“Pieni poteri” a Salvini contro i diritti umani, guerra ai soccorsi in mare. La resistenza continua

di Fulvio Vassallo Paleologo

Aggiornamento a venerdi’ 16 agosto

Decreto sicurezza, il Tar del Lazio sospende il divieto di ingresso in acque italiane. La Open Arms si dirige verso Lampedusa. Salvini: ” Non li faccio sbarcare”

Da Open Arms e Ocean Viking, in mezzo al Mediterraneo con onde alte due metri e mare in peggioramento parte un nuovo appello per lo sbarco immediato dei 500 migranti a bordo. Appello fatto proprio dal premier Conte che ha chiesto al ministro dell’Interno  di autorizzare lo sbarco. Ma Salvini non intende cedere, meno che mai ora: “Conte mi ha scritto per lo sbarco di alcune centinaia di immigrati a bordo di una nave di una ong che però è straniera, è in acque straniere e gli risponderò garbatamente che non si capisce perchè debbano sbarcare in italia”.

QUI IL TESTO DEL DECRETO ADOTTATO DAL TAR DEL LAZIO

DECRETO

sul ricorso numero di registro generale 10780 del 2019, proposto da 
Foundacion Proa (Pro – Activa Open Arms), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Arturo Salerni, Mario Antonio Angelelli, Maria Rosaria Damizia, Giuseppe Nicoletti, Gaetano Mario Pasqualino, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;  contro Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, Ministero della Difesa, in persona del Ministro pro tempore, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in persona del Ministro pro tempore, Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del Presidente pro tempore non costituiti in giudizio; 

per l’annullamento previa sospensione dell’efficacia, anche monocratica – del provvedimento reso dal Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’1 agosto 2019, comunicato a mezzo e mail, con cui si dispone “sin da ora” il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Open Arms “nel mare territoriale nazionale”, e di ogni altro comunque connesso, anche se non conosciuto dalla ricorrente.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Vista l’istanza di misure cautelari monocratiche proposta dalla parte ricorrente, ai sensi dell’art. 56 cod. proc. amm.;

Considerato, quanto al fumus, che il ricorso in esame non appare del tutto sfornito di fondamento giuridico in relazione al dedotto vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso, nella misura in cui la stessa amministrazione intimata riconosce, nelle premesse del provvedimento impugnato, che il natante soccorso da Open Arms in area SAR libica – quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo – era in “distress”, cioè in situazione di evidente difficoltà (per cui appare, altresì, contraddittoria la conseguente valutazione effettuata nel medesimo provvedimento, dell’esistenza, nella specie, della peculiare ipotesi di “passaggio non inoffensivo” di cui all’art. 19, comma 1 [recte, comma 2], lett. g), della legge n. 689/1994);

Ritenuto, quanto al periculum in mora, che sicuramente sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione capo missione), la prospettata situazione di eccezionale gravità ed urgenza, tale da giustificare la concessione – nelle more della trattazione dell’istanza cautelare nei modi ordinari – della richiesta tutela cautelare monocratica, al fine di consentire l’ingresso della nave Open Arms in acque territoriali italiane (e quindi di prestare l’immediata assistenza alle persone soccorse maggiormente bisognevoli, come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici);

P.Q.M.

Accoglie, nei sensi di cui in motivazione, la suindicata istanza di misure cautelari monocratiche.

Fissa per la trattazione collegiale la camera di consiglio del 9 settembre 2019.

Il presente decreto sarà eseguito dall’Amministrazione ed è depositato presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Roma il giorno 14 agosto 2019.

Il Presidente

Leonardo Pasanisi


La Open Arms verso Lampedusa: “Obiettivo sbarcare tutti” (AGI)

Il Tar del Lazio accoglie il ricorso della Ong e sospende il divieto di ingresso in acque territoriali della nave, che ha 147 migranti a bordo. Dopo 13 giorni di navigazione, il fondatore Oscar Camps teme possa scoppiare una rivolta a bordo. Ancora in mare anche la Ocean Viking, che ha soccorso altre 356 persone”


Da FANPAGE.IT

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scritto al ministro dell’Interno Matteo Salvini di autorizzare lo sbarco dei migranti che da 13 giorni sono a bordo della Open Arms, in ragione del precipitare delle condizioni a bordo e di un nuovo peggioramento meteo atteso a breve. Lo rende noto lo stesso leader leghista, annunciando la sua contrarietà: “Conte mi ha scritto per lo sbarco di alcune centinaia di immigrati a bordo di una nave di una ong che però è straniera, è in acque straniere e gli risponderò garbatamente che non si capisce perché debbano sbarcare in Italia”.

In realtà, già da questa mattina da ministero dei Trasporti è partito una sorta di preallarme per le motovedette della Capitaneria di Porto di stanza a Lampedusa. A quanto apprende Fanpage.it, infatti, Toninelli e Conte starebbero pensando di autorizzare la Guardia Costiera a operare l’evacuazione immediata dei 30 minori ancora a bordo della Open Arms (dopo l’evacuazione medica di ieri). La decisione terrebbe conto anche di ciò che hanno scritto i giudici del Tribunale di Palermo sul ricorso d’urgenza presentato dalla ONG spagnola. A bordo infatti vi sono minori i cui diritti “evidentemente vengono elusi, [dal momento che si trovano] nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici”.

Tecnicamente si tratterebbe di una sorta di respingimento di soggetti minori (28 sono addirittura non accompagnati), pratica vietata non solo dalle convenzioni internazionali ma dalla stessa legge italiana. Open Arms nel ricorso spiegava proprio come “deve evidenziarsi come i suddetti minori si trovino in prossimità delle frontiera con lo Stato italiano impossibilitati a farvi ingresso per il divieto comminato in data 1 agosto 2019 dalle autorità italiane al capitano della nave sulla quale sono imbarcati e, quindi, in una situazione che equivale, in punto di fatto, ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera”.


Ispezione dei medici sulla Open Arms ferma davanti a Lampedusa. La ministra Trenta: “Non firmo il nuovo divieto di Salvini in nome dell’umanità”. La Procura apre fascicolo per abuso d’ufficio

Non firmo in nome dell’umanità”, spiega. “Non si può infatti ritenere che siano rinvenibili nuove cogenti motivazioni di carattere generale ovvero di ordine e sicurezza pubblica tali da superare gli elementi di diritto e di fatto nonchè le ragioni di necessità e urgenza posti alla base della misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria che anzi si sono verosimilmente aggravati. La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo – continua Elisabetta Trenta – potrebbe finanche configurare la violazione di norme penali”. E ancora: “Ho preso questa decisione motivata da solide ragioni legali ascoltando la mia coscienza. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro le polemiche di questi giorni ci sono bambini e ragazzi che hanno sofferto violenze e abusi di ogni tipo. La politica non può mai perdere l’umanità”


https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/open-arms-spagna-disposta-ad-accogliere-parte-dei-migranti_3226145-201902a.shtml


MERCOLEDÌ 14 AGOSTO 2019 18.19.30

++ Migranti: Viminale ricorre, nuovo divieto ingresso ++

++ Migranti: Viminale ricorre, nuovo divieto ingresso ++ Dopo decisione Tar di sospendere divieto ingresso a Open Arms (ANSA) – ROMA, 14 AGO – Il Viminale contesta la decisione del Tar del Lazio sulla sospensione del divieto di ingresso in acque italiane della Open Arms e proporra’ ricorso urgente al Consiglio di Stato. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini inoltre, si apprende, e’ pronto a firmare un nuovo provvedimento di divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane. (ANSA). TZ 14-AGO-19 18:18 NNNN


(ANSA) 14 agosto, ore 18,57

Su Open Arms braccio di ferro tra Salvini e il Tar. Navi marina scortano nave Ong in acque italiane

Salvini: ‘Conte vuole lo sbarco, non capisco perchè. E’ una ong straniera in acque straniere’. Lettera di Conte al ministro

Intanto, due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa. Lo si apprende da fonti della Difesa secondo le quali già dalla serata di ieri il ministro Elisabetta Trenta sta seguendo la vicenda. Dopo aver preso contatti con il Tribunale dei minori di Palermo ed essersi accertata delle condizioni dei 32 minori a bordo, il ministro nella giornata di ieri ha dato mandato al capo di stato maggiore dalla Difesa Vecciarelli di far avvicinare le due navi della Marina in modo da essere pronti ad un eventuale trasferimento. Il ministro è stato inoltre in contatto con le altre autorità di governo competenti per poter arrivare allo sbarco dei 32 miniori che si trovano in mare da 13 giorni.(ANSA)


«Non entra». E minaccia: «Patto Grillo-Renzi riapre i porti» – Il video ( Openonline) 14 AGOSTO 2019 – 18:19

Immediata la contromossa del Viminale, che fa sapere di contestare la decisione del Tar e che «proporrà ricorso urgente al Consiglio di Stato». Non solo. Salvini si dice «pronto a firmare un nuovo provvedimento di divieto ingresso nelle acque territoriali italiane: la motivazione è che ai fatti citati nel provvedimento sub judice se ne sono aggiunti altri», dicono dal Viminale. «Per giorni, Open Arms si è infatti trattenuta in acque sar libiche e maltesi, ha anticipato altre operazioni di soccorso e ha fatto sistematica raccolta di persone con l’obiettivo politico di portarle in Italia».

Matteo Salvini aveva già parlato in diretta Facebook da Recco, Genova, commentando la decisione del Tar. «Pensate in che paese strano viviamo dove un avvocato (sic!) del tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso a sbarcare in Italia a una nave straniera carica di stranieri», dice Salvini nel comizio dopo aver partecipato alle commemorazioni per l’anniversario del crollo del Ponte Morandi a Genova.

«Nelle prossime ore firmerò di nuovo il mio no, assicura. Non sarò complice dei trafficanti. C’è un disegno per tornare indietro e trasformare l’Italia nel campo profughi d’Europa. Io non mi arrendo, finché avrò vita. Possono denunciarmi e fare quello che vogliono. Saremo attenti nei prossimi giorni affinché non si crei a Roma un’alleanza contro-natura per riaprire i porti, tra Pd e Cinque Stelle. Tra Renzi e Grillo».


Secondo Pasquale De Sena, ordinario di diritto internazionale presso l’Università Cattolica di Milano, ” il Consiglio di Stato potrebbe dichiarare inammissibile l’impugnazione, secondo la prevalente interpretazione dell’art. 56 del codice del processo amministrativo, che tende ad escludere l’appellabilità di tali provvedimenti, in ragione della loro natura squisitamente interinale: https://www.giustizia-amministrativa.it/…/istitu…/ucm…


LA STAMPA 14 agosto

Sì del Tar, Open Arms verso Lampedusa. Salvini si oppone. Palazzo Chigi: Spagna disponibile alla redistribuzione dei migranti

ROMA. Il Tar del Lazio ha disposto la sospensione del divieto d’ingresso nelle acque territoriali italiane della Open Arms. E la Ong fa sapere che sulla base della decisione dei giudici “ci dirigiamo verso il porto sicuro più vicino in modo che i diritti delle 147 persone, da 13 giorni sul ponte della nostra nave, vengano  garantiti” che tradotto vuol dire navigare verso Lampedusa.  Salvini è intervenuto per annunciare il ricorso al Consiglio di Stato e un nuovo divieto ma Palazzo Chigi fa sapere che la Spagna è disponibile alla redistribuzione dei migranti.


++ Migranti: Salvini firma il nuovo divieto per Open Arms ++

(ANSA) – ROMA, 14 AGO – Il ministro dell”Interno Matteo Salvini ha firmato il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane per la Open Arms.(ANSA).

RO-GUI
14-AGO-19 23:46


Nuovo strappo nella notte: la Trenta non firma il divieto d’ingresso in acque italiane a Open Arms (Da Openonline)

All’una e quaranta della notte, fonti del ministero dell’Interno fanno sapere all’agenzia Ansa che il nuovo divieto d’ingresso nelle acque territoriali italiane per la nave Open Arms, predisposto d’urgenza dal ministro Salvini dopo la decisione del Tar del Lazio di dare via libera all’imbarcazione della Ong, non è stato firmato dalla ministra della Difesa Elisabetta Trenta.

Una frattura già anticipata in larga misura dalla decisione della stessa Trenta di ordinare alla Marina militare di scortare con proprie navi la Open Arms verso il porto di Lampedusa.

Due ore prima Salvini aveva annunciato il nuovo divieto d’ingresso, dopo aver detto in un comizio a La Spezia, in Liguria, che solo in Italia una nave di una Ong spagnola in acque maltesi può ricevere il permesso di attraccare in Italia dal Tar del Lazio.

«Un giudice in Italia con una nave straniera in acque straniere dice che io non posso vietare l’ingresso su suolo italiano. Ma con chi sta questo giudice? Lo dico col massimo rispetto per l’indipendenza della magistratura», ha tuonato Salvini.

«Ma caro giudice chi te lo paga lo stipendio? Gli spagnoli, i maltesi o gli italiani? – ha urlato il leader della Lega – Se lo stipendio te lo pagano gli italiani devi difendere i confini e la sicurezza degli italiani».


Open Arms: Salvini, siamo soli contro tutti. Trenta, non firmo divieto in nome umanità (ANSA) 15 agosto ore 12,37

“La mancata adesione alla decisione del giudice amministrativo “potrebbe finanche configurare la violazione di norme penali- avverte Trenta- fermo restando, in ogni caso, che in adesione al dictum iuris sarebbe stato eventualmente necessario inserire nel dispositivo del provvedimento un’esplicita disponibilità all’assistenza delle persone maggiormente bisognevoli”.


LA REPUBBLICA DEL 16 AGOSTO

Open Arms, altri quattro sbarcati d’urgenza nella notte. Crisi di pianto e tensione alle stelle tra i 134 rimasti a bordo

“Dalla nave parte l’ennesimo appello: “Tutte le persone a bordo devono essere fatte sbarcare urgentemente. L’umanità lo impone”. Nell’attesa che la situazione si sblocchi, a dettare l’emergenza sono gli psicologi.
L’autorizzazione allo sbarco della nave, al momento, è di competenza della prefettura di Agrigento che però glissa in attesa di indicazioni dal Viminale ma la Procura potrebbe intervenire nelle prossime ore se la situazione dovesse ulteriormente complicarsi o se ravvisasse ipotesi di reato a carico di chi non ottempera all’ordinanza del Tar che ha disposto l’ingresso in acque italiane della nave per consentire soccorsi immediati in una situazione di “gravità eccezionale”. Soccorsi che evidentemente possono essere garantiti solo a terra e non con la nave alla fonda a poche centinaia di metri dal porto di Lampedusa “


DA HUFFINGTON POST DEL 16 AGOSTO

Quindicesima notte a bordo di Open Arms, evacuate 13 persone per motivi medici

Nella tarda serata di ieri sono state evacuate 13 persone per motivi medici, accompagnate sull’isola di Lampedusa, ma restano a bordo tutti gli altri. “Cinque evacuazioni urgenti in 14 giorni. Cosa aspettano ad autorizzare sbarco di tutte le persone a bordo, che l’emergenza medica diventi insostenibile? Quanta crudeltà”, ha scritto nella notte Open Arms.


Il FATTO QUOTIDIANO DEL 16 AGOSTO

Open Arms, situazione bloccata nonostante la disponibilità di 6 Paesi Ue. Merkel: “Servono ridistribuzione chiara e missione Sophia”

“la ricetta Merkel: “Nuovo meccanismo di redistribuzione e missione Sophia”
Che qualcosa in questo meccanismo debba
cambiare è evidente anche alla cancelliera tedesca Angela Merkel: “Sono convinta che ci sia bisogno di un nuovo meccanismo di ridistribuzione che metta in chiaro la responsabilità di tutti” sul tema dei migranti, ha detto solo l’altro ieri. Un messaggio rivolto soprattutto a chi dovrà prendere il posto di Juncker: la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen. La fedelissima che di certo non potrà ignorare la linea dettata da chi le ha permesso di sedere a capo dell’esecutivo di Bruxelles”.


Aggiornamenti precedenti al 13 agosto

Come riporta L’Avvenire, L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede oggi ai governi europei di consentire lo sbarco immediato di 507 persone attualmente bloccate in mare dopo essere state soccorse recentemente nel Mediterraneo centrale. “Molte di loro sarebbero sopravvissute a terribili abusi in Libia, e provengono da Paesi che producono un alto numero di rifugiati. Hanno bisogno di assistenza umanitaria e alcune persone hanno già espresso la volontà di richiedere la protezione internazionale”.
“Si tratta di una corsa contro il tempo,” ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’Acnur per il Mediterraneo centrale. “Sono attesi temporali, e le condizioni non faranno che peggiorare – ha aggiunto – Lasciare in alto mare in questa situazione persone che sono fuggite dal conflitto e dalle violenze in Libia significherebbe infliggere sofferenza ulteriore. Deve essere consentito loro lo sbarco immediato, e devono poter ricevere l’assistenza umanitaria di cui hanno urgente bisogno”. L’Acnur sottolinea che “151 persone sono attualmente a bordo della Open Arms, mentre altre 356 persone sono state soccorse negli ultimi giorni dalla nave Ocean Viking”. 


https://www.repubblica.it/cronaca/2019/08/13/news/navi_ong_500_migranti_in_mezzo_al_mare_domani_attese_onde_alte_due_metri_open_arms_italia_e_malta_negano_il_riparo_-233515288/

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10156844024983155&id=252306033154

Salvini said Libya had offered to take back the migrants aboard the Ocean Viking and said Open Arms should go to Spain.

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2019/08/14/open-arms-minori-tribunale?fbclid=IwAR0BTu6J0WcnmqK5dEgAvTsgm_29UYGW1TPw_dvEUFFyr5hiou7H4OK5Q38


COMUNICATO DI OPEN ARMS DEL 9 AGOSTO 2019

Open Arms: il Tribunale per i Minori di Palermo chiede chiarimenti ai Ministri rispetto a situazione giudicata illegittima

Il Tribunale per i Minori di Palermo ha finalmente risposto al ricorso presentato dai nostri legali in data 7 agosto, con il quale chiedevamo venissero tutelati i diritti dei minori a bordo della nostra imbarcazione;

Lo scorso 7 agosto, i nostri legali hanno depositato un ricorso presso il Tribunale per i Minori e la Procura presso il Tribunale per i Minori di Palermo con il quale veniva richiesto lo sbarco immediato per i 32 minori a bordo della nostra nave e la nomina di un tutore per i 28 non accompagnati.

Ieri, in una nota, il Tribunale fa sapere che “come è ben noto le Convenzioni Internazionali a cui l’Italia aderisce e soprattutto l’art. 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17, impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto ad essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno.”

E continua: “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici.”

E’ chiaro che ci troviamo di fronte, come noi stessi ribadiamo da giorni, ad una violazione grave dei diritti dei minori, costretti a rimanere da ormai 12 giorni a bordo della nostra imbarcazione senza poter raggiungere un porto sicuro.

“Invero, deve evidenziarsi come i suddetti minori si trovino in prossimità delle frontiera con lo stato italiano impossibilitati a farvi ingresso per il divieto comminato in data 1 agosto 2019 dalle autorità italiane al capitano della nave sulla quale sono imbarcati e, quindi, in una situazione che equivale, in punto di fatto, ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera.”

Allo stato il Tribunale ha ritenuto di chiedere chiarimenti ai Ministri rispetto a una situazione giudicata palesemente illegittima e violativa di diritti fondamentali e chiede infatti “di conoscere quali provvedimenti le autorità in indirizzo intendano adottare in osservanza della normativa internazionale e italiana sopra richiamata”.

Riteniamo quella del Tribunale una risposta importante e attendiamo anche noi di conoscere in che modo le autorità italiane intendano agire per tutelare diritti riconosciuti, così come dovrebbe avvenire in ogni democrazia liberale europea.


Articolo del 9 agosto 2019 a firma di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Il ministro dell’interno, capo dei leghisti , rilancia la campagna elettorale in un comizio al termine del quale chiede i “pieni poteri” al popolo italiano, dopo avere incentrato il suo intervento sull’attacco alle Organizzazioni non governative e sulla totale cancellazione degli obblighi di soccorso in mare imposti dalle Convenzioni internazionali.

Da oltre una settimana la nave della ONG spagnola Open Arms è costretta a vagare in acque internazionali, tra Malta e l’Italia, a sud di Lampedusa, dopo che questi due stati hanno ripetutamente negato la indicazione di un porto sicuro di sbarco, adducendo che i naufraghi avrebbero dovuto essere riconsegnati alle autorità libiche. Mentre in Libia infuria la guerra civile e sono documentate le violenze commesse ai danni delle persone internate nei centri di detenzione gestiti dalle diverse milizie che si contendono il territorio di quel paese. Violenze confermate dai naufraghi che sono soccorsi dalle navi delle ONG, che in molti casi portano addosso i segni degli abusi che hanno subito.

Come si apprende dall’ANSA, ” il Garante dei diritti dei detenuti ha scritto al Comandante della Guardia Costiera Giovanni Pettorino chiedendo chiarimenti in merito alla situazione di Open Arms in seguito alla richiesta arrivata dai responsabili della Ong.
“Ancora un situazione di stallo di una nave che ha effettuato luogo di approdo – scrive il garante – Un”impasse che ha un impatto rilevante sui diritti fondamentali delle persone soccorse, impossibilitate allo sbarco e in quanto tali impedite nella propria libertà di movimento, ed esposte al rischio di trattamenti contrari sia al senso di umanità sia alla dignità
delle persone stesse”.

Il Garante per le persone private della libertà personale richiama le autorità di governo al rispetto del dovere di indicare un porto sicuro di sbarco a persone che sono state già sottoposte alla giurisdizione italiana, e parte immediatamente un pesante attacco contro una istituzione di garanzia che dà evidentemente fastidio a chi pensa già di potere utilizzare il decreto sicurezza bis come una arma di intimidazione verso i comandanti ed i capomissione delle navi umanitarie. Che malgrado minacce sempre più pesanti, denunce e sequestri dopo ogni ingresso nei porti italiani, continuano a svolgere le attività di salvataggio in acque internazionali che gli stati hanno abbandonato a scopo di deterrenza, condannando a morte i migranti che tentano ancora di fuggire dalla Libia.

Il Tribunale dei minori di Palermo ha chiesto l’adozione di misure urgenti in favore dei minori non accompagnati. In una nota, il Tribunale fa sapere che “come è ben noto le Convenzioni Internazionali a cui l’Italia aderisce e soprattutto l’art. 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17, impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto ad essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno.” “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici.” Secondo il Tribunale, “Invero, deve evidenziarsi come i suddetti minori si trovino in prossimità delle frontiera con lo stato italiano impossibilitati a farvi ingresso per il divieto comminato in data 1 agosto 2019 dalle autorità italiane al capitano della nave sulla quale sono imbarcati e, quindi, in una situazione che equivale, in punto di fatto, ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera.”

Come riferisce il Giornale di Sicilia, “Allo stato il Tribunale ha ritenuto di chiedere chiarimenti ai Ministri rispetto a una situazione giudicata palesemente illegittima e violativa di diritti fondamentali e chiede infatti “di conoscere quali provvedimenti le autorità in indirizzo intendano adottare in osservanza della normativa internazionale e italiana sopra richiamata”.

Nel caso della nave Ocean Viking di Sos Mediterraneé si arriva ad intimidire chi ha salvato vite in mare, prima ancora che questi si sia avvicinato al limite delle acque territoriali italiane, con una comunicazione basata su falsità evidenti, come se i soccorsi avvenuti a 60 miglia dalla costa, in acque internazionali, fossero stati operati in acque libiche. Si continua a giocare sull’equivoco che le acque ricadenti (forse) nella cd. zona SAR libica siano qualificabili come “acque libiche”. Le zone SAR non hanno a che fare con la sovranità, ma con la responsabilità, che è un concetto molto diverso: non sono stabilite con leggi approvate dai Parlamenti nazionali, ma derivano piuttosto da accordi informali tra stati e vengono poi riconosciute dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO), in base alla Convenzione dell’ONU (UNCLOS) che insieme alle Convenzioni SAR e SOLAS regola il diritto marittimo internazionale.

Sappiamo da tempo che i vertici dei partiti di governo hanno scelto il soccorso in mare per fare a gara di fronte ai propri elettorati nel dimostrare rigore contro il fenomeno ben diverso dell’immigrazione clandestina, che comunque si continua a diffondere proprio per effetto delle politiche da loro stessi imposte. Esistono norme e precedenti sentenze che costituiscono una condanna storica dell’operato di chi ha disposto respingimenti collettivi e che potranno risultare importanti per giudicare l’operato di chi vieta oggi l’ingresso nelle acque territoriali e di chi si trova costretto a violare questi divieti arbitrari per portare in un luogo di sbarco sicuro le persone che ha soccorso in alto mare. Nel frattempo, dopo la conversione in legge del decreto sicurezza bis, si continua ad impedire con ogni mezzo lo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro in territorio italiano.

Il ministro dell’interno italiano si crede ormai titolare dei “pieni poteri” e arriva a scrivere al suo omologo norvegese una nota del tutto irrituale , anche se poi sembra sia intervenuta la Farnesina, dal contenuto in contrasto con le Convenzioni internazionali di diritto del mare e con gli obblighi di soccorso, oltre che in totale spregio del principi di solidarieta’ affermati dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. :“Il Governo italiano – al di là delle autonome determinazioni che verranno assunte dall’Autorità giudiziaria nei confronti degli autori della condotta posta in essere con la ‘Ocean Viking’ – ritiene doveroso richiamare l’attenzione del Governo norvegese sulle proprie responsabilità di Stato di bandiera. E’ necessario ed urgente un Vostro intervento nei confronti della nave ‘Ocean Viking’ e del suo Comandante ed equipaggio affinché venga riconosciuto il ruolo di coordinamento delle Autorità Norvegesi per l’approdo verso un porto norvegese o di altro Paese disponibile, dato peraltro che la natura, le dimensioni e l’equipaggiamento della ‘Ocean Viking’ sono tali da integrare sicuramente un ‘place of safety’ e consentire viaggi in mare di lunga percorrenza”. Bene ha fatto il sindaco di Palermo Orlando a scrivere una lettera alla Commissione europea perché apra una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione del principio di solidarietà, sancito dall’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea.

2. Giorno 1 agosto 2019, secondo quanto comunicato dalla omonima ONG, “la nave umanitaria Open Arms effettuava un primo salvataggio nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, traendo in salvo 55 persone di cui 39 uomini e 16 donne (di cui 20 minori, la maggior parte non accompagnati) – Nello stesso giorno veniva effettuato un secondo salvataggio con 69 persone tratte a bordo di cui 53 uomini e 16 donne (di cui 10 minori, la maggior parte non accompagnato) Alla fine della giornata questa la situazione a bordo: 124 persone provenienti da Eritrea, Etiopia, Egitto, Nigeria, Somalia, Ghana, Costa D’Avorio, Sudán, Ciad, Gambia, Mali, Guinea, Libia Da subito presentavano evidenti segni di disidratazione e stanchezza fisica e mentale.

Venerdì 2 agosto – Richiesta di POS fatta da Open Arms a Malta e all’Italia. La prima ha risposto negativamente e la seconda ha risposto successivamente rimandando alle autorità maltesi. – Comunicazione del decreto di divieto di ingresso nelle acque territoriali, tramite mail, datato 1 agosto 2019. Il provvedimento reso dal Ministero dell’Interno, di concerto con il Ministero della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, dispone il divieto di ingresso, transito e sosta “nel mare territoriale nazionale”.

Domenica 4 agosto: Evacuazione di due donne incinta e di una familiare delle due. Persone salvate a bordo 121

Mercoledì 7 agosto: Depositato un ricorso presso il Tribunale per i Minori e alla Procura minorile di Palermo affinché gli interessati siano fatti sbarcare, e vengano nominati dei tutori per chi non è accompagnato, come previsto dagli art. 6 e 11 della Convenzione dell’Aja. A bordo della OPEN ARMS risultano attualmente circa 28 minori stranieri non accompagnati nonché altri minori in presenza dei genitori, e tutti presentano evidenti segni di violenza fisica e psicologica. Persone a bordo 121

Giovedì 8 agosto – Dal collegio legale di Open Arms Italia è stata inviata al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà una comunicazione di respingimento alla frontiera di 28 minori stranieri non accompagnati chiedendo un intervento urgente. Una richiesta di intervento è stata inviata anche al Garante per l’Infanzia, dottoressa Filomena Albano. Alla luce delle precarie condizioni psico-fisiche delle persone, è stata specificata l’urgenza di scendere dalla nave e di raggiungere quanto prima il territorio nazionale.

Fino all’8 agosto sono state raccolte 89 volontà di richiedere asilo da parte delle persone adulte a bordo della nave. Le stesse sono state inviate all’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati e a MRCC Roma come previsto dalle linee guida sul soccorso in mare della stessa agenzia. Il Viminale la sera dell’8 agosto ha divulgato una dichiarazione ripresa da LaPresse: Open Arms ha comunicato alle autorità italiane che ben 89 persone a bordo hanno chiesto lo status di rifugiato. Lo fanno sapere fonti del Viminale, spiegando che la ong ritiene che, “pur essendo la nave in acque internazionali, in acque sar maltesi e nelle vicinanze di altri Paesi sovrani, gli immigrati debbano essere fatti sbarcare in Italia”.

“Dal dicastero guidato da Matteo Salvini sottolineavano: “Dato che la Open Arms è spagnola, in base alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza della corte europea, è dovere dello Stato di bandiera prendersi cura di coloro che si trovano a bordo, dopo essere stati raccolti o trasportati in acque internazionali: gli esperti del ministero dell’Interno stanno valutando la possibilità di richiamare pertanto la Spagna – anche in ambito giurisdizionale – al rispetto degli obblighi internazionali facendosi carico delle 89 persone”. Al Viminale, insomma, c’è la sensazione che “l’unico obiettivo della Ong sia quello di trasferire le persone in Italia, senza interessare minimamente il proprio paese di bandiera”.Il ministro Salvini dichiara: “Non siamo il campo profughi dell’Europa”. –

Il Presidente della Repubblica Italiana, in merito alla conversione in legge del decreto sicurezza bis, si è pronunciato sul soccorso in mare, esprimendo pesanti riserve su aspetti di dubbia costituzionalita’, in particolare in ordine alle norme che sanzionano i soccorsi umanitari in acque internazionali.

Il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, ha inviato una lettera al leader della Commissione Ue Jean Claude Juncker chiedendo che sia “coordinato un intervento umanitario rapido”, con “un’equa redistribuzione dei migranti.

Venerdì 9 agosto è stato presentato, presso le Procure di Roma e di Agrigento, un esposto-denunzia in cui viene chiesto di verificare se nella situazione corrente, in cui si sta determinando una prolungata presenza a bordo delle 121 persone salvate – 32 minori, 28 dei quali hanno dichiarato di essere non accompagnati -, non si presenti una fattispecie di reato. E, nel caso, di individuarne i responsabili e di “adottare gli opportuni provvedimenti” affinché cessi la situazione di privazione della libertà in cui quelle stesse persone si trovano.

Nella notte tra venerdì e sabato 10 la nave della ong spagnola Open Arms ha soccorso 39 migranti su richiesta delle autorità di Malta, che avevano a loro volta ricevuto la segnalazione di un barcone in difficoltà nella loro zona SAR da Alarm phone, call center informale gestito dalla ong Watchformed. I 39 migranti soccorsi si sono quindi aggiunti ai 121 che erano già a bordo. Al momento di trasferire questi migranti su una motovedetta inviata a Malta si determinava una situazione di forte tensione a bordo, e il comandante chiedeva alle autorità maltesi che procedessero al trasbordo, e quindi allo sbarco a La Valletta di tutti i 160 migranti a bordo della nave, richiesta che era respinta dalle autorità maltesi.

Domenica 11, all’undicesimo giorno in mare a bordo della Open Arms, le condizioni dei migranti si aggravano. Per tre di loro, probabili casi di tubercolosi e polmonite, è stata disposta l’evacuazione medica urgente  Tra i tre casi, si registra quello di una donna di 32 anni con un tumore al cervello. Dopo una consultazione tra Italia e Malta, otto sono stati portati in elicottero a La Valletta mentre un’altra persona, un sospetto caso di tubercolosi, è stata condotta a Lampedusa da una motovedetta della Guardia costiera.

Martedì 13 agosto veniva completato con successo un ennesimo MEDEVAC con la evacuazione via mare di un bimbo e della sua famiglia trasferiti a Lampedusa, dopo un intervento in elicottero fallito da parte della Guardia Costiera maltese.

Da molti , troppi giorni, l’Open Arms si trova in mezzo al mare, senza aver ottenuto risposte positive né dai paesi costieri più vicini (Italia e Malta), né dagli altri stati membri dell’Unione Europea. Riteniamo inaccettabile che la vita di uomini, donne e bambini continui ad essere ignorata e che i diritti sanciti dalle Convezioni Internazionali continuino ad essere sistematicamente violati.

Le responsabilità italiane sono ancora più evidenti da quando i naufraghi a bordo della Open Arms hanno manifestato alle autorità italiane la volontà di richiedere protezione internazionale, dopo che i rappresentanti della Ong avevano chiesto alla Procura del tribunale di minori di Palermo misure di tutela per i minori non accompagnati presenti a bordo.

Secondo quanto riferisce L’Internazionale, “L’8 agosto per la prima volta nella storia dei soccorsi in mare, 89 migranti dei 121 soccorsi in due diverse operazioni dalla nave spagnola Open Arms nelle acque internazionali al largo della Libia hanno espresso la volontà di fare richiesta di asilo in Europa, mentre sono ancora a bordo della nave umanitaria. L’organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms ha consegnato queste richieste all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e alla Centrale operativa della guardia costiera di Roma”. Secondo la stessa fonte, “il ministero dell’interno italiano ha risposto con una nota dicendo “che la Open Arms è spagnola” e in base alle convenzioni internazionali “è dovere dello stato di bandiera prendersi cura di coloro che si trovano a bordo, dopo essere stati raccolti o trasportati in acque internazionali: gli esperti del ministero dell’Interno stanno valutando la possibilità di richiamare pertanto la Spagna – anche in ambito giurisdizionale – al rispetto degli obblighi internazionali facendosi carico delle 89 persone”.

La richiesta di asilo a bordo di una nave in acque internazionali non incide comunque sulle responsabilità di soccorso degli stati più vicini, che rimangono obbligati a fornire un luogo sicuro di sbarco, a prescindere dalla bandiera che batte la nave, bandiera che non può risultare criterio decisivo nella individuazione di un place of safety, in violazione dei principi affermati dalle Convenzioni UNCLOS, SAR e SOLAS.

Anche nel caso Cap Anamur nel 2004, i naufraghi avevano presentato una richiesta di asilo alle autorità tedesche ed italiane, e poi furono quelle italiane ad esaminare i casi, mentre la sentenza di assoluzione del 14 febbraio 2010, pronunciata dal Tribunale di Agrigento, affermava comunque il diritto dei naufraghi a sbarcare nel porto sicuro più vicino.

Secondo l’UNHCR, “nel determinare se gli obblighi di uno Stato sui diritti umani sussistono nei confronti di una determinata persona, il criterio decisivo non è se quella persona si trovi sul territorio nazionale di quello Stato, o all’interno di un territorio che sia de jure sotto il controllo sovrano dello Stato, quanto piuttosto se egli o ella sia o meno soggetto all’effettiva autorità di quello Stato”.

La Corte europea dei diritti umani ha esaminato il concetto di “giurisdizione” in una serie di decisioni, come ad esempio nel caso Hirsi contro Italia, e ha sempre sostenuto che il criterio decisivo non è se una persona si trovi all’interno del territorio dello Stato interessato, ma se, rispetto al presunto comportamento, egli o ella si trovi o meno sotto l’effettivo controllo dello Stato, o sia colpito da coloro che agiscono per conto dello Stato in questione. Una situazione nella quale una persona è portata sotto “l’effettivo controllo” delle autorità di uno Stato se esse stanno esercitando la loro autorità fuori del territorio dello Stato, potrebbe inoltre dar luogo all’applicazione extraterritoriale degli obblighi della Convenzione .

Nel caso dei naufraghi presenti a bordo della nave Open Arms, che hanno manifestato la volontà di richiedere asilo, il diniego all’ingresso nelle acque territoriali, e dunque al concreto esercizio del diritto di asilo in frontiera, appare frutto di una decisione riconducibile unicamente ai governi italiano e maltese, che hanno opposto un espresso divieto alla richiesta di indicazione di un porto sicuro di sbarco, quando la stessa nave si trovava in prossimità delle loro acque territoriali (e relative zone contigue). Gli stessi stati dunque hanno manifestato la loro sovranità, radicando al tempo stesso la propria giurisdizione, nella misura in cui hanno concretamente impedito l’accesso al territorio e l’accesso alla procedura di asilo che si sarebbe dovuta aprire “in frontiera”, subito dopo lo sbarco delle persone soccorse da Open Arms in un porto sicuro indicato dalle competenti autorità nazionali.

Seppure si possa ritenere una qualche residua competenza delle autorità spagnole per la ricezione della richiesta di protezione, a fronte della bandiera della nave soccorritrice, non è dubbio che siano state le autorità italiane e maltesi a negare l’ingresso nelle proprie acque territoriali, nel caso dell’Italia con la notifica di un divieto di ingresso ai sensi dell’art. 1 del decreto legge n.53 del 14 giugno 2019, adesso convertito in legge dal Senato con una provvedimento normativo ( legge di conversione con modifiche) successivo al verificarsi della richiesta di indicazione di un porto sicuro di sbarco. Appare quindi corretto ritenere che in questo diniego si sia concretizzata, a carico dell’Italia e di Malta, una violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra , ed anche una violazione del diritto universale di chiedere asilo in frontiera (anche marittima), oltre che una violazione del divieto di espulsioni o respingimenti collettivi, sancito dal Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Non si può in altri termini ammettere che la negazione del diritto di accesso nelle acque territoriali, in questa occasione proveniente da più stati, abbia come conseguenza di sottrarre delle persone, peraltro già vittime di trattamenti inumani o degradanti in Libia, e soccorse in mare in una situazione di stato di necessità, all’esercizio di una qualsiasi giurisdizione, con la conseguente cancellazione dei loro diritti fondamentali, tra questi il diritto di chiedere asilo, fino ai casi più gravi in cui il respingimento collettivo espone al rischio di perdere la vita o di subire ancora una volta trattamenti inumani o degradanti.

Con riferimento all’art. 10 c.3 della nostra Costituzione, Marco Benvenuti afferma che ” la Carta repubblicana del 1947 non conosce, né riconosce – se non nei termini in cui ciò possa indirettamente rilevare per il tramite di una norma del diritto internazionale generalmente riconosciuta ex art. 10, co. 1, Cost. o sostanziare un obbligo internazionale ex art. 117, co. 1, Cost. – la distinzione tra il cd. asilo territoriale e il cd. asilo extraterritoriale, ben potendo il richiedente asilo, per essere considerato tale, non trovarsi (ancora) in Italia. Al contempo, il «territorio della Repubblica» costituisce un elemento teleologico essenziale dell’art. 10, co. 3, Cost. e, di conseguenza, i pubblici poteri non solo non possono ostacolarne il raggiungimento, ma sono tenuti ad adoperarsi, in tutte le sedi opportune (politiche, diplomatiche, internazionali ecc.) e con le modalità di volta in volta più efficaci, per far sì che uno straniero impedito nell’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana possa raggiungerlo”. Si ricorda al riguardo la ormai risalente sentenza del Tribunale di Roma che aveva riconosciuto “il diritto di asilo costituzionale nei confronti del leader curdo A. Öcalan, ancorché questi fosse recluso in un carcere turco al momento della decisione, sul presupposto inequivocabile che «la presenza del richiedente il diritto di asilo non è condizione necessaria per il conseguimento del diritto stesso”. Pronuncia che si riscopre attuale perchè “fa emergere in maniera tangibile l’attitudine del diritto di asilo costituzionale (e solo di esso) a frapporsi alle recenti “politiche di non arrivo”, volte al fine di impedire alla maggior parte dei potenziali rifugiati di accedere ad una giurisdizione nazionale, e quindi di essere in grado di affermare il loro diritto soggettivo alla protezione.

3. Chi plaude ad una politica disumana ed a un decreto legge che risulta chiaramente incostituzionale nella sanzione delle attività di salvataggio in mare, si vada a leggere la sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo sul caso Hirsi. Una sentenza che da anni si è cercato di aggirare, e che adesso viene apertamente contraddetta dalle scelte più recenti del governo e del parlamento italiano.

In modo sempre più evidente, con gli accordi operativi con la sedicente guardia costiera libica, maturati lo scorso anno, e con la cessione di altre motovedette al governo di Tripoli, l’Italia ha assunto una precisa corresponsabilità nelle attività di intercettazione in alto mare svolte dai libici. I più recenti accordi con Malta sono stati rivolti ad escludere il rispetto degli obblighi di soccorso imposti dalle Convenzioni internazionali, nel tentativo di condizionare le scelte dell’Unione europea per una redistribuzione dei naufraghi.

Gli accordi regionali ai fini delle attività SAR devono essere orientati esclusivamente alla salvaguardia della vita umana in mare e non all’obiettivo di ricondurre verso il porto di partenza il maggior numero di persone per impedire loro magari, se soccorse da mezzi battenti bandiera diversa da quella libica, di essere sbarcati in un porto europeo.  In nessun caso la ridefinizione delle zone SAR tra stati confinanti può incidere sul diritto al libero passaggio in acque internazionali, e persino territoriali, che spetta a qualsiasi nave, purché non persegua scopi illeciti, quando sono in gioco vite umane.

Le autorità di uno Stato costiero competente sulla zona di intervento SAR in base agli accordi regionali stipulati, le quali abbiano avuto notizia dalle autorità di un altro Stato della presenza di persone in pericolo di vita nella zona di mare SAR di propria competenza, sono tenute ad intervenire immediatamente senza tener conto della nazionalità o della condizione giuridica di dette persone (punto 3.1.3 Conv. Amburgo). L’Autorità competente così investita della questione deve accusare immediatamente ricevuta della segnalazione e indicare allo Stato di primo contatto, appena possibile, se sussistono le condizioni perché sia effettuato l’intervento (3.1.4 conv.). Sarà l’autorità nazionale che ha avuto il primo contatto con la persona in pericolo in mare a coordinare le operazioni di salvataggio tanto nel caso in cui l’autorità nazionale competente S.A.R. dia risposta negativa alla possibilità di intervenire in tempi utili quanto in assenza di ogni riscontro da parte di quest’ultima. Gli accordi regionali, le logiche di ricatto tra stati e la cessione della competenza ad operare interventi SAR in acque internazionali, non possono pregiudicare i destini e le stesse vite delle persone che si devono soccorrere.

Si può affermare la giurisdizione dell’Italia, come parte contraente delle Convenzioni appena richiamate, e quindi la sua soggezione alla giurisdizione delle Corti di Strasburgo in spazi extraterritoriali, come l’alto mare, quando le autorità nazionali (italiane) siano in grado di incidere sull’effettivo riconoscimento, o sulla negazione dei diritti fondamentali della persona.

Il personale militare italiano di stanza in Libia, partecipe delle funzioni di coordinamento con le autorità SAR libiche, e i comandi della Marina e della Guardia costiera italiana (MRCC), al pari dei divieti e delle minacce provenienti dal Viminale, quando mettono in stand-by attività di soccorso relative ad eventi SAR già dichiarati in presenza di imbarcazioni in procinto di affondare, espongono le persone in attesa di salvataggio al rischio di naufragio, e, nella migliore delle ipotesi, alla certezza di ritornare a subire nei centri di detenzione ( formali ed informali) libici, dai quali sono appena fuggiti. I diritti riconosciuti dalle Convenzioni internazionali, sottoscritte dall’Italia, vanno riconosciuti anche nelle acque internazionali.  La finalità di contrastare il traffico irregolare, ammesso anche che possa perseguirsi efficacemente con questi mezzi, non può compromettere il diritto alla vita e il rispetto della dignità umana, sanciti nei Trattati, nelle Convenzioni internazionali, e non da ultimo, nella Costituzione italiana. Lo ribadiscono i Protocolli allegati alla Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale e i Regolamenti Europei Frontex n. 656/2014 e n.1624/2016.

4. Piuttosto che continuare a calunniare le organizzazioni non governative a fini elettorali il ministro dell’interno, dovrebbe fornire una giustificazione delle minacce proferite dal Viminale, degli ordini di blocco in mare impartiti alla guardia di finanza, all’evidente scopo di fare scattare sanzioni amministrative e penali, e delle attività di collaborazione con le motovedette libiche da parte della missione italiana Nauras di base a Tripoli.

Dopo gli accordi del 2 febbraio 2017 la collaborazione italo-libica si è ulteriormente rafforzata. proprio con quella Guardia costiera libica ritenuta responsabile di gravi abusi e di ricorrenti omissioni, le autorità italiane hanno fornito assistenza tecnica e instaurato un rapporto di stretta cooperazione operativa, incentrato su una unità di coordinamento italo-libica, basata nel porto di Tripoli. Questa Unità di coordinamento  interagisce ancora oggi con il Comando centrale del Corpo delle capitanerie di porto (MRCC), autorità competente per gli interventi SAR nelle acque internazionali ricadenti nella zona SAR italiana, ma anche nelle zone SAR confinanti, libica e maltese, quando sia localizzato un mezzo carico di persone in situazione di pericolo, dunque con elevato rischio di affondamento.

Come ha chiarito la Corte europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi, uno stato può esercitare la propria giurisdizione fuori dal limite delle acque territoriali, anche quando riceve richiesta di un porto di sbarco sicuro e la respinge, senza garantire che altri paesi titolari delle zone Sar confinanti rispettino gli obblighi di sbarco dei naufraghi in un place of safety.

L’attività materiale del respingimento in frontiera, o del respingimento con riconsegna alle autorità di polizia di un paese terzo, quanto al rispetto del divieto di trattamenti inumani o degradanti ( art.3 CEDU), dei diritti di difesa ( art. 13 CEDU), e del divieto di respingimenti collettivi ( art.4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU), può ritenersi equivalente all’inerzia, meglio al rallentamento delle attività di soccorso, al fine di fare intervenire mezzi della guardia costiera libica.  In diverse operazioni SAR affidate in questi ultimi mesi alla guardia costiera libica, si potrebbero configurare profili penali di omissione di soccorso, rispetto all’intervento immediato in attività di ricerca e soccorso in acque internazionali, e quindi alla indicazione di un porto di sbarco sicuro, che sarebbero imposti dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare. 

Purtroppo la storia si ripete, ed il ministro dell’interno sta inasprendo prassi operative imposte già da anni, sia pure con modalità meno eclatanti. Quando il comando di interruzione delle attività SAR in acque internazionali viene impartito ad una nave privata di una ONG che si trova più vicina al mezzo da soccorrere, o che addirittura che ha già intrapreso la stessa attività di soccorso, allora non si può escludere che in quella fase le persone a bordo del battello da soccorrere, come le persone a bordo della nave umanitaria, si trovino sotto esclusiva competenza e giurisdizione italiana. La circostanza che le stesse persone, bloccate a bordo di un gommone ormai non più nelle condizioni di proseguire la rotta, o di fare ritorno al punto di partenza sulla costa, vengano poi “prese in carico” dal mezzo della Guardia costiera libica che sopraggiunge successivamente, costituisce di fatto una “riconsegna” di quelle stesse persone dalle autorità italiane alle autorità libiche, e dunque un vero e proprio respingimento collettivo, vietato dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, alla quale l’Italia rimane comunque soggetta, anche quando i suoi agenti operano in acque internazionali, o come nel caso Hirsi, nel territorio di uno stato terzo.

5.. Il prolungato trattenimento dei naufraghi soccorsi da oltre dodici giorni dalla nave della ONG Open Arms comporta, per effetto della mancata indicazione di un luogo di sbarco sicuro da parte dei governi italiano e maltese, la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti sancito dall’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo , dall’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e dalla Convenzione ONU del 1984 contro la Tortura e altre Pene o Trattamenti Crudeli, Inumani e Degradanti.,alla quale ha fatto seguito nel 1987 la Convenzione Europea per la Prevenzione della Tortura e delle Pene o Trattamenti Inumani o Degradanti.

Il divieto è una norma internazionale consuetudinaria e costituisce jus cogens inderogabile. L’obbligo che gli stati europei hanno assunto di non ricorrere alla tortura e a pene o trattamenti inumani o degradanti non riguarda soltanto le condotte direttamente compiute nell’ambito della giurisdizione degli stati stessi ma si estende anche alle acque internazionali ed ai paesi esteri nei quali operino loro agenti o militari.  Quando la violazione può avere effetti irreversibili deve essere accordato un diritto di ricorso con effetto sospensivo delle misure che producono il trattamento inumano o degradante. In caso contrario verrebbe meno il carattere della effettività, generalmente riconosciuto alla tutela dettata dall’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e dall’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

E’stato definito degradante il trattamento inflitto dallo stato, indipendentemente dall’intenzione di chi agisce, che si caratterizza perché umilia e svilisce l’individuo in maniera tale da sminuire o palesare una mancanza di rispetto per la sua dignità o tale da suscitare sentimenti di paura, angoscia e inferiorità in grado di minarne la resistenza fisica e morale e da portare l’individuo ad agire contro la propria coscienza o volontà. Non è necessario che il trattamento umiliante causi gravi o durature sofferenze sul piano fisico o mentale mentre rileva invece che la pena o il trattamento degradante rappresenti una minaccia proprio ad uno dei principi che è negli scopi dell’articolo 3 tutelare, vale a dire la dignità e l’integrità fisica dell’individuo. Come ricorda la CEDU ( nel caso Khlaifia) anche un trattamento inflitto senza intenzione di umiliare o denigrare la vittima e risultante, ad esempio, da difficoltà oggettive legate alla gestione di una crisi migratoria, può essere costitutivo di una violazione dell’articolo 3 della Convenzione.

Al di là dei casi di detenzione amministrativa o giudiziaria, la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti può ben verificarsi quando le decisioni di uno stato espongano la persona a subire una situazione nella quale siano a rischio proprio la dignità e l’integrità fisica per il sovraffollamento, per la mancanza di una adeguata protezione dagli agenti atmosferici, per il ridotto quantitativo di scorte, tenuto conto di una situazione generale di vulnerabilità soggettiva derivante dalla condizione di naufrago, ulteriormente aggravata da altri fattori di vulnerabilità, come le condizioni di salute, l’avere già subito violenze, la minore età, la mancanza di trattamenti medici immediati o la indisponibilità di adeguati servizi igienici. Per valutare l’esistenza di un trattamento contrario all’articolo 3 della Convenzione si deve tenere conto della situazione di vulnerabilità dei migranti, e in particolare di quelli che hanno affrontato una traversata in mare, facendo naufragio.

Sono queste le situazioni  di trattamenti inumani o degradanti che si stanno verificando a bordo della nave Open Arms, per effetto dei provvedimenti adottati dai governi italiano e maltese, che stanno scientemente costringendo centinaia di persone in una condizione di subire la violazione del divieto di trattamenti o degradanti, per effetto diretto del divieto di ingresso nelle acque territoriali e quindi in un porto sicuro di sbarco, da loro disposto. La circostanza che diverse persone soccorse da questa nave, come in altri casi  precedenti, siano state evacuate con procedura d’urgenza MEDEVAC , da ultimo 3 persone verso Lampedusa e La Valletta, non esclude, ma anzi costituisce conferma delle condizioni degradanti nelle quali  per effetto del divieto di ingresso e dunque dello sbarco in un porto sicuro, sono state tenute per giorni , ed ancora vi permangono, persone soccorse in mare dopo essere riuscite a fuggire dalla Libia, dunque in condizioni fisiche e psicologiche già particolarmente difficili. Non si può ammettere che le persone  soccorse in mare siano tenute per dodici giorni  in queste condizioni perché gli stati non concordano sui criteri di indicazione dei porti sicuri di sbarco o sulle competenze nelle zone SAR ( di ricerca e salvataggio) che loro competono.

Nella sentenza Khlaifia la CEDU affermava che secondo la consolidata giurisprudenza della Corte,per rientrare nell’ambito di applicazione dell’articolo 3 della Convenzione, un maltrattamento deve raggiungere un livello minimo di gravità. La valutazione di questo minimo è relativa; dipende dal complesso degli elementi della causa, in particolare dalla durata del trattamento e dei suoi effetti fisici o psicologici nonché, talvolta, dal sesso, dall’età e dallo stato di salute della vittima(si vedano, tra altre, Irlandac. Regno Unito, sopra citata, § 162; Price c.Regno Unito, n. 33394/96, § 24, CEDU2001-VII; Mouiselc. Francia, n. 67263/01, § 37, CEDU 2002-IX; Jalloh c. Germania[GC], n. 54810/00, §67, CEDU 2006-IX; Gäfgen; El-Masri; Naoumenko c.Ucraina, n.42023/98, § 108, 10 febbraio2004; e Svinarenko e Slyadnel) .

Malgrado la sentenza di condanna dell’Italia per violazione dell’art. 5.1 della CEDU,  confermata dalla Grand Chambre, la Corte di Strasburgo ribadiva quanto asserito nella sentenza della seconda sezione del 1 settembre 2015, ed escludeva che il trattenimento in condizioni di sovraffollamento a bordo delle navi in attesa  del respingimento potesse configurare una responsabilità dello stato per violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti. “La  Corte non può che attribuire un peso determinante al fatto che il Governo ha prodotto dinanzi ad essa un provvedimento giudiziario che contraddice la versione dei ricorrenti, ossia il decreto del GIP di Palermo del 1°giugno 2012. Da quest’ultimo risulta  che i migranti hanno potuto beneficiare di assistenza medica, di acqua calda, elettricità, pasti e bevande calde. Inoltre, secondo una nota di una agenzia di stampa del 25 settembre 2011, citata nel decreto in questione, T.R., un rappresentante del Parlamento, accompagnato dal vice questore e da funzionari di polizia, era salito a bordo delle navi ormeggiate nel porto di Palermo e aveva parlato con alcuni migranti. Il deputato in questione aveva constatato che i migranti erano in buona salute, che erano assistiti e dormivano in cabine dotate di biancheria o su poltrone reclinabili. Gli interessati avevano accesso a luoghi di preghiera, la Protezione civile aveva messo a loro disposizione dei capi di abbigliamento e il cibo era adeguato (pasta, pollo, contorno, frutta e acqua).

Se questi sono i parametri adottati dalla CEDU per stabilire il carattere “non degradante “del trattenimento di migranti trattenuti a bordo di una nave per un periodo di tempo di circa una settimana, in attesa del respingimento, con riferimento a persone che non avevano ancora manifestato la volontà di chiedere asilo e non provenivano da un paese di transito in guerra come attualmente è la Libia, si può ricavare che il trattenimento imposto oggi dai governi che negano l’accesso alle acque territoriali alle navi soccorritrici, se non può qualificarsi come detenzione amministrativa, trattandosi di naufraghi soccorsi da navi private in acque internazionali, potrebbe comunque risultare in contrasto con il divieto di trattamenti inumani o degradanti.  

Sono notorie infatti le pessime condizioni nelle quali si trovano da dodici giorni i naufraghi ammassati a bordo della Open Arms. Agenti dello stato italiano hanno persino tentato di impedire che i rifornimenti alimentari portati dal noto attore Richard Gere potessero essere trasportati dal porto di Lampedusa alla nave Open Arms ferma in acque internazionali costantemente sorvegliata, a vista e con rilievi strumentali, da assetti navali militari italiani.

Una volta che una nave privata, dopo avere effettuato un soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale di migranti provenienti dalla Libia ( in maggior parte non libici) venga bloccata in acque internazionali dagli stati responsabili di zone SAR che, a differenza della Libia, possono ancora offrire un porto sicuro di sbarco, non è dunque ammissibile che si protragga la permanenza a bordo dei naufraghi in condizioni tali da configurare trattamenti inumani o degradanti.

Non si vede infatti verso quale porto più lontano, in via di mera ipotesi il porto dello stato di bandiera, quella stessa nave potrebbe dirigersi, senza fare mancare ai naufraghi quella “assistenza” che persino le due recenti ordinanze interinali sui due casi Sea Watch, decisi dalla CEDU pur senza ordinare allo stato convenuto di adempiere al dovere di indicare un porto di sbarco, hanno ritenuto dovute da parte degli stati, in favore delle persone soccorse in mare e bloccate per giorni e giorni a bordo delle navi soccorritrici.

Non si può del resto pensare che le navi private soccorritrici, che secondo il diritto internazionale vengono definiti “place of safety ” provvisori, possano diventare di fatto dei luoghi di contenimento a tempo indeterminato in vista di un successivo allontanamento dei naufraghi dalla frontiera marittima dello stato, o che in alternativa siano costrette a ricondurre le stesse persone che hanno soccorso in paesi come la Libia che, in base ai più recenti rapporti delle Nazioni Unite, non rispettano i diritti fondamentali della persona, soprattutto quelli dei minori o delle persone comunque vulnerabili e pertanto non garantiscono “porti sicuri di sbarco. Basta un peggioramento delle condizioni meteo per aggravare ulteriornente i trattamenti inumani o degradanti prodotti dal rifiuto degli stati di indicare tempestivamente un porto sicuro di sbarco.

“Lasciare le persone che sono fuggite dalla guerra e dalla violenza in Libia in alto mare con questo tempo significherebbe infliggere sofferenza alle sofferenze”, ha affermato Vincent Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo centrale.

6. Il 22 luglio Matteo Salvini, ha disertato la riunione informale di Parigi sui migranti alla quale hanno invece partecipato 14 Stati dell’Unione Europea che, con il contributo dell’UNHCR, sono arrivati a concordare un “meccanismo di solidarietà” per ripartire le persone salvate in mare, avvertendo però che,i n conformità con le diverse Convenzioni internazionali, lo sbarco dei naufraghi deve avvenire nel “porto sicuro” più vicino.

Il presidente francese Macron, in particolare, aveva affermato che “quando una nave lascia le acque della Libia e si trova in acque internazionali con rifugiati a bordo deve trovare rifugio nel porto più vicino. E’ una necessità giuridica e pratica. Non si possono far correre rischi a donne e uomini in situazioni di vulnerabilità”. Per Macron, “non ci può essere un’Europa a la carte. Non possiamo avere stati che dicono non vogliamo niente dei fardelli che si devono condividere ma vogliamo i fondi strutturali”. Alla luce dei rischi di abusi, maltrattamenti o morte, nessuno dovrebbe essere ricondotto nei Centri di detenzione in Libia dopo essere stato intercettato o soccorso in mare – hanno sottolineato Filippo Grandi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e António Vitorino, Direttore Generale dell’Oim, in una dichiarazione congiunta.

Qualche giorno prima, il 18 luglio, in occasione della riunione informale dei ministri degli Interni e della Giustizia dell’Ue a Helsinki, Italia e Malta avevano presentato un piano mirato tutto contro i soccorsi in mare operati dalle ONG nel quale si giungeva ad ipotizzare, oltre ad un meccanismo europeo di rimpatri, un rafforzamento della detenzione amministrativa sulle due sponde del Mediterraneo con l’istituzione di “piattaforme di sbarco” nei paesi di partenza e transito e di centri chiusi (controllati) nei paesi di arrivo, e, sopratutto, con la “revisione delle regole del search and rescue” e l’obbligo per le ONG di agire «nel pieno rispetto del quadro giuridico internazionale e delle legislazioni nazionali». Una proposta in linea con il decreto sicurezza bis n.53/2019 varato nel frattempo dal governo italiano, ma fortemente contraddittoria e del tutto irrealizzabile, per la impossibilità di modificare le Convenzioni internazionali di diritto del mare, di cui pure si riconosceva la validità, per effetto del mero impulso dei paesi dell’Unione Europea.

Secondo il ministro Salvini la riunione di Parigi “è stata un errore di forma e di sostanza. Nella forma, perché convocata con poco preavviso e in modo assolutamente irrituale visto che siamo nel semestre di presidenza finlandese. Nella sostanza, perché ha ribadito che l’Italia dovrebbe continuare a essere il campo profughi dell’Europa”.

Secondo Chiara Favilli, docente di diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Firenze, ” le conclusioni di ieri a Parigi sono a parer mio un passo in avanti perché sebbene non si preveda ancora un meccanismo obbligatorio, si sigla un patto tra 14 governi per la redistribuzione di coloro che vengono salvati in mare. E questo andava fatto da subito: era un punto su cui il Consiglio poteva trovare un accordo col Parlamento nella discussione della riforma del Regolamento Dublino, cioè prevedere il superamento di Dublino per coloro che arrivano in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso in mare”. Favilli ha anche sottolineato che questa ipotesi era già stata accennata nel Consiglio europeo del 28 giugno 2018, il primo a cui partecipò il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: in quell’occasione si affermò per la prima volta che il Consiglio europeo, in relazione alla riforma del Regolamento Dublino, avrebbe dovuto tenendo conto di coloro che entrano in seguito a un’operazione di ricerca e soccorso in mare. Dunque, quello che non si è voluto fare nei modi previsti dall’iter della riforma, si sta realizzando oggi attraverso questo accordo tra paesi”.

I governi di Italia e Malta hanno quindi boicottato la decisione adottata a Parigi su un piano di ripartizione tra 14 paesi UE , dichiarando che non intendevano diventare gli “Hotspot” di tutta l’Europa, una posizione del tutto infondata se si pensa che nel corso dell’anno su 4000 arrivi sulla rotta libica, soltanto 500 persone sono state soccorse dalle unità delle ONG ancora presenti nel Mediterraneo centrale, e quindi redistribuite tra vari paesi dopo settimane di ricatti incrociati giocati sulla pelle dei naufraghi. Il governo francese ha poi complicato la concreta esecuzione di questa intesa, peraltro assunta su base volontaria, sostenendo che avrebbe partecipato soltanto alla redistribuzione di richiedenti asilo o comunque soltanto di coloro che una apposita commissione, inviata dalla Francia, avrebbe ritenuto meritevoli di accesso alla protezione di protezione internazionale. Sullo sfondo la mancanza di una chiara governance a livello europeo, per la fase di transizione attraversata dalla Commissione, e la posizione contraria del Consiglio rispetto alla proposta di compromesso sulla riforma del Regolamento Dublino III, formulata dal Parlamento europeo nella passata legislatura.

Lo scorso 3 agosto erano sbarcati a Malta i 40 migranti che erano della nave Alan Kurdi della ONG tedesca Sea Eye. Per il ministro Salvini i soccorritori avrebbero dovuto riportare a Tripoli i naufraghi o riconsegnarli alla guardia costiera libica. Dopo l’annuncio del via libera allo sbarco, arrivato dal governo de La Valletta, i migranti sono stati trasferiti sulle motovedette delle forze armate maltesi in acque internazionali e trasferiti a terra. Dopo essere stata “costretta” ad accettare lo sbarco dei naufraghi soccorsi dalla nave Alan Kurdi, per effetto di una forte pressione francese e tedesca, Malta ha persino negato i rifornimenti alla nave umanitaria Ocean Viking della ONG SOS Mediterraneé, prima ancora che questa potesse avviare attività di soccorso. Medici Senza Frontiere e Sos Méditerranée, hanno denunciato che le autorità maltesi si sarebbero rifiutate di fornire il carburante nonostante i precedenti accordi presi in tal senso. L’intesa, a quanto rivela un portavoce di Sos Méditerranée, era stata confermata da un intermediario ma successivamente Malta si sarebbe ritirata dall’accordo, addirittura negandone l’esistenza Il governo italiano sta ancora impedendo lo sbarco in un porto sicuro ai naufraghi soccorsi dalla nave spagnola Open Arms, minacciando l’arresto del comandante ed il sequestro della nave ove questa superasse il limite delle acque territoriali. I responsabili dell’organizzazione, a fronte delle condizioni drammatiche dei naufraghi bloccati a bordo da oltre una settimana, hanno presentato un esposto alle procure di Roma e di Agrigento.

Quale che sia l’esito della campagna elettorale già in corso in Italia, i responsabili di queste scelte disumane saranno chiamati a risponderne davanti ai tribunali nazionali ed alle corti internazionali. Nulla sarà dimenticato.


D.L. 14 giugno 2019, n. 53, convertito in Legge 8 agosto 2019, n. 77 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 186 del 9 agosto 2019 .


(ANSA) – ROMA, 9 AGO – Il Garante dei diritti dei detenuti ha scritto al Comandante della Guardia Costiera Giovanni Pettorino chiedendo chiarimenti in merito alla situazione di Open Arms in seguito alla richiesta arrivata dai responsabili della Ong.
“Ancora un situazione di stallo di una nave che ha effettuato un attivita” di soccorso in mare rispetto all”individuazione del luogo di approdo – scrive il garante – Un”impasse che ha un impatto rilevante sui diritti fondamentali delle persone soccorse, impossibilitate allo sbarco e in quanto tali impedite
nella propria liberta” di movimento, ed esposte al rischio di trattamenti contrari sia al senso di umanita” sia alla dignita” delle persone stesse”. Nella lettera il Garante ricorda quanto sia “alta” in questa situazione la responsabilita” dei paesi Ue e in particolare della Spagna, paese di bandiera della nave, e di Malta, che ha rifiutato l”approdo. Nonostante cio”, sottolinea ancora, “la situazione puo” e deve essere vista come ambito di
competenza” dell”Italia “in virtu” del preventivo divieto d”ingresso nelle acque nazionali”. (Segue)

(ANSA) – ROMA, 9 AGO – Il divieto, dice ancora il Garante, costituisce “esercizio della sovranita” e implica che ai migranti soccorsi e a bordo della nave debbano essere riconosciuti tutti i diritti e le garanzie che spettano alle persone nei confronti delle quali l”Italia esercita la propria giurisdizione”. A dimostrazione di cio” anche il fatto che la Guardia Costiera nei giorni scorsi abbia evacuato tre donne, di cui una incinta: un”azione “indicativa di una ”presa in carico” della situazion delle persone ospitate” a bordo della Open Arms.
Secondo il garante c”e” dunque il rischio di una duplice violazione del principio di non refoulement e del divieto di espulsioni collettive. Riguardo al principio di non refoulement, dice il Garante, proprio in seguito al no di Italia e Malta, “per i migranti soccorsi e” forte il rischio del loro ritorno nel
luogo da cui sono partiti, la Libia”. Inoltre “il divieto di ingresso puo” essere visto come azione di respingimento collettivo delle persone soccorse, se esercitato – come in questo caso – senza un preventivo esame delle condizioni individuali delle stesse”.(ANSA).


(ANSA) – ROMA, 9 AGO – “Il garante dei detenuti deve giustificare la propria esistenza e il proprio stipendio statale, che peraltro non e” pubblicato con evidenza sui siti ufficiali come previsto per legge”. E” quanto sottolineano
fonti del Viminale dopo la richiesta di chiarimenti sulla vicenda della Open Arms inviata dal Garante alla Guardia Costiera italiana.
Una richiesta “sorprendente”, aggiungono dal ministero, in quanto il Garante sarebbe “andato oltre le proprie competenze”: la nave, dicono al Viminale, “si trova in acque internazionali e non risultano prigionieri a bordo”. (ANSA)
09-AGO-19 17:55 NNNN


See Rescue Guidelines which note that the first RCC contacted ‘remains responsible for coordinating case until the responsible RCC [the RCC responsible for the SAR region in which assistance is being rendered] or other competent authority assumes responsibility.’

In cases where a possible distress incident is identified in a place where there is no declared SRR, or no functioning MRCC, the MRCC of a coastal State may assume responsibility for coordinating SAR responses outside its own SRR.32 In some regions, States have in the past assumed for coordinating SAR responses in international waters off the coast of other States where there is no SRR or functioning MRCC, including operations involving their own assets, ships, NGOs, and assets of other States.
19. The authorities of coastal States which assume responsibility for coordinating rescue operations involving merchant vessels, NGOs, or assets of other States, need to act consistently with the implementation in good faith of their obligations under international law, including international maritime law, refugee law, and human rights law. It is consistent with those obligations, and with the imperative to protect human life at sea, that an MRCC coordinating a SAR response outside its own SRR will seek to mobilize those assets which are best able to respond in a timely and effective manner.
20. At the same time, an MRCC that coordinates SAR operations outside its own SRR should refrain from giving directions or advice33 which it knows or ought reasonably to know would have negative human-rights implications for those requiring assistance, unless doing so is unavoidable in order to respond to serious and imminent risks to human life at sea in a situation of distress or force majeure.
21. A coastal State whose MRCC coordinates a SAR response outside its own SRR is not necessarily responsible, under international law, for the conduct of assisting vessels involved in that response. Where the rescue operation involves the coordinating State’s own assets (or assetsacting directly under
its control), relevant conduct is likely to be attributable to that State. Rescued jure (by virtue of flag State jurisdiction), or because it has otherwise exercised effective control over them. By contrast, where the rescue operation involves private or public vessels flagged to
another State, the State of the coordinating MRCC could not usually be said to be responsible for the conduct of those vessels,or to exercise jurisdiction in respect of rescued persons.


Open Arms: Amnesty International sollecita l’autorizzazione all’attracco per le 121 persone a bordo, fra cui bambini e minori

Amnesty International ha sollecitato l’immediata autorizzazione all’attracco per i 30 minori, inclusi due bambini piccoli, e i circa 90 uomini e donne bloccati in mare, mentre lo stallo fra le autorità italiane, spagnole e maltesi e la nave di soccorso Open Arms è arrivato alla seconda settimana.

A dispetto delle crescenti preoccupazioni per le condizioni di sicurezza, le autorità italiane e maltesi continuano a rifiutare un porto per poter sbarcare in sicurezza. Le autorità spagnole devono ancora fare formalmente richiesta di aiuto alle istituzioni europee per mediare una soluzione.“Dopo una settimana bloccati in mare in un caldo torrido, donne, uomini e bambini che hanno rischiato la vita per fuggire dalle violazioni dei diritti umani in Libia dovrebbero immediatamente sbarcare, in Italia o a Malta”, ha dichiarato Maria Serrano, Alta ricercatrice di Amnesty International sulle migrazioni. “Nonostante la crescente preoccupazione per la salute delle persone a bordo, i leader politici vengono meno senza vergogna alle proprie responsabilità in base al diritto internazionale, rifiutando un porto sicuro a persone a rischio di subire tortura se respinte in Libia e che sono esauste e bisognose di protezione e cura”, ha proseguito Serrano.

Sette giorni dopo essere state salvate dalla nave dell’Ong Proactiva Open Arms, 121 persone, inclusi 30 minori e due bambini, rimangono a bordo in condizioni di sovraffollamento e con un caldo soffocante. La nave, battente bandiera spagnola, è ferma a circa 30 miglia nautiche dall’Italia, fra Malta e Lampedusa.

Le persone a bordo sono state soccorse in due successivi salvataggi, l’1 e il 2 agosto, in acque internazionali: il primo a 78 miglia nautiche dalla Libia e il secondo nei pressi della zona di ricerca e soccorso di Malta. Molti tra i soccorsi hanno denunciato di aver subito forme estreme di violenza in Libia e alcuni di loro presenterebbero ustioni di terzo grado e ferite di arma da fuoco. Almeno un uomo afferma di essere rimasto colpito nell’attacco dello scorso mese nel centro di detenzione di Tajoura a Tripoli.

Questo stallo arriva subito dopo l’approvazione, da parte del parlamento italiano, del Decreto Sicurezza-bis voluto dal ministro dell’Interno Salvini. La nuova legge prevede che le barche di salvataggio private che entrano in acque territoriali italiane senza permesso possono essere poste sotto sequestro e multate fino a 1 milione di euro.

Questo è solo l’ultimo di una serie di casi in cui a navi che salvano persone nel Mediterraneo centrale viene negato l’attracco nel più vicino porto sicuro. L’Unhcr e i Relatori Speciali delle Nazioni Unite hanno criticato le nuove norme che potrebbero scoraggiare ulteriormente i comandanti delle navi dal salvare vite in mare; ciò avviene mentre gli stati hanno in larga parte smesso di impegnarsi in operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale. Nel frattempo, un’altra barca dell’Ong Proactiva, l’Astral, partirà dalla Spagna sabato per fornire assistenza – compresi cibo, acqua e medicinali – alla Open Arms.

È immorale che a pochi passi dalle spiagge estive ci siano bambini bloccati in mare. Gli stati europei, a cominciare da Malta e Italia, hanno spudoratamente smantellato il sistema di ricerca e soccorso e usato le persone come pedine in cambio di politiche migratorie ingiuste, con un disprezzo assoluto per la sicurezza”, ha detto Serrano.

È ora che i governi europei smettano di giocare con la vita delle persone e dedichino risorse adeguate alle operazioni di ricerca e soccorso. Devono urgentemente trovare un’intesa su meccanismi di sbarco chiari e rapidi in linea con il diritto internazionale e su un sistema equo di redistribuzione dei richiedenti asilo fra i paesi europei”, ha concluso Serrano.

Ulteriori informazioni

L’accordo europeo sui richiedenti asilo (il cosiddetto regolamento di Dublino), che determina il paese che ha il compito di esaminare la richiesta di asilo, è il principale ostacolo agli sbarchi rapidi. Di norma il primo paese di arrivo in Europa è responsabile per l’esame della pratica del richiedente asilo. Questo fa sì che pochi paesi abbiano in carico la gestione della maggioranza delle domande.

Per maggiori informazioni si vedano i due rapporti.


Lettera di Orlando ai vertici dell’UE: si avvii procedura per violazione dei diritti da parte dell’Italia

Al Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli

Al Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker

Alla Presidentessa Designata della Commissione Europea Ursula von der Leyen

Ai Capi di Stato e di Governo degli Stati Membri dell’Unione Europea

Richiesta di avvio della procedura prevista dall’art. 7 del Trattato sull’Unione Europea

Signori Presidenti, Signora Presidentessa designata, Signori Capi di Stato e di Governo, mi permetto di richiamare la vostra autorevolissima attenzione ricordando in premessa l’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, che indica in modo chiaro ed inequivocabile non soltanto i valori, ma i comportamenti pratici cui l’azione degli Stati membri deve essere improntata. Sono Sindaco di una città che ha conosciuto in passato forme gravi e violente di violazione di questi valori anche per provvedimenti legislativi disumani e incostituzionali; una città che ha conosciuto la sofferenza che deriva dalla violazione di questi diritti. Una città che ha scelto di stare dalla parte dei diritti umani in un tempo nel quale essi vengono mortificati da decisioni,comportamenti e leggi. Sono Sindaco di una città che proprio partendo dal rifiuto della violenza e dall’affermazione dei diritti di tutti ha costruito un percorso di rinascita e sviluppo capace di coniugare sicurezza ed accoglienza. Parte integrante di questo percorso è stata la scelta di fare di Palermo una città accogliente, una città aperta a tutti e che coinvolge tutti cercando di costruire – con difficoltà e lacune ma con determinazione – una “Casa Comune” a tutti gli esseri umani, riconoscendo il diritto alla vita di tutti e di ciascuno, come richiamato da autorevolissimi rappresentanti di fedi religiose, da intellettuali e scienziati di ogni parte del mondo. Oggi però la volontà di accogliere e di aprirsi è offuscata, è letteralmente bloccata dalle scelte politiche italiane, che, insieme a quelle di taluni altri paesi, stanno determinando un vero e proprio genocidio. Se nel 2014 e nel 2015 Palermo, come tutta la Sicilia, ha accolto decine di migliaia di migranti, salvati nel Mediterraneo da operazioni coordinate e compiute dagli Stati, oggi Palermo e la Sicilia non accolgono più migranti. Non perché non vorrebbero, non perché i migranti abbiano smesso di cercare un futuro in Europa: semplicemente perché i migranti ora muoiono in Libia o nel Mediterraneo senza nemmeno la possibilità di toccare l’agognata Europa. Se vi è una emergenza legata alla migrazione, è proprio quella legata a questo genocidio. Ma i fatti politici ed istituzionali, avvenuti in Italia negli ultimi mesi, dimostrano come il tema dei migranti sia diventato, come prima era stato in altri paesi europei, soltanto la scusa per costruire un attacco politico ed istituzionale allo Stato di Diritto, alle libertà fondamentali di tutti, alle libertà civili e politiche, alla libertà di espressione e di associazione. Oggi i migranti sono ciò che gli ebrei furono negli anni ‘30 del secolo scorso; i primi ad essere attaccati e perseguitati, cui seguirono le altre minoranze e poi le comunità nel loro complesso, con la negazione e la compressione dei diritti di tutti e di tutte. Ed oggi i migranti, come gli ebrei negli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso, muoiono a migliaia, con la differenza che oggi nessuno può dire non sapere. Dietro allo spauracchio dell’invasione dei migranti, oggi in Italia, come nei mesi e negli anni scorsi in altri paesi dell’Unione, si è costruita una narrazione che ha portato a realizzare politiche pubbliche, ed ora anche scelte istituzionali, che sempre più mettono a rischio il rispetto dei valori fondanti dell’Unione, a partire da quelli stabiliti nell’articolo 2 già richiamato. Io, da Sindaco di una città ai confini meridionali dell’Unione sono diretto testimone del fatto che non vi è alcuna emergenza legata alle migrazioni di massa, ma che le emergenze, da quella ambientale a quelle sociali, sono ben altre. Già da anni abbiamo assistito ad una crescente azione politica e mediatica di stampo xenofobo, che seppur non condivisibile, rientrava sempre e comunque nella libertà di espressione personale e politica. Lì dove negli ultimi mesi è avvenuto un salto di qualità, che oggi ci spinge ad evocare il ricorso all’articolo 7 del TUE, è nell’adozione di provvedimenti normativi ed amministrativi che a nostro avviso stridono in modo gravissimo con il Trattato e mettono a rischio la tenuta democratica ed istituzionale del Paese, con conseguenze difficilmente immaginabili anche per la stessa Unione nel suo complesso. Di fatto, si assiste ad un processo di “fascistizzazione” da parte di taluni organi dello Stato, che tendono ad accentrare i poteri, negandone la divisione che è elemento fondamentale per un sano equilibrio e per la tenuta democratica. Lì dove l’accentramento non è possibile, come nel caso del Potere Giudiziario, si susseguono attacchi e tentativi di delegittimazione. In particolare, per quanto attiene al piano legislativo, faccio riferimento ai cosiddetti “Decreti sicurezza” approvati prima in via d’urgenza dal Governo e poi dal Parlamento e, per quanto attiene invece al piano amministrativo, all’emissione di “Direttive” che tendono a fare delle forze di Polizia uno strumento, quasi personale e ad uso del Governo o di una sua parte, di repressione del dissenso, della libertà di espressione e della libertà d’informazione. Tutto ciò viene aggravato dalla continua invasione di campo e dallo stravolgimento di competenze da parte dell’attuale Ministro dell’interno: dalla chiusura di porti alle disposizioni a corpi anche militari dello Stato di competenza di altro Ministero ed anche al disconoscimento e alla violazione del diritto alla vita e al salvataggio di naufraghi recuperati in mare. In particolare, le disposizioni a corpi militari dello Stato da parte del Ministro dell’interno costituiscono un pericoloso tentativo di manipolare la azione delle Forze Armate e delle Forze di Polizia che hanno costituito e costituiscono ancora oggi un presidio fondamentale di rispetto della legalità costituzionale e della democrazia della nostra Repubblica. Alle urla, agli insulti ed anche alle aperte minacce che vengono da alcuni e che non sono fino ad ora riusciti a fermare l’indignazione di tanti, rispondo e ricordo che in momenti come questo è forte il diritto/dovere di prendere posizione evitando atteggiamenti paludosi o timidi che hanno caratterizzato e rischiano di caratterizzare la perdita della democrazia e la mortificazione di inviolabili diritti umani di tutti e di ciascuno.

Con gratitudine per la attenzione invio i più cordiali saluti

Leoluca Orlando


Dichiarazione di Medel (Magistrats européens pour la démocratie et les libertés) del 14 agosto sulle attività di soccorso in mare e il decreto sicurezza -bis.

Di fronte alle scelte degli stati membri che sono in aperto conflitto con i valori sui quali l’Unione si fonda, l’Europa deve rimanere fedele alla sua storia e alla sua identità e adottare con urgenza una politica in materia di immigrazione per garantire la tutela effettiva dei diritti di tutte le persone, che rappresenta un limite invalicabile per tutti i governi e i legislatori nazionali.
Mariarosaria Guglielmi
Vice Presidente di Medel


Medel esprime grave preoccupazione per l’impatto che avranno sull’attività di soccorso in mare le misure introdotte in Italia con il cd. decreto sicurezza bis ( n. 53 del 14 giugno 2019), recentemente approvate dal Parlamento.
E’ facile prevedere che la possibilità per il Ministro dell’Interno di limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di “ordine o sicurezza pubblica”, con pesantissime sanzioni previste nei casi di violazione del divieto, porterà inevitabilmente alla fine alle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo svolte dalle ONG.

Abbiamo assistito a lungo, nel dibattito politico e nei media, alla criminalizzazione dell’attività svolta dai volontari, finalizzata ad avallare nell’opinione pubblica l’idea di un legame fra i soccorritori e i trafficanti di esseri umani. La costante rappresentazione dell’immigrazione come un pericolo per la sicurezza nazionale ha in questi mesi supportato la “politica dei porti chiusi”, in contrasto con il più elementare senso di umanità e con gli obblighi inderogabili che gravano sugli Stati in materia di tutela dei diritti umani.

Questa strategia, in assenza di una politica europea in grado di contrastarla, ha ostacolato l’intervento delle ONG che, come ribadito anche di recente nella dichiarazione congiunta del 23 luglio 2019 dell’Alto Commissario della Nazioni Unite per i rifugiati e il Direttore Generale dell’OIM, ha svolto un ruolo fondamentale nel salvare la vita dei profughi soccorsi in mare.

L’introduzione di misure draconiane in relazione a violazioni del tutto indefinite aggrava la situazione di pressione sull’azione dei volontari, per i quali già sussiste il rischio di essere sottoposti ad indagini per violazioni relative alle leggi nazionali in materia di immigrazione.

L’effetto di tali misure è un’ inversione dei valori sanciti nelle Costituzioni e nella Carte dei diritti, che antepone presunte ragioni di sicurezza alla protezione della vita umana.
Medel ha più volte richiamato le responsabilità di tutti gli stati membri e dell’Unione europea, denunciando la distanza fra le attuali politiche di gestione del fenomeno migratorio e l’impegno assunto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, di fronte dell’intera comunità umana e delle generazioni future, di garantire a tutti il godimento dei diritti fondamentali[1].

Su questa promessa si fonda il futuro dell’Europa e delle democrazia europee.
Trasformare l’immigrazione in una insostenibile minaccia per la sicurezza fa parte di undisegno più generale che mira a sovvertire l’assetto dell’Europa Unita con un ossessivo richiamo alla “sovranità nazionale” e il rifiuto dei valori universali sui quali l’Unione si fonda.
Di fronte alle scelte degli stati membri che sono in aperto conflitto con questi valori, l’Europa deve rimanere fedele alla sua storia e alla sua identità, e deve oggi adottare con urgenza unapolitica per assicurare effettività alla tutela dei diritti delle persone, che rappresenta un limite invalicabile per tutti i governi e i legislatori nazionali.
14 agosto 2019

MEDEL STATEMENT ON THE ITALIAN SECURITY DECREE OF JUNE 2019

MEDEL wishes to express its serious concern over the impact on rescue at sea activities of the provisions introduced in Italian legislation by the so-called “security decree bis” (n.53 of June 14, 2019), recently approved by Parliament. 
It can be easily foreseen that the possibility for the Minister of Interior to limit or forbid the entering, passage or stopping in the territorial sea for reasons of “public order or security”, with extremely harsh sanctions for any violation, will unavoidably put an end to rescue operations implemented in the Mediterranean by NGOs.
We have witnessed for a long time the “criminalization” by politicians and media of the activity of volunteers, trying to convey to the public opinion the idea that there is a connection between rescuers and traffickers. The constant portraying of immigration as a danger to public security served in these months as support to the “closed ports policy”, that is at odds with any elementary sense of humanity as well as with States’ international human rights obligations. 
This strategy, against which there is not yet an adequate reaction in Europe, has from its beginning set out obstacles to the action of NGOs that, as recalled in the recent joint statement of July 23, 2019, of the UN High Commissioner for Refugees and the IOM Director General, played a crucial role in saving lives at sea.
The introduction in Italy of draconian measures in relation to vaguely defined violations adds a further dimension to the pressure on volunteers, who already have to face the risk of being subject to investigations for violations of national immigration laws. 
The effect is to reverse the order of the values enshrined in the Constitutions and Charters of fundamental rights, prioritizing alleged security reasons over the protection of human lives. 
MEDEL has several times recalled the responsibility of all member states and of the European Union, stressing the distance between the current migration policies and the commitment – enshrined in the Charter of Fundamental Rights – towards the human community and the future generations to ensure the enjoyment by everyone of fundamental rights[1]. 
The future of Europe and of European democracies depends on this pledge. 
To deal with migrations solely as unbearable challenges to our security is an integral part of a broader project aiming at subverting the European Union through the obsessive reference to a narrow conception of “national sovereignty” and the rejection of the universal values on which the Union is founded. 
Face to choices of member states that are in direct conflict with such values,Europe must stick to its own history and identity, urgently adoptinga policy to ensure the effectiveness of the protection of the rights of persons, that cannot be infringed by any national government or lawmaker.

August 14th, 2019