sospensione del divieto di ingresso in acque italiane della Open Arms e proporra’ ricorso urgente al Consiglio di Stato. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini inoltre, si apprende, e’ pronto a firmare un nuovo provvedimento di divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane. (ANSA). TZ 14-AGO-19 18:18 NNNN


(ANSA) 14 agosto, ore 18,57

Su Open Arms braccio di ferro tra Salvini e il Tar. Navi marina scortano nave Ong in acque italiane

Salvini: ‘Conte vuole lo sbarco, non capisco perchè. E’ una ong straniera in acque straniere’. Lettera di Conte al ministro

Intanto, due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa. Lo si apprende da fonti della Difesa secondo le quali già dalla serata di ieri il ministro Elisabetta Trenta sta seguendo la vicenda. Dopo aver preso contatti con il Tribunale dei minori di Palermo ed essersi accertata delle condizioni dei 32 minori a bordo, il ministro nella giornata di ieri ha dato mandato al capo di stato maggiore dalla Difesa Vecciarelli di far avvicinare le due navi della Marina in modo da essere pronti ad un eventuale trasferimento. Il ministro è stato inoltre in contatto con le altre autorità di governo competenti per poter arrivare allo sbarco dei 32 miniori che si trovano in mare da 13 giorni.(ANSA)


«Non entra». E minaccia: «Patto Grillo-Renzi riapre i porti» – Il video ( Openonline) 14 AGOSTO 2019 – 18:19

Immediata la contromossa del Viminale, che fa sapere di contestare la decisione del Tar e che «proporrà ricorso urgente al Consiglio di Stato». Non solo. Salvini si dice «pronto a firmare un nuovo provvedimento di divieto ingresso nelle acque territoriali italiane: la motivazione è che ai fatti citati nel provvedimento sub judice se ne sono aggiunti altri», dicono dal Viminale. «Per giorni, Open Arms si è infatti trattenuta in acque sar libiche e maltesi, ha anticipato altre operazioni di soccorso e ha fatto sistematica raccolta di persone con l’obiettivo politico di portarle in Italia».

Matteo Salvini aveva già parlato in diretta Facebook da Recco, Genova, commentando la decisione del Tar. «Pensate in che paese strano viviamo dove un avvocato (sic!) del tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso a sbarcare in Italia a una nave straniera carica di stranieri», dice Salvini nel comizio dopo aver partecipato alle commemorazioni per l’anniversario del crollo del Ponte Morandi a Genova.

«Nelle prossime ore firmerò di nuovo il mio no, assicura. Non sarò complice dei trafficanti. C’è un disegno per tornare indietro e trasformare l’Italia nel campo profughi d’Europa. Io non mi arrendo, finché avrò vita. Possono denunciarmi e fare quello che vogliono. Saremo attenti nei prossimi giorni affinché non si crei a Roma un’alleanza contro-natura per riaprire i porti, tra Pd e Cinque Stelle. Tra Renzi e Grillo».


LA STAMPA 14 agosto

Sì del Tar, Open Arms verso Lampedusa. Salvini si oppone. Palazzo Chigi: Spagna disponibile alla redistribuzione dei migranti

ROMA. Il Tar del Lazio ha disposto la sospensione del divieto d’ingresso nelle acque territoriali italiane della Open Arms. E la Ong fa sapere che sulla base della decisione dei giudici “ci dirigiamo verso il porto sicuro più vicino in modo che i diritti delle 147 persone, da 13 giorni sul ponte della nostra nave, vengano  garantiti” che tradotto vuol dire navigare verso Lampedusa.  Salvini è intervenuto per annunciare il ricorso al Consiglio di Stato e un nuovo divieto ma Palazzo Chigi fa sapere che la Spagna è disponibile alla redistribuzione dei migranti.


++ Migranti: Salvini firma il nuovo divieto per Open Arms ++

(ANSA) – ROMA, 14 AGO – Il ministro dell”Interno Matteo Salvini ha firmato il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane per la Open Arms.(ANSA).

RO-GUI
14-AGO-19 23:46


Nuovo strappo nella notte: la Trenta non firma il divieto d’ingresso in acque italiane a Open Arms (Da Openonline)

All’una e quaranta della notte, fonti del ministero dell’Interno fanno sapere all’agenzia Ansa che il nuovo divieto d’ingresso nelle acque territoriali italiane per la nave Open Arms, predisposto d’urgenza dal ministro Salvini dopo la decisione del Tar del Lazio di dare via libera all’imbarcazione della Ong, non è stato firmato dalla ministra della Difesa Elisabetta Trenta.

Una frattura già anticipata in larga misura dalla decisione della stessa Trenta di ordinare alla Marina militare di scortare con proprie navi la Open Arms verso il porto di Lampedusa.

Due ore prima Salvini aveva annunciato il nuovo divieto d’ingresso, dopo aver detto in un comizio a La Spezia, in Liguria, che solo in Italia una nave di una Ong spagnola in acque maltesi può ricevere il permesso di attraccare in Italia dal Tar del Lazio.

«Un giudice in Italia con una nave straniera in acque straniere dice che io non posso vietare l’ingresso su suolo italiano. Ma con chi sta questo giudice? Lo dico col massimo rispetto per l’indipendenza della magistratura», ha tuonato Salvini.

«Ma caro giudice chi te lo paga lo stipendio? Gli spagnoli, i maltesi o gli italiani? – ha urlato il leader della Lega – Se lo stipendio te lo pagano gli italiani devi difendere i confini e la sicurezza degli italiani».


Open Arms: Salvini, siamo soli contro tutti. Trenta, non firmo divieto in nome umanità (ANSA) 15 agosto ore 12,37

“La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo “potrebbe finanche configurare la violazione di norme penali- avverte Trenta- fermo restando, in ogni caso, che in adesione al dictum iuris sarebbe stato eventualmente necessario inserire nel dispositivo del provvedimento un’esplicita disponibilità all’assistenza delle persone maggiormente bisognevoli”.


LA REPUBBLICA DEL 16 AGOSTO

Open Arms, altri quattro sbarcati d’urgenza nella notte. Crisi di pianto e tensione alle stelle tra i 134 rimasti a bordo

“Dalla nave parte l’ennesimo appello: “Tutte le persone a bordo devono essere fatte sbarcare urgentemente. L’umanità lo impone”. Nell’attesa che la situazione si sblocchi, a dettare l’emergenza sono gli psicologi.
L’autorizzazione allo sbarco della nave, al momento, è di competenza della prefettura di Agrigento che però glissa in attesa di indicazioni dal Viminale ma la Procura potrebbe intervenire nelle prossime ore se la situazione dovesse ulteriormente complicarsi o se ravvisasse ipotesi di reato a carico di chi non ottempera all’ordinanza del Tar che ha disposto l’ingresso in acque italiane della nave per consentire soccorsi immediati in una situazione di “gravità eccezionale”. Soccorsi che evidentemente possono essere garantiti solo a terra e non con la nave alla fonda a poche centinaia di metri dal porto di Lampedusa “


HUFFINGTON POST DEL 15 agosto

Quindicesima notte a bordo di Open Arms, evacuate 13 persone per motivi medici

Nella tarda serata di ieri sono state evacuate 13 persone per motivi medici, accompagnate sull’isola di Lampedusa, ma restano a bordo tutti gli altri. “Cinque evacuazioni urgenti in 14 giorni. Cosa aspettano ad autorizzare sbarco di tutte le persone a bordo, che l’emergenza medica diventi insostenibile? Quanta crudeltà”, ha scritto nella notte Open Arms.


Il FATTO QUOTIDIANO DEL 16 AGOSTO

Open Arms, situazione bloccata nonostante la disponibilità di 6 Paesi Ue. Merkel: “Servono ridistribuzione chiara e missione Sophia”

“la ricetta Merkel: “Nuovo meccanismo di redistribuzione e missione Sophia”
Che qualcosa in questo meccanismo debba
cambiare è evidente anche alla cancelliera tedesca Angela Merkel: “Sono convinta che ci sia bisogno di un nuovo meccanismo di ridistribuzione che metta in chiaro la responsabilità di tutti” sul tema dei migranti, ha detto solo l’altro ieri. Un messaggio rivolto soprattutto a chi dovrà prendere il posto di Juncker: la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen. La fedelissima che di certo non potrà ignorare la linea dettata da chi le ha permesso di sedere a capo dell’esecutivo di Bruxelles”.


Aggiornamenti precedenti al 13 agosto

Come riporta L’Avvenire, L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede oggi ai governi europei di consentire lo sbarco immediato di 507 persone attualmente bloccate in mare dopo essere state soccorse recentemente nel Mediterraneo centrale. “Molte di loro sarebbero sopravvissute a terribili abusi in Libia, e provengono da Paesi che producono un alto numero di rifugiati. Hanno bisogno di assistenza umanitaria e alcune persone hanno già espresso la volontà di richiedere la protezione internazionale”.
“Si tratta di una corsa contro il tempo,” ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’Acnur per il Mediterraneo centrale. “Sono attesi temporali, e le condizioni non faranno che peggiorare – ha aggiunto – Lasciare in alto mare in questa situazione persone che sono fuggite dal conflitto e dalle violenze in Libia significherebbe infliggere sofferenza ulteriore. Deve essere consentito loro lo sbarco immediato, e devono poter ricevere l’assistenza umanitaria di cui hanno urgente bisogno”. L’Acnur sottolinea che “151 persone sono attualmente a bordo della Open Arms, mentre altre 356 persone sono state soccorse negli ultimi giorni dalla nave Ocean Viking”. 


https://www.repubblica.it/cronaca/2019/08/13/news/navi_ong_500_migranti_in_mezzo_al_mare_domani_attese_onde_alte_due_metri_open_arms_italia_e_malta_negano_il_riparo_-233515288/

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156844024983155&id=252306033154

Salvini said Libya had offered to take back the migrants aboard the Ocean Viking and said Open Arms should go to Spain.

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2019/08/14/open-arms-minori-tribunale?fbclid=IwAR0BTu6J0WcnmqK5dEgAvTsgm_29UYGW1TPw_dvEUFFyr5hiou7H4OK5Q38


COMUNICATO DI OPEN ARMS DEL 9 AGOSTO 2019

Open Arms: il Tribunale per i Minori di Palermo chiede chiarimenti ai Ministri rispetto a situazione giudicata illegittima

Il Tribunale per i Minori di Palermo ha finalmente risposto al ricorso presentato dai nostri legali in data 7 agosto, con il quale chiedevamo venissero tutelati i diritti dei minori a bordo della nostra imbarcazione;

Lo scorso 7 agosto, i nostri legali hanno depositato un ricorso presso il Tribunale per i Minori e la Procura presso il Tribunale per i Minori di Palermo con il quale veniva richiesto lo sbarco immediato per i 32 minori a bordo della nostra nave e la nomina di un tutore per i 28 non accompagnati.

Ieri, in una nota, il Tribunale fa sapere che “come è ben noto le Convenzioni Internazionali a cui l’Italia aderisce e soprattutto l’art. 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17, impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto ad essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno.”

E continua: “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici.”

E’ chiaro che ci troviamo di fronte, come noi stessi ribadiamo da giorni, ad una violazione grave dei diritti dei minori, costretti a rimanere da ormai 12 giorni a bordo della nostra imbarcazione senza poter raggiungere un porto sicuro.

“Invero, deve evidenziarsi come i suddetti minori si trovino in prossimità delle frontiera con lo stato italiano impossibilitati a farvi ingresso per il divieto comminato in data 1 agosto 2019 dalle autorità italiane al capitano della nave sulla quale sono imbarcati e, quindi, in una situazione che equivale, in punto di fatto, ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera.”

Allo stato il Tribunale ha ritenuto di chiedere chiarimenti ai Ministri rispetto a una situazione giudicata palesemente illegittima e violativa di diritti fondamentali e chiede infatti “di conoscere quali provvedimenti le autorità in indirizzo intendano adottare in osservanza della normativa internazionale e italiana sopra richiamata”.

Riteniamo quella del Tribunale una risposta importante e attendiamo anche noi di conoscere in che modo le autorità italiane intendano agire per tutelare diritti riconosciuti, così come dovrebbe avvenire in ogni democrazia liberale europea.