La Corte Europea di Strasburgo respinge i diritti dell’Uomo e abbandona la Sea Watch 3 in alto mare. Il dovere della disobbedienza.

di Fulvio Vassallo Paleologo

Aggiornamento alle ore 20 di mercoledi’ 26 giugno. Seguiranno qui altri aggiornamenti.

Dalla pagina FB dell’Unione Forense per i diritti umani

La #Corteeuropea ha ritenuto non sussistenti i presupposti per ordinare al Governo italiano l’esecuzione della misura provvisoria con la quale veniva richiesto lo sbarco dei migranti imbarcati sulla #SeaWatch3.

«E’ una posizione molto cauta quella adottata dalla Corte EDU» ragiona l’avvocato Anton Giulio Lana, presidente dell’Unione Forense per i Diritti Umani. Di più: «E’ verosimile che la stessa Corte risenta di un clima europeo profondamente cambiato rispetto a quando, fino ad alcuni anni fa, la sensibilità su questi temi era completamente diversa».

Nel frattempo la capitana dell’imbarcazione ha forzato il divieto ed è entrata in acque italiane. Si attende in serata l’attracco della nave a #Lampedusa.

SEA WATCH 3 ENTRA NELĹE ACQUE TERRITORIALI E DIRIGE VERSO IL PORTO DI LAMPEDUSA.umani.

MATTEO SALVINI : “Mi hanno rotto le palle” http://fanpa.ge/DbRwJ

SALVINI : “Pagherà sino in fondo” http://tisca.li/2Hu

La voce di Carola, comandante della Sea Watch 3

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/06/26/news/sea-watch_3_carola-229665510/?ref=RHPPLF-BL-I229666996-C8-P1-S1.8-T1

https://www.huffingtonpost.it/entry/e-una-sbruffoncella-che-fa-politica-salvini-attacca-la-capitana-di-sea-watch_it_5d1368bfe4b0aa375f56bb14?ncid=other_facebook_eucluwzme5k&utm_campaign=share_facebook

https://www.huffingtonpost.it/entry/ue-in-contatto-con-gli-stati-membri-per-ricollocare-i-migranti-della-sea-watch-dopo-lo-sbarco_it_5d1356a4e4b0aa375f567195?ncid=other_facebook_eucluwzme5k&utm_campaign=share_facebook

https://www.huffingtonpost.it/entry/cosi-neanche-in-galera_it_5d13642ae4b0aa375f56ad20?ncid=other_facebook_eucluwzme5k&utm_campaign=share_facebook

https://www.ilmessaggero.it/italia/sea_watch_comandante_conversazione_lampedusa-4582130.html

https://www.ilsole24ore.com/art/migranti-sbarchi-fantasma-valgono-come-31-sea-watch-ma-nessuno-ne-parla-ACl4snU

https://www.globalist.it/news/2019/06/26/la-sea-watch-e-a-lampedusa-carabinieri-sul-molo-salvini-vuole-arrestare-tutti-2043440.html


Sea-watch, la nota dei legali —- ASGI
26/06/2019 Asilo / Protezione internazionale, Crisi umanitaria, Libia
Diffondiamo la nota dei legali della Sea -Watch condividendone i contenuti e ribadendo nuovamente la necessità di garantire il rispetto delle normative nazionali ed internazionali a tutela delle persone a bordo ed in particolare, al momento dello sbarco, di un’adeguata prima accoglienza, in luoghi idonei, ove possano ricevere assistenza medica e di prima necessità .

Esprimiamo profondo sconcerto per la decisione della Corte EDU, che oggi (il 25 giugno ndr) ha deciso di non ordinare allo Stato italiano di adottare nessuna delle misure d’urgenza richieste per le persone che si trovano a bordo della SW3. Tali misure, viceversa, apparivano ed appaiono tuttora necessarie per la tutela dei diritti fondamentali dei ricorrenti.

Da ormai 13 giorni le persone soccorse da Sea Watch 3, tutte provenienti dalla Libia con un vissuto personale che richiede immediata tutela e protezione, sono bloccate – in condizioni estremamente precarie – a causa del comportamento ostile del governo italiano. Secondo la decisione della Corte il trattamento subito dai ricorrenti non raggiunge un tale livello di lesività della loro dignità personale da poter essere oggetto di una misura cautelare ex art. 39.

Ricordiamo che per la nave Sea Watch 3 l’unico luogo di sbarco indicato a fronte di richieste fatte anche a Italia, Malta e Olanda è stato il porto di Tripoli. Le autorità italiane hanno più volte invitato la nave a conformarsi alle indicazioni libiche, così di fatto auspicandosi il respingimento di tutti i naufraghi in un paese attraversato da una guerra civile e dal quale questi fuggivano per mettersi in salvo dalla detenzione e dalle torture.

Il Governo ha poi messo in campo un complesso dispositivo normativo e politico costruito per determinare l’attuale condizione di blocco e che sta provocando gravissime violazioni dei diritti dei naufraghi, ai quali il diritto del mare e il diritto dei diritti umani assicurerebbero lo sbarco in un luogo sicuro e nel più rapido tempo possibile.

Quanto alla Corte, da un lato ha deciso di non intervenire in questa situazione mettendo in dubbio – ma non espressamente negando – la responsabilità italiana in relazione a tutta la vicenda, allo stesso tempo la Corte auspica inspiegabilmente che lo stato italiano assicuri l’assistenza necessaria a tutte le persone vulnerabili per età o stato di salute. Peraltro, tale appello alla responsabilità volontaria dell’Italia sembra totalmente esulare dalle possibilità di decisione spettanti alla Corte.

Riteniamo questa decisione contraddittoria e, soprattutto, problematica dal punto di vista dell’effettività della tutela dei diritti fondamentali e della dignità dell’uomo che attualmente non sono garantiti e anzi fortemente degradati.

Torniamo a ribadire con forza che se l’Italia è comunque tenuta a garantire assistenza a tutte le persone vulnerabili, così come auspicato dalla stessa Corte, allora questo non può che significare l’urgente necessità per tutti e tutte di sbarcare nel porto più vicino poiché tutti e tutte loro alla luce dei trascorsi in Libia, aggravati dall’esperienza degli ultimi 13 giorni, hanno l’immediata necessità di raggiungere terra e di esercitare i loro diritti anche alla luce delle norme sulla protezione internazionale.

Nota dei legali di Sea-Watch


Italy: End Curbs on Rescue at Sea –

da Human Rights Watch

Rome Should Not Prosecute NGO Ship Captain

(Milan) – Italy’s deliberate, inhumane policy of stranding migrants and asylum seekers on rescue ships puts all on board at risk and highlights Europe’s wider failure on migration in the Central Mediterranean, Human Rights Watch said today.

Two weeks after rescuing over 50 people off the coast of Libya, the rescue ship Sea Watch 3, a nongovernmental organization (NGO) boat, is defying Italy’s refusal to let the vessel enter Italian waters. T

he ship’s captain rightly ignored instructions to return the people to Libya since it is not safe. European governments and institutions have been largely silent.

“Having stranded people at sea for weeks, Italy should not compound that abuse by prosecuting the Sea Watch captain for the vessel’s life-saving efforts,” said Judith Sunderland, associate Europe and Central Asia director at Human Rights Watch. “It’s high time that European Union institutions and members started looking at their own responsibility for a heartless policy that would rather see people die at sea or tortured in Libya than delivered to safety in Europe.”

Since June 2018, Italy’s deputy prime minister and interior minister Matteo Salvini has effectively denied or delayed letting rescued people disembark in the country, leading to numerous similar stand-offs. However, this is the first time Italian authorities have applied a new decree, in effect since June 15, that allows the interior minister to deny entry to Italian territorial waters on public order grounds. Ships who disobey the order face fines up to 50,000 euros and seizure of the ship in case of repeated offense.

The European Commission should put Italy on notice that it is examining whether the decree breaches Italy’s obligations under EU law, Human Rights Watch said. The measure arguably contravenes the Asylum Procedures directive, the Schengen Border Code, and the Charter of Fundamental Rights. Although the Italian parliament has 60 days to approve the decree, it already has the force of law and is having a direct impact on the lives of people concerned.

EU countries should also urgently agree on a mechanism that would ensure predictable disembarkation within a reasonable time to avoid these unnecessary stand-offs at sea, Human Rights Watch said. Any agreement should include provisions for sharing responsibility for disembarked people among EU countries.

In this most recent stand-off, the Sea Watch 3 rescued 53 people from a rubber dinghy roughly 47 miles off the Libyan city of Zawiya on June 12. According to the organization, they alerted Italy, Malta, Libya, and The Netherlands (the ship’s flag state). Libyan authorities assumed coordination of the rescue operation, but according to Sea Watch, a Libyan coast guard boat arrived only after the organization had completed transfers of people from the rubber dinghy to their ship.

When Sea Watch requested all four authorities to assign a safe port for disembarkation, only Libya replied and instructed the ship to disembark in Tripoli. Refusing to take people to Libya on the grounds that it is not a safe place under the terms of international law, the Sea Watch 3 captain headed towards Lampedusa as the closest safe port.

While Italy evacuated 11 people off the ship to Lampedusa, it refused to allow the Sea Watch 3 to even enter Italian territorial waters. Forty-two people, including six women and three unaccompanied children, remain on board.

The European Court of Human Rights, responding to an urgent filing on behalf of the rescued persons on board Sea Watch 3asked Italy to “continue to provide all necessary assistance,” but failed to explicitly decline to order Italy to allow disembarkation. The Court adopted a similar position in January in a case also involving a Sea Watch ship, arguing both times there was no risk of irreparable harm.

There is mounting international concern over Salvini’s closed ports policy and the wider impact of EU policy on the human rights situation in the Central Mediterranean. Six United Nations (UN) experts recently called on Italian authorities to “stop endangering the lives of migrants, including asylum seekers and victims of trafficking in persons, by invoking the fight against traffickers. This approach is misleading and is not in line with both general international law and international human rights law.” UN High Commissioner for Human Rights Michele Bachelet said measures that criminalize humanitarian assistance to migrants and refugees, including those targeting sea rescues, “violate ancient and precious values that are common to us all, by penalizing compassion.”

Council of Europe Commissioner for Human Rights Dunja Mijatović issued a report on June 18 urging European countries to “ensure disembarkation only happens in safe places and without unnecessary delays,” as well as cooperate with rescue NGOs and “cease any acts of harassment.” The head of the Organization for Security and Co-operation’s Human Rights office has also criticized “judicial harassment and criminalization, smear campaigns, threats and even attacks” against organizations and individuals defending the rights of migrants and refugees.

Libya is a main hub for migrants and asylum seekers who attempt to reach European shores by sea. As a matter of policy and practice, Libyan forces take people they rescue or intercept at sea to Libya, where they face arbitrary detention in abysmal conditions and a well-documented risk of serious abuse, including forced labor, torture, and sexual violence. The UN has repeatedly emphasized that Libya is not a safe place to take people rescued at sea. Concerns about the dangers posed to those returned to Libya have been heightened as fighting rages around Tripoli among rival militia factions, putting detainees in detention centers there at further risk.

The law of the sea governing rescue operations imposes obligations on shipmasters to respond to situations of distress at sea and to take the people rescued to a safe place, which should be understood to mean a place where people would not face persecution or risk of torture, cruel, inhuman, or degrading treatment. The European Union Charter of Fundamental Rightsguarantees the right to asylum.

“It’s an upside-down world if the cost of a ship’s captain bringing people to safety on shore is breaking unjust laws and risking a massive fine,” Sunderland said. “Fundamental rights and compassion for those fleeing harm should prevail.


ARTICOLO ORIGINALE POSTATO IL 25 GIUGNO

1.Come scrive l’Avvenire “La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha respinto la richiesta avanzata dalla nave Sea Watch 3 affinché siano adottate “misure provvisorie” che consentano l’approdo sulla terraferma delle 42 persone migranti, a bordo della nave da 13 giorni. Nessuna misura provvisoria, dunque. La conferma è arrivata dalla stessa Cedu. Immediato il commento del ministro dell’Interno Salvini: «Anche Strasburgo ci dà ragione, porti chiusi». La Cedu, nella sua decisione, fa sapere che “conta sulle autorità italiane affinché continuino a fornire l’assistenza necessaria alle persone a bordo di Sea Watch 3, che sono vulnerabili a causa della loro età o delle loro condizioni di salute”. Forse a Strasburgo ritengono che la Sea Watch 3 possa diventare una prigione galleggiante se non un “place of safety” a tempo indeterminato. Verso quale porto dovrebbe fare adesso rotta, secondo i giudici europei ? Verso Tripoli, come ritiene Salvini? Che senso ha richiamare il superiore interesse del mjnore non accompagnato, e ordinare la nomina di un tutore, come sembra suggerisca il giudice di Strasburgo, se poi non si garantisce lo sbarco piu’ sollecito possibile a terra in un porto davvero “sicuro”?

La decisione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, un atto di “ignavia”, se non peggio, che si ricordi bene, riguarda solo la misura cautelare ( ordine di ingresso in porto) richiesta dal comandante della nave e da alcuni naufraghi. Nonostante questa elementare considerazione, che i grandi media nascondono, sta avendo un impatto enorme sull’opinione pubblica ed alimenta l’arroganza del ministro dell’interno italiano che rilancia la sua sfida ai diritti umani ed ai cittadini solidali. Dietro la decisione dei “porti chiusi”, frutto anche degli accordi e dei codici di condotta del precedente governo, si agglomera una massa di italiani che sfoga il suo odio e la sua frustrazione contro qualche decina di persone, “colpevoli” di non essere rimaste sotto tortura nei lager libici o di non essere annegati in alto mare. Perchè questo significa delegare alla sedicente Guardia costiera libica le operazioni di soccorso/intercettazione in quella che è definita come SAR libica, dal 28 giugno 2018, ma di fatto è ancora controllata dalle autorità italiane ed europee, come ha rilevato anche la magistratura italiana.

Osserva Vittorio Alessandro, gia’ contrammiraglio della Guardia costiera, “Il respingimento del ricorso #SeaWatch alla #CEDU, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, legittima il divieto di concludere il soccorso non solo in Italia, ma in qualunque altro porto europeo che neghi l’accosto, compreso quello di bandiera (comunque, un eventuale viaggio in Olanda iniziato 13 giorni fa su rotte impossibili e con 54 persone a bordo, compresi donne, bambini e malati, non sarebbe ancora concluso).
Con l’assenso della Corte, dunque, la nave dovrà rimanere in alto mare fino a quando tutte le persone, via via, necessiteranno di intervento sanitario urgente. Questo è il verdetto, e vedremo chi si permetterà di raccogliere migranti dal mare, ora”.

La Corte europea di Strasburgo “respinge” così i diritti umani, e reitera una decisione interlocutoria, dopo il diniego già comunicato alla Sea Watch 3 quando il ministro dell’interno aveva bloccato la nave in rada a Siracusa, lo scorso gennaio. Anche se, in quell’occasione, le procure di Siracusa e di Catania non avevano trovato nulla da eccepire sul comportamento degli operatori umanitari ed alla fine i naufraghi erano stati fatti scendere a terra. Adesso invece, la stessa magistratura inquirente di Catania, nel provvedimento di archiviazione delle indagini per quel caso di omessa indicazione di un porto di sbarco sicuro, sembra adombrare comportamenti censurabili da parte della ONG, che avrebbe agito “in autonomia”, con una connotazione di possibile illiceità che cinque mesi fa non aveva rilevato. Posiamo prevedere cosa succederà quando il comandante della Sea Watch 3 sarà costretto ad entrare nelle acque territoriali italiane, una selva di denunce ed il sequestro, poi la confisca della nave. Ma la vita umana vale di più.

Lo scorso gennaio il governo italiano ha spacciato la procedura a Strasburgo come una iniziativa per dimostrare che la competenza esclusiva nel ricevere le persone sbarcate dalla Sea Watch fosse del governo olandese, linea difensiva che è stata sconfitta, nel senso che la Corte europea, nei limiti della sua decisione interinale, non aveva accolto quanto proposto da Palazzo Chigi. Si era cercato allora di accreditare l’idea che fosse stato il governo ad adire la Corte di Strasburgo per ottenere il riconoscimento della giurisdizione dell’Olanda sui migranti a bordo della Sea Watch, quando invece era proprio lo stesso governo italiano chiamato in causa dal comandante e dal capomissione della nave, davanti ai giudici europei, per chiedere misure urgenti contro la chiusura dei porti e per le tante omissioni di atti dovuti, anche con riferimento a numerosi minori stranieri non accompagnati.

Non sembra possibile ritenere ancora oggi che l’Olanda o Malta abbiano una qualche giurisdizione sui naufraghi a bordo della Sea Watch 3. E’ nota la posizione di Malta, che non ha firmato gli emendamenti apportati nel 2004 alle Convenzioni SAR e Solas, e dunque non garantisce porti di sbarco sicuri ai naufraghi soccorsi all’interno della sua vastissima zona SAR. Si doveva quindi rispettare la posizione di diverse agenzie delle Nazioni Unite e della Commissione Europea, che escludono che la Libia, o qualsiasi entità territoriale nella quale ormai risulta frammentata, possa garantire un “place of safety.

2. Quanto deciso adesso dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo va in contrasto con la chiara posizione rappresentata appena pochi giorni fa dal Commissario per i diritti umani dello stesso Consiglio d’Europa. Dopo l’entrata in vigore, in Italia, del c.d. decreto sicurezza-bis, e dall’immediata adozione del primo “divieto ministeriale di ingresso” nelle acque territoriali italiane ai sensi del nuovo art. 11, co. 1-ter T.U. imm. il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, organo indipendente attualmente rappresentato dalla bosniaca Dunja Mijatović, aveva emanato una raccomandazione dall’eloquente titolo Lives Saved. Rights protected. Bridging the protection gap for refugees and migrants in the Mediterranean (ZIRULIA,DPC).

“Nel documento si sottolinea che “il primo RCC (Centrale di coordinamento) contattato, anche se l’emergenza è avvenuta al di fuori della sua SRR (Zona SAR), mantiene la responsabilità dell’evento finché sia accertato che l’RCC competente per quella regione, o altro RCC, abbia dichiarato di assumere il coordinamento e si sia effettivamente attivato in tal senso (p. 20)”. La Centrale operativa della guardia costiera italiana rimane dunque responsabile dell’operazione SAR, e per essa il ministero dell’interno che ne stabilisce le linee di azione, fino a quando non sia accertato che i naufraghi siano stati presi in carico da un paese che garantisca un porto sicuro di sbarco. E dunque “non è giustificabile la prassi degli Stati membri del Consiglio d’Europa consistente nel tentare di dirottare le richieste d’aiuto proveniente dalla SRR libica sul JRCC di quel paese; al contrario, deve ritenersi che il diritto internazionale determini il radicamento ed il mantenimento della responsabilità in capo agli stessi RCC continentali”. Indicazione queste che risultano in netto contrasto con le più recenti Direttive/diffide adottate dal ministro dell’interno italiano nei confronti delle poche ONG ancora operative nel Mediterraneo centrale, malgrado una raffica di denunce e di sequestri.”

Adesso la decisione interlocutoria della Corte Europea dei diriti dell’Uomo si limita a richiedere alle autorità italiane l’assistenza medica essenziale ma esclude l’obbligo di fornire il porto di sbarco perchè la Sea Watch 3 si troverebbe fuori dalla giurisdizione italiana. Ma allora sotto qual giurisdizione si ritrovano le persone a bordo della nave, naufraghi ed equipaggio, forse sotto quella delle autorità di Tripoli nella cui zona SAR (ricerca e salvataggio) si è verificato il soccorso ?

Si ricorda quanto affermato nel 2012 dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi,“… gli allontanamenti di stranieri eseguiti nell’ambito di intercettazioni in alto mare da parte delle autorità di uno Stato e nell’esercizio dei pubblici poteri, e che producono l’effetto di impedire ai migranti di raggiungere le frontiere dello Stato, o addirittura di respingerli verso un altro Stato, costituiscono un esercizio della loro giurisdizione ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione, che impegna la responsabilità dello Stato in questione sul piano dell’articolo 4 del Protocollo n. 4”. Tale articolo stabilisce che “Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate” (§ 159)

Secondo l’UNHCR, ” in mare non è possibile una valutazione formale dello status di rifugiato o di richiedente asilo (in virtù del Protocollo di Palermo del 2000 contro la tratta di migranti; del Reg. EU 2014/656 per le operazioni Frontex; del d.lgs 286/’98 – T.U. immigrazione e del Decreto Ministeriale 14 luglio 2003). Tutte le imbarcazioni coinvolte in operazioni SAR hanno come priorità il soccorso e il trasporto nel piu’ breve tempo possibile in un “luogo sicuro” dei migranti raccolti in mare. Le azioni di soccorso prescindono dunque dallo status giuridico delle persone. Tutte le imbarcazioni che partono dalla Libia in condizioni di sovraccarico e senza dotazioni di sicurezza si trovano in una situazione di distress e dunque vanno soccorse immediatamente, senza attendere trattative tra stati o l’arrivo di motovedette libiche che neppure garantiscono la conclusione dell’operazione SAR in un porto sicuro.

In precedenza, la portavoce della Commissione Europea Nathasha Berhaud, ancora prima della denuncia di un gruppo di giuristi al Tribunale penale internazionale, aveva escluso che la Libia, nelle sue diverse articolazioni territoriali, potesse essere considerata come un luogo sicuro di sbarco. Che la Libia non garantisca porti sicuri di sbarco lo afferma anche una recente sentenza del Tribunale di Trapani, che va attentamente considerata per cogliere la illegittimità degli ordini ipartiti dal ministero dell’interno alle ONG, ed i conseguenti divieti di ingresso.

Una dimostrazione da parte della Corte Europea , il rifiuto di ordinare al governo italiano lo sbarco dei naufraghi della Sea Watch 3, e non è la prima, della capacità dei governi di condizionare le decisioni dei giudici di Strasburgo quando è in gioco la politica delle frontiere e si tratta di ammettere persone richiedenti asilo in territorio europeo. Del resto basta pensare ai meccanismi di nomina dei giudici, ormai di nomina governativa, anche con riferimento al caso italiano, per cogliere come l’indipendenza rispetto ai dettati dei governi sia ormai un ricordo lontano. Scorrendo la giurisprudenza più recente della Corte di Strasburgo, dal respingimento dei ricorsi dei migranti intrappolati in Grecia, fino allo svuotamento di importanti sentenze che avevano sanzionato respingimenti collettivi e detenzione arbitraria, la Corte dimostra una pericolosa flessione che ne rende sempre più evanescente il potere di controllo nei confronti delle scelte dei governi.

Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di un governo, peggio di un singolo mnistro, di far approdare la nave in un place of safety in Italia comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo, e viola dunque il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU e dall’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. L’invito a fare rotta verso un’altro stato (ad esempio Malta o la Tunisia), rivolto ad una nave che ha effettuato un soccorso in acque internazionali e che si trova all’interno della zona contigua alle acque territoriali di un paese, quindi già sottoposta ad una giurisdizione nazionale, viola il diritto internazionale ( in particolare l’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”) e priva le persone dei diritti di chiedere asilo e di fare valere una difesa effettiva, sanciti dagli articoli 10 e 24 della Costituzione italiana.

La conandante della Sea Watch 3 non aveva e non ha alternative per lo sbarco dei naufraghi, al di la’ delle procedure seguite finora, in conformità alle regole del diritto internazionale sui soccorsi in mare. Lo scorso gennaio la Tunisia ha rifiutato espressamente un porto di sbarco sicuro proprio in occasione di una operazione di ricerca e salvataggio condotta da Sea Watch 3. Il governo di Malta non collabora con il governo italiano, in attivita SAR, come avviene in base agli accordi bilaterali, quando i soccorsi non sono operati dalle ONG.

Dopo il respingimento della richiesta di misure cautelari, il ricorso presentato dai legali della Sea Watch 3 sarà esaminato nel merito, con i tempi, misurabili in anni, che i giudizi della Corte ormai richiedono. Troppo per garantire una tutela effettiva ai naufraghi sequestrati per ordine del ministro dell’interno a bordo di una nave alla quale non si vuole assegnare un porto sicuro di sbarco.

3. Le motivazioni addotte dalla Corte di Strasburgo per respingere le misure cautelari ( ordine di sbarco in un porto sicuro) richieste dal team legale di Sea Watch sono in contrasto con la precedente giurisprudenza della Corte in materia di respingimenti alla frontiera o in acque internazionali, , e con quanto rappresentato negli ultimi mesi dall’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’UNHCR a livello internazionale e dalla sua rappresentanza italiana, dagli avvocati internazionali che hanno denunciato l’Italia e l’Unione Europea alla Corte penale internazionale.

Non crediamo dunque che ci si possa limitare a ritenere questa ultima decisione della Corte europea inquadrabile in un “consolidato orientamento restrittivo in materia di misure provvisorie” da parte dei giudici di Strasburgo. Quando la Corte rileva che la Sea Watch 3 si trova al di fuori delle acque terrritoriali italiane arriva di fatto a negare la guurisdizione italiana, e dunque, sembrerebbe, anche la propria. Eppure poi la stessa Corte si contraddice affermando che l’Italia e’ tenuta a fornire assistenza medica ed a garantire i minori non accompagnati, che, come e’ noto, non possono essere respinti in frontiera.

Nessuna persona puo’ essere sottratta ad una qualsiasi giurisdizione, anche se si trova fuori dai confini di un determinato stato, pena la cancellazione dei suoi diritti fondamentali, eppure e’ proprio questo il risultato che i giudici di Strasburgo hanno garantito al governo italiano ed a Salvini in particolare.

Non è vero che la Sea Watch 3 in questi 12 giorni di blocco al largo delle coste di Lampedusa, in quella che è definita come “zona contigua” alle acque territoriali, si sia trovata o si trovi ancora fuori dalla giurisdizione italiana, e dunque europea. Se così fosse stato peraltro, la Corte avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso. Se la Guardia di finanze notifica un provvedimento di diffida ad entrare nelle acque territoriali italiane ad una imbarcazione privata carica di naufraghi, che si trova già nella zona contigua (12-24 miglia dalla costa) non viene dunque esclusa la giurisdizione italiana e in capo allo stato costiero si conferma la responsabilità di indicare un porto sicuro di sbarco. In base all’art. 10 del Testo Unico sull’immigrazione n.286 del 1998, i naufraghi potranno essere espulsi o respinti soltanto una volta condotti a terra, con le procedure (Hotspot) previste dall’art. 10 ter dello stesso Testo Unico, sempre che non siano richiedenti protezione o ricorrano altre cause di inespellibilità. Non è del resto possibile che le regole internazionali sui soccorsi in mare e sul diritto di asilo vengano applicate in modo diverso a seconda della bandiera della nave soccorritrice, o della sua appartenenza ad una Organizzazione non governativa. Non è neppure possibile che ad ogni evento di soccorso in acque internazionali si apra una contrattazione politica con altri paesi europei, per garantire un luogo sicuro di sbarco o un trasferimento verso paesi diversi dallo stato costiero.

L’Olanda aveva spiegato già cinque mesi fa, in una dichiarazione inviata all’Adnkronos, il suo rifiuto, dicendosi disposta “a mostrare solidarietà” solo se si raggiunge una “soluzione strutturale” che consenta “in seguito allo sbarco” di “rifiutare e rispedire indietro immediatamente dopo l’arrivo alla frontiera esterna europea” i migranti che “non hanno diritto alla protezione internazionale”. Cosi il governo olandese, spiegava il suo “no” “alla richiesta italiana di prendere in carico i migranti” che si trovavano a bordo della Sea Watch, che batte bandiera olandese. “I Paesi Bassi sono a favore di una soluzione strutturale tramite la quale, immediatamente in seguito allo sbarco, venga fatta distinzione tra coloro i quali hanno diritto alla protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto – proseguiva la dichiarazione – Solo nel caso in cui una tale soluzione strutturale sia effettivamente applicata, i Paesi bassi sono disposti a mostrare solidarietà e contribuire allo sbarco e, per gli aventi diritto alla protezione, al ricollocamento”. Nella dichiarazione si ribadiva poi che il governo dell’Aja non riteneva di avere responsabilità nei confronti della Sea Watch: “I Paesi Bassi, in quanto Stato di bandiera, non sono obbligati” a prendere parte a quelle che vengono definite “misure ad hoc con riguardo allo sbarco” a cui l’Aja si rifiuta comunque di partecipare in assenza di “una concreta prospettiva” della soluzione strutturale auspicata. “E’ compito del capitano della Sea Watch 3 trovare un porto sicuro nelle vicinanze per sbarcare i 47 migranti da lui presi a bordo”, concludeva la nota olandese.

L’intero sistema dei soccorsi in mare non potrebbe del resto funzionare se si dovesse riconoscere il diritto dello stato costiero di “scaricare” sullo stato di bandiera, magari dall’altra parte del globo, la responsabilità per la indicazione del luogo di sbarco. Anche per l’incertezza derivante da siffatti criteri di responsabilità, quando l’armatore sia di un paese diverso da quello di bandiera della nave. Nel caso Women on Waves c. Portogallo, la Corte europea dei diritti dell’Uomo ha riconosciuto la violazione dell’art. 10 derivante dal divieto di accesso al mare territoriale imposto dalle autorità portoghesi alla nave olandese Borndiep, ritenendo (sia pure) implicitamente che tale divieto costituisse un esercizio di giurisdizione ai sensi dell’art. 1 della Convenzione (§ 22 della sentenza del 3 febbraio 2009). 

L’inserimento delle Convenzioni internazionali di diritto del mare, alla luce del diritto umanitario, all’interno dei Regolamenti europei n.656 del 2014 e n. 1624 del 2016, relativi all’agenzia FRONTEX ed alla nuova Guardia costiera europea, accrescono il carattere vincolante degli obblighi di soccorso a carico degli stati ed aprono la possibilità di una serie di ricorsi in via pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, se non all’intervento della Commissione che potrebbe aprire una procedura di infrazione.

4. La partita tra la vita e la morte, alla vigilia di un estate di abbandono in mare e di stragi si gioca adesso in Italia, qui e subito. Innanztutto sul terreno della disobbedienza civile, che diventa obbedienza costituzionale, come si è già sperimentato con il primo decreto sicurezza ( Legge n.132/2018). Obbedienza costituzionale significherà anche battersi nei territori e nelle aule di giustizia perchè i diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita ed alla protezione, riconosciuti dalle Convenzioni internazionali, trovino un riconoscimento effettivo.

Secondo La Stampa ” sul caso Sea Watch, dopo la richiesta d’intervento alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, si aggiunge anche un esposto alla procura di Roma da parte del presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, che esprime la sua preoccupazione per il deteriorarsi della situazione venuta a crearsi nelle acque internazionali ma pur sempre al confine della nostra frontiera italiana. Per questo, il Garante chiede nell’esposto, di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue autorità competenti non stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave e se ciò non configura fattispecie penalmente rilevanti.

Il Garante chiarisce che “non può nè intende intervenire su scelte politiche che esulano dalla propria stretta competenza. Tuttavia, è suo dovere agire per fare cessare eventuali violazioni della libertà personale, incompatibili con i diritti garantiti dalla nostra Carta, e che potrebbero fare incorrere il Paese in sanzioni in sede internazionale. In particolare, ribadisce che le persone e loro vite non possono mai divenire strumento di pressione in trattative e confronti tra Stati. Ritiene inoltre che la situazione in essere richieda la necessità di verificare se lo Stato italiano, attraverso le sue Autorità competenti, stia integrando una violazione dei diritti delle persone trattenute a bordo della nave”. Il Garante smonta poi la decisione della Corte europea basata sulla pretesa mancanza di giurisdizione dell’Italia. Infatti, “L’esercizio della giurisdizione italiana sull’imbarcazione sembra inoltre confermato dalla valutazione delle vulnerabilità delle persone a bordo a cui è stato permesso lo sbarco: non può essere però questa la sola via d’uscita dalla situazione presente che, a parere del Garante, sta degenerando”.

Il Garante ribadisce cosi’come “nel caso della Sea Watch 3, sia proprio il pur legittimo esercizio della sovranità da parte del nostro Paese a determinare giurisdizione e responsabilità nei confronti delle persone, incluso almeno un minore non accompagnato, bloccate in condizioni sempre più gravi al confine delle sue acque. Del resto, l’esercizio stesso del divieto e la sua attuazione implicano che il Paese garantisca l’effettività dei diritti derivanti dagli obblighi internazionali alle persone bloccate: di non essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti; di non essere rinviati in Paesi dove ciò possa avvenire; di avere la possibilità di ricorrere contro l’attuale situazione di fatto di non libertà davanti all’autorità giudiziaria; di richiedere protezione internazionale”.

Dobbiamo difendere lo stato di diritto e dimostrare anche ai giudici di Strasburgo che il governo italiano non si può sottrarre alla giurisdizione, nè in mare, nè in quesgli spazi al di fuori del diritto che sono i centri Hotspot ed i Centri per i rimpatri (CPR). Ovunque ci si dovrà battere contro la proliferazione di prassi operative e di strutture che violano le garanzie previste dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali in materia di libertà personale e di diritti fondamentali che vanno riconosciuti alla persona indipendentemente dalla sua condizione giuridica.

Occorrerà poi stringersi accanto a tutti gli operatori umanitari ed ai cittadini solidali che saranno perseguiti con processi nei quali si vuole soltanto criminalizzare la solidarietà. Si deve battere la rimozione e la disinformazione che spesso diventa calunnia. Come stiamo sperimentando dal 2017 per il processo scaturito a Trapani, dopo il sequestro della nave umanitaria Juventa, a Lampedusa, e come siamo costretti a vedere ripetersi nei procedimenti penali ancora aperti contro operatori e comandanti di navi delle ONG, la Open Arms, a Ragusa, la Mare Jonio di Mediterranea ad Agrigento, la Sea Watch ancora ad Agrigento, la Aquarius a Catania.

Nel caso Cap Anamur la causa di giustificazione indicata dal tribunale di Agrigento quale elemento fondante la sentenza di assoluzione, veniva identificata nell’art. 51, comma 1 c.p. ( nell’“adempimento di un dovere imposto da una norma di diritto internazionale”). Secondo i giudici agrigentini, l’operatività della scriminante in oggetto muove dal riconoscimento del dato oggettivo del soccorso compiuto ed è fondata, sotto il profilo normativo, da una lettura costituzionalmente orientata della locuzione “dovere imposto da una norma giuridica” della norma, trattandosi non solo di precetti codificati nella normativa nazionale, ma anche in quella internazionale, cui il nostro ordinamento è tenuto a conformarsi proprio in base al comma 1 dell’art. 10 della Costituzione (particolare valore assumono, anche i commi successivi della norma in questione, ove si statuisce che “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali” e che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Nella sentenza pronunciata dal Tribunale di Agrigento il 7 ottobre 2009 relativa al caso Cap Anamur, il collegio giudicante specificava che l’onere di fornire un porto di sbarco sicuro (place of safety) non si riferisce unicamente alle incombenze legate alla somministrazione del vitto e dell’assistenza medica, ma, soprattutto, va rapportato alla necessità di garantire ai naufraghi “il diritto universalmente riconosciuto di essere condotti sulla terraferma”.

La Corte di Cassazione, nell’affermare la sussistenza della giurisdizione italiana nei confronti di trafficanti che avevano abbandonato i migranti su imbarcazioni di fortuna in acque internazionali, ha ritenuto che la condotta dei soccorritori dovesse andare esente da responsabilità penale per la copertura della scriminante dello stato di necessità, tanto da ricondurla alla figura dell’autore mediato, di cui all’art. 48 cp. Secondo i giudici di legittimità la menzionata condotta è conseguente allo stato di pericolo volontariamente provocato dai trafficanti, al punto dall’essere legata, senza soluzione di continuità, alle azioni criminose di questi ultimi poste in essere in ambito extraterritoriale (così Cass., sez. 1, sent. 18 maggio 2015 n. 20503, Rv. 263670). Una volta che i naufraghi abbiano varcato il limite delle acque territoriali, si potrà anche applicare l’esimente dell’art. 12 comma 2 del T.U. n.286/98. A partire da questo momento, infatti, non vi è più ragione per non ritenere operante la scriminante speciale di avere compiuto attività di soccorso e assistenza umanitaria nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato.

Malgrado diverse archiviazioni, le attività di polizia dirette dal ministero dell’interno, ad ogni sbarco di naufraghi in un porto italiano, confezionano “notizie di reato”, parificanndo lo sbarco di naufraghi al trasporto di “clandestini”, che poi innescano l’esercizio dell’azione penale. Un meccanismo ormai collaudato, che il Viminale usa con grande impatto per dimostrare una capacità deterrente, non certo dell’immigrazione clandestina, che comunque prolifera attraverso altri canali, bensì del soccorso in mare operato da navi private che agiscono per fini umanitari. Rimane da verificare che impatto hanno su questi procedimenti gli agenti sotto copertura e le intercettazioni telefoniche raccolte spesso al di fuori dei codici di procedura. Di sicuro saremo presenti nei procedimenti che si svolgeranno nei tribunali. Anche per impedire che si continui a mistificare il ruolo degli operatori umanitari accusandoli di collusione con i trafficanti.

Se non c’e un giudice a Strasburgo ci sarano pure giudici in Italia che non si piegheranno alle minacce del ministro dell’interno. Dimostreremo ai giudici della Corte europea che la Sea Watch 3, ricade già adesso sotto la giurisdizione italiana, e dunque europea, quella giurisdizione che loro hanno voluto negare per non imporre lo sbarco a Salvini.

Sarà adesso decisiva la partita che si giocherà in Parlamento per l’approvazione del decreto sicurezza bis ( D.L. n.53 del 2019). Vedremo chi sarà capace di fare opposizione, a partire dalla denuncia degli accordi infami con la Libia. Un decreto con il quale si tenta di dare un fondamento legislativo ai provvedimenti amministrativi del ministro dell’interno che diffida le ONG che hanno operato soccorsi in acque internazionali, minacciandole che in caso di ingresso nelle acque territoriali sarebbero state sottoposte a gravi sanzioni amministrative e penali, fino alla confisca delle imbarcazioni. Vedremo adesso tutta la portata dusumana di questa politica della deterrenza rivolta contro i soccorsi in mare.


ECHR 043 (2019)
29.01.2019

ECHR grants an interim measure in case concerning the SeaWatch 3 vessel
Today, a chamber of the European Court of Human Rights decided, by a majority, to grant an interi measure concerning the vessel SeaWatch 3, which has 47 migrants on board and is currently anchored outside of Syracuse, Sicily.
The ship has not been allowed to enter the harbour and the applicants complain that they are detained on board without legal basis, suffering inhuman and degrading treatment, with the risk of being returned to Libya without evaluation of their individual situation.
In its decision, the Court did not grant the applicants’ requests to be disembarked. It requested the Italian Government “to take all necessary measures, as soon as possible, to provide all the applicants with adequate medical care, food, water and basic supplies as necessary. As far as the 15
unaccompanied minors are concerned, the Government are requested to provide adequate legal assistance (e.g. legal guardianship). The Government are also requested to keep the Court regularly informed of the developments of the applicants’ situation.”
This interim measure is in force until further notice.
***
On 25 January 2019 the Court received an urgent request under Rule 39 of the Rules of Court in the context of an application lodged by the captain of the SeaWatch 3, the head of the rescue mission as well as by one of the migrants on board. A subsequent request was lodged on 28 January by the 15 unaccompanied minors on board. The applicants requested that all 47 migrants on board, rescued in the Mediterranean, be allowed to go ashore since the situation on board the vessel was precarious and the migrants in poor health.
After the first urgent request the Court asked for further information from the parties, who replied by the deadline of 29 January, midday.
The applications have been registered under nos. 5504/19 and 5604/19.
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Measures under Rule 39 of the Rules of Court are adopted in the framework of proceedings before the Court and in no way anticipate subsequent decisions on the admissibility or merits of cases before it. The Court only exceptionally allows requests for interim measures, where, in the absence
of such measures, applicants would be exposed to a real risk of irreparable damage. For further information see the factsheet on interim measures.
This press release is a document produced by the Registry. It does not bind the Court. Decisions, judgments and further information about the Court can be found on www.echr.coe.int.


CEDH 240 (2019)
25.06.2019

La Cour décide de ne pas appliquer la mesure provisoire demandant
le débarquement en Italie des personnes se trouvant sur le navire Sea Watch 3

Aujourd’hui, la Cour européenne des droits de l’homme a décidé de ne pas indiquer au gouvernement italien la mesure provisoire demandée par les requérants dans l’affaire Rackete et autres c. Italie (requête no 32969/19) concernant une demande de débarquement du navire Sea
Watch 3 en Italie. La Cour a également indiqué au gouvernement italien qu’elle compte sur les autorités italiennes pour continuer de fournir toute assistance nécessaire aux personnes qui se trouveraient à bord du
Sea Watch 3 en situation de vulnérabilité du fait de leur âge ou de leurs conditions de santé.
***
L’article 39 de son règlement permet à la Cour d’indiquer des mesures provisoires à tout État partie à la Convention européenne des droits de l’homme. Il s’agit de mesures d’urgence qui, selon la pratique constante de la Cour, ne s’appliquent qu’en cas de risque imminent de dommage
irréparable.
Les requérants sont Mme Rackete – la capitaine du bateau Sea Watch 3 – et une quarantaine de personnes ressortissantes du Niger, Guinée, Cameroun, Mali, Côte d’ivoire, Ghana, Burkina Faso et Guinée Conakry.
Le 21 juin 2019, les requérants ont saisi la Cour européenne des droits de l’homme, en vertu de l’article 39 du règlement, d’une demande de débarquement du Sea Watch 3.
Ces personnes se trouvent sur le bateau Sea Watch 3 depuis le 12 juin 2019, date à laquelle elles ont été secourues dans les eaux internationales en zone SAR (zone de recherche et de secours) libyenne.
Le navire se trouve actuellement en dehors des eaux territoriales italiennes.
Suite à une inspection sanitaire à bord, le 15 juin 2019, dix personnes furent débarquées, à savoir trois familles, des mineurs et des femmes enceintes. Une autre personne fut débarquée dans la nuit du 21 au 22 juin en raison de son état de santé.
Le 17 juin 2019, la Sea Watch 3 demanda au tribunal administratif régional, par une procédure d’urgence en référé, la suspension de l’arrêté interministériel qui interdisait l’entrée du bateau dans les eaux territoriales italiennes. Le 19 juin 2019, le tribunal rejeta la demande des requérants.
Dans la motivation, le président du tribunal relevait entre autres que les personnes vulnérables, enfants et femmes enceintes, avaient été débarquées le 15 juin et que la Sea Watch 3 n’avait pas indiqué la présence d’autres personnes appartenant aux catégories vulnérables. Par conséquent, il estimait qu’il n’y avait pas de raisons d’exceptionnelle gravité et d’urgence justifiant l’application des mesures provisoires.
Invoquant les articles 2 (droit à la vie) et 3 (interdiction des traitements inhumains et dégradants) de la Convention, les requérants demandent à être débarqués afin de pouvoir déposer une demande de protection internationale ou, au moins, à être mis en sécurité.
La Cour a adressé des questions aux parties et leur a demandé d’y répondre au cours du lundi 24 juin 2019.
Les questions posées au Gouvernement concernaient le nombre de personnes qui ont été débarquées du navire, leur état éventuel de vulnérabilité, les mesures envisagées par le Gouvernement, ainsi que la situation actuelle à bord du bateau. Les questions posées aux requérants concernaient les conditions physiques et mentales des requérants à bord du navire et leur état éventuel de vulnérabilité.
Le 25 juin 2019, après examen des réponses reçues, la Cour, réunie en formation de chambre a décidé de ne pas indiquer au gouvernement italien, en vertu de l’article 39 du règlement, la mesure provisoire demandée par les requérants d’autoriser le débarquement du navire Sea Watch 3 en Italie.
La Cour a indiqué au Gouvernement qu’elle compte sur les autorités italiennes pour continuer de fournir toute assistance nécessaire aux personnes qui se trouveraient à bord du Sea Watch 3 en situation de vulnérabilité du fait de leur âge ou de leurs conditions de santé.
***
Les mesures visées par l’article 39 du Règlement de la Cour sont prises dans le cadre du déroulement de la procédure devant la Cour et ne présagent pas de ses décisions ultérieures sur la recevabilité ou sur le fond des affaires en question. La Cour ne fait droit aux demandes de mesures provisoires qu’à
titre exceptionnel, lorsque les requérants seraient exposés – en l’absence de telles mesures – à un risque réel de dommages irréparables. Pour plus d’informations, voir la fiche thématique sur les mesures provisoires.
Rédigé par le greffe, le présent communiqué ne lie pas la Cour. Les décisions et arrêts rendus par la Cour, ainsi que des informations complémentaires au sujet de celle-ci, peuvent être obtenus sur
www.echr.coe.int.

Contacts pour la presse
[email protected] | tel: +33 3 90 21 42 08


Per favore, inviamo tutte e tutti la petizione, collegandosi al sito www.quirinale.it/page/contatti.
Fai copia e incolla e metti il tuo nome e cognome

Presidente Mattarella
Primo Levi scrisse se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.
Benissimo, lei sa, come sappiamo noi, che i migranti all’interno della Sea Watch, stanno soffrendo, c’e anche un minore.
Lei,oltre che Presidente della nostra Repubblica, è anche siciliano, conosce il nostro caldo, sa che cosa stanno soffrendo, no, non può chiudere gli occhi no, non può non sentire le loro grida di aiuto.
Lei è il nostro Presidente, il Presidente degli italiani, no, non può non assumersi le sue responsabilità e far comandare un ministro che fomenta odio e razzismo.
Presidente, ascolti le grida dei migranti e li faccia scendere, questo noi vogliamo dal nostro Presidente, umanità, solidarietà rispetto per articolo 10 e 11 della Costituzione.
Presidente ascolti le grida di aiuto dei migranti e li faccia scendere a terra.
Ecco le grida di aiuto dei migranti:
“Non ce la facciamo più, qui siamo come in prigione, aiutateci a sbarcare presto, a mettere i piedi giù da questa barca”. E’ l’appello lanciato dai migranti a bordo della Sea Watch 3 da 13 giorni al largo di Lampedusa. “Siamo tutti stanchi, esausti, stremati – dice uno di loro in un video della Ong postato sulla pagina facebook del ‘Forum Lampedusa solidale’ – pensate ad una persona appena uscita di prigione e fuggita dalla Libia, che ora si trova qui seduta o sdraiata. Immaginatevi come debba sentirsi questa persona”.
Li faccia scendere, intervenga non per pietà cristiana, ma per obbligo universale di umanità!
Distinti saluti
Santina Sconza


Rifugiati in alto mare: appello urgente al Presidente della Repubblica

06/21/2019

Sulle coste italiane, come su quelle degli altri Paesi affacciati sul Mediterraneo, continuano ad arrivare persone a bordo di imbarcazioni di fortuna. In Sardegna, Sicilia, Calabria, ogni notte ci sono piccoli sbarchi. Intanto, invece, le navi delle ONG che salvano vite sono costrette a rimanere in alto mare da disposizioni del Ministro dell’Interno italiano. In questa situazione si aggravano le condizioni di disagio delle persone che arrivano da lunghi e drammatici percorsi e si incentivano forme di attraversamento ancora più pericolose.

Per questo come Osservatorio Solidarietà, assieme ad Adif, Costituzione Beni Comuni e Laudato Si’ abbiamo lanciato un appello al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per un suo intervento a tutela dei diritti umani sanciti dalla Costituzione.

Numerose le adesioni immediate di associazioni e singoli: la raccolta firme prosegue qui.


20 giugno 2019 APPELLO

Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica,

ci rivolgiamo a Lei come alla massima autorità a garanzia del rispetto delle Istituzioni repubblicane e della Costituzione, per chiederLe di intervenire nel caso della nave Sea-Watch3, in stallo da otto giorni in acque internazionali, al limitare delle acque italiane, con a bordo 43 profughi divenuti ostaggi – insieme ai loro salvatori – di una politica dimostrativa che dimentica vite, esistenze, umanità.

A Lampedusa questa notte si dormirà sul sagrato della Chiesa per chiedere che i quarantatré naufraghi a bordo, sopravvissuti ai lager libici, vengano accolti in un porto sicuro e smettano di soffrire inutilmente, dopo tanto dolore già patito. Molti di loro soffrono di disidratazione e mal di mare, a causa dell’incessante rollio dello scafo, come affermato oggi dalla comandante della nave.

Questa notte – la notte che ironicamente conclude la Giornata mondiale del rifugiato – nemmeno noi dormiremo. Forse neppure Lei.

Ci appelliamo a Lei affinché non venga assunto dall’Italia alcun provvedimento che sia in contrasto con il rispetto dei diritti umani, il buon senso e l’eredità politica, giuridica e umana che ci è stata consegnata dai Padri costituenti, che vede il sacro e inderogabile principio della solidarietà richiamato nell’art. 2 della nostra Costituzione.

Chiediamo a Lei, signor Presidente, che è garante della nostra convivenza civile, che la pietas, la giustizia, l’inviolabilità dei diritti fondamentali, il principio di separazione dei poteri e il rispetto delle convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese continuino a essere la base della nostra vita democratica di cittadini.

Con gratitudine

Osservatorio Solidarietà

ADIF – Associazione Diritti e Frontiere

Costituzione Beni Comuni

Associazione Laudato si’

Fondazione Casa della Carità “A. Abriani”

ARCI

ASGI

DiEM25 Italia

Noi Siamo Chiesa

Rete delle Città in Comune

Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos

ATTAC Italia

Fondazione Arché Onlus

Coordinamento Libera Milano

Fiom Cgil Regionale Lombardia

COSPE Onlus

La Sinistra

ANPI Monza – Brianza

Comunità di Sant’Egidio Milano

Il razzismo è una brutta storia

Comitato Undici Giugno Milano

Progetto Continenti Onlus

SAMIA Insieme per l’uguaglianza

CISDA – Progetto Afghanistan

Associazione Mamme a scuola

Associazione Energia Felice

Comitato 3 Ottobre

Associazione Buen Vivir

Mamre Onlus – Borgo Manero

Hayat Onlus

Nation25

Associazione Oltre il Mare

Movimento Caschi Bianchi

Progetto Tenda Onlus Torino

Casa per la Pace Milano

Volontari della Casa della Carità


Da un post della pagina FB del Professore Pasquale De Sena ordinario di diritto internazionale.

Può dirsi che, violando il divieto di accesso al mare territoriale italiano, la “Sea Watch” abbia materialmente compiuto un illecito internazionale, di cui risulta responsabile l’Olanda, in quanto stato di cui l’imbarcazione batte la bandiera?

Dunque:

A) l’olanda può considerarsi, in principio, responsabile delle violazioni del diritto internazionale, compiute da navi battenti la sua bandiera, se non altro a titolo di omessa vigilanza;

B) l’accesso al mare territoriale italiano, nelle condizioni in cui la Sea Watch lo ha effettuato, costituisce, perlomeno “prima facie”, un comportamento illecito dal punto di vista del diritto ITALIANO, a seguito dell’entrata in vigore del “salvinibis”;

C) è assai dubbio che – al di là delle perplessità che lo stesso salvinibis è idoneo, di per sé, a suscitare sul piano INTERNAZIONALE e costituzionale (saccucci e de sena su sole24ore: https://www.ilsole24ore.com/art/sea-watch3-senza-coordinamento-stati-ue-norme-sovranazionali-non-bastano-ACAmwaS) – il divieto di accesso al mare territoriale, concretamente disposto dal ministro dell’interno, sia conforme, in questo caso, agli obblighi internazionali in tema di soccorso in mare (convenzione SOLAS 1974 e SAR, 1979, su cui de Sena, post fb pubblico del 21 giugno, anche per i documenti:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10219384485866547&id=1343697461)

e alle stesse norme della Convenzione di Montego Bay (ancora, de sena e saccucci, nonché Papanicolopulu su SIDIBlog

D) è assai verosimile che l’Olanda abbia assolto, perlomeno in parte, ai suoi obblighi di soccorso, in quanto stato della bandiera della sea watch, fermi restando quelli relativi alla cooperazione nella sistemazione delle persone soccorse (ancora Convenzione SAR 1979), cui pure essa è tenuta;

E) è anche verosimile che sia proprio l’Italia, nell’impedire l’accesso della “sea watch” al mare territoriale, a rendere impossibile il completamento del soccorso, che comunque non implicherebbe alcun obbligo di ‘accoglienza “stabile” delle persone interessate, da parte di nessuno degli stati coinvolti;

F) è infine verosimile che, per quanto discende dagli obblighi internazionali di cui sopra, la comandante della nave stia agendo – sino a prova di sue eventuali negligenze a monte (e cioè, nella scelta di puntare sull’Italia e non su altri paesi, LIBIA ESCLUSA, beninteso), nell’adempimento di un dovere giuridico di soccorso, derivante da tali obblighi, operante nel nostro ordinamento, nonché da sempre affermato nella tradizione più nobile del diritto internazionale ( = Vattel, citato da Papanicolopulu).

Ne risulta che:

  • sostenere che l’Olanda sia responsabile di un illecito internazionale, in ragione della violazione del divieto di accesso al mare territoriale italiano, compiuta oggi, è, in questo caso, molto probabilmente, erroneo, ferma restando la violazione del “salvinibis” e del divieto disposto sulla sua base;
  • è assai dubbio che responsabilità penali possano davvero imputarsi alla stessa comandante della nave, nella misura in cui questa abbia effettivamente agito nell’adempimento di un dovere (e sempre che non risultino negligenze da parte sua);
  • non vi è più alcun dubbio che l’imbarcazione rientri nella giurisdizione italiana sul piano CEDU – trovandosi ora in acque territoriali italiane – e che, da ora in poi, le violazioni suscettibili di prodursi (art. 2, 3 CEDU, art. 33 Convenzione del 51 sui rifugiati, Prot. 4 CEDU) potranno comportare la responsabilità dello stato