Guerra alle ONG: la resistibile ascesa di Matteo S.

di Fulvio Vassallo Paleologo

1.Sembrava intravedersi la fine dell’estenuante attesa imposta dal Viminale ad una nave carica di naufraghi, privata da due settimane di un porto sicuro di sbarco. Una delegazione di parlamentari era salita a bordo della nave, dichiarando che non sarebbe scesa fino a quando i migranti soccorsi nelle acque internazionali a nord della Libia non fossero sbarcati.

La diretta video da Local Team

Con il passare delle ore si e’ percepito come la guardia di finanza, salita a bordo senza neppure un interprete, avesse mentito, certamente per ordini superiori. Due migranti sono stati evacuati dalla Sea Watch in tarda serata con un Medevac per motivi di urgenza sanitaria. Sono stati condotti al molo Favaloro con una motovedetta della Guardia Costiera. Scendono così a 40 i migranti tuttora sulla nave dell’ong tedesca, ma tutti sono in condizioni di estremo disagio e da parte del governo italiano si profila nei loro confronti un trattamento disumano e degradante vietato, oltre che dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvagurdia dei diritti dell’Uomo. Sempre che la giustizia internazionale riesca a garantire la effettività di queste norme.

Probabilmente, mentre tengono la Sea Watch 3 alla fonda, fuori dal porto di Lampedusa, staranno cercando un marchingegno per moltiplicare le ipotesi di reato, in modo di arrivare alla confisca della nave, ed anche per trasferire la competenza ad un procuratore vicino al Viminale, magari con l’assegnazione di un “porto di sbarco sicuro” (POS) diverso da Lampedusa. Ed e’ altrettanto probabile che, sulla base di un preciso piano del Viminale, attraverso i rapporti della Guardia di finanza, a bordo per interrogatori fuori procedura, cerchino di formalizzare qualche altra denuncia penale contro gli operatori umanitari che compongono l’equipaggio, in modo di avere poi il pretesto per una loro espulsione verso la Germania. Troppo scomode le loro voci in un paese dalle coscienze assopite come l’Italia. Sempre che il loro stato di origine si presti ad assecondare l’ennesimo colpo ad effetto del ministro dell’interno.

Per il Viminale la determinazione e la capacita’ comunicativa della comandante della Sea Watch 3 sono diventati ostacoli imprevisti, da allontanare a colpi di ruspa, quindi diffide, divieti e denunce a raffica. Almeno fino a quando l’Unione Europea non decidera’ di aprire davvero una procedura di infrazione contro l’Italia. Ma su questo terreno non si possono nutrire troppe speranze. L’intera Europa è attraversata da tempo da una crisi profonda che si concretizza nell’adozione di misure di sbarramento delle frontiere e di negazione dei diritti umani, non solo alle frontiere esterne ma anche nei luoghi di detenzione, con prassi di polizia che ci costringono a parlare di fascismo della frontiera.

E’ quindi arrivata la notizia della iscrizione della comandante della Sea Watch 3 nel registro degli indagati ad Agrigento, per il reato di immigrazione clandestina e per il diverso reato di rifiuto di obbedienza a nave da guerra. Un atto dovuto, probabilmente, dopo le pressioni del Viminale, ma che segna un punto di svolta che potrebbe avere conseguenze sullo sbarco dei migranti dalla nave. Sembra comunque che la magistratura non proceda oggi al sequestro della Sea Watch 3 o all’arresto del comandante, anche se il ministro dell’interno potrebbe tentare di far sequestrare o confiscare la nave dalla Guardia di finanza o dal Prefetto di Agrigento. Intanto arrivano nuove minacce al procuratore di Agrigento dott.Luigi Patronaggio al quale va tutta la nostra solidarieta‘.

Come osserva la docente di Diritto Internazionale Francesca De Vittor, ” L’unico porto di sbarco che era stato indicato alla Sea Watch 3 è il porto di Tripoli, dove nessuno sbarco di migranti è lecito perché in ragione delle gravissime violazioni dei diritti umani fondamentali che i migranti subiscono in Libia, nonché del conflitto in corso, la Li,bia non può essere in alcun modo considerata un porto sicuro (si veda da ultimo la Raccomandazione agli stati della Commissaria ai diritti umani del Consiglio d’Europa)”. Secondo la stessa docente,” l’aver individuato Lampedusa come luogo di sbarco costituisce quindi non solo un comportamento legittimo, ma anche il più ovvio da parte della Comandante che aveva una legittima aspettativa di vedersi assegnare lì un luogo di sbarco. Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma è presumibile che anche qualora eventuali comportamenti illeciti siano constatati venga comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). Va in ogni caso ricordato che in nessuno dei casi in cui sono state aperte indagini a carico di Ong per i soccorsi in mare si è mai giunti a una condanna: quando i giudici si sono pronunciati hanno sempre considerato legittimo il comportamento di chi aveva prestato il soccorso in mare”.  

Per Francesca de Vittor, “se di responsabilità si vuole parlare, sarebbe meglio parlare di quelle dell’Italia. Va infatti considerato che la nave, probabilmente già da prima, ma sicuramente da quando è entrata nelle acque territoriali italiane, si trova sotto la giurisdizione dell’Italia per l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pertanto il prolungarsi del trattenimento a bordo della nave dei migranti, già estremamente provati, integra da parte dello Stato italiano una violazione dell’art. 3 e dell’art. 5 della Convenzione (su questa conclusione non incide il rifiuto della Corte di imporre all’Italia misure cautelari ed urgenti, tale pronuncia, infatti, non è sul merito della vicenda ma appunto solo sulla misura cautelare)”.

Per Elli Schlein, già parlamentare europea, “Assistiamo alla violazione di un principio fondamentale del diritto internazionale, quello del divieto di respingimento collettivo. La Convenzione di Ginevra del 51 dice che ogni persona ha il diritto di vedere esaminata la propria richiesta di asilo. Mi domando come chi ha scritto il decreto sicurezza bis possa passare al vaglio di un tribunale su questa norma”.

“La soluzione per le persone a bordo della Sea Watch è possibile solo una volta sbarcate”. Così il commissario europeo Dimitris Avramopoulos, spiegando che Bruxelles “è coinvolta da vicino nel coordinarsi con gli Stati membri per ricollocare i migranti” quando saranno a terra . Avramopoulos dichiara così che qualunque trattativa sarà possibile soltanto dopo che i migranti saranno stati portati a terra, di fatto una ingiunzione all’Italia di procedere allo sbarco immediato, ma dal ministro dell’interno non arriva nessuna risposta. Ormai è sempre più chiaro chi è il vero presidente del consiglio e come usa il potere di cui dispone.

Matteo S. viola norme interne e Regolamenti europei in materia di soccorsi in mare, ma accusa e minaccia chi salva vite, per reati che non esistono, in quanto ricorrono precise cause di giustificazione come lo stato di necessita’ e l’adempinento di un dovere (di soccorso) imposto da una serie di norme giuridiche internazionali, cause di giustificazione vincolanti nel nostro ordinamento per effetto delle specifiche previsioni di esimenti nel Codice penale e per quanto stabilito dall’art.117 della Costituzione.

Anche se non si ritenesse vincolante il diritto del mare, non si può certo escludere il carattere cogente della Convenzione di Ginevra che tutela i richiedenti asilo stabilendo che chiunque, anche se giunge irregolarmente in frontiera, ha il diritto di presentare una domanda di protezione e che nessuno può essere respinto verso un paese nel quale vedrebbe a rischio la vita, l’integrità fisica o la libertà personale ( art. 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951). Previsione che è rafforzata, con norme inderogabili a livello nazionale, dalla proibizione di trattamenti inumani o degradanti ( art. 3) della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo, e dall’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU, che vieta le espulsioni ed i respingimenti collettivi ( come ribadisce anche l’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea). La Libia non puo’ essere in alcun modo essere valutata come un paese che garantisce “porti sicuri di sbarco” con la quale collaborare in attivita’ di intercettazione in mare. Lo confermano i rapporti dell’Onu.

Caso Sea Watch 3: presentato esposto alla Procura della Repubblica di Agrigento
La Sea Watch per il tramite dei suoi legali prof. Avv. Alessandro Gamberini del foro di Bologna e avv. Leonardo Marino del foro di Agrigento hanno trasmesso un esposto alla Procura della Repubblica di Agrigento per portare all’attenzione dei magistrati i tratti essenziali della vicenda, relativa alla presenza, avanti al Porto di Lampedusa, della nave Sea Watch 3, con a bordo, oltre all’equipaggio, 43 persone, tra le quali 3 minori non accompagnati, soccorsi in data 12 giugno 2019 in acque internazionali, a circa 47 miglia dalle coste libiche.
Attraverso la ricognizione del caso già segnalata dal Capitano della Sea Watch 3, Carola Rackete, alla Guardia Costiera nella giornata di ieri, si vuolecontribuire alla valutazione circa la sussistenza di eventuali condotte di rilevanza penale, poste in essere dalle autorità marittime e portuali preposte alla gestione delle attività di soccorso, nonché demandare alla valutazione dell’autorità giudiziaria l’adozione di tutte le misure necessarie a porre fine alla situazione di gravissimo disagio a cui sono attualmente esposte le persone a bordo della nave.
Prof. Avv. Alessandro Gamberini avv. Leonardo Marino

Sembra così ripetersi l’ennesimo caso di privazione indebita della libertà personale dei naufraghi ancora trattenuti a bordo della Sea Watch Intanto a Lampedusa continuano ad arrivare centinaia di migranti che vengono nascosti all’opinione pubblica. Ancora ieri, sotto gli occhi del circo mediatico convenuto a Lampedusa, un “barchino” carico di migranti faceva ingresso nel porto dirigendosi proprio verso la zona riservata alla Guardia costiera ed ai Carabinieri.

Malgrado i fallimenti evidenti nella politica di Matteo S, sembrerebbe in base ai sondaggi, che il 60 per cento degli italiani sia contrario allo sbarco dei naufraghi salvati dalla Sea Watch 3 a Lampedusa, e questo dato viene utilizzato per legittimare prassi che sono chiaramente in contrasto con il rispetto delle Convenzioni internazionali e della stessa Costituzione italiana. Si potrebbe arrivare anche all’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per la violazione dei Regolamenti europei Dublino III, Frontex (n.656/2014) e del Codice frontiere Schengen.

In base al consenso, magari vantato senza tenere conto delle percentuali di non votanti, si anticipano sentenze di condanna, prima ancora che la magistratura abbia esercitato l’azione penale. Il ministro dell’interno sembra diventato organo di indirizzo della magistratura ed unico depositario delle scelte del Consiglio dei ministri. Ma non bastano la gestione del potere attraverso i social ed il populismo giudiziario, Matteo S. se la prende adesso con l’Olanda, con la Germania, con l’Unione Europea, in preda ad un delirio di onnipotenza che non ha riscontro nelle regole costituzionali e nei Trattati europei. La Sea Watch 3 non aveva alcun obbligo, ma soprattutto alcuna possibilità di fare rotta su un porto olandese o tedesco, per ragioni legali e per ovvie esigenze umanitarie.

2. Le sentenze di assoluzione, del Tribunale di Agrigento sul caso Cap Anamur, nel 2009, dopo cinque anni di processo, e quella più recente del Tribunale di Trapani sul primo caso Diciotti, del luglio dello scorso anno, dopo che Matteo S. aveva dato ordine di non sbarcare se non fossero scattate le manette, rendono bene la infondatezza della criminalizzazione della solidarietà, che ancora oggi viene veicolata in modo schiacciante dai principali canali di informazione, ormai a disposizione del Viminale.

I tribunali chiariscono molto bene la portata delle cause di giustificazione previste non solo dal Codice penale ma anche dalle regole procedurali dei processi amministrativi. La indomita comandante della Sea Watch ha fatto tutto quello che era in suo potere per proteggere i naufraghi e l’equipaggio.

Non violano la legge coloro che hanno operato un soccorso nel rispetto del diritto del mare, la viola chi non indica un porto sicuro di sbarco, chi minaccia di non identificare i migranti, chi trattiene naufraghi a bordo di una nave per due settimane rifiutandosi di farli scendere a terra, privandoli, insieme all’equipaggio, della libertà personale. Come ha rilevato ancora una volta il Garante per i diritti dei detenuti, con un esposto alla Procura della Repubblica di Roma.

Nel caso Cap Anamur la causa di giustificazione indicata dal tribunale di Agrigento quale elemento fondante la sentenza di assoluzione, veniva identificata nell’art. 51, comma 1 c.p. (nell’“adempimento di un dovere imposto da una norma di diritto internazionale”). Secondo i giudici agrigentini, l’operatività della scriminante in oggetto muove dal riconoscimento del dato oggettivo del soccorso compiuto ed è fondata, sotto il profilo normativo, da una lettura costituzionalmente orientata della locuzione “dovere imposto da una norma giuridica” della norma, trattandosi non solo di precetti codificati nella normativa nazionale, ma anche in quella internazionale, cui il nostro ordinamento è tenuto a conformarsi proprio in base al comma 1 dell’art. 10 della Costituzione (particolare valore assumono, anche i commi successivi della norma in questione, ove si statuisce che “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali” e che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Nella sentenza pronunciata dal Tribunale di Agrigento il 7 ottobre 2009 relativa al caso Cap Anamur, il collegio giudicante specificava che l’onere di fornire un porto di sbarco sicuro (place of safety) non si riferisce unicamente alle incombenze legate alla somministrazione del vitto e dell’assistenza medica, ma, soprattutto, va rapportato alla necessità di garantire ai naufraghi “il diritto universalmente riconosciuto di essere condotti sulla terraferma”.

Per il Tribunale di Trapani, “Se si riflette un momento sul fatto che i 67 migranti avevano subìto, prima della partenza dal territorio libico, disumane condizioni(…), appare evidente come il ritorno in quei territori costituisse per loro una lesione gravissima di tutte le prospettive dei fondamentali diritti dell’uomo” scrive il giudice Grillo. Che aggiunge che “erano i gioco il diritto alla vita e non essere sottoposti a trattamenti disumani o di tortura”.

Non si vede come la stessa considerazione non si imponesse anche alla comandante della Sea Watch 3, quando il ministro dell’interno ordinava di riconsegnare i naufraghi ai libici. La prospettiva, assai limitata per quanti si trovano in Libia, dei corridoi umanitari, e dunque di un qualche canale legale di ingresso in Europa, appare del tutto ipotetica rispetto al numero dei migranti trattenuti nei centri di detenzione libici, molti dei quali sono stati riportati a terra, nelle mani dei trafficanti dai quali erano fuggiti, dopo essere stati intercettati in acque internazionali dalla Guardia costiera libica, assistita da assetti italiani ed europei.

3. La situazione in Libia è fin troppo nota, la riferiscono tutti i rapporti delle Nazioni Unite, era già tragica prima dell’attacco del generale Haftar alla Tripolitania, e non può essere negata dal ministro dell’interno, o dai politici che lo assecondano. I centri di detenzione dai quali fuggono a caro prezzo i migranti sono un inferno, la corruzione e le violenze sono all’ordine del giorno. Anche dove arrivano l’UNHCR e l’OIM, nei cd. centri governativi, non sono garantite le condizioni minime di igiene e sicurezza. La Libia non garantisce in alcuna delle sue diverse articolazioni politiche e militari, porti sicuri di sbarco. L’inchiesta aperta dalla Procura di Agrigento potrà fare chiarezza sulla reale situazione sofferta in Libia dai naufraghi soccorsi dalle navi delle ONG e sulle modalita’ dei soccorsi… gestiti direttamente o delegati alla cd. Guardia costiera “libica”.

Viola dunque la legge chi da quasi un anno si rifiuta di indicare un porto sicuro di sbarco in Italia a navi umanitsrie che hanno operato un soccorso in acque internazionali, avvertendo tempestivamente le autorità italiane, e che si trovano pertanto in una zona soggetta alla giurisdizione italiana. Viola la legge chi invade le competenze di altri ministeri e della stessa magistratura, alla quale si ordina con arroganza di arrestare naufraghi incolpevoli, se non chi risulta scomodo perchè resiste ai diktat del ministero dell’intero e chiede un porto sicuro di sbarco in Italia. Eppure l’UNHCR, e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa avevano chiesto in diverse occasioni il sollecito sbarco dei naufraghi in Italia. Le decisioni interlocutorie sulla richiesta di misure d’urgenza da parte della Corte di Strasburgo non scalfiscono di un millimetro la fondatezza di quelle richieste.

Malta, la Tunisia o la Libia non sono alternative praticabili per garantire il completamento delle azioni di soccorso imposte nel Mediterraneo centrale dal diritto internazionale. Non si può andare alla ricerca di soluzioni di emergenza ad ogni azione di soccorso. la questione della distribuzione dei migranti richiedenti asilo va affrontata a livello europeo, ma dopo lo sbarco sollecito nel porto sicuro più vicino. Lo scorso gennaio la Tunisia ha rifiutato espressamente un porto di sbarco sicuro proprio in occasione di una operazione di ricerca e salvataggio condotta da Sea Watch 3.

Il governo di Malta non collabora con il governo italiano, in attività SAR, come avviene in base agli accordi bilaterali se intervengono navi militari o commerciali, quando i soccorsi sono operati dalle ONG. Lo chiarisce il rapporto della Guardia costiera italiana per il 2017. L’Italia, quando i naufraghi ricadono sotto la sua giurisdizione, non può continuare a sottrarsi ai doveri di cooperazione e di soccorso, che si completa soltanto con lo sbarco delle persone a terra.

4. Dopo le due decisioni della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che, sulla istanza di misure provvisorie, hanno negato alla SEA WATCH 3 il diritto allo sbarco in un porto sicuro, e soprattutto dopo il voto del Senato che ha “chiuso” il caso Diciotti dell’agosto del 2018, seguito dalla archiviazione per il premier Conte ed i ministri Toninelli e Di Maio, recentemente disposta dalla procura di Catania, l’asticella della gravità delle violazioni della Costituzione e delle leggi, oltre che delle Convenzioni internazionali, si è ancora alzata. Sembra ormai scontato che la difesa dei confini possa prevalere sui diritti fondamentali delle persone, anche sul diritto alla vita e sul diritto di chiedere asilo. La reiterazione di accuse infamanti contro le ONG, tacciate di nuovo di collusione con i trafficanti, producono devastanti effetti di assuefazione nell’opinione pubblica, tenuta dolosamente in uno stato di grave disinformazione, e cancellano di fatto la presunzione di innocenza sancita dall’art. 27 della Costituzione. Per fortuna la solidarietà non si arresta e gli atti di resstenza civile si moltiplicano, anche attraverso la raccolta di contribuzioni per sostenere chi subisce sanzoni ingiuste.

Lo stato di diritto, la democrazia in Italia rimangono però a rischio, ogni ora che passa il potere che si riconosce a livello mediatico al ministro dell’interno modifica la portata effettiva della carta costituzionale e ne svuota di fatto i principi di garanzia. Anche se lo sbarco dei naufraghi, come la lotta all’immigrazione irregolare, non si risolvono con lo schieramento della “forza pubblica”. Una serie di questioni che riguardano tutti i cittadini, non soltanto i migranti soccorsi dalle navi delle ONG.

La scelta della comandante della Sea Watch 3 di entrare nelle acque territoriali è una diretta conseguenza dele mancate decisioni dei Tribuali (prima il TAR Lazio, poi la Corte europea di Strasburgo) a fronte dello stato di necessità determinato dalla prolungata permanenza dei naufraghi a bordo di una nave piccola e priva degli spazi necessari per una loro dignitosa permanenza a bordo. Una nave soccorritirce è solo un place of safety temporaneo, ma non può essere trasformata in una prigione galleggiante. Una “disobbedienza civile” che in realtà si traduce in una piena obbedienza ai principi normativi sanciti dalla Carta Costituzionale e dalle Convenzioni Europee. Una scelta di umanità che non viola le leggi. Saremo accanto alla comandante di Sea Watch 3 ed a tutti gli operatori umanitari e comandanti di navi ancora oggi sotto inchiesta, dal sequestro della Juventa a Lampedusa il 3 agosto 2017, fino ai più recenti procedimenti penali che hanno riguardato Open Arms, la Mare Ionio di Mediterranea e la stessa Sea Watch 3.

Il ricatto all’Unione europea portera’ soltanto all’isolamento ed alla sconfitta sui dossier economici aperti con Bruxelles. La Commissione europea invita infatti l’Italia a fare sbarcare al più presto i naufraghi e ribadisce che qualsiasi soluzione sarà negoziabile dopo il loro sbarco a terra.

L’attuale governo italiano, anche in materia di immigrazione, ha perso qualsiasi credibilità in Europa. Il Regolamento Dublino III avrebbe potuto essere modificato già oggi, se la Lega non si fosse schierata contro le proposte di revisione faticosamente elaborate lo scorso anno, dopo che Salvini aveva disertato tutte le riunioni che ne preparavano un nuovo testo, con il superamento del criterio della competenza del paese di primo ingresso. Se il Regolamento Dublino III non è stato modificato dipende anche dalla netta opposizione dei partiti sovranisti europei ai quali la Lega cerca di avvicinarsi da tempo, peraltro con scarso successo. Con regole chiare di distribuzione dei migranti e dei richiedenti asilo stabilite a livello europeo, casi come quello della Sea Watch 3 e delle altre navi umanitarie non si ripeterebbero, ma il governo italiano non riesce ad andare oltre una sterile contrapposizione con la Commissione, il Consiglio ed il Parlamento Europeo. Forse qualcuno sperava che con le elezioni europee gli equilibri sarebbero cambiati in favore dei partiti sovranisti, ma così non è stato. Ed i leader dei partiti populisti europei sono più divisi che mai.

La determinazione della comandante della SEA WATCH 3 indicano come vanno rispettati i diritti umani e come sia possibile opporsi a chi, inventando emergenze che non esistono, governa in nome dell’odio e del rancore, attraverso la costruzione sistematica del nemico, ed applicando nei suoi confronti regole, adesso anche imposte con leggi come il Decreto sicurezza bis ( DL n.53/2019), che non rispettano i diritti umani e le garanzie costituzionali.

Sarà adesso decisiva la partita che si giocherà in Parlamento per l’approvazione del Decreto sicurezza bis ( D.L. n.53 del 2019). Vedremo chi sarà capace di fare opposizione, a partire dalla denuncia degli accordi infami con la Libia. Intanto i cittadini solidali hanno dato la loro risposta, al di là dei sondaggi commissionati dai grandi media, ed in poche ore è stata raccolta una somma superiore alle multe che potrebbero essere inflitte alla Sea Watch 3 per avere salvato naufraghi in mare ed averli poi sbarcati, in stato di necessità, in un porto sicuro.

Dopo che è rimasto inascoltato l’appello delle Nazioni Unite per un ripensamento sul decreto sicurezza bis e per la fine della criminalizzazione dei soccorsi operati dalle navi delle Organizzazioni non governative, Dunja Mijatovic, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha chiesto che alla “Sea Watch 3 sia indicato tempestivamente un porto sicuro che possa essere raggiunto rapidamente”. Il Commissario “preoccupato per l’atteggiamento del governo italiano nei confronti delle Ong”, ha aggiunto di essere “seriamente preoccupata per l’impatto che alcune parti del decreto sicurezza bis potrebbero avere sulla vita delle persone che necessitano di essere salvate in mare. Basta con la politica dei porti chiusi”

La politica di respingimento delegato alla sedicente guardia costiera “libica” e la chiusura dei porti europei, nei prossimi mesi estivi, potrebbero sfociare in vere e proprie stragi. Presto altre navi umanitarie torneranno a monitorare la rotta libica, anche per verificare come gli stati, che sono rimasti unici arbitri della vita ( e della morte) dei migranti in fuga dalla Libia, rispetteranno gli obblighi di soccorso che incombono loro.

La battaglia per la democrazia, non solo per la difesa dei naufraghi soccorsi dalle ONG si combatte ogni giorno, non solo sul molo di Lampedusa, ma nei tribunali nei quali si svolgono i processi, nelle aule parlamentari dove è già calendarizzato l’esame del decreto legge sicurezza bis, nei territori dove i cittadini vanno informati della reale portata dei fatti e delle norme che non garantiscono soltanto i diritti fondamentali dei migranti, ma che valgono a salvaguardare il carattere democratico dello stato e i diritti di libertà di ciascuno.


Secondo La Stampa ” sul caso Sea Watch, dopo la richiesta d’intervento alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, si aggiunge anche un esposto alla procura di Roma da parte del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, che esprime la sua preoccupazione per il deteriorarsi della situazione venuta a crearsi nelle acque internazionali ma pur sempre al confine della nostra frontiera italiana. Per questo, il Garante chiede nell’esposto, di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue autorità competenti non stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave e se ciò non configura fattispecie penalmente rilevanti.

Il Garante chiarisce che “non può nè intende intervenire su scelte politiche che esulano dalla propria stretta competenza. Tuttavia, è suo dovere agire per fare cessare eventuali violazioni della libertà personale, incompatibili con i diritti garantiti dalla nostra Carta, e che potrebbero fare incorrere il Paese in sanzioni in sede internazionale. In particolare, ribadisce che le persone e loro vite non possono mai divenire strumento di pressione in trattative e confronti tra Stati. Ritiene inoltre che la situazione in essere richieda la necessità di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue Autorità competenti, stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave”. Il Garante smonta poi la decisione della Corte europea basata sulla pretesa mancanza di giurisdizione dell’Italia. Infatti, “L’esercizio della giurisdizione italiana sull’imbarcazione sembra inoltre confermato dalla valutazione delle vulnerabilità delle persone a bordo a cui è stato permesso lo sbarco: non può essere però questa la sola via d’uscita dalla situazione presente che, a parere del Garante, sta degenerando”.

Il Garante ribadisce cosi’come “nel caso della Sea Watch 3, sia proprio il pur legittimo esercizio della sovranità da parte del nostro Paese a determinare giurisdizione e responsabilità nei confronti delle persone, incluso almeno un minore non accompagnato, bloccate in condizioni sempre più gravi al confine delle sue acque. Del resto, l’esercizio stesso del divieto e la sua attuazione implicano che il Paese garantisca l’effettività dei diritti derivanti dagli obblighi internazionali alle persone bloccate: di non essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti; di non essere rinviati in Paesi dove ciò possa avvenire; di avere la possibilità di ricorrere contro l’attuale situazione di fatto di non libertà davanti all’autorità giudiziaria; di richiedere protezione internazionale”.


Alcuni passaggi del documento adottato dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa

RECOMMENDATION
Council of Europe member states must assume more responsibility for rescuing migrants at sea and protecting their rights

STRASBOURG 18/06/2019

“European states’ approach to migration in the Mediterranean Sea has become much too focused on preventing refugees and migrants from reaching European shores, and too little on the humanitarian and human rights aspects. This approach is having tragic consequences”, said Dunja Mijatović, Council of Europe Commissioner for Human Rights, while releasing a Recommendation today which identifies the deficiencies of this approach, and aims at helping member states to reframe their response according to human rights standards.

“A number of states have adopted laws, policies and practices contrary to their legal obligations to ensure effective search and rescue operations, swift and safe disembarkation and treatment of rescued people, as well as the prevention of torture, inhumane or degrading treatment”, says the Commissioner.

“Whilst states have the right to control their borders and ensure security, they also have the duty to effectively protect the rights enshrined in maritime, human rights and refugee laws”, says the Commissioner.

The 35 recommendations contained in the paper aim to help all Council of Europe member states find the right balance between these imperatives. They articulate around five main subject areas: ensuring effective search and rescue coordination; guaranteeing the safe and timely disembarkation of rescued people; co-operating effectively with NGOs; preventing human rights violations while co-operating with third countries; and providing accessible safe and legal routes to Europe.

In particular, the Commissioner recommends that member states enhance the effective capacity and coordination of rescue operations in the Mediterranean Sea; ensure disembarkation only happens in safe places and without unnecessary delays; co-operate with NGOs involved in search and rescue operations, avoid stigmatising rhetoric against them and cease any acts of harassment; ensure transparency and accountability in any migration co-operation activities with third countries; and increase the participation in refugee resettlement programmes and expand other mechanisms that help create safe and legal routes.

“The urgency to act is evident. Since 2014 thousands of human beings have died in the Mediterranean Sea as they tried to reach a safe shore after fleeing war, persecution and poverty. Despite this, state search and rescue operations have been reduced; the European Union and individual European states continue to outsource border controls to third-countries with notorious human rights records; and the NGOs which filled the vacuum left by states’ disengagement in providing humanitarian assistance have been harassed with administrative and judicial proceedings.”

The Commissioner stresses that this situation is also the result of the long-standing inability of European states to share responsibility for search and rescue operations and the reception of refugees, asylum-seekers and migrants on land. “Undoubtedly, some coastal countries have been left alone in facing the challenges posed by the arrival of migrants at sea”, says the Commissioner. “However, this cannot justify measures that endanger the life and safety of human beings. The effective protection of the human rights of refugees, asylum seekers and migrants, on land and at sea, should always prevail over any political dilemma or uncertainty that the interaction of different legal regimes, practices and policies may cause”.


LA STAMPA – Pubblicato il 28/06/2019 ore 12:24 MASSIMO LUCE MILANO

Gli avvocati penalisti milanesi si offrono per difendere la capitana della Sea Watch Carola Rackete, indagata da ieri dalla Procura di Agrigento – per favoreggiamento dell’ immigrazione clandestina e violazione dell’art. 1099 del codice della navigazione che punisce il comandante che non obbedisce all’ordine di una nave da guerra – e scrivono una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella come “garante della Costituzione” chiedendo un suo intervento “nel momento in cui vengono a gran voce reclamati interventi che violano principi fondamentali, norme positive e non solo…”

Secondo i penalisti il fatto che la capitana sia stata indagata e il ministro degli Interni ne chieda che venga perseguita, è una decisione che va contro ogni regola: “Non c’è alcun crimine da perseguire – scrivono nella lettera al Presidente- anzi vi sono crimini contro i diritti degli ultimi e il buon senso da scongiurare”. Il Presidente della Repubblica, secondo i penalisti milanesi, “può invitare tutti alla stretta osservanza della Costituzione” con particolare riferimento all’articolo 2, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. Per il direttivo della Camera Penale, la comandante della Sea Watch, “ha fatto solo ciò che ogni comandante di naviglio deve fare seguendo le regole del diritto internazionale e quelle del mare,scritte e non: ha prestato soccorso a dei naufraghi allo stremo delle forze e in balia del destino oltre che delle onde”. Le “vite di 42 esseri umani sono più importanti di qualsiasi gioco politico perchè quelle esistenze in vita sono da noi tutelate attraverso un insuperabile parametro costituzionale e non è, pertanto, immaginabile che vi sia una legge superiore che consenta di sacrificarle o metterle ulteriormente a repentaglio”.


Tripoli non è un porto sicuro”

Per le convenzioni internazionali

Roma, 28 giu. (askanews) – “Non è colpa mia se non cambio posizione, ma Tripoli non è un porto sicuro e non sono io a dirlo, ma le convenzioni internazionali”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, nella conferenza stampa tenuta alla Farnesina con il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salamé, al termine di una riunione alla quale hanno preso parte anche i rappresentanti di Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Francia e Gran Bretagna.